RECENSIONI DI CARMELO CICCIA

PUBBLICATE A DECORRERE DA LUGLIO 1995

Avvertenza

Questa raccolta decorre dal mese di Luglio del 1995 perché prima mancavano strumenti elettronici di scrittura e archiviazione. Pertanto recensioni e articoli vari di Carmelo Ciccia pubblicati dal 1953 fino al mese di Giugno del 1995 potranno essere letti soltanto presso qualche emeroteca, nei giornali e riviste in cui a quell’epoca sono apparsi, secondo le indicazioni fornite nella seguente pagina telematica:

https://www.carmelociccia.com/scritti

Le testate giornalistiche in cui dal 1953 ad oggi sono apparsi scritti di C. Ciccia risultano n° 127, fra cui 23 quotidiani, secondo la seguente pagina telematica:

https://www.carmelociccia.com/giornali-e-riviste-in-cui-sono-apparsi-scritti-di-carmelo-ciccia

In questa raccolta non sono compresi gli scritti in latino di C. Ciccia apparsi nella rivista in lingua latina “Latinitas”, dato che poi sono stati riordinati e ripubblicati nel libro del 2010 Specimina latinitatis, in cui ora sono tutti leggibili.

Gli autori recensiti sono collocati in ordine alfabetico nell’ambito delle rispettive parti; e relativamente ad uno stesso autore o argomento presente nell’indice ci possono essere in successione diverse recensioni e articoli vari, che quindi bisogna esplorare tutti fino al cambio dell’autore o dell’argomento.

Si precisa che fra le recensioni sono comprese anche le prefazioni apparse in vari libri.


Indice

Premessa: La recensione

A

• Accademico Veneto Sconosciuto, La Galatea / Poema lirico con l’allegorie dell’Academico Veneto Sconosciuto

• Sandro Allegrini, Percorsi di lettura per Domenico Defelice

• Carla Amirante Romagnoli, Tele bianche, bianche pagine

• Roberto Andò, Diario senza date o della delazione

• Brandisio Andolfi, Dettati dell’anima

• Antonio Angelone, La ruota della fortuna (Mo ze sposa Peppnèlla)

• Antonio Angelone, Storia di una comunità dalle lontane origini: Forli del Sannio

• Antonio Angelone, Le avventure di Fiordaliso / Tra disincanto e realtà

• Sandro Angelucci, Il cerchio che circonda l’infinito

• Sandro Angelucci, Verticalità

• Sandro Angelucci, Titiwai

• Annali della Fondazione Verga

• Mario Pietro Ardesian, Dai Castelli al Buco del Piombo

• Giovanni Pietro Arrivabene, Pontifici sit musa dicata Pio / “La mia poesia sia dedicata al pontefice Pio”, a cura d’Orazio Antonio Bologna

• Giuseppe Aspesi-Franco Piacentini-Mario Rossini (a cura di), Segni per la memoria / Epigrafi in Samarate

• Sandro Attanasio, Sicilia senza Italia / Luglio-agosto 1943

• Mercedes Auteri, L’isola del fuoco

• Autori vari, Da Conegliano ad Auschwitz

• Autori vari, Le Muse a tavola

B

• Giusi Baglieri, Ho seminato parole

• Dante Balboni, La “Divina Commedia” poema “liturgico” del primo Giubileo

• Luigino Baldan, Principali mestieri ed attività artigianali in Conegliano

• Marino A. Balducci, Classicismo Dantesco Dantesco / Miti e simboli della morte e della vita nella Divina Commedia

• Diletta Barone, Sull’acqua e sul vento

• Lucio Bartolotta, Maria Messina

• Salvo Basso, Un pensiero che non finisce

• Angelo Battiato, Canticu di’ Cantici (1)

• Angelo Battiato, Canticu di’ cantici (2)

• Antonietta Benagiano, Poetiche sinapsi

• Placido Benina, Fidi divina

• Alfonso Beninatto, L’ultima fatica di Josef

• Giacinto Bevilacqua, Giovanni Micheletto il “conte di Sacile”

• Rino Walter Bianconi, Correggioli / Notizie sul nostro paese

• Orazio Antonio Bologna, Manfredi tra scomunica e redenzione

• Orazio Antonio Bologna, Manfredi tra scomunica e redenzione e Manfredi di Svevia / Impero e Papato nella concezione di Dante

• Marino Bonifacio, Cognomi dell’Istria / Storia e dialetti, con speciale riguardo a Rovigno e Pirano

• Yves Bonnefoy, Le assi curve (a cura di Fabio Scotto)

• Renato Borsotti, Sulla strada di Zenna (1)

• Renato Borsotti, Sulla strada di Zenna (2)

• Renato Borsotti, Sulla strada di Zenna (3)

• Vincenzo Bòsari, Prelùdio (1)

• Vincenzo Bòsari, Prelùdio (2)

• Luigino Bravin, Srebrenica non è lontana

• Luigino Bravin, Pietre, muri, panorami, storia e storie / Un viaggio nel bacino del Piave

• Arnaldo Brunello, Trévise aspects et images

• Arnaldo Brunello, Exercices d’un Italien amoureux du français

• Carmelo Bucolo, Il viaggista. Suggestioni mediterranee

• Giovanni Buffo, Colorati sogni (1)

• Giovanni Buffo, Colorati sogni (2)

• Giovanni Buffo, Sillabario del nuovo giorno

• Giovanni Buffo, Colorati sogni e Sillabario del nuovo giorno

• Titti Burigana, La zattera dei desideri

• Titti Burigana, Sara

• Giorgina Busca Gernetti, Onda per onda

C

• Salvatore Calleri, Parole per mio figlio

• Salvatore Calleri, Giuseppe Mazzini e la Roma del popolo / La repubblica romana del 1849

• Salvatore Calleri, Naxos e Tauroménion

• Salvatore Calleri, La zampata del Gattopardo

• Emanuele Capitanio, Vita e percezioni di §, anonimo ignoto

• Enzo Capitanio, Germogli in un vaso di terra

Enzo Capitanio, Voli di liberi uccelli

Enzo Capitanio, 2084

• Giorgia Capozzi, La genesi di Spasimo di Federico De Roberto

• Bruno Carmeni, Judo per noi / Judo per ciechi sportivi / Judo da colorare

• Giuseppe Carrieri, Aria d’ottobre

• Alfio Cartalemi, Michelangelo Virgillito e il suo amore per Paternò

• Pino Caruso, Il silenzio dell'ultima notte

• Maria Rita Ceccon, Blu

• Mimmo Chisari, Ducezio e i Siculi

• Mimmo Chisari, Mulini ad acqua nella valle del Simeto

• Giorgio Cipulat, Vetri appannati

• Giancarlo Codato, Disamore

• Giuseppe M. Conte, Il sogno di Eliàde e altre storie

• Barbarino Conti, Umili e illustri, penne e pennelli, onorevoli e poverelli

• Barbaro Conti poeta dell’inquietudine

• Barbaro Conti, Fantasmi teologi

• Felice Conti, Una folata di scirocco

• Filadelfio Coppone, Il sogno di una favola

• Filadelfio Coppone, Meandri di pace

• Filadelfio Coppone, Voci sparse nell’anima

• Spiritualità e poesia in Filadelfio Coppone

• Filadelfio Coppone, Abdur e l’elefantino

• Beatrice Cornado, Poesie e Dove l’anima respira

• Nunziata Corrado Orza, Dante, poeta nazionale ed europeo

• Antonio Crecchia, In morte del papa magno

• Carlo Cuini, Novità nella Divina Commedia / acrostici e motivi polemici

• Angelino Cunsolo, Don Cesare / Chiddu ca campa ’o scuru

• Carmelo Cuono, Il treno del Sud

• Giovanni Cutrufelli, Venti metri sotto Berlino

D

• Gianni D’Affara-Gert Thalhammer, Il lago di Millstatt

• Eugenio Dal Cin, Cognomi di Mansuè e Portobuffolè (1)

• Eugenio Dal Cin, Cognomi di Mansuè e Portobuffolè (2)

• Eugenio Dal Cin, Cognomi di Susegana

• Eugenio Dal Cin, Cognomi di Godega: origine e curiosità

• Eugenio Dal Cin, I toponimi nella Divina Commedia

• Laura Da Re, Cuccioli vitali

• Laura Da Re, Le donne del porto / Libro dei mesi 2004

• Laura Da Re, Le donne del porto (liriche)

• Laura Da Re, Poeti e bambini

• Romana De Carli Szabados, Miti imperiali / Rose rosse per Sissi (1)

• Romana De Carli Szabados, Miti imperiali / Rose rosse per Sissi (2)

• Romana De Carli Szabados, Gli studi sugli Asburgo

• Romana De Carli Szabados, Strauss - il mito

• Romana De Carli Szabados, Destini Imperiali / Aiglon figlio di Napoleone

• Romana De Carli Szabados, L’imperatore Carlo I d’Asburgo

• Romana De Carli Szabados, Kaiser Franz Joseph I / Epistolario Imperiale

Romana De Carli Szabados, Finis Austriæ / La santità dell’ultimo imperatore

Romana De Carli Szabados, Fine della Grande Guerra sulla via di casa / Vinta la guerra, persa la pace

Domenico Defelice, Alpomo

Domenico Defelice, Pagine per autori calabresi del Novecento

Domenico Defelice, Rudy de Cadaval / Una vita per la poesia

Domenico Defelice, Francesco Pedrina

Aldo De Gioia-Anna Aita, La lunga notte / le quattro giornate di Napoli

• Vincenzo Dell’Utri, In viaggio con Dante alla scoperta del senso della vita / Inferno

• Vincenzo Dell’Utri, In viaggio con Dante alla ricerca di sé stessi / Il Purgatorio

• Vincenzo Dell’Utri, Il Paradiso di Dante rivisitato nel 7° centenario

• Silvano Demarchi, Il richiamo della montagna e Incomunicabilità

• Silvano Demarchi, Il battello d’argento

• Silvano Demarchi, Questioni di estetica

• Silvano Demarchi, Le strade alte del cuore

• Silvano Demarchi, Stupore

• Silvano Demarchi, Di religione e di etica –Religione e fede, bene e male

• Silvano Demarchi, Luce d’Oriente

• Silvano Demarchi, Foglie d’autunno

• Silvano Demarchi, Poeti del Novecento

• Silvano Demarchi, Otto studi sulla letteratura tedesca, da Rilke a Fürnberg

• Silvano Demarchi, Luci al crepuscolo

• Silvano Demarchi, Prospettive etico-religiose / Zoroastrismo religione dimenticata

• Silvano Demarchi, Poesie scelte (1990-2006)

• Silvano Demarchi, Poti minori dell’800 italiano

• Silvano Demarchi, Sogno e realtà e L’arco e le frecce / Riflessioni etico-sociali

• Giulia De Marco, Una magia del Barocco siciliano: Via Crociferi

• Francesco De Napoli, Nel tempo - A Zenia

• Antonio De Rosa, Riflessi di vita

• Antonio De Rosa, Oltre le porte del sole

• Paolo De Töth, Il soldato di Cristo Stanislao Medolago Albani / Profilo biografico fino al 1904 a cura di renato Borsotti, Publimedia, San Vendemiano, 2019.

• Francesco Maria Di Bernardo Amato, Galleria degli Affari

• Francesco Maria Di Bernardo Amato, Il silenzio del Lete e Le porte di Aprile

• Salvo Di Matteo, Salvo Di Matteo, Paternò / La storia e la civiltà artistica (1)

• Salvo Di Matteo, Salvo Di Matteo, Paternò / La storia e la civiltà artistica (2)

• Salvo Di Matteo, Salvo Di Matteo, Paternò / La storia e la civiltà artistica (3)

• Glauco Dinelli, Lontani anni verdi

• D’Inessa, Gridare non ha senso

• D’Inessa, Schegge di lava

• Ninni Distefano Busà, Oltre il segno tangibile

F

• Federico Faido, Non arrenderti

• Iliana Falcone, Altrove (1)

• Iliana Falcone, Altrove (2)

• La poetessa Iliana Falcone

• Nilo Faldon, La pieve rurale di San Pietro di Feletto nel contesto storico di Conegliano

• Leandro Ferracin, Un argine di nebbia

• Alfio Ferrisi scrittore della memoria

• Egidio Finamore, Primo Novecento letterario

• Egidio Finamore, I nomi locali d’Abruzzo / Origine e storia

• Egidio Finamore, Satire e versi sciolti

• Egidio Finamore, Filosofia del Novecento in Italia

• Egidio Finamore, Antologia di Nuovo Frontespizio

• Egidio Finamore, Autori e libri della letteratura spagnola dal siglo de oro al Novecento

• Egidio Finamore scrittore dai vasti interessi

• Luigi Floriani, Dall’Ucraina al Don / L’ultimo viaggio di Bepi bersagliere

• Francesco Fioretti, Il libro segreto di Dante / Il codice nascosto della Divina Commedia

• Enrico Fraulini, Belgrado / la città dai sette castelli

• Enrico Fraulini, L’ultimo doge

• Carmelo Fucarino, Città e ancora città

• Carmelo Fucarino, Percorsi di labirinto

• Carmelo Fucarino, Se nulla cambiò / I garibaldini a Prizzi

G

• Renato Gabriele, Le accidiose commedianti

• Emilio Gallina, Galaverna

• Emilio Gallina, Questo resto di giorno

• Emilio Gallina, Sulla soglia del tempo

• Giovanni Garra Agosta, La biblioteca di Giovanni Verga

• Licio Gelli, Rimembranze di primavere perdute e Lacrime sofferte (1)

• Licio Gelli, Rimembranze di primavere perdute e Lacrime sofferte (2)

• Ferruccio Gemmellaro, L’omologismo (1)

• Ferruccio Gemmellaro, L’omologismo (2)

• Ferruccio Gemmellaro, La pulzella delle specchie e La mercenaria

• Ferruccio Gemmellaro, L’amante italiana di Annibale: Iride la salapina

• Alfredo Giacomelli, Nel segno del tempo

• Giancarlo Gianazza – Gian Franco Freguglia • Filippo Giordano, Rami di scirocco

• Filippo Giordano, Il sale della terra

• Autori vari, Girare attorno al piccolo per evocare il grande / 50 schede critiche su poesia e prosa di Filippo Giordano

• Filippo Giordano, Minuetti per quattro stagioni

• Filippo Giordano, Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi

• Emanuele Giudice, Il viaggio la memoria il sogno e Una stagione di rabbie

• Francesco Alberto Giunta, Karin è tra noi

• Francesco Alberto Giunta, Solitaire / Viaggio “clandestino” nell’infinito letterario e umano del Novecento

• Francesco Alberto Giunta, Odisseus / Il secolo breve / Conoscenza e solitudine

• Francesco Alberto Giunta, Pensando a Paternò / Racconti fugaci

• Corrado Gizzi, La Monarchia di Dante Alighieri

• Mario Grasso, La crescenza / romanzo di misteri italiani

• Alfredo Grimaldi, Le zitelle

I

• Antonia Izzi Rufo , Per una lettura della Vita Nuova di Dante

J

• Alessandra Jesi Soligoni, L’eredità dei Bisnenti

• Alessandra Jesi Soligoni, Centauro di carta

L

• Mario Landolfi, La famiglia nel teatro di Eduardo

Charles Largot- Rosanna Spolaore, Sinergie

• Vincenzo La Russa, Frizzino al selz

• Vincenzo La Russa, Il ministro Scelba

• Vincenzo La Russa, Amintore Fanfani

• Vincenzo La Russa, Giorgio Almirante / Da Mussolini a Fini

Salvatore Latora, Mario e Luigi Sturzo. Per una rinascita culturale del Cattolicesimo

• R. W. B. Lewis, Dante Alighieri

• Pasquale Licciardello, La grande Assenza

• Pasquale Licciardello, La grande Menzogna

• Pierfrancesco Listri, Grande dizionario storico dell’unità d’Italia

Maria Teresa Liuzzo, Eutanasia d’utopia

Maria Teresa Liuzzo, L’acqua è battito lento

Maria Teresa Liuzzo, Autopsia d’immagine

Maria Teresa Liuzzo, …una inquieta onda agita le vene

Maria Teresa Liuzzo, L’ombra non supera la luce

Maria Teresa Liuzzo, Genesis

Maria Teresa Liuzzo, Mioosòtide (Non ti scordar di me)

Maria Teresa Liuzzo, …E adesso parlo!

Maria Teresa Liuzzo, Non dirmi che ho amato il vento!

Maria Teresa Liuzzo, L’ombra affamata della madre

Maria Teresa Liuzzo, In veglia d’armi e parole

Maria Teresa Liuzzo, La luce del ritorno

Maria Teresa Liuzzo, Piogge verdi di smeraldi

Anna Lo Giudice, Dell’altra emigrazione / Paternò. Riflessi e casi di Sicilia

Nino Lombardo, Dai normanni ai democristiani / Storia di un Gruppo dirigente (Paternò 1943—1993) (1)

Nino Lombardo, Dai normanni ai democristiani / Storia di un Gruppo dirigente (Paternò 1943—1993) (2)

Luciano di Samosata, Storia vera, traduz. d’Ugo Montanari

Maria Rosaria Luongo, Qualche peso di troppo

Francesco Lusciano, Dov’è Franz Kafka? Marienbad-Praga •1977•2012•

Francesco Lusciano, Il senso della vita / Bios Eros Thanatos

Francesco Lusciano, Italia / Passeggiate / 1. Dal Veneto alla Campania

Francesco Lusciano, Metafisica Infinito Dio Uomo

M

Lucilla Antonia Macculi, Di giorno in giorno

Franco Maria Maggi, Franz Kafka giornalista di Bolzano

• Giuseppina Martinuzzi, Ingiustizia / Canto storico-sociale

• Osvaldo Martufi Bausani, Piercarlo Fayella / Un poeta sulle orme di Virgilio

• Mario Marzi, Materia vivente,

• Mario Marzi, Un cammino / Opera omnia

• Grazia Marzulli, La luce Verticale / Percorsi liminari dello Spirito

• Alessandro Masi, Galateo italiano

• Lorenzo Masuelli, Le Odi / Il Carme Secolare / Gli Epodi

• Lorenzo Masuelli, Occasioni di canto

• Lorenzo Masuelli, Parole tra cielo e terra

• Michele Masutti, Funamboli ignari

• Vincenzo Maria Mattanò, L’originale esegesi gioachimita

• Gustavo Mattiuzzi, Esistenza e vita nella filosofia

• Gabriella Mauciere, La moneta delle Salinelle / Identità di Avola

Pavle Merkù, Slovenska Krajevna imena v Italiji: Prirocnik / Toponimi sloveni in Italia: Manuale

• La scrittrice Maria Messina seguace di Giovanni Verga

• Adriana Michielin, Filo d’erba

• Edi Minguzzi, La struttura occulta della Divina Commedia

• Giuseppe Minneci, Echi del Veneto nella Divina Commedia e Dante e gli animali nella Divina Commedia

• Eugenio Morelli, Il Signor Nessuno (1)

• Eugenio Morelli, Il Signor Nessuno (2)

• Eugenio Morelli, Un po’ per vivere / Un po’ per morire

• Eugenio Morelli ovvero il Signor Nessuno

• Eugenio Morelli, Non solo parole

• Eugenio Morelli, Il gioco delle combinazioni

• Eugenio Morelli, Frammenti di un Mosaico

• Eugenio Morelli, L’acqua del ruscello

• Eugenio Morelli, La salute in Italia / Riflessioni di u medico

• Eugenio Morelli, La solita vita

• Eugenio Morelli, Il buio e la luce

• Fabio Muccin, Tutti in classe!

N

• Nicola Napolitano, Disegnare il tuo nome

• Immacolata Nespoli, Arte e Storia in Benedetto Croce

• Pietro Nigro, Astronavi dell’anima

O

• Franco Orlandini, Negli anni

• Mario Anton Orefice, La storia della botte / Garbellotto dal 1775

P

• Mariateresa Pagano, Col seno di poi

• Guido Pagliarino, La vita eterna / Saggio sull’immortalità tra Dio e l’uomo

• Marta Pagura, Elucubrazioni

• Anna Lisa Palazzo-Pippo Virgillito, La chiesa e l’arciconfraternita di San Giacomo Apostolo Maggiore a Paternò

• Franco Palmieri, Incantati dalla Commedia

• Pietro Panzarino, L' eredità politica di Aldo Moro: pensiero e azione di un uomo libero (1976-78)

• Gino Pastega, Navegar co le stele

• Gino Pastega, La morte inesistente

• Gino Pastega, I miei occhi nel mare

• Gino Pastega, Per strade sconosciute: Itinerario poetico

• Gino Pastega, La casa delle fiaccole

• Lucia Paternò, Un giornalista girovago

• Cleto Pavanetto, Passione e studio a servisio della cultura / Scripta selecta

• Cleto Pavanetto, Le leggi delle Dodici Tavole

• Cletus Pavanetto, Elementa linguae et grammaticae Latinae

• Cletus Pavanetto, Graecarum litterarum institutiones

• Cletus Pavanetto, Romanorum litterae et opera aetatis nostrae gentes erudiunt

• Antonio Perin-Giuseppe Perin, I Perin / Le nostre radici tra Piave e Livenza

• Giuseppe Perin, Refrontolo / volti e immagini del passato

• Saria Pettorosso, Tre sguardi dentro il cerchio

• Carmelo Pirrera, Le mosche

• Vincenzo Pirrotta, Teatro

• Domitilla Pisani Giubilato, Poesie

• Corrado Pittari, Pensieri / Universo • Dio • Anima • Felicità

• Corrado Pittari, Il giardino incantato

• Giorgio Pizzol, Pensiero del limite e limite del pensiero

• Salvatore Porcu, Per la creazione dell’indispensabile ordine mondiale

• Liliana Porro Andriuoli, L’itinerario poetico di Silvano Demarchi

• Liliana Porro Andriuoli, L’itinerario poetico di Silvano Demarchi

• Gian Luca Potestà, Gioacchino da Fiore

• Reanna Pozzebon, Dietro la porta (1)

• Reanna Pozzebon, Dietro la porta (2)

• Mario Puccini, Caporetto

R

• Edoardo Radaelli, La parola Amore

• Joseph Ratzinger, San Bonaventura. La teologia della storia e Il Dio di Gesù Cristo / Meditazione sul Dio Uno e Trino

• Virgilio Righetti, Per capire la natura umana / Saggi

• Virgilio Righetti, Parabola infinita

• Giuseppe Risica, Mare dentro Mare e Su nuove vie e antiche forme

• Agostino Rocco, Anno XIII Era fascista, L’isola e Il volo della fenice

• Italo Rocco, Canto dell’umanità

• Giorgio Ronconi (a cura di), Leopardi e la cultura veneta

• Bruno Rosada, Foscolo a Venezia negli ultimi anni della Serenissima

• Sante Rossetto, Totila l’immortale

• Sante Rossetto, L’ultimo pagano. Vita dell’imperatore Giuliano

• Maria Stella Rossi-Olimpia Giancola, Il tombolo nel cuore di Isernia

• Maria e Gigliola Rossi (a cura di), Vincenzo Rossi nella critica

• Vincenzo Rossi, I giorni dell’anima

• Vincenzo Rossi, Platone poeta

• Vincenzo Rossi, Il mondo lirico di Maffeo

• Vincenzo Rossi, Misura e destino nella voce poetica di Paul Courget

• Vincenzo Rossi, Respiro dell’erba / Voce delle rocce

• Vincenzo Rossi, Letture (Amore e fedeltà alla parola) (vol. III)

• Vincenzo Rossi, Garibaldi

• Vincenzo Rossi, Amore e guerra

• Vincenzo Rossi, Una visita al cimitero / Il grillo e Epitaffi

• Vincenzo Rossi, Orazio Tanelli (Poesia ed Esegesi)

• Vincenzo Rossi, Il tarlo

• Vincenzo Rossi, Il fantasma e altre poesie

• Federico Rossignoli, Ciò che chiamiamo fiore

• Francesco Rodolfo Russo, Eros è Thànatos

S

• Sebastiano Saglimbeni scrittore e intellettuale

• Sebastiano Saglimbeni, Cronache del poeta

• Lamberto Salvador, Fra Dante e il Duemila

• Adele Salzano, Vite parallele / Due romanzi e un racconto

• Teresa Salzano, Coloro che ti benediranno io benedirò (Gen 12, 3a) / L’ebraismo vivente visto da Teresa Salzano (a cura di Maurizio Dal Maschio)

• Aurelio Sangiorgio, Sulle tracce di Dante

• Antonio Sartor, Mater semper certa est

• Antonio Sartor, Mi chiamo Huca

• Antonio Sartor, Frammenti di fantasia

• Antonio Sartor, Tre senza due

• Antonio Sartor, Il doppio ritrovato

• Antonio Sartor, Feletto cielo e terra

• Antonio Sartor, Il padre ritrovato

Conclusa la parabola d’Antonio Sartor

• Filippo Sava, L’altro Kipling

• Francesco Scattolin, Il fascio e la tiara / 1929: dal Concordato, il plebiscito

• Robert Schaub-Bonney Gulino Schaub, Il metodo Dante

• Leonardo Selvaggi, L’indignazione poetica

• Leonardo Selvaggi, Vincenzo Rossi / Tra le voci più rappresentative della letteratura del Novecento

• Fortunato Seminara, L’arca

• Luca Serianni (a cura di), Storia della lingua itaiana per immagini

• Carlo Silvano, Voci villorbesi

• Lorenzo Simeone, Forse poesia

• Vito Sorrenti, Amebeo per Euridice

• Alvise Spadaro, Caravaggio in Sicilia

• Antonio Staglianò, L’Abate Calabrese

• Mario Stefani, Una quieta disperazione

• Ugo Stefanutti, Orizzonte degli eventi

• L’eredità di Stefanutti

T

• Orazio Tanelli, Miti nella Divina Commedia

• Piero Tarticchio, Nascinguerra

• Giordano Tarticchio, Storia di un antico borgo dell’Istria / Ricordi di Gallesano rivisitati e ampliati da Piero Tarticchio

• Piero Tarticchio, Storia di un gatto profugo

• Teresa Titomanlio, Vigilia d’arte

• Teresa Titomanlio, Nell’impeto e Misura come miseria

• AA. VV., Appendice a “Vigilia d’arte” di Teresa Titomanlio

• Teresa Titomanlio, Attesa per le risanate sponde

• Imperia Tognacci, Giovanni Pascoli / La strada della memoria

• Imperia Tognacci, Non dire mai cosa sarà domani

• Imperia Tognacci, Traiettoria di uno stelo

• Imperia Tognacci, Natale a Zollara

• Imperia Tognacci, La notte di Getsemani

• Imperia Tognacci, Odissea pascoliana

• Imperia Tognacci, La porta socchiusa

• Imperia Tognacci, L’ombra della madre

• Imperia Tognacci, Il richiamo di Orfeo

• Roberto Tognoli, Pagine di Risorgimento Mantovanoù

• Marina Torossi Tevini, Il cielo della Provenza

• Tomas Tranströmer, I ricordi mi guardano

• Fabio Troncarelli, Gioacchino da Fiore

• Claudio Tugnoli-Pippo Virgillito, La passione di sapere / Angelo Ciravolo, uomo di scuola e di cultura

V

• Enrico Vaglieri, Zio Tita

• Mariangela Galatea Vaglio, L’italiano è bello / Una passeggiata tra storia, regole e bizzarrie

• Roberto Vannacci, Il mondo al contrario

• Andrea Vatta, Il tricolore sul tetto del mondo

• Antonio Venturin Manca Lorenzo Buffon / Istria, Arsia e altre tragedie dimenticate

• Carmelo R. Viola pensatore del nostro tempo

• Pippo Virgillito, La nuova chiesa dello Spirito Santo nella zona Ardizzone di Paternò... Occhio vigile ed eterno di Dio

• Pippo Virgillito, L’edicola votiva della Madonna delle Grazie sulla scalea monumentale di Paternò

• Pippo Virgillito, C’erano una volta a Paternò… i Bastonieri

• Pippo Virgillito, Le edicole votive a Paternò

• Tullio Vorano (a cura di), La comunità italiana di Albona

Z

• Daniela Zamburlin Vescovich, Le fate son tornate / Fiabe e storie del Nordest

• Nerita Zanetti, www.com / L’amore del duemila

• Paolo Ziino, I due Zoppo di Gangi (1)

• Paolo Ziino, I due Zoppo di Gangi (2)

• Paolo Ziino, I racconti della memoria


Premessa: LA RECENSIONE

Il termine italiano “recensione” deriva dal sostantivo latino recensio -nis = “censimento” e poi “revisione critica d’un testo”, a sua volta dal verbo latino recensere = “passare in rassegna, stimare, valutare, giudicare”. In sostanza si tratta dell’esame che un critico fa d’un’opera letteraria o artistica in generale, allo scopo d’orientare i destinatari. È chiaro che per poter essere valida la recensione deve rilevare il contenuto e la forma, i pregi e i difetti dell’opera esaminata, mettendone anche in evidenza motivazioni e connessioni e fornendo — secondo i casi — pareri, suggerimenti e consigli.

Da questa premessa scaturisce la necessità che il recensore di libri sia non un semplice lettore e/o anche lui scrittore, ma una persona competente, cioè una persona — per inclinazione, studi, preparazione ed esperienza — all’altezza del compito, la quale possibilmente conosca varie discipline, come linguistica, letteratura, storia, psicologia, ecc. Infatti, all’occorrenza, il recensore potrà andare al di là del contenuto del libro, arricchendo la recensione con notizie e osservazioni sue personali, riferimenti, collegamenti, opinioni, richiami. Inoltre il vero recensore dev’essere non un amico pronto a scambiare elogi ed altre cortesie né un promotore pubblicitario di libri, teso a procurarne la vendita, bensì soltanto un critico che sappia valutare e dare obiettive indicazioni ai lettori intorno a ciò che nel libro stesso vi è di positivo e di negativo.

Assistiamo oggi ad un pullulare di recensori, che spesso sono semplici autori di qualche libro di versi o di prose improvvisatisi recensori allo scopo di scambiarsi elogi e altre cortesie. Tali recensori snaturano così il carattere originario della recensione, che per la sua etimologia presuppone l’espressione di valutazioni non soltanto positive ma anche negative, quando occorra. Si è arrivati al punto che la direzione di qualche rivista, editrice anche di libri, invia copie dei suoi libri a tutti gli abbonati, essi stessi scrittori, sollecitando delle recensioni: col risultato che per mesi o anni nella stessa rivista si ripetono gli stessi nomi d’autori e gli stessi titoli di libri, in un’interminabile catena di reciproca adulazione, che veramente dà fastidio. Insomma gli scrittori si leggono, si recensiscono e s’incensano vicendevolmente.

E assistiamo ad elogi sperticati di libri in cui gli autori, ad una verifica da parte d’un critico esperto, dimostrano di non conoscere l’uso corretto della punteggiatura e la distinzione fra pausa quantitativa e pausa qualitativa, costringendo la virgola a svolgere ora le funzioni proprie ora quelle d’altri segni di punteggiatura (due punti, punto e virgola, punto fermo). Così si producono periodi confusi e contorti, prolissi e stancanti, come stancante finisce con l’essere un’insistente paratassi, fatta di frasette elementari e magari nominali, affannose e singhiozzanti. A volte non si sa costruire un’architettura di vasto respiro e s’ignorano gli effetti di scorrevolezza dell’ipotassi e la differenza fra periodi semplici, composti e complessi. Altre volte nei sullodati libri si trovano errori di nomi e di date, improprietà lessicali, iterazioni, incostanza dei tempi verbali, scambi di transitivi con intransitivi, mancanza di coesione e di consequenzialità, contraddizioni, inconsistenza o fiacchezza di personaggi e situazioni, dispersività, erronei stili tipografici: per non parlare dei refusi, che vanno pur essi tenuti in considerazione, perché anche dall’impaginazione e dall’aspetto grafico-editoriale il libro assume il suo valore.

Ecco perché sarebbe opportuno che le riviste si dessero una regola al riguardo, non pubblicando più d’una recensione relativa allo stesso libro, e magari scritta da un addetto ai lavori, il quale a sua volta non pubblichi libri da fare recensire agli autori che lui stesso ha recensito.

Ma questa dovrebbe essere una norma deontologica per i recensori: quando hanno recensito un altrui libro, dovrebbero astenersi dal chiedere la recensione d’un proprio libro all’autore del libro da loro stessi recensito. A maggior ragione dovrebbero evitare di scambiarsi delle prefazioni e delle monografie: “io scrivo una prefazione o una monografia su di te, come tu hai scritto, scrivi o scriverai una prefazione o un’intera monografia su di me”. E ciò, per evitare quello che in politica si chiama “voto di scambio”: una cosa riprovevole!

Né lo scrittore recensito può protestare di fronte all’obiettività, pretendendo che nella recensione non venissero inclusi i rilievi negativi, sia perché quando si pubblica un libro si espone il fianco a qualsiasi critica, positiva o negativa, sia perché il recensore ha il diritto d’esprimere la sua valutazione senza condizionamenti, con la massima libertà e nella sua completezza, comprendendo in essa il contenuto e la forma, i pregi e i difetti. Proteste di questo tipo indicano un infantilismo di fondo: e infantile, davvero sulla scia del suo “fanciullino”, si dimostrò il Pascoli, un poeta peraltro assai caro, quando protestò energicamente e con colorite espressioni contro il Pirandello che, in seguito ad una rinnovata edizione delle Myricae, aveva giudicato negativamente alcuni aspetti deteriori della poesia pascoliana, su cui la critica (col Croce in testa) ha concordato pienamente. E se il trevigiano Comisso valutò negativamente la lingua del vicentino Fogazzaro per elogiare quella del catanese Verga, lo fece non per denigrare un suo corregionale, ma per un’obiettiva valutazione oggi condivisa dalla critica.

La protesta è ridicola o patetica quando il recensito, dopo aver inviato il suo libro al recensore e averne sollecitato la recensione, poi — se in essa trova dei rilievi negativi — protesta e addirittura rompe i rapporti col recensore, invece di ringraziare. È evidente che chi prima chiede una recensione-valutazione e poi una volta ottenutala non ne è soddisfatto deve limitarsi a ringraziare il recensore per attenzione-tempo-lavoro-spese e non inviargli più libri da leggere e recensire.

Un recensore che ammannisce elogi a tutto spiano si rende poco credibile, mentre uno che alterna giudizi positivi e giudizi negativi è senza dubbio credibile; anzi i rilievi negativi eventualmente presenti in una stessa recensione rafforzano la valenza di quelli positivi. Né il recensito può pretendere d’ottenere “compassione” dal recensore rinfacciandogli eventuali pecche presenti in libri dello stesso recensore, perché la funzione e lo scopo della recensione vanno oltre questi confronti.

Invece, un recensore serio, coscienzioso e onesto (cioè quello che non si diverte a cercare soltanto gli aspetti negativi d’un libro e a metterli in luce magari per stupide ripicche o vendette personali) va in ogni caso apprezzato e ringraziato per il semplice fatto che s’è occupato d’un libro, dando suggerimenti utili alla futura attività scrittoria del recensito.

In sostanza la recensione, per essere valida, dev’essere competente (scritta da un esperto), completa (riguardante contenuto e forma, pregi e difetti), obiettiva (assolutamente veritiera). Valutazioni di questo tipo metterebbero fine al malcostume dell’improvvisazione e inflazione.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 30.VI.2006; “Miscellanea”, San Mango Piemonte, lug.-ag. 2006; “Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2006]

RECENSIONI DI CARMELO CICCIA

pubblicate a decorrere dal 1995


Accademico Veneto Sconosciuto [Girolamo Priuli ?], La Galatea / Poema lirico con l’allegorie dell’Academico Veneto Sconosciuto, Stamperia non indicata, Località non indicata [Venezia ?], 1625, pagg. 216.

“La Galatea”: poema mitologico del Seicento con allegorie cristiane d’Academico Veneto Sconosciuto

“LA GALATEA” - Poema Lirico con l’allegorie dell’Academico Sconosciuto

Il mito di Aci e Galatea in un prezioso poemetto del XVII secolo

La rivista “Agorà” d’apr.-dic. 2003, edita dall’omonima casa editrice di Catania, ha pubblicato un interessante articolo-saggio del medico-umanista d’Acireale Salvatore (Toti) Pennisi così intitolato: “Il fortunoso acquisto di un pregevole volumetto caduto nell’oblio / Il mito di Aci e Galatea in un raro poemetto del Seicento / L’anonimo Academico Veneto Sconosciuto, in un intreccio di poesia e prosa, fa rivivere il mito senza tempo della ninfa Galatea e del pastorello Aci impreziosendolo di un profondo significato religioso”. Da quest’enunciazione si capisce l’importanza dell’acquisto fatto in una libreria antiquaria della Toscana, dato che si tratta d’un’assoluta rarità bibliografica. Quest’articolo-saggio può anche essere letto integralmente nel sito http://www.editorialeagora.it/rw/articoli/30.pdf

Nel suo scritto il Pennisi afferma che in Italia esista una sola copia di questo libro nella biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna e che all’estero risulti soltanto una copia nel catalogo della British Library di Londra e un’altra in quello della Bibliothèque Nationale di Parigi. In realtà — della stessa o diversa edizione — altre copie si trovano: in Italia nella bibl. dell’università cattolica di Milano, nella Marciana di Venezia, nella Bertoliana di Vicenza, nell’Estense di Modena, nella Statale del Monumento Nazionale dei Girolamini di Napoli, nella Civica di Cosenza; all’estero nella bibl. dell’università di Oxford (una copia ritenuta del 162- ? e un’altra ritenuta del 1730 ?), nella bibl. dell’università di Cambridge (Inghilterra), nella bibl. Nazionale di Scozia di Edimburgo, nella bibl. del Metropolitan Museum of Art di New York, nella bibl. dell’università “Yale” di New Haven e nelle biblioteche Berenson (settore musicale) e Houghton dell’università “Harvard” di Cambridge (Stati Uniti d’America). Ed è sperabile che a queste copie se ne possano aggiungere altre, reperite in altre biblioteche.

La copia di Napoli è stata recuperata dalle forze dell’ordine dopo essere stata sottratta — insieme con altre migliaia d’opere rare e preziose — da un neo-direttore della biblioteca stessa e da altri delinquenti, poi condannati a severe pene nel 2013. E per quanto riguarda la Francia quella indicata dal Pennisi in realtà si trova nella Bibl. Municipale d’Aix-en-Provence, dove in catalogo ne sono descritte tre: due in italiano e una in latino. Tuttavia, poiché la copia in latino ha la stessa collocazione d’una delle due in italiano, potrebbe esserci stato un errore nell’indicazione di due distinte copie al posto d’una: e quindi le copie potrebbero essere in tutto due anziché tre.

Le relative date di pubblicazione che figurano nei cataloghi sono: 162- ? (Oxford e New Haven), 1625 ? (VI, BO, New York e Cambridge U.S.A.), 1628 (MI, VE e MO), 1691 (NA e CS), due copie sec. XVI e una copia sec. XVII (Aix-en Provence), 1730 ? (Londra, Oxford, Edimburgo e Cambridge U. K.). Una copia con indicazione di data 1620 ?, messa all’asta dalla casa Christie’s a Parigi nel Dicembre 2012 e stimata € 4.000 - 6.000, era posseduta da Madame de Pompadour, favorita del re di Francia Luigi XV. E tutto ciò conferma la preziosità dell’opera.

Per fortuna nel 2009 e 2010 il testo è stato ristampato da Galatea/Kessinger e venduto anche tramite la rete telematica. Ne esiste una versione digitalizzata da Google, nella quale si nota qualche difetto di resa dovuto a cattiva inchiostrazione e alle ingiurie del tempo, mentre le pp. 159-162 erroneamente sono state inserite fra la 176 e la 177. Essa, realizzata su un testo d’Oxford, è interamente leggibile nel sito http://books.google.it/books?id=GnECAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

Il titolo dell’opera è La Galatea / Poema lirico con l’allegorie dell’Academico Veneto Sconosciuto. Ma oltre all’autore, nella prima edizione, che consta di pp. 216, non sono indicati né la stamperia e la sua località né l’anno di stampa. Francesco Saverio Quadrio (sec. XVII-XVIII), Gaetano Melzi (sec. XVIII-XIX) e Lodovico Piantanida (sec. XVII-XVIII) attribuiscono l’opera stessa a Girolamo Priuli, nobile e senatore veneziano: il Piantanida fissa la data al 1625, mentre un’altra edizione fu stampata a Cremona da Giacinto Belpieri (sec. XVII) nel 1628. Ora, poiché i Priuli (= priori, preminenti, prominenti, primi giurati; o Petrioli, diminutivo di Pietro) furono una famiglia patrizia veneziana, che aveva vari palazzi a Venezia e una sontuosa villa ad Orsago (TV), e che diede alla Serenissima — oltre che il cardinale patriarca Lorenzo — anche dei dogi, uno dei quali di nome Girolamo Priuli (1486-1567, già sepolto nella demolita chiesa veneziana di S. Domenico di Castello, ma con monumento funebre in quella di S. Salvatore), che è indicato come autore nei cataloghi delle suddette biblioteche di Milano ed Oxford e di cui si conserva un ritratto eseguito dal Tintoretto, se davvero fosse costui l’autore, l’opera sarebbe databile al Cinquecento, in conformità alla datazione indicata nel catalogo della bibl. di Aix-en-Provence; a meno che essa non sia stata pubblicata postuma. Tuttavia metafore, iperboli, diminutivi e vezzeggiativi, ridondanze e allitterazioni presenti in abbondanza nel testo ci fanno pensare al Seicento: e quindi l’autore dovrebbe essere un discendente omonimo vissuto a cavallo fra il sec. XVI e il XVII.

Lo sconosciuto autore riprende il mito dell’amore d’Aci e Galatea: il pastorello Aci s’innamora della nereide Galatea, di cui è innamorato pure il mostruoso ciclope Polifemo; il quale, vedendo i due amarsi, sommamente adirato scaglia contro di lui la cima d’un monte (faraglione); ma la ninfa trasforma Aci in fiume-dio. Questo “fiume beato” (p. 174), scomparso nell’eruzione etnea del 1169, ha dato nome alla vasta Terra d’Aci (CT), poi suddivisa in una serie di località i cui toponimi, magari agglutinati, cominciano con la parola Aci (Aquilia poi Reale1, Belverde poi Valverde, Bonaccorsi, Castello, Catena, Platani, San Filippo, Sant’Antonio, Trezza2), secondo l’auspicio della stessa Galatea: “Aci scritto, e descritto in cento guise /…/ Aci espresso, e impresso in mille modi” (p. 171).

Questo mito fu trattato da moltissimi poeti, musicisti e pittori, classici e moderni; però il libro dell’Academico Veneto Sconosciuto ha una sua originalità, perché sulla scorta di quanto avevano fatto numerosi scrittori cristiani medievali — i quali avevano inteso la civiltà classica greco-romana (compresa la letteratura) come prefigurazione e anticipazione della successiva civiltà cristiana — interpreta i vari passaggi del mito in chiave cristiana, sia pure con delle forzature.

Leggendo questo poema in versi liberi, che qualcuno suppone essere stato scritto per essere rappresentato (con o senza musica) in teatro, ci s’accorge che lo stile somiglia a quello dei poeti tipici del Seicento, marinisti e antimarinisti (ad es. si vedano la strofa con la pomposa presentazione della rosa alle pp. 16-17 e il verso “svenir la gioia, e impallidirsi il riso” a p. 95), anche se qui si notano meno enfasi e meno acrobazie, che pur ci sono, e in compenso c’è più sincerità, delicatezza di sentimenti e finezza espressiva, anche seguendo il barocco. Altre particolarità linguistiche sono: periodi prolissi; punteggiatura approssimativa; numerosi accenti e apostrofi o indebiti o mancanti; alterati come “sdegnosetta” (pp. 76 e 78), “Orsacchino” e “Buffonetto” (p. 129), “amorosetti” e “lascivetti” (p. 132), “deboletto” e “languidetta/o/e” (p. 145 e 153); la stella Venere detta “Bella Duce del dì” (p. 85), il verbo “si/mi diseterni” (p. 155).

L’ambiente è quello marino e rivierasco ai piedi dell’Etna, ma da buon poeta classicheggiante l’autore nel primo canto (“Invito del Cielo Innamorato à Galatea”) non può non fare un riferimento al mito della sicula Ibla (“Del’involate spoglie à gli horti d’Hibla”) e delle sue api (che “stillar sogliono poi / con ingegnose prove, / il nettare, e l’Ambrosia / per condire i Conviti / a le mense di Giove”), mito che per molti secoli ha attraversato tutta la cultura occidentale, classica greco-romana, medievale e moderna.3

La susseguente allegoria in prosa del suddetto primo canto riscatta la sdolcinatezza e la sensualità dei versi: l’autore si dimostra un moralista cristiano e per lui il Cielo è Dio innamorato di Galatea, il quale la invita a disprezzare le attrazioni terrene e a cercare quella gloria in cui risplende per l’eternità lo stesso Dio, “certa ricchezza di tutti gl’intelletti, e di tutti i desiderj humani”.

Simile svolgimento hanno tutti gli altri canti, intitolati come segue (fra parentesi la sintesi delle rispettive allegorie cristiane): “Segue il ragionamento del Cielo à Galatea” (l’anima s’affanna per le cose terrene, ma Dio fa di tutto per attirarla a sé), “Risposta di Galatea al Cielo” (l’anima si rifiuta di rispondere agl’inviti di Dio e finirà col passare dalla terra all’inferno), “Gelosie d’Aci” (nonostante le ripetute ripulse da parte degli uomini, il misericordioso Dio dà loro nuove possibilità di salvarsi), “Bellezze d’Aci” (la bellezza umana, a volte idolatrata, è insidiata dalle delizie mondane), “Scherzi amorosi d’Aci, e di Galatea” (l’anima sensuale si riduce a commettere peccati nascondendosi da qualche parte, ma Dio scopre tutto), “Amori d’Aci, e di Galatea” (le bellezze sono corruttibili e costituiscono inciampi alla salute dell’anima, mentre i piaceri, pur tanto apprezzati, sono lacci, follia e miseria), “Sdegno del Cielo” (di fronte al persistere della lascivia, Dio si trasforma da amico in giudice e prepara il castigo), “Polifemo destato dal Cielo” (Polifemo rappresenta la mano punitrice di Dio), “Furore, e canto di Polifemo” (l’anima ribelle, sorda e cieca viene da Dio indicata alla morte), “Aci percosso da Polifemo” (l’uomo cerca di schivare la morte, ma questa tanto lo insegue finché l’afferra), “Morte d’Aci” (l’anima si congeda dal corpo, in attesa di ritrovarlo nel giorno del Giudizio), “Aci tramutato in fiume da Galatea” (il corpo del defunto disonesto è trasformato in polvere, putredine e vermi, mentre quello dei santi si conserva per sempre), “Letitia universale nella mutatione d’Aci” (i diavoli fanno festa quando un’anima va all’inferno), “Ragionamento d’Aci Fiume à Galatea” (come il fantasma d’Aci, sorto dal fiume, fa intendere a Galatea d’essere diventato Dio, così Lucifero, già angelo di luce, sorto dall’Inferno con allettanti sembianze, fa intendere agli uomini d’essere diventato Dio, in modo da indurli a peccare e a dannarsi come lui).

Nell’ultimo canto (“Profetia di Protheo”) il dio-indovino Proteo profetizza la futura venuta d’Ulisse, che con un tizzone ardente accecherà Polifemo, castigandolo per la sua protervia, nonostante che Polifemo stesso poco prima rappresentasse la mano punitrice di Dio (contraddizione dell’autore, che ricorda in qualche modo la dantesca “vendetta… della vendetta del peccato antico” di Par. VI 92-93). E nella successiva allegoria l’autore chiosa che, mentre Proteo prefigura Profeti e Sibille, Ulisse è la prefigurazione di Cristo, “il quale doveva con il tizzone ardente dell’amorosa croce acciecar la morte”: morte che con la legge evangelica “non solo è divenuta domestica, ma pretiosa nel cospetto del Signore”.

A proposito di quest’allegoria finale, il Pennisi riferisce che Maria Teresa Acquaro Graziosi, studiando lo scrittore minore secentesco Juan Pérez de Montalván y Calderón, ha trovato che in una sua opera anch’egli aveva adattato questo mito al cattolicesimo, con Polifemo che simboleggia il diavolo, Galatea l’anima e Ulisse Cristo. Ebbene, secondo lo stesso Pennisi lo scrittore spagnolo potrebbe aver desunto questi paralleli da La Galatea dell’Academico Veneto Sconosciuto: ciò dimostrerebbe la diffusione di questa nostra opera in campo europeo. E questa è un’ipotesi plausibile.

I singoli canti sono illustrati da sedici incisioni di discreta fattura, mentre decorazioni varie sono disposte — oltre che in copertina — all’inizio e alla fine d’ogni canto e delle allegorie. L’incisore è anch’egli sconosciuto.

Carmelo Ciccia

__________________

[1] Acireale, che oggi conta oltre 50.000 abitanti, è il comune principale; e nel suo stemma risaltano le lettere A e G, iniziali d’Aci e Galatea, per sintetizzare il mito su cui si basa il toponimo; mentre nella villa comunale e nella biblioteca Zelantea ci sono raffigurazioni scultoree dei due personaggi mitologici.

2 Aci Trezza è la località in cui si svolgono I Malavoglia di Giovanni Verga.

3Sulla diffusione del mito d’Ibla si possono leggere fra gli altri i seguenti saggi di C. Ciccia: • Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte, Pellegrini, Cosenza, 1998, pagg. 120; • Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’onomastica, “Atti della Dante Alighieri a Treviso”, vol. IV, Zoppelli, Treviso, 2001, pp. 158-166; • Il leggendario miele ibleo, “Ricerche”, Catania, genn.-giu. 2009, pp. 35-72. In tali saggi è citato l’accostamento Galatea-Ibla presente in Virgilio e nel Foscolo, ma manca questo dell’Academico Veneto Sconosciuto perché ignorato all’epoca della stesura dei saggi stessi.

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, ott. 2013; “Le Muse”, Reggio di Calabria, febbr. 2014]


Sandro Allegrini, Percorsi di lettura per Domenico Defelice, Il Convivio, Castiglione di Sicilia, 2006, pagg. 160, € 10.

Sfogliando questo libro, anzitutto si resta favorevolmente impressionati dall’eleganza grafico-editoriale, dall’ottima impaginazione e dalla nitidezza dei caratteri. Queste cose agevolano la lettura e quindi la fruizione del testo; a cui contribuiscono poi l’assenza di prolissità e la precisione nell’uso di punteggiatura, corsivi e grassetti, nonché la chiarezza del dettato e la scorrevolezza dello stile, pur nella rigorosità delle trattazioni, anche se non si perdona all’autore qualche espressione popolaresca come “collaborando assiduamente con la rivista da lui diretta” (pag. 11), scritta seguendo l’erroneo modo d’esprimersi di certi contemporanei: e ciò, perché in realtà ogni collaboratore collabora (insieme con altri) alla (redazione della) rivista.

Eppure, fatto questo rilievo, notiamo che ha un curriculum di tutto rispetto il critico Sandro Allegrini, il quale anche nell’assidua collaborazione alla rivista “Pomezia-notizie” dimostra d’essere serio, colto, attento e capace di coinvolgere i lettori. Ed è grazie a queste doti ch’egli, dichiarando di voler integrare e non sostituire la precedente monografia d’Orazio Tanelli, ha potuto far fronte al non facile compito di presentare e valutare un personaggio poliedrico come Domenico Defelice: poeta, narratore, critico, traduttore, disegnatore, editore, promotore culturale, giornalista, polemista e quindi intellettuale di consistente spessore, il quale sta sulla breccia ormai da una cinquantina d’anni. Ed è alla presentazione e valutazione globale dell’intellettuale, oltre che a quella delle sue opere, che l’Allegrini ha puntato, riuscendovi egregiamente.

Perciò, considerate le sfaccettature del personaggio trattato, anzitutto appare lodevole il proposito di dedicare abbondantemente attenzione e tempo a lui; e, anche se risulta evidente che in questa scelta hanno giocato un notevole ruolo l’amicizia personale e la collaborazione, tuttavia l’agente principale rimane il critico, il quale sa esprimersi in piena autonomia, all’occorrenza (particolarmente nelle opere giovanili) rilevando qualche inadeguatezza, caduta di tono e altro aspetto negativo (e certamente il Defelice non pensa di risentirsi per tali rilievi).

Così in questo libro, in cui domina un andamento descrittivo-narrativo che lo rende più gradevole e — si direbbe — rilassante, l’Allegrini passa in rassegna tutta la produzione del Defelice, ne mette in luce i contenuti, le forme, le radici culturali, i paralleli con altri autori, le posizioni ideologiche, l’umorismo, le prospettive, le conclusioni; e addirittura dà delle anticipazioni e valutazioni su opere in fieri.

Notevole è al riguardo il modo di procedere dell’Allegrini: nei vari capitoli in cui esamina le singole opere egli pone dei titoli che di fatto ne sintetizzano e definiscono le caratteristiche: “Soggettivismo lirico e realtà sociale”, “Forme della tradizione e autenticità di sentimento”, “Sinfonia di colori e di passioni”, “Epicità e lirismo”, “Realismo sociale, dolcezza e rabbia”, “Dolore e compianto”, “Intertestualità e impegno civile”, “Castigat ridendo mores”, “Umorismo come sublimazione della sofferenza”, ecc. C’è da aggiungere che ogni capitolo s’apre con (in epigrafe) una massima d’un noto autore. E, come in un ordito, dall’intreccio di tutti questi fili si qualifica la sostanza della produzione del Defelice.

Di questa sostanza fa parte — e ad essa l’Allegrini dà la giusta evidenza — il collegamento fra arte e socialità del Defelice, il quale nella sua attività scrittoria più o meno apertamente interviene sulla storia, sulla cronaca, sul costume, sulla società in generale: e ora accenna a politici come Andreotti e Craxi, ora interpreta la vicenda di Mussolini, ora commenta quella di Moro, ora anticipa di molti anni la deplorazione della signora Ciampi circa la “tv deficiente” (che oggi si chiama “tv spazzatura”), ora bacchetta la Chiesa per la spregiudicata modernità di certi preti e per la mondanità dei riti sacramentali (battesimi, cresime, matrimoni), mentre propone di stigmatizzare anche i peccati contro lo Stato (ingiusta mercede ai dipendenti, evasione fiscale, ecc.). Anzi l’Allegrini, che apprezza e condivide l’alto concetto di poesia espresso dal Defelice in una nota del 1979, precisa che la produzione del Defelice stesso segue e interpreta la vita politica e sociale di mezzo secolo; e s’associa a lui anche in certe prese di posizione, come ad esempio sul caso Pasolini, quando il Defelice rampognò aspramente lo scrittore friulano che aveva denigrato i calabresi pur avendo poco prima ritirato un premio conferitogli proprio in Calabria.

Infine, mentre opportuna e motivata appare l’introduzione d’Angelo Manitta, utili si rivelano la sia pur essenziale antologia lirica, la bene schematizzata nota bio-bibliografica del Defelice e l’indice dei nomi. Qualche sporadico refuso tipografico non incide sul giudizio largamente positivo, pur creando qualche problema di comprensione: ad esempio, mentre da una parte si capisce benissimo che “ballati” (pag. 70) deve intendersi “ballate”, dall’altra in riferimento a Francesco Fiumara (riconosciuto come maestro e guida del Defelice) non si capisce se “corregionario” (pag. 16) deve intendersi “correligionario” o “corregionale” o altro.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, genn. 2007]


Carla Amirante Romagnoli, Tele bianche, bianche pagine, Il bandolo, Palermo, 2010, pagg. 72, € 11.

“Tele bianche, bianche pagine” di Carla Amirante Romagnoli

Il passaggio dalle tele (pittura) alle pagine (poesia) per evidenziarne il rapporto

Dopo ciò che ha scritto il critico triestino Fabio Russo nella sua accurata prefazione — che è un articolato saggio (intitolato “Orizzonte e mistero”) su quest’autrice, della quale ha analizzato e commentato tutte le composizioni — è difficile aggiungere altro. Ad ogni modo, anche per favorire la conoscenza di lei, presentiamo qui il suo primo libro di liriche.

L’affermata pittrice Carla Amirante Romagnoli, romana ma residente a Palermo, oltre che per la sua attività artistica è nota per la sua partecipazione al Centro Internazionale di Studi sul Mito di Palermo, di cui lo stesso Russo fa parte; ma poi, ispirandosi al mito, s’è data anche alla poesia, pubblicando dapprima questa silloge Tele bianche, bianche pagine (Il bandolo, Palermo, 2010, pp. 72, € 11) e dopo l’altra più esplicita Nuvole e miti (Saladino, Palermo, 2012, pp. 64, € 8).

Già il titolo Tele bianche, bianche pagine nella sua formulazione a chiasmo delinea il passaggio dalle tele (pittura) alle pagine (poesia), mettendone in evidenza lo stretto rapporto nel campo delle arti: e in questo volumetto alle poesie s’alternano i disegni della stessa autrice, confermandone la duplice abilità. La silloge è dedicata con umiltà a Giacomo Leopardi, “vetta inarrivabile di poesia”, un autore caro all’autrice — oltre che al prefatore — della cui poesia e del cui pensiero (orizzonte, infinito, vuoto, annegamento, nulla…) s’avverte in essa la presenza, unitamente a quella d’altri noti autori.

È evidente che il motivo del mito è pregnante in quest’opera, la quale prende le mosse proprio da esso; e, dopo le spiegazioni del caso, in particolare per quanto riguarda il suddetto passaggio dalla pittura alla poesia, vi sono rievocati vari miti classici, fra cui quelli di Demetra, di Pan, di Persefone e del titanico Telamone d’Agrigento; ma a questi, a conclusione della silloge stessa, è aggiunto il mito cristiano denominato “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”, fornito dall’evangelista Giovanni (Apoc. VI 2-8) e compendiato nell’immagine della Morte che cavalca il suo cavallo brandendo una falce: “Esso era verde e scheletrito / perché alla vista ognuno / subito ad un cadavere / pensasse e preso fosse / da mortale spavento.” (p. 66).

E, poiché la parola mito significa ciò che si racconta, leggenda, favola, in queste composizioni l’autrice a volte sembra tornare ad un passato remoto: allora il suo linguaggio — solitamente bene scandito e spesso musicale, grazie al taglio dei versi, alle assonanze e ad altri espedienti (chiasmi, iperbati, anafore, ecc.) — diventa quasi prosastico e assume connotazioni dell’infanzia o per l’infanzia, producendo una poesia gnomica in cui l’autrice racconta e spiega episodi intangibili, aggiungendo ad essi esortazioni di matrice cristiana e domande varie, di cui la più importante è quella che assilla tutti gli uomini: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo e dove va l’universo, la cui misteriosa nascita è essa stessa un mito.

Perciò, dopo pessimistiche riflessioni in cui parla di “vuoto” che scende in lei simile a morte, di “buio assoluto” che l’avvolge, d’“abisso infinito” che l’attira nel gorgo e del “nulla totale” che la fa sparire (p. 34), alle domande “Perché l’universo?” e “Perché c’è la vita? La morte?” l’autrice risponde laconicamente: “La vita, l’aldilà, l’universo, / per me, tutto è mistero.” (pp. 42-43).

In definitiva, questo è un lavoro di scavo: l’autrice fa quasi un esame di coscienza ed esprime osservazioni, stupori e dubbi che non sono soltanto i suoi. C’è nella silloge un accostarsi alle tematiche esistenziali più ricorrenti, che l’autrice espone con semplicità e chiarezza, in un dettato scorrevole e corretto, certamente favorito dalla buona conoscenza dei nostri migliori poeti.

E questo riuscito esordio fa bene sperare per eventuali sue future produzioni in versi.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, apr.-mag. 2013]


Roberto Andò, Diario senza date o della delazione (Gea Schirò, Palermo, 2008, pp. 140, € 16

“Diario senza date o della delazione” di Roberto Andò

Memorie, deplorazioni, notazioni: tutte incentrate sulla città di Palermo

Roberto Andò regista cinematografico, teatrale e televisivo ha voluto qualificare impropriamente come romanzo il suo libro Diario senza date o della delazione (Gea Schirò, Palermo, 2008, pp. 140, € 16), il quale non ha una vera e propria struttura narrativa, ma in realtà espone una serie di memorie, deplorazioni, notazioni: il tutto incentrato sulla città di Palermo, in cui egli è nato nel 1959, da cui s’è allontanato e in cui ogni tanto ritorna, con un rapporto d’amore-odio.

Esili fili narrativi si potrebbero individuare soltanto nell’incontro con un restauratore di carte, nella rievocazione della morte d’un compagno e in quella d’una suora portinaia di scuola, nella menzione d’un candidato politico del 1946 che riuniva i capimafia per fare promesse e ricevere voti, nella perlustrazione della città a scopo cinematografico, nella descrizione d’un cortile dell’infanzia e di vari palazzi nobiliari chiusi e abbandonati alla polvere, nel ricordo del nonno.

In questo ritorno, dovuto alla ricerca delle tracce del poeta Lucio Piccolo di Calanovella, famoso più che altro per essere stato cugino del grande Giuseppe Tomasi di Lampedusa ed essere vissuto alla sua ombra, l’autore vede Palermo come una città distrutta, non soltanto dalla seconda guerra mondiale, ma soprattutto dall’odierna guerra di criminali e spie, in cui si confondono i ruoli delle istituzioni e delle cosche (e qui egli condanna i molti politici collusi) e in cui la scelta fra la vita e la morte è all’ordine del giorno. E perciò egli parla dei generali del crimine che mettono in ginocchio la città, a suo parere irredimibile.

Per l’autore a Palermo non si può parlare di patria, presupponendo questa parola un comune sentire, che lì non c’è, mentre c’è una criminosità condivisa. E così lì ogni giorno c’è un appressamento alla morte, grazie anche alla presenza del famoso quadro d’anonimo “Il trionfo della Morte”, esposto nella galleria regionale di Palazzo Abatellis, e alle mummie delle catacombe dei Cappuccini. In definitiva Palermo gli appare come l’“epitome di tutte le città pietrificate”, dove vigono lo spaccio di droga, il crimine organizzato e l’omertà; e non si fa altro che escogitare scelleratezze, magari poi gratificando (?) gli uccisi con un elevato rituale, che va dal corteo al suono di marce funebri, all’esecuzione di sonori applausi (che appaiono fuori della grazia di Dio) e alla predisposizione d’altisonanti lapidi.

Nel libro aleggia lo spirito del poeta Piccolo in una con quello del cugino, del quale qui l’autore rammenta l’opinione sul sonno dei siciliani, che non vogliono scuotersi e cambiare. Con questi due scrittori fanno capolino altri in qualche modo connessi: Pirandello, Brancati, Montale, Pasolini, Visconti, Sciascia, Consolo, Zanzotto, Valéry, Yeats, Pound. E non mancano abbozzi di saggi sul Piccolo e sullo Sciascia, nella convinzione che a Palermo lo scrittore dev’essere un delatore, dovendo fare un racconto infinito d’empietà: ecco perché il titolo del libro Diario senza date si completa col chiarimento “o della delazione”.

In questo suo impegno l’autore non ha tempo per guardare se non di sfuggita i famosi monumenti e panorami cittadini, rilevandone tuttavia il degrado e l’incuria: la piazza delle Vergogne, la via del Mare, il cimitero degl’Inglesi… Piuttosto preferisce assumere un atteggiamento gnomico in certe massime negative, quali “L’unica risorsa del Sud è la catastrofe… il Male, qui, è già di per sé, l’unica risorsa possibile” (p. 18) e “Il passato sta tra il presente e il futuro come in un sogno” (p. 76).

E, dopo aver ricordato il suo lungometraggio sul Tomasi e l’altro sul Piccolo, deluso per non aver trovato quanto cercava sul Piccolo stesso, del quale peraltro fa parecchie citazioni, l’autore alla fine riconosce che il suo è “un racconto che non è mai cominciato” (p. 123) e decide di partire, nella convinzione che prima o poi ritornerà, sempre spinto dal bisogno di ritornare e di ripartire.

Il libro, essendo un diario d’appunti, è fatto di periodi brevi, a volte nominali, semplici, chiari, corretti e scorrevoli, sia pure con la presenza di qualche parolaccia di moda. L’aspetto editoriale è curato, fatta eccezione per un paio di refusi, e s’avvale della presenza di varie fotografie d’arte e d’una nota conclusiva di Valerio Magrelli.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, ag. 2010]


Brandisio Andolfi, Dettati dell’anima, Bastogi, Foggia, 2005, pagg. 96, € 6.

L’elegante forma grafico-editoriale, che esibisce in copertina un vivace dipinto del Savoldo, l’impaginazione, il tipo di carta e la nitidezza dei caratteri fanno sì che d’acchito questo libro di poesie si presenti interessante; e quest’impressione è avvalorata dalla lettura delle prime composizioni, che invita il lettore ad inoltrarsi nella scoperta d’un suggestivo universo poetico.

Superfluo è soffermarsi qui sulla personalità di Brandisio Andolfi, che frequentemente pubblica libri, prefazioni, articoli e saggi, e che per ciò ha ricevuto numerosi e significativi riconoscimenti, occupando un ragguardevole posto nel panorama letterario odierno.

Il titolo di questo libro, Dettati dell’anima, ci fa pensare al dettato degli stilnovisti, compreso Dante che formulò la definizione del dolce stil novo, anche se qui il clima è assai diverso da quello dello stilnovismo. Qui c’è uno specchiarsi dell’autore in sé stesso e un confidarsi agli altri, quando i capelli cominciano ad ingrigire ed è l’ora di fare un bilancio della propria vita, tirando i remi in barca e affidandosi — secondo un proverbio — a Dio o alla sorte. Ecco perché l’incipit “Rivisitazioni” assume il carattere d’una premessa o introduzione a meglio capire il contenuto della corposa raccolta: e queste rivisitazioni sono fatte come ricerca di gioie perdute.

Fin dalle prime composizioni ci accorgiamo d’essere in presenza d’un robusto poeta che ha delle buone carte da giocare, a cominciare dalla musicalità che fa da sottofondo a gran parte della raccolta, dandole un’impronta di malinconica pensosità. L’autore prende per mano il lettore e lo accompagna in una serie di riflessioni che lo staccano dalla quotidianità per dar senso alla vita o — come dice lui — per farlo emigrare verso l’infinito (quello del mondo interiore), con un occhio rivolto alla vita e uno alla morte, “finché la barca va”. E, se da una parte, esaltando il creato inteso come dono di Dio, egli resta abbagliato dall’immensità, dallo splendore del meriggio in un campo fiorito o da alcune immagini femminili che guizzano nella sua mente come lampi di meteore, dall’altra pensa ai fiori che crescono fra le tombe dei cimiteri, con un costante riferimento all’aldilà.

Perciò egli biasima i degradanti aspetti della civiltà contemporanea, quali il nottambulismo, le discoteche, gli schiamazzi e le droghe, e pensa alle vittime della strada, in particolare ai tanti giovani che per incoscienza ed ebbrezza d’avventura, oltre che a causa della nebbia o di altri fattori naturali, non tornano più a casa dalle “stragi del sabato notte”: “Scende il silenzio nelle piazze; / s’addormenta stanca la città, ogni sera. / Solo le auto dei giovani / si rincorrono lungo le strade / che portano dove impazzano / discoteche e droga, ogni sera. / All’alba qualche auto non arriva / in città: si perde lungo la strada / del ritorno.” (p. 40)

E a proposito di discoteche causticamente aggiunge che di notte “I giovani-macchina profanano / i silenzi nel mondo lussurioso / delle discoteche, s’agitano come / tarantola caduta sulla brace.” (p. 83)

Oh, se i giovani leggessero questi versi e riflettessero! Ma purtroppo sono molti quelli che non ne hanno voglia, perché si sentono superiori anche ai saggi anziani. E la saggezza di quest’anziano genera poesia che assume anche un valore sociale.

Nel libro sono anche deplorate le violenze alla natura, come la caccia agli uccelli e l’inquinamento atmosferico che nella ricorrenza di S. Lorenzo non consente più di vedere le stelle cadenti; sono biasimati certi comportamenti sociali come lo scarso uso del saluto e del sorriso; sono richiamati luttuosi eventi come l’assalto alle Torri Gemelle di New York e i tafferugli di Genova: cose — tutte — che lo spingono ad auspicare un Natale né tecnologico né violento. E, se il vivere in queste condizioni diventa penoso, allora “Nel buio della notte nera solo / una luce in lontananza: provvido / faro-guida dell’ultimo viaggio / alla riva eterna della Pace”. (p. 72)

In sostanza è gratificante per il poeta isolarsi in sé stesso ed essere uomo solo “senza spazio né tempo”, “alito dentro l’Eterno”. (p. 81)

Nel libro ci sono anche piacevoli echi di poeti come D’Annunzio (p. 30), Rilke (p. 42), Catullo (p. 49) e Pavese (p. 57), poeti ben assimilati dall’Andolfi.

Dovendosi poi, per obiettività e completezza della recensione, fare qualche rilievo, diciamo che esso riguarda la quantità delle composizioni, alcune delle quali avrebbero potuto essere tralasciate a vantaggio della qualità. L’esclusione avrebbe potuto riguardare quelle composizioni, specialmente nella seconda parte del libro, in cui l’afflato lirico rivela delle cadute di tono a causa d’insistente paratassi, d’affannose spezzature e di marcata prosasticità o retorica. Ma è chiaro che ogni autore è affezionato a tutte le sue creature, come un padre a tutti i suoi figli.

Refusi e/o sviste grammaticali sono molto limitati (si possono contare sulle dita d’una mano), e anche questo rende l’edizione — tutto sommato — pregevole.

Infine appare pertinente ed efficace la prefazione d’Antonio Crecchia.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, mag. 2006]


Antonio Angelone, La ruota della fortuna (Mo ze sposa Peppnèlla), Verso il futuro, Forlì del Sannio (IS), 1994, pagg. 72, s.p.

Il Molise giustamente è stato considerato un’isola o meglio un’oasi, sia per ambiente naturale che per lingua e costumi, i quali hanno potuto conservarsi meglio e più a lungo, sotto l’incalzare del progresso. Ciò ci dà la possibilità di trovare in esso paesaggi vergini e modi di parlare e di vivere che altrove sono scomparsi.

Antonio Angelone è un artista (commediografo, poeta, pittore) lungamente impegnato nella conservazione e valorizzazione delle peculiarità della sua terra: ne sono una riprova una cinquantina d’opere da lui pubblicate presso varie case editrici. La sua recente commedia dialettale in quattro atti La ruota della fortuna (Mo ze sposa Peppnèlla), che si onora della prefazione di Ugo Vignuzzi (univ. “La Sapienza” di Roma) e della postfazione di Giovanni Ruffino (univ. di Palermo), avrebbe anche potuto intitolarsi goldonianamente “I pettegolezzi delle donne”: e al Goldoni abbiamo più volte pensato leggendo quest’opera, perché nell’Angelone come nel Goldoni c’è il gusto della semplicità e della vivacità, una marcata caratterizzazione dei personaggi, la coralità di certe situazioni, il desiderio della risata innocente e cordiale, la giusta conclusione morale. Quanto alla caratterizzazione, essa non è una marcata differenziazione fra un personaggio e l’altro, i quali — eccezion fatta per gl’immancabili e a volte buffi soprannomi — spesso sono simili nel pensare, nel parlare e nell’agire, quanto una netta e incisiva caratterizzazione del “tipo” molisano. Quello che qui è profondamente caratterizzato è un ambiente e una società rurale-pastorale forse ancora attuali.

Notevole è in questa commedia la funzione della fontana pubblica: dove non ci sono bar o altri centri d’aggregazione e intrattenimento la fontana ne svolge il ruolo. È accanto alla fontana pubblica che si raccolgono le comari e tra un pettegolezzo e l’altro intessono una trama. Qui non è tanto la vicenda del contrastato fidanzamento fra Giovannino “re Fescechiariéglie” e Peppinella “la Rcciulina” che c’interessa quanto il regime di povertà in cui si svolge la vicenda e da cui derivano non solo una vita grama, all’insegna dell’elementarità e delle privazioni, ma anche puntigli, dispetti e ripicche: regime che in effetti condiziona la vita di tutti i personaggi e d’un’intera comunità. Se ci vuole l’arrivo del classico zio d’America per vedere finalmente realizzato il sogno d’amore di due giovani, ciò dev’essere motivo di profonda riflessione per i giovani d’altri ambienti, in cui le comodità si sprecano e non si conosce il sacrificio. E questo va sicuramente a merito dell’Angelone, in cui certamente c’è l’intento non solo di dipingere un quadro folcloristico ma anche di presentare un momento storico su cui riflettere.

Pur non conoscendo il dialetto molisano, una considerazione dobbiamo fare sulla lingua usata dall’Angelone nella traduzione in italiano allegata al testo-base, alla quale ci siamo rifatti. È — questa — una lingua che per lessico, locuzioni, moduli e struttura ha un andante musicale e cantabile, di certo proveniente dal dialetto, alla quale è fortemente improntata: segno che l’Angelone ha tenuto conto della grande lezione linguistica del Verga. Ciò e i dialoghi serrati fanno sì che la vicenda scorra velocemente.

Il testo-base, oltre a due poesie, contiene anche interessanti avvertenze linguistiche e cenni storico-geografici su Forlì del Sannio, paese dell’autore e scenario della vicenda.

Carmelo Ciccia

[“Percorsi d’oggi”, Torino, nov.-dic. 1998]

Antonio Angelone, Storia di una comunità dalle lontane origini: Forli del Sannio, Comune di Forli del Sannio, 2003, pagg. 232, s.p.

LA STORIA DI FORLI DEL SANNIO

In questi ultimi anni si sta accentuando l’interesse delle comunità locali per la conoscenza della propria identità: perciò si ricercano e studiano storia, geografia, usi, costumi, tradizioni, ecc. Per quanto riguarda la comunità molisana di Forli del Sannio (IS) questo compito se l’è assunto egregiamente Antonio Angelone, figlio di questa stessa comunità, il quale con una vasta produzione ha già dato prova d’essere non solo bravo poeta e commediografo in dialetto, ma anche difensore di cultura e tradizioni locali, e ora ha pubblicato il libro “Storia di una comunità dalle lontane origini: Forli del Sannio” (Comune di Forli del Sannio, 2003, pagg. 232, s.p.).

Il compito che l’autore s’è assunto non è né semplice né facile: egli ha affrontato la storia fin dalle lontane origini, appoggiandosi ad un’autorevole bibliografia, che lui stesso ha interpretato ed ampliato con le sue conoscenze ed esperienze. Anzitutto ha affrontato la questione dell’esatta denominazione: Forli (come lui sostiene) o Forlì (come si legge in documenti e timbri ufficiali del municipio, nonché in dizionari ed enciclopedie)? Le ragioni addotte dall’Angelone si rivelano subito valide; e anche il monumentale Dizionario di Toponomastica (U.T.E.T., 1990), in una voce siglata da Carla Marcato, concorda su ciò, attribuendo l’accento finale (peraltro presente anche in questo dizionario) “ad attrazione del più noto Forlì di Romagna”.

Con appassionato, paziente e competente lavoro, che lo ha impegnato in archivi e biblioteche di varie località, oltre alla storia e alla geografia del comune l’Angelone passa in rassegna condizioni e attività economiche (con particolare riguardo all’agricoltura e all’artigianato), usi, costumi, tradizioni, casate e dinastie, personaggi (fra cui sindaci, eroi e poeti, d’uno dei quali riporta varie poesie), organizzazioni religiose, ricorrenze e feste, toponomastica, vestiari. L’autore si sofferma sulle condizioni sociali del tempo dell’ultima guerra, mettendone in evidenza i disagi e rendendo più interessante la descrizione col racconto d’episodi a lui noti. Egli riporta poi proverbi, nenie, cantilene, storielle e canti popolari, aggiungendo un utile dizionario d’espressioni dialettali non più in uso o pochissimo usate. Non manca un resoconto dell’esodo che ha portato i molisani ad emigrare in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita. L’opera si conclude con la bibliografia e con una scheda sulla considerevole attività letteraria dell’Angelone.

Infine al volume dà un notevole contributo l’apparato iconografico, costituito da disegni, planimetrie, mappe, fotografie (anche di gruppi familiari) e riproduzioni varie.

Lo stile, pur con qualche virgola fuori posto, è semplice, chiaro e scorrevole: perciò si consiglia il volume particolarmente alle università, accademie, scuole e biblioteche, non solo degli enti locali.

In conclusione si può affermare che questa monografia sa contemperare le esigenze della scientificità e quelle della divulgazione. La comunità molisana può essere orgogliosa del lavoro d’Antonio Angelone, il quale, trattando del suo comune di nascita, ha in realtà messo in buona luce l’intero Molise, i cui figli si sono affermati e fatti stimare nel mondo per la loro onestà e laboriosità. In particolare i forlivesi potranno specchiarsi in questo lavoro e trovare in esso da dove provengono, com’erano e come sono, consapevoli che non si può progettare e costruire bene il proprio futuro se non si conosce bene il proprio passato. In questo senso importante è la testimonianza dell’autore stesso, il quale soltanto dopo avere sperimentato la dura vita del pastore e del contadino è approdato agli attuali esiti letterari.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ’Dante’ albonese”, Albona-Labin (Croazia), lug.-dic. 2004; Antonio Angelone, Forli del Sannio: storiografia a cura di Antonio Angelone, Accademia “Mazzocco”, Isernia, 2004]


Antonio Angelone, Le avventure di Fiordaliso / Tra disincanto e realtà, Accademia Internazionale Lucia Mazzocco Angelone, Scoppito (AQ), 2009, pp. 200, s. p.

Questo nuovo libro dell’isernino Antonio Angelone ha tutti i requisiti per farsi leggere da piccoli e grandi: anzitutto la bella copertina e poi la carta bianca e opaca (non lucida e quindi non fastidiosa alla lettura), i caratteri grandi e nitidi, la buona impaginazione, la chiara schematizzazione dei capoversi, le idonee illustrazioni dello stesso Angelone e di Piergiovanni Battibocca. E come ogni favola che si rispetti l’incipit è quello tradizionale o quasi del C’era una volta, che qui è variato in “C’era tanti anni fa”. In più il testo abbonda di superlativi, diminutivi, aggettivi e pleonasmi, che a qualcuno potrebbero sembrare espressioni ora d’enfasi ora d’ingenuità e di semplicità, se non di semplicismo. Eppure questo è il linguaggio adatto ai fanciulli, a cui prioritariamente il romanzo è destinato: prioritariamente ma non esclusivamente, perché i messaggi sono per tutti, anche per gli adulti, i quali peraltro oggi, in un mondo meccanizzato e materializzato, cioè disincantato, hanno bisogno ancora della favola, del mito, dell’illusione, dell’incanto...

Nel romanzo dell'Angelone, oltre al “C’era tanti anni fa”, ci sono tutti gl’ingredienti delle favole: reami fantastici, castelli e casette nel bosco, re e regine, principesse e cortigiani, maggiordomi e camerieri, pranzi luculliani, fate e sirene, pesci parlanti, maghi e ciarlatani, incanti e disincanti, viaggi e metamorfosi; e poi la valle dei fiori, l’isola dei cavallucci marini, l’isola delle scimmie, la terra delle sette meraviglie, il paese dei miracoli, il paese della pace (dove si trova un convento di benedettini), l’isola felice, il mare delle tempeste o della morte, il paese della speranza. Ma l’esposizione va al di là della favola per investire la realtà, la cruda realtà odierna, e lanciare messaggi utili — e addirittura necessari — all’individuo e alla società, al fine di fare acquisire una coscienza altruistica e rispettosa di sé, degli altri e dell’universo.

Al centro della narrazione c’è un bambino di sett’anni che intraprende un viaggio avventuroso e periglioso con vari stadi e stazioni, in un continuo ricominciare da capo, alla ricerca del paese dei Miracoli, dove gli abitanti siano onesti, caritatevoli e non invidiosi, s’amino reciprocamente e amino gli animali, siano capaci di condividere beni preziosi quale il pane, non pratichino né falsità né corruzione e soprattutto rispettino igiene e ambiente. E tutto ciò, sempre con sprezzo del pericolo, il quale anzi serve far maturare il protagonista e a rafforzarne la buona volontà, sempre con la speranza nel cuore, tanto che nell’apprendimento c’è anche la “lingua della speranza”.

In quest’avventura, il protagonista Fiordaliso è in successione pastorello, contadinello, navigatore, esploratore, scimmia acrobata, fraticello, precettore. Dunque il romanzo è pieno d’azione e movimento, ma anche di pensiero: un pensiero che consiste nell’insegnamento-educazione che l’autore, già insegnante elementare, dà per bocca di Fiordaliso e che — oltre a suggerire di comportarsi rettamente e di porgere aiuto a chi ne ha bisogno — include anche la lotta alla droga e all’inquinamento, l’igiene personale, la pulizia delle strade e delle campagne, l’equilibrio del sistema planetario. Ecco perché ci sono descrizioni di paesaggi incantevoli, pieni di colori e profumi, e di floridi giardini, ricchi di frutti saporosi, a cui l’autore contrappone gli odierni cibi senza sapore e fiori senza profumo, attribuendone la responsabilità agli operatori economici, agl’industriali e ai capitalisti senza scrupoli, che — provocando fumi, rifiuti, scorie e tossicità, acqua non potabile e pesci morti — determinano l’inquinamento, che a sua volta dà luogo ad “un disastro ecologico ed umano” (p. 151).

Perciò l’autore s’esprime anche per massime, quali: “Nella vita contano i fatti e non le parole. Le parole se le porta il vento.” (p. 76); “I regali prima si accettano con piacere, poi si pretendono per i piaceri fatti, e la gente, così, diventa corrotta. Il regalo più bello è solo la gioia che ho provato per la buona azione fatta.” (pp. 76-77); “La cultura è l’anima della civiltà e del progresso di un popolo.” (p. 161); “Solo là dove si spera di vivere in un mondo migliore, nella pace e nella tranquillità, e non nell’ingiustizia, nella cattiveria e nella prepotenza umana, possono essere applicati quei principi di giustizia, indispensabili per costruire un mondo di pace.” (162).

E per sottolineare vicende e insegnamenti, l’autore inserisce ogni tanto delle composizioni in versi, semplici e cantabili, a volte quasi in forma di filastrocche, particolarmente gradite ai piccoli lettori, l’ultima delle quali alla fine del libro auspica un abbraccio dei poveri da parte dei ricchi e potenti, perché “Dall’abbraccio comune / nascerà nei vostri cuori / l’arcobaleno dell’Amore”.

Nel libro ci sono anche echi di grandi scrittori: per fare qualche esempio, l’agnellino Pippo che muore quando vede tornare il suo padroncino Fiordaliso ci ricorda l’omerico cane Argo che muore quando vede tornare il suo padrone Ulisse (Odissea XVII 290-327); il piccolo Fiordaliso ci ricorda l’Ulisse dantesco che viaggia “per seguir virtute e canoscenza” (Inf. XXVI 120; l’espressione “Non spirava un alito di vento” (p. 116) è una variante della manzoniana “Non tirava un alito di vento” (Promessi sposi VIII); lo stesso Fiordaliso ha qualcosa dello Scurpiddu dell’omonimo racconto di Luigi Capuana; e l’acrobata fra gli alberi ci ricorda Il barone rampante d’Italo Calvino. Invece sembrano distanti I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, perché nell’Angelone non c’è la satira, ma prevale l’intento didascalico-moralistico.

Le ultime pagine del libro sono interessanti dal punto di vista documentario per l’imponente bibliografia dell’autore — che è insieme scrittore, commediografo (anche in dialetto) e pittore — nonché per l’elenco dei riconoscimenti da lui ricevuti e dei critici che si sono occupati delle sue opere. Notevole è anche il profilo dell’illustratore Battibocca.

Passando all’aspetto strettamente formale, si nota l’attenzione dell’autore per fornire una forma quanto più possibile ordinata e corretta. Ciononostante qualcosa è sfuggito, come — ad esempio — gli sgradevoli errori di divisione delle sillabe in fin di riga. I numerosi refusi e sviste varie possono essere corretti direttamente dai lettori. Per quanto riguarda il sottotitolo Tra disincanto e realtà, s’osserva che questo non è esatto, perché il disincanto è già un uscire dall’incanto, illusione o favola, e un tornare alla realtà; e perciò si possono mettere in opposizione non disincanto e realtà, bensì fantasia e realtà oppure finzione e verità. Ci sono poi maiuscole indebite (Regina, Sirena, Regnante, Principessa, Sindaco, Pianeta, Convento, Esclamava, ecc.), virgolette mancanti in qualche discorso diretto e virgole che talora o tagliano il soggetto dal suo verbo o mancano nei vocativi o fungono da punto e virgola; a qualche personaggio un po’ si dà del voi, un po’ del tu; spesso il discorso diretto d’un personaggio è suddiviso fra vari capoversi, dando l’impressione (anche per la mancanza delle virgolette) che ricominci il testo narrativo e a volte confondendosi con l’inizio del discorso diretto d’altro personaggio; e in certe domande il punto esclamativo funge da interrogativo. Inoltre per rispetto alla lingua italiana le parole latine e straniere — anche se poche — avrebbero dovuto essere messe in corsivo o fra virgolette.

Ma queste imperfezioni formali non intaccano l’espressione dell’alta coscienza etico-sociale d’Antonio Angelone e il valore educativo del suo lavoro.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, lug.-dic. 2009]

Sandro Angelucci, Il cerchio che circonda l’infinito, Book, Castel Maggiore (BO), 2005, pagg. 78, euro 11,50.

Et verbum caro factum est: “E la parola si fece carne” (Giov. I 14). È proprio il caso di cominciare questa recensione con una celebre dichiarazione di fede, a causa della profonda religiosità che aleggia in questo libro: una religiosità che non è formalistica e convenzionale (anche se vi ricorrono parole come angelo, paradiso e simili), ma grande spiritualità, anelito d’infinito, tensione verso Dio. Probabilmente dietro questa silloge poetica c’è la Bibbia, nel suo spirito se non nella sua lettera. Ma la citazione evangelica sembra quanto mai opportuna anche perché è alla poesia, e quindi alla parola, e per giunta alla parola poetica, che l’autore affida le sue tensioni spirituali, chiamandola a farsi procuratrice d’infinito e quindi di quel Dio fatto uomo sopra la croce.

Indubbiamente la nostra quotidianità è intessuta di miserie, di sofferenze, d’incertezze, di paure: l’autore lo nota e lo sottolinea pur senza farne dei drammi, senza inveire o blaterare. La sua è una poesia sommessa, che s’affida più che altro alla riflessione e alla persuasione. È per questo che essa s’insinua dolcemente in noi, ci accarezza con la sua bellezza, ci culla con la sua melodia e anche ci persuade. Ed è grazie alla poesia che l’autore, lungi dalla retorica e dall’apologetica della religione ufficiale, riesce a spiccare il volo, dalla grigia o nera terrestrità-temporalità alla sfolgorante eternità, proiettandosi verso il trascendente e quindi verso Dio.

Ecco, dunque, che la silloge poetica Il cerchio che circonda l’infinito di Sandro Angelucci si configura come un’opera d’edificazione morale, in cui risalta da una parte lo spessore spirituale dell’autore, dall’altra l’utilità che ne può derivare per il lettore quando costui cerchi con l’autore di sciogliere l’enigma della creazione, dell’esistenza umana, dell’aldilà. Il lettore, per trarne profitto, può leggere e rileggere il libro, e magari decidere di tenerlo sul comodino, come prontuario o vademecum. Infatti in questo libro la poesia è adatta alla meditazione: il carattere gnomico si desume anche dalle citazioni di grandi poeti (Rilke, Goethe, Jiménez) poste in epigrafe all’inizio d’ognuna delle tre parti in cui si divide la silloge.

Oltretutto il lettore attento potrà ricavarne un notevole beneficio estetico, perché la silloge è anche frutto di grande capacità tecnica. Si capisce subito che l’autore è un vero poeta, ben esperto e navigato, uno di quelli che oggi raramente s’incontrano. E questa pubblicazione vive all’insegna della perfezione: dall’impostazione delle liriche al taglio dei versi, dal timbro del lessico alla collocazione di parole e frasi, con un’attenzione particolare al messaggio implicito, magari posto in versi isolati o in frasi nominali, dopo due punti o un punto fermo. Inoltre — sembra incredibile nella sciatteria dei nostri giorni! — non vi sono refusi, errori o sviste d’alcun tipo: perfino la punteggiatura è sempre corretta, meticolosa e altamente motivata, come pure la distinzione fra maiuscole e minuscole, mentre a sua volta l’aspetto grafico-editoriale è allettante.

In definitiva, questo è un libro perfetto sotto ogni punto di vista: caso rarissimo. E non resta che complimentarsi con l’autore, nella convinzione che a questo libro ne seguiranno altri di pari valore.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2006]


Sandro Angelucci, Verticalità, Book, Ro Ferrarese, 2009, pp. 80, € 12,50.

La verticalità di questa silloge di liriche altro non è che un’ansiosa ricerca di cielo e d'infinito: ecco perché fin dall’esordio il poeta proclama il suo “bisogno di verticalità”, che poi si fa “sogno di cielo” (p. 17), e vuole andare sempre più in alto, magari dove la neve copre le distese, lontano dagli uomini e dal loro inutile chiasso, e dove il silenzio serve per immergersi nelle proprie riflessioni sul trascendente. Le nuvole rincorrono i pensieri, fra candori e minacce, e il poeta si sente come un naufrago che s’agita nel nulla opposto al tutto e nel brutto opposto al bello. Per fortuna la sua non è una ribellione clamorosa, ma genera poesia; e, quando ci si nutre d’amore, tutto ritorna puro. E, se una colpa il poeta l’ha, egli la riconosce nel voler cantare la Bellezza: perciò il libro si costella — oltre che di morte — d’altre parole quali Poesia, Bellezza, Cielo, Sole, Luce, Dio...

Il poeta invoca Dio e lo implora di ritornare quanto prima, chiamandolo Dio dell’uomo, del tempo, d’una volta; e la sua poesia assume aspetti gnomici quando con ponderatezza scrive “La voce di un poeta / è quella del silenzio” (p. 34) e “Al cospetto della morte siamo soli / e questo tirocinio / che è la vita / forse altro non è / che l’occasione / per riappropriarci della nostra solitudine.” (p. 36). Egli parla di continue morti e d’infinite resurrezioni: “Ché all’infinito nacqui / ed infinite volte io risorsi / prima di morire” (p. 49); difende la poesia e si paragona ad un albero che accetta la volontà di Dio, offrendo al cielo i suoi rami nudi, in attesa di poter donare i frutti.

Per poterlo amare egli ha sete di Dio, lo insegue ogni giorno e vorrebbe raggiungerlo sui ghiacciai delle stelle, perché ha scommesso sulla sua esistenza, bontà e Bellezza: e non chiede una conferma a ciò, dato che gli basta il silenzio; mentre il canto liberatore che proviene dalle stelle “innalza queste vite / fatte di luce / di nuvole e di marmo” (p. 51). Immerso nella natura, il poeta ne coglie la manifestazione del divino, tanto che le foglie gli appaiono come bibbia: sente forte il bisogno di “pregare, pregare, pregare” (p. 57) e vuole salire sul carro dell’Orsa Maggiore per essere condotto “lungo campi di stelle / a raccogliere spighe / sulle zolle del cielo” (p. 67). E a conclusione il poeta, fra un’epifania e l’altra del Sole, ci dice quale sarà per lui l’unico Dio: “un’incommensurabile volontà / di sublimazione della parola / di continua materializzazione / e di dissolvimento dello spirito / nella vita universale” (p. 70).

Come si vede, il lavoro dell’Angelucci, di cui molti lettori conoscono la serietà e la capacità, pur moralmente impegnato è scevro d’elucubrazioni e appartiene alle più valide creazioni dello spirito: il poeta è riuscito anche stavolta ad innestare un tema complesso in un concerto melodico, grazie all’intelligente taglio dei versi e all’idonea scelta dei vocaboli. E si può aggiungere che il lettore, se paradossalmente non gradisse il contenuto d’elevata meditazione, per essere interessato avrebbe a disposizione tutta la bellezza della forma, che s’avvale di correttezza espressiva, chiarezza e scorrevolezza, rendendo questa silloge una delle migliori di questa stagione letteraria.

Infine utile e condivisibile appare l’attenta prefazione di Silvano Demarchi, mentre la forma grafico-editoriale è elegante e fine.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2010]


Sandro Angelucci, Titiwai, Ladolfi, Borgomanero, 2019, pp. 83, € 10.

I lettori più accorti e sensibili avevano letto con entusiasmo le precedenti sillogi di versi di Sandro Angelucci, personalità di rilievo nel panorama culturale contemporaneo, compiacendosi per l’elevata qualità della sua poesia, che si esprimeva — si può dire — alla perfezione per quanto riguarda sia il contenuto sia la forma, e rilevandone la rarità in un periodo in cui prevalevano l’improvvisazione e la mediocrità.

Con questa nuova silloge l’autore non raggiunge il livello delle precedenti, ed in particolare della prima intitolata Il cerchio che circonda l’infinito del 2005, ma ne riprende e continua alcuni temi, le problematiche, le ansie, i messaggi. In ogni caso le sue composizioni sono come quelle “titiwai” del titolo di questa silloge e dell’ultima omonima lirica, che per i Māori della nuova Zelanda di lingua polinesiana “Sono larve che emettono bagliori / sulla scala degli azzurri.” (p. 73).

Anche qui c’è tanta voglia d’infinito da parte d’un uomo che si pone molti interrogativi e mostra di tendere a quell’Assoluto, che già aveva occupato buona parte della produzione precedente. Diciamolo francamente: anche qui c’è l’anelito verso Dio, nonostante le difficoltà della ricerca. Come Ulisse-Nessuno l’uomo tende ad accecare il gigante con un palo e porsi in navigazione verso la sua Itaca: “Navighiamo per mari stranieri. / Cerchiamo in terre lontane / la creta che abbiamo nel cuore. / Ed è qui, dentro di noi, / il coraggio delle nostre paure. / Soltanto al ritorno / scopriamo il perché del nostro viaggiare.” (p. 15). Riconoscendo che alla base di tutto c’è un mistero, l’autore nota poi che “è così bello essere mortali / sapere di far parte del mistero” (p. 19); e raffigura noi uomini come “sperduti tra le dune del deserti / dove a miraggi / si riducono le oasi” (p. 23). E dopo avere capito “che c’è un solo modo / per amare davvero: / essere amati” (p. 32) e che “si avvicina l’ora del tramonto” (p. 39), l’autore si chiede ancora “Chi siamo? Dove andiamo?” (p. 45), fino a quando di fronte alla bellezza della natura può sentire l’eco della biblica voce di chi affermò “Io sono colui che sono” (p. 58).

Oltre a ciò in questa silloge ci sono altri temi: i nefasti effetti di bombe e gas nervini, l’inquinamento derivante dal petrolio, il contrasto fra la ricchezza del mondo occidentale e la povertà del terzo mondo, la carenza d’acqua e la conseguente aridità, la libertà della natura, la madre, la felicità, la poesia, i frutti benedetti da Dio ma trascurati da molti uomini, la poesia, la salvezza del mondo…

Come si vede, dunque, ci sono validi motivi per leggere e apprezzare questo nuovo lavoro dell’Angelucci. E, se pur s’incontrano composizioni con tracce di retorica prosastica, ce ne sono altre in cui dominano il fine lirismo e la competenza tecnico-espressiva: ad esempio, è il caso di “Gonfiare le piume” (p. 34), “Preghiera per mia madre” (p. 41), “Come le spighe pane” (p. 52), “Il contratto” (p. 53), “Io sono colui che sono” (p. 58), “Se si chiede” (p. 59). In queste ed altre liriche c’è una suggestione che deriva non soltanto dall’ansia del poeta per il regno dello spirito, ma anche dal taglio, dalla levità e dalla musicalità dei versi, che confermano il poeta di prima.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2022]


“Annali della fondazione Verga”

Invito al recupero della memoria complessiva del grande scrittore catanese

È ricco di notizie e commenti, e quindi molto interessante, il n° 2 (nuova serie) degli Annali della Fondazione “Verga” (Stampadiretta, Catania, 2009, pp. 316), che nella quasi totalità presenta i testi delle relazioni tenute al convegno svoltosi a Catania nei giorni 12 e 13 Dicembre 2008 sul tema “Il punto su… Verga e il Verismo”: in ogni caso i due saggi estranei al convegno rientrano nella temperie verghiana. Per evidenti ragioni di spazio, qui non è possibile recensire in profondità tutti i saggi inclusi, ma potranno essere utili alcuni cenni sul contenuto del volume, brillantemente introdotto da Nicolò Mineo, presidente della Fondazione stessa.

Giuseppe Giarrizzo s’occupa della civiltà europea fra Ottocento e Novecento, rilevando i costi umani del progresso, quando con De Roberto (I viceré) e Pirandello (I vecchi e i giovani) si comincia a fare i conti col Risorgimento: problema già affrontato dal Verga (La libertà).

Gabriella Alfieri tratta della critica linguistica sul Verismo, basandosi su quelle che lei chiama lettura a tagliatelle e lettura a lasagne; e nella lunga rassegna di filologi e linguisti vari cita Gianfranco Folena e Carlo Cenini, il quale ultimo s’era occupato dell’onomastica minore dei Malavoglia, titolo da Antonio Di Silvestro fatto risalire al siciliano malavogghia, mentre l’Alfieri stessa lo fa risalire antifrasticamente al ligure bonavogghia nel senso di “galeotto”, cioè buon rematore; e a proposito degli “alveari” velati del Mastro-don Gesualdo in nota ricorda Gino Raya e Antonio Mazzarino che di ciò s’erano occupati, mentre subito dopo rileva alcune allitterazioni in ar presenti nell’ultimo capitolo dei Malavoglia.

Giorgio Longo, parlando del Verga e del Verismo in Francia, fra l’altro riporta il poco noto articolo verghiano in francese Le patriotisme devant les sentiments internationaux (“La revue”, Paris, 1.II.1904, IV série, vol. XLVIII), in cui lo scrittore, dopo aver giudicato il patriottismo non solamente utile ma anche necessario, afferma che, in attesa del giorno in cui gli uomini si comportino da veri fratelli rinunciando alla forza per dirimere le controversie, sia cosa buona e obbligatoria non soltanto amare ed esaltare la patria, ma anche tenere secca la polvere da sparo.

Claudia Oliveri svolge un “discorso anomalo” sulla Russia e su altri paesi slavi, fra l’altro facendo presente che non soltanto i romanzi minori del Verga trovarono in Russia un ambiente idoneo alla loro diffusione e che era russa la protagonista del romanzo verghiano Tigre reale, ma anche che una certa Anna Ul’janova, sorella nientemeno che di Vladimir Ul'janov detto Lenin, tradusse in russo le novelle verghiane Guerra di santi ed Epopea spicciola, dopo aver tradotto il deamicisiano Cuore e avere scritto il suo racconto Caruso, d’impronta verghiana.

Romano Luperini esamina l’interpretazione di Giacomo Debenedetti, accennando al bozzetto Nedda, inquadrato nel filone filantropico-sociale facente capo al Dall’Ongaro e alla Percoto, e si sofferma sulla poesia della chiusa dei Malavoglia.

Andrea Manganaro parla delle novelle verghiane nella critica, rifacendosi principalmente al Russo, il quale definì “poesia cristiana” l’arte del “laico” Verga, perciò detto “prosatore-poeta” grazie alla cantabilità dei suoi periodi, e depositari d’una “religiosità laica” i suoi personaggi; e riporta la distinzione pirandelliana (ma d’origine aristotelica) circa l’essenza del romanzo, del racconto (modo epico-narrativo) e della novella (modo drammatico), da lui avvicinata alla tragedia greca, precisando che secondo Guido Guglielmi nel Novecento nasce il “romanzo a cornice” in cui ogni episodio o capitolo è un compiuto racconto a sé.

Guido Nicastro fa il punto sul teatro verghiano, evidenziandone ascendenze, trasposizioni, somiglianze e differenze, non senza accennare ai rapporti col melodramma e col cinema.

Matteo Durante presenta la laboriosa ricomposizione autografa della novella Vagabondaggio, mettendo a confronto nella sua certosina ricostruzione codici e varianti, anche con quadri sinottici, e riportando in appendice il testo dell’ultima versione dell’intera novella, corredato degli apparati di correzioni e successive varianti.

Salvina Bosco s’interessa del Verga in linea, elencando in ordine con opportune chiose tutti gli autografi per arrivare alla fruizione telematica dell’intero corpus verghiano e deplorando il fatto che per lungo tempo le carte verghiane sono rimaste segretate e a volte smarrite.

Giovanni Vecchio s’intrattiene sulla contrada Bongiardo, più volte nominata in Nedda, e ne indica il sito tra Santa Venerina e Zafferana Etnea, verso Pisano (CT), allegando due relative fotografie.

Mario Tropea fa il punto su tutto ciò che in Luigi Capuana è spiritico, soprannaturale, esoterico: una tendenza presente anche in Farina, De Roberto e Fogazzaro, oltre che in numerosi scrittori stranieri, senza dimenticare il Verga delle Storie del castello di Trezza e riferimenti in Pirandello e Svevo.

Rosario Castelli fa una panoramica su Federico De Roberto, operante nel momento in cui il Naturalismo sfociava nello Psicologismo, e sul suo malcontento circa la situazione della società italiana dopo l’Unità, ravvisando nei Viceré (come anche nel Gattopardo del Tomasi di Lampedusa) una delusione siciliana; ne traccia una bibliografia ragionata, in cui loda l’intervento di Matteo Collura, e c’informa che il Verga non aveva tanta fiducia nelle donne, specie se scrittrici.

Olga Signorello si diffonde su Antonino Russo Giusti, avvocato, attore e autore di teatro dialettale. Delinea l’ambiente catanese in cui egli operò fra personalità quali da una parte i letterati Verga, Rapisardi, De Roberto, Martoglio, e dall’altra il fisico Majorana, i politici Di Sangiuliano e De Felice e il cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet, oggi beato, senza dimenticare attori come Musco, Grasso, Anselmi, Balestrieri, Micalizzi, ecc., e numerosi giornalisti. Parla pure dei successi del Russo Giusti non soltanto nell’Italia Settentrionale, ma anche all’estero, perfino in remote contrade: in questo contesto cita il musicista catanese Gaetano Emanuel Calì che musicò la celebre romanza …e vui durmiti ancora!, però non dicendo che essa era ambientata al fronte durante la prima guerra mondiale e che era stata composta dal poeta dialettale Giovanni Formisano (Catania 1878 - 1962).

Michela Toppano infine si sofferma sul romanzo derobertiano Spasimo, sottolineandone la ragione cieca e le astuzie della fede (e viceversa), i sentimenti di perdono e pietà, il collegamento con l’anarchismo bakuniano. A margine va detto che sullo stesso argomento ha pubblicato un interessante libro Giorgia Capozzi, riguardante non soltanto il romanzo, ma anche la sua trasposizione nel dramma La tormenta (titolo probabilmente desunto da La tempesta di Shakespeare, del quale egli era ammiratore), fatta dallo stesso De Roberto: trasposizione ignorata dal saggio della Toppano.

La forma grafico-editoriale è modesta, puntando solamente all’essenziale, e la lettura è disturbata da numerosi refusi tipografici, che ad ogni modo non sminuiscono il valore delle relazioni presentate.

Purtroppo nei vari interventi hanno poca considerazione critici come Gino Raya (il quale in realtà fu il principale verghista, grazie all’infaticabile ricerca e studio delle lettere del Verga, oltre che per propri saggi critici e per il completamento del ciclo narrativo dei vinti, ideato dal Verga e poi interrotto a meno di metà) e Carmelo Musumarra (critico apprezzato anzitutto per i suoi studi verghiani); e, per parziale informazione dei relatori, non vengono nemmeno citati altri “critici siciliani in servizio”, come li definì il quotidiano catanese “La Sicilia” nel supplemento speciale del 23 Aprile 1970, formando un pantheon degl’intellettuali siciliani illustri nel 25° anniversario della Regione Siciliana.

A conclusione si rileva che la Fondazione dovrebbe curare non soltanto lo studio dei manoscritti e della critica, ma la memoria complessiva del Verga, a cominciare dallo stato della tomba (che merita d’essere collocata all’interno della cattedrale di Catania) e dalla leggibilità delle lapidi sulle case del Verga stesso e del De Roberto, per incuria del Comune abbandonate a sé stesse e illeggibili da molti anni.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, mag. 2011]


Mario Pietro Ardesian, Dai Castelli al Buco del Piombo, Colorama, San Donà di Piave, 2006.

INQUIETUDINI D’UN SEMINARISTA NEL RACCONTO D’ARDESIAN-MASIER

Il poderoso volume di Mario Pietro Ardesian “Dai Castelli al Buco del Piombo” (Colorama, San Donà di Piave, 2006) reca una fascetta con una frase d’Adriano Masier: “Sette anni di storia di un ragazzo di campagna in cerca di se stesso e del suo futuro”. Tale frase, poi, nel frontespizio interno risulta come sottotitolo del volume stesso, unitamente all’altra “Strada facendo, si è trovato più volte tra i ruderi del castello dell’Innominato ”. Queste due frasi, più che il titolo, danno informazioni utili sul contenuto, di cui anticipano la sostanza; e così i sottotitoli riescono significativi, mentre il titolo vero e proprio significa poco. Ma basta guardare l’indice, bene schematizzato e collocato all’inizio, per avere un quadro abbastanza chiaro della trama.

Il Masier nell’introduzione dichiara che il protagonista Mario, cioè Mario Pietro Ardesian, è un suo fraterno amico e praticamente il suo “alter ego”. Inoltre quest’ultimo a pag. 203, circa la motivazione a scrivere il racconto-diario, confessa che nel 1957 fu spinto all’opera anche dalla considerazione che le iniziali del suo nominativo sono le stesse dello scrittore Alessandro Manzoni (A. M.). Poiché, invece, le iniziali dell’autore Mario Pietro Ardesian sono M. P. A., se ne deduce che il vero nominativo dell’autore di questo volume è Adriano Masier (A. M.), mentre Mario Pietro Ardesian è uno pseudonimo.

Dunque, siamo in presenza d’un racconto autobiografico: quello d’un ragazzo di campagna che per la povertà della famiglia, dietro consiglio del parroco, viene mandato in seminario, dove si spera che possa trovare il suo avvenire. Non è semplice né facile la vita nei seminari dei padri somaschi: è vero che alla precedente povertà si contrappone il privilegio (riconosciuto dall’autore) delle nuove eleganti dimore, della modesta agiatezza, delle visite di monumenti e paesaggi incantevoli e della gratuità del parco cibo e degli studi; ma le regole sono severe, tanto che, a detta del Masier, il quale critica quell’educazione “fatta con i paraocchi”, qualche sacerdote s’è dimostrato impreparato e/o inadatto e diversi ex seminaristi nella vita civile per reazione sono diventati atei, amorali, estremisti politici, delinquenti, squilibrati. E non bisogna dimenticare che il periodo del seminario a quell’epoca era quello della pubertà e quindi dei bisogni affettivi, delle pulsioni sessuali e dei sogni erotici.

Una serie di disavventure personali (cadute, denti rotti, esaurimento nervoso, influenza asiatica, coma, ricovero ospedaliero per asportazione delle tonsille, emorragie, incubi, ecc.), con conseguenti bocciature e calo dell’interesse per la vita seminariale, ma soprattutto una serie d’interrogativi circa la giustezza della scelta compiuta, dopo quasi otto anni inducono il protagonista a chiedere la dispensa dai voti semplici già emessi e a rientrare in famiglia e alla vita civile, nonostante che la precedente scalata ad un cedro del Libano, pericolosissima a causa di graffiature e mancamenti, sembrasse simboleggiare la vittoria sulle proprie debolezze e incertezze, con la conquista dell’“excelsior”. E dopo la sofferta rinuncia il protagonista è licenziato in malo modo, non senza essere segregato per qualche settimana in una cameretta d’altro istituto affinché non potesse “contagiare” altri novizi..

Ma neanche la ritrovata vita civile è facile: sia perché sono passati otto anni (e il protagonista non sa più parlare in dialetto, risultando un estraneo al suo ambiente) e con le donne è impacciato, sia perché la ricerca del lavoro (prima e dopo del servizio militare) è travagliata, costringendolo a vari cambiamenti d’attività, intervallati da periodi di disoccupazione. Soltanto alla fine egli trova il lavoro stabile e a lui adatto d’impiegato in un municipio e può fidanzarsi e sposarsi, procreando poi tre figli.

La narrazione si svolge in un alternarsi d’entusiasmi e ripensamenti, d’inquietudini e malinconie. Entusiasmanti sono le numerose gite e le fraterne amicizie che s’instaurano fra compagni. Già sembrano gite gli spostamenti: da Ponte di Piave (TV) a Treviso, a Quero (BL), a Corbetta (MI), a Ponzate (CO), a Somasca di Vercurago (allora BG e ora LC), a Camino (AL) e a Casale Monferrato (AL); e in tali spostamenti il protagonista ha anche l’occasione d’incontrare due futuri papi: l’arcivescovo milanese Montini e il patriarca veneziano Roncalli. Ma gite-camminate vere e proprie sono quelle a Treviso (dove il protagonista fra l’altro assaggia e apprezza i vini siciliani, pubblicizzati da un’insegna d’osteria), alla sorgente del Piave, a Venezia, ai monti Marmolada, Cesen e Grappa, alla Rocca di Cornuda, al fiume Ticino e al lago di Como, al Buco del Piombo, alla certosa di Pavia, a Lecco e ai luoghi manzoniani (tra cui anche il monte Resegone) e infine a Torino.

D’ogni dimora e località visitata, compresi monumenti e chiese, l’autore non si limita a descrivere l’aspetto (artistico, architettonico e paesaggistico) con attente e dettagliate notazioni che quasi ce le fanno vedere come in pittura o fotografia, ma, con l’apporto dei suoi assistenti e superiori (tutte persone dotate di grande cultura) traccia la storia, a volte dilungandosi per pagine intere. È il caso dei bombardamenti di Treviso, delle vicende del Veneto durante la Lega di Cambrai e della vita di S. Girolamo Emiliani (in veneziano detto Miani), fondatore della congregazione dei somaschi. Così egli stuzzica i desideri turistico-culturali dei lettori.

A proposito della cultura vigente in quei seminari, notevole è il culto delle lingue classiche: per quanto riguarda il latino, durante un’intera giornata settimanale (il venerdì) c’è per tutti l’obbligo di parlare in latino; e, per quanto riguarda il greco, la formula che accompagna il segno di croce viene pronunciata in tale lingua, di cui poi s’apprendono a memoria le parole transitate nell’italiano corrente. Invece il dialetto è vietato, pena la consegna al dialettofono d’una chiave di cui poi egli potrà liberarsi consegnandola a sua volta ad un compagno colto in fallo. Questa è una regola vigente in molti collegi (somaschi, salesiani, ecc.), dove magari al posto della chiave è un anello che circola fra gli studenti.

Il volume è talmente avvincente che quando si è giunti alla fine si riprende a leggerlo, almeno nelle parti salienti. Esso è arricchito da numerose fotografie (quelle antiche in bianconero e quelle recenti a colori), che ne fanno anche un album di memorie, con immagini di persone e luoghi. Ciò che lascia a desiderare è, però, la forma espressiva: infatti, sono parecchi non soltanto i refusi tipografici, ma anche gli errori vari (ortografia, grammatica, sintassi, punteggiatura, accentazione, lessico talora dialettaleggiante). Inoltre, a parte il fatto che l’uso dei corsivi e grassetti non sempre appare congruo, le parole dialettali o latine non sempre sono poste fra virgolette o in carattere differenziato e spesso non hanno la traduzione in italiano nemmeno in nota. Infine alcuni capitoli avrebbero potuto essere accorciati per ottenere una maggiore maneggevolezza.

Tuttavia l’opera dell’Ardesian/Masier complessivamente si caratterizza per la sua sincerità e per il suo intento d’insegnare qualcosa ai giovani: anzitutto con l’evocazione della povertà, delle privazioni e dei patimenti nel periodo a cavallo della guerra, nonché dei rudimentali giochi e giocattoli (per lo più autoprodotti), e poi con quello del rigore della vita seminariale, non a tutti accessibile. Notevole è anche l’accenno a tradizioni venete, come la festosità della vendemmia e la tristezza della ricorrenza di S. Martino, nota non soltanto per la sua breve estate e per il vino novello, ma anche per la fine dei contratti annuali di lavoro agricolo, che poteva creare gravi disagi alle famiglie.

In conclusione, da questo racconto, pubblicato quasi 50 anni dopo l’inizio della stesura, per una necessità di confessione e testimonianza, emerge la figura d’un ragazzo serio, consapevole e responsabile, maturato anzitempo, com’è raro trovarne oggi. L’autore, oltre ad auspicare un regime seminariale meno severo e più aperto di quello di mezzo secolo fa, insomma più consono all’evoluzione della società, vuole esortare i giovani d’oggi (abituati ad avere anche il superfluo e a vivere in un divertimento continuo) a riflettere sul vero scopo della loro esistenza e sulle difficoltà della vita d’una volta, dimostrando comprensione e rispetto per chi tanto patì, non sprecando i beni di consumo, praticando il dovere della solidarietà e facendo il possibile perché le privazioni e sofferenze d’un tempo non si ripetano più.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, lug.-dic. 2008]


Giovanni Pietro Arrivabene, Pontifici sit musa dicata Pio / “La mia poesia sia dedicata al pontefice Pio”, a cura d’Orazio Antonio Bologna, If press, Roma, 2014, pp. 128, € 15.

Il titolo latino di questo libro è desunto dal verso 50 della prima parte del carme di Giovanni Pietro Arrivabene, che nella sua formulazione è “Pontifici mea sit musa dicata Pio”. E bene ha fatto Orazio Antonio Bologna — docente nell’università salesiana di Roma, noto latinista e membro di prestigiose accademie latine — a pubblicare per la prima volta dopo 550 anni questo codice del sec. XV da lui scoperto nella libreria Piccolomini di Pienza, del quale in chiusura inserisce alcune pagine riprodotte, perché esso non soltanto illumina l’oscuro Arrivabene, ma di riflesso richiama l’attenzione sulla figura di quel grande umanista che fu Enea Silvio Piccolomini, poi divenuto papa Pio II.

Dopo il saluto del vescovo Rodolfo Cetoloni e l’utile presentazione di Manlio Sodi, preside del Pontificium Institutum Altioris Latinitatis, il Bologna nel suo articolato saggio introduttivo c’informa che l’Arrivabene nacque a Mantova nel 1439 e morì ad Urbino (di cui era vescovo) nel 1504; che era stato cancelliere (segretario e protonotaro) alla corte dei Gonzaga; che il suo carme, pur con qualche incertezza metrica e varie ridondanze, è ricco di profonda cultura, spaziante a vasto raggio nel mondo greco-romano (dalla teologia all’astronomia, dalla storia alla mitologia, ecc.); che riesce a rendere in poesia anche i dogmi più difficili, quali la Creazione, l’Incarnazione, la Trinità e la Verginità di Maria, e anzi a quest’ultimo riguardo nei versi 229-230 della seconda parte sembra riecheggiare la famosa preghiera “Vergine Madre” della Divina Commedia, opera a lui familiare.

Nella stessa introduzione, sia pure con alcuni termini non sempre accessibili al lettore comune, il curatore c’informa che Enea Silvio Piccolomini nacque a Corsignano (poi Pienza) nel 1405 e morì ad Ancona nel 1464; che in gioventù era stato contrario alla castità e aveva anche scritto opere licenziose; che, dopo aver chiesto e ottenuto perdono per tutto ciò, era divenuto sacerdote e vescovo di Trieste e di Siena; che era stato paladino della fede e della pace fra i cristiani; che nel conclave del 1458, dopo aver difeso l’italianità del papato, era stato eletto papa col nome di Pio II e come tale, pur essendo nepotista, era stato instancabile fautore della letteratura e dell’arte, a Roma e in Toscana, dove Pienza fu rimodellata ad opera d’eccellenti architetti del tempo, divenendo uno dei borghi storici più belli d’Italia; che fu assertore dell’autorità papale, impose la disciplina agli ordini religiosi, canonizzò la sua corregionale Caterina da Siena, difese gli ebrei e trascorse gli ultimi anni assillato dall’avanzata dei turchi, contro i quali indisse la IX crociata, mettendosene lui stesso a capo fino alla morte (cui seguì il fallimento della stessa) e arrivando a scrivere al sultano Maometto II, al quale propose di convertirsi al cristianesimo per diventare imperatore d’Oriente.

Alla fine dell’introduzione il curatore confessa d’essere stato tentato di tradurre il carme in endecasillabi tradizionali, ma poi ha optato per una prosa ritmica italiana, in ogni caso rifiutando di fare una traduzione letterale, sulla scorta di S. Girolamo, il quale, rifacendosi a Cicerone, aveva dichiarato di tradurre non parola per parola, ma concetto per concetto. E in effetti, per chi conosce il latino, è piacevole in questo libro seguire il testo del carme dalla pagina in latino alla pagina in italiano posta a fronte e notare come ben riuscita è l’interpretazione del Bologna.

L’Arrivabene, mischiando sacro e profano, cristiano e pagano secondo il metodo di certi umanisti, nel suo carme tratta della nascita e diffusione del cristianesimo, delle prime chiese locali, dei màrtiri, del primo papa che fu Pietro e di quelli successivi, per arrivare a Pio I (sec. II), che morì martire e a cui si deve la decisione di fissare la Pasqua alla domenica successiva al primo plenilunio di primavera; e ciò dà all’Arrivabene stesso l’occasione d’introdurre il successore Pio II, del quale — talora con enfasi, esagerazioni varie e affermazioni inverosimili (numero di Stati e sovrani partecipanti, nemici mostruosi e cannibali, tono da Mille e una notte) — esalta non soltanto la grande cultura e l’abilità oratoria, ma anche le epiche gesta, la resistenza alle difficoltà come il mitico Atlante e i trionfi relativi a quella crociata (in realtà presto fallita), trovando anche il pretesto per lodare la dinastia dei Gonzaga, presso cui egli stesso prestava servizio.

Oltre che per la scoperta, trascrizione e traduzione del codice dell’Arrivabene, questo lavoro del Bologna si segnala per la consistenza delle note, nelle quali è concentrata una dovizia d’utilissime informazioni e commenti di carattere biografico, linguistico, estetico, storico, geografico, mitologico, biblico e religioso in generale, che costituiscono una piccola ma preziosa enciclopedia del sapere e in cui non mancano opportuni riferimenti e confronti col poema sacro di Dante.

In quest’ottica non si bada a qualche inesattezza, come quella della festa veneziana dello “Sposalizio col mare” che a p. 108, nota 146, è posta nella ricorrenza dell’Assunzione della Madonna, mentre in realtà essa si celebra per l’Ascensione di Gesù: e perciò il libro può essere benissimo consigliato agli studiosi e alle biblioteche, trattandosi d’un interessante documento.

Carmelo Ciccia

[“L’araldo poliziano”, Montepulciano, 8.VI.2014]


Giuseppe Aspesi, Franco Piacentini e Mario Rossini (a cura di), Segni per la memoria / Epigrafi in Samarate, Freeman, Busto Arsizio, 2002, pagg. 120, € 8.

Samarate è un vivace comune in provincia di Varese, in cui opera attivamente un gruppo d’intellettuali ed artisti, con relativa pubblicazione d’una collana di libri. In questo volume a cura di Giuseppe Aspesi, Franco Piacentini e Mario Rossini, e con fotografie di Piermario Maran, sono raccolte, spiegate e commentate tutte le epigrafi esistenti nel territorio comunale. È evidente che un lavoro del genere va subito apprezzato, non soltanto perché costituisce un catalogo di cose delle quali forse a varie persone sfuggiva l’importanza, ma anche perché rappresenta una lezione di civismo intesa a valorizzare il culto della memoria.

Le epigrafi qui presentate si trovano in chiese, campanili, campane, tombe, uffici, scuole, monumenti, meridiane, targhe toponomastiche, case, ecc. Con esse di volta in volta s’invocano pietà e protezione dal soprannaturale, si ricordano benefattori, martiri ed eroi, si tramanda qualche guerra o epidemia, s’indica qualche località, si sottolinea lo scorrer del tempo e s’invita alla riflessione, si richiama qualche fatto di costume come ad esempio il mito della “classe di ferro”, su cui è interessante la nota storica che illustra una relativa scritta d’evviva tracciata da qualche sconosciuto alcuni decenni fa.

In successive edizioni di questo libro si dovrà aggiungere l’epigrafe che nel frattempo è stata dipinta sulla porta dell’ufficio del sindaco: Obliti privatorum, publica curate. (“Dimentichi degli affari privati, curate quelli pubblici.”) Si tratta d’una massima latina originariamente posta sullo stipite della sala del maggior consiglio del palazzo del rettore/governatore a Ragusa di Dalmazia, fatta propria dal consiglio comunale di Santorso (VI) e ora riprodotta a Samarate (VA) dall’artista Mario Rossini: una massima tanto importante che il papa Giovanni Paolo II la inserì nei suoi discorsi ufficiali in Croazia, nel 1998 e nel 2003.

Attraverso queste epigrafi, che spesso comprendono dei nominativi, si ha un quadro della vita religiosa, civile e morale di questa comunità, di cui praticamente si delinea la storia; e quindi tutte le epigrafi vanno lette con attenzione. Ad esempio, a volte si ricordano personaggi come l’aviere Francesco Baracca, il pioniere Giovanni Agusta, l’industriale Carlo Ricci, il medico Ercole Ferrario e il frate Daniele Rossini; a volte si riportano brani della Bibbia (Qohel.-Eccl. I 10); a volte si citano grandi autori come Virgilio (Buc. X 69) e Dante (Inf. XX 61-63); e c’è perfino una lettera autografa di Gabriele D’Annunzio.

Se tutte le epigrafi sono interessanti, particolare interesse hanno quelle in latino: e ciò, perché nella nostra epoca il latino è decaduto nelle scuole, nelle chiese e perfino nei seminari. In conseguenza di ciò i nuovi sacerdoti non sono più capaci di spiegare ai fedeli le epigrafi in latino che abbondano negli edifici sacri, di cui magari sono consegnatari, e nemmeno di presentare compiutamente la storia della Chiesa. Perciò molto opportunamente in questo volume tali epigrafi hanno la traduzione, anche se non sempre essa è fedele, come nel caso delle epigrafi delle campane, del Tantum ergo (che più che traduzione ha una libera parafrasi), e delle parole “pro vobis et pro multis” della consacrazione del vino (per le quali si è preferita la versione attuale “per voi e per tutti”, anziché quella letterale “per voi e per molti”).

A quest’ultimo riguardo, ovviamente questa non è la sede per entrare nel merito della contraddizione che ha indotto la Conferenza Episcopale Italiana, a differenza d’altre (ad esempio quella francese), ad adottare dopo parecchi secoli la nuova formula “per voi e per tutti” già respinta e condannata con ampie motivazioni nel catechismo di S. Pio V; però non si può non rilevare che in questo caso la traduzione “per voi e per tutti” è fuorviante dal punto di vista strettamente linguistico, facendo insorgere nei molti lettori che non conoscono il latino — aventi sotto gli occhi contemporaneamente il testo latino e la traduzione italiana — l’erronea convinzione che la parola latina “multis” (nel vangelo greco polloús = “molti”) significhi “tutti” (e non in realtà “molti”).

Tuttavia, a parte questo rilievo, il libro, che è corredato di varie illustrazioni e d’elegante forma grafico-editoriale, è degno di molta lode; cosa per la quale ci complimentiamo sinceramente con i curatori.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 3/2006]


Sandro Attanasio, Sicilia senza Italia / Luglio-agosto 1943, Mursia, Milano, 1976, pagg. 273.

Nella ricorrenza del fatidico 14 luglio

LA GUERRA DEL ’43 IN SICILIA descritta da Sandro Attanasio

È ancora opinione largamente diffusa che nel 1943 in Sicilia le truppe italiane avessero rinunciato aprioristicamente alla difesa, dandosi alla macchia o fuggendo a casa, anche se vi fu davvero qualche episodio del genere. In realtà, salvo il caso della piazzaforte d’Augusta che fu fatta saltare per motivi tuttora inspiegabili ancor prima che i nemici fossero in vista, i nostri soldati resistettero fino all’ultimo con ogni mezzo, ancorché dotati d’armi fasulle, in una ben organizzata difesa ad oltranza. Tutto ciò è ampiamente descritto e documentato nel libro del catanese Sandro Attanasio Sicilia senza Italia / Luglio-agosto 1943 (ed. Mursia).

Con uno stile semplice e chiaro l’autore (che sembra collocarsi su posizioni ideologiche di destra) descrive numerosi episodi d’eroismo, dalla vigilia dello sbarco all’insediamento delle nuove amministrazioni, da cui emerge che la vittoria alleata fu dovuta esclusivamente alla schiacciante preponderanza delle truppe alleate, che a volte, per conquistare un lembo di territorio o un obiettivo dovettero fare ripetuti tentativi.

Nel libro, fornito d’una ricca documentazione anche fotografica, vi sono numerosi particolari che gli anziani ancora ricordano, perché impressi indelebilmente nella loro mente: la fame, il razionamento dei viveri, il contrabbando, l’oscuramento della luce elettrica, la protezione delle vetrate con strisce di carta a vari disegni, il coprifuoco, il fischio d’allarme delle sirene, gl’improvvisati rifugi antiaerei, il rombo degli aeroplani, i razzi luminosi, i volantini aerei, i bombardamenti e poi i morti, i feriti, le macerie, lo sfollamento in campagne, il ricovero in capanne e grotte, le distruzioni, i lutti...

Ma, oltre a ciò, l’autore presenta ed esamina le questioni di politica nazionale ed internazionale: Hitler, Mussolini, il Vaticano, i tentativi di pace, la caduta del fascismo, l’armistizio, il governo militare ed altri. A volte l’autore si sofferma su particolari storici, geografici, meteorologici, di costume o folclore: una festa, un atto d’eroismo o d’umanità, una parola, un grido, una nuvola bianca, una curiosità; e sembra ch’egli sia stato veramente presente in quei momenti e abbia visto, vissuto, gioito o sofferto anche lui.

Come si succedono i memorabili fatti militari, così ci sfilano sotto gli occhi le centinaia di località siciliane che furono teatro di questa guerra. Paternò (e le sue frazioni Gerbini e Sferro) vi è nominata alcune volte e vi è ricordato il bombardamento del 14 luglio, solo che è datato tre giorni prima; strano che uno storico così pignolo come l’Attanasio si sia lasciato sfuggire un errore del genere: “L’11 luglio il continuo micidiale bombardamento raggiunse Paternò, una cittadina posta una ventina di chilometri a ovest di Catania, gremita di gente sfollata dalla città. I bombardieri alleati si scagliarono sulla cittadina colpendo in lungo e in largo. Si lasciarono dietro un mare di rovine e 9.000 morti o feriti. Le vittime furono tutte civili, in maggioranza donne e bambini. L’unico obiettivo militare di Paternò, il comando della 213^ divisione costiera del generale Carlo Gotti, fin dalla sera prima, si era trasferito in un posto tattico segreto stabilito in una fattoria nei pressi di Motta Sant’Anastasia, un paesino che domina la piana di Catania.” (pag. 149)

Purtroppo anche in certi libri e audiocassette editi a Paternò risultano sbagliate le date d’inizio e fine dei bombardamenti aerei su Paternò, che (ripetiamo ancora una volta) sono 14 luglio - 3 agosto 1943: basterebbe controllare i documenti, fra cui la motivazione della medaglia d’oro e anche le lapidi commemorative collocate rispettivamente in piazza della Regione e ai Quattro Canti: a parte il fatto che date del genere sono sempre vive nei sopravvissuti di quella catastrofe.

Nel libro è dato notevole spazio anche al dopoguerra, ai fermenti d’autonomia e d’indipendenza, al ruolo della mafia. Ne deriva una decisa volontà di ripresa del nostro popolo, contrastata però da innumerevoli difficoltà, naturali e politiche. Fra i giovani politici emergenti di quel periodo a pag. 185 è citato anche il futuro deputato Matteo Agosta, figlio del segretario comunale di Paternò cav. Vito Agosta.

L’opera, sebbene a volte appesantita da dettagli tecnici e numerici non sempre necessari, è un terribile mosaico di fatti purtroppo realmente accaduti e si legge con grande interesse perché altamente educativa, oltre che informativa; e perciò ne consigliamo la lettura nella triste ricorrenza del 55° anniversario del nostro bombardamento, a ricordo e monito.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 19.VII.1998]


Mercedes Auteri, L’isola del fuoco, C. R. E. S., Catania, 2008, pagg. 152, s. p.

La giovane Mercedes Auteri, nata nel 1977 a Catania, ma residente a Ginevra dopo avere studiato anche in Francia, in Irlanda e altrove, nelle sue peregrinazioni fra una biblioteca e l’altra s’è imbattuta in un testo singolare che subito l’ha interessata: Une excursion en Sicile d’un certo V. (?) de Floriant, racconto di viaggio (récit de voyage) pubblicato in un giornale della stessa Ginevra nel 1885. L’interesse è stato suscitato non soltanto dal fatto che lei stessa è siciliana, ma anche dalla natura del viaggio in sé, da quello della sua vita (per cui ringrazia sempre i suoi genitori d’averla fatta nascere) a quello dentro sé stessa alla ricerca del proprio io.

Il libro L’isola del fuoco / Un’escursione in Sicilia contiene la traduzione di questo racconto, un saggio dell’Auteri sul medesimo e altro ancora.

Dopo aver distinto i tipi di viaggio (di piacere, d’osservazione, di conoscenza, di studio, ecc.), l’autrice esalta la bellezza del viaggiare e nomina alcuni viaggiatori letterati e artisti, intendendo come libri di viaggio — oltre che il Milione — anche opere come l’Iliade, l’Odissea, la Divina Commedia, il Don Chisciotte ed altri simili.

Quindi inizia un colloquio col misterioso V. de Floriant; e, non sapendo il significato del nome abbreviato, esplicita l’abbreviazione in Viaggiatore e si rivolge a lui con un confidenziale “tu”, citando e mettendo in risalto le parti notevoli del suo racconto, delle sue osservazioni e dei suoi commenti. Da ciò e dalla successiva traduzione integrale s’evince che questo Viaggiatore si trattenne in Sicilia circa un anno.

Sbarcato a Messina (città da lui lodata e di cui descrive e documenta la tradizione della lettera inviata dalla Madonna ai messinesi con la famosa scritta “Vos et ipsam civitatem benedicimus” che figura alla base della statua del porto), il Viaggiatore si spostò a Catania (che giudicò infelice a causa della minacciosa presenza dell’Etna, incombente anche su Naxos), a Caltanissetta (di cui rilevò l’asperità e l’aridità delle montagne circostanti), a Siracusa (che gli sembrò molto interessante per la sua grecità e il suo parco archeologico), ad Agrigento (dove ammirò la magnificenza della Valle dei Templi, mentre deplorò la grettezza della contigua città moderna) ed infine a Palermo (dove notò il largo consumo di squisita pasticceria e la maestosità di certi palazzi, chiese, cappelle come la Palatina, monumenti e mausolei come quelli dei re normanni e svevi nella cattedrale, fasti conviventi con la miseria di casupole e stamberghe).

Il soggiorno a Palermo, poi, diede a lui l’occasione per descrivere usanze, feste e modi di vivere degli abitanti e per esternare dei giudizi. Oltre all’inconfutabile bellezza dell’“Isola del fuoco”, almeno nelle zone costiere e nei parchi archeologici, egli notò negli abitanti uno stato estremo di povertà (molti vivevano di soli frutti spontanei della terra), sottosviluppo e ignoranza a causa delle varie dominazioni (su cui si mostra ben informato), l’indolenza, l’incuria, la superstizione, la religiosità paganeggiante e una diffusa propensione alla delinquenza, tuttavia senza dimenticare il prestigio della Sicilia ai tempi in cui Siracusa aveva superato Atene per numero d’abitanti, forza bellica, ricchezza, lusso e cultura. Interessanti sono anche le sue osservazioni a proposito del clientelismo elettorale dei politici del nuovo Stato italiano.

Alla traduzione e al commento l’autrice aggiunge la rassegna d’altri viaggiatori svizzeri (comprese le truppe svizzere arruolate dai Borboni), di cui riporta opinioni all’incirca uguali a quelli di V. de Floriant. Fra questi viaggiatori non mancano pittori e disegnatori (fra cui — solo per citarne uno rinomato — Jean-Pierre Hoüel); e dei loro disegni allega numerose fotografie.

La scrittura dell’autrice è piana, scorrevole e fedele; e da essa traspare la vibrante passione con cui è sentito e svolto l’argomento. Il testo, pur essendo colloquiale, non manca di riferimenti culturali che denotano la vastità e la profondità della sua preparazione. Inoltre dettagliate note, elenco di fonti e ampia bibliografia arricchiscono il volume; il quale dal punto di vista editoriale, pur presentando qualche svista di punteggiatura e accentazione, interlinee talora irregolari e mancanza d’indicazione finale della tipografia che ha eseguito la stampa, anche se non perfetto è largamente apprezzabile sia per contenuto che per forma, anzitutto perché ci fa conoscere quello che pensavano gli stranieri della Sicilia e dei siciliani.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 18.II.2009]


Autori vari, Da Conegliano ad Auschwitz, Tip. Scarpis, S. Vendemiano, 1999.

DA CONEGLIANO AD AUSCHWITZ: Un libro-ricerca per riflettere

Un viaggio d’istruzione nei campi di concentramento e sterminio, una manciata di terra-cenere colà raccolta, una serie d’interviste ai deportati sopravvissuti, una mostra di testimonianze e materiali di quell’immane tragedia: così è nato il libro Da Conegliano ad Auschwitz (Tip. Scarpis, S. Vendemiano) che espone la ricerca delle classi 5^ A e 4^ A del liceo scientifico “Marconi” di Conegliano, guidate dal prof. Pier Vittorio Pucci, circa la deportazione nei lager nazisti dai comuni del comprensorio di Conegliano.

Leggendolo e osservandone fotografie e altri documenti, si tocca con mano l’immensità di quella tragedia, perché le persone qui ricordate (militari, civili o ebrei) sono tutte della nostra zona; e, mentre molte non sono più tornate, quelle miracolosamente scampate portano ancora evidenti le indelebili stigmate.

Al di là della profonda commozione che il libro suscita, una considerazione è importante: quanti leggono questo libro sicuramente acquistano un’elevata formazione civica, poiché quei tragici eventi non sono favole o cose da dimenticare. Sono realtà viva e tuttora dolorante: una realtà che può ancora ripetersi, ma che bisogna fare di tutto perché non si ripeta mai più.

In tempo di sollazzi, sballi e allucinazioni da discoteche e droghe, il ricordo e la nuova documentazione di ben altre allucinazioni sono molto utili e anzi fondamentali per costruire un futuro di pace. Per ciò — e non solo per l’accuratezza e la scientificità del lavoro — notevole è il merito di questi giovani e di chi li ha così opportunamente spronati e guidati.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 23.XI.1999]


Autori vari, Le Muse a tavola, Collegium musicum Vox Angeli, Castelliri 2021

Le Muse a tavola

Nel libro Le Muse a tavola, pubblicato nel 2021 a scopo benefico dall’Associazione “Collegium Musicum Vox Angeli” di Castelliri (FR), di cui due degli autori sono rispettivamente il presidente Fabio Pantanella e la segretaria Annarita Granata, a prima vista possono disturbare i caratteri tipografici sottili e i versi incolonnati ad epigrafe, anziché giustificati a sinistra; ma andando avanti nella lettura ci s’accorge della pregnanza culturale — oltreché della pratica utilità in cucina — dell’opera, compilata da ben cinque autori, i cui nominativi figurano non in copertina ma all’interno e di cui, oltre ai due citati, gli altri sono Roberta Nicoli, Emanuela Quadrini e Tiberio Tramontozzi..

Fondamentalmente il libro è un ricettario gastronomico, essendo la Granata specialista in questo settore: e ciò, per esaltare i piaceri della tavola, la convivialità e la socializzazione, messi a dura prova dall’attuale pandemia. Forse, dato l’accostamento di tematiche così differenti, si sarebbe dovuto realizzare due pubblicazioni separate: una con la parte gastronomica e l’altra con quella culturale. Tuttavia il solo ricettario sarebbe riuscito arido; e allora esso di pagina in pagina è arricchito con notizie e considerazioni di natura storica, letteraria, artistica e musicale, che rendono l’opera stessa una piccola e gradevole enciclopedia del sapere.

Solo per fare qualche esempio, il cocktail ispirato alla Tosca pucciniana porta ad approfondire la nascita e il contenuto di questo melodramma, le sue esecuzioni e il suo successo, con particolari curiosi riguardanti la vittoria di Marengo (che diede nome al cavallo di Napoleone e ad una moneta), le campane e la processione; la ciambella ciociara richiama alla memoria attori e registi nati in Ciociaria, quali Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica, candidati o insigniti del premio “Oscar”, del quale qui c’è la storia e il significato del nome; la frisella o fresella pugliese, cibo adatto ai crociati nei lunghi viaggi per la sua buona conservazione, porta a tratteggiare una storia delle crociate, dove vengono alla ribalta le figure di Pietro l’Eremita, Goffredo di Buglione, il Tasso della Gerusalemme liberata col suo celebre esordio “Canto l’arme pietose e ’l capitano…” e il Verdi dei Lombardi alla prima crociata, con accenni ad altri personaggi, quali Hayez, Canova, Grossi e Manzoni; la pasta alla norma richiama il catanese Vincenzo Bellini, la sua Norma con l’indimenticabile romanza “Casta diva” e la banconota da 5.000 lire che lo raffigurava.

Il Verdi è ricordato anche a proposito delle sue meditazioni nella chiesa delle Grazie di Cortemaggiore (PR) davanti al quadro dell’Assunzione di Maria dipinto da Francesco Scaramuzza: meditazioni da cui poi nacquero il brano “La Vergine degli angeli”, inserito nell’opera La forza del destino, e le Laudi alla Vergine Maria, una delle quali mette in musica la preghiera dantesca “Vergine madre, figlia del tuo figlio” (Par. XXXIII). E non soltanto il Verdi torna ancora con interessanti particolari, ma a proposito della Pietà vaticana di Michelangelo si chiarisce che la discussa giovinezza di Maria in questa scultura si rifà al suddetto verso di Dante “Vergine madre, figlia del tuo figlio”.

Molto altro ci sarebbe da dire, anche sull’inno Fratelli d’Italia, il tricolore, il suo significato e il merito del presidente Ciampi nel risvegliare il sentimento nazionale; ma i lettori potranno scoprire da sé, spesso con ammirazione, tutta la cultura che gli autori hanno profuso a piene mani in questo lavoro, In pratica in esso c’è una sfilata di letterati, musicisti, artisti figurativi e loro opere: il che dà la possibilità d’apprendere molte cose nuove o di ripassare quelle un tempo apprese a scuola. E in più il libro ha dei pregi che oggi non sempre s’incontrano: la correttezza linguistico-espressiva, la leggerezza e la scorrevolezza; senza dire che la qualità delle immagini è ottima e ben formulate sono le loro didascalie.

Il libro s’avvale della presentazione di Luciano Fontana, direttore del “Corriere della sera“, di prefazioni di vari autori (storica dell’arte Eleonora Donghi, attore-regista Alessandro Quasimodo, pizzaiolo-cantante Gianfranco Iervolino, soprano Maria Luigia Borsi e direttrice dell’ASL di Frosinone Pierpaola D’Alessandro), della postfazione di Fabio Pantanella e d’una nota sul coro “Collegium Musicum Vox Angeli”, che tanti riconoscimenti ha riscosso col suo repertorio e di cui peraltro altre volte si parla nel testo.

Tornando alla beneficenza, già nella prima pagina colpisce la dedica “Alla città di Bergamo / simbolo del dolore dell’Italia / nel momento più grave della pandemia”: essa denota la sensibilità altruistica degli autori e dell’intera associazione che ha pubblicato il libro. Infatti questa pubblicazione, essendo il ricavato destinato alla fondazione Heal protesa alla cura e ricerca nell’ambito della neuro-oncologia pediatrica, confida nei contributi volontari dei lettori, i quali potranno essere versati nel conto IBAN IT50N0537274470000011023922 o richiedendo il libro tramite il sito telematico https://shop.progettoheal.com/collections/libri/products/le-muse-a-tavola#:~:text=Le%20Muse%20a%20tavola%E2%80%9D%20%C3%A8,un'opera%20in%20un%20museo.

Perciò è importante possedere questo libro: per avere l’occasione di fare del bene, prima agli altri con la solidarietà e poi a sé stessi con l’acquisizione d’un’opera capace di soddisfare il corpo (grazie alle ricette proposte) e lo spirito (grazie all’arricchimento culturale).

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2022]


Giusi Baglieri, Ho seminato parole, Il convivio, Castiglione di Sicilia, 2014, pagg. 85, € 10.

Poesie di Giusi Baglieri

La siciliana Giusi Baglieri è nata con la poesia nel sangue. Autrice di versi fin dall’adolescenza, è inclusa in numerose antologie e ha pubblicato alcuni suoi volumi, ottenendo significativi riconoscimenti.

Il suo libro Ho seminato parole (Il convivio, Castiglione di Sicilia, 2014, pp. 85, € 10) è diviso in tre parti: Alla vita, All’amore, Alla pace. Soltanto quattro delle liriche inserite hanno un titolo, e tutte le altre no. Ciò dà l’impressione che ci sia una continuità tematica e stilistica fra una lirica e l’altra; e quest’impressione è accentuata dai frequenti puntini di reticenza, specialmente dopo l’avverbio ma, i quali producono la sospensione del discorso, lasciando quindi in sospeso osservazioni e riflessioni, che magari il lettore può fare da sé.

Il contenuto della silloge è per la maggior parte di carattere intimistico: con una certa inquietudine l’autrice espone pensieri, timori, speranze e preghiere, in versi semplici, brevi e intensi, spesso dotati di rime e musicalità; e queste sensazioni si concretizzano in parole che lei semina per farle crescere e trasformare in alimento di bontà per i lettori. Perciò non si può non riconoscere alla silloge anche un intento sociale, specialmente quando l’autrice con evidente turbamento si prostra a riflettere sulle ingiustizie del mondo, sulla nocività delle guerre (per esempio in Afghanistan), sulla bellezza del creato (minacciato dall’imprudenza dell’uomo) e sugli affetti familiari (figlio, padre). Una lirica poi ricorda anche la compianta poetessa Alda Merini.

Il carattere della riflessione è avvalorato dalle massime di vari autori poste a mo’ d’epigrafe in alcune pagine. E se a volte invoca Dio con profonda religiosità, l’autrice sente che “Gocciola amore / nel segreto del cuore” (p. 25), che “Concerto d’amore / si fa poesia” (p. 36) e che in lei ci sono “Cascate di sogni” (p. 39). E così “Stilla dagli occhi una goccia di pianto…” (p. 57) e non resta che auspicare “un mondo di pace / dopo tanto diluvio / prima che perisca” (p. 68).

Il libro, che s’apre con la prefazione di Paolo Ziino e l’introduzione di Giuseppe Manitta, s’avvale d’una forma chiara, scorrevole e corretta (tranne qualche svista come “A voi che basta” a p. 73) e quindi si legge facilmente e piacevolmente.

L’aspetto grafico-editoriale è elegante, grazie a carta paglierina, caratteri nitidi e impaginazione accurata. Bella anche l’illustrazione di copertina dovuta a Carla Colombo, che rappresenta proprio un campo in cui è stato seminato un grano rigoglioso, buono come le buone (e belle) parole seminate dalla Baglieri, impresse nel titolo e in tutto il contesto.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin (Croazia), lug.-dic. 2014]


Dante Balboni, La “Divina Commedia” poema “liturgico” del primo Giubileo, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1999, pagg. 50, £ 15.000.

DANTE ALIGHIERI IN DANTE BALBONI

“Nomen omen” (o anche “ Nomen numen”) dice il proverbio. E mons. Dante Balboni nella sua sterminata attività di letterato e scrittore, storico e liturgista, teologo e archeologo, non poteva non occuparsi di Dante Alighieri. Fra l’altro, in occasione del 7° centenario della nascita dell’Alighieri (1965) egli fu incaricato di curare per l’Enciclopedia Dantesca l’illustrazione delle voci liturgiche presenti nella Divina Commedia. Successivamente è uscito il suo volumetto “La ‘Divina Commedia’ poema ‘liturgico’ del primo Giubileo” (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1999, pagg. 50, £ 15.000), che riprende e sviluppa lo stesso argomento, alcuni elementi del quale erano presenti in altre opere dello stesso autore.

Questo lavoro, nonostante alcuni difetti, risulta molto interessante per gli studiosi e per i semplici appassionati del divino poeta, perché mette a fuoco alcune questioni fondamentali su cui poggia la costruzione del poema sacro. La prima è quella della data di svolgimento del viaggio dantesco, che secondo alcuni si sarebbe svolto dal 7 (giovedì santo) al 14 (giovedì dopo Pasqua) aprile 1300, mentre per il Balboni s’è svolto dal 25 marzo (vigilia della domenica delle Palme) al 2 aprile (domenica di Pasqua) 1301: e ciò, non soltanto — come hanno dimostrato alcuni astronomi — perché la posizione delle stelle in questi giorni del 1301 coincide con quella descritta dall’Alighieri, ma anche perché le citazioni liturgiche dantesche (attinte al messale, al breviario e al libro delle ore) sono quasi tutte quelle in uso nella settimana santa. In sostanza il divino poeta avrebbe punteggiato il suo viaggio ultraterreno con inni, salmi, preghiere, giaculatorie, massime e proverbi che in quegli stessi giorni e in quelle stesse ore effettivamente si cantavano o recitavano sulla terra. E l’Alighieri doveva esserne al corrente perché, quale terziario francescano, anch’egli aveva l’uffizio del canto e della recita. Perciò concludono il lavoro alcune tavole di corrispondenza fra versetti, versi danteschi, date, ore civili e ore liturgiche, che certamente aiutano ad una migliore intelligenza di tutto il poema.

In sostanza il viaggio dantesco sarebbe una corale Via Crucis d’espiazione a conclusione del primo Giubileo, dal peccato che ha portato all’Incarnazione, coincidente con l’Annunciazione (25 marzo), fino alla visione di Dio nell’Empireo, coincidente con la Resurrezione (2 aprile), solennità che — in base al documento pontificio Ad honorem Dei del 25 dicembre 1300 — rappresentava la scadenza dell’anno giubilare e quindi era il termine ultimo per godere dei benefici spirituali del Giubileo. Solo per fare qualche esempio si potrebbe citare il verso Vexilla regis prodeunt inferni (Inf. XXXIV 1), che è l’incipit d’un inno di S. Venanzio Fortunato, sia pure con l’aggiunta dantesca della parola inferni, cantato il venerdì santo.

Inoltre si capisce meglio perché la festa di Pasqua, secondo il Concilio di Nicea (anno 325), debba cadere nella prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera (fra il 22 marzo e il 25 aprile): perché si diceva che Cristo fosse morto nel primo plenilunio di primavera. E nel Medio Evo si ritenne che la data ottimale fosse il 25 marzo (a Firenze allora anche data d’inizio dell’anno civile), la quale così assommava l’Incarnazione-Annunciazione alla Crocifissione, mettendo a perfezione il disegno divino.

È vero che il 25 marzo 1300 era proprio un venerdì e che in Inf. XXI 112-114 si legge che la Crocifissione “mille dugento con sessanta sei / anni compiè”, attestandone la data al 1300 (dall’Incarnazione di Cristo alla sua morte sono 34 anni, che più 1266 danno un totale di 1300); ma secondo il Balboni la contraddizione si risolve leggendo con altra lezione “mille ducent’un con sessantasei / anni compiè” e spostando così la data al 1301.

Quella del Balboni è una tesi interessante; e, anche se alcuni sono contrari alla datazione al 1301, mi rammarico di non averla conosciuta prima della pubblicazione del mio libro “Allegorie e simboli nel Purgatorio e altri studi su Dante” (Pellegrini, Cosenza, 2002), nel quale mi sono rifatto al 1300 e ho affrontato alcune questioni parallele, quali la differenza fra allegoria e simbolo, la funzione simbolica d’inni e preghiere, la Comunione dei Santi, la totale abolizione del latino nella liturgia cattolica. Però, essendo io stesso contrario a qualsiasi datazione categorica, ritengo che probabilmente nelle varie determinazioni temporali del viaggio dantesco siano confluiti elementi relativi alle effemeridi e alla liturgia di vari anni, i quali venivano percepiti e utilizzati dal poeta man mano che scriveva, ferma restando la data ideale del 1300: anche perché la lezione “mille dugento con sessanta sei / anni compiè” appare ovvia, mentre l’altra “mille ducent’un con sessantasei / anni compiè” sembra artificiosa.

A proposito dell’abolizione del latino, il Balboni giudica “provvida” la disposizione della Chiesa che ha introdotto nei suoi riti l’uso della lingua volgare, rilevandone la necessità nelle preghiere e nella lettura delle Scritture; e non si può non concordare con lui in quest’affermazione, osservando però che l’abolizione del latino non è stata limitata alle preghiere e alle letture, come stabilito dal Concilio Vaticano II e lodato dal Balboni, ma è andata ben oltre, arrivando ad un completo sradicamento della lingua e della tradizione latina nella Chiesa Cattolica (salvo alcune celebrazioni papali nella basilica vaticana), che ha comportato la perdita d’unità e identità dei cattolici delle varie parti del mondo, dato che la religione è non soltanto dottrina e fede ma anche tradizione.

Il libro del Balboni, arricchito da affascinanti illustrazioni del Doré e d’altri, purtroppo presenta numerosi refusi tipografici e qualche svista dell’autore, come quando (a pag. 19) l’autore afferma che “il passaggio di Dante e Virgilio dalla quinta alla sesta bolgia... è reso possibile dall’intervento del mostro Gerione che li prende sulla groppa librandosi nell’aria”. In realtà l’intervento di Gerione avviene al passaggio dal secondo e terzo girone del settimo cerchio alla prima bolgia dell’ottavo cerchio (Inf. XVI-XVII). Ma questi difetti non ne inficiano il valore, largamente positivo.

Carmelo Ciccia

[ “Le Muse”, Reggio di Calabria, febbr. 2005]


Luigino Baldan, Principali mestieri ed attività artigianali in Conegliano, Confartigianato, Conegliano, 2006, pagg. 64, s. p.

LE ORIGINALI RICERCHE DI LUIGINO BALDAN

Luigino Baldan, già docente alla scuola enologica di Conegliano (TV), impiega il suo tempo libero in una lodevole attività: la rassegna delle tradizioni popolari della sua città. Prima ha contato e passato in rassegna tutti i vespasiani un tempo esistenti nella sua città e dopo ha cominciato a studiare l’albero genealogico della sua famiglia, allegando documenti e immagini non facilmente reperibili. Ora nel volumetto Principali mestieri ed attività artigianali in Conegliano (Confartigianato, Conegliano, 2006, pagg. 64, s. p.), che s’apre con un’opportuna introduzione di Mario Anton Orefice, egli concentra la sua attenzione sui principali mestieri ed attività artigianali del passato. E subito emerge l’importanza di questo lavoro per chi consideri la sua potenziale utilità nei confronti delle nuove generazioni, le quali devono conoscere il passato per poter capire il presente e progettare il futuro.

La ricerca riguarda calzolai e zoccolai, barbieri e parrucchieri, sarti e camiciaie, fornai, fruttivendoli, macellai e lattai, merciai, fiorai, tabaccai, autisti di piazza, magliaie, arrotini, farmacisti, lattonieri, venditori di stoffe, materassai, orologiai, meccanici, idraulici, fotografi, cartolai e librai, pasticcieri, imbianchini ed elettricisti: tutti indicati prioritariamente con termini dialettali. Per ogni categoria l’autore descrive il tipo d’attività, il personale, l’abbigliamento da lavoro, l’ambiente, gli attrezzi e il loro funzionamento, condendo il tutto a volte con sapidi episodi, aneddoti e battute che vivacizzano le descrizioni; e conclude le singole trattazioni con gli elenchi nominativi e i relativi indirizzi degli appartenenti ad ogni categoria in esame. Notevole è poi il corredo fotografico d’epoca, che riporta alla memoria visi e personaggi d’un tempo, oltre che strumenti e macchinari, modo di vestire, d’abbigliare vetrine, di far pubblicità, ecc.

È chiaro che in un lavoro del genere non si deve andare in cerca dell’eleganza grammaticale e/o stilistica, perché quello che conta è la sostanza della trattazione, anche per quanto riguarda la lingua d’allora. Il volumetto, infatti, contiene espressioni idiomatiche che forse stanno per essere dimenticate, ivi compresi nomi, nomignoli e soprannomi. Perciò il lavoro del Baldan si configura come un’azione di recupero e in qualche modo di salvaguardia d’un passato che comunque ha caratterizzato la vita e la storia della comunità.

Sarebbe sciocco o quanto meno semplicistico valutare sbrigativamente questo lavoro, magari limitandosi alle curiosità e amenità: esso, invece, va considerato come un’indagine seria, attuata con la collaborazione di diverse persone e costata tempo e fatica. E in un periodo di vita facile e comoda, come l’attuale, è bene far riflettere sulle difficoltà della vita d’una volta, sui sacrifici affrontati, sull’esigenza d’accontentarsi dell’indispensabile ed evitare gli sprechi.

Ecco dunque che l’originale ricerca di Luigino Baldan assume anche una valenza etica; e, mentre ne apprezziamo l’impegno, ringraziamo l’autore e quanti altri hanno collaborato alla realizzazione del volumetto (a cui però sarebbero stati necessari la correzione d’alcune sviste formali, una migliore impaginazione e l’indice finale), augurandoci che a questo ne seguano altri dello stesso tenore e che vengano presi in debita considerazione.

Carmelo Ciccia

[“ Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, genn.-giu. 2007]

Marino Alberto Balducci, Classicismo Dantesco / Miti e simboli della morte e della vita nella Divina Commedia, 1^ ediz. Guaraldi, Rimini, 1999, 2^ ediz. Le Lettere, Firenze, 2004, qui seguìta.

CLASSICISMO DANTESCO E MITOLOGIA IN UNO STUDIO DI MARINO A. BALDUCCI

Il classicismo e i miti presenti nella Divina Commedia sono stati fra i più trattati negli studi danteschi. Solo per fare qualche esempio, si ricordano i lavori di: • Mariapina Settineri, Influssi ovidiani nella “Divina Commedia” (“Siculorum Gymnasium”, Catania, genn.-giu. 1959), la quale — fra l’altro — ha sottolineato che la mitologia classica (in particolare ovidiana), abbondante nel resto delle prime due cantiche, è assente dal XXIX al XXXIII canto del Purgatorio; • Carmelo Ciccia, Allegorie e simboli nel Purgatorio e altri studi su Dante (Pellegrini, Cosenza, 1998), il quale ha formulato e interpretato una rassegna d’allegorie e simboli della seconda cantica; • Orazio Tanelli, Miti nella Divina Commedia (Il ponte italo-americano, New York, 1999), il quale ha elencato ed esaminato i miti sotto vari punti di vista, dal letterario al filosofico e altri; • Cletus Pavanetto – Antonius Salvi, Classicorum poetarum memoriae evocatae in Dantis Alagherii poemate "De Inferis" (“Latinitas”, Città del Vaticano, giu. 2005), i quali si sono concentrati sull’Inferno e ne hanno presentato vari esempi.

Fra questi lavori s’inserisce il volume di Marino Alberto Balducci Classicismo Dantesco / Miti e simboli della morte e della vita nella ‘Divina Commedia’ (1^ ediz. Guaraldi, Rimini, 1999; 2^ ediz. Le Lettere, Firenze, 2004, qui seguìta). Il Balducci è docente di letteratura italiana e storia dell’arte nell’università del Connecticut (USA) e direttore dell’Accademia - Istituto internazionale di studi italiani “Carla Rossi”. Ha pubblicato anche i saggi Il sorriso di Ermes / Studio sul metamorfismo dannunziano (1980), La morte di re Carnevale / Studio sulla fisionomia poetica di Giuseppe Giusti (1989), Il nucleo dinamico dell’imbestiamento / Studio su Federigo Tozzi (1994), Il preludio purgatoriale e la fenomenologia del sinfonismo dantesco / Percorso ermeneutico (1999), L’essenza ermeneutica / Aforismi e metodologia interpretativa (2002), Rinascimento e anima / Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Tasso: spirito e materia oltre i confini del messaggio dantesco (2006). È anche poeta e in tale veste ha pubblicato Poesie indiane con prefazione di Mario Luzi (premio Giusti 2001), Quartine d’amore (premio Selezione 2001) e Risveglio a Benares: frammento inedito di una rapsodia indiana (2002). Ha eseguito la versione in prosa poetica moderna della Divina Commedia.

In questo volume, il cui argomento è ben esplicitato nel titolo, non potendo trattare in toto l’argomento stesso, il Balducci si diffonde su quattro esempi, corrispondenti a relative parti: l’altro viaggio, il Minotauro e i centauri, Narciso, la Gorgone.

Nella prima parte l’autore anzitutto ricorda che gli “spiriti magni” del canto IV dell’Inferno, che stanno sopra un verde smalto, rappresentano la luce della classicità, di cui usufruisce la civiltà cristiana; perciò in tale canto il concetto dell’onore è ribadito ben otto volte e Dante — “sesto di cotanto senno” della schiera eccellente e subito dopo Virgilio — si sente il continuatore di tale luce, anche se la classicità ha un lato negativo nel politeismo. Virgilio, suo accompagnatore e protettore, maestro e guida, è una figura emblematica della classicità o meglio della razionalità classica ed ha delle somiglianze e differenze con Dante: anche se non era cristiano, e se ne duole amaramente più volte, da Dante per bocca di Stazio è visto come chi di notte porta un lume alle sue spalle, senza beneficiarne, ma fa luce a quelli che vengono dopo di lui, cioè ai cristiani (Purg. XXII). La Roma pagana ha una vita invidiabile, in preparazione del cristianesimo; ma perché tale città debba essere sede ideale della parusia resta un mistero di Dio. E con Dante Virgilio compie un “altro viaggio”, un viaggio di liberazione dalla selva oscura del peccato attraverso non il colle illuminato, ma l’inferno e il purgatorio, alla ricerca della chiave della salvezza: un viaggio protoumanistico trasfuso nel cristianesimo.

Entrando specificamente nel campo della mitologia, fra i vari personaggi mitologici (Caronte, Flegiàs, Cerbero e i giganti, Apollo e le Muse...), Minosse (Inf. V), con la coda di serpente nella parte inferiore del corpo, indica la presenza del male nell’uomo, parte superiore del corpo stesso, e per giudicare preferisce la parte animalesca (coda) anziché quella umana (voce). Con l’episodio della maga Eritone (Inf. IX) Dante sembra accettare il rischio della superstizione pagana; ma c’è anche un aspetto onorevole del paganesimo, costituito dalle anime salve di Stazio mantovano (Purg. XXI e segg.), Traiano imperatore romano (Purg. X e Par. XX) e Rifeo troiano (Par. XX), la seconda delle quali rappresenta la positività per la terra d’un governo romano voluto da Dio (impero): anche se la lupa, simbolo d’una Roma corrotta, ingloba tutti i vizi e non soltanto la cupidigia, e nell’operare la loro salvazione la giustizia divina resta misteriosa. E anche il “Veglio di Creta” (Inf. XIV) rappresenta l’eredità positiva dell’antichità mitologica: e quindi l’autore ritiene che nelle fessure di questo simulacro si possano vedere le ferite di Cristo, dovute alla corruzione del mondo.

Nella seconda parte l’autore si sofferma sulla bestialità del Minotauro, della sua svergognata genitrice Pasife e dei centauri (Inf. XII). In particolare, nell’accoppiamento di Pasife con un gagliardo toro emerso dalle onde marine egli vede l’allegoria del matrimonio fra Sole e Luna. Teseo, che con l’aiuto del filo d’Arianna sconfigge il Minotauro (e poi con quello della propria spada invincibile sconfigge i centauri nella lotta contro i Lapiti) è simile a Cristo e a Dante: l’uno scende nel Labirinto e gli altri due negl’inferi (analoghi al Labirinto) e tutt’e tre ritornano vittoriosi, anche se per altri il ritorno è impossibile.

A proposito dell’anno di svolgimento ideale della Divina Commedia, sulla scorta d’Antonio Lanza, il quale nell’opera dantesca da lui curata La Commedia / Nuovo testo critico secondo i più antichi manoscritti fiorentini (De Rubeis, Anzio, 1999) legge “milledugento un con sessantasei” anni di distanza fra la morte di Cristo e la visita di Dante all’inferno (Inf. XXI), ritiene che tale anno sia il 1301, contrariamente alla maggioranza degli altri studiosi per i quali esso è il 1300, anno dell’indizione del primo giubileo da parte di Bonifacio VIII.

Se il fiume Flegetonte, il cui nome deriva dal verbo greco fleghéto = “accendo, infiammo, brucio”, dai pagani era immaginato con fiamme e fuoco vorticoso, quello dantesco, custodito dai centauri e contenente in punizione le anime dei violenti contro gli altri, è descritto come fiume di sangue bollente, perché il sangue dei violenti quando vivono sulla terra bolle; e in ciò Dante è più vicino alla Bibbia, che assegnava all’Egitto fiumi del genere come piaga divina (Esodo VII 14-25 e Salmo LXXVIII 44). E ora Nesso è accostato al Flegetonte come prima lo era al vorticoso Eveno.

A proposito dell’episodio di Bonagiunta degli Orbicciani (Purg. XXIV), l’autore afferma che il dolcestilnovo era una specie di follia, che prevedeva l’adesione del poeta al Dittatore, cioè Amore, Assoluto, Dio; e annota che per Platone (Fedro) l’invasamento giungeva dalle Muse. Per lui, poi, la golosità (Inf. VI e Purg. XXIII e XXIV) è una mania erotica, cioè una concupiscenza per oggetti materiali, anziché spirituali: non per nulla questi peccatori sono da Dante collocati rispettivamente subito dopo e subito prima dei lussuriosi (Inf. V e Purg. XXV e XXVI).

Nella terza parte il mito di Narciso è occasione per considerare che lo specchiarsi tenta d’esprimere, in senso simbolico e analogico, l’enigma della ricerca dell’ultima visione, cioè della penetrazione dei segreti supremi e della comunione con essi. L’errore di Dante circa il presunto riflesso di Piccarda e delle altre anime del cielo della Luna (Par. III e IV) sta nel non capire che lo specchio che le riflette è nella mente divina. E qui l’autore si sbizzarrisce su riscontri e simboli dei concetti di specchio e riflesso, per concludere che la radice del male sia da ricercarsi nel mondo delle false apparenze, non senza ricordare lo specchiarsi delle mitologiche Demetra e Kore-Persefone e delle bibliche Lia e Rachele (Purg. XXVII).

Nella quarta parte, dopo aver ripreso il mito di Narciso per affermare che lo specchiarsi di costui significa innamorarsi di sé e della propria immobilità (pietrificazione), l’autore passa ai miti di Dioniso e della Gorgone Medusa. Dante in Inf. IX deve coprirsi gli occhi e volgersi indietro quando le Erinni invocano l’apparizione di Medusa, che col suo sguardo l’avrebbe fatto rimanere di smalto, come in Odissea XI Ulisse dovette tornare indietro dagl’inferi quando temette l’apparizione della stessa. L’autore ritiene che, pur non conoscendo Dante quell’episodio omerico, aver fatto una narrazione simile a quella d’Omero, relativamente all’impedimento meduseo d’un viaggio tra i morti, appartiene al patrimonio archetipo della creatività. Dopo che Perseo con l’aiuto d’Atena uccise la Gorgone, mostro con occhi incantatori e serpenti per capelli, la dea pose la testa del mostro al centro dell’ègida, il suo scudo (già di Giove) ricoperto con la pelle della ninfa-capra Amaltea. Con tale scudo-specchio la dea fece in modo che gli uomini non andassero oltre il velame degli enigmi dell’essere. E qui si riprende il discorso sullo smalto, lo specchio, lo specchiarsi, il rispecchiamento e il riflesso (che rende pietrificati). In Inf. XXX e segg. il lago di Cocito è come uno specchio e Dante si specchia anche in quei dannati, mentre Ugolino si specchia nei suoi ragazzi. Ma già in Purg. XV della carità dei beati Dante aveva scritto che uno la riflette sugli altri come uno specchio. E a proposito di Lucifero (Inf. XXXIV), l’autore osserva che la conoscenza completa del male implica un contatto tattile con esso e che il capovolgimento dei due poeti all’altezza dei genitali del padre d’ogni male è per Dante come il rifiuto della paternità d’un tale genitore.

Il Balducci conclude che nel rapporto tra Dante e l’eredità classica è utopica una fusione costruttiva fra l’antichità e il cristianesimo, in un periodo in cui la spada è congiunta col pastorale e vi sono degli apostoli (sacerdoti) che potrebbero essere definiti apostati per vanità e corruzione.

In appendice l’autore aggiunge una sua consistente riflessione ermeneutica su un fatto che tuttora appassiona le menti: la creazione dell’uomo. Con una nuova lettura della Genesi egli presenta e sostiene una teoria non del tutto sua, ma avanzata anche da altri studiosi: la creazione dell’uomo fu fatta in due fasi. Nella prima, detta del sesto giorno, Elohim (Dio) creò l’adam (uomo) “a sua immagine e somiglianza”, cioè come emanazione di sé stesso e quindi della sua stessa sostanza, con due parti complementari (maschile e femminile) non ancora separate, almeno mentalmente (I 26-31); nella seconda, Jahve (Signore) Elohim (Dio) creò Adamo non più “a sua immagine e somiglianza”, ma dal fango, soffiandogli lo spirito vitale attraverso le narici, e poi, dopo un periodo di vita solitaria d’Adamo, creò Eva da una costola di lui (II 4-7 e 18-23). Adamo ed Eva prima del peccato non avevano idea e paura della morte, ma ciò non significa che questa non fosse stata istituita; inoltre non avevano vergogna della loro nudità, essendo imperturbabili; invece dopo il peccato (conoscenza del bene e del male), scoprono i rispettivi sessi e si vergognano, coprendosi con foglie di fico. Per quanto riguarda il serpente, a cui viene ordinato di strisciare da quel momento sulla terra, l’autore ipotizza che esso prima della tentazione, non strisciasse. E poiché col peccato si passò dall’andamento ciclico dell’eternità alla scansione del tempo (passato, presente, futuro), secondo l’autore la forma del serpente stesso prima sarebbe stata circolare, rappresentando il cerchio la perfezione e l’eternità, per diventare dopo rettilinea e strisciante. E col peccato nacque la paura della morte.

Nell’appendice l’autore si sofferma anche sul significato del mito e sulla sua articolazione e definizione, precisando che i tratti d’una vicenda mitica (situazioni, oggetti, personaggi) sono dei simboli e che, quando l’elaborazione ricopre un concetto con un’immagine definibile come figurazione, allora si passa dal mito all’allegoria. E le pagine finali sono piene di grafici, intesi a chiarire visivamente questi passaggi.

Come si vede, dunque, il lavoro del Balducci è di vasta e profonda cultura, che spazia dalla letteratura alla storia, dalla filosofia alla psicologia e alla psicanalisi, dalla religione all’antropologia. Tale immensa cultura è espressa non solo nel testo, ma anche nelle note che l’arricchiscono e che sono per lo più lunghe e abbondanti, sottili e dettagliate. È vero che questo comporta riprese, ripetizioni, ripensamenti, estensioni o amplificazioni di quanto sembrava già esaurientemente trattato; che l’autore usa una terminologia strettamente tecnico-scientifica, non facilmente accessibile a tutti i lettori; che l’analisi dei miti classici nella Divina Commedia cattura tanto l’attenzione del Balducci che a volte egli per pagine e pagine sembra dimenticare l’opera dantesca, preferendo sviscerare la storia e il significato dei miti stessi in assoluto, cioè in autonomia dal poema sacro; che soltanto per il canto del conte Ugolino l’autore si concentra su di lui, fornendo un articolato commento; e infine che nel volume vi sono vari refusi e sviste. Ma ciononostante questo lavoro è lodevole per l’originalità, la passione, la competenza e l’acutezza mentale dell’autore. In sostanza si tratta d’un lavoro di notevole spessore e prestigio, che sicuramente s’impone nel mondo accademico e specialistico.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2009]


Diletta Barone, Sull’acqua e sul vento, Pendragon, Bologna, 2003, pagg. 260, € 14.

UN ROMANZO SICILIANO DI DILETTA BARONE

Fin dalle prime pagine del romanzo di Diletta Barone Sull’acqua e sul vento (Pendragon, Bologna, 2003, pagg. 260, euro 14) si ha l’impressione che l’opera sia stata scritta esclusivamente per i siciliani, e particolarmente per i ragusani, dato che i protagonisti sono di Ragusa e data la quantità d’espressioni e periodi in dialetto, che — non essendo accompagnati da traduzione o note esplicative o glossario — nemmeno tutti i siciliani comprendono se non sono proprio ragusani. Il titolo del libro deriva dal modo di dire, più volte ripetuto nel libro, “all’acqua e a lu vientu”, che però dal contesto sembrerebbe significare “alla pioggia e al vento”, cioè esposti alle intemperie e a velocità travolgente, ma la traduzione Sull’acqua e sul vento nella fattispecie potrebbe indicare due complementi d’argomento, volendo l’autrice trattare dell’acqua e del vento di tale modo di dire.

Le espressioni dialettali sono inserite in mezzo al contesto in lingua italiana senza neanche un diverso carattere o stile tipografico, provocando una commistione di lingua e dialetto che non è facile dipanare. Acciù, accupore/mi accupai, agghiuttere, ammincialuti, assancati/a, babbiari, cauru, ciantau, ciappe, crasto, crirrere, dammuso/a, incrasciatu, inturciniava, maccia, maisia, mangiaparrini, minciati, nivera, quaccherunu, runne, scacce, sciarriari, scantu-scantatu-scantosa-si scantano, scurau, sparte, stapia, taliari, tanticcia, tranti, tumbulati-tumpuluna, virri, virrigghiusu...: che significano? Neanche le parole straniere (tank, charleston...) hanno un segno grafico che le contraddistingua. Solo verso la fine del libro spuntano le virgolette a contraddistinguere i termini dialettali, ma manca lo stesso la traduzione: “’ncugnava” che significa?

Talvolta i periodi dialettali occupano delle mezze pagine, quando si riportano dialoghi; talaltra, quando si riportano lettere, interi capitoli sono dialettali o frequentemente farciti di termini dialettali; talaltra ancora le espressioni italiane traducono o adattano il dialetto: lasciare a me nel senso di “lasciare me”, risse nel senso di “disse”, ci nel senso di “gli” (con la conseguente difficoltà di comprensione quando in successione si alternano il significato dialettale e quello italiano), mi credeva (nel senso di “credevo”), mezza viva e mezza morta, sacchetta, seratina, femminaro, litigati, ziti... E, se alcune espressioni forniscono un appiglio etimologico alla comprensione (ad esempio, s’abbenerica è il classico saluto di rispetto, cioè “vossia mi benedica”, uredda fa pensare alla “natural burella” del dantesco Inf. XXXIV 98, cioè un budello sotterraneo con dei meandri che poi diedero luogo al nome d’una via e d’un quartiere di Firenze, e susirsi e susire ci ricordano il dantesco “t’insusi” di Par. XVII 13, che alcuni ritengono invenzione di Dante, ma che proviene dalla scuola poetica siciliana, equivalendo al siciliano ti susi, cioè “ti [in]alzi”), altre risultano etimologicamente infondate: cabbanirene, ammuccuini, abitutati... Con tutto ciò non mancano espressioni settentrionali, come magone nel senso di “afflizione, scoramento”.

Qui il ricorso al dialetto non è semplice colore locale: siamo in presenza d’un impasto linguistico alla Stefano D’Arrigo o più ancora all’Andrea Camilleri. In realtà quella della Barone è una lingua che non ha nulla a che fare con quella coniata dal Verga, il quale in tutte le sue opere usò solo un paio d’espressioni dialettali e per il resto adattò l’italiano alla sintassi siciliana e alla mentalità dei suoi personaggi. Perciò si sarebbe tentati d’abbandonare la lettura di quest’opera, se non fosse che, leggendo e saltando a pie’ pari le parti dialettali, ci si accorge che la Barone è una scrittrice vera e profondamente seria, una che ha alle spalle un ragguardevole tirocinio e significativi riconoscimenti.

Naturalmente pensiamo alle difficoltà per chi legge, ma dobbiamo pensare anche alla fatica dell’autrice stessa che ha scritto un romanzo così congegnato e soprattutto a quella di chi a quei tempi doveva comunicare quando si allontanava dalla sua terra natale: è il caso dei protagonisti di questo libro, soldati nelle trincee o emigrati a Torino o in America, che fra le tante angustie avevano anche quella della lingua, spesso scoglio insuperabile. Eppure essi si esprimevano pressappoco come la Barone veristicamente scrive; ma fu anche da questi drammatici e rozzi incontri che si formò l’unità d’Italia.

Di ciò non si preoccupano ai nostri giorni coloro che stanno facendo di tutto per riportare l’Italia a quei tempi, propugnando separatismi che di fatto tendono alla chiusura più che all’apertura verso gli altri, ad accentuare vieppiù il proprio “particulare”, a dividere e non ad unire. Basti pensare alla pretesa d’ufficializzare il proprio dialetto negli uffici (compresi consigli e tribunali), nelle scuole, negli ospedali, nelle chiese, nei supermercati, ponendo segnali stradali e ospedalieri in dialetto o finanziando pubblicità televisiva suggerente l’uso del dialetto in ogni circostanza della giornata, come stanno facendo alcune regioni, volendo far tornare l’Italia alla babele d’una volta: e ciò, nonostante che ora si siano centuplicati i rapporti interregionali e le occasioni di contiguità e convivenza fra indigeni e allogeni, per i quali ultimi ovviamente tali forme di campanilismo e chiusura, per non dire diffidenza e ostilità, rappresentano un’offesa.

Nata a Bologna da famiglia siciliana e ivi residente, Diletta Barone in questo romanzo parzialmente epistolare, che è a tratti anche un diario familiare e un saggio storico, tenta un recupero delle sue origini: tutto sommato, anche se incomprensibile ai molti, il suo dettato dialettaleggiante (a volte non perfettamente genuino per le esigenze d’un qualche adattamento), non solo segue la storia della sua famiglia, ma esprime l’orgoglio del possesso di quell’idioma e dell’appartenenza — sia pur lontana — a quella sicilianità. Ecco perché a Ragusa il presentatore-esaltatore di questa scrittura non poteva che essere, com’è stato, il palermitano Salvatore Di Marco, il quale da sempre si batte per l’introduzione dell’insegnamento del dialetto siciliano nelle scuole dell’Isola, anche se in Sicilia, come in ogni regione, esistono miriadi di dialetti e non uno solo, tanto che la parlata d’una località riesce pressoché incomprensibile o quanto meno strana se non buffa in altra località della stessa regione.

In pratica la Barone vuole fare un salvataggio — peraltro lodevole — di certi valori popolari: lingua, proverbi, canti, usi e costumi, credenze (fatture, esorcismi, riti della notte di S. Giovanni...), anche se rileva l’incongruenza di certe tradizioni siciliane, come quella d’imporre ai figli lo stesso nome dei nonni, col risultato che nel giro di pochi anni si crea una grande confusione familiare per il ripetersi di nomi fra cugini, zii e altri congiunti. Soprattutto la Barone sottolinea l’onore, la disciplina, il sacrificio e la solidarietà insiti nella sicilianità.

Tale sicilianità è quella d’una Sicilia povera e arcaica, quale s’ebbe a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, quando i genitori avevano diritto incontestato sui figli, li educavano al senso dell’onore e imponevano loro le scelte di lavoro e di matrimonio. Allora i matrimoni venivano combinati dai sensali, magari ricorrendo a ridicoli espedienti per fare incontrare gli aspiranti sposi: un giovane rischiava d’essere ucciso solo per aver fatto per scherzo una serenata ad una ragazza e questa non si sarebbe sposata più se avesse accondisceso a qualche sguardo di troppo. E mentre si riconosceva il benessere dell’Italia Settentrionale, anche se vi si trovavano dei “topi-conigli” e “topi giganti”, s’escludeva un matrimonio sud-nord in ossequio al proverbio “Moglie e buoi dei paesi tuoi”.

In Sicilia quelli erano gli anni della miseria, dell’analfabetismo, del mutuo insegnamento (uno che sa scrivere insegna all’altro che non sa scrivere), dell’emigrazione in America che smembrava le famiglie e della leva obbligatoria che le dissanguava. Come nei Promessi sposi, non mancavano gl’impuniti rapimenti di donne da parte di nobili già sposati; e non mancavano dei frati violenti che maltrattavano i bambini. Il lutto, presente quasi in ogni famiglia, veniva portato molto a lungo; e il color nero dei vestimenti intristiva ancor più la vita. Eppure, in un quadro così deprimente, si poteva trovare la felicità nell’accettare di buon grado il proprio ruolo, nel compiere con responsabilità il proprio dovere, nel sottostare con pazienza alla propria fatica.

Alla resa dei conti, il lavoro della Barone si rivela un grandioso affresco dell’Italia post-unitaria, in cui risultano tutti gli eventi più significativi: povertà, emigrazione, catastrofi naturali, guerre mondiali e coloniali, storiche vittorie e sconfitte, fascismo, autarchia, 8 Settembre, nascita di socialismo e comunismo, rivoluzioni, resistenza e liberazione, malattie micidiali (come malaria, spagnola, tubercolosi, tifo), il famoso treno “Freccia del sud”. A quei tempi le persone non avevano grilli per la testa: raggruppate in famiglie con dieci o più figli ciascuna, l’unico rovello per loro era come sbarcare il lunario e mandare avanti la baracca. Anche quelli che non combattevano al fronte erano eroi ed eroine che al loro valore aggiungevano quello di non essere riconosciuti come tali, vivendo nell’ombra o nell’oscurità. Eppure erano la generalità, in cui le eccezioni si contavano sulle dita d’una mano.

L’autrice ora ha trovato nella sua stessa famiglia una delle tante storie anonime e, con l’aiuto d’una squadra di persone fra narratori, consulenti per il dialetto e revisori, l’ha portata alla ribalta: e chissà che in seguito di questa storia non si possa ricavare un film, essendocene tutti gli elementi. Tale storia è una vera e propria saga, e l’autrice ci tiene a dichiarare in copertina che tutti i fatti e le persone della narrazione sono veramente esistiti: ad esempio, del provveditore agli studi Casaccio molti ricordano la firma nelle circolari e nei diplomi. Così sono tristemente veri l’aereo “Pippo” che terrorizzava i cittadini, i bombardamenti a tappeto, la strage dei fratelli Cervi. Peccato però che non sia stato tracciato l’albero genealogico di quella grande famiglia Di Martino, la quale per la sua diaspora si è sparpagliata in tre continenti e in varie città e regioni italiane.

A tutti gli elementi sopra accennati, s’aggiunge poi l’avventurosità: la narrazione assume un tono salgariano o fantascientifico quando i protagonisti per emigrare si trovano a dover attraversare il deserto africano in carovane con cammelli e beduini pronti ad uccidere; e si colora di “giallo” quando costoro uccidono davvero. La varietà della narrazione comprende anche la fiaba: verso la fine l’autrice si dimostra anche brava scrittrice per l’infanzia, introducendo una fiaba nel romanzo.

Un tema da non sottovalutare è l’odio per la guerra: di questa, definita ragno enorme, con significative pennellate si fa vedere l’assurdità, unita all’arroganza e all’insipienza dei potenti, quando s’accenna al fatto che Trento e Trieste (che per quei poveri combattenti non avevano alcuna importanza) avrebbero potuto essere ottenute con accordi diplomatici. Il patriottismo guerrafondaio è visto come ipocrisia; e, in una visione di generale fratellanza, anche i nemici sono definiti poveracci. L’autrice si domanda perché i potenti decidono d’ammazzare; e presenta il caso paradossale ma veramente esistito di due fratelli che, costretti a combattere in eserciti opposti, rischiano di doversi ammazzare l’un l’altro. Per questi motivi la sconfitta di Caporetto è compresa e giustificata. Alla condanna della guerra s’associano quelle della dittatura fascista e della leva obbligatoria, intese come soprusi sociali e vilipendio dei diritti umani.

Un cenno merita la religiosità che aleggia in tutto il romanzo. é — questa — una religiosità spontanea, sincera e profondamente sentita, che scaturisce da una sana educazione familiare e da salde convinzioni. È vero che ad un certo punto, di fronte a certe catastrofi (come terremoti e morte di figli), qualcuno si chiede se Dio esista davvero, visto che permette certi mali, ma in genere i protagonisti sono tutti religiosi, si comportano da buoni cristiani e pregano tanto; e, anche se spesso le loro preghiere restano vane, a volte raggiungono — almeno così sembra — lo scopo desiderato.

Tirando le somme, questo è un libro che per certi versi può dimostrarsi stancante, ma per altri si dimostra molto interessante, perché potrebbe riuscire educativo per i giovani ed essere adottato nelle scuole: peraltro alle difficoltà di lettura si potrebbe ovviare o saltando le parti incomprensibili o allegando un fascicoletto con il glossario. In ogni caso agli studenti dovrà spiegarsi che le parti incomprensibili sono una realtà: così o pressappoco comunicava o tentava di comunicare quella gente.

Oltre alla questione dell’impasto linguistico nella forma espositiva si nota qualche imperfezione di punteggiatura (a volte la virgola manca o è usata come se fosse un segno più consistente), qualche ripetizione (“aveva sperimentato un senso di partecipazione... che finora aveva sperimentato”), qualche pleonasmo o ridondanza ancorché d’uso corrente (“così tanto”, “talmente tanto”, “così immenso”, “impossibile che potesse”), allitterazioni fuori luogo (“continuamente in mente”) e qualche altra svista (“La diffusione... contagiavano”); ma per il resto essa appare accettabile, chiara e scorrevole. La lettura riesce più piacevole quando il lettore si sente emotivamente coinvolto, grazie alla capacità dell’autrice di alleggerire la narrazione e renderla affascinante.

Nel romanzo, oltre a quelle realistiche si trovano pagine piene di sentimenti ora forti ora delicati. È il caso delle pagine in cui affiora la nostalgia della terra natale: “si era fatta strada dentro di lui una profonda nostalgia e un solo grande desiderio: tornare a casa, in Sicilia, e ricominciare da capo. Gli turbinavano continuamente in mente solo la Sicilia e Ragusa, non ne poteva più di nebbia, freddo, parlare torinese, mangiare torinese, bere torinese. Sognava la pasta con le sarde, i cannoli, la pasta di mandorle, il marsala, desiderava sentire la cantilena della sua lingua, con quelle ‘u’ così lunghe che risuonano nei passati remoti come se il tempo dovesse durare in eterno. Aveva una gran voglia di sentire l’odore della sua terra, il profumo della citronella e delle zagare, voglia di caldo che brucia, del sole del Sud, e non di questo sole bianchiccio del Nord, che certi giorni pare non scaldi neppure e certo non scalda il cuore... Qui al Nord ciascuno si faceva i fatti suoi e non c’era quella calda partecipazione che al Sud è vissuta come comunanza mentre qui come invadenza.” (pag. 117-118). Ed è anche il caso delle ultime pagine del libro, in cui, nel proprio sorprendente ritrovamento in una stanza d’ospedale dopo vite separate e vissute in continenti diversi, due lontani innamorati s’incontrano per darsi l’addio della morte: qui allora i pungenti ricordi diventano esame di coscienza, straziante rimpianto. E qui il lettore attento e sensibile viene coinvolto in forti emozioni e formula pensieri che sanno di verghiano: la marea che travolge i vinti, l’epica lotta per la sopravvivenza, la casa di via Paternò a Ragusa che è come la casa del Nespolo ad Acitrezza, tanti fatti e personaggi che ci richiamano il Verga, inducendoci a riconoscere la capacità e la validità della scrittrice, tanto che ci rammarichiamo che il fittissimo intreccio sia finito.

E, ripensando alle complesse vicende e ai vari personaggi di quest’affascinante storia, ci sembra l’ora che finalmente si renda onore agli eroi ed eroine di quell’epopea, finora ignorati o misconosciuti. È vero che molti giovani d’oggi non vogliono saperne né della miseria né dei sacrifici d’una volta, tesi come sono a pascersi più del necessario e a sollazzarsi perennemente, in un divertimento o carnevale continuo. Eppure quella è stata una realtà non tanto lontana da noi e che comunque potrebbe anche tornare da un momento all’altro. I giovani, le istituzioni e la società d’oggi dovrebbero capire che per rendere onore a quegli eroi ed eroine non bastano fiori e corone, lapidi e monumenti: ci vuole il ripudio o una notevole riduzione degli sprechi e della frivolezza, l’esperienza di quei sacrifici che ora ci fanno considerare eroi o santi i nostri genitori e nonni. Costoro, attraverso lo scenario abilmente disegnato da Diletta Barone, sembrano riemergere dall’oscurità e avanzare barcollanti verso di noi, nell’incertezza e fugacità della nostra stessa vita, per richiamarci ed ammonirci. E non ci resta che ascoltarli, ringraziando l’autrice che ci ha fornito l’opportunità per queste utili riflessioni e per una sperabile catarsi.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-lug. 2004]


Salvo Basso, Un pensiero che non finisce, Novecento, Mascalucia, 2006, pagg. 80, s. p.

Se può essere capitato più volte che un libro venga scritto in occasione d’un matrimonio, non è una cosa usuale che esso sia allegato alle bomboniere e donato dagli sposi (di cui reca i nomi) ad invitati ed amici. Ciò è avvenuto per il libro “Un pensiero che non finisce mai / Versi (1997-2002)” del defunto poeta Salvo Basso, che Sebastiano Leotta ha curato e opportunamente introdotto per quest’occasione. In realtà si tratta d’un’antologia ricavata da varie opere pubblicate in vita dallo stesso autore o dopo la sua morte dagli eredi.

Salvo Basso (Giarre1963 - Scordia 2002) si laureò in filosofia ed ebbe una notevole propensione per il pensiero e la cultura, tanto da essere nominato assessore alla pubblica istruzione (oltre che vice sindaco) del comune di Scordia, dove risiedeva. Ma quello che domina nella sua produzione è una forte interiorità, con l’idea della morte incombente. Indubbiamente egli seppe farsi amare e ammirare, se è vero che un gruppo d’amici ne coltiva la memoria e coopera alle pubblicazioni postume.

Quest’antologia raccoglie delle schegge di pensieri in forma di versi per lo più dialettali e senza titoli. Sono pochissime le composizioni in italiano e con titoli, ma quelle dialettali sono corredate d’espressive traduzioni in italiano, ad opera di vari amici: sicché chi non capisce o non ha a genio questo dialetto può leggere direttamente i testi italiani.

In una serie di colloqui o meglio di soliloqui fatti di semplici frasette, il contenuto di carattere intimistico ci richiama in qualche modo certe poesie del Gozzano o del Pavese, due autori che ebbero sempre presenti la qualità del proprio io e l’imminenza della morte. Al riguardo potrebbero essere emblematici i seguenti versi del Basso: “a ppicca a ppicca / tutti i cosi s’aggiustunu – picchì / sulu a vita / nun c’è rriparu” ( a poco a poco / tutte le cose si aggiustano – perché / solo alla vita / non c’è riparo). Ma tutta l’antologia è piena d’aforismi del genere, secchi, asciutti e privi d’eleganze formali, frutto di profonda serietà, saggezza e trepidazione.

L’autore sa che la sua avventura terrena durerà poco; ma non grida, non impreca e nemmeno implora: si rassegna in una realistica attesa, che è anche amara accettazione del proprio destino.

Ecco, dunque, che questi versi, i quali più che poesie, potrebbero essere definiti pennellate di tremuli acquerelli, vanno letti non alla ricerca di pregi artistici, che potrebbero scarseggiare o non esserci, ma con atteggiamento quasi religioso, in quanto che inducono a riflettere sulla precarietà dell’esistenza umana, del cui mistero il Basso non vuole indagare, limitandosi a subirne le conseguenze e ad affidarsi alla scrittura come testimonianza d’una sofferenza che a volte assume l’aspetto d’un rovello.

In questo libretto, perciò, non c’è nulla di filosofico: non ci sono sistemi e nemmeno elucubrazioni, ma solo inquietudine, spontaneità, bisogno di condivisione. E non c’è nemmeno ricercatezza stilistica: l’autore stesso confida di non sapere scrivere poesie artisticamente elaborate e valide per i concorsi letterari; e d’altronde aggiunge che non saprebbe che cosa farsene di diplomi, coppe, targhe e medaglie. La sua poesia – egli afferma – è come la messa del prete, il quale per primo si confessa e si comunica.

In conclusione, questo libretto si configura come una degna commemorazione dello sfortunato autore, cui certamente va la simpatia dei lettori, unitamente alla gratitudine per il curatore e per gli altri amici che hanno cooperato.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 7.IV.2006]

Angelo Battiato, Canticu di’ Cantici, Le farfalle, Valverde, 2012, pagg. 86, € 10. (1)

Il biblico “Cantico dei cantici” tradotto in siciliano da Angelo Battiato

Il libro sostanzialmente erotico è stato definito “sacro” ed inserito nella “Bibbia”

Il biblico Cantico dei Cantici (probabilmente scritto dopo il sec. IV a. C.) attraverso i secoli è stato oggetto di lunghe indagini, analisi, commenti; e ciò per vari motivi: la data di composizione, l’autore effettivo al di là del presunto Salomone, la struttura, il contenuto, le allegorie, le finalità. In particolare ha meravigliato il fatto che un libro sostanzialmente erotico possa essere stato definito “sacro” ed inserito nella Bibbia. Ora ad esso ha dedicato un notevole impegno Angelo Battiato, docente nelle scuole secondarie superiori e studioso di cultura locale, il quale ne ha anche eseguito una traduzione in dialetto siciliano nel suo libro Canticu di’ Cantici (Le farfalle, Valverde, 2012, pp. 86, € 10). Ma, oltre che per la traduzione, il lavoro appare interessante per la cospicua introduzione, nella quale l’autore affronta tutta la problematica relativa al Cantico.

Premesso che egli s’è letteralmente innamorato di questo Cantico, tanto da farne il compagno dei suoi viaggi per l’Italia, da impararlo a memoria, da recitarlo in varie occasioni ancorché soltanto per sé stesso e da trovare in esso il mezzo più idoneo alla ricerca dell’assoluto, il Battiato s’è fatto carico di risolvere tutte le questioni ad esso connesse e specialmente quella della sua discussa “sacralità”. Dopo aver notato che questo Cantico era usato dagli ebrei per Pasqua come inno della fecondità, com’era usato nelle feste di nozze ebraiche e cristiane, in definitiva egli vede in esso un aspetto dell’amore per il prossimo insegnato da Gesù, amore inteso in modo totalizzante, cioè carnale e spirituale insieme.

Per il Battiato l’amore di coppia è una comunione dell’uno con l’altra e una partecipazione della divinità: l’erotismo, il possesso e il godimento reciproco vogliono essere un’anticipazione del gaudio celeste, tanto che lo sfinimento dopo l’atto sessuale diventa una specie d’estasi divina, pari a quella provata da certi santi. Al riguardo si può aggiungere che Veniero Scarselli aveva supposto la visione beatifica di Dio avuta da Dante nell’Empireo come la metafora d’un orgasmo sessuale dopo una travagliata relazione d’amore: ipotesi che a suo tempo ha suscitato grande scalpore. (Per questo cfr. Gianna Sallustio, Oltre le Colonne d’Ercole: Veniero Scarselli e la poetica dell’esplorazione, Ursini, Catanzaro, 1998.)

Quindi quella del Battiato, sebbene azzardata, certamente è una tesi originale e meritevole d’attenzione.

Nelle conclusioni del Battiato il Cantico diventa indice dell’amore di Dio per l’uomo: la sessualità/sensualità umana implica l’amore completo, ripetiamo carnale e spirituale insieme, che si sublima poi in amore per Dio e per il prossimo. E il Battiato afferma: “Solo con l’amore umano pregustiamo la dolcezza infinita del paradiso”, così che il Cantico dei Cantici viene visto come “La chiave di volta della Parola di Dio, della Bibbia”. Ecco perché, come osserva ancora il Battiato, “i mistici, in modo particolare, sono attratti dalle pagine del sacro poema che narrano dei notturni, dei silenzi, delle lontananze, di immagini che sembrano inspiegabili ad occhio nudo”.

La traduzione in dialetto siciliano con testo italiano a fronte, poi, rivela l’attaccamento del Battiato alla sua lingua natia, di cui egli stesso in varie opere s’è fatto difensore e divulgatore, nella convinzione che nessun altro idioma se non quello natio possa esprimere sentimenti, passioni, esperienze e aneliti così forti. Perciò essa si configura come un tentativo di far proprio e trasferire nella propria intimità, oltre che nel proprio registro linguistico, qualcosa che profondamente colpisce e coinvolge, fino a diventare norma di vita presente e speranza di salvezza futura.

L’autore-traduttore ha usato un dialetto genuino, arcaico e scevro d’infiltrazioni della lingua nazionale, nella speranza che la sua traduzione possa essere gustata appieno dai suoi compaesani, dato che ogni dialetto per sua natura è diverso non soltanto da regione a regione ma anche da comune a comune.

In considerazione dei pregi, a parte la modestia grafico-editoriale del volumetto (che ad ogni modo non incide sulla validità del contenuto), passano in secondo piano le improprietà lessicali che talora rendono poco chiaro il contesto, le sviste di vario tipo e la punteggiatura sovrabbondante di virgole (spesso usate con funzione di segni più consistenti), la quale frammenta il testo.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, mag.-giu. 2016]


Angelo Battiato, Canticu di’ Cantici, Le farfalle, Valverde, 2012, pagg. 86, € 10. (2)

Il biblico Cantico dei cantici fra letteratura e arte figurativa

Il biblico Cantico dei cantici (probabilmente scritto dopo il sec. IV a. C.) attraverso i secoli è stato oggetto di lunghe indagini, analisi, commenti; e ciò per vari motivi: la data di composizione, l’autore effettivo al di là di quello presunto, la struttura, il contenuto, le allegorie, le finalità. In particolare ha meravigliato il fatto che un libro sostanzialmente erotico possa essere stato definito “sacro” ed inserito nella Bibbia.

Si precisa che presso gli antichi popoli orientali espressioni quali “Cantico dei cantici”, “Re dei re”, “Tempio dei templi” e simili equivalevano a forme di superlativo, come a dire Cantico/Re/Tempio per eccellenza: il migliore, il più grande, il più importante.

Anche Dante nella Divina Commedia cita questo Cantico quando in Purg. XXX 11 scrive che uno dei ventiquattro seniori (anziani che rappresentavano i libri dell'Antico Testamento) componenti della grandiosa processione che si svolgeva nel paradiso terrestre, e cioè Salomone, proclamato autore di questo libro della Bibbia all’inizio dello stesso, cantò per tre volte, seguito da tutti gli altri, l’espressione del Cantico “Veni, sponsa, de Libano!”, cioè “Vieni dal Libano, sposa!”: espressione rivolta secondo alcuni alla Chiesa, sposa di Cristo, e secondo altri a Beatrice lì apparsa.1 E in Par. X 109-111, alludendo all’amore esaltato in questo Cantico, il poeta dice che l’anima di Salomone ha espresso per ispirazione divina un amore tale che tutto il mondo desidera avere notizie della salvezza di lui. Fra l’altro nel Paradiso il sommo poeta collocò Salomone fra i sapienti del cielo del Sole, a suo riguardo facendo precisare dal presentatore S. Tommaso d’Aquino che — “se il vero è vero”, cioè dato che la Bibbia non può non dire il vero (e qui si riferisce al biblico I Re III 12) — “a veder tanto non surse il secondo”, cioè che non è nato altro re con una sapienza pari alla sua: concetto poi fatto chiarire, sempre da S. Tommaso, nel successivo canto XIII (e in merito a ciò si nota che non per nulla a questo re, costruttore del tempio di Gerusalemme, è stata attribuita dalla tradizione anche la composizione del biblico libro della Sapienza, una sapienza che attrasse a lui perfino la regina di Saba). Infine lo stesso Salomone nel successivo canto XIV spiega a Dante un suo dubbio circa la durata della luminosità di quelle anime.

Ora al Cantico dei cantici ha dedicato un notevole impegno il siciliano Angelo Battiato, docente nelle scuole secondarie superiori e studioso di cultura locale, il quale ne ha anche eseguito una traduzione in dialetto nel suo libro Canticu di’ Cantici (Le farfalle, Valverde, 2012). Ma, oltre che per la traduzione, il suo lavoro appare interessante per la cospicua introduzione, nella quale l’autore affronta tutta la problematica relativa al Cantico.

Premesso che egli s’è letteralmente innamorato di questo Cantico, tanto da farne il compagno dei suoi viaggi per l’Italia, da impararlo a memoria, da recitarlo in varie occasioni ancorché soltanto per sé stesso e da trovare in esso il mezzo più idoneo alla ricerca dell’assoluto, il Battiato s’è fatto carico di risolvere tutte le questioni ad esso connesse e specialmente quella della sua discussa “sacralità”. Dopo aver notato che questo Cantico era usato dagli ebrei per Pasqua come inno della fecondità, com’era usato nelle feste di nozze ebraiche e cristiane, in definitiva egli vede in esso un aspetto dell’amore per il prossimo insegnato da Gesù, amore inteso in modo totalizzante, cioè carnale e spirituale insieme.

Per il Battiato l’amore di coppia è una comunione dell’uno con l’altra e una partecipazione della divinità2: e in questo modo si riscatta quanto d’immondo e peccaminoso è stato impropriamente attribuito all’amplesso coniugale3. L’erotismo, il possesso e il godimento reciproco vogliono essere un’anticipazione del gaudio celeste, tanto che lo sfinimento dopo l’atto sessuale diventa una specie d’estasi divina, simile a quella provata da certi santi. E qui non si può non pensare all’estasi di S. Teresa d’Àvila, che Gian Lorenzo Bernini meravigliosamente ritrasse nel suo marmo: questa santa mistica, descrivendo la sua esperienza soprannaturale in cui un angelo la trafiggeva con una freccia nel cuore e fin nelle viscere, paragonò le sue sensazioni (durante le quali c’era per dirlo con S. Agostino un excessus mentis in Deum e con S. Bonaventura un itinerarium mentis in Deum, cioè un viaggio della mente/anima verso Dio, viaggio comprendente visioni e piaceri eccelsi) a quelle provate da due amanti al loro primo approccio. Al riguardo si può aggiungere che Veniero Scarselli aveva supposto la visione beatifica di Dio avuta da Dante nell’Empireo come la metafora d’un orgasmo sessuale dopo una travagliata relazione d’amore: ipotesi che a suo tempo ha suscitato grande scalpore4. Quindi quella del Battiato, sebbene azzardata, certamente è una tesi originale e meritevole d’attenzione.

Nelle conclusioni del Battiato il Cantico diventa indice dell’amore di Dio per l’uomo: la sessualità/sensualità umana implica l’amore completo, ripetiamo carnale e spirituale insieme, che si sublima poi in amore per Dio e per il prossimo. E il Battiato afferma: “Solo con l’amore umano pregustiamo la dolcezza infinita del paradiso”, così che il Cantico dei Cantici viene visto come “La chiave di volta della Parola di Dio, della Bibbia”. Ecco perché, come osserva ancora il Battiato, “i mistici, in modo particolare, sono attratti dalle pagine del sacro poema che narrano dei notturni, dei silenzi, delle lontananze, di immagini che sembrano inspiegabili ad occhio nudo”.

La traduzione in dialetto siciliano con testo italiano a fronte, poi, rivela l’attaccamento del Battiato alla sua lingua natia, di cui egli stesso in varie opere s’è fatto difensore e divulgatore, nella convinzione che nessun altro idioma se non quello natio possa esprimere sentimenti, passioni, esperienze e aneliti così forti. Perciò essa si configura come un tentativo di far proprio e trasferire nella propria intimità, oltre che nel proprio registro linguistico, qualcosa — come questo Cantico — che profondamente colpisce e coinvolge, fino a diventare norma di vita presente e speranza di salvezza futura. L’autore-traduttore ha usato un dialetto genuino, arcaico e scevro d’infiltrazioni della lingua nazionale, nella speranza che la sua traduzione possa essere gustata appieno dai suoi compaesani, dato che ogni dialetto per sua natura è diverso non soltanto da regione a regione ma anche da comune a comune.

Per quanto riguarda l’arte figurativa, il Cantico dei cantici ha ispirato alcuni artisti. Già il lombardo Michelangelo Merisi detto Caravaggio (1571-1610) nell’olio su tela intitolato Riposo durante la fuga in Egitto aveva fatto allusione al Cantico inserendo uno spartito musicale con un mottetto ad esso riferito, come a sottolineare l’amore mistico della scena. Successivamente, in un olio su tela del 1853, il francese Gustave Moreau (1826-1898) ha illustrato una scena del Cantico ottenendo esiti incerti, perché al di là del titolo, questo dipinto d’impostazione classicheggiante è di non facile interpretazione.

Per la sua notorietà e passione spicca poi il bielorusso Marc Chagall (1887-1985), al quale è dedicato il museo nazionale di Nizza, che ha una sala riservata proprio ai suoi cinque quadri illustranti il Cantico (lavori ad olio su carta incollata sopra tela, 1958). Tali opere — come altre di questo pittore — sono certamente dotate di suggestione per la vivacità del colore che fa da sfondo e la profondità del misticismo che le pervade, anche se le abbozzate figure di stampo nativo e gli svariati elementi di contorno non sempre consentono di distinguere bene i particolari e coglierne le corrispondenze testuali. Bisogna ricordare anche che lui, naturalizzato francese, era d’origine ebraica e fu tanto affascinato e coinvolto dalla Bibbia da realizzare per essa un vero e proprio percorso artistico.

Infine una menzione particolare per la chiarezza dei contenuti, l’attinenza al testo biblico e la delicatezza dei tratti merita il pittore veneto Franco Murer (nato nel 1952 dal noto scultore Augusto Murer), il quale ha intitolato Cantico dei cantici una serie di suoi dipinti a tecnica mista con figure nitide e graziose, facilmente riportabili al dettato.

Carmelo Ciccia

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1 Per una più dettagliata interpretazione della citazione dantesca cfr. C. Ciccia, Allegorie e simboli nel Purgatorio e altri studi su Dante, Pellegrini, Cosenza, alle pagine 52-53.

2 “I due saranno una sola carne” (Genesi II 24).

3 Mariateresa Fumagalli Beonio Brocchieri nel suo libro Eloisa e Abelardo (1984) riferisce che i medievali Libri Penitenziali riducevano a soltanto una cinquantina in tutto l’anno i giorni leciti all’amplesso coniugale. Per questo motivo l’anonimo affresco del cosiddetto Cristo della Domenica presente sulla facciata dell’antica pieve di S. Pietro di Feletto (TV) fra le cose che feriscono Gesù, e quindi da non farsi nei giorni festivi, rappresenta anche due sposi a letto. Ma già il Levitico XII 2-8 riteneva la puerpera immonda per diversi giorni e l’obbligava a purificarsi con sacrifici vari: infatti il vangelo latino di Luca (II, 22) attribuiva l’obbligo della purificazione a Maria Vergine (dies purgationis Mariae), mentre l’attuale vangelo italiano tradotto dalla Conferenza Episcopale Italiana (La Bibbia, edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1987, p. 1598) attribuisce tale obbligo ad entrambi i coniugi, Giuseppe e Maria (“il tempo della loro purificazione”), così travisando il testo latino delle parole dell’evangelista ed estendendo al marito (Giuseppe) la disposizione di Mosè per la moglie (Maria). La Purificazione di Maria, detta anche Candelora, è una festa della Chiesa Cattolica ricorrente il 2 Febbraio.

4 Per questo cfr. Gianna Sallustio, Oltre le Colonne d’Ercole: Veniero Scarselli e la poetica dell’esplorazione, Ursini, Catanzaro, 1998.

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr. 2016]


Antonietta Benagiano, Poetiche sinapsi, Istituto Italiano di Cultura, Napoli, 2008, pagg. 84, € 15.

POETICHE SINAPSI D’ANTONIETTA BENAGIANO

Roberto Pasanisi, responsabile editoriale di questa pubblicazione, concludendo la sua prefazione al libro Poetiche sinapsi d’Antonietta Benagiano (Istituto Italiano di Cultura, Napoli, 2008, pp. 84, € 15), scrive: “versi che chiari corrono come un ruscello tra le tue dita timorose”. Ma alla resa dei conti le sue sembrano “le ultime parole famose” delle freddure, annuncianti un paradosso, dato che molte composizioni della Benagiano sono poco chiare, poco scorrevoli, astruse e incomprensibili. Esse, salvo eccezioni, risultano da accostamenti di parole senza senso, in cui i periodi sono contorti, il taglio dei versi non appare motivato e la punteggiatura è carente.

Per avere conferma di ciò, basta leggere l’inizio della prima composizione, dal titolo “Immortalità mortale”: “Persa carne al noumeno trasvola l’ombra / sangue ignoto pur l’eccelsa risuonerà nomanza / sino allo stendersi di Krono, s’estinguerà poi / l’immortale eco quaggiù pur essa mortale / cosmica polvere oscura diverrà l’eletto verbo / ai risonanti millenni sogno d’eternità.” (p. 17).

Non si comprende perché l’autrice abbia scritto e pubblicato una silloge di versi i cui messaggi sono ammantati d’oscurità. Si potrebbe pensare che la poesia, se non sta nel contenuto, possa stare nella forma: ma qui gli espedienti tecnici consistono soltanto in una certa enfasi, nell’allineamento dei versi, in un’abbondante fraseologia latineggiante (prodotto dell’insegnamento nei licei) o ad ogni modo arcaico-aulica, mescolata ad espressioni straniere e ad altre attinte dal linguaggio scientifico, a partire dalle sinapsi del titolo, nonché nell’uso di poche allitterazioni, anafore, rime e assonanze.

Eppure da quel poco che si riesce a capire l’autrice avrebbe dei messaggi significativi: l’angoscia dell’enigma universale, i rischi della globalizzazione, la tecnologia e i suoi idoli, la deplorazione dei razzismi e totalitarismi, il compianto delle condizioni delle popolazioni africane, la fatica e la scarsa remunerazione di certi lavori da schiavi, il biasimo del consumismo e degli sprechi coi barboni fra i rifiuti, il ricordo dei genitori, l’avversione reciproca e l’auspicio d’una universale fratellanza, l’amore per gli animali, la disaffezione per l’Italia, i tromboni elettorali che presto diventano predoni, la fiducia in Dio, la ricerca d’un pianeta diverso.

E interessanti sarebbero certi pensieri: “Ricerco un pianeta / dov’è lingua fida lo sguardo / ogni colore bellezza [...] il pianeta inesistente.” (p. 19); “Chi nulla ha meno continuerà ad avere” (p. 22); “Bella Italia disamata / dolo in petto nel tuo nome”, che rifà una nota composizione del Monti (p. 38); “Non toccate i fratelli di Namibia / lor danze agli antichi tamburi / libertà d’Africa madre non toccate!” (p. 46); “Solo in Dio confida chi ha il vuoto attorno” (p. 56); “L’onda all’azzurro che alto si sbianca / il vento giocoso l’albero e il fiore e l’erba / inizio a imparare il volto dell’altro / la voce di Dio in me.” (p. 80). Ma sono pensieri episodici e nebulosi..

Per quanto riguarda la forma grafico-editoriale, il volume è elegante e ben impaginato, a parte la mancanza di corsivi o virgolette per certi termini greci, latini o stranieri. Le sviste sono rare: della parola padre e madre (p. 31); caroselli, che solo pochi conoscono come cetriolini pugliesi (pp. 59 e 60); Frates, che non si capisce se è un nome di cane o se sta al posto di Fratres (p. 66); e alcune iterazioni quali Krono/Kronos, smemorata, memorare, smemoranda.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, sett.-dic. 2010]

Placido Benina, Fidi divina, Coop. Callicari, Biancavilla, 1997, pagg. 86.

LE POESIE DIALETTALI DI PLACIDO BENINA

Placido Benina da molti anni pubblica poesie dialettali, singolarmente e collettivamente, partecipando con successo anche a premi letterari; ma Fidi divina (Coop. Callicari, Biancavilla, pagg. 90) è la sua prima raccolta organica. Il pregio principale di questo libro è che il suo autore — come si professa lui stesso — è illetterato; e quindi la sua poesia è più genuina, ingenua, semplice, non inquinata da modi di dire e di pensare di persone colte. Ad esempio, qui si possono anche trovare espressioni non più in uso o scarsamente in uso, come ammàtula, allianari, tuttu-n-tutt’una, smarinari, ntempu-nenti, a scanna de’ nuccenti, mmudarati, nfutari, ecc. D’altronde non poteva essere diversamente per puisii riliggiusi (come recita il sottotitolo) che esprimono non solo la religiosità ma anche il modo di vivere d’una volta: e per questo esse hanno il profumo-calore-sapore del pane casereccio appena sfornato.

L’autore chiede scusa degli errori, affermando “non sugnu littiratu” e “non mi sentu pueta di valuri / n sìmplici dilittanti hat’a ccittari”, ma è proprio questo il suo punto di forza: in un’epoca in cui dominano l’artificiosità e l’ipocrisia ben vengano la sincerità e la semplicità.

Placido Benina è forse l’ultimo poeta contadino che crede nella poesia, nelle sane tradizioni, in certi valori ora in declino o non più praticati. Ovviamente la sua religione non è quella dei dogmi e delle dispute teologiche, ma quella della tradizione popolare, dei racconti biblici, degli aneddoti, delle feste familiari, ma anche dei sani princìpi e del corretto vivere civile, dei saldi convincimenti e dell’incrollabile fede. La sua poesia è perciò descrittiva e didascalica nello stesso tempo; e da essa traspare l’anelito per un mondo migliore, ordinato, pacifico e soprattutto basato sull’amore e sul rispetto reciproco, sempre nella prospettiva d’un aldilà, per cui costante è l’invocazione a Dio e ai santi.

Con le sue preghiere “campagnole”, a volte depositate sotto le immagini sacre, il poeta chiede benedizioni per la campagna, frumento e frutti, salute e benessere per tutti, intenti di pace per gli scienziati nel timore che “lu munnu la scienza lu fà sfari”; e inoltre coscienza per i malvagi, buonsenso per i drogati, rimorso per i delinquenti, in modo che siano evitati “stupri, siquestri, ccu morti ammazzati”.

Simpatiche sono le feste natalizie con l’arrivo di parenti e amici: “Ccu nuciddi e cosi duci / nichi e granni, n cumpagnia, / tra li jochi, sciali, vuci, / aspittamu lu Missia”. Ma varie sono le occasioni dovute e ricorrenze e cerimonie. “La nascita d’o Bamminu” è un vero e proprio poema di ben 52 strofe, nel quale la sequenza dell’Annunciazione ha movenze antonelliane; e nella sequenza della ricerca dell’albergo da parte di Giuseppe e Maria in viaggio per Betlemme l’autore sembra ricalcare l’analoga sequenza del Gozzano.

Insomma, in questo libro di Placido Benina i lettori che si accosteranno ad esso con la sua stessa umiltà troveranno piacere estetico e spirituale. Ed è per questo che auguriamo all’autore di proseguire su questa strada e di conseguire quei successi che si addicono alle persone semplici, oneste e generose come lui.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta rossazzurra di Sicilia”, Paternò, 26.II.2000]

Alfonso Beninatto, L’ultima fatica di Josef, Piazza, Silea, 2014, pagg. 208, € 14.

“L’ultima fatica di Josef” di Alfonso Beninatto

L’Autore-alpinista racconta con passione la montagna e il suo ecosistema

Il libro d’Alfonso Beninatto L’ultima fatica di Josef (Piazza, Silea, 2014, pp. 208, € 14) è il riflesso della grande passione dell’autore per la montagna e per il suo ecosistema, estrinsecata in tutta la sua vita. Infatti egli è prima di tutto alpinista e poi insegnante e autore di vari libri, ma è stato anche amministratore civico (sindaco del comune di Breda di Piave e consigliere della provincia di Treviso).

Josef (la cui fotografia appare in copertina) è uno stambecco che per la sua età di circa 10-12 anni può definirsi vecchio e si è ritirato dal branco, al quale non può essere più utile, per condurre vita statica e solitaria. Casualmente scoperto dall’autore in una sua ascensione sulle Dolomiti, ne diventa amico e dialoga con lui, che decide di condurlo con sé verso un ghiacciaio, per toglierlo dal torpore che poco prima lo faceva sembrare morto ed offrirgli l’occasione di qualche attività; ma l’animale si muove a malapena, tanto che ad un certo punto egli lo lega a sé con un cordino annodato alle corna, trainandolo: e con tutto ciò, a causa di quest’ultima fatica l’animale spira in cospetto di quella natura ch’era stata il suo mondo.

Questa è soltanto una della ventina di storie che compongono questa raccolta ed è essa che dà il titolo al libro. Fra le altre ci sono: quella d’un gracchio mutilato che per un’intera giornata segue l’autore in un’ascensione e viene ritrovato tre anni dopo, riconosciuto per la mutilazione alla zampa; quella d’un agnellino neonato finito in un burrone, che l’autore — con gran dispendio d’energie — recupera e affida al resto della sua ansiosa famigliola, ricevendone un segno di gratitudine dalla pecora madre; quella d’una scoiattola per la quale il compagno chiede ed ottiene soccorso (anche se essa poco dopo muore), guidando verso l’infortunata l’autore, che poi in un alto anfratto d’un tronco (per raggiungere il quale fatica non poco) scopre il nido degli scoiattolini derelitti, a cui istantaneamente dà il cibo che ha con sé e qualche giorno dopo con altra apposita arrampicata porta dei viveri in abbondanza; quella d’un sacerdote alpino che celebra la messa ad oltre 2.000 metri d’altitudine in occasione d’un raduno interregionale; quella d’una pastorella che parla con una volpe; quella d’un piccolo montanaro che va in giro fra le cime alla ricerca di suo padre mai conosciuto e anche lui viene rapito da un temporale; quella d’un cane senza padrone trovato su una roccia, rifocillato, curato, trasportato a valle e consegnato ad un canile; quella della statua del Cristo Pensante sul Monte Castellazzo, per l’autore occasione ora di commozione, meditazione e preghiera, ora d’indignazione e disgusto a causa del turismo di massa e delle sue conseguenze (baccano, sporcizia, inquinamento ecc.); quella d’una gita scolastica di tre giorni in alta montagna.

L’autore deplora la possibilità data alle automobili di raggiungere siti un tempo inviolati, come ad esempio le Tre Cime di Lavaredo, patrimonio dell’umanità, per le quali è stata approntata una strada asfaltata, fonte d’inquinamento dell’aria, del paesaggio e del silenzio; e, mentre della gente della Carnia elogia “il saluto cordiale, l’aiuto reciproco, l’ospitalità” (p. 186), di quella del Tirolo Meridionale decanta la pietà religiosa tramandata, nonché “l’aiuto reciproco, l’armonia tra vecchi e giovani, l’amicizia, il farsi compagnia” (p. 196); e fra le tante cose apprende che nella credenza popolare le previsioni meteorologiche vengono fornite non soltanto da certi animali ma anche da certe piante come funghi, carlina e taràssaco.

Fin dalle prime pagine emerge il valore educativo di quest’opera: il voler trovarsi fra monti e cielo, preferibilmente in solitudine, evidenzia il carattere meditativo dell’opera, in cui all’estasi per le bellezze del creato (paesaggio di cime, boschi, torrenti, cascate…) l’autore aggiunge la considerazione di ciò ch’è l’uomo di fronte alla natura e al suo creatore: “chi sono, da dove vengo, dove vado” (p. 187): e al riguardo egli propone d’insegnare già nelle scuole elementari la filosofia per educare al pensare. Inoltre il voler salire excelsior, sempre più in alto, fra disagevolezza dei luoghi, stanchezza, intemperie e difficoltà varie, rappresenta un efficace allenamento e quindi un’educazione della volontà sulla scia della pascoliana “Piccozza”. Né va sottovalutato il grande amore che l’autore manifesta per gli animali, per il cui benessere egli compie notevoli sacrifici, in uno spirito di francescana fratellanza, giungendo a rimproverare i compagni che hanno ucciso una vipera. Infine non mancano giudizi critici sulla scuola d’oggi e sul suo degrado, in particolare circa l’attuale frenesia d’effettuare gite molto lontano da casa, trascurando invece il territorio che sta a ridosso dei singoli istituti scolastici.

Il fatto poi — come opportunamente mette in luce l’autore — che queste montagne, oggi tanto ammirate, per parecchi anni sono state zone di contesa, conflitto e morte, non può non far riflettere il lettore sull’insensatezza della guerra, dovendosi nel caso d’un territorio preteso da due o più Stati interpellare i residenti per far decidere a loro con chi stare, secondo il principio dell’autodeterminazione dei popoli enunciato dal presidente statunitense Wilson e recepito dalla nostra Costituzione.

Per questi e altri motivi questo libro è consigliabile particolarmente agli alunni, magari facendolo adottare nelle scuole come opera di narrativa. I lettori possono trovarvi paesaggi incantevoli, pensieri profondi, utili stimoli alla formazione del carattere e anche occasioni per esercitare la propria fantasia in leggende e fiabe dolomitiche, come in quella del lago di Carezza, in quella della pastorella Azzurra e della volpe Furba, in quella del piccolo montanaro Tonino — il cui testo più d’altri si colora di poesia e che anzi, se si sceneggiasse, potrebbe avere come colonna sonora l’omonima e celebre composizione musicale Le petit montagnard (“Il piccolo montanaro”) di Francesco Paolo Frontini (Catania 1860-1939) — e in quella del mostro-gigante guardiano della Slingia (BZ) addormentatosi a lungo e quindi trasformato per castigo in un gruppo montuoso.

La forma grafico-editoriale del libro è ben curata ed elegante; e, nonostante alcune imperfezioni linguistico-espressive, esso si legge con facilità e vivo interesse, data la chiarezza e la scorrevolezza. Inoltre per le espressioni dialettali sarebbe stata opportuna una traduzione in italiano, anche se in nota, e per le parole straniere una differenziazione tipografica con corsivi, grassetti o virgolette.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, dic. 2015]


Giacinto Bevilacqua, Giovanni Micheletto il “conte di Sacile” (Sports 15 Futur Editing, Vittorio Veneto, 2012, pagg. 126, € 10.

Il conte di Sacile (PN) descritto da G. Bevilacqua

Il giornalista e scrittore friulano Giacinto Bevilacqua, autore di varie pubblicazioni, nel suo recente libro Giovanni Micheletto il “conte di Sacile” (Sports 15 Futur Editing, Vittorio Veneto, 2012, pp. 126, € 10) descrive con dovizia di particolari la poliedrica figura di Giovanni Micheletto (Sacile 1889-1958 ), che fu ciclista, commerciante, partigiano e amministratore civile.

Dopo aver accennato alla sua formazione giovanile in un’agiata famiglia di commercianti di vini e liquori (ma la madre gestiva un’osteria con cucina) e aver sottolineato che fu il fratello Achille, dapprima corridore, ad incitarlo a darsi al ciclismo, l’autore si diffonde sull’attività agonistica di Giovanni Micheletto, che nel ciclismo fu in successione principiante, concorrente e vincitore.

Fra le varie gare a cui il Micheletto partecipò, l’autore ricorda in particolare il debutto a Conegliano nel 1905 e le vittorie al Giro di Lombardia del 1908, a quello del Veneto del 1909, a quello di Romagna-Toscana, a quello della Lombardia e a quello della provincia di Mantova del 1910, a quello della Romagna e a quello delle tre capitali del 1911 (per il 50° dell’Unità d’Italia), a quello d’Italia di vari anni, ma vinto in trio nel 1912. E nel centenario di questa vittoria al Giro d’Italia è uscita la biografia del Bevilacqua.

Quindi il Micheletto si trasferì per un certo periodo in Francia, dove nel 1913 vinse la Parigi-Menin; e, dopo averne vinto la prima tappa, stava per vincere anche il Tour de France, ma, pur essendo in testa verso il traguardo, non poté vincere a causa d’un’improvvisa foratura. Questo fu il motivo che lo fece ritirare dall’agonismo e rientrare in patria, dove però verso i 60 anni riprese a correre, non più in bicicletta bensì in automobile Lancia, partecipando a varie gare, fra cui la “Coppa delle Dolomiti” a Cortina d’Ampezzo. E l’autore conclude la parte sportiva con un album alfabetico dei migliori corridori contemporanei del Micheletto, fornendo una serie d’interessanti notizie in merito.

Proseguendo nella narrazione, l’autore parla del servizio militare del Micheletto in artiglieria durante la prima guerra mondiale, della morte del fratello, del suo matrimonio allietato dalla nascita di due figlie e della fortunata attività commerciale di vini e liquori, il cui marchio era “Fratelli Micheletto”, facente capo a lui stesso e a sua sorella, la quale preparava personalmente certi liquori.

Per quanto concerne la seconda guerra mondiale e il relativo dopoguerra, l’autore ricorda i bombardamenti su Sacile, la Resistenza, il padre antifascista, il cognato partigiano e ricercato, la sorella deportata a Udine, le epurazioni che videro cadere anche uno stimato medico, la costituzione del locale Comitato di Liberazione Nazionale, di cui fece parte lo stesso campione, iscritto al partito d’azione e in contatto coi partigiani, il quale poi fu costretto a fuggire lontano insieme col padre perché minacciato di morte, il ripristino della democrazia (alle cui prime elezioni egli fu candidato indipendente) e la sua nomina a presidente dell’ospedale di Sacile. Sotto la sua ultradecennale presidenza, quest’ospedale registrò un grande miglioramento, con nuovi locali e moderne attrezzature. E perciò nell’ospedale stesso poi è stata posta una lapide a ricordo dello zelo e delle benemerenze del Micheletto, lodate anche da alcune testimonianze riportate nel libro.

In appendice l’autore, dopo aver precisato che il Micheletto — nonostante la sua attività commerciale — era astemio, che seguiva le corse ciclistiche in automobile e che faceva tanta beneficenza, parla del soprannome di “conte di Sacile” attribuitogli per il suo garbo e la sua distinzione, che lo facevano somigliare ad un vero gentiluomo e che una volta lo fecero accogliere alla stazione di Sacile da una folla enorme, con banda e fuochi d’artificio. Nelle conclusioni poi si tratta dei suoi solenni funerali, dei premi, coppe e trofei intestati col suo nome, del Club Micheletto, del Museo del ciclismo “Altolivenza” di Portobuffolé intitolato a lui e al cineoperatore Duilio Chiaradia, del nuovo palasport di Sacile intitolato a lui stesso. E, mentre nel contesto dell’opera ci sono numerose fotografie d’epoca, oggi preziose, nelle ultime pagine c’è una buona bibliografia,.

Questo libro si rivela importante per aver posto all’attenzione dei lettori — anche con l’ausilio di cronache giornalistiche dei vari tempi — un personaggio che senza dubbio ha onorato lo sport e la sua città natale anche col contributo da lui dato alla democrazia e all’amministrazione ospedaliera. In esso poi ci sono pagine di storia nazionale e locale: e a quest’ultimo riguardo notevole è il racconto che l’autore fa delle origini della plurisecolare Fiera dei Osei che annualmente si svolge a Sacile.

L’espressione linguistica è chiara, scorrevole e corretta (tranne qualche refuso, qualche virgola mancante, qualche vocabolo non italiano e qualche titolo di giornale scritto senza virgolette o non in corsivo) e l’opera si legge sicuramente con piacere ed utilità.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, lug.-dic- 2013]


Rino Walter Bianconi, Correggioli / Notizie sul nostro paese, Grafiche FM, Bergantino, 2009, pagg. 64, s. p.

Correggioli di Ostiglia (MN): un grazioso paesino lombardo

Il libretto di Rino Walter Bianconi Correggioli / Notizie sul nostro paese (Grafiche FM, Bergantino, 2009, pp. 64, s. p.) appartiene alla categoria di quelli che, presentando un piccolo centro abitato, in realtà portano all’attenzione la storia d’un’area più vasta, che in questo caso è il territorio che va dal Polesine a Verona: e ciò, perché Correggioli (nome con pronuncia piana) è una frazione del comune d’Ostiglia, in provincia di Mantova.

Rino Walter Bianconi, morendo nel 2001, lasciò un documento inedito sulla storia del suo paese. E nel 2009 le figlie Anna Maria e Gabriella, con la mamma, per onorare la sua memoria hanno deciso di pubblicare questo lavoro, che in realtà è fatto non da un improvvisato, ma da uno studioso che aveva le carte in regola per una ricerca del genere: infatti l’autore — oltre che essere stato maestro elementare per buona parte della sua vita, apprezzato particolarmente per la cura della lingua italiana, della cui didattica era diventato esperto frequentando specifici corsi d’aggiornamento (e a conclusione della carriera aveva anche ricevuto dal ministero della pubblica istruzione un diploma di benemerenza con medaglia), ed organista parrocchiale — aveva conseguito il diploma in archivistica, paleografia e diplomatica.

La descrizione dell’autore, dopo un quadro dell’ambiente geografico del fiume Po, che spesso invade la terra provocando immense paludi, percorre preistoria e storia, trattando delle varie bonifiche succedutesi nei tempi, dei primi insediamenti abitativi, degli stanziamenti dei romani (i quali definirono ostili, cioè impraticabili, le zone in cui poi sorse l’attuale Ostiglia), delle invasioni barbariche (fra l’altro ricordando che proprio da quelle parti il papa Leone Magno fermò Attila e i suoi unni), delle contee istituite durante il Sacro Romano Impero, del lungo dominio prima di Verona e poi di Mantova (quest’ultima con la signoria dei Gonzaga), a cui seguirono il regime austriaco (col breve intervallo napoleonico) e l’annessione al regno d’Italia; e a tal proposito egli non manca di ricordare lo spirito patriottico dei lombardi e le repressioni austriache, culminate nell’impiccagione dei martiri di Belfiore proprio presso Mantova, citando anche il patriota ostigliese don Luigi Martini, confortatore di quei martiri stessi.

Dopo aver trattato l’onomastica della zona (fra l’altro precisando che il nome di Correggioli indicava le strisce di terreno elevate e non invase dal Po), l’autore si diffonde sulla storia della parrocchia, ricordando il ruolo svolto dalla chiesa locale mediante la tenuta dei registri anagrafici fin da quand’era semplice cappella. Accenna anche al compatrono san Bernardino da Siena, che, predicando con eccezionale fervore in buona parte dell’Italia Centro-Settentrionale, si fermò pure in questo paese, suscitando grande devozione; e quindi parla del restauro della vecchia chiesa, per la quale i paesani lavorarono gratis, e fa presente che a questa poi seguì la costruzione d’una chiesa moderna.

A ciò seguono ben otto appendici, con rispettivamente: elenco di rettori e parroci, visite pastorali, registri parrocchiali, campane, toponimi, cimiteri, epigrafi marmoree, fondi documentari. Al riguardo qui va sottolineata l’importanza (anche fotografica) di certe pagine dei registri, delle antiche mappe catastali, delle lapidi e relative epigrafi.

Il lavoro è stato condotto col sostegno dell’Archivio di Stato di Mantova; e questa circostanza ne conferma la serietà e la validità, rendendolo prezioso non soltanto alla comunità locale, ma anche agli appassionati di quella storia che rende affascinanti i borghi d’Italia.

Il testo contiene soltanto qualche raro refuso e la forma grafico-editoriale è buona nella scelta dei caratteri, nell’impaginazione, nella qualità della carta e delle immagini.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, genn.-giu. 2014]


Orazio Antonio Bologna, Manfredi tra scomunica e redenzione, Sentieri meridiani, Foggia, 2010; e Manfredi di Svevia / Impero e Papato nella concezione di Dante, LAS - Libreria Ateneo Salesiano, Roma, 2013.

Dante, Manfredi, Papato e Impero negli studi d’Orazio Antonio Bologna

In Purg. 103-145 Dante presenta l’anima del re di Sicilia Manfredi di Svevia (1232-1266), il quale, perché scomunicato, deve attendere nell’antipurgatorio trenta volte il tempo vissuto nella scomunica, prima di potere scalare da penitente le cornici del purgatorio per la purificazione e poi ascendere da beato all’empireo per la felicità eterna. Già dalla presentazione (“biondo era e bello e di gentile aspetto”) il divino poeta dimostra grande ammirazione per lui, descritto come un cavaliere ideale, simile al biblico David; e già più volte egli aveva espresso stima per lui e per il padre: perciò l’episodio è soffuso di delicatezza e perfino il sorriso del re si vela di malinconia. La scena si svolge alla base del monte del Purgatorio: le anime sono appena giunte dalla terra e risentono tuttora della loro terrestrità. Così Manfredi si vanta della nonna Costanza e dell’omonima figlia, giudica “onor di Cicilia e d'Aragona” la sua discendenza e ripensa con rammarico al suo corpo, seppellito, riesumato e infine abbandonato lungo il fiume Verde per opera dell’arcivescovo di Cosenza e ordine del papa Clemente IV. Qui non si parla di politica, ma della fede in Dio e del suo perdono; e la preoccupazione di Manfredi è quella di far sapere a Dante, alla figlia e a tutti gli altri che — contrariamente alla generale opinione — egli è salvo e desidera ottenere preghiere di suffragio, dato che, nonostante la gravità dei suoi peccati e la maledizione ecclesiastica, “la bontà infinita ha sì gran braccia, / che prende ciò che si rivolge a lei”.

La vicenda storica di Manfredi — successore del padre Federico II nel regno di Sicilia (comprendente quasi tutta l’Italia Meridionale), dopo esserne stato reggente dal 1250 al 1258, e ucciso in battaglia dagli angioini mossi contro di lui dal suddetto papa Clemente IV — attraverso i secoli ha sempre attratto i cronisti, gli storiografi e gli studiosi: egli è stato esaltato dai ghibellini e dai patrioti italiani ma fortemente avversato dai guelfi e dagli ecclesiastici.

Su questo personaggio storico ha pubblicato due interessanti volumi lo studioso Orazio Antonio Bologna: Manfredi tra scomunica e redenzione (Sentieri meridiani, Foggia, 2010) e Manfredi di Svevia / Impero e Papato nella concezione di Dante (LAS - Libreria Ateneo Salesiano, Roma, 2013). In essi l’autore ripercorre e interpreta tale vicenda alla luce del pensiero di Dante; e nella sua analisi investe diversi filoni d’indagine: dantistica, storia della Chiesa, storia d’Italia, tradizioni popolari, linguistica.

Secondo l’autore, che tratta il personaggio con grande simpatia, Dante collocò Manfredi nell’antipurgatorio non quale scomunicato dal papa — dato che tale scomunica era motivata da questioni non dottrinali ma territoriali — bensì quale colpevole d’orribili peccati non meglio specificati: pentitosi d’essi all’ultimo momento della vita, egli non aveva da pentirsi d’una scomunica non valida secondo il divino poeta, il quale la pensava proprio come Manfredi, sua proiezione, ed era anche lui padre di figli e perseguitato da un papa simoniaco. Infatti, in base alla teoria dantesca dei due soli (Purg. XVI 106-129), Dio ha disposto per il bene dell’umanità due capi: il papa per guidare gli uomini alla felicità spirituale e l’imperatore per guidarli alla felicità terrena. Volendo appropriarsi del potere temporale, il papa si distoglieva dalle funzioni prettamente spirituali; e quindi ben faceva Manfredi a cercare di strappare territori a lui per tentare di costituire l’unità d’Italia (anche se a quei tempi mancava l’aspirazione popolare a ciò) come avevano tentato di fare il padre Federico II e prima ancora i longobardi, i franchi e i normanni, sempre incappando nel veto della Chiesa. È vero che alcuni curialisti pontifici vedevano una deviazione di Dante dall’ortodossia nel separare la felicità terrena da quella ultraterrena; ma il poeta poi riconobbe che la prima è finalizzata alla seconda e che il potere temporale è soggetto a quello spirituale, tanto che per le cose spirituali anche l’imperatore doveva sottostare al papa. Quindi la scomunica che sconta Manfredi nell’antipurgatorio non sarebbe quella inflitta dal papa, ma un’autoesclusione dalla comunione dei santi o comunione della Chiesa a causa degli orribili peccati commessi, dal personaggio stesso riconosciuti.

Insomma Dante non avrebbe potuto concepire una condanna da parte di Dio d’un re come Manfredi, convinto d’agire per mandato divino contro la Chiesa, allontanatasi dagli scopi per i quali era stata fondata da Gesù.

Ovviamente a chi conosce il pensiero di Dante l’originale tesi del Bologna appare verosimile e affascinante dal punto di vista della logica umana e sentimentale. Dal punto di vista critico-letterario, però, essa collide con la plurisecolare tradizione esegetica, che ha ritenuto Manfredi punito qui perché scomunicato dal papa, ed in particolare contrasta con l’opinione di Benedetto Croce il quale scrisse che Manfredi nel suo pentimento finale, pur deplorando il comportamento persecutorio da parte degli ecclesiastici nei confronti del suo cadavere, “vede il loro torto e vede anche il torto proprio e le ragioni della santa Chiesa” (La poesia di Dante, Laterza, Bari, 1921, p. 109). Inoltre essa non si concilia né con la parola dantesca “maladizion” (v. 133), che è sinonimo d’anatema e quindi di scomunica, e presuppone una o più sanzioni ufficiali da parte della Chiesa, quali sono le bolle pontificie che c’erano state contro Manfredi, né col fatto che nei canti successivi Dante presenta vari penitenti non scomunicati dalla Chiesa che tardarono a pentirsi dei loro peccati (anche gravi), fra cui Belacqua (Purg. IV), i morti per violenza altrui (Purg. V e VI) e i prìncipi lenti nella conversione (Purg. VII e VIII), i quali hanno tempi d’attesa nell’antipurgatorio inferiori a quelli del re svevo, condannato invece ad attendere trenta volte quanto durò la sua “presunzione”, cioè la sua ribellione alla Chiesa che lo aveva “maledetto”, cioè scomunicato. Quindi, pur se nel canto la parola “scomunica” non è mai pronunciata, il suo concetto è espresso con la parola “maladizion”. Peraltro l’autore stesso dichiara di non illudersi che le conclusioni da lui addotte diano un’interpretazione definitiva tanto dell’episodio dantesco quanto dei pochissimi documenti superstiti, da lui consultati in vari archivi.

Eppure questi studi del Bologna sono interessantissimi perché in essi c’è un rimprovero alla gerarchia ecclesiastica del passato per l’ostinazione nel pretendere il potere temporale, dimenticando da una parte l’insegnamento del Crocifisso, il quale lasciò l’esempio d’un’estrema povertà, dall’altra il richiamo di personaggi autorevoli, anche riformatori e fondatori d’ordini religiosi, che per aver predicato l’esigenza per papi, cardinali e vescovi d’abbandonare il loro scandaloso comportamento e ritornare allo spirito evangelico dei primordi furono perseguitati e finirono al rogo o perlomeno dichiarati pazzi. E giustamente nel secondo volume l’autore cita più volte l’abate calabrese Gioacchino da Fiore (Par. XII 139-141), non finito al rogo e nemmeno dichiarato pazzo, ma ad ogni modo emarginato per molti secoli, il quale influì notevolmente su Dante col suo fervido auspicio di purificazione della Chiesa e di ritorno alle origini.

L’autore parla diffusamente di simonia, corruzione, frode, immoralità, sfarzo, nepotismo, odi e sanguinose lotte per il conseguimento del papato, tutti metodi che vigevano fra gli ecclesiastici (e che non escludevano le ricompense sostanziose ai cardinali elettori, ma anche le vendette e gli omicidi); delinea la Chiesa come organismo politico più che spirituale e presenta Manfredi come unto del Signore, esecutore d’una missione affidatagli da Dio e martire della spregiudicata politica dei papi. Tuttavia, difendendo l’ortodossia di Dante, ci tiene a sottolineare la sintonia del divino poeta con l’insegnamento dogmatico basato sulla Dottrina e sulla Tradizione e il suo disappunto per la politica del papato.

Quindi egli esamina dettagliatamente il trattato dantesco De Monarchia e il Constitutum della presunta donazione di Costantino, facendo rilevare che i beni donati al papa avrebbero dovuto formare un patrimonio da utilizzare per i poveri e non per uno Stato politico; estende la sua ricerca all’editto di Costantino del 313 e a quello di Teodosio del 380; descrive luoghi e fasi della battaglia di Benevento in cui il re svevo perse la vita (1266); segue le tracce del suo cadavere, dalla provvisoria tomba fattagli erigere dal re Carlo I, vincitore anche grazie al tradimento di certi baroni pugliesi (a cui accenna pure Dante in Inf. XXVIII 16), alla riesumazione e all’abbandono d’esso lungo il fiume Verde, fino all’individuazione della corrispondenza fra Verde e Calore; e in queste approfondite indagini si trasforma quasi in un investigatore, visitando luoghi, interpellando persone e allegando documenti d’archivio, prove e testimonianze varie, come le leggende popolari della zona.

In definitiva gli studi d’Orazio Antonio Bologna si configurano come una dura requisitoria contro le brame terrene degli ecclesiastici del passato a danno della spiritualità e della diffusione del vangelo. La presunta donazione di Costantino si trasformò in ferreo potere temporale (che impedì l’unità d’Italia per oltre mille anni), arroganza, lusso sfrenato e sfruttamento di poveri cittadini. Perciò Manfredi, che quale capo dei ghibellini italiani aspirava a cingere anzitutto la corona d’Italia e poi semmai quella dell’impero, è morto per una causa santa; e Dante non l’ha dannato all’inferno, come il padre eretico (Inf. X 119), ma posto in luogo di salvazione, implorante indulgenze acquistabili non con donazioni o lasciti materiali, ma con orazioni, specialmente quelle della bella e buona figlia Costanza.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr. 2014]


Orazio Antonio Bologna, Manfredi tra scomunica e redenzione, Sentieri meridiani, Foggia, 2010, pagg. 120, € 14.

“Manfredi tra scomunica e redenzione” d’Orazio Antonio Bologna

Un’attenta indagine che ripercorre Dante, la linguistica, le tradizioni popolari, la storia della Chiesa e d’Italia

La vicenda storica di Manfredi di Svevia (1232-1266), successore del padre Federico II nel regno di Sicilia (comprendente quasi tutta l’Italia Meridionale), dopo esserne stato reggente dal 1250 al 1258, e ucciso in battaglia dagli angioini mossi contro di lui dal papa Clemente IV, attraverso i secoli ha sempre attratto gli studiosi, dato che egli era esaltato dai ghibellini e patrioti italiani ma fortemente avversato dai guelfi e dagli ecclesiastici.

Il libro Manfredi tra scomunica e redenzione d’Orazio Antonio Bologna (Sentieri meridiani, Foggia, 2010, pp. 120, € 14) ripercorre e interpreta tale vicenda alla luce del pensiero di Dante; e nella sua analisi investe diversi filoni d’indagine: dantistica, storia della Chiesa, storia d’Italia, tradizioni popolari, linguistica.

Secondo l’autore, che tratta il personaggio con grande simpatia e ammirazione, Dante collocò Manfredi nell’antipurgatorio (Purg. III 103-145) non quale scomunicato dal papa — dato che tale scomunica era motivata da questioni non dottrinarie ma territoriali — bensì quale colpevole d’orribili peccati non meglio specificati: pentitosi di tali peccati all’ultimo momento della vita, egli non aveva da pentirsi d’una scomunica non valida secondo il divino poeta, il quale la pensava proprio come Manfredi, sua proiezione, ed era anche lui padre di figli e perseguitato da un papa simoniaco. Infatti, in base alla teoria dantesca dei due soli (Purg. XVI 106-129), Dio ha disposto per il bene dell’umanità due capi: il papa per guidare gli uomini alla felicità spirituale e l’imperatore per guidarli alla felicità terrena. Volendo appropriarsi del potere temporale, il papa si distoglieva dalle funzioni prettamente spirituali; e quindi ben faceva Manfredi a cercare di strappare territori a lui per tentare di costituire l’unità d’Italia come avevano tentato di fare il padre Federico II e prima ancora i longobardi, i franchi e i normanni, sempre incappando nell’ostacolo della Chiesa. È vero che alcuni curialisti pontifici vedevano una deviazione di Dante dall’ortodossia nel separare la felicità terrena da quella ultraterrena; ma il poeta poi riconobbe che la prima è in qualche modo soggetta alla seconda. Quindi la scomunica che sconta Manfredi nell’antipurgatorio non è quella inflitta dal papa, ma un’autoesclusione dalla comunione dei santi o comunione della Chiesa a causa degli orribili peccati commessi, da lui riconosciuti.

Insomma Dante non avrebbe potuto concepire una condanna da parte di Dio d’un re come Manfredi, convinto d’agire per mandato divino contro la Chiesa, allontanatasi dagli scopi per i quali era stata fondata da Gesù.

Ovviamente a chi conosce il pensiero di Dante l’originale tesi del Bologna appare verosimile e affascinante, anche se collide con la plurisecolare tradizione esegetica, che ha ritenuto Manfredi punito qui perché scomunicato dal papa, ed in particolare con l’opinione di Benedetto Croce il quale scrisse che Manfredi nel suo pentimento finale, pur deplorando il comportamento persecutorio da parte degli ecclesiastici nei confronti del suo cadavere, “vede il loro torto e vede anche il torto proprio e le ragioni della santa Chiesa” (La poesia di Dante, Laterza, Bari, 1921, p. 109).

In questo libro c’è un rimprovero alla gerarchia ecclesiastica per l’ostinazione nel pretendere il potere temporale, dimenticando da una parte l’insegnamento del Crocifisso, il quale lasciò l’esempio d’un’estrema povertà, dall’altra il richiamo di personaggi autorevoli, anche fondatori d’ordini religiosi, che per aver predicato l’esigenza per papi, cardinali e vescovi d’abbandonare il loro scandaloso comportamento e ritornare allo spirito evangelico dei primordi, furono perseguitati e finirono sul rogo o perlomeno dichiarati pazzi. E per questo può sembrare una stonatura la massima iniziale del papa Pio IX (p. 7), grande assertore e difensore del potere temporale.

L’autore parla diffusamente di simonia, corruzione, frode, immoralità, sfarzo, nepotismo, odi e sanguinose lotte per il conseguimento del papato che vigevano fra gli ecclesiastici (e che non escludevano le ricompense sostanziose ai cardinali elettori, ma anche le vendette e gli omicidi); delinea la Chiesa come organismo politico più che spirituale e presenta Manfredi come unto del Signore, esecutore d’una missione affidatagli da Dio e martire della spregiudicata politica dei papi, dato che “La brama di potere era così grande che chiunque vi si opponeva era considerato nemico di Dio e, come tale, veniva combattuto con tutte le armi, compresa la scomunica” (p. 25). Tuttavia ci tiene a sottolineare la sintonia di Dante con l’insegnamento dogmatico basato sulla Dottrina e sulla Tradizione e il suo disappunto per la politica del papato, il quale, sotto l’egida della Croce, “s’ingeriva con crescente prepotenza negli affari interni degli Stati, determinava squilibri e seminava discordie, spesso finite nel sangue” (p. 26).

Quindi egli esamina dettagliatamente il trattato dantesco De Monarchia e la presunta donazione di Costantino, facendo rilevare che secondo Dante i beni ricevuti dal papa avrebbero dovuto costituire un patrimonio da utilizzare per i poveri e non per uno Stato politico; descrive il luogo della battaglia di Benevento in cui il re svevo perse la vita (1266); segue le tracce del suo cadavere dalla provvisoria tomba fattagli erigere dal re Carlo I, vincitore anche grazie al tradimento di baroni pugliesi (a cui accenna pure Dante in Inf. XXVIII 16), alla riesumazione e all’abbandono d’esso lungo il fiume Verde, fino all’individuazione della corrispondenza fra Verde e Calore; e in queste indagini si trasforma quasi in un investigatore, visitando luoghi, interpellando persone e allegando documenti d’archivio, prove e testimonianze varie, come le leggende popolari della zona, da lui ben conosciuta per esservi nato.

L’opera si configura come una dura requisitoria contro le brame terrene degli ecclesiastici del passato a danno della spiritualità e della diffusione del vangelo; e, secondo l’autore, il Concilio Vaticano II “non è riuscito a cancellare del tutto la patina di temporalità, che ancora permane e incrosta la mente di qualche rigido conservatore” (p. 33). La presunta donazione di Costantino si trasformò in “roccaforte d’un potere spesso soverchiatore e dispotico” (p. 54), lusso sfrenato e sfruttamento di poveri cittadini. Perciò Manfredi, che quale capo dei ghibellini italiani aspirava a cingere la corona del ricostituendo regno d’Italia e poi quella imperiale, è morto per una causa santa; e Dante non l’ha dannato all’inferno, come il padre eretico (Inf. X 119), ma posto in luogo di salvazione, implorante indulgenze acquistabili non con donazioni o lasciti, ma con orazioni, specialmente con quelle della bella e buona figlia Costanza.

La forma è chiara, scorrevole e corretta (salvo alcuni refusi, sviste e ripetizioni), con particolare attenzione alla punteggiatura e al lessico, che lo rende accessibile a tutti, grazie anche al fatto che numerose espressioni in latino sono tradotte in nota. Dal punto di vista grafico-editoriale, il libro è decoroso, ha buona carta e caratteri leggibili ed è ben impaginato, anche se manca la numerazione delle pp. 64-67.

In chiusura è collocata una ricca bibliografia, in cui però — a quanto dichiarato a p. 15 — sono trascurati i contributi più recenti. L’autore non ha messo qui una sua biografia, ma cercando nella rete telematica si può vedere fra l’altro ch’egli vive ed opera vicino ai responsabili della Chiesa Cattolica: infatti, dopo essere stato docente di lettere classiche nei licei, ora egli insegna letteratura latina nell’università pontificia salesiana di Roma, è latinista e collaboratore della rivista vaticana “Latinitas” più volte premiato in Vaticano (e al riguardo si veda la bella dedica in latino con cui s’apre questo volume), autore di varie pubblicazioni principalmente in latino e membro della Pontificia Academia Latinitatis.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, ag. 2014]


Marino Bonifacio, Cognomi dell’Istria / Storia e dialetti, con speciale riguardo a Rovigno e Pirano, Edizioni Italo Svevo, Trieste, 1997, pagg. 196.

STUDI DI MARINO BONIFACIO SUI COGNOMI ISTRIANI

A Rovigno dal 1475 al 1753 esistette la casata Albona o d’Albona, il cui cognome era etnico dell’omonima città, mentre nel 1695 esisteva il cognome Degobbis pure proveniente da Albona: lo riporta Marino Bonifacio nel suo interessante libro Cognomi dell’Istria / Storia e dialetti, con speciale riguardo a Rovigno e Pirano (Edizioni Italo Svevo, Trieste, 1997, pagg. 196). Il Bonifacio, profugo piranese residente a Trieste, è un appassionato cultore d’onomastica e dialettologia istriana: altre sue opere da ricordare sono gli studi Antichi casati di Pirano e d’Istria rispettivamente dedicati ai cognomi Contento (Atti e memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, Trieste, 1992, pagg. 147-228) e Indrigo (Tipografia Triestina, Trieste, 1995, pagg. 87), nonché una serie di saggi sparsi su giornali e riviste.

Tutta la produzione del Bonifacio è una testimonianza di quanto possano l’amor di patria e lo spirito di ricerca in uno studioso come lui, votato alla riaffermazione d’un’identità calpestata e vilipesa. In ogni pagina, in ogni riga, vibra il sentimento dell’italianità, che non si palesa come borioso orgoglio, ma come documentata consapevolezza delle proprie radici.

L’autore, come altri, sostiene che i dialetti istriani e dalmati non sono una sovrapposizione veneziana su sostrati slavi, ma si formarono autoctonamente dal latino, come il veneziano, a cui risultarono affini; anzi in certi casi sono più vicini all’italiano di quanto non lo sia il triestino, che sembra quasi storpiare certe pronunce. Premesso che tutte le città dell’Istria, da Capodistria a Pinguente e Pisino, fino a Fianona ed Albona, sono state ininterrottamente latine, italiche, venete e italiane fino al 1945, l’autore afferma che attraverso i secoli esse hanno assimilato entro le loro mura ogni tipo di slavo proveniente dalla penisola balcanica; anzi spesso certe famiglie slave chiedevano d’essere aggregate ai Consigli Nobili, ritenendo un orgoglio potersi definire istriane latine.

Ma oltre a ciò in questi studi ci sono miniere d’informazioni, anche disseminate nelle note, che rivelano una preparazione si direbbe sconfinata, attinta alla cultura classica, alla storia e alla tradizione, e che qui non è possibile riassumere. A volte attraverso un cognome, com’è il caso d’Indrigo e altri, l’autore scandaglia secoli di storia, ne registra le varianti e la loro ubicazione, ne segue le peregrinazioni e altre vicende, ne annota l’estinzione. L’autore registra anche le immigrazioni, come quelle provenienti dal Meridione d’Italia.

Ovviamente lavori del genere presuppongono intense ricerche in archivi, municipi, parrocchie, tanto da far tremar le vene e i polsi. Non mancano le ricostruzioni d’alberi genealogici plurisecolari, dallo stesso Bonifacio pazientemente disegnati, qualche fotografia di personaggio e un opportuno indice alfabetico dei nomi.

I rilievi che si possono muovere sono che l’espressione linguistica italiana dell’autore non sempre è ortodossa e che sarebbe stata opportuna una migliore organizzazione tecnica dei testi e dell’impostazione grafica, specialmente là dove, come nelle varie centinaia di note (la cui quantità avrebbe potuto essere ridotta), il carattere tipografico è minuto e quindi si legge con difficoltà.

Tuttavia sia ben chiaro che il Bonifacio, pur avendo presenti i grandi linguisti, non è un ripetitore: le conclusioni a cui approda sono frutto di personale elaborazione; anzi a volte egli lamenta che non ci siano ancora degli studi scientifici in merito, particolarmente da parte di autori istriani, oppure corregge qualche grande linguista. È il caso d’Emidio De Felice, il quale aveva definito veneziano il cognome Tommaseo, portato dal famoso scrittore e patriota dalmata Niccolò Tommaseo, mentre il Bonifacio ne sottolinea l’origine dalmatica, rilevandone il “tipico suffisso dalmatico derivativo -èo, che continua il latino -eus, ed è quindi indipendente dall’omonimo suffisso -èo, esito del greco e neogreco -aios, presente in taluni cognomi etnici di alcune aree griche (cioè neogreche) dell’Italia meridionale, come il Salento, la Calabria e la Sicilia orientale”. E allo stesso De Felice egli addebita l’avere erroneamente inteso il cognome Raguseo anche come Ragusano, cioè come etnico della Ragusa siciliana, mentre esso è etnico solo della Ragusa dalmatica, poiché in realtà per la Ragusa siciliana l’etnico è Ragusano o — aggiungiamo noi — anche Ibleo, dall’antica località Ibla, oggi parte inferiore della città.

Abbiamo voluto riportare quanto sopra per dimostrare la vastità delle conoscenze e la serietà dell’autore. Perciò le ricerche di Marino Bonifacio meritano l’apprezzamento non solo degl’istriani e dalmati, ma anche di tutti gli studiosi, i quali possono trovare nei suoi studi risposte fondate a vari quesiti d’onomastica istriana.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, sett. 2000]


Yves Bonnefoy, Le assi curve, con testo originale in francese e traduzione in italiano a fronte curata da Fabio Scotto, Mondadori, Milano, 2007, pp.240, € 12,00

Letteratura francese d’oggi

PENSOSITÀ, RICERCA E SIMBOLISMO NELLA POESIA D’YVES BONNEFOY

Yves Bonnefoy, nato a Tours nel 1923, laureato in filosofia alla Sorbona e docente al Collegio di Francia di Parigi, è uno degli scrittori più eminenti della letteratura francese d’oggi e per alcuni il poeta più accreditato al mondo. Più volte candidato al premio Nobel, ha ottenuto altri importanti riconoscimenti, quali il “Balzan” (1995), il “Grinzane Cavour” (1997) e il “Kafka” (2007). È saggista, critico, traduttore e poeta, che fa confluire nella poesia la pregnanza del suo pensiero e della sua riflessione sull’essenza della poesia e sul suo modo di farsi. Infatti, dopo aver seguito il surrealismo, s’è accostato all’esistenzialismo, facendosi promotore d’una poesia con accenti filosofici che cerchi di ritrovare la vicinanza fra parola e cosa, già esistente al tempo dell’infanzia e poi guastata dalla concettualità e dalla quotidianità. Tuttavia egli non si può inquadrare in una corrente specifica: e la sua poesia, più che filosofia, esprime pensosità.

Cultore della classicità e del Rinascimento, più volte s’è recato in Grecia e in Italia, per abbeverarsi alle fonti del pensiero, del mito e della bellezza: ed è proprio l’Italia che lui ha scelto come seconda patria, venendo spesso qui, dov’è di casa, per incontri, fiere, conferenze, amicizie, tanto che da noi è uno dei poeti stranieri più letti, grazie all’inserimento nelle collane di nostre grandi case editrici. Infatti, oltre che poeti nordici quali Shakespeare, Keats e Yeats, egli ha tradotto anche Petrarca e Leopardi.

Delle sue moltissime opere, che è impossibile citare tutte, ricordiamo in italiano i titoli d’alcune in versi: Movimenti e immobilità di Douve (1953), Anti-Platone (1953), Ieri nel deserto regnante (1958), Pietra scritta (1965), Nell’illusione del limite (1975), Quel che fu senza luce (1987), Dove la freccia ricade (1988), La verità della parola (1989), Inizio e fine della neve (1991), La vita errante (1993), Le assi curve (2001). Il volume di Tutte le poesie, con traduzione a cura di Fabio Scotto, è in preparazione presso Mondadori.

Per mettere in rilievo la complessa personalità d’Yves Bonnefoy ci soffermiamo ora sul volume Le assi curve, con testo originale in francese e traduzione in italiano a fronte curata dallo stesso Scotto, contenente in forma antologica anche ampi stralci di precedenti pubblicazioni (Mondadori, Milano, 2007, pp.240, € 12,00).

Con un linguaggio altamente simbolico, non sempre penetrabile, e ricco di metafore, anafore ed altre figure retoriche, la poesia del Bonnefoy, a volte espressa in prosa poetica, ruota attorno ad alcuni concetti-chiave quali morte, pietra, barca, bambino, nudità, Dio, poesia, bellezza e verità, sonno — e conseguentemente sogno e risveglio — che, come per una fissità ideologica, sono ripetuti parecchie volte in semplici parole o in intere frasi, facendo anche da titoli o sottotitoli di composizioni o sillogi: perciò non è possibile citare i numeri delle relative pagine.

La morte è il concetto onnipresente, espresso o sottinteso, perché “mourir est simple” (“morire è semplice”). Essa è desiderata come una notte chiara, ma il poeta si augura che questo mondo rimanga, nonostante la morte. C’è anche la barca dei morti; e la morte è una matrigna che chiama ancor prima della nascita.

La pietra può essere quella della tomba o quella dell’oblio, o semplicemente qualche pietra incontrata per caso, usata come sedile, crepata, rovesciata, sfiorata o lanciata, o un campo di pietre.

“Les planches courbes” (“le assi curve”) che danno il titolo al volume sono quelle d’una barca che si trova in perigliosa navigazione, in un fiume-oceano sempre più minaccioso, da cui è impossibile raggiungere la riva: nella barca ci sono un gigante-traghettatore senza volto (Caronte? Dio?), assente a sé stesso, e un bambino (il poeta?) che gli ha chiesto d’essere traghettato, pagando il relativo obolo. Il bambino è senza identità e senza genitori, non sa da dove proviene e dove va, e chiede insistentemente al traghettatore di fargli lui da padre; ma quegli non soltanto risponde evasivamente, ma si dimostra nocchiero incapace, mentre le assi curve della barca scricchiolano nella turbolenza e il traghettatore, con l’acqua fino al collo, tanto che ha dovuto caricarsi del bambino sulle spalle come un novello S. Cristoforo, rischia d’essere travolto anche lui dalla piena; e “nage dans cet espace sans fin de courants, qui s’entrechoquent, d’abîmes qui s’entrouvrent, d’étoiles” (“naviga in questo spazio senza fine di correnti, che si scontrano, d’abissi che si socchiudono, di stelle”), anche se ad un certo punto, per un poeta in cerca di bellezza e verità, diventa bello questo errare o vagabondare come Ulisse.

Nudo è il bambino, e nudi sono altri bambini, come a volte nude sono le mani, nudi i piedi e nudi o bagnati certi seni oggetto di desiderio erotico. E c’è una donna, anch’essa senza volto, che fa capolino (una Parca?) e che danza con le sue ombre, mentre si parla anche d’un vendemmiatore senza volto (Dio?).

L’autore racconta che a volte dorme e sogna, o sogna ad occhi aperti, e oggetto dei suoi sogni sono dei ricordi, specialmente d’infanzia, della sua classe, ecc., che sembrano rivivere in tanti loro particolari e vengono descritti e accarezzati con nostalgia; ma al risveglio nella casa natale vede gli altri nella gioia, mentre lui non lo è. Addirittura il risveglio può avvenire in una barca, che ha le assi della prua curvate “Pour donner forme à l’esprit sous le poids / de l’inconnu, de l’impensable, se desserrent” (“Per dar forma allo spirito sotto il peso / dell’ignoto, dell’impensabile, si allentano”). Anche il sogno, che a volte può essere indifferenza, offre bellezza nella verità; e la bellezza nel suo luogo natio è soltanto verità: bellezza e verità.

La parte finale del volume è tutta relativa a Dio (qui sempre espressamente nominato) e al concetto che ne hanno certi teologi, i quali ritengono che Dio ci sia, ma sia cieco: “L’idée, le rêve de Dieu, / Le rêve de ce fond de la nuit qu’ils nomment Dieu” (“L’idea, il sogno di Dio, il sogno di questo fondo della notte ch’essi chiamano Dio”). Tale Dio cerca di vedere una pietra e altre cose naturali: “Dieu cherche, lui sans yeux, / À voir enfin la lumière” (“Dio cerca, pur essendo senz’occhi, di vedere finalmente la luce”). Egli è inconsistente e senza nome, uno che lacera le pagine che scrive, in odio della sua stessa opera e come un artista bizzarro; e la materia da lui sognata altro non è che fango. E siccome ama la musica e la scultura, s’incarna in un ceppo scolpito da uno scultore che con esso costruisce il suo Dio. (Cfr. però il biblico libro della Sapienza, 13 e 14.)

In questo marasma d’incertezze non si salva che la parola, e con essa la poesia ch’essa crea e con cui trova bellezza e verità, magari descrivendo che “grands bruits d’abîmes puis se perdaient dans l’incréé, dans l’absence” (“grandi fragori d’abissi poi si perdevano nell’increato, nell’assenza”). La poesia è l’unico bene, perché è un quasi cantare; e il poeta riconosce che la vita è un “Parler, presque chanter, avoir rêvé / De plus même que la musique, puis se taire” (“Parlare, quasi cantare, aver sognato / ancor più della musica, poi tacere”). Il nome della poesia è uno e molteplice, il suo canto si ricorda sempre e il poeta sa “qu’il n’est d’autre étoile / [...] / Dans le ciel illusoire des astres fixes” (“che non esiste altra stella / [...] / nel cielo illusorio degli astri fissi ”).

Come si vede, la poesia d’Yves Bonnefoy s’incentra su quei temi che da sempre assillano l’uomo, nel tentativo di dare qualche risposta a questioni fondamentali quali l’origine e il destino dell’uomo, la morte, l’aldilà, Dio. E non trovando risposte si ripiega su sé stessa, in una visione pessimistica, restando essa medesima l’unica consolazione.

Per il suo malinconico simbolismo il Bonnefoy sembra l’erede e continuatore nel Novecento del Baudelaire e del suo spleen. I versi sono fatti di periodi brevi, spesso con proposizioni nominali e affermazioni apodittiche, che si riscattano soltanto in squarci paesaggistici, visioni cosmiche o apocalittiche, fulgori abbaglianti, memorie emozionanti. Però in essi è carente il respiro sintattico, come pure l’afflato lirico e quella musicalità che il suo connazionale Verlaine postulava per la versificazione nella sua “Art poétique”: De la musique avant toute chose (“Musica anzitutto!”). Abbonda, invece, la concettosità che vi è sottesa.

Anche Dante a volte aveva celato dei concetti — come lui stesso riconosce — “sotto il velame delli versi strani” (Inf. IX 63), eppure complessivamente il suo poema è comprensibile e godibile, tanto da essere diventato universale. Invece nel Bonnefoy il pensiero-simbolo limita non soltanto la comprensibilità ma anche il lirismo. Se questo poeta riscuote tanto successo, ciò è dovuto non alla forma, ma al contenuto, cioè alla problematica ch’egli agita. Leggendo l’originale in francese, ci s’accorge che la sua è una poesia disadorna e difficile, spesso discorsiva (tanto che in certe pagine si trasforma in prosa vera e propria), concentrata in alcune massime, ma che — quando comprensibile — fa lungamente riflettere.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2009]


Renato Borsotti, Sulla strada di Zenna, Gruppo Editoriale Veneto, Marcon, 1991. (1)

Sulla strada di Zenna di Renato Borsotti

Renato Borsotti, giudice di pace a Conegliano, è noto non soltanto per qualche sua sentenza esemplare, ma anche per la sua passione per la cultura e particolarmente per la poesia. Fornito d’una solida cultura classica e d’una sensibilità non comune, egli ha potuto conciliare la sua passione con la carriera giuridica, prima in campo militare poi in campo civile. Perciò è frequentemente presente, attento e vivacemente partecipe, a conferenze, tavole rotonde e convegni, particolarmente sul Novecento italiano, che magari lui stesso anima.

Il suo recente libro Sulla strada di Zenna (uscito dopo il precedente Marlies ed altre poesie) dichiara sulla copertina l’omaggio a Vittorio Sereni, che fu professore d’italiano dell’autore al liceo “Carducci” di Milano e dal quale egli derivò l’amore per la poesia e quel certo non so che di triste che caratterizza la sua produzione. Ma il legame col Sereni si manifesta anche nel titolo e nel contenuto della raccolta: Zenna, che è a due passi da Luino, paese natale del poeta suo professore e grande amico, è un posto di partenza per la Svizzera. Il titolo perciò evoca l’opera prima Frontiera del Sereni a 50 anni dalla pubblicazione, ma anche una porta verso i sogni e quel nomadismo che tutto sommato caratterizza ancora la vita del nostro autore, segnata da tristi vicende e dall’angoscia d’un irraggiungibile ideale.

In questo libro, illustrato con disegni di Mihu Vulcanescu, ci sono tracce di poeti che hanno sofferto e hanno sublimato in arte la loro sofferenza, quali Leopardi, Pascoli, Ungaretti, Montale, Sereni. Al Montale sembrerebbe rifarsi la forma scabra, a volte ellittica e aspra, delle composizioni; ma è leggendo bene che si scopre un’altra presenza sottesa, quella del Quasimodo, adombrata fra le zàgare di Tindari mite della lirica “Silenzioso meriggio”: e questa presenza è nel costante atteggiamento di frustrazione nei confronti della vita, nel ripiegamento su sé stesso e nella lene e triste musicalità che a qualche composizione conferisce la connotazione d’un epicedio.

Il pessimismo del Borsotti non è un’azione di protesta contro checché o chicchessia, ma semplicemente l’espressione d’una dolorosa condizione di vita e la ricerca di solidarietà. Il suo non è lo spleen bodleriano, violento e quasi teatrale, ma un penoso abbassamento di testa di fronte a certe delusioni, a certe situazioni. È una tristezza con la quale si deve convivere e anzi si convive nel migliore dei modi; una pena delicata, raccontata quasi sottovoce... Ed è proprio quando questa pena si sublima che nasce la poesia: nasce da vicende del mondo, belliche e sociali quali quelle della guerra del Golfo Persico, di piazza Tien An Men, di Sarajevo e Lubiana, ma anche da esperienze e risorse personali; nasce per noi, i quali la gustiamo e offriamo la nostra solidarietà all’autore che ha tanto sofferto, tanto soffre e sa esprimere così delicatamente la sua pena.

Certamente nella poesia di Renato Borsotti c’è un sofferto autobiografismo, ma questo più che intimismo è un’ispezione dentro e fuori del proprio io alla ricerca della condizione umana.

Se Montale invidiava l’immobilità d’una statua nel meriggio, Borsotti invidia l’immobilità estiva del mare (“Ad una stella caduta”); se Ungaretti scrive “Mattina” Borsotti gli fa eco con “Mattino”: “Ho negli occhi / la gioia del tuo sorriso”. Ma è nei frequenti epifonemi che si dimostra la saggezza del poeta, specialmente quando questa scaturisce dalla pena: “Com’è soave l’amore / quando giovinezza / negli occhi / sognanti.” E qui bisogna dire che in questa composizione c’è la poetica di Borsotti, e la sua essenza è posta come titolo della composizione: Poesia / è infinita tristezza.

La lirica “Dolorosa attesa” ha già nel titolo la pregnanza del dolore e merita una lettura attenta e una riflessione particolare anche per capire l’animus del poeta: in essa sottili arcani premono da sterminati silenzi, tristi sensazioni d’innovate angosce s’infittiscono, ci sono dolorose memorie d’ignoti fili attorcigliati, stagioni senza vittorie, amori senza incantesimi e canti senza musica; e l’amore è dolorosa attesa. E se si vuole un solo esempio dello scorrere della poesia di Borsotti si legga la lirica che comincia con le parole Quando sorpreso guardo, dove non soltanto ci sono ancora angosce, stavolta d’amore, ma struttura dei versi e musicalità, intrise d’un profondo senso di pena, costituiscono il binario della lirica, che si conclude con l’epifonema “Toglie e dà memoria / il mare”; oppure quella che comincia con le parole Quando sono solo, triste, che vibra di grazia interiore, con reminiscenze classiche: reminiscenze che si trovano più avanti nei nomi di Saffo, Attide e Acheronte, come pure in certi brani latini di Plinio e Orazio.

Naturalmente tutti questi epifonemi non avrebbero tanta importanza, ovvero la loro sarebbe solo un’importanza esteriore e prosastica, se non fossero impastati d’autentica poesia: “Agli incanti futuri / smemora il cuore, chiuso / alle vibranti / estive carezze.” (“Controcanto”).

E qui ci piace notare che forse la parte migliore, per scorrevolezza dei versi e musicalità, è proprio quella finale, dove le liriche prendono titolo dal primo verso; e se da un lato esse si legano l’una all’altra come un racconto che continua, dall’altra sono l’emblema dello stile di Borsotti, anche se più viva è in esse la presenza di maestri come Quasimodo e Montale.

Per concludere, la poesia di Renato Borsotti è un distillato di pensosità e tristezza che dai recessi del cuore e della mente si sublima in dolorosi sentimenti e sa librarsi in un intreccio di lirici voli.

Carmelo Ciccia

[“Nuova rassegna di studi meridionali, Cosenza, n° 1-2/1997” ]


Renato Borsotti, Sulla strada di Zenna, Gruppo Editoriale Veneto, Marcon, 1991. (2)

“SULLA STRADA DI ZENNA”

Fornito d’una solida cultura classica e d’una sensibilità non comune, Renato Borsotti, residente a Ponte della Priula, ha potuto conciliare la sua passione per la poesia con la carriera d’avvocato e di giudice. Perciò egli è frequentemente presente a conferenze, tavole rotonde e convegni che magari lui stesso anima.

Il suo recente libro Sulla strada di Zenna (uscito per il Gruppo Editoriale Veneto di Marcon dopo il precedente Marlies ed altre poesie) è dedicato a Vittorio Sereni, che fu suo professore d’italiano al liceo “Carducci” di Milano e dal quale egli derivò l’amore per la poesia e quella tristezza che caratterizza la sua produzione.

In questo libro ci sono tracce di poeti che hanno sofferto e hanno sublimato in arte la loro sofferenza, quali Leopardi, Pascoli, Ungaretti, Montale, Sereni. A Montale sembrerebbe rifarsi la forma scabra, a volte ellittica e aspra, delle composizioni; ma è leggendo bene che si scopre un’altra presenza sottesa, quella di Quasimodo, adombrata fra le zàgare di Tindari mite della lirica “Silenzioso meriggio”: e questa presenza è nel costante atteggiamento di frustrazione nei confronti della vita, nel ripiegamento su sé stesso e nella lene e triste musicalità che a qualche composizione conferisce la connotazione d’un epicedio. Spesso si notano solitudine e autobiografismo, ma questo più che intimismo è un’ispezione dentro e fuori del proprio io alla ricerca della condizione umana.

La poesia di Renato Borsotti è un distillato di pensosità e tristezza che dai recessi del cuore e della mente si sublima in dolorosi sentimenti e sa librarsi in un intreccio di lirici voli.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 19.IX.1998]


Renato Borsotti, Sulla strada di Zenna, Gruppo Editoriale Veneto, Marcon, 1991. (3)

LA POESIA DI RENATO BORSOTTI

Renato Borsotti, emiliano di nascita, lombardo d’adozione e ora veneto di residenza, è noto per la sua passione per la cultura e particolarmente per la poesia. Fornito d’una solida cultura classica e d’una sensibilità non comune, egli ha potuto conciliare la sua passione con la carriera d’avvocato e di giudice, prima in campo militare poi in campo civile. Perciò è frequentemente presente, attento e vivacemente partecipe, a conferenze, tavole rotonde e convegni, particolarmente sul Novecento italiano, che magari lui stesso anima.

Il suo recente libro Sulla strada di Zenna (uscito per il Gruppo Editoriale Veneto di Marcon dopo il precedente Marlies ed altre poesie) dichiara sulla copertina l’omaggio a Vittorio Sereni, che fu professore d’italiano dell’autore al liceo “Carducci” di Milano e dal quale egli derivò l’amore per la poesia e quel certo non so che di triste che caratterizza la sua produzione. Ma il legame col Sereni si manifesta anche nel titolo e nel contenuto della raccolta: Zenna, che è a due passi da Luino, paese natale del poeta suo professore e grande amico, è un posto di partenza per la Svizzera. Il titolo perciò evoca l’opera prima Frontiera del Sereni a 50 anni dalla pubblicazione, ma anche una porta verso i sogni e quel nomadismo che tutto sommato caratterizza ancora la vita del nostro autore, segnata da tristi vicende e dall’angoscia d’un irraggiungibile ideale.

In questo libro, illustrato con disegni di Mihu Vulcanescu, ci sono tracce di poeti che hanno sofferto e hanno sublimato in arte la loro sofferenza, quali Leopardi, Pascoli, Ungaretti, Montale, Sereni. Al Montale sembrerebbe rifarsi la forma scabra, a volte ellittica e aspra, delle composizioni; ma è leggendo bene che si scopre un’altra presenza sottesa, quella del Quasimodo, adombrata fra le zàgare di Tindari mite della lirica “Silenzioso meriggio”: e questa presenza è nel costante atteggiamento di frustrazione nei confronti della vita, nel ripiegamento su sé stesso e nella lene e triste musicalità che a qualche composizione conferisce la connotazione d’un epicedio.

Il pessimismo del Borsotti non è un’azione di protesta contro checché o chicchessia, ma semplicemente l’espressione d’una dolorosa condizione di vita e la ricerca di solidarietà. Il suo non è lo spleen bodleriano, violento e quasi teatrale, ma un penoso abbassamento di testa di fronte a certe delusioni, a certe situazioni. È una tristezza con la quale si deve convivere e anzi si convive nel migliore dei modi; una pena delicata, raccontata quasi sottovoce... Ed è proprio quando questa pena si sublima che nasce la poesia: nasce da vicende del mondo, belliche e sociali quali quelle della guerra del Golfo Persico, di piazza Tien An Men, di Sarajevo e Lubiana, ma anche da esperienze e risorse personali; nasce per noi, i quali la gustiamo e offriamo la nostra solidarietà all’autore che ha tanto sofferto, tanto soffre e sa esprimere così delicatamente la sua pena.

Certamente nella poesia di Renato Borsotti c’è solitudine e sofferto autobiografismo, ma questo più che intimismo è un’ispezione dentro e fuori del proprio io alla ricerca della condizione umana.

Se Montale invidiava l’immobilità d’una statua nel meriggio, Borsotti invidia l’immobilità estiva del mare (“Ad una stella caduta”); se Ungaretti scrive “Mattina” Borsotti gli fa eco con “Mattino”: “Ho negli occhi / la gioia del tuo sorriso”. Ma è nei frequenti epifonemi che si dimostra la saggezza del poeta, specialmente quando questa scaturisce dalla pena: “Com’è soave l’amore / quando giovinezza / negli occhi / sognanti.” E qui bisogna dire che in questa composizione c’è la poetica di Borsotti, e la sua essenza è posta come titolo della composizione: Poesia / è infinita tristezza.

La lirica “Dolorosa attesa” ha già nel titolo la pregnanza del dolore e merita una lettura attenta e una riflessione particolare anche per capire l’animus del poeta: in essa sottili arcani premono da sterminati silenzi, tristi sensazioni d’innovate angosce s’infittiscono, ci sono dolorose memorie d’ignoti fili attorcigliati, stagioni senza vittorie, amori senza incantesimi e canti senza musica; e l’amore è dolorosa attesa. E se si vuole un solo esempio dello scorrere della poesia di Borsotti si legga la lirica che comincia con le parole Quando sorpreso guardo, dove non soltanto ci sono ancora angosce, stavolta d’amore, ma struttura dei versi e musicalità, intrise d’un profondo senso di pena, costituiscono il binario della lirica, che si conclude con l’epifonema “Toglie e dà memoria / il mare”; oppure quella che comincia con le parole Quando sono solo, triste, che vibra di grazia interiore, con reminiscenze classiche: reminiscenze che si trovano più avanti nei nomi di Saffo, Attide e Acheronte, come pure in certi brani latini di Plinio e Orazio.

Naturalmente tutti questi epifonemi non avrebbero tanta importanza, ovvero la loro sarebbe solo un’importanza esteriore e prosastica, se non fossero impastati d’autentica poesia: “Agli incanti futuri / smemora il cuore, chiuso / alle vibranti / estive carezze.” (“Controcanto”).

E qui ci piace notare che forse la parte migliore, per scorrevolezza dei versi e musicalità, è proprio quella finale, dove le liriche prendono titolo dal primo verso; e se da un lato esse si legano l’una all’altra come un racconto che continua, dall’altra sono l’emblema dello stile di Borsotti, anche se più viva è in esse la presenza di maestri come Quasimodo e Montale.

Per concludere, la poesia di Renato Borsotti è un distillato di pensosità e tristezza che dai recessi del cuore e della mente si sublima in dolorosi sentimenti e sa librarsi in un intreccio di lirici voli.

Carmelo Ciccia

[“Il Piave”, Conegliano, marzo 1998]


Vincenzo Bòsari, Prelùdio, Tipografia Ditta Domenico Menini, Spilimbergo, 1921, pagg. 204, £ 5. (1)

ANTICHE POESIE DI VINCENZO BÒSARI

È un vero reperto archeologico il voluminoso libro di poesie Prelùdio, opera prima di Vincenzo Bòsari (1901-1990) che la Menini di Spilimbergo stampò nel lontano 1924 e ora lo Studio Bibliografico Iavarone di Napoli ha inserito nel suo catalogo. Il compianto poeta e narratore (che qui fa derivare dalla Grecia il suo ceppo e il suo cognome) fu autore di parecchi libri, tradotto specialmente all’Est e presente in numerose antologie scolastiche, attivo per molti anni fra il pordenonese e il trevigiano, ma anche in Iugoslavia.

Leggendo questo Prelùdio, scritto fra il 1919 e il 1922 e sottotitolato Le canzoni del sangue, ci sembra di tornare in pieno Ottocento: per contenuto, forma, stile, ideali. Gl’ideali di Bòsari sono la rettitudine, un patriottismo fortemente mazziniano, l’amore e la gloria. Oltre a quelle patriottiche, la maggior parte delle poesie riguardano la bellezza femminile, l’amore, il paesaggio e la ricerca del lauro poetico. Sono riecheggiati autori quali Foscolo, Leopardi, Manzoni, Giusti, Carducci, D’Annunzio. Molte sono le poesie erotiche in cui vibra un’ardente sensualità.

Ovviamente metrica e rima sono quelle dei poeti classici e perciò frequentemente s’incontrano sonetti, odi saffiche e anacreontiche, ma anche versi liberi.

A parte certa retorica e ingenuità giovanile, il sentimento, la passione, la ricercatezza, l’eleganza e la musicalità conferiscono a molte di queste antiche poesie (come “La neve”, “Ad una rondine” e “La lontananza” poi ricalcata da Modugno nell’omonima canzone) una bellezza intramontabile e una levità che fa ancora sognare.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 7.X.1998]


Vincenzo Bòsari, Prelùdio, Tipografia Ditta Domenico Menini, Spilimbergo, 1921, pagg. 204, £ 5. (2)

LE POESIE NEOCLASSICHE DI VINCENZO BÒSARI

È un vero reperto archeologico il voluminoso libro di poesie (più di 200 pagg.) intitolato Prelùdio, opera prima di Vincenzo Bòsari (Pinzano al Tagliamento 1901- Pordenone 1990), che la “Premiata Tipografia Ditta Domenico Menini” di Spilimbergo stampò nel lontano 1924 col prezzo di £ 5 a copia e che l’autore poi non incluse mai nelle sue note bibliografiche, quasi a volerlo ripudiare, non tanto per il contenuto, ed in particolare per i sentimenti espressi, quanto per la forma, così lontana dai nuovi modelli poetici, basati sul linguaggio quotidiano (anziché aulico e paludato come il suo) e sul verso libero, cioè sull’assenza di metrica e rima, anche se egli poi disprezzò sempre la poesia fatta di elucubrazioni e di non-sensi. Perciò può dirsi fortunato chi possiede questo libro o perlomeno l’ha visto e letto.

Il poeta e narratore friulano (che in questo libro ipotizza la derivazione del suo ceppo famigliare dalla Grecia, e precisamente dal casato Botzaris) fu autore di parecchi libri, noto per il suo acceso antibellicismo e presente in numerose antologie scolastiche. Qui meritano di essere ricordati anche: Poesie per un anno (Paravia, Torino 1955), Prima che venga notte / Messaggio agli uomini di buona volontà (poesie, La tipografica, Pordenone, 2^ ediz. 1971, 1^ ediz. 1957), Guerra civile (romanzo, Club autori-editori, Pordenone, 1972), Garofani rossi (poesie, ibidem, 1973), La faggeta (racconti, ibidem, 1973), Il feroce Bombangon e l’intrepido Tantentin (favola allegorica, ibidem, 1974), Il dott. Livaski (romanzo, ibidem, 1977), Ponte rosso (romanzo, Grillo, Udine, 1981). Inoltre ha lasciato opere inedite.

Per la sua attività, fra i molti riconoscimenti nel 1968 il Bòsari ebbe dal Presidente della Repubblica il diploma di 1^ classe e la medaglia d’oro dei benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte.

Leggendo questo Prelùdio, scritto fra il 1919 e il 1922 e sottotitolato Le Canzoni del Sangue, ci sembra di tornare al neoclassicismo: per contenuto, forma, stile, ideali. Gl’ideali di Bòsari sono la rettitudine, un patriottismo fortemente mazziniano, l’amore e la gloria. Oltre a quelle patriottiche, la maggior parte delle poesie riguardano la bellezza femminile, l’amore, il paesaggio e la ricerca del lauro poetico. Sono riecheggiati autori quali Dante, Chiabrera, Metastasio, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Giusti, Carducci, Pascoli, D’Annunzio; ed è sulla scia delle opere prime di Carducci e D’Annunzio che si colloca particolarmente questo libro anche per il titolo, che sembra riprendere rispettivamente Iuvenilia e Primo vere. Molte sono anche le poesie erotiche in cui vibra un’ardente sensualità.

L’opera è distinta in due parti: “1. Dal Sebeto al Tagliamento” e “2. Sotto la sferza”. La prima parte si riferisce al periodo intercorso da quando l’autore (a causa dell’invasione austriaca del Friuli conseguente alla sconfitta di Caporetto) era profugo a Napoli, presso cui sfocia il fiume Sebeto, ospitato da una gentile signora, alla quale poi egli rimase — come le scrisse da Pinzano in una dedica del 27/9/1924 — “Eternamente Grato della Più Generosa Ospitalità e dei Materni Consigli”. La seconda parte invece si riferisce al periodo militare compiuto quale soldato di sanità, durante il quale egli doveva stare sotto la sferza dei superiori, che fra l’altro lo punirono gravemente per mancanza di disciplina; ma poi, per sfuggire a tale disciplina, egli si arruolò fra i carabinieri, non disdegnando di prestare servizio in un corpo “reale” nonostante che fosse fieramente repubblicano.

Nel libro c’è anzitutto la gratitudine per la signora Felicita Angela De Grandi che lo ospitò. I classicheggianti versi del sonetto “Alla Sig.ra F. A. D. G.” parlano di lei come di una madre: “quando tornato al mio natio terreno, / dove infuriò con bellico furore, con spavalda ferocia l’oppressore, / allo sdegno ed al pianto aprirò il freno, / mi sovverrà l’imagin tua sovente, / dolce ricordo, e placherà le vive / ire, fuggenti al gonfio cor fremente.”

E nel libro, oltre che quelli della scuola del suo paese e del collegio in Lombardia, c’è più volte il ricordo della scuola frequentata a Napoli, della città partenopea dal poeta detta “garrula sirena”, dei suoi coloriti vicoli, della sua calda gente ed in particolare d’una “Annita bruna”, del suo pittoresco paesaggio con le riviere e col golfo dominato dal Vesuvio; e c’è anche qualche curioso particolare, come l’inserimento in una classe in cui a causa delle vicende belliche il poeta era il più anziano. Ovviamente sono numerosi anche i riferimenti e le apostrofi al Friuli, alla Carnia, all’Istria: gente, paesaggi, monumenti, storia, tradizioni, Solo leggendo queste pagine e venendo a conoscenza delle vicissitudini personali dell’autore, si possono capire a pieno la cordiale simpatia che poi egli sempre nutrì per i meridionali e il suo attaccamento all’unità d’Italia e alla lingua nazionale.

Ovviamente metrica e rima sono quelle dei poeti classici e perciò frequentemente s’incontrano sonetti, odi saffiche e anacreontiche, ma anche versi liberi pieni di musicalità. Importante è per lui la giusta accentazione delle parole, a cominciare dal suo cognome Bòsari (e non Bosari) e dal titolo dello stesso libro che è Prelùdio (e non Preludio), per continuare con Pròlogo, dèa, ecc.

Eppure, nonostante che essa sia stata dal Bòsari sconfessata perché considerata un peccato di gioventù, questa sua prima produzione in versi ha una notevole validità, specialmente in un tempo in cui la forma espressiva della poesia scivola sempre più nella banalità, riducendosi più che altro a prosa frequentemente interrotta da un andare a capo privo di motivazione. Certamente si nota che il poeta, pur in possesso d’una consistente formazione letteraria e poetica, deve ancora perfezionarsi: ci sono certi errori o sviste come Hai per “Ahi”, quà, un’esercito, abraccio, camice per “camicie” (ripetuto), boa d’Asburgo per “boia d’Asburgo” [1] , ridendi per “ridenti” (ripetuto e poi fatto rimare con stupendi). Si notano anche la devozione per Mazzini e Garibaldi, espressioni rituali come “sacro Piave”, “santa guerra”, “tricolore”, “Adriaco mare” e polemiche antisabaude e anticlericali.

Potrebbero essere ancora attuali certe valutazioni contro il “secol pornografico - che aborre la morale [...] il lussurioso secolo”, “infingardo secolo - che a Pluto s’inchinò”, “secol mercator”, come pure certe raccomandazioni moralistiche: “Chieda alle donne mercenarie, chieda / il corpo vinto e i lussuriosi amplessi / chi i piè del vizio nel sentiero à messi, / al vizio in preda.”

Ma — a parte la retorica e l’ingenuità giovanile — il sentimento, la passione, la ricercatezza, l’eleganza e la musicalità conferiscono a molte di queste antiche poesie, anche quando assumono l’andamento dello stornello, una bellezza intramontabile e una levità che fa ancora sognare. È il caso di Le pecorelle (“D’argento è il mare, nella notte bruna, / specchio infinito, luminoso, vivo, / sotto la luna. / Lassù, nel cielo, tra raggianti stelle, / vanno pascendo biancheggianti grègge / di pecorelle.”), Notte di Marzo (“Bella è la notte: è tutto un folgorare / vivo di stelle sotto il cel sereno. / Laggiù, nel bosco, splende un casolare, / canta una bimba: - Vieni sul mio seno. / Vieni e non farmi tanto sospirare: / sereno è il celo e la stagion clemente... - / Mi punge come un dardo quel cantare, / e canto anch’io: ma canto inutilmente.”), delle 18 strofe Ad una rondine (“Bruna e gaia rondinella, / tutta bella, / che garrisci sopra il pesco, / ed al sol primaverile / il gentile / canto mandi al Maggio fresco, / ...”) e del sonetto La lontananza, di cui c’è un’eco nell’omonima canzone di Modugno-Bonaccorti (“La lontananza, amica, è come il vento / che maggiormente fa avvampar gl’incendi: / quanto più lungi son, tanto più sento / arder la fiamma che nel cor m’accendi. / ...”).

E sarebbe il caso che gli studiosi tenessero particolarmente conto di questo Prelùdio, magari riservandogli una specifica e dettagliata analisi, non solo per le preziose informazioni autobiografiche che vi si riscontrano, ma soprattutto perché leggendolo ci si accorge che la poesia classica ha ancora un suo fascino e che anzi nei secoli passati c’era forse più poesia di quanta possa incontrarsene nel dilagare di tanta pseudo-poesia contemporanea. Inoltre, considerata la rarità delle copie oggi esistenti, sarebbe auspicabile una cernita con scelta delle migliori composizioni e una ristampa dell’opera.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, genn.-marzo 2000]


Luigino Bravin, Srebrenica non è lontana, Piazza, Silea, 2018, pagg. 192, € 14,00.

Luigino Bravin, alpinista e già docente di matematica, in precedenza ha pubblicato diversi libri di narrativa, accreditandosi come buon narratore; ma è con questo drammatico romanzo che raggiunge l’acme del pathos. Già il titolo, per coloro che non sono digiuni di storia del Novecento, dovrebbe di per sé stesso essere indizio di crudeltà, drammaticità e sofferenze indicibili all’epoca della guerra in Bosnia del 1995: e il cimitero dell’immagine di copertina ne è l’emblema.

Questo romanzo prende le mosse da un siffatto contesto di violenze, stupri e devastazioni, perpetrati contro i musulmani da un’inferocita orda di serbi, i quali pur dicendosi cristiani sembrano figli di Satana. La giovane mamma Zara è stuprata da un soldato coadiuvato da due subalterni e come molte altre donne stuprate a Srebrenica s’impicca. La sorella Miryana da un nascondiglio assiste impotente allo stupro e s’imprime nella memoria le fattezze dello stupratore, che ha una cicatrice su uno zigomo. Dal momento della morte della sorella, il marito della quale è morto in guerra, Miryana si dedica all’orfanella rimasta, per prima cosa facendola registrare come figlia sua: ma per ottenere ciò deve concedersi alle voglie dell’impiegato dell’anagrafe. Quindi la sua vita trascorre nell’educare e mantenere la bambina, facendola crescere al meglio possibile, prima in Germania, dove va a fare la cameriera ora d’un ristorante ora d’una gelateria, e poi in Italia (nel Veneto) come gelataia. Intanto ha conosciuto un uomo che la illude, facendole credere d’essere libero e ben intenzionato verso di lei, e con lui intraprende una relazione amorosa, ma dopo la scoperta dell’inganno si trasferisce in altra città, dove si lega ad un omosessuale, fortemente affezionandosi a lui, il quale morendo prematuramente lascia tutti i suoi beni a lei. E alla fine lei, avendo covato per tutta la vita il desiderio di vendetta per quanto successo alla sorella stuprata e impiccatasi, dopo diciassette anni, con sorprendente astuzia, spietata determinazione e cinica (oltreché orripilante) ferocia, riesce ad attuare la vendetta stessa nei confronti di quel turpe individuo avente la cicatrice su uno zigomo.

La trama è ben costruita e la successione degli eventi è basata su connessioni logiche ben definite. La psicologia dei personaggi è curata, così come la descrizione degli ambienti e paesaggi. L’autore segue la protagonista dai venti ai trentasette anni; e la coppia Miryana-Mario (l’omosessuale), mai sposatasi, è l’esempio lampante d’un’impensabile comprensione, devozione e dedizione reciproca. L’autore stesso partecipa intensamente alle vicende narrate, coinvolgendo in ciò i lettori, ma lascia loro la libertà di giudicare le decisioni e i comportamenti dei personaggi, offrendo una narrazione tanto avvincente che il libro si legge volentieri, specialmente quando assume il carattere d’un giallo poliziesco e fa sorgere nei lettori la curiosità di sapere se si scoprirà chi ha compiuto l’omicidio.

Certamente i lettori di formazione cattolica non approveranno certi avvenimenti, certe decisioni e certi comportamenti in contrasto con la dottrina cristiana: ma ciò non toglie che questi non possano essere avvenuti e quindi descritti in un romanzo che vuol essere vero o verosimile. Semmai riserve vanno formulate per l’eccessiva crudezza d’un realismo estremo, a causa del quale la lettura è disturbata da espressioni triviali e da particolari tecnici e linguistici degli atti sessuali. È vero che lo scopo di ciò sarebbe quello di sottolineare la bassezza, volgarità e brutalità di qualche personaggio, ma in un’opera seria certe cose starebbero meglio se adombrate con un velo di reticenza, anche perché con ciò l’autore sembra indulgere all’attuale tendenza di ricerca ad ogni costo del pruriginoso e osceno, rischiando di perdere di vista la serietà dell’assunto.

L’espressione linguistica è chiara, scorrevole e corretta: in contrario si notano soltanto qualche imperfezione nell’uso della punteggiatura e qualche plurale invece del singolare in quello dei verbi.

Infine la forma grafico-editoriale appare eccellente per l’impaginazione, la titolazione, la carta, i caratteri, l’inchiostrazione, ecc.: e questo, pur con le riserve di cui sopra, rende più godibile la lettura.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2020]


Luigino Bravin, Pietre, muri, panorami, storia e storie / Un viaggio nel bacino del Piave, Piazza, Silea, 2022, pp. 123, € 14.

Anche questo nuovo libro di Luigino Bravin, alpinista e già docente di matematica affermatosi come valido narratore, si legge volentieri grazie all’eccellente forma grafico-editoriale: copertina, carta, impaginazione, caratteri, inchiostrazione e immagini costituiscono un insieme di motivi d’attrazione che invogliano alla lettura. In particolare le immagini sono nitide e solenni; e, siccome spesso raffigurano cime di montagne, non soltanto creano pause nella lettura e ne favoriscono la fruizione, ma anche stimolano il lettore ad elevare il suo sguardo verso l’alto e puntare al cielo.

Ed in effetti questo libro, iniziando dalle pietre d’un muro di Susegana, conduce il lettore — e si può dire lo guida per mano — in una lunga e piacevole escursione fra monti, valli, fiumi, laghi, ghiacciai e nevai, rifugi, osterie, casoni e casere, pasti improvvisati dove capita. Come recita il titolo, il lavoro vorrebbe essere una rilevazione geologica di muri e pietre, non trascurando storia, storie e panorami; ma accanto a ciò c’è la natura, il suo formarsi ed evolversi, includendo nell’osservazione e descrizione la rude vita di montanari e alpinisti: il tutto incentrato sulla valle del Piave e sulle Dolomiti. Il che ovviamente induce a parlare della prima guerra mondiale e di grandi opere a ciò realizzate: trincee, gallerie e strade militari, come quella scavata con eccezionale ardimento sotto il passo di S. Boldo.

Oscillando fra saggistica e narrativa, l’autore mette in campo le sue competenze geografiche, geologiche e petrografiche, presentando anche questioni orografiche e orogenetiche, spiegando la formazione e composizione di terreni, rocce, pietre e muri, nonché dicendoci da quali gigantesche frane sono derivati certi laghi (Alleghe, Santa Croce, ecc.), perché s’è formata la sella del Fadalto e perché il Piave ha deviato il suo corso, non scendendo più per Vittorio Veneto, come certe pietre siano arrivate in certi posti e perché il pavimento di certi centri abitati sia fatto con una determinata pietra, ad esempio il porfido. Contemporaneamente egli inserisce memorie personali che sfociano in coloriti racconti contenenti anche sapidi episodi e nelle cui pagine opportunamente è adoperato il carattere corsivo. E non mancano pennellate d’arte quando descrive qualche chiesetta solitaria, la sua architettura e i suoi affreschi, il panorama che si gode da lassù, che a volte dà il senso dell’Infinito leopardiano (di cui cita alcuni versi, anche se indebitamente allineati a mo’ d’epigrafe); come non mancano altri momenti d’emozione, come quelli vissuti nella gipsoteca di Possagno.

Ovviamente, senza ignorarli, egli accenna a personaggi storici che hanno onorato certi paesi e certe valli: l’ex ministro Tremonti, i pittori Tiziano Vecellio e Paris Bordone, i papi Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, l’alpinista esploratore Vittorino Cazzetta, a cui è intitolato il museo di Selva di Cadore da lui fondato, lo scultore Antonio Canova, il poeta Andrea Zanzotto, la beata Giuliana e la leggendaria Bianca di Collato.

Parlando del cippo commemorativo dell’Isola dei Morti l’autore ricorda le migliaia di Caduti periti o raccolti in quella zona, che hanno durevolmente impregnato di sangue le pietre con cui poi sono stati costruiti muri ed edifici. E non trascura accenni alla lotta partigiana della seconda guerra mondiale, in una deplorazione degli orrori di tutte le guerre per crudeltà, lutti e danni. E mentre si commuove per questo, ricorda ancora con raccapriccio i disastri del Vajont del 1963 e dell’alluvione del 1966, da lui personalmente subita.

L’esposizione, quindi, assume l’aspetto d’una sintesi storico-geografica, quando accenna ai castelli di Conegliano, Susegana e Collalto, richiamando le vicende della dinastia dei Collalto, qui per secoli dominante, e il tono d’un monito, quando tratta dei cambiamenti climatici in corso e delle disastrose conseguenze che fra non molti anni si verificheranno se non si prendono immediatamente seri e indispensabili provvedimenti. Al riguardo egli riferisce d’aver visto alcuni anni fa dei ghiacciai estendersi molto più a valle, mentre ora essi sono arretrati di parecchio e fra qualche decina d’anni potranno essere totalmente scomparsi, con conseguenze irreparabili per fiumi, laghi, agricoltura e alimentazione.

La forma linguistico-espressiva, piana e scorrevole pur con qualche proposizione nominale e qualche termine tecnico-scientifico, talora è vivacizzata da battute in dialetto, anche se prive di traduzione. È vero che ci sono qua e là alcune sviste di punteggiatura e d’altro genere e che nelle parole non appartenenti alla lingua italiana manca la necessaria differenziazione tipografica: ma queste cose potrebbero benissimo essere corrette mediante un foglio d’errata-corrige, per favorire l’adozione del libro nelle scuole come opera di narrativa e così contribuire ad inculcare nei giovani l’amore per la montagna e il rispetto dell’ambiente.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2023]

ARNALDO BRUNELLO TREVIGIANO E FRANCESISTA

di Carmelo Ciccia

Arnaldo Brunello è un trevigiano d. o. c. che all’amore per la sua città ne unisce un altro per la lingua e letteratura francese, disciplina di cui è stato docente per molti anni, prima di diventare preside. Fra le sue pubblicazioni spicca certamente il libro “TREVISE aspects et images”, da lui scritto in collaborazione con Romana Maresio (Grafiche Zoppelli, Dosson di Treviso); e ciò per vari motivi: perché è scritto da un trevigiano innamorato della sua città, perché è in francese, perché è ricco di molte e splendide illustrazioni che ne fanno anche un libro d’arte e perché è formato da quasi 300 grandi pagine, configurandosi come un’opera ineludibile per chi voglia conoscere la storia e la vita di Treviso.

Perciò questo libro — che editorialmente si presenta in modo elegante, curato e insomma molto ben riuscito — non è una guida turistica per stranieri (anche se può diventarlo), ma una vera e propria monografia fondata su precise documentazioni e resa piacevole anche da interessi rivolti a piccole cose, come il simpatico dialetto di Treviso, sempre cantante e armonioso (“son dialecte toujours chantant et armonieux”). L’espressione in francese si giustifica non solo per la professione dell’autore, ma anche per il fatto che Treviso è gemellata con Orléans, città francese per la quale questo testo si è rivelato prezioso.

Il lavoro dimostra un’ottima conoscenza di tanti particolari storici, geografici, artistici, economici, di costume, ed è scritto con animo fortemente poetico: vedi certe descrizioni paesaggistiche del fiume Sile, il quale “a Cagnan s’accompagna” (Dante, Par., IX. 50) proprio in questa “cité des eaux” (città d’acque) le cui riviere sono costeggiate da “maisons aux façades et aux balcons fleuris” (case dalle facciate e dai balconi fioriti) e da “petits jardins potagers” (orticelli), o di tradizioni come quella del “pan e vin”, il caratteristico falò dell’Epifania. E per questo egli auspica la salvezza delle tradizioni locali per una patria comune fondata sulle grandi tradizioni popolari.

Notevoli poi sono i riferimenti a Dante, Tomaso da Modena e Benedetto XI, pontefice trevigiano. Ma quello che si nota di più è il grande amore per Treviso, “la Bruges italienne”, che traspare da ogni pagina insieme all’amore per la cultura.

Il libro tratta, oltre che della storia e dei costumi di Treviso, delle origini del suo dialetto, della gastronomia locale, del circondario, dei movimenti letterari e artistici, di commercio e industria, dell’operosità dei trevigiani nel mondo. In chiusura ci sono, oltre alla bibliografia, un indice dei nomi e un importante glossario. che consente la lettura dell’opera anche a chi ha poca conoscenza della lingua francese.

Lo stile è chiaro, scorrevole e grazioso: e la graziosità è una caratteristica che ben s’intona con la grazia d’una città come Treviso. A ciò si presta l’armoniosità della lingua francese; e un altro merito d’Arnaldo Brunello è di aver riproposto il valore di questa lingua in un’epoca in cui è venuta la mania dell’inglese, che, pur rivelandosi importante per la scienza e la tecnologia, non è portatore di quel grado di civiltà e di cultura che il francese ha espresso per secoli in Europa e in tutto il mondo.

Infine di Arnaldo Brunello vanno perlomeno ricordati alcuni suoi saggi di cultura francese, come — ad esempio — quelli su “Montaigne”, “Marguerite de Valois”, “Il caso Dreyfus”, “Il matrimonio di Caterina dei Medici”, solo per citarne pochissimi; come pure va sottolineata la sua ultradecennale attività di presidente del comitato trevigiano della Società Nazionale “Dante Alighieri”, per la quale ha profuso — si può dire — tutte le sue energie.

Ed è per questa poliedrica attività che giustamente la comunità di Treviso gli ha conferito il “Totila d’oro”, premio riservato ai trevigiani illustri e benemeriti.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 15.IX.2000; Atti della Dante Alighieri a Treviso a cura d’Arnaldo Brunello, vol. IV, Grafiche Zoppelli, Treviso, 2003, pagg. 158-166]


Arnaldo Brunello, Exercices d’un Italien amoureux du français, Antiga, Cornuda (TV), 2001, pagg. 216, s. p.

Dopo una vita spesa come insegnante di francese e poi preside d’istituto superiore, nonché di studioso ed autore di numerose pubblicazioni e traduzioni, Arnaldo Brunello, presidente della “Dante Alighieri” di Treviso, ha pubblicato questo nuovo libro in francese che dalla prima parola del titolo Exercices d’un Italien amoureux du français potrebbe far pensare ad un testo scolastico, ma in realtà questi exercices altro non sono che “Esercitazioni d’un Italiano innamorato del francese”. Il libro è dunque una testimonianza del lungo amore dell’autore per l’affascinante lingua e civiltà francese e nell’insieme una sintesi d’arte e di vita.

L’opera si divide in sette “capitoli”, che andrebbero meglio chiamati “parti” e riguardano rispettivamente l’arte, la famiglia, la donna, la natura, la società, vari argomenti (fede, libertà, pace, quotidianità) e i “tentativi di poesia?”; ma la definizione di “capitoli” non è del tutto impropria, se si considera che l’autore definisce queste sue composizioni — ben 200 in francese e 22 in italiano — “piccoli racconti in versi”.

Ai racconti si addice meglio la prosa, ma in questi d’Arnaldo Brunello, in genere piuttosto estesi, c’è sempre una ricerca poetica, consistente nella scelta dei vocaboli, in rime e assonanze (anche a mezzo), in una musicalità più o meno affiorante. Tuttavia l’autore riesce meglio come poeta nelle composizioni brevi, praticamente in quelle in cui meno presente è la razionalità, cioè quando contrappone all’autunno della sua vita i ricordi dell’infanzia lontana, i fiabeschi paesaggi natii, le bellezze della sua Treviso.

In questa raccolta, anche se ve ne sono alcune risalenti a parecchi anni fa, le composizioni più numerose sono quelle scritte in età avanzata, quando ognuno si rivolge al suo passato, specialmente — come dice l’autore — ai momenti privilegiati della giovinezza, per ammirarli come in uno specchio, meditare e imparare a morire con dignità e senza rimpianto. Perciò da una parte emergono episodi di scanzonata giovinezza, ricca di avventure e di passione erotica; dall’altra il peso dell’età fa sentire i suoi effetti deprimenti con scene di foglie ingiallite, visite ai cimiteri e paura dell’imminente fine, che però l’autore sa superare con il sincero anelito religioso, gli affetti familiari, lo studio e l’animazione culturale.

Così ai momenti lieti si alternano momenti tristi e comunque di costante riflessione. Se da una parte l’autore si rivede volentieri prima come chierichetto e poi come appassionato amante che sa esaltare la bellezza femminile e la propria virilità, dall’altra l’età avanzata lo porta a fare dei ragionamenti e a prendere posizione contro certi malesseri della società contemporanea: egoismo, razzismo, esibizionismo libidinoso, oscenità nella moda e nella pubblicità, aborto, droga, condizione dei minori, scuola degradata, arroganza dei figli-bambolotti, politicizzazione esagerata della vita pratica.

L’autore deplora le follie sanguinarie delle brigate rosse, la fecondazione artificiale di bambini in provetta, i pericoli di certe biotecnologie, la prostituzione stradale, il libertinaggio, la criminalità e gli spettacoli pornografici. Egli auspica che sia la cultura a dominare l’esistenza umana: contesta chi crede che Satana non esista, paventa un’apocalisse nucleare, invoca la salvezza della Chiesa e della scuola con l’educazione cristiana; e nel campo della politica, pur esprimendo le sue preferenze, non può non deplorare lo sfascio delle istituzioni dovuto all’ingovernabilità dell’Italia, che a significativa conclusione del volume raffigura come la dantesca “nave senza nocchiero in gran tempesta”.

Ma per fortuna, oltre ai tranquillanti assunti in certe sere, l’autore ha a sua disposizione la tranquillità della città in cui gli è stato dato di nascere e vivere. Egli, com’è rimasto incantato davanti alle opere di famosi artisti e ai monumenti ammirati nei suoi viaggi turistico-culturali in Francia, in Sicilia e in Grecia, così rimane incantato davanti allo spettacolo quotidianamente offerto da Treviso, “chère ville poétique”, coi suoi corsi d’acqua silenziosi, coi suoi vecchi mulini, coi suoi balconi fioriti; e, rinnovando l’entusiasmo espresso nel suo lontano e fortunato libro Trévise aspects et images, delicatamente scrive: “C’est Trévise, ma bonne cité, vétue de pourpre, / toujours surprenante par ses saveurs miraculeuses, / avec ses tours, ses cheminées, ses places flamboyantes.”.

Naturalmente ciò che si nota anzitutto è la capacità d’Arnaldo Brunello di trattare la lingua francese e di forgiarla con assoluta padronanza, fino ad ottenerne espressioni e sfumature particolari e in modo tale da dimostrare che effettivamente il francese è per lui quasi un’altra lingua materna. Ma è la delicatezza di tratto e di tono che caratterizza il libro: specialmente quando egli esprime sensazioni dolorose o evidenzia sgraditi aspetti della società contemporanea, ch’egli vorrebbe più seria, più umana e più giusta, la saggezza impregna notevolmente questi “piccoli racconti in versi” e li rende più apprezzabili.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, sett.-dic. 2001; Atti della Dante Alighieri a Treviso a cura d’Arnaldo Brunello, vol. IV, Grafiche Zoppelli , Treviso, 2003, pagg. 158-166]


Carmelo Bucolo, Il viaggista. Suggestioni mediterranee, Battivelli, Conegliano, 1999, pagg.78, £ 15.000.

Probabilmente il titolo potrà fare storcere il naso a qualche purista che non ammetta l’uso della parola “viaggista”; la quale, però, potrà essere giustificata nel senso di “addetto al viaggio”.

Carmelo Bucolo, docente di tecniche turistiche ed alberghiere in un istituto tecnico per il turismo, ha cercato di fondere in questo libretto autobiografia e saggistica, narrativa e poesia. Da una parte c’è l’urgenza di raccontare un’esperienza di viaggio nuova ed originale, carica d’una forte passione erotica, dall’altra l’opportunità di mettere a fuoco alcune tecniche di viaggio, partendo dall’osservazione del paesaggio (quello incantevole della Costa Azzurra) per approdare ad una serie di riflessioni storiche e geografiche che investono anche la valutazione d’opinioni e luoghi comuni riguardanti in particolare la Sicilia (terra natale dell’autore), come pure certi orientamenti politici a sfondo leghista del Veneto (terra in cui l’autore insegna e risiede).

Ne nasce uno spaccato caleidoscopico, che a volte sembra accostarsi a certa narrativa del mistero, dell’esotico, del giallo. Non per nulla la conclusione pone degli enigmi, il cui intreccio e la cui soluzione poi si rivelano la chiave del modo stesso di viaggiare.

Indubbiamente il Bucolo, che ha anche pubblicato un libro di versi, scrive con passione: ha una vena facile, capace d’interessare il lettore, di non stancarlo, di condurlo appassionatamente fino all’ultima pagina. L’enigmatica protagonista e il prorompente erotismo sono degli appetitosi ingredienti: però certe pagine erotiche non sempre sono giustificabili per la natura del libretto, trasformando quello che doveva essere un tranquillo diario di vacanza in una gratuita pornografia. Tuttavia, come scrittore, egli ha ancora bisogno di formarsi: la fantasia è accesa, ma la forma si presenta fragile, non mancandovi alcune debolezze, sviste ed errori veri e propri (punteggiatura, grammatica, sintassi, lessico).

Saranno le buone letture e accurate esercitazioni a dargli in successive prove la sicurezza espressiva.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, sett. 2006]


Giovanni Buffo, Colorati sogni, Tipse, Vittorio Veneto, 2002, pagg. 70, s. p. (1)

PREFAZIONE

“Colorati sogni

son segreti

di un mondo aperto

ai ciechi.”

In questa breve lirica, che è insieme quadretto e massima, c’è forse l’essenza della personalità e della poesia di Giovanni Buffo: come i ciechi vivono del loro mondo interiore, sognando e riuscendo perfino ad avere sogni colorati, così egli stesso, che la natura ha destinato ad una sedia a rotelle, riesce ad avere un ricco mondo interiore, a volte colorato, e a vivere d’esso, fra delusioni e speranze.

Sicuramente impressionano la fermezza spirituale e la profondità del sentire di questo giovane, che ha trovato nell’amore degli altri e nella poesia la forza per andare avanti, con dignità e serenità; e impressiona anche la capacità poetica che ha acquisito grazie alle letture e a buoni maestri. Già è esplicita questa sua manifestazione d’intenti: “Come un fantasma / etereo d’anima / me ne vado / a cogliere / ... / battiti di cuore / e di poesia”.

Questa prima raccolta di liriche, dunque, svolge anche il ruolo d’una confessione, una confessione che tuttavia non tende mai ad ottenere pietismo, ma comunica ai lettori osservazioni, stati d’animo, massime. Certo la sua non vuole essere una poesia gnomica: ma ogni vero poeta non può non esprimere per sé stesso e per gli altri motivi di riflessione, che a volte investono i fondamenti dell’esistenza stessa. Perciò l’aspetto didascalico si concentra in versi finali, brevi o brevissimi come lampi: “l’infinito fermarsi / d’un attimo d’eternità”, “Quintessenza d’infinito / il cielo”, “Sorprendere il mare / nei suoi respiri”. A volte l’epifonema si riduce ad un verso e diventa eco o risonanza, che conferisce musicalità alla composizione: “Un desiderio di purezza”, “Silente catarsi”, “Nella sera”, “Il segno di un’onda sul cuore”.

La riflessione del poeta riguarda il silenzio, il tempo, il vento, la bellezza, l’amicizia, la religione: e a volte diventa meditazione, speculazione, un “navigare con i pensieri”, che esprime il rovello di chi vuole affrontare la vita con piena consapevolezza e non con superficialità. Il silenzio può essere quello d’una siesta, ma in ogni caso regna sovrano in chi ne percepisce il valore, e in esso “l’uomo in solitario sentire / sé stesso ritrova”: e come il Leopardi spaventato dall’infinito silenzio desiderò naufragare in questo mare, Giovanni Buffo riecheggiandolo scrive: “Dal frastuono del mondo, / di naufragare cerco / nel silenzio / della primitiva natura”: un silenzio invocato come un fratello, perché con la liberazione sa suscitare una grande “silente catarsi”. E al tema dell’annullamento il poeta ritorna quando scrive che perfino la pioggia “annulla e porta via / la nostra povera nullità”.

Accanto al silenzio un posto considerevole in questa raccolta occupa il tempo, il quale è visto ora come “cavallo impalpabile”, violento e distruttore, ora come ciò “in cui / il presente e il divenire / si fondono / in un breve pulsare / di vita”, ora come immoto ed eterno; ed in mezzo alla nebbia “nell’aria smagata / il poeta è tutt’uno / con il Tempo”.

Al tempo s’affianca il vento, che a volte è come fresca brezza che culla e carezza, a volte è impetuoso, travolgente e transitorio, inserendosi bene con le sue qualità nella metafora della vita. E “Vento e stagioni” s’intitolano una sezione della raccolta e una delle più belle composizioni: il fascino di questa composizione deriva dalla sua struttura, che ci ricorda certe liriche di Garcìa Lorca non solo per la presenza del vocabolo ispano-americano gaucho, ma anche per l’andamento da implorazione andalusa, piena di cantabile musicalità Essa è imperniata su una serie d’anafore costituite da “Vento” e “ascolta” e si conclude col grido d’innocenza “guarda, o vento!”. In essa si noti anche la studiata architettura, peraltro presente in altre composizioni: il numero dei versi per strofa è in crescendo, da 2 a 5.

Ognuno ha il suo fardello da portare, e lui in particolare, a volte in una landa desolante o in mezzo alla nebbia autunnale; però il poeta sa anche scherzare in rima, guardare all’esterno e apprezzare quanto la natura offre di bello: cielo, stelle, paesaggio, colori, profumi. Un verde prato si configura come un’oasi di felicità, specie di campi elisi, e un rivo può celare un prezioso aldilà da scoprire: “tutto sta inscritto nell’istante vivo / da cogliere prezioso / al di là del tuo rivo”.

Nella raccolta ci sono bei quadretti paesistici, scene di caccia (anche se in queste domina il bramito del cervo ucciso), elogio e ricerca dell’amicizia, naturali aneliti e speranze d’amore, religiosità: quest’ultima è anche ricordo di tradizionali festività come il Natale, ma soprattutto profonda convinzione e pratica, ricerca di purezza, àncora di salvezza in chi come un cero si consuma e purifica. Perciò su tutto domina la serenità, che è rassegnazione e speranza di pace: “Vedi, s’apre sul tuo cammino / un varco, pur labile segno di nascosto / sentiero / ... / d’improvviso, da chiaro verde / di prato / s’alzeranno le bianche colombe / con negli occhi il sorriso del sereno”. E ciò rappresenta una grande lezione per tutti.

Per quanto riguarda la forma, queste liriche s’avvalgono d’una tecnica matura ed esperta: ogni cosa è al posto giusto. Sono presenti varie figure retoriche come anafore, metafore, iperbati, ellissi, che unite a rime, assonanze, metrica, ritmo e musicalità danno l’impressione di notevole capacità stilistica. Dal punto di vista strettamente grammaticale, apprezzabili sono poi — in un tempo di lassismo linguistico come il nostro — la correttezza grammaticale e la proprietà lessicale. A volte le parole sembrano sussurrate e s’insinuano dolcemente nel lettore, molcendone l’anima, come se per modestia il poeta volesse entrare in punta di piedi nel nostro mondo e dire sommessamente la sua, senza essere invadente; a volte esse sono isolate nel verso, per creare un opportuno risalto; a volte il verso stesso ha una diversa collocazione rispetto agli altri, quasi a richiamare l’attenzione del lettore. Allora si nota che la poesia sta nelle sospensioni, in ciò ch’è detto e in ciò che è sottinteso: e quei silenzi fanno scattare e agire positivamente il filtro della memoria e della riflessione.

In conclusione, quella di Giovanni Buffo è una poesia che sa elevarsi fino a diventare palpito d’infinito, grazie ad una straordinaria ricchezza interiore, al profondo sentire e alla particolare tecnica, che fanno di quest’autore un poeta autentico.

Carmelo Ciccia

[Giovanni Buffo, Colorati sogni, Tipse, Vittorio Veneto, 2002, pagg. 70, s.p.]




Giovanni Buffo, Colorati sogni, Tipse, Vittorio Veneto, 2002, pagg. 70, s. p. (2)

“COLORATI SOGNI” DI GIOVANNI BUFFO“

Giovanni Buffo è un giovane poeta friulano, disabile motorio, che ha trovato nella poesia lo scopo della sua esistenza. La prima raccolta Colorati sogni (Tipse, Vittorio Veneto, 2002, pagg. 70, s. p.) svolge anche il ruolo d’una confessione.

La riflessione del poeta riguarda il silenzio, il tempo, il vento, la bellezza, l’amicizia, la religione: e a volte diventa meditazione, speculazione, un “navigare con i pensieri”, che esprime il rovello di chi vuole affrontare la vita con piena consapevolezza e non con superficialità. Il silenzio può essere quello d’una siesta, ma in ogni caso regna sovrano in chi ne percepisce il valore, e in esso “l’uomo in solitario sentire / sé stesso ritrova”: e come il Leopardi spaventato dall’infinito silenzio desiderò naufragare in questo mare, Giovanni Buffo riecheggiandolo scrive: “Dal frastuono del mondo, / di naufragare cerco / nel silenzio / della primitiva natura”: un silenzio invocato come un fratello, perché con la liberazione sa suscitare una grande “silente catarsi”. E al tema dell’annullamento il poeta ritorna quando scrive che perfino la pioggia “annulla e porta via / la nostra povera nullità”.

Accanto al silenzio un posto considerevole occupa il tempo, il quale è visto ora come “cavallo impalpabile”, violento e distruttore, ora come ciò “in cui / il presente e il divenire / si fondono / in un breve pulsare / di vita”, ora come immoto ed eterno; ed in mezzo alla nebbia “nell’aria smagata / il poeta è tutt’uno / con il Tempo”.

Al tempo s’affianca il vento, che a volte è come fresca brezza che culla e carezza, a volte è impetuoso, travolgente e transitorio, inserendosi bene con le sue qualità nella metafora della vita.

Il poeta sa anche scherzare in rima, guardare all’esterno e apprezzare quanto la natura offre di bello: cielo, stelle, paesaggio, colori, profumi. Un verde prato si configura come un’oasi di felicità, specie di campi elisi, e un rivo può celare un prezioso aldilà da scoprire: “tutto sta inscritto nell’istante vivo / da cogliere prezioso / al di là del tuo rivo”.

Nella raccolta ci sono bei quadretti paesistici, scene di caccia, elogio e ricerca dell’amicizia, naturali aneliti e speranze d’amore, religiosità: quest’ultima è anche ricordo di tradizionali festività come il Natale, ma soprattutto profonda convinzione e pratica, ricerca di purezza, àncora di salvezza in chi come un cero si consuma e purifica. Perciò su “tutto domina la serenità, che è rassegnazione e speranza di pace.

Per quanto riguarda la forma, queste liriche s’avvalgono d’una tecnica matura ed esperta: ogni cosa è al posto giusto. Sono presenti varie figure retoriche come anafore, metafore, iperbati, ellissi, che unite a rime, assonanze, metrica, ritmo e musicalità danno l’impressione di notevole capacità stilistica. A volte le parole sembrano sussurrate e s’insinuano dolcemente nel lettore, molcendone l’anima, come se per modestia il poeta volesse entrare in punta di piedi nel nostro mondo e dire sommessamente la sua, senza essere invadente; a volte esse sono isolate nel verso, per creare un opportuno risalto; a volte il verso stesso ha una diversa collocazione rispetto agli altri, quasi a richiamare l’attenzione del lettore. Allora si nota che la poesia sta nelle sospensioni, in ciò ch’è detto e in ciò che è sottinteso.

In conclusione, quella di Giovanni Buffo è una poesia che sa elevarsi fino a diventare palpito d’infinito, grazie ad una straordinaria ricchezza interiore, al profondo sentire e alla particolare tecnica.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona, lug.-dic. 2002]

Giovanni Buffo, Sillabario del nuovo giorno, Lorenzo, Torino, 2004, pagg. 64, € 10.

PREFAZIONE

Questa nuova raccolta di liriche conferma la vocazione poetica di Giovanni Buffo fortemente motivata e ormai collaudata. Già dalle prime composizioni risaltano le caratteristiche principali, che sono l’interesse per l’osservazione della natura anche nei suoi elementi apparentemente insignificanti (ma che per il poeta assumono grande significato) e la ricerca d’effetti grafo-fonici quali l’andare a capo o a metà del verso secondo i casi e il ricercare assonanze e rime a mezzo, in un quadro generale di serenità.

Così ci scorrono davanti aironi, passeri, rondini, cicale, lucertole, come pure piante e fiori, in un contesto di voli, guizzi, cinguettii e colori, che esprimono la felicità della natura e del vivere in essa, non solo di quegli esseri ma anche dello stesso poeta. E ogni aspetto della natura ha il suo fascino dovuto alla bontà della creazione: le varie stagioni, fredde o calde che siano, e le varie fasi del giorno e della notte, luminose o buie che siano. Il poeta sa cogliere la magia della pioggia, della neve e della nebbia, come quella del rifiorire della natura e dell’imperversare della calura estiva; anzi accetta con pacatezza le une come foriere delle altre, in un ciclo vitale stabilito da Dio. Per lui l’autunno sa spegnersi senza infondere malinconia, data la certezza di nuovi colori e di nuova vita che esso prepara. Perciò egli sente la solennità della campagna in tutti i suoi momenti, compresa la vita domestica fatta dei semplici gesti delle contadine, ringrazia Dio quando assaggia la prima ciliegia dell’anno, maturata “per addolcir la vita”, e avverte il mistero della vita protesa verso l’infinito, “freccia scoccata da Invisibile Mano”.

In questo mondo poetico le scene paesaggistiche spesso assumono le connotazioni di tenui acquerelli: è il caso del binomio sera-luna in un canto quasi leopardiano-dannunziano, ma vivificato dall’attesa cristiana dell’angelo custode; del fiume Livenza che si risveglia placido e vitale; della caduta della neve, in cui sapientemente s’insinuano fascino, mistero, dubbio, sospensione; di pioggia-neve-nebbia che danno salutari effetti fisici e spirituali, facendo sognare mentre si cammina; dell’alba che sorprende e stupisce per l’inizio d’un nuovo giorno, con echi quasimodiani per le fronde dei salici, e costituisce un “sillabario del nuovo giorno” per la condotta della propria vita. Ma c’è anche la scena estiva con giochi di luci e di suoni, apportatrice d’una calma antica che poi è serenità.

Il tramonto è tratteggiato con colori, sensazioni, ansie. Nella sua “fame di natura” il poeta, ammirando l’orizzonte della sera estiva, evoca il mito della sua lontana fanciullezza; e nella sera invernale coglie il mistero di certe “lame bianche in riflessi metallici”: mistero affascinante, perché “più non ci è dato sapere / nei soliti giri astrali / nei brevi sogni dell’ora / dove ci porterà il domani” e perché esiste il fato e “a noi non rimane / che il vivo attendere, / il vigilare”.

In questa raccolta non mancano inoltre delicate liriche rivolte agli affetti e all’amicizia, della quale il poeta sottolinea la sacralità quand’essa è vera.

Quello che Giovanni Buffo delinea in questo Sillabario del nuovo giorno è dunque un sogno di vita, di salute, d’amore, con dolci risonanze prodotte dai riverberi della sua anima. Nella raccolta ci sono sì i misteri dell’impenetrabile, ma senza pregnanza filosofica; anzi l’affabulazione trasporta il lettore in un mondo di magia e di serenità, gratificandolo con musicalità, ritmo, anafore, giochi di rime e assonanze, e creando una benefica atmosfera d’incanto e di stupore, grazie anche ai sommessi echi di nostri grandi autori, introdotti delicatamente per non appesantire e stancare.

Questa raccolta comprende quaranta composizioni, le quali sono sufficienti a costituire da una parte un ventaglio d’esperienze e d’emozioni e dall’altra un valido profilo attitudinale del poeta. Certamente in essa si palesano spunti che ci fanno lungamente riflettere, quand’egli accenna al suo particolare stato esistenziale; ma questo tema è appena sfiorato, nella pudica consapevolezza di non voler arrecare turbamento al lettore: il quale anche per questa squisita sensibilità, oltre all’apprezzamento, gli rivolge un sentito e grato pensiero.

Carmelo Ciccia

[Giovanni Buffo, Sillabario del nuovo giorno, Lorenzo, Torino, 2004, pagg. 64, euro 10]


Giovanni Buffo, Colorati sogni, Tipse, Vittorio Veneto, 2002, pagg. 70, s. p.; e Sillabario del nuovo giorno, Lorenzo, Torino, 2004, pagg. 64, € 10.

LA POESIA DI GIOVANNI BUFFO

La poesia di Giovanni Buffo appartiene alle più alte creazioni dello spirito. Già l’incipit della lirica “Sillabario del nuovo giorno”, che dà il titolo all’omonima raccolta, è di quelli che non possono passare inosservati: “Avvenga che la nuova alba / si tinga di velluto dorato, ampia distesa: / ricopra a raggi di pulviscolo d’oro / la terra, l’erba e tutta la natura in cerchio.” Qui il sintagma “avvenga che” non è concessivo, come nell’uso antico (ad esempio, in Dante, Purg. III 1), ma ottativo, ad esprimere il desiderio più grande dell’autore: quello d’un’immersione nella natura e d’una piena comunione con essa.

Il poeta coglie nel paesaggio non soltanto l’aspetto esteriore, quale paradigma di bellezza, ma anche il prodotto della sapienza del Creatore, che ha posto l’uomo fra le creature, non come centro dell’universo, ma come piccolo elemento d’esso: fragile, vulnerabile, effimero. Egli sa accettare la volontà di Dio e cerca d’inculcarla negli altri; perciò la sua poesia, permeata anche d’amore per il prossimo, assume il valore d’un elevato messaggio, che non è soltanto tecnico-estetico, ma anche di coinvolgimento, in quanto che tende a fare riscoprire al lettore il vero senso dell’esistenza umana. Ecco perché egli auspica che un’alba così maestosa, bella ed istruttiva nello stesso tempo, possa costituire il “sillabario d’un nuovo giorno” per la condotta della propria vita. E come ogni sillabario i testi di questo poeta andrebbero tenuti sul comodino, perché all’occorrenza possano diventare dei vademecum.

Certo la sua non vuole essere deliberatamente una poesia gnomica: ma ogni vero poeta non può non esprimere — per sé stesso e per gli altri — motivi di riflessione, che a volte investono i fondamenti dell’esistenza stessa. Perciò l’aspetto didascalico si concentra in versi finali, brevi o brevissimi come lampi: “l’infinito fermarsi / d’un attimo d’eternità”, “Quintessenza d’infinito / il cielo”, “Sorprendere il mare / nei suoi respiri”. La riflessione del poeta riguarda il silenzio, il tempo, il vento, la bellezza, l’amicizia, la religione: e a volte diventa meditazione, speculazione, un “navigare con i pensieri”, che esprime il rovello di chi vuole affrontare la vita con piena consapevolezza e non con superficialità.

Quello che il poeta delinea è un sogno di vita, di salute, d’amore, con dolci risonanze prodotte dai riverberi della sua anima. Nella sua poesia, che per la sua valenza si fa leggere e rileggere sempre con maggior piacere, ci sono sì i misteri dell’impenetrabile, ma senza pregnanza filosofica; anzi l’affabulazione trasporta il lettore in un mondo di magia e di serenità, gratificandolo con musicalità, ritmo, anafore, giochi di rime e assonanze, e creando una benefica atmosfera d’incanto e di stupore, grazie anche ai sommessi echi di grandi autori (Leopardi, Pascoli, D’Annunzio, Quasimodo, Rilke, ecc.), introdotti delicatamente per non appesantire e stancare. E qualche espressione ermetica invita il lettore ad interagire nel significato da dare.

Giovanni Buffo, nato a Sacile (PN) nel 1967 e ivi residente, si è formato da autodidatta alla dura scuola della sofferenza. Finora ha pubblicato due corpose raccolte di liriche, che hanno riscosso notevole successo: Colorati sogni (Tipse, Vittorio Veneto, 2002) e Sillabario del nuovo giorno (Lorenzo, Torino, 2004). È bibliotecario parrocchiale e cura una trasmissione di poesia per un’emittente radiofonica diocesana. Collabora ad alcune riviste e ha ottenuto diversi significativi riconoscimenti. Certamente è un poeta che merita un posto di rilievo nel panorama letterario del nostro secolo.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 19.XI.2005]


Titti Burigana, La zattera dei desideri, Lithostampa, Pasian di Prato, 2008, pagg. 144, € 10.

Dopo aver pubblicato con successo il libro Pensieri in libertà (2005), Titti (Maria Battistina) Burigana offre ai lettori questo nuovo libro dalla bella copertina (foto della sorella Lia), il cui titolo è quello d’uno dei racconti autobiografici qui raccolti, nel quale viene rievocata un’imprudenza occorsa a lei e alle sue sorelline su un’improvvisata zattera che per poco non le fece annegare nella conca d’un prato allagato. Quest’episodio basta a dirci il contenuto e l’impostazione dell’intero libro: memorie personali e familiari, paesaggi ora incantevoli ora “infernali” (nel senso dantesco), guerre, povertà, sacrifici, soddisfazioni, moniti.

La Burigana, appartenente ad una famiglia d’insegnanti e lei stessa maestra elementare ora in pensione che tiene una rubrica scolastica in una radio diocesana, rievoca la sua famiglia e l’intera sua vita: gioie, amarezze, difficoltà, speranze; dall’infanzia in un paesetto della provincia udinese al diploma in un istituto di Sacile, all’insegnamento in varie scuole, prima in paesi fra le montagne friulane (dove non c’erano corriere e il gabinetto mancava in casa, perché esso posto in un campo e usato in comune; e per andarci bisognava o fare il giro del paese o scavalcare una finestra posteriore della casa) e poi in paesi della provincia trevisana. E nel raccontare ha sempre qualcosa da insegnare, qualche avvertimento da dare alle nuove generazioni e all’intera società d’oggi: dai principi religiosi, morali e altruistici (solidarietà e condivisione) ricevuti dai genitori, alle nefandezze della guerra, alla severità della scuola d’una volta e alla consapevolezza d’aver compiuto al meglio il suo dovere.

La serie dei racconti comincia con l’arrivo di Titti “alle soglie della scuola media” (per dirlo col titolo d’un diffuso libro di preparazione a quegli esami): quella d’una volta era una scuola irta di difficoltà, a cominciare dai voti che andavano dallo zero al sette, massimo all'otto, perché — come sosteneva un docente di lei — il nove si dava ai filosofi e il dieci a Dio. C’era poi da parte degl’insegnanti la sottolineatura degli errori con la matita rossa (detrazione di mezzo punto) e blu (detrazione d’un punto) e il vezzo di rivolgersi agli alunni con appellativi offensivi (“galline spennacchiate nell’aia sporca e immonda”). E nelle scuole elementari le classi erano composte di 40-50 alunni ciascuna.

Nella rassegna dei ricordi affiorano ora vicende tristi (quali il dover andare a scuola in bicicletta su lunghe strade non asfaltate, sotto tutte le intemperie e senza adeguato vestiario, la commovente morte d’uno stimato alunno e la forma delle pagelle, nel cui frontespizio per i figli d’ignoti spiccava la discriminante sigla “N. N.”) ora vicende liete (quali le marachelle, le gite al mare e in montagna, le sabbiature che trasformavano la spiaggia in un sepolcreto, il cinema all’aperto coi film visti di straforo, la prima sigaretta, il juke-box, la scoperta del ballo e dell’amore). L’amore vissuto dall’autrice a diciott’anni è durato soltanto una stagione, ma è stato esaltante e più che sufficiente a segnare la sua vita con un ricordo indelebile per la sua unicità.

Ricordando i genitori, l’autrice ci presenta non soltanto i sani insegnamenti ed esempi ricevuti, ma anche i periodi delle due guerre mondiali, della Resistenza e della guerra civile. Ci sono gli orrori dei morti e feriti della ritirata di Caporetto abbandonati lungo i fossati e quelli dei fucilati o degl’impiccati dai tedeschi. Eppure di qualche tedesco l’autrice riesce a conservare un buon ricordo, pensando a quell’ufficiale installatosi col suo ufficio in casa Burigana, il quale aveva un gentile comportamento con la famiglia ospitante e delicati gesti per la piccola Titti e per le sue sorelle, tutte da lui definite “amiche”.

Non mancano una caleidoscopica descrizione della sagra paesana e scenette finali di buonumore, comprese certe battute degli scolari, dall’autrice raccolte e riportate. Ogni racconto si conclude con la data, a mo’ di diario; e quale intervallo fra un racconto e l’altro ci sono delle liriche (qualcuna anche delle sorelle Sara e Lia), che quasi commentano i racconti stessi, facendo sì che a volte il libro sembri scritto a più mani. E alla fine del lavoro l’autrice pone, oltre ai ringraziamenti (anche per il poeta Giovanni Buffo, il cui Sillabario del nuovo giorno è stato pubblicato da Lorenzo Editore di Torino nel 2004), anche i saluti e abbracci per i lettori, visti come amici e confidenti.

Quella della Burigana è una narrativa leggera, spesso vivace, allegra, ironica e briosa, che trova ampio respiro nell’attenzione alle persone e al paesaggio e che si legge volentieri anche per la sua scorrevolezza, avvincendo i lettori. Poche frasi in dialetto (opportunamente tradotte in italiano) bastano a dare un tocco di colore locale. Ma un discorso a parte meritano le liriche qui incluse, le quali — se riunite — costituirebbero una validissima silloge. In esse, oltre che quadretti paesaggistici con vari colori e profumi, c’è una studiata architettura che a volte produce una poesia visiva e che ad ogni modo si sostanzia in espedienti tecnici d’alto livello: intelligente strutturazione dei versi, ritmo e musicalità, anafore, rime (anche interne), epifonemi. Insomma si tratta d’una poesia ben congegnata, ricca d’afflato lirico e di pensieri profondi. A dimostrazione di ciò, basta qualche citazione: “Impaziente e urgente / l’affannoso cercare: / quel ‘quid’ mai raggiunto / non si lascia trovare.” (pag. 134).

Il libro contiene anche varie foto d’epoca in bianconero, che ci riportano indietro negli anni e si dimostrano opportune per la visitazione o rivisitazione di paesaggi, persone, costumi.

Per quanto riguarda la forma, a parte l’enfasi delle maiuscole indebite e la presenza di qualche refuso o svista, per il resto essa è molto curata nella punteggiatura e nel periodare. Notevole in positivo è il fatto che l’autrice giustamente scrive le parole latine e quelle straniere (salvo computer) chiuse tra virgolette; e ciò in controtendenza rispetto al generale menefreghismo linguistico d’oggi, che sta imbastardendo la lingua italiana.

Alla resa dei conti il libro La zattera dei desideri di Titti Burigana si rivela utile alle scuole, alle biblioteche e a tutti quei lettori che vogliano accostarsi ad un’opera rilassante e istruttiva.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 3/2009]


Titti Burigana, Sara, Lithostampa, Pasian di Prato, 2010, pp. 140, s. p.

“Sara” di Titti Burigana a più mani

Rievocazione del mondo circostante: genitori, sorelle, scuola, paese, regione…

Titti Burigana appartiene ad una famiglia d’insegnanti-scrittori: ha pubblicato alcune opere e conduce una trasmissione radiofonica. Il libro “Sara” (Lithostampa, Pasian di Prato, 2010, pp. 140, s. p.), che in copertina reca una bella fotografia scattata dalla sorella Lia, vorrebb’essere un’esaltazione della sorella Sara, maestra, professoressa e preside morta a Roma nel 1997, ma in realtà sconfina nella rievocazione di tutto il mondo a lei circostante: genitori, sorelle, scuola, paese, regione… La descrizione parte da prima della seconda guerra mondiale e continua con la guerra stessa, sottolineando la difficoltà, la miseria, l’ignoranza, la ricostruzione, il benessere.

Nei primi anni di questa narrazione molti bambini patiscono la fame e sono talmente sfiniti che si mettono a dormire per non accorgersene ovvero si consolano sentendo il brontolio dello stomaco e fanno a gara a chi sente più brontolii, per questo vincendo qualcosa, ovvero sono costretti a rubare per assicurarsi il pane quotidiano.

E sono anni d’educazione molto severa: in classe ci sono sessanta alunni e se qualcuno parla in dialetto il genitore gli dà uno schiaffo, avvertendolo che così parlando in seguito stenterà a parlare in italiano. Infatti allora l’educazione prevedeva abitualmente bacchettate e bastonate, ceffoni, calci e pugni, mentre erano scarse lodi e carezze e assenti le moine, in un sistema che era considerato del tutto normale e che non produceva vizi e capricci come droghe, sballi e simili. E la volontà dei genitori era sacra e inviolabile: ad esempio, questi potevano proibire alle figlie d’andare a studiare in altra località per non farle viaggiare in corriera.

Tutto ciò ed altro è narrato in questo libro, sulla cui copertina l’autrice risulta essere Titti Burigana, ma alla fine lei confessa che il libro è stato scritto anche da sua sorella Lia; e, visto che vi sono anche brani della sorella Sara e d’altri autori, il libro si può considerare scritto a più mani. Perciò, fra le presentazioni fatte da Titti e le firme che ora ci sono e ora non ci sono, non è facile identificare i singoli autori dei brani: i quali, precedentemente scritti con funzione autonoma e ora inclusi in questo libro, non sempre sono ben amalgamati tra di loro. In definitiva si tratta di colloqui con la defunta, lettere, appunti, schizzi, testimonianze, memorie e pagine diaristiche con relative date. E alla fine si ricava l’impressione che il libro, alcuni brani del quale erano stati già pubblicati in un precedente libro della stessa autrice, abbia più un valore affettivo che uno letterario, anche se — oltre alle belle fotografie — esso si correda di composizioni in versi, che a volte sono prosastiche, mentre certe pagine di prosa sono poetiche.

Freschi ed interessanti risultano alcune pagine relative non soltanto alla defunta, ma anche ad altri personaggi ed episodi: la famiglia, la fame, il bombardamento aereo, il mercato nero, una tipica maestra zitella, le supplenze dei primi anni in sperdute località, il rapporto con gli alunni e i colleghi, l’arrivo della televisione, il terremoto… E a volte l’autrice inserisce delle massime che vivificano l’intento didascalico, come ad esempio: “Le parole danno un sapore alla vita, altre volte la uccidono.” (p. 39)

Per quanto riguarda la forma, premesso che non si spiegano le virgolette del titolo di copertina “Sara”, si nota che tali virgolette a volte sono aperte e non chiuse (pp. 33 e 79) e che è impreciso l’uso della virgola, la quale di solito manca prima della congiunzione ma, mentre è messa dopo d’essa. L’autrice, poi, usa enfaticamente l’iniziale maiuscola per i titoli personali, e così si ha tutta una serie di Direttore/Direttrice, Dottoressa, Insegnante, Maestra/o, Professore/Professoressa, Preside, Presidente, Suoceri, Suora, Zie… Nell’introduzione della sorella Lia la rivista “Talento” è detta “Talenti” e la recensione ivi apparsa e relativa ad un libro precedente è manipolata: le frasi non hanno la stessa successione che nella rivista, vi sono modifiche, v’è aggiunta qualche parola e ci sono anche un paio d’errori che i lettori potrebbero attribuire all’autore della recensione anziché all’autrice dell’introduzione. Mentre positiva appare la traduzione in italiano delle espressioni dialettali, le parole straniere non sempre sono messe tra virgolette o in corsivo, inutili appaiono le barrette all’inizio di certi versi, ci sono delle ellissi e nella scrittura a volte si va dal passato remoto al passato prossimo. Infine altre sviste sono: II° (p. 42), Bilione (p. 42), Ha, haa, haaah (p. 45), così tanta (p. 81) e San Odorico (p. 115 e altrove); mentre non è buon italiano pagnocca (p. 86).

Con tutto ciò il libro “Sara”, il cui periodare è complessivamente chiaro, scorrevole e a volte ironico e brioso, può riuscire gradevole e utile in ambito scolastico.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, ott.-nov. 2010]


Giorgina Busca Gernetti, Onda per onda, Edizioni del Leone, Spinea, 2007, pagg. 56, € 8.

“Onda per onda” di Giorgina Busca Gernetti

Il mare, sogno e rimpianto dell’infanzia lontana e favolosa

Il libretto Onda per onda (Edizioni del Leone, Spinea, 2007, pp. 56, € 8) della lombarda Giorgina Busca Gernetti, esplosa come poetessa nel 1998 dopo una vita dedicata all’insegnamento d’italiano e latino al liceo classico, contiene una scelta di liriche ispirate al mare e al suo ambiente, già pubblicate — oltre che in una rivista — in quattro più voluminose sillogi (tutte edite da Genesi, Torino), che qui praticamente si rispecchiano e sintetizzano: Asfodeli (1998), La luna e la memoria (2000), Ombra della sera (2002) e Parole d’ombraluce (2006).

La decisione di questa ripubblicazione è giustificata dalla stessa autrice con l’amore per il mare e per la poesia ad esso ispirata da parte del poeta Carlo Michelstaedter (Gorizia 1887-1910), del quale in apertura riporta alcuni emblematici versi inizianti proprio con le parole “Onda per onda” di questo titolo. E leggendo quest’opera (che in copertina reca una Tempesta di Claude Monet e nel contesto la prefazione di Paolo Ruffilli e la postfazione di Pierangelo Rocchi) si possono avere saggi dell’intera produzione dell’autrice, tenendo conto anche delle successive pubblicazioni: la silloge di liriche L’anima e il lago (Pomezia--notizie, Pomezia, 2010) e quella di racconti Sette storie al femminile (nel volume collettaneo Dedalus, Puntoacapo, Novi Ligure, 2011).

Nella poesia della Busca Gernetti il mare si configura anzitutto come rimpianto dell’infanzia, lontana e favolosa età in cui lei ha visto per la prima volta questo regno del sogno e del mito: “pochi anni felici / tra una guerra feroce / e la scoperta / amara della vita” (p. 22). Ma molte altre sensazioni e riflessioni accompagnano il girovagare dell’autrice: quando il mare è placato e calmo, immensità/infinità, geografia e storia, colori, odori, pace, rilassamento, acquietamento delle proprie ansie, vita; quand’è agitato e rabbioso, turbolenza, inquietudine, sofferenza, pericolo, senso del proprio limite, sconfitta, morte. E dopo la morte c’è il nulla: infatti a volte la luna amica getta un ponte d’argento sul mare fino all’orizzonte e all’autrice piacerebbe andare lontano “verso il Nulla, nel Nulla / assoluto, eterno, infinito…” (p. 20).

La sabbia scivola veloce dalle mani come la vita, anche se l’estate può dare l’illusione dell’eternità; e, se talora all’alba sul mare svaniscono i mostri notturni della coscienza, talaltra l’autrice avverte il tormento dell’esserci, una sofferenza riflessa nelle cose in cui s’imbatte: una conchiglia rimasta sulla sabbia, un pino contorto, un ippocampo agonizzante sotto il sole a picco. E, se i gabbiani dominatori del mare “ignorano l’angoscia / e volano appagati d’infinito” (p. 36), l’autrice incontra anche le diomedee, che a ricordo dell’eroe da cui prendono il nome gridano in modo straziante.

Naturalmente il mare è veicolo di civiltà e vuol dire anche coste, località e paesaggi. I tremuli paesaggi marini nella delineazione poetica della Busca Gernetti spesso assomigliano a certi quadretti di tenui acquerelli: e, se a volte le zone sono anonime, caratterizzate soltanto o da vecchie case corrose o da spiagge e abitazioni eleganti, a volte invece esse hanno precisi nomi, che sono Cinque Terre, Versilia, Argentario, Isola del Giglio (dove “forse si sfaldano le pene“), Isole Tremiti, Gargano, necropoli di Merinum, Riace, Reggio di Calabria, Messina, Tindari… Nel mare Jonio i pesci danzano, guizzando festanti, mentre i tormenti della poetessa s’acquietano, e lei si sente “una creatura marina” (p. 42), anche se sullo Stretto non riesce a percepire il miraggio della Fata Morgana, come se questa volesse celarglielo tra brume celtiche.

L’espressione linguistica della Busca Gernetti non soltanto è del tutto corretta, ma si può definire perfetta. L’autrice, rispettosa di tutte le norme grammaticali, è molto attenta alla punteggiatura e agli accenti, che ai fini d’un’esatta pronuncia troviamo segnati anche là dove non ce li saremmo aspettati. E, fra tante stramberie dilaganti nel panorama letterario, lei produce dei testi esemplari, confermando il suo ruolo d’insegnante tanto nel lavoro quanto nell’arte. Nelle sue composizioni c’è poi una sottesa musicalità, che spesso attinge all’endecasillabo; e non mancano espedienti diversi, come la posizione dei vocaboli, rime, assonanze e altro: ad esempio, lo scarto in “serena, / la sera”, dove sera è la riduzione di serena, e il chiasmo di “tra i fitti… / fra i timi”, in cui le iniziali t e f s’alternano (p. 37 ).

Soprattutto la sua forma espressiva riecheggia tanti scrittori, con cui l’autrice instaura comunanza artistica e personale intesa, e che — anche quando non siano espressamente nominati — vivificano le liriche con espressioni divenute familiari, dimostrando che la poesia vive ab aeterno: “domator di cavalli” (Omero/Monti, Omero/Pindemonte, Virgilio/Caro, Tasso, D’Annunzio); “il tremolar della marina” (Dante, Boiardo, Trìssino, Tasso, D’Annunzio); “lontanando” (Bembo, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio); “tamerici salmastre”, “ascolta, ascolta. / Odi se mai parole umane” e “falce dorata… falce d’oro” (D’Annunzio); “la gran quiete marina” (Cardarelli); “sono creatura” (Ungaretti); “ossi di seppia” (Montale); “Il vento di Tindari” (Quasimodo).

Inoltre, a causa della sua formazione l’autrice fa tanti rimandi alla mitologia: Odisseo/Ulisse, Enea, Giàsone e gli Argonauti, Diomede, Alcyòne e Ceìce, Èrebo, Aurora dalle dita di rosa, il cocchio dell’Aurora, Selène, Afrodite/Anadiomène, Scilla, Cariddi, il regno ventoso di Eolo… E a questo vento profondo la poetessa chiede di rapirla e abbandonarla all’armonia della natura, in modo da diventare un tutt’uno con essa.

Nel girovagare in cerca d’esperienze ed emozioni, data la sua cultura classica, la poetessa si trova più a suo agio in quelle regioni in cui s’è sviluppata la civiltà dell’Occidente. Perciò riceve un grande appagamento spirituale in Magna Grecia e in Sicilia, toccando con mano le reliquie di quella civiltà.

Quanto alla sua passione per la Sicilia, basti pensare che la lirica “Il vento di Tindari” nel precedente libro Ombra della sera (così intitolato da una statuetta ex voto del sec. III a. C. conservata al museo etrusco di Volterra, la cui denominazione è attribuita al D’Annunzio) apre la sezione Elegie sicane, il cui titolo riecheggia le Elegie romane del Goethe tradotte dal Pirandello, le Elegie romane del D’Annunzio e le Elegie renane dello stesso Pirandello. Questa sezione è introdotta da due versi della lirica “Terra” del Quasimodo (inclusa nella raccolta Ed è subito sera e riferita al mare) e comprende fra l’altro anche le liriche “Siracusa”, “Agrigento”, “Selinunte” e “Segesta”, dedicate a località sacre alla cultura classica di cui lei ricorda teatri greci, templi, colonne, telamoni e l’intera civiltà greco-sicula. C’è anche la lirica intitolata Pantocrátor, dedicata al Cristo del duomo di Monreale, ieratica figura presente pure in altre chiese, fra cui la cappella palatina di Palermo e il duomo di Cefalù. Nella lirica “Melanconia (in volo da Punta Raisi)” poi scrive: “Ero felice nel sole e nel vento / della terra sicana, tra le colonne doriche corrose / dal tempo, spezzate e riverse / in luoghi arcani cinti di silenzio, / di serena bellezza ancora pregni”; e la sua anima “rimpiange l’ineffabile gioia / di quegli attimi simili all’eterno”. Infine nella lirica “Lettera a un amico sicano”, che chiude la sezione stessa, scrive che la voce dell’amico lontano è “quasi raggio di quel sole / sicano, voce di forza e di luce”.

La Sicilia ritorna ancora nelle successive Sette storie al femminile, le quali, oltre al pregio della correttezza formale, rivelano la delicatezza d’una vera poetessa che sa scandagliare sentimenti e costruire vicende coinvolgenti: in “Via Pirandello”, narrando una strana avventura (pirandelliana di nome e di fatto), l’autrice ricorda questa ripida e tortuosa strada che dal mare porta al centro di Taormina e al suo teatro greco, in un panorama mozzafiato; e in “Miraggio a Segesta” sa ripescare il mito e abilmente trasformarlo in miraggio.

Per concludere, la scrittura creativa di Giorgina Busca Gernetti eccelle per il senso di precarietà ch’esprime, per l’assoluta correttezza formale e per gli elementi di cultura classica che la permeano, facendo sì che l’autrice possa essere considerata una delle voci più significative della nostra poesia e un punto di riferimento per altri scrittori. Il che è dimostrato anche dai molti primi premi e altri riconoscimenti da lei ricevuti nonché dalle motivazioni dei premi stessi e dagli apprezzamenti di vari critici che si leggono nei suoi libri.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, marzo-apr. 2012]


Salvatore Calleri, Parole per mio figlio, Comune di Furci Siculo, 2000, pagg. 80, s. p.

PAROLE D’UN PADRE PER UN FIGLIO PERDUTO

Una “Pietà” raffigurata sulla copertina opportunamente guida il lettore nella lettura di questo libro di versi di Salvatore Calleri intitolato Parole per mio figlio (Comune di Furci Siculo, 2000, pagg. 80, s. p.): il Cristo vi è ritratto nello sfacelo della morte, con quell’atteggiamento d’abbandono che si affida proprio alla pietà degli uomini, perché il sacrificio, divino e umano nel contempo, sia foriero di doni spirituali.

La morte d’un figlio è peggiore della propria: il figlio è stato prefigurato fin da prima della nascita, amorosamente seguito nell’esistenza, inteso come proiezione di sé nel futuro, cioè nell’immortalità. Il dolore per la morte d’un figlio è certamente più grande di quello per la morte d’un genitore: costui ha in qualche misura raggiunto una linea progettuale, mentre il figlio, quand’è vivo il genitore, ha tutto davanti a sé e quindi un’aspettativa di vita almeno superiore a quella del genitore stesso, dovendo per legge di natura sopravvivere a lui.

A distanza di vari anni l’immane tragedia della perdita d’un figlio, stroncato sulla strada nel fiore degli anni da un incidente automobilistico, è sempre presente nel cuore d’un padre: il dolore è troppo grande, anzi col tempo si riacutizza, e soltanto nella fede può trovare comprensione e rassegnazione. E se il padre così duramente colpito è un uomo di grande cultura, come Salvatore Calleri, allora il dolore si fa più pungente, perché più sensibile è l’animo delle persone colte, cioè di quelle che continuamente coltivano lo spirito, aprendo la mente ai misteri del cosmo.

Che cosa può scrivere di questa tragedia chi per una vita ha lavorato con la parola e sulla parola, se non parole? E così è nato questo libro che ha la prefazione d’Antonio Piromalli e la postfazione di Francesco Alberto Giunta, due altri grandi autori che, più che mallevadori d’arte, qui assumono il ruolo di testimoni e sostenitori morali.

Nell’intenzione dell’autore queste parole non vogliono neanche avere pretese artistiche, perché quello che conta è lo strazio ch’esprimono; ma è chiaro che se quest’espressione proviene da chi sa forgiare le parole stesse, allora dal dolore può nascere un’opera d’arte. E qui siamo in presenza d’un epicedio in cui, ripercorrendo l’itinerario esistenziale del defunto a volte col ricordo d’episodi di cronaca spicciola oltre che con quelli della cruda realtà, la sincerità e il trasporto affettivo stanno in primo piano e conferiscono al lavoro anche qualità artistiche, oltre che di dignitosa confessione.

Alle parole segue una parte intitolata Piccola “Suite” per Giuliano, che comprende una quindicina di liriche di vari periodi, le quali hanno per oggetto e canto sempre il figlio perduto, ma pur nella vivezza del dolore riescono a sublimarsi nella fede, che viene a configurarsi come un’àncora di salvezza, e perciò sembrano meglio riuscite. È il caso di “Un altro Natale / senza di te...”, “Come fiore purpureo / reciso...”, “E mi apparirai ancora...” e “Contemplazione della morte”.

Nella sua profonda sofferenza il Calleri sa cogliere e fissare immagini pittoresche come quelle di rosee albe e fiammanti tramonti, voli di gabbiani e mormorio d’onde sulle spiagge: ma tutto contribuisce alla malinconia del poeta, che solo nella speranza cristiana della propria e altrui resurrezione trova lenimento.

Il libro si conclude con un’”epistola-preghiera” a Giuliano, dallo stesso autore definita “insolita”, con una commemorazione giornalistica corredata della fotografia del giovane e con una nota bio-bibliografica dell’autore.

In tutti questi scritti è la grande fede che emerge, quella fede che ci fa ricordare che da ogni morte deve sbocciare una vita, altro scopo a cui dedicarci, come il Cristo stesso della “Pietà” raffigurata in copertina poco prima di morire aveva insegnato affidando alla madre Maria l’apostolo Giovanni come nuovo figlio su cui far convergere il suo amore materno.

Il libro è chiaro nel dettato e scorrevole nella forma, rinunciando ad elucubrazioni e sperimentalismi vari. E a lettura finita non si può non ringraziare l’autore per le opportune riflessioni che sa suscitare, esprimendogli anche la propria solidarietà con una calorosa stretta di mano.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 15.V.2001]


Salvatore Calleri, Giuseppe Mazzini e la Roma del popolo / La repubblica romana del 1849, Messinatype, Messina, pagg. 216, € 15,49.

MAZZINI E LA REPUBBLICA ROMANA DEL 1849 IN UNO STUDIO DI SALVATORE CALLERI

Salvatore Calleri è uno studioso siculo-romano di grande serietà e competenza, il quale ha al suo attivo una lunga attività scrittoria, particolarmente nel campo della ricerca storica, in cui si è già distinto per un altro saggio sul Mazzini pubblicato in occasione del centenario dell’unità d’Italia.

Il suo recente volume Giuseppe Mazzini e la Roma del popolo / La repubblica romana del 1849 (Messinatype, Messina, pagg. 216, euro 15,49) può dividersi in due parti: la prima comprende una serie di saggi, suffragata da una ricca citazione di fonti, e la seconda raccoglie una serie di documenti d’epoca, spesso in ristampa anastatica che li rende più suggestivi e coinvolgenti.

I saggi riguardano la situazione italiana, e romana in particolare, all’indomani della Restaurazione, la nascita della repubblica romana, la sua costituzione, la sua breve durata e la sua caduta, la diaspora dei repubblicani, la stampa e il processo di laicizzazione, il problema religioso e la questione sociale nel Mazzini, le autonomie locali.

Con dovizia di particolari l’autore mette in evidenza la lunga aspirazione dei romani a liberarsi dal potere temporale dei papi nella convinzione che ciò avrebbe fatto bene al popolo e alla Chiesa, in quanto che il papa senza di quel potere avrebbe potuto dedicarsi meglio alle cose spirituali. Premesso che a voler ciò non erano soltanto intellettuali o benestanti, ma anche il popolo minuto in tutte le sue espressioni sociali, l’autore sottolinea il contributo d’idee e di sangue dato da molti italiani, anche d’altre regioni, alla realizzazione di tale progetto: è il caso di personaggi quali Garibaldi, Mameli, Dandolo, Manara, ecc. E di alcuni di loro, come per esempio del Mameli, l’autore traccia appassionati profili, che evidenziano la grandezza del sacrificio compiuto fino alla morte.

E per smentire quanti per denigrazione hanno cercato di sminuirne la portata affermando che quella romana fosse una rivoluzione aristocratica, voluta da intellettuali e imposta dall’alto, il Calleri riporta una testimonianza personale di Francesco Dall’Ongaro, lo scrittore e patriota veneto passato a difendere le libere istituzioni di Roma nel 1849, dopo aver difeso quelle di Venezia nel 1848. Questi fu incaricato di registrare i nominativi di quanti — dentro e fuori dei territori pontifici — dichiaravano di aderire e voler sostenere la repubblica romana. In quell’occasione il poeta veneto attestò che i sostenitori non solo erano numerosissimi, ma anche erano di tutte le condizioni ed in massima parte umili, fra cui molte donne: una cosa — questa presenza di tante donne nei registri — sicuramente rappresentativa della popolarità della repubblica romana.

A ciò fa da contrasto la scomposta reazione del governo pontificio: infatti, mentre il Mazzini alla fine dell’esperienza della repubblica romana si dichiarava orgoglioso per il fatto che durante la repubblica non si erano mai verificate condanne a morte, col ritorno del governo pontificio furono eseguite parecchie torture e condanne a morte. Lo storico inglese M. Smith, in un brano riportato dal Calleri, riferisce: “Fu ripristinata quasi subito l’inquisizione, e così pure la tortura, le bastonature in pubblico e la ghigliottina; le esecuzioni capitali si fecero frequenti. I conservatori moderati, lasciati in pace dalla repubblica nonostante il loro appoggio alla restaurazione papale, vennero esiliati. Gli ebrei, che i repubblicani avevano liberato, vennero di nuovo confinati nel ghetto, e in qualche caso vennero puniti i preti che avevano continuato ad esercitare il loro ministero sotto la repubblica.”

Perciò ora non si può non restare sconcertati dalla recente inopinata beatificazione del pontefice Pio IX, la cui salma il popolo durante i suoi funerali voleva invece gettare nel Tevere.

Nel libro del Calleri risalta per la sua dirittura morale Giuseppe Mazzini, il quale, sebbene non ortodosso dal punto di vista cattolico, era fortemente religioso, uno spirito mistico, pensoso e pervaso del vero senso del sacro, tanto da assumere come suo motto “Dio e Popolo”. Il suo liberalismo fece sì che il Mazzini dovesse imporsi per fare garantire il libero esercizio delle funzioni religiose, dato che fra i suoi seguaci c’erano tanti anticlericali e mangiapreti, come lo stesso Garibaldi. A costoro dava fastidio la tolleranza religiosa del Mazzini, il quale non fu affatto anticlericale. Ecco perché dalle pagine del Calleri il Mazzini appare come una grande figura morale, di cui viene esaltato il lungo apostolato patriottico e di cui vengono riportate diverse lettere.

Interessanti risultano poi le pagine dedicate alla costituzione romana, frutto in massima parte del pensiero mazziniano, che praticamente fece da base alla nostra attuale costituzione; e opportunamente l’autore fa dei confronti, per rilevare i principi comuni fra le due carte. Inoltre a chiusura del volume egli riporta un altro suo saggio mazziniano, precedente a questo.

Il Calleri con una prosa avvincente riesce a condurre il lettore di capitolo in capitolo e a proiettarlo nel vivo d’un tormentato periodo storico per fargliene capire meglio lo svolgimento in tutte le sue fasi. Anche dal punto di vista editoriale questo corposo libro, pubblicato col patrocinio della “Mazzini Society” e con prefazione di Giuliana Limiti, si presenta bene, nonostante che le citazioni in nota non siano stampate secondo la prassi tipografica. E per tutto ciò esso è apprezzabile e consigliabile particolarmente alle scuole e alle biblioteche, dove non dovrebbe mancare.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-giu. 2002)


Salvatore Calleri, Naxos e Tauroménion, C. R. E. S., Catania, 2003, pagg. 310, s. p.

Da Naxos a Giardini Naxos, da Tauroménion a Taormina, c’è in questa “monografia storico-critica con guida anche dei dintorni” la storia e la geografia di due splendide località della costa orientale siciliana note in tutto il mondo. Si va dalla fondazione delle due città da parte dei greci (e qui bisogna sottolineare che Naxos fu la prima colonia greca di Sicilia e d’Italia) fino ai nostri giorni, con un itinerario davvero suggestivo, che passa attraverso l’età antica, quella media, quella moderna e quella contemporanea.

Il Calleri, che con le sue varie pubblicazioni ha già dato prova di vastità di preparazione e serietà di metodo, non si limita a fornire una serie di dati e notizie che difficilmente altrove si troverebbero, ma li seleziona e interpreta o reinterpreta in modo da apportare dei contributi originali e ad ogni modo nuovi. In ciò egli non è stato mosso da intenti campanilistici, dato che è nato in provincia di Siracusa e vive a Roma (anche se nella descrizione di luoghi e fatti dimostra una perfetta conoscenza), ma da grande passione per lo studio e la ricerca, da sempre coltivati. La sua opera va dalla storia antica (greca e romana) all’archeologia, dalla storia dell’arte alla numismatica: al riguardo si vedano la lunga e dettagliata dissertazione sul teatro antico, ricca d’elementi tecnici e d’ipotesi varie, come pure si veda la rassegna di chiese e monumenti, per la cui analisi segue (anche se non sempre) il critico Stefano Bottari. Ma non manca l’attualità: e al riguardo si vedano le pagine relative alla festa di S. Pancrazio, non limitate alla registrazione dell’evento, ma arricchite da ricer­che sulla storicità e la figura del santo, nonché sulla nascita del cristianesimo nella zona; come pure si vedano le pagine relative alla vessata questione dell’apertura del casinò a Taormina, alle vicissitudini del suo festival, al suo piano regolatore e al problema dei parcheggi. Perciò all’occorrenza l’autore si dimostra anche meridionalista e ambientalista, fornendo indicazioni di politica urbanistica, agricola, turistica, economica e paesaggistica, le quali potrebbero essere molto utili a politici e amministratori.

E nell’opera non manca la poesia, quando l’autore, mettendo da parte l’aridità dei dati, si diffonde a descrivere il paesaggio o a parlare di feste, usi, costumi e tradizioni, enogastronomia e pasticceria, anche di località vicine (che ci sfilano davanti coi loro nomi fascinosi), costituendo un convincente invito a visitare quest’angolo di paradiso, perché effettivamente qui c’è la parte più suggestiva della Sicilia. Allora fa capolino la vocazione poetica del Calleri, che nella fattispecie sa modulare il suo linguaggio, imprimendogli valenze estetiche.

Dunque il libro, che certamente rappresenta un notevole passo avanti rispetto alla precedente bibliografia sull’argomento, è nel contempo un lavoro di scienza dell’antichità, utile a studiosi, studenti e persone colte, e un manuale divulgativo, utile ai numerosi turisti, anche se molto lontano dall’essere “consumato” superficialmente dal turismo di massa. Nuova è, ad esempio, la visione unitaria della storia di Naxos e Taormina (essendo la seconda succeduta alla prima), pur nella distinzione delle due attuali comunità.

Dal punto di vista grafico-editoriale il libro, che è corredato d’una serie di fotografie, mappe e disegni (anche di monete), si presenta in una forma elegante e accattivante. È vero che possono disturbare la lettura alcuni refusi e sviste di vario genere (fra cui quegli strani trattini d’unione insinuatisi nelle pagine, e particolarmente nelle note e nella bibliografia) e che per una migliore fruizione del testo sarebbe stato opportuno che le espressioni greche e latine fossero state sempre tradotte in italiano, magari in nota, data la limitata comprensione di tali lingue ai nostri giorni: ma è anche vero che questi e altri difetti formali, peraltro possibili in qualsiasi pubblicazione, non possono sminuire il valore sostanziale dell’opera, a cui contribuisce la correttezza e chiarezza del dettato, perché essa sicuramente s’attesta su un livello di qualità molto elevato, degna com’è d’essere non solo apprezzata ma anche propagandata.

Perciò un sincero elogio va rivolto anche al CRES di Catania, che ha deciso di pubblicare questa ricerca e il cui responsabile editoriale, Giancosimo Rizzo, nella breve ma incisiva presentazione giustamente esprime soddisfazione per l’inserimento d’essa nella collana.

Carmelo Ciccia

[“Nuovo frontespizio”, Rimini, giu. 2004]


Salvatore Calleri, La zampata del Gattopardo / I luoghi dell’anima / Solitudine e ricerca interiore in Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Istituto di Pubblicismo Scialpi, Roma, 2010, pagg. 250, € 16.

“La zampata del Gattopardo” di Salvatore Calleri

La produzione letteraria e la vita interiore di Tomasi di Lampedusa

Salvatore Calleri è uno scrittore di lungo corso, che ha dedicato la sua vita alla ricerca, allo studio e alla riflessione, scrivendo in uno stile chiaro e accessibile a tutti. Fra le sue precedenti pubblicazioni ci sono: Giuseppe Mazzini e il centenario dell'Unità d'Italia (1962), Savoca segreta (1972), Il Manzoni ed i silenzi della parola (1974), La Divina Commedia di don Procopio Ballaccheri (1986), Messina moderna (1991), Giuseppe Mazzini e la Roma del popolo: la Repubblica Romana del 1849 (2000), Parole per mio figlio (2000), Naxos e Tauromenion (dall'antico al moderno): monografia storico-critica con guida anche dei dintorni (2003), Antonino Caponnetto: eroe contromano in difesa della legalità (2003), In memoria di Giuseppe Fava: confessioni e ricordi (senza data), Letteratura meridionale dalla Sardegna alla Lucania (senza data), Lampedusa e la letteratura meridionale (senza data).

Come si vede, i suoi interessi spaziano dalla letteratura alla storia, dal patriottismo all’impegno sociale. Qui però va messa in rilievo l’edizione in volume della Divina commedia di don Procopio Ballaccheri, i cui canti (dal I al XXII dell’Inferno) erano stati scritti in un dialetto siciliano storpiato dal commediografo belpassese Nino Martoglio e pubblicati singolarmente nella rivista “D’Artagnan”, che il Calleri ha raccolto, ordinato e sottilmente commentato, in particolare facendo vedere le analogie e le differenze rispetto alla grande opera di Dante, in un testo che meriterebbe più larga diffusione fra i dantisti siciliani o semplicemente fra i siciliani.

Ora il Calleri ha pubblicato un poderoso volume che ha tre titoli: La zampata del Gattopardo / I luoghi dell’anima / Solitudine e ricerca interiore in Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Istituto di Pubblicismo Scialpi, Roma, 2010, pp. 250, € 16); ma è il terzo il più rispondente e adatto. In questo volume, che viene qui esaminato, ci s’accorge d’acchito della grande preparazione e competenza dell’autore, il quale fra l’altro vi dispiega una messe d’informazioni non facilmente reperibili.

Per quanto riguarda il contenuto, nella parte prima, intitolata VITA […], l’autore traccia la biografia del Tomasi, desumendola dall’autobiografia I luoghi della mia prima infanzia. In questo contesto, dello scrittore egli passa in rassegna l’infanzia, la fanciullezza, l’adolescenza, la formazione, gli studi, le amicizie e gl’incontri culturali, soffermandosi su particolari come la partecipazione alle due guerre mondiali, il matrimonio, la perfetta intesa con la moglie e la presidenza della Croce Rossa siciliana, sottolineando la funzione poetica dei ricordi connessi alle tre ville possedute, tanto amate e rimpiante.

Nella parte seconda, intitolata LE OPERE “IL GATTOPARDO, l’autore tratta non soltanto del romanzo, da lui giudicato esistenziale, ma anche dei Racconti del Tomasi, delineando le caratteristiche dei personaggi, delle vicende e dell’ambientazione. Notevoli sono le pagine relative alla sicilianità, al senso del dolore, della morte, della solitudine, del tempo e dell’eternità, al carattere narrativo-autobiografico-saggistico del romanzo stesso, di cui egli rileva anche l’ironia e la laicità; e nella parte relativa al plebiscito e alla questione meridionale il Calleri afferma con vigore che il Tomasi non fu un antirisorgimentale, perché si limitò a mettere in evidenza l’incompiuta attuazione del Risorgimento nell’Isola e a mostrarsi pessimista circa la volontà di riscatto dei siciliani, stante la loro proverbiale inerzia.

Nella parte terza, intitolata LETTERATURA E CINEMA, l’autore fa alcune digressioni e tratta, oltre che del Gattopardo, d’opere letterarie di vari autori trasposte in film, nonché di teatro, opera lirica e balletto, soffermandosi ampiamente su registi, attori, sceneggiatori, scenografi e musicisti; si dilunga sulle vicende editoriali e sulla fortuna critica del Gattopardo, riferendo il negativo giudizio del Vittorini e rivelandosi a sua volta critico dei critici e all’occasione critico cinematografico e teatrale; e infine presenta un profilo del figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi, con cui è in amichevoli rapporti, parlando anche del parco letterario e del premio intitolati allo scrittore e concludendo col sottolineare l’esemplarità della vita dello scrittore.

Il Calleri individua le ascendenze letterarie del Tomasi in scrittori stranieri quali Sthendal, Proust, Musil, Mann, oltre che naturalmente nei siciliani Verga, De Roberto e Pirandello; anzi a volte confronta degli episodi. Egli fa accurate analisi dei personaggi tomasiani, non soltanto principali, ma anche secondari, rilevandone acutamente caratteri fisici e morali, virtù e vizi, sentimenti e passioni. E nella sua trattazione s’appoggia continuamente ad altri studiosi, di cui cita ampi brani, facendo sì che il suo lavoro diventi un intarsio di citazioni.

Notevole è anche l’analisi del paesaggio, che per il Calleri partecipa al dramma, diventando evocativo, significativo ed esplicativo. Al riguardo l’autore ricorda che il Tomasi conosceva e citò i mercati storici di Palermo: Vuccirìa, Capo e Ballarò. E poeticamente afferma: «La Sicilia di Tomasi è una “provincia” dell’anima, un “luogo del sentimento”, è il palcoscenico naturale sul quale accadono le rivelazioni.» (p. 84)

Importante è poi la sua lettura meridionalistica del Gattopardo, che in un referendum del 1985 risultò il romanzo “più amato” dai lettori dopo La coscienza di Zeno dello Svevo: l’autore difende il Tomasi, affermando che costui ha semplicemente delineato una Sicilia tradita nelle sue aspettative, sulla scia del Verga, del Pirandello e d’altri scrittori meridionali. E, citando i meridionalisti Franchetti, Sonnino e Salvemini, conclude: «Il quadro fin qui delineato è un chiaro segno che l’Unità non fu la panacea atta a risolvere tutti i mali che affliggevano la nostra società sia in Sicilia, o meglio nel Meridione, sia nel resto d’Italia.» (p. 132)

Parlando dell’elegia della morte presente nel Gattopardo e nel racconto Lighea, su cui si dilunga, l’autore (per suggerimento del Lanza Tomasi) fornisce la fonte dell’immagine della morte stessa vista come stella attraente, riconducibile ad una composizione del poeta russo Atanasio Fet, dal Tomasi letto e ammirato.

Il lavoro del Calleri, che per il suo assunto dovrebbe esser tenuto presente nella ricorrenza del 150° dell’Unità d’Italia, è integrato da alcune fotografie, dalla bibliografia e dall’albero genealogico della famiglia Tomasi.

Per quanto riguarda la forma, la copertina è elegante, la carta buona e i caratteri nitidi. Invece le lunghe e numerose citazioni di parole altrui, a volte snodantisi per parecchi capoversi, non sono stampate con diversa impostazione tipografica e con diverso carattere, ma tra lontane virgolette, spesso confondendosi con le parole del Calleri. I termini stranieri e i titoli di libri, di riviste, di quadri e di film sono messi ora fra virgolette, ora in corsivo e ora senza nessuna caratterizzazione. I titoli nobiliari sono scritti non sempre con lo stesso tipo d’iniziale (che nella fattispecie sarebbe stata meglio minuscola). Ci sono delle ripetizioni (come l’espressione latina “iter” che è ripetuta diecine volte, magari due o tre nella stessa pagina). Non sempre le virgolette sono aperte e chiuse nei posti di spettanza; non sempre in una singola citazione le virgolette d’apertura e quelle di chiusura sono dello stesso tipo; e ci sono incisi virgolettati inclusi in brani a loro volta fra virgolette e virgolette riaperte subito dopo quelle chiuse. Il cognome degli scrittori viene indicato non sempre allo stesso modo (ad esempio ora “Lampedusa” ora “il Lampedusa” ora “Tomasi” e ora “il Tomasi”, come pure ora “Russo” e ora “il Russo”). Le due parole greche di p. 154 hanno una consonante sbagliata, la quale nella prima ne cambia il significato. La nutrita bibliografia non è messa in ordine alfabetico degli autori o perlomeno cronologico di pubblicazione e le indicazioni bibliografiche, anche quelle in nota, non sono formulate secondo la prassi tipografica. Infine ci sono alcuni refusi tipografici e altre sviste, anche di punteggiatura.

Purtuttavia queste imperfezioni formali incidono poco sull’alta qualità del lavoro, che si configura come uno dei più riusciti nel suo settore ed in particolare sullo scrittore preso in esame, così dettagliatamente analizzato.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, marzo 2011]


Emanuele Capitanio, Vita e percezioni di §, anonimo ignoto, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2008, pagg. 110, € 10.

PREFAZIONE

Se si volesse qualificare con un aggettivo il romanzo Vita e percezioni di §, anonimo ignoto dell’esordiente autore Emanuele Capitanio, si potrebbe scegliere fra psicanalitico, fantascientifico e surreale, o meglio si potrebbero usare tutt’e tre insieme questi aggettivi. Già il titolo stesso contiene la parola percezioni, che attiene al mondo della psicanalisi, anche se qui le percezioni a volte sono materializzate. Ma l’originalità del lavoro del Capitanio consiste non nell’esile trama, che a volte ci riporta al clima dell’Arcadia, bensì nello stile, che si potrebbe accostare al barocco o meglio all’estetismo dannunziano. Infatti c’è una ricerca minuziosa della forma, tanto che la narrazione per pagine e pagine si dipana sul nulla, come una ragnatela di elucubrazioni continuamente rigenerantisi: il che potrebbe all’inizio stancare il lettore che non avesse la pazienza di procedere fino alla fine, dove - come in ogni giallo che si rispetti - si trova la soluzione dell’intrigo.

L’autore stesso è consapevole di questo rischio; e in un immaginario processo la Pubblica Accusa contesta che “Questo libro non si riferisce a nulla di concreto, e perciò è da considerarsi puro esercizio formalistico”: e poi essa usa espressioni come “completa soggettività… eccesso di autoreferenzialità… autismo egocentrico... astrattismo…”. Ma la Pubblica Difesa afferma che il lettore anzitutto “deve incontrare una sensibilità che si ponga in sintonia con la propria, che, senza volergli insegnare nulla né arrivare a conclusioni, solleciti il moto delle meningi, alimenti il volo del sogno, rigonfi il petto d’ebbrezza” (pag. 44).

La narrazione, che oscilla fra l’onirismo e il mentalismo, mette alla ribalta un anonimo e ignoto protagonista (psicopatico?) dallo strano pseudonimo §, il quale, raccontando in prima persona, cerca di rintracciare nella sua memoria l’oggetto d’un ricordo di cui ha labili tracce e di farlo ri-vivere nel presente. Per ottenere questo scopo egli si reca non soltanto da un dottore, ma anche in una “mnemoteca”, dove a guisa di biblioteca si conservano i ricordi e le cui ricerche sono fatte sulla base d’appositi moduli simili a quelli delle biblioteche. In questo episodio e in tutto il resto della narrazione c’è una cura dettagliata nel descrivere luoghi, oggetti e personaggi di quel mondo fittizio. Vari sono i tentativi e le peripezie del protagonista, che di quell’oggetto (una fanciulla) possiede soltanto un frammento di nome: Livia; e alla fine, grazie all’aiuto d’un misterioso Imòbano (il ricordo stesso), il nome della fanciulla si completa in una parola latina molto significativa per tutta la narrazione. E intanto l’autore dimostra un notevole senso dell’umorismo quando eleva un “Panegirico per il Sommo Imòbano”, rivelandosi anche buon artefice di versi (pag. 57).

Qualcuno dirà che quest’opera può essere considerata una favola: e per certi aspetti essa sicuramente lo è; ma la conclusione è malinconica o perlomeno deludente per chi vi avesse cercato una favola con una conclusione del tipo “E vissero felici e contenti”. Tuttavia non si può ignorare che l’opera è piena di paesaggi pittoreschi e di situazioni da favola, a cominciare dalla figura della fanciulla così delineata, che a tratti assume le movenze della Lia-Matelda di Dante (Purg. XXVII 97-105 e XXVIII 40-69), il quale a sua volta s’era rifatto alla Proserpina d’Ovidio (Metamorfoseon V 385-401 e Fasti IV 425-442).

Oltre allo strano nome § del protagonista, vari sono i simboli grafici introdotti nella narrazione: la quale è fondata su una simbologia generale, che spesso occorre interpretare e decifrare. Quindi si richiede al lettore una compartecipazione alla definizione del sistema narrativo, della vicenda e del suo protagonista. Sicuramente dietro questo romanzo c’è Freud, ma nelle scene assurde e paradossali s’intravede la presenza anche di Pirandello e di Kafka: senza dimenticare l’oscurità e il simbolismo di vari brani della Divina Commedia.

Abbiamo parlato di stili del passato, ma complessivamente l’espressione linguistica, pur nella sua ricercatezza e cesellatura, s’innesta nel tempo odierno grazie al riferimento a tecnologie e terminologie d’oggi. E nonostante tutto il lettore attento, superato l’imbarazzo iniziale, gradisce farsi accarezzare dal sentimento e da una forma altamente estetica e a volte musicale. Stupisce infatti la capacità dell’autore di lavorare sulla lingua, attingendo anche a termini obsoleti, ma che abbiano una funzione evocatrice. A volte certe parole sono inventate o composte dall’autore stesso, ma non si può contestare che esse non si trovano nel vocabolario, perché in realtà esse servono a questo tipo di narrazione così come egli le ha forgiate e come appaiono.

Alla fine il lettore in sintonia con la sensibilità dell’autore, che la richiede lui stesso, non può non elogiare Emanuele Capitanio per aver prodotto un’opera originale e quindi al di fuori degli schemi usuali, la cui lettura, certamente non facile, può dare delle soddisfazioni a chi sa intenderla. L’animo delicato e sensibile del Capitanio si scopre chiaramente nell’atmosfera eterea, diafana e celestiale in cui, fra conscio e inconscio, si muovono il protagonista e la fanciulla del suo ricordo (ad un certo punto diventata di carta). Essi trovano la loro massima intesa nel silenzio: “La purezza del Silenzio detergeva le nostre menti ed i nostri corpi, avvicinandoci nell’intimità pudica di un abbraccio limpido e caloroso” (pag. 88).

E il valore del silenzio potrebb’essere l’involontario insegnamento d’un autore che si è prefisso di non dare insegnamenti.

Conegliano, 20.IX.2008

Carmelo Ciccia

[Emanuele Capitanio, Vita e percezioni di §, anonimo ignoto, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2008, pagg. 110, € 10]


Enzo Capitanio, Germogli in un vaso di terra, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2020

PREFAZIONE

La grave pandemia del 2020 ha recato lutti, dispiaceri e notevoli fastidi, fra cui il coprifuoco che ha costretto milioni di persone a restare confinate in casa per alcuni mesi. Eppure in tale contesto è potuto nascere qualcosa di piacevole, come questa dozzina di racconti d’Enzo Capitanio, che certamente aiutano a risollevare l’animo e a meglio sperare per il futuro.

L’autore è molto impegnato nel campo della cultura: è biblista, drammaturgo, attore, membro di diverse associazioni culturali, fra le quali il Gruppo “Amici di Dante” di Conegliano, di cui è vicepresidente. Ora egli si presenta al pubblico come narratore esordiente con questi Germogli in un vaso di terra che fin dal titolo promettono qualcosa di benaugurante: una rinascita, una migliore vita, altre opportunità.

Il primo pregio di questo libro è la correttezza linguistico-espressiva, sempre associata a chiarezza e scorrevolezza e adeguata a personaggi, ambienti e congiunture; ma nel contempo si nota la sbrigliata fantasia dell’autore che sa creare e gestire diecine di personaggi e circostanze, queste ultime a volte intricate, ma che alla fine si risolvono magnificamente con qualche gradita sorpresa. E quanto alla sbrigliata fantasia dell’autore essa sembra una dote di famiglia: alcuni anni fa il figlio Emanuele Capitanio pubblicò in questa stessa collana un romanzo, nella prefazione definito psicanalitico, fantascientifico e surreale.

In questa raccolta d’Enzo Capitanio sono vari i generi della narrativa, che vanno dall’avventuroso al “giallo” con o senza orrido, dal realistico al fantascientifico, dal drammatico all’umoristico e addirittura al “rosa”: e spesso le pagine sono pervase di sottile ironia. Anche l’ambientazione delle vicende è varia e va da diverse località dell’Italia e del mondo a Venezia, città natia dell’autore. Infine anche la condizione dei personaggi è varia, generando una molteplicità d’interessi e di casi che vivacizzano la narrazione e mai fanno stancare il lettore, dato che contribuiscono positivamente alla complessiva validità dell’opera: e intanto emerge la buona cultura e informazione dell’autore, che attinge ora alla sua fantasia, ora a rinomate fonti letterarie, ora a fatti di cronaca, mentre non mancano riferimenti storici, artistici e musicali che connotano l’humus da cui scaturiscono e sbocciano questi Germogli.

Come si vede, in questo libro ce n’è abbastanza per essere coinvolti e divertirsi, ma anche per riflettere, tanto che ad un certo punto ci sembra un peccato che non ci sia altro da leggere. Ed è per ciò che Enzo Capitanio, pur al suo esordio narrativo, si rivela un robusto scrittore, degno d’entrare a testa alta nei circuiti letterari.

Carmelo Ciccia

[Enzo Capitanio, Germogli in un vaso di terra, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2020]


Enzo Capitanio, Germogli in un vaso di terra, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2020, pp. 178, € 10.

In eccellente veste tipografica è uscito recentemente il primo libro di narrativa di Enzo Capitanio, un autore eclettico che è anche commediografo, attore e biblista: si tratta della raccolta Germogli in un vaso di terra. Soltanto per dare qualche indicazione ed esprimere qualche impressione, ecco qui di seguito, alcuni dettagli dei singoli racconti.

• In “I topi” un trio di ragazzacci tiranneggia un ragazzino perbene, non soltanto estorcendogli continuamente denaro e merende, ma addirittura pretendendo per i propri capricci la presentazione d’una sua cugina, la quale, però — specialista d’arti marziali — poi mette a posto il trio stesso, e specialmente il suo capo, in una stupefacente sorpresa finale.

• In “L’avvicendamento” i freddi calcoli bellici inducono un gruppo di militari a sacrificare la coppia dei bravi vecchietti ospitanti: e ciò per migliorare le sorti della guerra.

• “I selvaggi” è il più lungo racconto della raccolta e ha anche una postfazione e dei riferimenti bibliografici, rivelandosi poi una specie di saggio: esso si può collegare a quella letteratura nord-americana che ha esaltato il Lontano Occidente degli Stati Uniti d’America, fra praterie, fattorie e stazioni di posta, facendone un agognato regno di favola.

• “Il treno” al ricordo della strage di Bologna del 1980 innesta una vicenda di sapore arcano, svolta in una nebulosa atmosfera d’allusioni e rimandi che restano nel vago, pur avendo delle strane coincidenze.

• “B. B. C. 2020” (acronimo di Bruno, Buffalmacco e Calandrino), che potrebbe anche essere trasformato e recitato in farsa (nonostante un drammatico incidente), non soltanto ricalca qualche ben nota novella boccacciana, ma in certi passaggi la supera per vivezza d’immagini, scorrevolezza di dialogo e sapidità di battute.

• “L'astronauta” sembra riecheggiare ambienti e temi salgariani, ma all’esplorazione della giungla ora subentra quella dei pianeti, con paurosi mostri e non minori rischi. Qui l’autore mette in campo la sua libera fantasia per percorrere mondi fantascientifici, permeati però di vibranti sentimenti d’amore.

• In “Reietti”, a parte la lunghezza e il consueto “giallo”, ci sono il surreale e l’esoterico che rendono più avvincente la narrazione, giungendo ad esemplificare coi discussi casi di Antoine de Saint-Exupéry ed Ettore Majorana, sull’ultimo dei quali scrisse un memorabile saggio Leonardo Sciascia; e non mancano vari spunti di riflessione, soprattutto sul disprezzo e l’emarginazione dei “diversi” o reietti.

• “L’icona” ci riporta alla temperie dantesca, presentandoci un Dante savio, accorto e largamente stimato. A parte il riferimento all’epidemia imperversante e al patrocinio della vista da parte di S. Lucia raffigurata nell’icona, apprezzabile è anche il colpo di scena con la scoperta del vero impostore.

• “La fotografia” ricostruisce a ritroso una vicenda complessa partendo da un semplice disegno con didascalia (cfr. disegno di copertina) che un amico aveva pubblicato su una rete di comunicazione sociale.

• Con “La locanda” siamo nel campo dell’horror, che potrebbe dispiacere ad alcuni, ma nel complesso il racconto è apprezzabile per la costruzione della trama e la particolare ambientazione nel mondo basco.

• In “I rapinatori” due maldestri delinquenti, di cui uno è stretto osservante delle disposizioni sulla pandemia e succubo dell’altro, finiscono col cadere nel ridicolo di fronte all’astuzia della vecchietta da rapinare e poi le buscano anche di santa ragione, dopo avere sciorinato una serie di spassose battute, pur nella scurrilità e sgradevolezza di certe espressioni e situazioni.

• “La sposa”, col suo scivolone finale, sembra il racconto più bello e certamente si legge con molto piacere, anche per le allusioni artistiche e musicali, oltre che per la trama nuova e accattivante che culmina in un’originale retribuzione secondo il criterio del pan per focaccia. Opportuna e simpatica è infine la rima (riferita alla sposa) scampata/sposata, sull’onda di bagnata/fortunata.

Il testo è corretto, scorrevole e chiaro, tale da rendere il lavoro accessibile a tutti, non soltanto per il variegato e attraente contenuto, ma anche per l’espressione linguistico- espressiva.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2022]

Enzo Capitanio, Voli di liberi uccelli, De Bastiani, Godega di Sant’Urbano, 2022, pp. 234, € 10.

Dopo Germogli in un vaso di terra, con la nuova raccolta di racconti Voli di liberi uccelli Enzo Capitanio si conferma un robusto narratore, che alla ricchezza e varietà dei temi unisce la padronanza della lingua e la proprietà dello stile. Perciò ci si chiede come e dove egli trovi un ventaglio così ampio e differenziato di vicende, personaggi e luoghi se non nella profondità degli studi, nello spirito d’osservazione e nella fantasia sbrigliata. Per giunta spesso l’andamento della narrazione è quello del “giallo”, che fa sorgere e sviluppare nei lettori un desiderio di voler sapere come la faccenda va a finire e quindi li stimola a proseguire nella lettura, avvincendoli. E a volte c’è la sorpresa finale, con qualche colpo di scena.

A quest’ultimo riguardo sono esemplari in particolare i racconti “Il Salto”, “Il migliore”, “Il cavaliere” e “La reclusa”. Fra l’altro “Il cavaliere” si trasforma in saggio storico-religioso quando l’autore, biblista acattolico in aperto dissenso con la Chiesa Cattolica, attraverso il protagonista parla della persecuzione dei Templari (che anche Dante deplorò in Purg. XX 91-93) e aggiunge delle note d’approfondimento che esulano dalla narrativa; e “La reclusa” per la sua lunghezza potrebbe considerarsi un romanzo vero e proprio con colpo di scena finale, che assume le movenze della recita teatrale, dal momento che la trama — a quanto dichiarato nel libro — è tratta da un dramma giallo dell’autore stesso, noto anche come drammaturgo, attore e regista. Non per nulla la locuzione “colpo di scena” attinge alla tecnica di rappresentazione in teatro, con imprevisto e repentino cambio d’apparato, azione e narrazione, che stupisce lo spettatore.

Un racconto fra fantascientifico e surreale, che spicca per la sua originalità e che per la scelta dell’anno centenario sembra evocare il romanzo 1984 di George Orwell, uscito nel 1949, è quello intitolato “2084”, in cui tutto ciò che oggi è considerato anomalo, aberrante e condannato dalla coscienza comune, nel 2084 paradossalmente diventa normale e lecito, con particolare riferimento a certe strane relazioni, unioni e predilezioni, chiamate matrimoni e fatte passare per tali: qui l’ironia diventa sarcasmo di fronte a situazioni che degradano i valori della vita e la convivenza sociale. E leggendo il racconto finale “Gli ospiti” non si può non restare meravigliati dalla capacità inventiva, logica e dialogica del Capitanio, che chiude la raccolta in modo scoppiettante, fra enigmi poi risolti e rivelazioni.

Così nel libro ci sono: adùlteri americani vendicativi e assassini, un fantasma di castello veneto con lo sfondo della vita cavalleresca del Medioevo, pistoleri americani duellanti, gemelle lombarde interscambiabili, un eroe giapponese che si fa esplodere per amor di patria, un cavaliere templare francese sfuggito all’Inquisizione, una graziosa reclusa ucraina (ma l’Ucraina dei nostri giorni non c’entra) e un ex commissario della polizia italiana, due zelanti funzionari statali del futuro che vanno in cerca di connubi un tempo normalissimi e ora invece anormali, per sanzionarli, una nobildonna spagnola e la sua cameriera prigioniere in un vascello di pirati inglesi, nove celebri personaggi fra letterari e fumettistici convocati da una misteriosa Voce in un mondo fittizio; e quindi i generi vanno dall’orrido al fantastico, dall’avventuroso al sentimentale, dal drammatico all’epico, dal poliziesco al distopico, dal virtuale all’utopico.

Nella narrazione, poi, non mancano affermazioni didascaliche utili specialmente ai giovani, e cioè che la cultura è la cosa più preziosa per gli uomini (p. 109), che bisogna difendere la lingua italiana, rifiutando l’anglomania dilagante (p. 147) e che quando ci si addentra nel metafisico, magari per discutere della forza creatrice del pensiero, anche i discorsi di menti elette possono arenarsi (p. 208). E pure Dante è citato più volte.

Anche se in questo libro sono del tutto personali nei dialoghi l’uso del corsivo e quello della punteggiatura e in altri casi quello di parole e frasi interamente in caratteri maiuscoli a stampatello e quello dell’apostrofo come virgolette, la forma linguistico-espressiva è chiara, scorrevole e pressoché del tutto corretta: le poche sviste (ma quale scrittore non ne commette?) potranno essere corrette direttamente dai lettori.

La lettura è favorita anche dalla dimensione dei caratteri, dalla carta bianca, dalla buona inchiostrazione e dai frequenti asterischi divisori fra una parte e l’altra, che caratterizzano positivamente l’edizione, a cui contribuiscono anche la prefazione d’Antonio Menegon e i disegni di Michele Zaggia.

Insomma questo è un libro che non si vorrebbe mai finire di leggere e per il quale, a lettura finita, non si può non esclamare: “Peccato che sia finito!”.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2023]

Il mondo al contrario per matrimonio e famiglia

di Carmelo Ciccia

Nel 2022 Enzo Capitanio — drammaturgo e narratore, attore e regista teatrale — ha pubblicato la raccolta di racconti Voli di liberi uccelli (De Bastiani, Godega di Sant’Urbano, 2022, pp. 234, € 10,00), in cui spicca per la sua originalità il racconto intitolato “2084”: un racconto fra fantascientifico e surreale che per la scelta dell’anno centenario sembra evocare il romanzo 1984 di George Orwell, uscito nel 1949. In questo racconto tutto ciò che oggi è considerato anomalo o addirittura aberrante e condannato dalla coscienza comune nel 2084 paradossalmente diventa normale, lecito e addirittura obbligatorio, con particolare riferimento a certe strane relazioni, unioni e predilezioni, chiamate matrimoni e fatte passare per tali mediante registrazione ufficiale all’anagrafe: “matrimoni” non soltanto fra persone omosessuali, ma anche di coppie incestuose (genitori-figli, fratelli-sorelle, nonni-nipoti ), fra persone e animali domestici (cani, gatti…) e fra persone e oggetti o accessori vari (piante, grattugie, mutandine…), per concludere coi matrimoni di gruppo fra tre-quattro persone. E, ad imitazione delle giornate dell’orgoglio omosessuale, ogni categoria ha la sua giornata dell’orgoglio con sfilate e cartelli: giornata dell’orgoglio incestuoso, giornata dell’orgoglio animale, giornata dell’orgoglio accessoriale, giornata per il matrimonio di gruppo.

Secondo questo racconto, nel 2084 la normalità di questi “matrimoni” e d’altre situazioni oggi ritenute anormali o irregolari (convivenza more uxorio, maternità surrogata, figli di coppie omosessuali con due padri o due madri…) è tale che chi pratica ancora gli usi e le norme tradizionali d’una volta è inquisito/a e sorvegliato/a da appositi ispettori che girano per le case, cercando d’obbligare tutti a vivere in un mondo al contrario.

È evidente che qui l’ironia dell’autore si trasforma in sarcasmo di fronte a certi casi che degradano la dignità, i valori della vita e la convivenza sociale. E “2084: il mondo al contrario” avrebbe potuto essere il titolo completo e più esplicito di questo racconto.

A sua volta nel 2023 Roberto Vannacci — generale dell’Esercito Italiano e ora parlamentare europeo — ha pubblicato il libro Il mondo al contrario (Amazon, Milano, 2023, pp. 373, € 21,85), che da subito ha suscitato tanto clamore e presto ha raggiunto la seconda edizione. Premesso che per normalità egli intende il costume o modo di sentire e agire della maggioranza delle persone, con l’inversione della parola contrario nel titolo l’autore vuol denunciare un complesso di situazioni d’anormalità, dal vigente andazzo fatte passare per normalità. In questo contesto egli tratta d’omosessualità e omofobia e tocca altri problemi delicati, come le società multietniche che si vanno costituendo, le pressioni dei gruppi di potere (politici ed economici) che vogliono guidare il mondo, la difesa dell’ambiente fatta a base di sceneggiate ed insozzamento di muri, fontane e monumenti, poi comportanti notevoli spese per ripulirli; e, deplorando l’idolatria di certi animali oggi di moda (praticamente i cani sostituiscono quasi sempre i bambini non voluti o non potuti avere), sottolinea il necessario ripristino della priorità degl’interessi, delle relazioni e delle attenzioni dell’uomo per l’uomo, pur nel rispetto per tutti gli esseri viventi. E fra le cose “al contrario” egli vede anche certe famiglie d’oggi: per lui la famiglia normale è quella tradizionale, prima cellula costitutiva della società, basata sui vincoli di sangue fra genitori e figli, così voluta dalla natura; mentre famiglie diversamente assemblate non sono né naturali né normali.

Di recente, poi, l’autore è stato uno dei primi — fra politici, intellettuali, autorità e gente comune — a condannare energicamente, perché esempio di mondo al contrario, il fatto che in una scuola di Treviso due alunni immigrati di religione diversa dalla cristiana, per non essere turbati nella loro sensibilità, sono stati esonerati dallo studio della Divina Commedia, fondamento della nostra lingua, cultura e identità.

Ora i suddetti libri di questi due autori offrono l’occasione per fare alcune riflessioni, particolarmente sul matrimonio, l’unione civile e la famiglia. L’errore di fondo della questione sta tutto nello scambiare per matrimonio l’unione civile prevista dalla nostra legislazione, anche se ora le coppie di persone dello stesso sesso possono ricevere una benedizione ecclesiastica. Quindi in questi casi erroneamente ed abusivamente si parla di nozze, celebrazioni e sposi/e, perché si vuole dimenticare che il matrimonio etimologicamente presuppone un’unione fra un uomo e una donna, quest’ultima destinata — se l’età e la salute lo consentono — a diventare madre, oltre che a dare e ricevere mutua assistenza. Ora si pretende che due persone dello stesso sesso costituenti una coppia in unione civile possano essere entrambe dichiarate contemporaneamente padri o madri d’uno/a stesso/a figlio/a, in famiglie assurdamente aventi o due padri o due madri di bambini fatti passare per loro figli. Il che è una cosa innaturale, e quindi anormale, avendo la natura disposto che sono un solo padre e una sola madre a procreare un figlio; e pretendere che lo/a stesso/a figlio/a sia registrato all’anagrafe con due padri o due madri appartiene al “mondo alla rovescia” deplorato. Così è assurdo anche chiamare marito una donna compagna d’un’altra donna e moglie un uomo compagno d’un altro uomo, nonché chiamare marito il compagno d’un altro uomo e moglie la compagna d’un’altra donna. E mentre qualche politico propone la privatizzazione del matrimonio, togliendolo dalle dipendenze e regolamentazioni delle autorità e degli uffici pubblici, è strano il fatto che alle coppie di militari dello stesso sesso che s’accompagnano in unione civile si concede l’onore dell’arco trionfale sotto spade sguainate, come se fosse un matrimonio.

Insomma questi due libri ci ricordano che non si devono confondere due diverse istituzioni come il matrimonio e l’unione civile. In pratica due persone dello stesso sesso che vogliono unirsi civilmente per accompagnarsi e per acquistare diritti e doveri nei confronti di sé stessi e degli altri dovrebbero recarsi al municipio ed espletare la pratica burocratica con dichiarazione, atto amministrativo, firme e timbri, ma senza squilli di trombe o parate varie.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2024]

P. S. Qui si ricorda che il cantante, paroliere e musicista Italo Juli (Catanzaro 1922 – Roma 2000) nella sua canzone “Un mondo alla rovescia” fra l’altro parlava del sole che sorgeva a mezzanotte, del gallo che covava le uova, della gallina che faceva chicchirichì, dell’orologio che girava all’incontrario, dei giorni che andavano a rovescio in calendario, dei figli comprati al supermercato surgelati in provetta: e alla fine si chiedeva ansioso fino a quando. (Italo Juli Jonico, Il fiore rosso del poeta, Gesualdi, Roma, 2002, p. 40)


Giorgia Capozzi, La genesi di Spasimo di Federico De Roberto, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2009, pagg. 64, s. p.

La mottese Giorgia Capozzi in questo suo lavoro intitolato La genesi di Spasimo di Federico De Roberto (Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2009, pp. 64, s. p.) rivela eccellenti doti di ricercatrice, nonostante la giovanissima età di 21 anni quando l’ha scritto: e ciò, grazie alla notevole preparazione e alla capacità d’esprimersi in un elevato registro linguistico, certamente idoneo all’assunto. L’autrice ha preso in esame il romanzo Spasimo del De Roberto e l’ha sviscerato per coglierne tendenze, collegamenti, risultati, non senza ricordare che il Pirandello lo giudicò negativamente. Premesso che questa è una delle opere minori del De Roberto, oggi pressoché dimenticata, l’autrice espone il contenuto e si sofferma su alcuni personaggi, in particolare sul protagonista Zakunin, che per una lettera alfabetica non si chiama Bakunin come il filosofo russo, fondatore dell’anarchismo moderno basato su natura e libertà, del quale peraltro egli mostra di seguire covincimenti e comportamenti.

L’intento dell’autrice è quindi quello di valutare quest’opera nella temperie del momento: lo scrittore da una parte è legato al naturalismo-verismo, data l’amicizia particolare col Verga, dall’altra vorrebbe evadere da esso, come aveva fatto nel celebre romanzo I viceré, seguendo lo psicologismo lanciato da Paul Bourget; ma alla fine — come sottolinea l’autrice stessa — rientra nel naturalismo-verismo, quanto meno col mettere in evidenza l’ineluttabilità delle conseguenze degli eventi e delle azioni.

E a tal riguardo, considerato che l’opera vorrebbe essere un romanzo poliziesco (genere strano per il verismo) e che in realtà si risolve — come dice l’autrice — in un “giallo psicologico” o “metaromanzo” in cui domina l’analisi psicologica, con notazioni “d’isterismo mascolino”, di tendenze fameliche e d’“ingordigia cannibalistica” (oggi si potrebbe definire del tipo di quella teorizzata da Gino Raya), allora sarebbe stato opportuno che la Capozzi si fosse soffermata sui rapporti del De Roberto col Bourget, il cui cognome è appena accennato a p. 25 insieme con quello del Dostojesvski per citazione del Pirandello, mentre in realtà il Bourget — in una delle quattro visite a Palermo incontrato dallo stesso De Roberto, che ebbe con lui una non trascurabile corrispondenza — lo influenzò tanto da fargli ricevere l’appellativo di “novello Bourget”.

Importante capitolo è poi quello che riguarda il passaggio dal romanzo Spasimo al dramma La tormenta: l’autrice, dopo aver rilevato la “multileggibilità” del romanzo e il suo andamento dialogico, mette in chiaro l’affannosa compilazione del dramma da parte del De Roberto e le sue richieste di suggerimenti e aiuti non soltanto ad altri scrittori, ma anche a congiunti, in una limatura che certamente logorò lo scrittore (il quale però mantenne il ruolo di narratore nelle didascalie, spesso infarcite d’una aggettivazione triadica).

In sostanza per l’autrice il romanzo Spasimo è più riuscito del dramma La tormenta, a cui lo scrittore si dedicò a lungo, senza peraltro poter avere quelle soddisfazioni ch’egli sperava di conseguire, tanto che il dramma non fu mai rappresentato. E là dove la Capozzi parla di vicinanza del De Roberto allo Shakespeare nella scelta del titolo La tormenta, affine allo scespiriano La tempesta, sarebbe stato opportuno ricordare che il Bourget nel suo fortunato romanzo André Cornelis aveva fatto una specie di riscrittura dell’Amleto; e quindi tale vicinanza potrebbe essergli stata filtrata dal Bourget stesso.

Nel volumetto l’autrice, rendendo più interessante il suo dettato, fa largo uso di citazioni in corsivo, che vitalizzano il lavoro; e a conclusione riporta certe massime che dimostrano la suddetta ineluttabilità: “Siamo al mondo per piangere: è il nostro destino.” e “La vita è sacra. È un prodigio, è l’opera divina” (p. 62).

Dal punto di vista grafico-editoriale il testo — egregiamente presentato da Giancosimo Rizzo, responsabile dell’edizione — è elegante e ben impaginato, anche se vi sono alcuni refusi e sviste: certi corsivi mancano, ad esempio nei titoli Spasimo e La tormenta e in parole straniere o latine; qualche virgola è fuori posto e qualche accento è grave anziché acuto; c’è qualche ossimoro come “di buon grado e controvoglia” (p. 11); Teatro risulta Teatr (p. 13), Mondadori risulta ora Mndadori (13) ora Mondatori (p. 45), Tringale risulta Trincale (p. 60): ma è soprattutto l’abbondante uso del trattino d’unione (-) al posto della corretta lineetta di divisione (—), con cui si dovrebbero aprire e chiudere gl’incisi, che dà qualche disturbo alla lettura, come nel caso di crudele-sottrarre anziché crudele — sottrarre (p. 44).

Tuttavia, complessivamente questo lavoro d’esordio della Capozzi si può giudicare valido sia per contenuto che per forma e merita un giusto apprezzamento. Infatti la preparazione, le interpretazioni, i commenti, le inferenze, l’abilità espressiva e l’affabulazione capace d’interessare i lettori fanno sì che l’autrice si qualifichi come una degli studiosi più seri e promettenti del nostro tempo. Ed è molto probabile che lei in futuro segua la carriera accademica, alla quale dimostra d’essere naturalmente portata.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, mag.-giu. 2010]


Bruno Carmeni, Judo per noi / Judo per ciechi sportivi / Judo da colorare, Print House, Cortina d’Ampezzo, 1997.

PUBBLICAZIONI DI BRUNO CARMENI

Sono innumerevoli i meriti atletici, didattici e sociali, nonché i titoli e le cariche del maestro-arbitro di judo Bruno Carmeni, che si può definire cosmopolita in quanto nato in Libano, diplomato in Giappone e operante a Conegliano. Fra l’altro ha partecipato alla prima Olimpiade di judo a Tokio, ha vinto la medaglia d’argento ai campionati europei di Ginevra e numerose altre medaglie. Con 21 presenze in nazionale e 7 campionati d’Europa, è stato 44 volte finalista ai campionati nazionali e 7 volte campione d’Italia.

Dopo Il judo come mezzo di educazione fisica moderna, sono ora uscite (tutte per i tipi della Print House di Cortina) altre sue pubblicazioni pedagogico-sportive, e qualcuna è stata anche tradotta in inglese.

Judo per noi è un’opera non solo di divulgazione del judo, ma principalmente di pedagogia ed educazione in generale. Partendo da un pensiero di Socrate, essa fra l’altro tratta dell’origine e delle funzioni del gioco, della differenza fra educazione fisica e sport, della filosofia dell’educazione, dell’attività motoria come base dello sviluppo e di questioni caratteriali e comportamentali. Judo per ciechi sportivi, dopo una classificazione delle patologie e minorazioni visive, tratta delle attività sportive compatibili, ed in particolare del judo, dimostrandone i benefici fisici, morali e sociali e fornendo gli opportuni suggerimenti tecnici. Infine Judo da colorare è un simpatico libro-quaderno che istruisce i piccoli divertendoli.

Questi libri abbondano di schemi, grafici e tabelle; e oltre che per le note pedagogiche, sono utili anche per quelle storiche, filosofiche, mediche e ambientali.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 7.I.1999]


Giuseppe Carrieri, Aria d’ottobre, Convivio letterario, Milano, 1957, pagg. 96, £ 700.

IL POETA CALABRESE GIUSEPPE CARRIERI

Il poeta calabrese Giuseppe Carrieri (San Pietro in Guarano 1886 - 1968) di professione faceva l’avvocato, ma la sua passione fu la poesia, con occasionale pratica anche del giornalismo. I suoi esordi poetici risalgono al futurismo, quando ai primi del ‘900 s’unì al Marinetti e produsse sillogi (Tepori e fiamme: odi barbare e Fantasime) che cantavano sì il progresso e la tecnologia, ma con accenti quasi romantici, espressi anche in Perdute liriche; e, quando altri futuristi esaltarono la guerra come “unica igiene del mondo”, egli cantò la vittoria con parole pacate che, pur nell’entusiasmo, non avevano il parossismo da altri manifestato e si limitavano a qualche stranezza di punteggiatura: “Vittoria ! / A mezzo la notte di pioggia / I torrenziale; / ! al pallido lume del fanale, / ritto sul bivio che foggia / due ali verso la tenebra, / l’uomo si ferma ad ascoltare / la voce del cuore suo. / — uomo che sceso dal mare / delle grandi vertigini / vuoi al di là della vita navigare, / e che fai protendere alla nave dei sogni tuoi / il rostro verso le fiamme / della lotta e della temerità […] ”.

In effetti il Carrieri s’era trovato futurista per aver collaborato alla rivista “Poesia” del Marinetti stesso, ma non prediligeva gli eccessi. Perciò fu un futurista sui generis; e dopo un silenzio d’una quarantina d’anni ritornò alla poesia con voce rinnovata, in atteggiamenti che ci ricordano il Decadentismo ed il Crepuscolarismo per la soffusa malinconia e la profondità dei sentimenti. Appartengono a questo secondo periodo le sillogi Sonetti del Rosario, Le canzoni del novilunio, Evanescenze, Aria d'ottobre e Già il dominio dell'erta.

L’importanza della sua personalità emerge dal fatto che egli fu tradotto all’estero, ottenne vari premi prestigiosi (fra cui il “Matese”, il “Penna d’oro del Convivio letterario”, il “Città di Cosenza” e il “Città di Palermo”), fu presidente dell’Accademia Cosentina, oltre che della biblioteca civica, e la piazza principale del suo paese natale è a lui intitolata.

Quando alle Terme Luigiane di Guardia Piemontese la sera del 14-9-1958 “con affettuoso cuore” (come risulta nella personale dedica tracciata in prima pagina) egli volle donare ad un giovane scrittorello d’allora, qual ero io, il suo libro Aria d’ottobre, subito m’accorsi che si trattava d’un signore cortese e distinto; e poi, quando lessi il libro, lo ritenni di particolare valore. Però col trasferimento dalla Sicilia al Veneto, avvenuto l’anno successivo, purtroppo tale libro scomparve dalla mia vista e dai miei interessi. Soltanto oltre mezzo secolo dopo fortunatamente esso m’è ritornato fra le mani: e l’ho riletto più volte con vivo compiacimento, soffermandomici a lungo.

Aria d’ottobre di Giuseppe Carrieri (Convivio letterario, Milano, 1957, pp. 96, £ 700) è uno di quei libri che fin dalla prima lirica avvincono il lettore e lo trasportano in un’atmosfera di sogno, favorita dal mese incline alla fine dell’anno e alla malinconia: “Aria d’ottobre, opaca di canzone, / dove la vita è cenere a stagione.” (p. 17). Si nota subito che il linguaggio è forbito, quasi aulico, eppure tenue e ovattato, con vocaboli efficacemente posizionati, rime improvvise anche interne, allitterazioni ed onomatopee, in un tessuto dolcemente melodico e spesso in sonanti endecasillabi. Ogni tanto s’incontrano lineette, quasi a costituire pause di riflessione: parole frequenti sono “sogno” e “malinconia”, ma non mancano attese, pallori, tremori, “torpori semispenti, / — respiri della vita tratta a stenti” (p. 17).

A volte la sua poesia diventa epifonema: “Quando nel nulla il velo si dilegua / germoglia la tua vera eternità” (p. 39). E se qualcuno pensa che tutto ciò sia Romanticismo, il poeta risponde: “Romanticismo? E sia! / Non è forse romantica la via, / popolata di sogni, / che, a luci spente e sulla pietra amara, / o cuore, ritrovi con te stesso a tutte l’ore?” (p. 41). Su questa stessa scia, in “Aprile d’altri tempi” il poeta scrive: “Anima, tu le hai le tue viole / sepolte dalle fole, / ma nel sopito cuore di velluto / hanno come di vita acre un sentore, un solo scialbo odore.” (p. 44).

Anche se ottobre ritorna ancora nelle ultime pagine con il suo ultimo afflato, nel libro non c’è soltanto questo mese con le sue caratteristiche stagionali: c’è un alternarsi di stagioni e di mesi, di sole e di luna, di fiori e di frutti, di luci e di colori, mentre lo stato d’animo è sovente quello d’una pacata tristezza. Si susseguono sere e vespri, tramonti e arcobaleni, nebbie e chiarori, vigne e vendemmia, fontane ed erba nuova. Ci sono pure feste come Pasqua e Natale. Anche maggio, pur con le sue rose, porta malinconia; e in novembre il cielo è livido e piovorno.

In settembre c’è un “pallore di rose / velate dal giorno che muore” (p. 55). Il poeta insiste su qualcosa che fu: “fumido il tempo che fu […] la dolce canzone che fu […] la febbre di un sogno che fu […] un tempo / che non è più […] il tempo che fu” (pp. 55-58). E all’inizio di “Tempo di vespro” il poeta intona un musicale canto di gioia, in cui “Queste giornate pigre settembrine” gli sembrano “ricami fiorentini d’ombra e sole” e “giornate, quasi brianzole” (p. 66).

In questa silloge ci sono aneliti d’eterno e d’infinito, che s’esprimono con lo smarrimento dell’anima di fronte all’“Incantesimo” della natura: “La campagna in rigoglio è come assorta, / d’infra un gioco di mussole, e di trine, / nel fascino fecondo d’erba e sole” (p. 86). E ci sono anche liriche d’impegno civile: un ricordo dei caduti della seconda guerra mondiale evocati dalla campana di Rovereto; un inno alla bandiera italiana, che “È il vessillo segnacolo di Patria, / passione che le ascese in luce fonde: / quella che d’un sol nome i cuori ammalia. / La luce che di vita ha il nome: «ITALIA»!” (p. 90); e in chiusura un omaggio alla gente della sua terra: “Gente paziente della mia Calabria, // dove la fede è grano non mietuto, / dove la sera semina speranze, / per il novello giorno, / pur sulle amaritudini dei picchi” (p. 91).

In sostanza quella di Giuseppe Carrieri sembra una poesia d’altri tempi, quasi carezzevole eco proveniente da un lontano e gradito passato, talora timida e soffusa in sordina, ma sempre attuale e valida, che si colloca in eccellente posizione nel panorama del Novecento.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, febbr. 2012]


Alfio Cartalemi, Michelangelo Virgillito e il suo amore per Paternò (saggio), Associazione Gazzetta rossazzurra, Paternò, 2024, pagg. 168.

Prefazione

Il comm. Michelangelo Virgillito (Paternò 1.1.1901 – Milano 27.8.1977), imprenditore finanziario e benefattore da qualcuno definito “il commendatore più pio d’Italia”, durante tutta la sua vita compì molte ed importanti opere di pietà, devozione e carità in varie località: Milano (città in cui risiedeva), Sanremo (IM), Passo del Gavia (BS), Oggiono (LC), Loano (SV), Serra Sant’Abbondio (PU), San Giorgio Morgeto (RC), Linguaglossa (CT) e molte altre: ma la beneficenza più consistente la elargì a favore di Paternò (CT), luogo natio.

Egli è morto da quasi mezzo secolo, dopo aver lasciato tutti i suoi beni ai poveri di Paternò, anche se poi quasi metà del suo patrimonio fu attribuito per transazione ai reclamanti nipoti; ma a distanza di tanto tempo il Comune di Paternò non gli ha eretto un monumento (che potrebbe sorgere ai Quattro Canti, in piazza S. Francesco di Paola, nel piazzale del santuario della Consolazione o altrove) e nemmeno gli ha intitolato una piazza o via (che potrebbe essere l’attuale via Provvidenza Virgillito Bonaccorsi, madre di Michelangelo, variando la denominazione), anche se in passato gli è stata intitolata una scuola materna. Una vera vergogna, questa ingratitudine! Eppure egli a Paternò aveva costruito o restaurato parecchie chiese, principalmente il predetto santuario della Consolazione, aveva finito di costruire e arredare l’ospedale cittadino, aveva costruito sedi di varie opere sociali, aveva acquistato un pozzo d’acqua potabile per dissetare i suoi concittadini e soprattutto aveva istituito una Fondazione per soccorrere in perpetuo i poveri di Paternò, avendo nel cuore e nella mente fino all’ultimo momento della sua vita la sua città natale.

E se poi egli decise di farsi seppellire nell’eremo benedettino di Fonte Avellana (PU) — quello ricordato anche da Dante in Par. XXI 106-111 — e lasciò vuoto il posto da lui stesso fatto predisporre quale sua sepoltura nello stesso santuario della Consolazione, ciò avvenne a causa di certe delusioni avute da Paternò.

Ora questo libro d’Alfio Cartalemi, che rivede e raccoglie una serie di suoi articoli pubblicati per oltre un anno nella paternese “Gazzetta rossazzurra”, in qualche modo rende giustizia a questo straordinario personaggio, sopperendo alla biasimevole negligenza delle diverse amministrazioni comunali che si sono succedute in questo lungo lasso di tempo, e di fatto viene a sostituire quel monumento che col bronzo o il marmo non gli è stato mai eretto.

Ad onor del vero la prima idea di scrivere un libro sul comm. Virgillito era venuta nel 2008 a Pippo Lo Faro, che aveva compilato un fascicolo di notizie, poi rimasto inedito in conseguenza della sua morte; ma è significativo anche quanto scritto sul benefattore in giornali o libri da Enzo Castorina, Barbaro Conti, Nino Lombardo e altri.

Circa l’origine dell’immensa ricchezza del Virgillito una voce ricorrente vuole che i due ricchissimi ebrei milanesi (marito e moglie) presso cui l’imprenditore alloggiava, prima della prevista e temuta deportazione verso i fatali campi di concentramento dove poi trovarono la morte, non avendo eredi, abbiano ceduto a lui, al quale s’erano molto affezionati, tutti i propri beni, mobili e immobili. Quindi tutte le beneficenze da lui stesso poi fatte sarebbero in suffragio della loro anima, oltre che ovviamente della propria. Ma a questo proposito nessuno ha portato delle prove documentarie.

Sulla base d’una dettagliata documentazione, invece, il Cartalemi scandaglia la vita del Virgillito e dimostra che la sua fortuna lui se l’è fatta da sé, partendo dal nulla, si potrebbe dire secondo il detto virgiliano Audentes fortuna iuvat (“La fortuna aiuta chi osa”, cioè gli audaci: Eneide, X 284): e ciò egli fa soffermandosi su compravendite, fortunate iniziative e operazioni borsistiche, specialmente quelle più ardite; non tralasciando questioni giudiziarie, citando avvocati, segretari e altri collaboratori e riportando anche delle opinioni.

In questo lavoro s’apprezza subito la meticolosità delle ricerche eseguite dall’autore e stupisce il fatto che egli, a distanza di tanto tempo, sia riuscito a rintracciare e citare giornali e riviste di quell’epoca, anche a carattere nazionale, spesso riportandone ampi stralci. Stupisce anche la precisione con cui discute di persone, luoghi e date: segno dell’abbondanza del materiale raccolto e catalogato con passione, costanza e tenacia. E fra gli amici del Virgillito un posto di rilievo riserva al dr. Enzo Castorina, noto impiegato comunale, giornalista e narratore.

Parlando di politici ed ecclesiastici, egli accenna ai rapporti del Virgillito con l’ing. Rosario La Russa, con gli avvocati Nino La Russa, braccio destro di lui per vari anni, Gaetano Pulvirenti, Barbaro Lo Giudice e Nino Lombardo, nonché a quelli con il prevosto Antonino Costa, l’arcivescovo Guido Luigi Bentivoglio, la Santa Sede e l’ordine domenicano: e a quest’ultimo riguardo, pur mettendo in luce l’esemplare apostolato del priore Enrico Berger, non manca di sottolineare le tensioni intervenute in seguito al chiacchierato comportamento d’alcuni frati e la sostituzione dei domenicani con gli orionini nella gestione del santuario della Consolazione.

Quanto al personale intervento politico del comm. Virgillito nella campagna elettorale paternese del 1956, a cui fu invitato dalla D. C. locale che lo fece venire da Milano per sostenere il candidato Barbaro Lo Giudice — intervento qui opportunamente ricordato dal Cartalemi — esso era dovuto al timore da parte del Virgillito stesso che una dispersione di voti dei cattolici potesse favorire i comunisti, i quali in quel periodo mostravano una forte grinta anche a Paternò: basta ricordare che sulla facciata della chiesa del Rosario una mattina erano apparse due scope incrociate a ics, segno d’una decisa volontà di far pulizia di tutto ciò che aveva a che fare coi preti. Il Virgillito, dunque, temeva che una loro affermazione potesse nuocere sia ai valori in cui egli fervidamente credeva sia alle opere da lui stesso edificate o sostenute. In pratica egli paventava che le opere da lui realizzate a beneficio della religione e del popolo venissero sovietizzate. Ecco perché egli a mezzanotte meno dieci del 25.5.1956 (cioè dieci minuti prima della scadenza della campagna elettorale), dopo un comizio tenuto dal suo omonimo cugino avv, Michelangelo Virgillito, apparve sul balcone soprastante l’altarino di S. Barbara sito in piazza Indipendenza e concluse il suo brevissimo intervento davanti ad una folla straripante con queste parole: “Io ho amici in tutte le liste e perciò vi dico: votate per chi volete. Io voto per la Democrazia Cristiana”. Però l’indomani (vigilia della festa della Consolazione), in un volantino fatto circolare dal preside Giuseppe Musarra, candidato nella lista civica dell’avv. Gaetano Pulvirenti, tali parole furono riportate con una interpolazione: “Io ho amici in tutte le liste e perciò vi dico: votate per chi volete. Io a Milano voto per la Democrazia Cristiana”. Il senso di quest’integrazione era giusto, ma l’accenno a Milano non fu fatto dal Virgillito.

Più volte l’autore, poi, mette in risalto la grande pietà e devozione del comm. Virgillito, senza ignorare alcune critiche dallo stesso ricevute, particolarmente in occasione del suo dono alla statua della Madonna d’una preziosa corona aurea, pesante quasi dieci chilogrammi e del valore nel 1961 di mezzo miliardo di lire, utilizzando il quale invece si sarebbe potuto alleviare la povertà di molti bisognosi: e per giunta quella corona così costosa poi non fu più posta sulla statua, essendo stata depositata nel forziere d’una banca per paura di qualche furto. E al riguardo il Cartalemi riporta una “stanza” al vetriolo d’Indro Montanelli apparsa nella milanese rivista “La Domenica del Corriere” del 31.12.1961, in cui il notissimo giornalista e scrittore dimostrava d’ignorare le beneficenze fatte dal nostro benefattore; ma subito dopo fa seguire una lettera di risposta dell’ing. Rosario La Russa, allora sindaco di Paternò, il quale demoliva una per una le insinuazioni del Montanelli, fornendo un lungo e dettagliato elenco di tutte le opere caritative eseguite dal commendatore.

Parimenti l’autore demolisce e respinge con fermezza tutte le accuse lanciate dal programma televisivo “Report” di RAI 3 in data 8.10.2023 contro il comm. Virgillito e la famiglia La Russa.

Relativamente alla Fondazione voluta dal Virgillito, l’autore si dilunga sulla vertenza insorta fra i rappresentanti dei legatari del testamento e i nipoti del Virgillito stesso, in ciò dando largo spazio ad avvocati, notai e giudici, di cui trascrive atti e altri documenti con la specifica terminologia tecnico-giuridica. Il commendatore i suoi nipoti li aveva sempre trattati bene e più volte li aveva lautamente beneficati; ma alla fine volle lasciare tutti i suoi beni ai poveri di Paternò. Quindi l’autore accenna al ruolo svolto dagli avvocati Vincenzo La Russa e Francesco Mazzei in difesa del Comune di Paternò, ma soprattutto mette in risalto quello svolto dall’insegnante Nino Tomasello, suo fraterno amico e sua privilegiata fonte di notizie, il quale molto s’impegnò nella difesa degl’interessi dell’istituto assistenziale di cui allora era presidente e in generale in quella di tutti i poveri di Paternò.

Ed è a questo suo amico che il Cartalemi dedica quest’opera per esaltarne non soltanto la zelante e riuscita attività di mediatore in questa complessa vicenda, ma più in generale anche l’impegno di sindacalista e studioso attento alla vita e alla storia di Paternò, per la cui conoscenza il Tomasello stesso, improvvisamente scomparso nel 2022, ha lasciato fondamentali volumi tesi a favorire la nascita di quella che lui definì “banca della memoria”. Fra l’altro l’autore rivendica al Tomasello il merito d’essere stato propiziatore del totale lascito ereditario a favore dei poveri di Paternò, ritenendo che le centinaia di telegrammi spediti nel 1974 dalla popolazione di Paternò al commendatore dietro suggerimento dello stesso Tomasello per l’acquisto e dono della sorgente d’acqua abbiano pochi giorni dopo determinato la decisione testamentaria a favore dei poveri della stessa città.

Da quanto sopra esposto si desume l’importanza di quest’articolato e paziente lavoro del Cartalemi, per il quale egli stesso può essere considerato un cittadino benemerito, dato che ha tratteggiato — insieme con la biografia del Virgillito e le connesse vicende di domenicani e orionini — la storia d’una feconda e per certi aspetti felice e favolosa stagione della città di Paternò.

Infine molto interessanti risultano le numerose fotografie d’epoca inserite, anche se a volte ripetute, ma è un peccato che esse non abbiano didascalie; come è un peccato che il libro alla fine non contenga un indice dei nomi e una bibliografia (anche se accennata nel corso della trattazione).

Conegliano, 16.2.2024.

Carmelo Ciccia

[pref. a Michelangelo Virgillito e il suo amore per Paternò (saggio), Associazione Gazzetta rossazzurra, Paternò, 2024]


Pino Caruso, Il silenzio dell'ultima notte, Flaccovio, Palermo, 2009, pagg. 148, €. 14.

Recensione alla silloge poetica di Pino Caruso

Profondità di pensiero ed introspezione sul filo della notte e del silenzio

Càpita che gli attori comici — con le loro battute e scene tendenti all'ilarità, all'ambiguità e addirittura alla volgarità — dimostrino superficialità e materialismo, con assenza d'introspezione e di problematiche. Ma non sempre è così: il siciliano Pino Caruso, ben noto al pubblico teatrale, cinematografico e televisivo di tutt'Italia, nel libro di liriche Il silenzio dell'ultima notte (Flaccovio, Palermo, 2009, pp. 148, €. 14) fin dal titolo rivela una profonda interiorità e pensosità. Egli ha già pubblicato altri libri, fra cui L'uomo comune che nel 2005 vinse il premio “Palma d'oro” al festival dell'umorismo di Bordighera (IM).

Premesso che egli dichiara di scrivere “per il piacere / puro / di parlare anche / al mio futuro” (p. 30), l'autore nel libro in esame raccoglie una serie d'osservazioni e riflessioni relative alla natura (particolarmente al mare) e alla propria solitudine in un contesto esistenziale del quale stenta a capire meccanismi e finalità. La silloge si snoda sul filo della notte e del silenzio, parole — queste ultime — che partendo dalla copertina ritornano frequentemente all'interno, perché la notte col suo silenzio suscita vari pensieri, particolarmente quelli inerenti all'ultima notte, cioè alla fine della propria parabola, quando i pensieri stessi “scenderanno / nel mare / per dormire / con i pesci nel fondale” (p. 12). Perciò alcune liriche sono scritte in treni, alberghi e spiagge, specialmente di notte (la quale porta consiglio), quando chi come l'autore è più portato alla riflessione, magari osservando mare, cielo, nuvole e luna.

In queste elucubrazioni più volte viene chiamato in causa Dio, al quale l'autore rimprovera d'“aver lasciato / a sé / tutta la conoscenza” (p. 19), di nascondersi se c'è fingendo di mostrarsi (p. 20), magari preferendo l'uomo che crede in lui per precauzione (p. 21): quel Dio che potrebb'essere il pittore inesistente d'un disegno mal riuscito (p. 78) e che ad ogni modo egli prega di chiamarlo “con delicatezza / senza strappi / dalle radici / che lui stesso ha voluto / che lui stesso ha inventato” (p. 125), allorché i suoi sogni si spezzeranno e non potranno essere portati via.

L'autore si chiede che sarà dopo la sua morte e s'immagina in qualche situazione o forma fantastica. Tuttavia egli spera nella poesia e ne proclama la perenne validità, scrivendo: “L'unico pensiero possibile / che travalica la sostanza / del tempo è la poesia / che riscatta gli impedimenti / della maligna sorte / e la mattanza della morte” (p. 78).

Molte liriche contengono immagini colte al volo, aneliti e fremiti, come quello del lumino nella bottega per la morte d'una zia. Talora s'incontrano scenari cittadini, vie e piazze di Palermo, Mondello, Catania, Roma, Parigi, Salisburgo: e in quest'ultima città egli sente echeggiare le melodie mozartiane ed aleggiare lo spirito del grande musicista. E a volte le passeggiate per il mondo avvengono tramite il calcolatore elettronico, dato che in effetti l'autore configura lo svolgimento del libro come un andare per il mondo alla ricerca di sé stesso, di Dio, del perché della vita e della morte, dell'aldilà.

È vero che in alcune liriche, per l'oscurità del dettato, non appare chiaro l'intento divulgativo; ma in genere il giudizio che si può dare del libro è positivo. La tecnica compositiva è buona: ci sono frequenti rime e assonanze e il taglio dei versi favorisce la riflessione. Inoltre la parte finale, intitolata Dissolvenze / Poesie di gioventù, presenta liriche che per titoli hanno dei numeri romani e si risolvono in quadretti impressionistici, ricordi nostalgici, pillole di saggezza. E la silloge si chiude con un'immagine di grand'effetto: “”Muore nell'orto un verso di cicala / alle lontane linee il giorno esala / la luce” (p. 139).

Dal punto di vista grafico-editoriale il libro è decoroso e non contiene refusi. Si notano imprecisioni soltanto in una locuzione latina (p. 59) e nella citazione dell'ultimo verso del Paradiso di Dante; mentre “Ti crede” riferito a Dio avrebbe dovuto essere “crede in Te” (p. 21) e quello ch'è detto “sottofondo” dello schermo del computer avrebbe dovuto esser detto “sfondo” (p. 84). Inoltre i termini stranieri non hanno la necessaria differenziazione tipografica.

Con tutto ciò questa silloge si colloca degnamente nella produzione poetica del nostro tempo.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, febbr.-marzo 2014]


Maria Rita Ceccon, Blu, Stampa in proprio, Falzé di Piave, 2000, pagg. 40, s. p.

LE POESIE DI MARIA RITA CECCON

Fresco e agile, è appena uscito il primo libretto di liriche di Maria Rita Ceccon dal brevissimo titolo Blu (stampa in proprio, Falzé di Piave, 2000, pagg. 40). Sebbene sia al suo esordio, l’autrice dimostra di avere una notevole dimestichezza con la poesia, di cui sa usare appropriati registri. S’intuisce il pudore con cui ogni nuovo autore si presenta al pubblico, ma in questa raccolta umiltà e sicurezza si abbinano felicemente.

La poetessa canta le piccole cose, come il minuzzolo di pane o la cipolla o i vicoli dimessi, e si esalta per il meraviglioso alternarsi e variare delle stagioni, ma ciò non comporta oleografiche descrizioni, bensì riflette i suoi stati d’animo: in ogni particolare di tempo e luogo c’è una risonanza della sua anima, ci sono sentimenti, ricordi, attese e speranze, lievi malinconie.

In “Follina, ore dodici” lei unisce osservazione ad esaltazione: “Follina, / chiare, liquide le tue membra / nella cuna d’argilla e pietra / Si nota che la Ceccon non ha grandi problemi: pur con qualche rimpianto, ama la vita così com’è e l’accetta con serenità, cogliendo sempre il lato positivo.

Certamente in questo libretto ci sono echi pascoliani e dannunziani, ma l’impianto è personale. Semplicità, correttezza (salvo qualche refuso), delicati sentimenti, sottesa musicalità e buona tecnica espressiva rendono apprezzabile il lavoro di questa poetessa e pittrice.

timidamente distendi. / In un trastullo di archi / le celi, le riveli, le maturi: / inquieta onda sola, all’ignoto, / gorgogliando va...”. Così il rifarsi a ricorrenze religiose, come il Natale e la Pasqua, nasce da radicate convinzioni e ideali.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 11.IV.2000]


Mimmo Chisari, Ducezio e i Siculi, Boemi, Catania, 2009, pp. 88, s. p.

“Ducezio e i Siculi” di Mimmo Chisari

La Sicilia: nel mito, nella storia e in recenti scoperte archeologiche

Il libro del paternese Mimmo Chisari Ducezio e i Siculi (Boemi, Catania, 2009, pp. 88, s. p.) nella sua modestia grafico-editoriale contiene un lavoro di ricerca serio e corposo che fa luce non soltanto su un lungo periodo della storia della Sicilia Antica, ma anche sulle recenti scoperte archeologiche nei dintorni di Paternò (CT). Rifacendosi principalmente allo storiografo Diodoro Siculo (sec. I a. C.), l’autore delinea la vicenda militare e politica del condottiero Ducezio (sec. V a C.), che, con una serie di vittoriose imprese, guidò i Siculi alla riscossa e resistenza contro i Greci invasori.

Premesso che il vero nome personale di questo personaggio è ignoto, dato che il termine “Ducezio” è collegabile al latino dux = “condottiero”, l’autore ritiene improprio il titolo di re con cui solitamente lo si qualifica. Insieme con la vicenda di Ducezio, propulsore della “migliore autocoscienza dei Siculi”, l’autore delinea la storia dei Siculi stessi, a partire dalla loro presunta provenienza dal Lazio, quando essi si stabilirono in Sicilia (da loro così denominata), dove già abitavano i Sicani, provenienti dalla Liguria, ma di presunta origine iberica.

In questa storia, prevalentemente fatta di guerre, nomi e date, non mancano notizie relative ai costumi, all’arte, alla lingua e alla religione. A proposito di quest’ultima l’autore nota che essa era fondata sul culto della Madre Terra e sul vulcanesimo, il quale metteva in contatto con le divinità residenti in grotte sotterranee simili a uteri, ricordando che Eschilo fu il primo scrittore ad introdurre divinità indigene nella mitologia greca. Il Chisari discute circa l’ubicazione di varie città antiche (Morgantina, Palica, Ibla, Inessa, Etna, ecc.) e anche circa quella di celebri santuari; ad esempio, egli pone il santuario della dea iblea nella zona delle Salinelle di Paternò, in considerazione della presenza di numerosi condotti vulcanici in quella località, mentre altri lo hanno posto sull’acropoli della stessa Paternò, dove pure c’era un vulcanetto eruttivo e dov’è stata scoperta l’ara dedicata alla Venere Vincitrice Iblense: senza dimenticare che la chiesa matrice (1) di Paternò in precedenza potrebbe essere stata un tempio della dea Madre Terra e quindi d’Ibla e di Venere.

L’autore qui torna sulla divinizzazione della donna, di cui s’era già occupato in altro studio, e ne attribuisce i motivi al fatto che in quella società erano le donne che lavoravano la terra; e quindi si aveva la successione donne-lavoranti, donne-dominanti, donne-dee. Egli passa poi ad esaminare i miti siculi dei gemelli Palici, del dio Adrano coi suoi cani cirnechi e della Kore Persefone. Al riguardo è molto interessante quanto l’autore riferisce a proposito delle porte dell’Ade, dal gesuita Giovanni Andrea Massa nel sec. XVIII collocate alle falde dell’Etna, sopra Belpasso (CT), e sorvegliate da cani rabbiosi e aggressivi contro i peccatori.

In sostanza il Chisari delinea una grande civiltà, quasi rimpiangendo la fine dell’ethnos siculo sotto la pressione della colonizzazione greca: e al riguardo fornisce documenti della lingua sicula, ancorché non ancora con certezza interpretata, augurandosi alla fine che l’epos dei Siculi possa essere meglio approfondito, per una storia siciliana ancora più ampia.

Là dove storia e mito facilmente s’intrecciavano, sorse poi il mito dello stesso Ducezio, di cui diverse località si contendono i natali e a cui sono state attribuite diverse opere.

Il testo del Chisari è chiaro, scorrevole e fondamentalmente corretto; e la narrazione — probabilmente finalizzata alle scuole — è avvincente e si correda d’utili fotografie (di siti archeologici, statue, armature, tombe, del Simeto e delle Salinelle), d’incisioni di Mario Girolamo Ruffino e d’una mappa della Sicilia Antica, anche se fra i centri siculi non risulta localizzata con asterisco Ibla Maggiore.

Le fonti su cui si basa il lavoro sono molte e attendibili; e di conseguenza ricca, articolata e imponente è la bibliografia fornita, anche se le relative indicazioni non rispettano la prassi tipografica. Altre imperfezioni formali consistono nella mancanza degli accenti in alcune parole greche, in quella del carattere corsivo in molte parole greche e latine e in quella del numero delle pagine di riferimento per certe citazioni di libri; nell’errata trascrizione d’espressioni francesi; in sporadiche ripetizioni, virgole fuori posto e altri refusi.

Tutto sommato, però, questo lavoro di Mimmo Chisari è rilevante e sicuramente apprezzabile fra quelli del suo settore.

Carmelo Ciccia

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1) La forma corretta del termine è matrice, e non madrice come nel giornale “La gazzetta rossazzurra di Sicilia” (Paternò, 12.12.2009) scrive Fabrizio Rizzo, il quale — pur collocando il tempio della dea Madre Terra (e in successione d’altre divinità e della Madonna) sull’acropoli di Paternò — dichiara erronea la forma matrice. Cfr. C. Ciccia, Ibla e Paternò: alla scoperta dell’etimologia del nome della nostra città, “La gazzetta rossazzurra di Sicilia”, Paternò, 15.I.2000, e Note linguistiche: matrice o madrice?, “La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 12.VII.2001.

[“L’alba”, Belpasso, marzo 2010]


Mimmo Chisari, Mulini ad acqua nella valle del Simeto, Prova d’autore, Catania, 2011, pp. 76, € 10.

Libri & Impressioni

IL PURGATORIO DI VINCENZO DELL’UTRI E I MULINI DI MIMMO CHISARI

…Mimmo Chisari, docente di liceo a Paternò e membro d’accademie e d’altre associazioni, oltre ad alcuni libri aveva già pubblicato degli articoli sul fiume Simeto, sulle acque e sui mulini, che ora ha sviluppato ed organizzato nel libro Mulini ad acqua nella valle del Simeto (Prova d’autore, Catania, 2011, pp. 76, € 10).

Fin dalle prime pagine ci s’accorge dell’originalità di questo lavoro, che per svariati motivi potrebbe anche diventare un valido sussidio scolastico. In esso l’autore, che ai mulini ad acqua della valle del Simeto dedica soltanto una ventina di pagine centrali, in realtà tratta d’altri argomenti contigui: l’acqua come bene primario, l’acquedotto romano di questa valle, le terme romane, i ponti romani, il Simeto negli antichi testi, i mulini ad acqua della restante Sicilia, il funzionamento dei mulini ad acqua, il Mediterraneo come mare di civiltà. Il lavoro, quindi, persegue interessi storiografici, archeologici, linguistici ed ecologici, fornendo notizie e commenti e riportando anche credenze e usi locali.

Lo scopo è quello di recuperare e salvaguardare opifici e manufatti d’un passato più o meno remoto, i quali sono stati alla base della pregressa civiltà, severa e fondata sulla fatica. E, dopo aver posto in epigrafe varie massime, qua e là inserisce riflessioni ed insegnamenti etici sul rispetto delle acque e del territorio in genere, i quali a volte sconfinano nella poesia: “I fiumi, dunque, sono mito e memoria, appartengono ai verdi paradisi dell’infanzia, quando la poesia dipinge il soave” (p. 23).

Grazie a questo lavoro il lettore può conoscere i tipi e ubicazioni dei mulini, le loro parti, i loro congegni, la loro nomenclatura dialettale, le loro regole; e può apprendere, ad esempio, che esisteva anche una località di nome Simeto e che i mulini spesso si trasformavano in covi d’eretici e di ribelli. E non mancano cenni d’arroganze, furbizie e imbrogli da parte di certi mugnai, simili a quel don Santo del lontano racconto “Santo, ricco e fortunato” di C. Ciccia del 1977 (ora in La brutta estate del ‘43 e antologia di storie paesane, C.R.E.S., Catania, 2004).

Qualche pagina finale della trattazione è di calda e suadente oratoria, atta a stimolare pensieri e azioni di bene. Fra l’altro l’autore scrive: “La Sicilia deve culturalmente riacquistare quella importanza strategica e quel ruolo di prestigio che ha avuto, nel passato, fino alla scoperta delle Americhe” (p. 58). E qui pone una citazione di Karl Schlögel su cui riflettere.

Oltre alla specifica rassegna precedentemente aggiunta al capitolo sul Simeto, conclude il lavoro un’appendice con una decina di pagine di bibliografia, da cui emerge l’imponente mole di letture (anche dell’antichità classica) che l’autore ha fatto prima d’accingersi a questa pubblicazione, la quale sicuramente denota preparazione, competenza e passione, e dal punto di vista grafico si presenta in bella veste editoriale, con stampa nitida ed impaginazione intelligente, contenendo anche fotografie di Roberto Fichera e Giuseppe Barbagiovanni.

Alcuni refusi e sviste sono: risente molto il problema (p. 14), su due fila (p. 17), suspensure (p. 18), un schiavo (p. 18), citatati (p. 19), Periagesi (p. 22), ymeto (p. 26), aliunt malunt (p. 27), l’acqua (p. 28), sicilia (p. 43, nota 21), Nel 1318 Gaetano Savasta (p. 45), sicilano (p. 46), Colleggiata (p. 46), dellla (p. 47), furono soppressi le case (p. 48), della sete (p. 51), Alcantera (p. 51). Inoltre il verbo serrare (= stringere, chiudere) è dialettalmente adoperato nel senso di segare (p. 55), le parole non italiane non sempre sono in corsivo e ci sono alcuni periodi privi di proposizione principale; e nella bibliografia poi alcuni nominativi non sono in ordine alfabetico, giornali e riviste non sono fra virgolette e i libri a volte mancano dell’editore o della località d’edizione.

In ogni caso, l’autore in quest’opera dimostra un lodevole amore per la natura, particolarmente per quella della sua terra.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-dic. 2011]


VETRI APPANNATI

poesie di Giorgio Cipulat

“Riguardo il mondo / da questa trasparenza / che il fiato / appanna.” Questa dichiarazione apposta all’ini- zio del nuovo libro di liriche Vetri appannati del pievigino Giorgio Cipulat (I.B.A.P.E., Pieve di Soligo) ci dà l’idea del modo di porsi del poeta nei confronti della realtà esterna, la cui percezione è annebbiata dal suo stesso respiro e a volte dalla malinconia.

Le molte poesie senza titolo sembrano capitoletti d’una storia o d’una riflessione lunga e profonda, che investe la perenne problematica esistenziale. Spesso i versi sono librati fra terra e cielo e percorsi da una lene musicalità derivante dal ritmo e dalla metrica.

Eppure ci sono dei momenti in cui il poeta riesce ad osservare con vista limpida e scevra di malinconia: ed è quando ammira la grazia d’una città unica come Treviso. “Scorci trevigiani” sono otto liriche che costituiscono la sezione centrale e certamente la più affascinante della raccolta.

Qui il poeta descrive impressioni e sensazioni da altrettanti otto punti di vista: portico Soffioni, via Campana, le mura, i Buranelli, verdi conchiglie di giardini e ville, verdi acque, via Baracca, Treviso città d’acque e di storia. Questi versi nella loro concisione hanno i caratteri dei quadretti ad acquerello; tuttavia in essi il poeta non si è limitato alle solite pennellate coloristiche, ma ha saputo cogliere il pulsare della vita in un paesaggio immutabile, l’eterno trascorrere del tempo nel silente fluire delle acque, la lunga storia e i costumi d’una comunità, i segreti della provenienza e della destinazione d’ogni essere, compreso sé stesso.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 1.II.2000]


Giorgio Cipulat, Vetri appannati, I.B.A.P.E., Pieve di Soligo, 1999, pagg. 96, s. p.

POETI D’OGGI: CIPULAT, DEMARCHI, FALCONE

“Riguardo il mondo / da questa trasparenza / che il fiato // appanna". Questa dichiarazione apposta all’inizio dell’ennesimo libro di liriche “Vetri appannati” di Giorgio Cipulat (I.B.A.P.E., Pieve di Soligo, 1999, pagg. 96) ci dà l’idea del modo di porsi del poeta pievigino (concittadino del noto Andrea Zanzotto) nei confronti della realtà esterna e del contenuto del libro stesso. La percezione della realtà che giunge a lui – sempre stando a quello che lui stesso dichiara – è annebbiata o resa parziale dal suo respiro e quindi, di fatto, essa è soggettiva e personalizzata, per lui, come per ognuno di noi. Così è stato e sempre sarà. L’importante è convincersene, come lui se n’è convinto. Ma tale dichiarazione è anche l’esempio del modo di poetare del Cipulat. Le sue composizioni sono frequentemente senza titolo, quasi a costituire capitoletti d’un’unica storia raccontata o d’un’unica riflessione fatta: una riflessione lunga e profonda, che investe la perenne problematica dell’esistere, i suoi valori e i suoi disvalori, se ce ne fossero. In più esse sono brevi e concise, esponendo in pochissimi versi massime ed epifonemi, di cui si potrebbe raccogliere un vasto campionario e che, più che facili moralismi, appaiono come manifestazioni di quel buon senso che ognuno dovrebbe avere: insomma di quegli assiomi innati che Dante chiama “le prime notizie” (Purg. XVIII 56). Leggiamo – ad esempio – la lirica di pag. 50: “Quasi a un più intenso / azzurro volo / risalgo il colle // e spero. / Al dilagare violetto / dei serrati occhi / altro mondo penetro // e attendo.” Oppure quella di pag. 37: “Torbida d’avidità // s’insinua / l’impudica lettura della vita. / Lanceolate parole / precludono // patteggi d’amore.”

Ed è proprio in questa brevità che si concentrano sintesi, levità e musicalità. Spesso i versi del Cipulat sembrano librati fra terra e cielo e percorsi da una lene musicalità derivante dalle assonanze, dal ritmo e dalla metrica. Inoltre, la separazione e l’isolamento di certi vocaboli o versi e l’improvviso cambiamento di metro creano dei richiami visibili e delle pause di riflessione. Si legga ancora la lirica di pag. 18: “Stinge l’occaso. / Ad ali tremanti, / tra gl’impietosi lazzi della vita, / nel ricordo di luce insoddisfatta, / il rammarico, adunco, lacera ànsiti: / lembi abbozzati di felicità.”

In tutte le opere del Cipulat risalta il positivo effetto della metrica e in particolare dell’endecasillabo, oggi quasi scomparso, anche se è stato per secoli bandiera della poesia italiana. Sia ben chiaro che questo poeta, usando la metrica, non vuole essere un passatista: egli si serve anche d’essa per ottenere i voluti effetti tecnici. La sua tecnica è varia, andando dal vocabolo o costrutto aulico o inusuale di dantesca o dannunziana memoria a quella ermetica o non-senso di montaliana o zanzottiana memoria. La realtà è che lo stile del Cipulat è personale, anche se qua e là possono trasparire reminiscenze d’altri poeti.

E a proposito d’inusualità, premesso che nella poesia contemporanea non si può pretendere la chiarezza al 100 %, essendo spesso vario il suo intento, il quale può anche consistere in una studiata architettura, in un effetto fonico o visivo; premesso inoltre che in una valida poesia il linguaggio non dev’essere quello della quotidianità, perché chi crea ha bisogno di uscire da essa e rifugiarsi in un mondo nuovo e tutto suo, dotato d’una lingua da lui rivisitata o riplasmata: tuttavia ciò non autorizza il poeta a ricercare ed usare a tutto spiano parole che al lettore medio risultano incomprensibili in quanto raramente usate o obsolete o violentate o appartenenti ad un diverso registro espressivo. Infatti in questo caso la necessità di tenere a portata di mano dizionari, enciclopedie e calepini vecchi o nuovi da consultare continuamente può far venire la voglia di smettere la lettura e mandare alla malora un libro siffatto e il suo autore.

In realtà nella tecnica del Cipulat sono presenti sinestesie, onomatopee, ellissi, anafore, ipèrbati e forzature lessicali e grammaticali che non sempre rendono chiaro il dettato. Perciò certa sua poesia può riuscire difficile; ma fortunatamente non tutta è così; anzi, rispetto a precedenti raccolte, ora le difficoltà di comprensione sono poche.

In questo contesto va inserita una serie di composizioni “ad intreccio”, cioè due in una, del tipo A B A B ecc., in cui ogni verso appartiene ad alterne voci recitanti; e, mentre A è portatore d’un contenuto, B è portatore d’un altro contenuto: e nell’insieme la composizione consegue un effetto che potremo definire C, basato sulla musicalità o altro. Ora questo modo di procedere del Cipulat, già presente in altre composizioni e che tuttavia non è esclusivo della sua produzione, può essere definito “gioco tecnicistico”: esso è uno dei tanti suoi modi di fare poesia, cioè di creare qualcosa di personale, magari un quadretto: ad esempio, nella composizione “Mare=Parole” di pag. 31 la lunghezza e l’alternarsi dei versi, nonché il ripetersi più volte della lettera r, rendono bene l’idea visiva e uditiva dell’ondeggiare.

La tematica di questa raccolta di liriche è varia, puntando più che altro sull’osservazione e sull’espressione di sentimenti. A volte ci sono note autobiografiche, ma esse non sono l’esclusivo intento del libro. Al riguardo, infatti, è bene precisare che d’autobiografia ce n’è ben poca e ridotta a pochi versi, sebbene sporadicamente ritornante. Così si accenna all’illusione della gloria data dalla poesia, alla propria costituzione fisica e morale, agli effetti della guerra. Al poeta sono rimaste impresse certe omelie domenicali, in cui il prete ha facilmente alzato l’indice minaccioso, ma in cui egli ha trovato scarno il senso del divino. È – questo – uno dei temi ricorrenti della raccolta: segno d’una religiosità sofferta, che non s’accontenta del preconfezionato per acquietarsi, ma con autonoma ricerca e accettazione preferisce avere un senso personale del divino.

C’è anche qualche contraddizione: il poeta a pag. 69 dichiara di mangiare tranquillamente la carne d’animali, altrimenti non potrebbe mangiare nemmeno il pane pensando alla sofferenza della spiga; mentre a pag. 87 parla dei poveri tordi immolati nelle panie per succulenti spiedi.

Ma torniamo ai vetri appannati della finestra. Questa finestra, come in Pavese, a volte diventa simbolo dell'incomunicabilità e dell’impossibilità del poeta a conquistare la felicità esteriore: così la ricorrente primavera, col suo fascino, con le sue zàgare perennemente fluttuanti senza cicli stagionali sotto remoti assolati cieli, rappresenta l’impossibilità di raggiungere l’ebbrezza d’un vietato eden: “Zagare fluttuano / in ampie nuvole terrene / sotto remoti assolati cieli. / Come a precluse bellezze estreme / corre il desiderio / da iperborei climi.” (pag. 84).

Fin dalle prime pagine della raccolta l’appannamento è come una tendina che impedisce la piena fruizione della solarità e quindi con la sua opacità si configura come un velo di malinconia, di quella sana malinconia che pur non raggiunge mai i toni delle geremiadi bibliche o dello spleen francese, ma è amata da quasi tutti i grandi poeti e può apparire come la balaustrata di brezza dell’Ungaretti cui appoggiare la malinconia. Ed è proprio la malinconia una chiave di lettura di questi “Vetri appannati” di Giorgio Cipulat.

Eppure ci sono dei momenti in cui il poeta riesce ad osservare con vista limpida e scevra di malinconia: ed è quando osserva e descrive la grazia d’una città unica come Treviso. “Scorci trevigiani” sono otto liriche che – si può dire – costituiscono la sezione centrale e certamente la più affascinante della raccolta. Qui il poeta descrive impressioni e sensazioni da altrettanti otto punti di vista: portico Soffioni, via Campana, le mura, i Buranelli, verdi conchiglie di giardini e ville, verdi acque, via Baracca, Treviso città d’acque e di storia. Questi versi nella loro concisione hanno i caratteri dei quadretti ad acquerello, cosa a cui si presta benissimo Treviso, rendendo felici per secoli pittori e acquerellisti; tuttavia in essi il poeta non si è limitato alle solite pennellate coloristiche, ma ha saputo cogliere il pulsare della vita in un paesaggio apparentemente immutabile, l’eterno trascorrere del tempo nel silente fluire delle acque, la lunga storia e i costumi d’una comunità, i segreti della provenienza e della destinazione d’ogni essere, compreso sé stesso. Sarebbero da leggere tutte queste liriche, ma almeno quella conclusiva di pag. 61: “Treviso, // quale città / d’acque e di storia / già avesti il sommo canto / ed altro. // Io, invece, al verseggiare / confido così / solo quanto mi detta / il più lieve tuo respiro.”

Così, tra osservazioni, riflessioni, descrizioni, quadretti, massime e (sia pure misurate) note autobiografiche, si snoda questa corposa raccolta di “Vetri appannati” che spesso assume l’atmosfera d’una sognante aspettativa: un prodigio, una luce nuova, un’altra vita. Il poeta coglie il senso e la magia della vita, sgorgata quasi per un incanto; riconosce che s’è trovato a vivere per una misteriosa e meravigliosa avventura, protrattasi miracolosamente per giorni, mesi, anni: un’avventura, però, che prima o poi dovrà finire. Egli è grato per questa sua vita, come gli è stato donato di averla e di viverla: e allora per quando giungerà il momento della morte – questa morte che nessun uomo e a maggior ragione nessun poeta può mai ignorare – lascia l’ultima lirica, che è anche un testamento: “... e questa mia vita, / ritrovata nel sogno / oltre il sogno salvata, / quando giungerà all’ultimo verso, / perché altro non saprà che dire, / si lascerà morire. / ... e a testamento: // tutto // l’inesplorato lirico mio credo”. (pag. 88).

Perciò si può concludere affermando che Giorgio Cipulat, per il quale la poesia è come una seconda professione, è un autentico poeta serio, il quale in lunghi anni d’apprendistato ha fatto della poesia un’accurata ricerca stilistica, pervenendo a soluzioni sicuramente dignitose e apprezzabili, alle quali oggi nessuno potrebbe negare la sua attenzione.

Carmelo Ciccia

["Ricerche", Catania, lug.-dic. 2008]


Giancarlo Codato, Disamore, Compagnia del grecale, Milano, 1997, pagg. 6+38, £ 15.000.

Anzitutto ci colpisce favorevolmente l’eleganza di questo libretto, in cui il candore della carta, l’intensità dell’inchiostro e la dimensione dei caratteri rendono facilmente leggibile e fruibile il contenuto, mentre il disegno della rossa copertina (opera d’Antonio Piccinardi, come le altre illustrazioni del libretto) ci richiama quel mondo dell’agricoltura, della vite e del vino in cui Giancarlo Codato lavora. Ed è ammirevole che uno come lui, il quale non ha fatto studi umanistici, continui da anni a coltivare con tanto amore la poesia.

Il Codato, oltre alle numerose liriche sparse, ha pubblicato anni fa una riuscita raccolta dal titolo Nell’ora della sera (non “Nell’oro della sera” come ora erroneamente stampato nella nota biografica di retro-copertina), ispirata e dedicata a Cesare Pavese, di cui riprendeva contenuti e moduli. In questa nuova raccolta dal titolo Disamore continua l’ispirazione pavesiana, anche se col tempo sono maturati in lui nuovi interessi e nuove tematiche: segno che molto forte è stato il suo impatto col Pavese. È importante tener presente questo per evitare di dare d’acchito un giudizio negativo sul libretto a causa d’un andamento generale discorsivo e prosastico, dovuto a semplicità e paratassi.

La chiave di lettura di questa raccolta sta in quei due versi apposti a mo’ d’epigrafe in apertura (“Ogni uomo / va solo”), che non soltanto ci ricordano un analogo distico del Quasimodo, ma indirizzano il libretto in queste direzioni: da una parte solitudine, delusione, amarezza (contenuto) e dall’altra semplicità, stringatezza, sentenziosità (forma). Si scopre allora che nella vita del poeta ci sono stati sì giorni belli e “frizzanti”, ma anche occasioni mancate e illusioni/delusioni che hanno dato luogo a pungenti ma composti rimpianti, lontani ad ogni modo dalle geremiadi di certa produzione contemporanea.

Dice il poeta: “Passo le ore a raccogliere indizi / attraverso il vento lieve / e il bianco del mattino / che mi stringe dentro.” Dall’attenta osservazione della realtà e della vita è nata e si è consolidata in lui una saggezza antica, espressa in una sentenziosità che non ha nulla di cattedratico, ma rientra nel modo di riflettere d’ogni persona di buonsenso, la quale sa cogliere segni ed eventi senza superficialità. Ed è così che nascono epifonemi come “Momenti la vita / la morte lunghi anni” oppure “La vita è nell’aria / perduta dentro il giorno. / Vivi per raccogliere, / per capirne il segreto: / vai piangendo e gridando.”

Le liriche di questa raccolta non hanno titoli: così l’una si lega all’altra e l’intera raccolta si configura come un racconto. Questo è il racconto della vita di chi, pur avendo sofferto, non ha tante pretese, se è vero che per lui “Felicità è ricordare fanciulle, / piccoli scoiattoli, che insieme ballano / [...] / È uscir nel sole d’aprile / chiaro e basso / che tutto è incantato / sentire nell’aria vecchi giorni / il frizzante calore inondarti / la faccia a folate. / Ricordare quel poeta / sentir pungere il fresco / [...]”; oppure è felicità amare la propria donna nel calore d’un angolo, in una vita breve che unisce “come due foglie / abbandonate dall’autunno”.

Nella raccolta c’è una composizione degna di particolare attenzione: quella dedicata alla madre. Il poeta non fa la solita scontata lode, ma costruisce una figura ieratica, una personalità, un carattere, con riflessi anche sulla famiglia. C’è in questa composizione il vanto d’avere una madre “perfetta”: il poeta l’osserva nelle sue manie “care” e negli “occhi lucidi d’una leonessa” mentre essa scosta le tendine intenta a guardare l’infinito. La perfezione di questa donna sta anche “nella sua cultura di ieri: / di povertà e di guerra [...]. / Per amore o per gioco / votata ai figli suoi; come una madre austera.” E conclude: “Quando alla sera fissa / il cibo tra le nostre arse mascelle / stretta nel suo vecchio scialle, / noi ci stringiamo in Lei / se fischia il vento freddo / se negli occhi ci assale la paura / se una foglia che cade la vita appare.” Indubbiamente è la madre d’una volta, ma che dovrebbe essere quella di sempre: in lei, nel suo nome, nella sua immagine e nel suo ricordo, si ritrovano, si riuniscono e si stringono i figli in occasione di paure e avversità, per infondersi vicendevolmente coraggio e per seguirne l’esempio, magari quando lei non c’è più. È questa la madre che abbiamo avuto quelli d’una certa età e che, magari a notevole distanza dalla sua scomparsa, questi versi sanno evocare con commovente malinconia.

In Disamore c’è una soffusa atmosfera di decadentismo, un osservare la natura e il mondo con occhi innocenti di fanciullo (seppure d’un fanciullo cresciuto), un ripiegarsi su sé stesso ad ascoltare il palpito più profondo della propria anima. Ed è in considerazione dei momenti di grazia di questo libretto che si cerca di perdonargli refusi e sviste varie, anche gravi, come alcuni accenti mancanti, uno stridente “c’allontaniamo”, una punteggiatura che avrebbe dovuto esser meglio sistemata, oltre alla carenza di ritmo e a certe oscurità; e si può rivolgere all’autore — che pur ha bisogno d’una formazione più solida e di tecniche più affinate — un invito a proseguire nella strada della poesia.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, sett.-dic. 2008]


Giuseppe M. Conte, Il sogno di Eliàde e altre storie, Albatros, Roma, 2011, pagg. 98, € 11,50.

“Il sogno di Eliàde” di Giuseppe Conte

Vivere / essere, morire / non essere, infuturarsi in una vaga eternità

Nel 2004 lo scrittore molisano Vincenzo Rossi pubblicò due opuscoli rispettivamente intitolati Racconti: Una visita al cimitero / Il tarlo ed Epitaffi (Cronache italiane, Salerno), in cui alcuni defunti raccontano la loro vita e la loro morte. La stessa cosa avviene anche nella seconda parte del libro di Giuseppe M. Conte Il sogno di Eliàde e altre storie (Albatros, Roma, 2011, pp. 98, € 11,50, distribuzione Mursia). Il Conte, nato a Motta S. Anastasia nel 1936 e per molti anni docente d’italiano e latino e poi preside di liceo classico in Lombardia, ha pubblicato diversi libri, fra cui Mocta Sanctae Anastastiae: cronache di un villaggio nei secoli XIV e XV, Oltre le colline dei Sieli, Epigrafia inedita, La fine di una baronia, In vita e in morte di una patrizia romana, I garofani in collina, Marbries, La melagrana ossia la disegualità. E dopo aver dedicato gran parte della vita a studi e ricerche sul suo comune di nascita, portando notevoli contributi in campo storico, archeologico, epigrafico ed etimologico, ora egli torna alla poesia.

Il libro Il sogno di Eliàde e altre storie è una silloge di versi, ora lirici ora narrativi, distinta in tre sezioni, che presentano situazioni e sentimenti diversi, ma sempre nell’ambito d’un forte afflato poetico, spesso connotato da periodi brevissimi, da rime anche interne e da altri effetti melodici. In pratica si tratta d’un percorso distinto in tre tappe: il vivere/essere, il morire/non essere, l’infuturarsi in una sia pur vaga eternità.

Nella prima sezione c’è la storia del grande amore fra Eliàde (= figlio del Sole, forse del sole di Sicilia), che poi è lo stesso autore, per una Nice a volte chiamata Ni’cula: fra sentimento e passione, sogno e speranza, abbonda la pensosità, che di fatto caratterizza tutto il libro. Evocando la leggenda dell’amore di Melisenda e Jaufré Rudel e poi quella d’Isotta e Tristano, l’autore nota che il dolore affligge paurosamente e si chiede chi siamo e di che materia siamo fatti, osservando che un fiume è come il tempo, il quale scorre inesorabilmente. Così l’inseguimento dell’amore porta verso l’ignoto e il mistero, accennando alla perpetuità: “Finché altro tempo o altro luogo ossia non-tempo e non-luogo / saranno” (p. 34); e intanto s’ammirano i meccanismi della natura e le meraviglie della creazione, nell’ambito della quale i due amanti si sentono non più come umani congegni, bensì come fiori sbocciati improvvisamente e inaspettatamente. L’ambiente di quest’amore è solitamente Catania, più volte citata negli accenni alla via dei Crociferi, all’università, al caffè Caviezel, all’Etna e al Simeto. E l’autore conclude: “Noi crescemmo sul nulla. / Esposti al vento / della nostra età. Eppure forti e solo ricchi / di sole di cielo e di fuoco. / E non fu cosa da poco” (p. 31).

Nella seconda sezione, la più pregnante, c’è un ideale cimitero con una variegata casistica di defunti che parlano: un caduto italiano nella campagna di Russia del 1942 riesumato nel 1969; una ragazza-madre che, nonostante gl’incitamenti all’aborto, ha voluto ad ogni costo far nascere il figlio, il quale però poi morì fulminato a meno di vent’anni (e qui e altrove l’autore esalta la bellezza della maternità); uno che ebbe molte doti — bellezza, destrezza, fortuna e intelletto —, mentre ora la sua tomba non ha né fiori né preghiere né pianto né luce; una massaia reincarnata che dopo varie trasmigrazioni cerca la via del suo ritorno a Dio; un feto abortito, il quale si chiede perché la mamma ha fatto ciò, dato che “nei disegni del cielo / la mia presenza era già” (p. 52); un ubriacone spinto a calci nella fossa, dove però ora crescono fiori; una prostituta uccisa per gelosia da un innamorato, che lei ringrazia per averla tolta da quella condotta, anche se i preti hanno respinto il suo cadavere, non consentendo funerali in chiesa; un caduto tedesco di guardia al ponte (della Giarretta?) nel 1943 e ora al cimitero di Motta S. Anastasia; una ragazza straniera costretta alla prostituzione di strada e ora implorante aspre vendette contro i suoi aguzzini; un ragazzo acrobata precipitato a Catania in un esercizio temerario, già venduto sulla via dei bordelli ma ora contento di questa morte per lui indolore; un figlio diseredato, ma fornito d’ingegno e ricchezza in America, che giace a fianco del fratello erede ma sciocco e scialacquatore; un bambino morto nei bombardamenti del 1943 che chiede fiabe, mentre l’autore afferma che “Quando un bambino nasce / è una sfida ai nodi / della storia. Quando un bambino muore / è un insulto a tutto l’altro che esiste nel mondo.” (p. 68); una bambina con in testa una coroncina di fiori campestri, accanto ai genitori; un focoso amatore premorto alla sua sensuale amante; un padre che parla del figlio pilota pluridecorato, caduto a vent’anni e sepolto a Torino, mentre l’autore sentenzia che “Agli eroi nessun dio concesse di vivere a lungo” e che “a chi ben vive / non fu assegnato che un destino di pianto!” (pp. 75-76); e infine bambini somali in fuga da fame, pianti, fucili e coltelli, travolti dalle onde su carrette del mare.

Nella terza sezione riprendono i dialoghi fra Eliàde e Nice/Ni’cula, la quale era presente e interloquiva anche nella seconda sezione; e rispuntano anche le due prostitute precedentemente introdotte. L’autore si rivede bambino cinguettante, venuto dal nulla e nuotante in un fiume di lava non più bruciante. Il passaggio all’aldilà è visto come corsa o fuga verso spazi ignoti; e l’autore aggiunge: “il tuo possesso più nuovo, sarà l’essenza, / la tua padronanza, / sarà la scoperta della tua vera coscienza […] E, come l’eroe [Gilgamesh incontrato], anche tu la vorrai la tua gemmata / la tua fulgente perennità” (p. 84). Quindi, dopo un ricordo dantesco d’Inf. XIX 120 (“con le piote springano”, p. 85 ), e — pur col dubbio che senza pianto, senza dolore e senz’attesa l’amore possa essere amore e che senza gioia l’eterno possa essere eterno — Eliàde trova divino l’aspetto di Nice, più che in terra, le annuncia che ci sarà un lieto giorno e che, dopo alcuni sconvolgimenti cosmici, loro due (non più umani congegni) ci saranno ancora, come in un ritorno, sia pure in altre creature, e le chiede di continuare ad insegnargli la strada più giusta: “tu luminosa, / tu la favola antica, tu la favola nuova.” (p. 94). Ecco, dunque, il sogno d’Eliàde.

Come si vede, il libro è affascinante e va consigliato a coloro che amano le buone letture. Tuttavia, a parte certe espressioni strane, quali “Al coltello affilato degli antichi pastori mi infisse la lama più volte” (p. 57), “molti pensarono / che io morendo io avessi sofferto” (p. 64) e “Se tu un giorno tu andassi a Torino” (p. 75), per una completa comprensione da parte di chi non ha la stessa cultura dell’autore il testo avrebbe avuto bisogno d’alcune spiegazioni in nota, come ad esempio le seguenti: Sum-aiton = presumibile etimologia di “Simeto”, in greco Sýmaithos, “bruciato, infuocato” (p. 17); policara (sicil.) = “pulicaria”, erba con semi simili a pulci (p. 26); Rambla (catal.) = ognuna delle strade di Barcellona che vanno dal centro al porto antico (pp. 47, 50, 55 e 63); celeuma = canto cadenzato di rematori e pigiatori d’uva, in questo secondo significato presente nel biblico Geremia XXV 30 e XLVIII 33 (p. 50); rais (arabo) = “capo” (p. 50); Amma Romma e tutto il canto dell’ubriaco (p. 53); “putìa” (sicil.) = “bettola” (p. 53); “passiaturi” (sicil.) = “passeggiatore” (p. 64); “ballarìa” (sicil.) = “sobbalza” (p. 64); “duende” (spagn.) = “fantasma” (p. 85); Sieli = contrada fra Motta S. Anastasia e Misterbianco (p. 87). Infine Arancio Ruitz deve intendersi Sancio Ruitz de Lihori, il difensore della regina Bianca di Navarra contro le pretese di Bernardo Cabrera (p. 68).

Oltre a quanto sopra esposto, la forma linguistica è assolutamente corretta e scorrevole; e l’edizione appare elegante, ben impostata e curata.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, ott.-nov. 2011]

Barbarino Conti, Umili e illustri, penne e pennelli, onorevoli e poverelli, Ibla, Paternò, 1995, pagg. 640, £ 130.000.

L’ENCICLOPEDISMO DI BARBARINO CONTI

Definire enciclopedia la poderosa opera di Barbarino Conti Umili e illustri, penne e pennelli, onorevoli e poverelli (Ibla, Paternò, 1995, pagg. 640, £ 130.000) non è fuor di luogo. Organizzata alfabeticamente, in pagine fittissime senza il benché minimo spazio bianco dalla prima all’ultima, essa contiene una sterminata messe di notizie di ogni tipo che raramente si trova in commercio. Il progetto iniziale prevedeva una rassegna di personaggi umili e illustri ecc., del presente e del passato, di Paternò, città dell’autore, e delle zone limitrofe, in provincia di Catania; e questo progetto fu rispettato nel primo testo dell’opera; ma a questo egli ha aggiunto ben quattro supplementi, in cui le notizie e i commenti si sono estesi a tutta l’Italia e al mondo: sicché si può andare dallo storico Diodoro Siculo alla pornodiva Moana Pozzi, da Walter Chiari a Berlusconi, dalla città di Selinunte alla seta. In più l’opera contiene una monografia su Santa Lucia, una su Santa Maria di Licodìa e 33 liriche dello stesso Conti, poeta molto noto e apprezzato.

Questa estensione è praticamente un di più; e non si vede quale disturbo possa dare un arricchimento di notizie e commenti che chicchessia facilmente può consultare. Per formare i quattro supplementi il lavoro dell’autore è stato di una pazienza certosina, dovendo tener sotto controllo per anni la stampa periodica e la radiotelevisione e registrando meticolosamente quanto è avvenuto sotto la volta del cielo: cosicché potrà riuscire di una certa utilità a chi è interessato o curioso il riscontrare nel libro quando è morta la tanto chiacchierata pornodiva o quando è stato ricoverato il compianto Spadolini.

La verità è che Barbarino Conti è nato per queste ricerche e ne ha le doti necessarie: dalla vasta e profonda cultura, sedimentata ma sempre vivificata, alla passione del ricercatore. E ciò non contrasta col suo essere anche poeta: ogni poeta va sempre e comunque in cerca d’umanità; e in questo libro così cospicuo la ricerca d’umanità è notevole e si esplica nell’indagine storica. Si badi bene: questo libro del Conti è essenzialmente un’indagine storica, perché la storia di una comunità non la fanno soltanto gli amministratori e i politici, spesso incapaci e corrotti (illustri, onorevoli), ma la fanno anche gli umili e i poverelli: contadini, operai, artigiani, insegnanti... Quello di Barbarino Conti è un grande mosaico in cui ogni tessera sta al suo posto e tutte le tessere costituiscono insieme il grande mosaico.

Quale tenerezza e ammirazione c’è, dunque, per barbieri, falegnami, fabbri, marmisti, massari, muratori, scalpellini... tutta un’umanità comunemente relegata ai margini della società come insignificante e che dal Conti viene valorizzata fino ad assurgere alle pagine di un’enciclopedia! E ci sono anche maghi e fattucchiere, medici (i medici d’una volta), pupari, sacerdoti, pittori e poeti popolari: un vero e proprio caleidoscopio di professioni, arti e mestieri, usanze e costumi, feste patronali, fuochi d’artificio, bombe e tristi bombardamenti.

E in tutto ciò vibra la nostalgia di un mondo migliore che oggi non c’è più; oggi, in una società incattivita e malvagia, in cui ognuno pensa al suo “particulare” e i gesti di solidarietà sono così rari! Sembra che l’autore vada ancora in cerca della semplicità e della solidarietà d’un tempo, come va in cerca della sua gioventù, dei suoi sogni, dei suoi ideali d’un tempo. Sed fugit interea, fugit irreparabile tempus! (Verg., Georg., III, 284).

Visto in quest’ottica, questo libro è un’opera grandiosa che nessun altro da solo avrebbe pensato di fare e sarebbe stato in grado di fare: perché essa è anzitutto frutto d’amore, non solo per la sua città, ma anche per l’umanità tutta. E all’amore si aggiunge la speranza: che questa società travagliata e traviata, la società del benessere ma anche dell’egoismo, della corruzione, della disonestà e (diciamolo pure) della mafia-andràgata-camorra, questa società odierna, dunque, ritrovi gli antichi valori, l’onestà e la semplicità che hanno caratterizzato nella stragrande maggioranza i tempi passati; e alla luce del messaggio cristiano possa attingere quel grado di civiltà di cui si sente forte il bisogno.

Forse sarebbe stato opportuno che le pagine fossero meno fitte, i caratteri dei supplementi più leggibili, che le monografie fossero collocate altrove, che la raccolta di liriche avesse frontespizio, titolo e indice, che certi personaggi (scrittori o artisti) non venissero presentati con l’indicazione nel titolo di qualche loro opera, magari semplicemente riportando qualche recensione fatta dallo stesso Conti in precedenza, che non fossero posti sulle parole (specialmente sulle piane) tanti segnaccenti superflui. Ma è evidente che in un libro siffatto è segno di cattiveria andare a cercare col lanternino eventuali omissioni e altri difetti che l’immensità del lavoro inevitabilmente comporta; in esso, invece, va apprezzato quanto di positivo e utile c’è, e ce n’è sicuramente in ogni pagina: le migliaia d’informazioni e appropriati commenti fanno del libro una miniera.

Indubbiamente tale libro non si può leggere tutto d’un fiato: ci vorrebbero un paio d’anni. Ma è consultandolo con lo stesso amore e con la stessa pazienza di chi l’ha ideato e composto riga per riga, pagina per pagina, che si possono scoprire i molti pregi che esso ha. Si pensi a quante indagini non solo presso archivi, biblioteche e anagrafi, ma anche presso famiglie e singoli privati, il lavoro ha richiesto; alla pazienza nell’annotare, registrare, trascrivere, catalogare; agli elenchi ragionati di sindaci, giudici, notai, vescovi, contrade, quartieri, chiese, ecc.; alla cronologia essenziale di prima e dopo Cristo: e si avrà un’idea della vastità e del peso di una ricerca del genere, dove varie pagine sono veri e propri saggi o monografie più che note informative; per non parlare dei numerosi documenti d’archivio citati o addirittura trascritti e tradotti.

Una recensione a parte meriterebbe la raccolta delle 33 liriche: qui ci limitiamo a dire che essa è nel solco della tradizione poetica del Conti: sentimenti delicati, squarci di paesaggi, ansie, timori e speranze in campiture di sole, di luce e di fede e in versi sottilmente musicali, dove la melodia scorre come una sottesa armonia. Nell’economia d’un libro così impegnativo questa parte lirica è come un’oasi, una pausa di riflessione e di godimento estetico, un volo verso le alte sfere dello spirito.

Tutto ciò può bastare a dare un’idea del particolare valore di questo libro.

Carmelo Ciccia

[“Il sodalizio letterario”, Rimini, marzo 1996]


Barbaro Conti poeta dell’inquietudine

di Carmelo Ciccia

Barbaro Conti (Paternò, 1930-2013) — oltre che docente di straordinario valore — fu poeta, storiografo, bibliofilo, ricercatore e paleografo. Numerosi sono gli archivi e le biblioteche che frequentava, a volte anche d’antiche chiese o di comunità monastiche; ed egli stesso s’era formato una ricchissima biblioteca, dotata d’opere spesso non rintracciabili nemmeno in quelle pubbliche.

Nato in una famiglia di commercianti, ben presto rivelò le sue spiccate doti d’intelligenza e passione per lo studio. Dopo i bombardamenti anglo-americani, che per fortuna lasciarono indenni lui e i suoi familiari, frequentò il ginnasio-liceo della città natale e si laureò in lettere all’università di Catania nel 1958 con una tesi sull’apologista Paolo Orosio (sec. IV-V). Dedito agli studi, viveva riservato e quasi appartato.

Ci furono due forti tendenze in questo personaggio di così alto livello culturale (all’anagrafe chiamato Barbarino, ma che poi per alcuni anni in certe opere si firmò anche Barbaro, come comunemente si faceva chiamare): la poesia e la ricerca storiografica. La prima, pur presente anche nella maturità, dominò in gioventù, la seconda, pur presente anche in gioventù, dominò nella maturità. Soltanto tenendo conto d’entrambe le (a volte intrecciate) tendenze, se ne può comprendere a pieno il lungo e marcato impegno letterario, che si può definire quasi unica ragione della sua vita. Profondi furono i suoi sentimenti, fine il senso estetico, enciclopedica la sua cultura, sterminata la sua produzione (con 200 opere scritte). Egli fu il poeta dell’inquietudine, uno dei più grandi poeti del nostro tempo.

I temi più spesso ricorrenti nella sua poesia sono: la rinunzia, la fugacità del tempo e la caducità della vita, il dolore, il mistero dell’universo e della morte, Dio e la religione, il paesaggio, l’amore, l’infanzia, le memorie, la guerra, il riscatto del Sud, gli affetti familiari, il paese natale... Già i suoi primi libri lo rivelarono un poeta di tutto rispetto, impressionando non solo per le suggestive immagini e i delicati sentimenti, ma anche per la serpeggiante inquietudine e la tecnica stilistica portatrice d’una musicalità capace di fare sognare. Basti ricordare i suoi libri di poesia: Parole e inquietudine (1959), Cielo sugli occhi (1962), Lo specchio dei giorni (1968), Messaggi e aneliti (1971), Canto per il mio paese (1988).

Invece il libro Umili e illustri (1995), contenendo insieme lavori di due generi, appartiene alla saggistica (relativa al titolo del libro stesso) e alla poesia (silloge senza titolo); mentre il libro Fantasmi teologi (2013), contenendo insieme lavori di tre generi, appartiene alla poesia (sillogi Fantasmi in cammino, Destini al vento, Oltre i nostri giorni), alla narrativa (silloge Gente di Sicilia) e alla saggistica (saggi su Sant’Agostino, San Girolamo, Paolo Orosio, Salviano, Storici teologi aprono le porte al Medio Evo in Europa, Simbolismo dei numeri 7, 8, 777, Iscrizione di Iulia Florentina).

A questi ha fatto seguito tutta una serie di libri e ricerche di carattere storiografico, in maggior parte d’interesse siciliano, fra cui una monumentale Enciclopedia storica della Sicilia in parecchi volumi: tutte opere che ne testimoniano la serietà, la competenza e l’impegno. E non si devono dimenticare la collaborazione a giornali e riviste, con una notevole quantità di scritti vari, e l’inclusione di poesie e racconti in antologie scolastiche.

È vero che, forse per esigenze di stringatezza e per l’urgenza d’andare all’essenziale, nelle opere di saggistica degli ultimi anni il Conti non sempre badava alla forma dell’impaginazione, alla punteggiatura, ad altre norme linguistiche e alla differenziazione degli stili tipografici (tondo, corsivo, grassetto), potendo talora non riuscire chiaro; inoltre in tali opere c’è a volte un affastellamento disordinato di notizie e altri dati, magari inseriti all’ultimo momento, in un crescendo continuo, fino quasi a sovrapporsi: ma ciò non sminuisce l’importanza dei risultati raggiunti nelle ricerche e forniti ai lettori.

Il Conti ottenne vari premi, fra cui nel 1958 i primi premi “Omnia” di Roma e “Convegno poetico La Procellaria” di Reggio di Calabria, nel 2004 il “Tirsi Etneo” di Paternò (CT) e nel 2006 il primo premio “Pensieri in versi” di Motta Camastra (ME).

Anche se precedentemente aveva esordito nell’antologia Nuove voci (Reggio di Calabria, 1957) con un gruppo di liriche intitolato Carovana di colline, è proprio con il primo volumetto che egli assunse la connotazione di poeta dell’inquietudine, perché esso ha proprio il significativo titolo di Parole e inquietudine e conferisce al Conti quella fisionomia caratteristica che gli rimarrà sempre. Infatti la silloge contiene liriche come “Le cose più belle” e “Noi siamo”, riportate in successivi volumi, che sono il meglio della sua produzione.

Le cose più belle. Le cose più belle sono / le gemme / perdute nel fondo dei mari, / i sogni / nel nulla svaniti, / i baci / mai dati, i fiori / nei campi lasciati. // Così / le parole più belle / son quelle / scordate / nel fondo del cuore.

Questa lirica sembra riecheggiare la celebre poesia “Il più bello dei mari” del poeta turco Nâzim Hikmet-Ran (Salonicco 1902 – Mosca 1963), inclusa nelle Lettere dal carcere a Munevver – 1942: “Il più bello dei mari / è quello che non navigammo. / Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni / non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l'ho ancora detto.” Non si sa se egli la conoscesse; però non si può negare l’originalità e la maggior finezza di quella del Conti. Infatti, che cosa c’è di più bello delle gemme? Ma il poeta ritiene che siano più belle quelle perdute nel fondo dei mari. Così per i sogni svaniti, per i baci mai dati e per i fiori lasciati sui campi. Insomma è più bello ciò che noi non abbiamo potuto avere e ciò che abbiamo irrimediabilmente perduto. È per questo che il fascino di questa lirica sta nella consapevole rinunzia. Spesso, quasi sempre, la realtà è tanto diversa dalla fantasia. È più bello desiderare o rimpiangere una cosa, anziché averla: questo vuol dirci il Conti. Quanto più essa è irraggiungibile, tanto più si colora di poesia, entrando nel regno dell’ideale. E si noti l’analogia tra «fondo dei mari» all’inizio e «fondo del cuore» alla fine: due profondità, due abissi, due… misteri.

Noi siamo. Noi siamo come le onde / fugaci / di flebile suono, / come la schiuma / raminga / del mare. // Siamo come tremule ombre / vaganti / nel silenzio, / come nuvole bianche / vagabonde / nella solitudine del cielo. // Siamo come le foglie, / come il soffio, / come le ore che passano / e non tornano più.

Pure “Noi siamo” è una lirica semplice e di facile comprensione. Eppure, quale profondità di pensieri in tale semplicità di parole! Si noti la posizione di alcuni aggettivi (fugaci, raminga, vaganti, vagabonde), isolati ciascuno in un verso, quasi per fermare il lettore su un attimo di ripensamento. La lirica, poi, ha qualcosa di musicale; non si tratta di una musicalità artificiosa: essa nasce da un’anima che accetta dolore e rimpianti con una cristiana rassegnazione e riesce a fare di essi musica e canto. È certo, però, che l’ultima parola accentata con cui si conclude la lirica, quell’avverbio «più», è come un duro colpo che stronca le illusioni nostre e quelle del poeta.

Barbaro Conti ha lasciato ai posteri l’esempio d’uno sviscerato amore per la poesia e per la cultura e il senso di quella trepidazione che spesso si trasformava in sofferenza vera e propria nell’indagare il mistero.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2013]

Barbaro Conti, Fantasmi teologi, Hibla Ink, Paternò, 2013, pagg. 320, € 500.

FANTASMI TEOLOGI: L’ULTIMO VOLUME DI B. CONTI

Poco prima della sua morte lo studioso e scrittore siciliano Barbaro Conti (Paternò 1930-2013), già autore di vari libri, pubblicò l’ultimo suo volume, intitolato Fantasmi teologi (Hibla Ink, Paternò, 2013, pp. 320, € 500, cioè euro cinquecento), che si può suddividere in tre parti, rispettivamente comprendenti poesia, narrativa e saggistica. Forse perché gli mancò la consulenza d’esperti e d’una vera casa editrice, in esso c’è un’impaginazione approssimativa, fatta dallo stesso autore, in cui le cose che d’acchito colpiscono negativamente sono: il grande formato in A/4 (cm 21 x 30); la presenza nella copertina anteriore (cioè fuori luogo) della fotografia d’una premiazione letteraria con specificazione della stessa, del numero dei concorrenti e della data del ricevimento del premio; l’affastellamento e a volte la sovrapposizione di notizie, dati e fotografie in ogni spazio possibile, in modo da riempire tutto; la confusione derivante dalla doppia numerazione delle pagine (in alto quella generale del volume e in basso quella particolare delle singole sillogi); i segnaccenti tonici posizionati in parole anche piane; l’estraneità delle immagini al contesto; il frequente uso di maiuscole indebite; l’abuso dello stile tipografico neretto/grassetto, col quale spesso sono composte intere pagine; la mancanza della d eufonica in congiunzioni e preposizioni (ad es. “e ecco”, “a Apollo”, ecc.), del rimpicciolimento del carattere nelle note e del rientro (alinea) nei capoversi. Inoltre riesce inopportuno il fatto che varie volte l’autore ripete il suo nome e cognome, spesso accompagnato dal titolo “prof” o seguito dalla dizione “critico poeta scrittore storico”, quasi a tentare di convincere delle sue qualità i lettori, ed in particolare gl’irriconoscenti compaesani.

Detto questo, però, risulta molto apprezzabile la finezza delle 205 liriche che compongono complessivamente le tre sillogi poetiche d’apertura: Fantasmi in cammino, Destini al vento e Oltre i nostri giorni. L’autore aveva già pubblicato altre sillogi, ottenendo dei riconoscimenti, mentre con la prima di questo volume ha ottenuto il primo premio dell’Accademia “Il Convivio” a Motta Camastra (ME). Nelle sillogi di questo volume continuano i sentimenti e le tecniche espressive dei precedenti: c’è in esse una forte ansia di cielo e d’infinito, di fronte a cui il poeta si sente solo, piccolo e fragile, sempre in attesa della morte, ma anche dell’incontro con Dio nell’aldilà, in cui crede fermamente, connotando la sua produzione d’una profonda religiosità. Ci sono pure motivi sociali: la lotta alla corruzione, alla mafia e all’ingiustizia perpetrata anche da politici e giudici conniventi. L’anelito alla giustizia umana e sociale rientra in un’aspirazione alla fratellanza cristiana e alla pace universale. Nelle sillogi ci sono poi squarci di paesaggio, bagliori di luce, palpiti d’amore. E con queste nuove sillogi l’autore si conferma uno dei poeti più validi del nostro tempo. Alcune composizioni sono scritte per la moglie e per altri familiari defunti. Tuttavia, il fatto che per tutte le composizioni l’autore incorpori la data nel titolo in neretto/grassetto e senza alcun segno di distinzione (ad es. Occhi 25 luglio 2000 oppure Voce non udita 6 febbraio 2005), non mettendola invece alla fine e in carattere diverso o almeno fra parentesi, provoca confusione e disagio nella lettura.

La susseguente silloge di 22 racconti intitolata Gente di Sicilia, alcuni dei quali già pubblicati, si rivela molto interessante per la caratterizzazione dei personaggi, quasi tutti appartenenti all’area paesana: ci sono donne quasi selvagge, che ben s’inseriscono in paesaggi aspri e primitivi. Inoltre s’apprezzano le motivazioni sociali di certi racconti, che si collegano a quelle delle sullodate liriche. E mentre di tanto in tanto s’ammirano squarci di cielo e sprazzi di luce, si resta affascinati dall’andamento lirico che permea i tratti solitamente veristici della narrazione, con cui l’autore si collega a grandi narratori veristi quali il Verga e il Capuana. Tuttavia l’abbondanza delle parole dialettali, non sempre tradotte in italiano e non sempre stampate con differenziazione tipografica (corsivo o virgolette), anzi addirittura in sequenza con le corrispondenti parole italiane senza alcun segno di punteggiatura o altro tratto distintivo, induce a credere che l’autore voglia fare un catalogo di termini dialettali in via d’estinzione e scriva i racconti come pretesto. Tutto ciò, e il fatto che spesso ricorrono nomi e soprannomi di personaggi locali, dà l’impressione che l’autore scriva questi racconti esclusivamente per i compaesani, dal momento che gli altri lettori potrebbero non raccapezzarsi. Infine la frequente intromissione di pedanteschi dati eruditi (vicende e personaggi storici, guerre, battaglie, date e informazioni anagrafiche) pone certi racconti su un piano giornalistico, saggistico, cronachistico o storiografico, facendo sì che soltanto pochi d’essi raggiungano la vera arte narrativa.

L’ultima parte del volume è una silloge di vari saggi, alcuni dei quali già pubblicati: Sant’Agostino, San Girolamo, Paolo Orosio, Salviano, Storici teologi aprono le porte al Medio Evo in Europa, Simbolismo dei numeri 7, 8, 777, Iscrizione di Iulia Florentina. Come si vede, gli argomenti riguardano teologia, storia, storiografia, letteratura (greca e latina), tradizioni popolari, archeologia: e i titoli da sé stessi dimostrano la loro rilevanza e preziosità per gli studiosi, poiché tali saggi offrono informazioni e documentazioni di primaria importanza, anche in latino. Numerose sono le citazioni e le indicazioni bibliografiche ragionate, che contengono anche ampi riassunti e commenti d’opere citate: la bibliografia è imponente e a volte è arricchita dalle fotocopie di pagine d’altri autori. Leggendo questi saggi, ci s’immerge totalmente nel mondo classico e si resta sbalorditi dalla cultura assimilata dall’autore e dalla miriade di dati da lui forniti ai lettori, sia pure con una non sempre chiara linea espositiva. Inoltre dati, citazioni e notizie in questo volume sono ripetuti varie volte, magari con le stesse parole, e frequentemente s’incontra il nome dell’autore stesso per autocitazioni e rimandi. Si capisce che l’autore spese tutta la sua vita nello studio e nella ricerca; e per preparare questi saggi e la monumentale enciclopedia siciliana in 25 volumi rimasta inedita, egli — nella sua motivata e competente ricerca — frequentò per anni numerose biblioteche e archivi di varie città, comprese quelle di chiese e conventi, trascrivendo rari e preziosi documenti, da lui stesso letti, interpretati e tradotti, grazie alla sua conoscenza di paleografia e diplomatica. Purtroppo, però, la trattazione a volte riesce oscura a causa di frasi sintetizzate, si può dire addirittura scheletriche e telegrafiche, nonché d’abbreviazioni senza punto finale, sigle varie, grammatica non sempre rispettata e punteggiatura mancante: infatti una caratteristica dello stile di quest’autore sono le elencazioni (talora lunghe) di nomi, aggettivi e verbi, preferibilmente senza virgole frapposte.

Le ultime pagine sono estratte dalla citata Enciclopedia dall’età paleoneolitica al 2013, di cui a chiusura fornisce due indici, e riguardano documenti su chiese locali e gastronomia negli scrittori classici.

Nonostante il loro posizionamento nei punti più disparati del volume e la loro non attinenza al contesto, tranne le poche dei familiari defunti, le fotografie (134 nel contesto e 16 nella copertina, quasi tutte scattate dall’autore) costituiscono poi una documentazione importante per la sua terra, presentandone —anche con l’ausilio delle didascalie — aspetti, personaggi e storia locale d’oltre mezzo secolo. D’esse alla fine è fornito un utile elenco numerato e specificato.

Per concludere, questo volume, che — come dichiara l’autore a p. 319 — è frutto dello studio di 4.000 libri e di molti articoli, pur leggendosi con difficoltà a causa di quanto osservato per la forma, è ricco di sentimenti, cultura, storia e passione. In particolare le liriche, se fossero state stampate in maneggevoli libretti anziché in questo mastodontico volume poco maneggevole, avrebbero potuto essere collocate sui comodini, a costituire un vademecum di riflessione e spiritualità. Sicché non si può non condividere quanto l’autore stesso scrive a p. 288, in una dichiarazione quasi testamentaria: “In oltre 50 anni di Ricerche e studi Barbaro (Anàgrafe: Barbarìno) Conti, Prof di Lettere, frequentando Archivi Biblioteche Scuole […] Ha scoperto e tradotto antichi Manoscritti Latìni ignoti agli studiosi. Ha ricostruito la Storia Artìstica Civìle Letteraria Polìtica Religiosa Sociale della Sicìlia nel contesto della Civiltà Europèa dalle Origini al 2012. Ha ascoltato anèliti gridi istanze silènzi voci della sua Gente e della sua Terra; echi pàlpiti misteri dell’Io e dell’Universo. Ha costituito un patrimonio linguìstico poetico storico, vasto e sterminato, di inestimabile valore culturale, in gran parte inèdito. Ha incontrato donne e uomini, care ombre, luminose presenze, appena ieri, vive. Vive voci che riascolta nella memoria. Volti che riemergono dai pozzi profondi dell’anima, dai bàratri del Tempo, dallo spazio breve e misterioso che divide assenze e presenze, ombre e luci in struggenti addìi, in tersi abbracci di Cielo e di Eternità.

E per questo si deve rivolgere alla sua memoria un pensiero d’ammirazione e riconoscenza, rendendo a lui il dovuto onore e prodigandosi per esaltare e far conoscere a tutti le sue preclare virtù.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, sett.-dic. 2013]

Felice Conti, Una folata di scirocco, Lippolis, Messina, 1996, pagg. 208, £ 25.000.

LA NARRATIVA DI FELICE CONTI

Conoscevamo Felice Conti come uno squisito autore di versi pieni di forte sentire e di tanta serenità; lo scopriamo ora robusto scrittore di racconti veristi sulla scia del Verga. L’occasione ci è data dall’uscita del libro Una folata di scirocco (Lippolis, Messina, 1996). Si tratta d’un’opera impegnativa: scelta di carta e copertina, disegni, impaginazione, voluminosità (300 pagine), tutto lascia intendere che questa è l’opera per eccellenza del Conti, da tempo in preparazione e magari pubblicata per le affettuose premure di familiari ed amici, anche perché essa corona l’impegno d’un appassionato scrittore e letterato, la cui lunga ed intensa attività è documentata nel risvolto di copertina. Un’edizione di prestigio, insomma, nonostante la presenza d’una sessantina di refusi, sei dei quali concentrati a pag. 138.

Abbiamo parlato del Verga, perché Felice Conti è un continuatore dello scrittore catanese: ne riprende paesaggi, personaggi e temi, sviluppandoli comunque con la mano e l’arte sue. Sicché chi ha letto il Verga e lo ama, trova ora un suo degno epigono, il quale dal catanese ha preso anche un’altra peculiarità: l’uso creativo della lingua, una lingua che non è aulica, ma sa accostarsi alla realtà descritta e calarsi in essa fino ad assumerne movenze inusitate, originali, proprie.

Certo il Verga non scrisse in dialetto: le parole dialettali da lui usate si contano sulle dita di una sola mano; ma l’impianto linguistico è nella sostanza quello d’un siciliano tradotto in italiano, secondo i moduli logici del parlare popolare. Il Conti ha fatto qualcosa del genere, ma ha inserito a piene mani termini ed espressioni dialettali nel contesto italiano, creando un impasto siculo-italiano con i molti dialettismi, solecismi, idiotismi. Ad esempio, se lui usa fagiolina (nome collettivo) o scatolo (masch.) non è perché non conosca la lingua italiana (ché anzi la conosce molto bene, visto l’abbondante uso che fa anche di espressioni dotte o poco usate), ma perché vuole restare quanto più fedele alla sua lingua materna. Questo, se da una parte può darci fastidio, perché spesso non comprendiamo il significato di qualche termine o di qualche espressione neanche usando dizionari italiani e siciliani, dall’altra ci dà la possibilità d’immergerci nell’ambiente locale e afferrare il senso della sicilitudine dell’autore. Ancora per fare un esempio, l’ambiente locale è presente anche nei nomi propri, quali Turi, Brasi, Micu, Picciosa, ecc.; e il sucarro non è un sigaro qualsiasi, ma il classico sigarone siciliano, quello dell’autore, dei compaesani e corregionali.

In effetti solo i siciliani possono capire termini come — solo per fare pochissimi esempi — addevo, bàlichi, boccere, camorria, puliciera, sciangazza, sipala-sipalone, trusce, fra l’altro senza neanche differenziazioni tipografiche quali virgolette o corsivi, e neanche tutti i siciliani se non sono di Fùrnari (ME), il paese dell’autore, che ha termini ed espressioni ancora particolari nella regione. Né aiuta molto lo scarno glossario delle ultime pagine, perché invece delle quasi trenta voci che presenta avrebbe dovuto presentarne dieci volte di più, per evitare il frequente ricorso ai dizionari. Però con tutto ciò il libro è valido e accessibile anche ai non siciliani. In sostanza, se per ambiente e trame il Conti si può avvicinare al Verga, per la lingua viene spontaneo avvicinarlo meglio al D’Arrigo.

E qui bisognerebbe fare un discorso su quello che un personaggio forestiero dice del dialetto siciliano, da lui definito perentoriamente “quel dialetto bastardo”(pag. 275). Ogni dialetto va considerato per quello che è nella sua area d’uso e per la gente che lo parla: uno strumento linguistico che ha le sue peculiarità, comunque da rispettare, a prescindere dal fatto che esso agli altri possa riuscire ostico o antipatico. Ricordiamo che Felice Conti è anche cultore del dialetto e autore di poesie dialettali, che certamente per chi può capirle sono degne di ogni considerazione. Lo scopo del Conti è anche quello di lasciare testimonianza d’un certo modo di vivere e di parlare, di salvare il salvabile.

In un paesaggio dai forti contrasti e dalle forti caratterizzazioni si svolgono le vicende di queste 32 storie o 33 considerando tale la prima che fa da acuta e saggia introduzione. Il paesaggio è quello tipico della Sicilia costiera: agavi, fichidindia, ulivi, agrumi, rocce assolate, spiagge sabbiose: il paesaggio della terra-madre, ora amata ora odiata, ma comunque sempre desiderata e alla quale si rimane legati come da un cordone ombelicale... In genere sono vicende umoristiche, allegre, buffe, in cui serpeggia una divertita e divertente ironia; ma non mancano vicende dolorose, drammatiche, in cui l’autore vuole stigmatizzare comportamenti irrazionali, ancorché tradizionali (“La treccia”), fantastiche e pirandelliane (“La suocera” e “La donna di spade”). Così si va dall’orgoglio per la nascita del figlio maschio a certe usanze della prima notte di nozze, da fatti di violenza e di sangue (quali agguati, vendette, duelli da Cavalleria rusticana) a intrighi e imbrogli in cui il presunto furbo viene a sua volta imbrogliato. Spesso si ha l’impressione di muoversi in un mondo boccaccesco, dove l’intelligenza e l’arguzia trionfano: è il caso di “Ladri” che praticamente è un rifacimento della novella del porco “imbolato” del Boccaccio (Decam. VIII, 6), nella quale Bruno e Buffalmacco rubano un porco a Calandrino.

C’è poi tutto un filone riservato alle feste religiose con la loro appariscenza e spettacolarità: campanate, messe cantate, processioni, stendardi, bande, bombe; e bombe per tutte le occasioni: per i santi, le madonne, le nascite e ricorrenze varie. Il condizionamento della vita siciliana da parte dei fuochi d’artificio è reso bene in “Occhio non vede, cuore non duole”, in cui in poche pagine tali fuochi vengono chiamati in vari modi: “giochi di fuoco”, “giochi d’artificio”, “giochi di foco”, “cassa infernale” (è la sparatoria finale) e “giocofoco” che in unica parola compendia lo spettacolo. Ma non mancano vicende luttuose come i terremoti, in cui però i momenti di timore vengono alleggeriti da scenette comiche o erotiche.

Indubbiamente di erotismo si può parlare anche per questo libro: molti sono i riferimenti alla sessualità, ma, nonostante il realismo di certi particolari, non si scende mai nella pornografia. L’erotismo di certe descrizioni nasce più che altro dall’ambiente stesso, che dà troppo peso alla virilità o meglio ad un certo tipo di mascolinità, fino a farne una bandiera, e ha una concezione particolare dell’onore. È questo un ambiente in cui si vive per convenzione e tutte le regole della convenzione devono essere rispettate, altrimenti si può essere considerati sciocchi o reprobi. In questo ambiente perfino la religione svolge un ruolo di esteriorità e conformismo; e i preti, uomini anche loro, apertamente o celatamente non disdegnano i piaceri terreni, come le ricchezze e le donne.

Capire l’animo dell’autore nella presentazione di queste scene non è difficile: l’autore descrive la vita e l’aspetto del suo paese nei primi cinquant’anni di questo secolo. C’è quindi un recupero di modi di vivere, tradizioni e usanze, molte delle quali spazzate via dal vento del progresso; ma anche recupero del proprio passato, di una gran parte della propria vita ormai irrimediabilmente perduta, che si vuole fissare in alcune pagine proprio perché non sia del tutto perduta. Ciò si nota anche dal modo di vagheggiare il paesaggio, a volte aspro a volte dolce e romantico (come quello della vicina e poetica Tìndari), ma sempre il proprio paesaggio, lo scenario di tanti anni di vita vissuta con sogni, speranze, ansie, delusioni, gioie e dolori. E qui torna il Conti poeta: in certi squarci lirici, in certi profili di personaggi femminili, in certi delicati sentimenti e in certe osservazioni che nascono dal profondo del cuore e della mente c’è il Conti poeta che conoscevamo, il Conti pensoso e lirico che sa modulare la lingua fino a produrre effetti d’elevata poesia.

Il Conti è uno che per molti anni ha vissuto, ha sognato, ha osservato e ha fissato nella memoria. Ora questo patrimonio di esperienze e osservazioni egli lo mette a disposizione dei lettori, perché ne facciano l’uso che vogliono. Praticamente il libro che ne è scaturito è una sintesi d’arte e di vita. Ed è anche per questo che i familiari, gli amici, i compaesani, i corregionali e quanti amano la letteratura di valore gli devono essere grati.

Carmelo Ciccia

[“Silarus”, Battipaglia, genn.-febbr. 1998]


Filadelfio Coppone, Il sogno di una favola, Greco, Catania, 1^ ediz. 1995, 5^ ristampa 1999, pagg. 126, £ 20.000.

Il 6 ottobre 1990, dopo lunghe sofferenze sopportate con cristiana rassegnazione, a causa d’un male inguaribile cessava di vivere la signora Ida Casella in Coppone. Questo sembrerebbe un qualsiasi annuncio funebre, triste epilogo d’una delle tante storie di malattie incurabili che si svolgono in un’altalena di speranze, delusioni e angosce. Ma in questo caso il vedovo superstite è un poeta, che poi si è fatto sacerdote; e, dopo aver pubblicato vari libri di liriche, che gli hanno procurato significativi riconoscimenti, con questo libro ha voluto ripercorrere non solo le stazioni di quella via crucis, ma anche le esaltanti tappe d’una straordinaria unione coniugale.

Ecco allora la giovane Ida prima studentessa e poi laureata (sia pure a fatica, a causa di varie peripezie), e i due giovani che s’innamorano e si sposano; e, pur non potendo avere figli, gustano ogni giorno di più la gioia d’amarsi come due colombi; ma poi, dopo quasi un quarto di secolo, sopravviene il male e s’accentua la sofferenza (che pure non era mai rimasta assente del tutto), con tutto il suo oneroso fardello. E poi giunge la morte; e per il vedovo, oltre all’impegno di continuare quell’amore anche dopo la morte, la vocazione religiosa, il diaconato e il sacerdozio, che lo portano non solo a diventare parroco in Catania, ma anche periodicamente missionario in Tanzania, a favore dei bisognosi africani.

Il Coppone, già professore d’inglese a Catania, ha ora trovato, proprio grazie a quest'esperienza, la sua nuova via mediante la sua donazione a Dio. E questo libro, così diverso da tanti altri, vuol essere insieme un album di ricordi, costellato di numerose fotografie (a cominciare da quella delle nozze sulla copertina), e anche un aiuto a quanti hanno sofferto o soffrono difficili esperienze, affinché nel proprio calvario non disperino e anzi trovino nella dimensione religiosa lo scopo per continuare a vivere e per spendere anche meglio la vita.

Nel libro sono anche raccolti e annotati con amorevole cura lettere e pensieri della defunta e di conoscenti, relazioni scolastiche, gite, pellegrinaggi, diari di visite mediche e interventi terapeutici, orari di somministrazioni, osservazioni cliniche e reazioni... Ma soprattutto emerge la grande spiritualità di lei, che quotidianamente offriva a Dio il suo martirio, corroborata dallo sposo; il quale, poi, quasi dialogando con lei, ha voluto riportare nel libro lettere, pensieri e poesie proprie, che chiariscono o integrano quanto detto nella narrazione. È nata così una specie di dantesca Vita nova, con pagine ora in prosa ora in poesia, ora “in vita” ora “in morte” della cara Ida, la quale ha assunto il ruolo d’una novella Beatrice, conducendo l’amante (prima traviato) sulla retta via, che per lui è non soltanto la conversione, ma in aggiunta il sacerdozio. In sostanza, Ad Iesum per Mariam, ma nella fattispecie anche per Idam.

E certamente è inconsueto trovare un religioso che continua ad amare follemente la donna della sua passata vita coniugale, baciandone ogni sera la fredda immagine collocata sul cuscino, colloquiando con lei e attendendo il momento d’essere (come ha promesso) sepolto accanto a lei, alla quale dedica il giorno della sua ordinazione sacerdotale con le ultime parole del libro: “a te, mia fata dai capelli biondi, mia principessa dagli occhi castano-perlato”.

Ovviamente in un libro di cos alta drammaticità e moralità gli occasionali errori ed imperfezioni di forma vanno trascurati. Infatti Il sogno di una favola di Filadelfio Coppone è non solo un affascinante racconto d’amore e morte, chiaro, lucido e fortemente emozionante, ma anche l’apoteosi d’una donna-sposa-insegnante ideale e in definitiva un’opera di testimonianza e d’edificazione, capace di coinvolgere i grati lettori e di diventare un giorno — chissà — prezioso documento in processi di beatificazione.

Carmelo Ciccia

[“Il tizzone”, Rieti, marzo 2004]

Filadelfio Coppone, Meandri di pace, Caccetta, Catania, 2001, pagg. 32, s.p.

“Beati i popoli che non hanno bisogno d’eroi.” (Bertrand Russel, citando Brecht)

Raramente si riflette a sufficienza sul pensiero di qualche grande, com’è il caso di quello del Brecht citato dal Russel, sopra riportato: sono beati quei popoli che non avendo guerre ed epiche lotte non hanno avuto necessità d’avere eroi, caduti, ossari e monumenti. Ma ora spinge a farlo la poesia di Filadelfio Coppone.

Dopo un lungo silenzio, dovuto alla tragica morte della moglie e alla propria ordinazione sacerdotale, scelta che lo ha anche visto impegnato come missionario in Africa, il Coppone riprende l’attività letteraria per la quale aveva conseguito prestigiosi riconoscimenti, e ripubblica una raccolta di liriche che già dal titolo s’inserisce nell’attuale dibattito sulla necessità della pace.

In effetti il silenzio di questo poeta era un danno per gli amanti della poesia, considerato l’alto livello da lui raggiunto grazie al suo forte afflato lirico. Ma ora il lungo periodo critico sembra superato e l’autore è tornato in tipografia, riproponendo delle liriche scritte negli anni ‘70-’80.

Filadelfio Coppone può essere definito un messaggero di pace. Quanti poeti hanno cantato le gesta, l’amore, il paesaggio, la bellezza della natura, la fede in Dio, la religiosità...: il Coppone in tutta la sua produzione ha privilegiato la pace, che giustamente per lui non è solo assenza di guerra, ma anche presenza d’amore e fratellanza fra cittadini e popoli. Ecco perché egli deplora non solo il continuo insorgere di guerre ora in questa ora in quella parte del mondo, ma anche qualsiasi attacco dell’uomo contro l’uomo, che lo rende non più Homo sapiens, ma Homo homini lupus. E, se da una parte esprime soddisfazione per l’accordo di pace finalmente raggiunto nel Vicino Oriente (accordo che da subito ha cominciato a vacillare, dando luogo poi alla guerriglia sanguinaria, come dolorosamente testimoniano le odierne stragi), dall’altra per l’Italia piange sulle vittime della mafia che provoca uccisioni a catena e del terrorismo che sopprime poliziotti e carabinieri (rei soltanto di guadagnarsi il pane con la difesa dell’ordine pubblico), lasciando mense imbandite di nero e madri, mogli e figli in preda alla disperazione. Ma nel pensiero del poeta ci sono anche i poveri, i tossicodipendenti e gli emigranti, i quali ultimi per sfamarsi sono costretti a lasciare la patria e ad intraprendere in remote terre una vita di carenza affettiva, e fra essi alcuni soffrono per il colore della pelle, nera o gialla che sia, trovandosi a mendicare lontano una vita dignitosa: “Ora, in una terra non mia / pianto chiodi d’amore / e fisso immagini di sofferenza / su un letto di ricordi”.

Dunque, il poeta annuncia il tempo della pace: “é tempo di sorridere in case / dove il sole scoppia di calore, / di cogliere frutti in campagne deserte, / di cancellare il dolore / impietrito nei cuori, / e la fame che chiama la morte”. E anche la funzione del poeta stesso e quella della poesia vengon ridisegnati: “Esser poeta / è come creare circuiti d’immagini / che sprigionano scintille / e feriscono pensieri, cuori e sentimenti. / .../ Poesia è rapporto d’amore, / speranza / chiusa in cellule di fiducia”.

Questi ed altri importanti temi sono da lui svolti col calore della convinzione (che si condensa in frasi lapidarie come “Nulla è sproporzionato nella verità”) e con soffuso lirismo. Per accorgersene, basta leggere “Ad una madre”, in cui le tappe della sofferenza sono scandite dal nervoso andare a capo, a costruire altalene di speranze. E perfino l’arido linguaggio della matematica in “Frazioni di speranze” è obbligato a farsi lirico e ad assumere connotazioni metaforiche. Infatti caratteristica della poesia del Coppone è il lirismo: al di là di qualche espressione ermetica, che impegna il lettore nella comprensione, e di qualche altra retorica, l’essenza di questa poesia è lirica.

Una mesta melodia sottende l’intera silloge e le dà l’impronta della musicalità e della cantabilità, che invita il lettore a leggere e rileggere proprio per assaporarne l’armonia. Ciò è ottenuto grazie a parole bene scelte e a versi ben costruiti, che quasi cullano il lettore. L’autore, quindi, si presenta come un aedo che sa imbastire le sue storie e cantarle con sentimento d’amore universale e — tutto sommato — con quella dose d’ottimismo che gli consente di sognare un’umanità migliore: “Ritorno a sognare, / e mi risveglio. / talpa invernale, / per gettare sulla scena / la più bella commedia della vita”.

Carmelo Ciccia[“La procellaria”, Reggio di Calabria, lug.-sett. 2003]

Filadelfio Coppone, Voci sparse nell’anima, Offset Grafica, Ospedaletto (PI), 2001, pagg. 46, E. 4,65.

Filadelfio Coppone è un poeta e un animatore culturale dalla forte tempra e dalle numerose iniziative letterarie, il quale — nato in Libia, cresciuto a Paternò, professore d’inglese a Catania — dopo la morte della moglie s’è fatto sacerdote ed ora è parroco a Catania, anche con interessi missionari in Tanzania. Il radicale cambiamento di vita inizialmente lo ha portato ad abbandonare la letteratura; ma, dopo alcuni anni di silenzio, egli è tornato in libreria, anzitutto col libro Il sogno di una favola (Greco, Catania, 1995), in cui con delicatezza di tratti ha rievocato la figura della sua sposa, la sua vicenda matrimoniale e la sua decisione di consacrarsi a Dio.

È seguita la silloge di liriche Meandri di pace (Caccetta, Catania, 2001) scritte negli anni ‘70-’80 dello scorso secolo, in cui l’autore, quale messaggero di pace, deplora tutte le cause d’inimicizia e le fonti di malessere sociale, coltivando la sempre viva speranza d’un acquietamento delle passioni e d’una pacificazione generale.

Contemporaneamente è uscita anche la silloge Voci sparse nell’anima, che contiene liriche scritte negli anni ‘80. In essa il contenuto e lo stile sono quelli che già conosciamo da molti anni: delinquenza, mafia, droga, morti innocenti costituiscono un quadro negativo della Sicilia, perché sono bubboni difficili da sradicare; ma la visione del poeta s’allarga prima a tutto il Sud, tanto che ad un certo punto egli si chiede che cosa abbia fatto di male il Sud per essere condannato a ciò, e poi al mondo intero, in cui le guerre pullulano di qua e di là, seminando morte, lutto e odio, mentre povertà e fame attanagliano intere popolazioni. Con mestizia, ma anche con profonda indignazione, il poeta si sofferma a contemplare morti col petto squarciato o col sasso in bocca, in un continuo crepitare di lupare, guizzare d’ordigni vari e sprizzare sangue. Non mancano altri temi sociali come l’aborto e il degrado della nuova scuola. Ma al di sopra di tutto domina la speranza che nella fede e nella spiritualità gli uomini riscoprano il senso della fratellanza cristiana e sappiano sempre e dappertutto guardarsi con reciproco amore: anche se “Caino attende sempre in agguato” e se “un altro Abele cadrà / aggrappato alla terra”, “ci sarà sempre un’alba / che dissolverà ombre di guerra / e rigenererà crogiuoli d’amore”.

Perciò anche la silloge Voci sparse nell’anima, fra l’altro vincitrice d’un 2° premio e introdotta da un’accurata prefazione di Nazario Pardini, merita grande attenzione per i nobili sentimenti e per lo stile elevato, nel quale domina la metafora, presente quasi in ogni composizione. In certe composizioni d’alto lirismo, poi, l’autore descrive il paesaggio della Sicilia, i suoi prodotti, le sue tradizioni e altri aspetti di questa terra. Infine la struttura dei versi e delle strofe, le figure retoriche, le rime sparse e la diffusa musicalità confermano le collaudate qualità d’un autentico poeta come Filadelfio Coppone.

Carmelo Ciccia

[ “La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 17.VII.2003]




SPIRITUALITÀ E POESIA IN FILADELFIO COPPONE

di Carmelo Ciccia

Il 6 ottobre 1990, dopo lunghe sofferenze sopportate con cristiana rassegnazione, a causa d’un male inguaribile cessava di vivere la signora Ida Casella in Coppone. Questo sembrerebbe un qualsiasi annuncio funebre, triste epilogo d’una delle tante storie di malattie incurabili che si svolgono in un’altalena di speranze, delusioni e angosce. Ma in questo caso il vedovo superstite è un poeta, che poi si è fatto sacerdote; e, dopo aver pubblicato vari libri di liriche, che gli hanno procurato significativi riconoscimenti, con il libro Il sogno di una favola (Greco, Catania, 1^ ediz. 1995, 5^ ristampa 1999, pagg. 126, £ 20.000) ha voluto ripercorrere non solo le stazioni di quella via crucis, ma anche le esaltanti tappe d’una straordinaria unione coniugale.

Ecco allora la giovane Ida prima studentessa e poi laureata (sia pure a fatica, a causa di varie peripezie), e i due giovani che s’innamorano e si sposano; e, pur non potendo avere figli, gustano ogni giorno di più la gioia d’amarsi come due colombi; ma poi, dopo quasi un quarto di secolo, sopravviene il male e s’accentua la sofferenza (che pure non era mai rimasta assente del tutto), con tutto il suo oneroso fardello. E poi giunge la morte; e per il vedovo, oltre all’impegno di continuare quell’amore anche dopo la morte, la vocazione religiosa, il diaconato e il sacerdozio, che lo portano non solo a diventare parroco in Catania, ma anche periodicamente missionario in Tanzania, a favore dei bisognosi africani.

Il Coppone, nato a Bengasi, studente a Paternò e poi professore d’inglese a Catania, ha ora trovato, proprio grazie a quest’esperienza, la sua nuova via mediante la sua donazione a Dio. E questo libro, così diverso da tanti altri, vuol essere insieme un album di ricordi, costellato di numerose fotografie (a cominciare da quella delle nozze sulla copertina), e anche un aiuto a quanti hanno sofferto o soffrono difficili esperienze, affinché nel proprio calvario non disperino e anzi trovino nella dimensione religiosa lo scopo per continuare a vivere e per spendere anche meglio la vita.

Nel libro sono anche raccolti e annotati con amorevole cura lettere e pensieri della defunta e di conoscenti, relazioni scolastiche, gite, pellegrinaggi, diari di visite mediche e interventi terapeutici, orari di somministrazioni, osservazioni cliniche e reazioni... Ma soprattutto emerge la grande spiritualità di lei, che quotidianamente offriva a Dio il suo martirio, corroborata dallo sposo; il quale, poi, quasi dialogando con lei, ha voluto riportare nel libro lettere, pensieri e poesie proprie, che chiariscono o integrano quanto detto nella narrazione. È nata così una specie di dantesca Vita nova, con pagine ora in prosa ora in poesia, ora “in vita” ora “in morte” della cara Ida, la quale ha assunto il ruolo d’una novella Beatrice, conducendo l’amante (prima traviato) sulla retta via, che per lui è non soltanto la conversione, ma in aggiunta il sacerdozio. In sostanza, Ad Iesum per Mariam, ma nella fattispecie anche per Idam.

E certamente è inconsueto trovare un religioso che continua ad amare follemente la donna della sua passata vita coniugale, baciandone ogni sera la fredda immagine collocata sul cuscino, colloquiando con lei e attendendo il momento d’essere (come ha promesso) sepolto accanto a lei, alla quale dedica il giorno della sua ordinazione sacerdotale con le ultime parole del libro: “a te, mia fata dai capelli biondi, mia principessa dagli occhi castano-perlato”.

Ovviamente in un libro di così alta drammaticità e moralità gli occasionali errori ed imperfezioni di forma vanno trascurati. Infatti Il sogno di una favola di Filadelfio Coppone è non solo un affascinante racconto d’amore e morte, chiaro, lucido e fortemente emozionante, ma anche l’apoteosi d’una donna-sposa-insegnante ideale e in definitiva un’opera di testimonianza e d’edificazione, capace di coinvolgere i grati lettori e di diventare un giorno — chissà — prezioso documento in processi di beatificazione.

Per quanto riguarda la poesia, dopo un lungo silenzio, dovuto alla tragica morte della moglie e alla propria ordinazione sacerdotale, il Coppone riprende l’attività letteraria per la quale aveva conseguito prestigiosi riconoscimenti, e ripubblica una raccolta di liriche che già dal titolo s’inserisce nell’attuale dibattito sulla necessità della pace: Meandri di pace (Caccetta, Catania, 2001, pagg. 32, s.p.).

In effetti il silenzio di questo poeta era un danno per gli amanti della poesia, considerato l’alto livello da lui raggiunto grazie al suo forte afflato lirico. Ma ora il lungo periodo critico sembra superato e l’autore è tornato in tipografia, riproponendo delle liriche scritte negli anni ‘70-’80.

Filadelfio Coppone può essere definito un messaggero di pace. Quanti poeti hanno cantato le gesta, l’amore, il paesaggio, la bellezza della natura, la fede in Dio, la religiosità...: il Coppone in tutta la sua produzione ha privilegiato la pace, che giustamente per lui non è solo assenza di guerra, ma anche presenza d’amore e fratellanza fra cittadini e popoli. Ecco perché egli deplora non solo il continuo insorgere di guerre ora in questa ora in quella parte del mondo, ma anche qualsiasi attacco dell’uomo contro l’uomo, che lo rende non più Homo sapiens, ma Homo homini lupus. E, se da una parte esprime soddisfazione per l’accordo di pace finalmente raggiunto nel Vicino Oriente (accordo che da subito ha cominciato a vacillare, dando luogo poi alla guerriglia sanguinaria, come dolorosamente testimoniano le odierne stragi), dall’altra per l’Italia piange sulle vittime della mafia che provoca uccisioni a catena e del terrorismo che sopprime poliziotti e carabinieri (rei soltanto di guadagnarsi il pane con la difesa dell’ordine pubblico), lasciando mense imbandite di nero e madri, mogli e figli in preda alla disperazione. Ma nel pensiero del poeta ci sono anche i poveri, i tossicodipendenti e gli emigranti, i quali ultimi per sfamarsi sono costretti a lasciare la patria e ad intraprendere in remote terre una vita di carenza affettiva, e fra essi alcuni soffrono per il colore della pelle, nera o gialla che sia, trovandosi a mendicare lontano una vita dignitosa: “Ora, in una terra non mia / pianto chiodi d’amore / e fisso immagini di sofferenza / su un letto di ricordi”.

Dunque, il poeta annuncia il tempo della pace: “é tempo di sorridere in case / dove il sole scoppia di calore, / di cogliere frutti in campagne deserte, / di cancellare il dolore / impietrito nei cuori, / e la fame che chiama la morte”. E anche la funzione del poeta stesso e quella della poesia vengon ridisegnati: “Esser poeta / è come creare circuiti d’immagini / che sprigionano scintille / e feriscono pensieri, cuori e sentimenti. / .../ Poesia è rapporto d’amore, / speranza / chiusa in cellule di fiducia”.

Questi ed altri importanti temi sono da lui svolti col calore della convinzione (che si condensa in frasi lapidarie come “Nulla è sproporzionato nella verità”) e con soffuso lirismo. Per accorgersene, basta leggere “Ad una madre”, in cui le tappe della sofferenza sono scandite dal nervoso andare a capo, a costruire altalene di speranze. E perfino l’arido linguaggio della matematica in “Frazioni di speranze” è obbligato a farsi lirico e ad assumere connotazioni metaforiche. Infatti caratteristica della poesia del Coppone è il lirismo: al di là di qualche espressione ermetica, che impegna il lettore nella comprensione, e di qualche altra retorica, l’essenza di questa poesia è lirica.

Una mesta melodia sottende l’intera silloge e le dà l’impronta della musicalità e della cantabilità, che invita il lettore a leggere e rileggere proprio per assaporarne l’armonia. Ciò è ottenuto grazie a parole bene scelte e a versi ben costruiti, che quasi cullano il lettore. L’autore, quindi, si presenta come un aedo che sa imbastire le sue storie e cantarle con sentimento d’amore universale e — tutto sommato — con quella dose d’ottimismo che gli consente di sognare un’umanità migliore: “Ritorno a sognare, / e mi risveglio. / talpa invernale, / per gettare sulla scena / la più bella commedia della vita”.

Contemporaneamente è uscita anche la silloge Voci sparse nell’anima (Offset Grafica, Ospedaletto di Pisa, 2001, pagg. 46, E. 4,65), che contiene liriche scritte negli anni ‘80. In essa il contenuto e lo stile sono quelli che già conosciamo da molti anni: delinquenza, mafia, droga, morti innocenti costituiscono un quadro negativo della Sicilia, perché sono bubboni difficili da sradicare; ma la visione del poeta s’allarga prima a tutto il Sud, tanto che ad un certo punto egli si chiede che cosa abbia fatto di male il Sud per essere condannato a ciò, e poi al mondo intero, in cui le guerre pullulano di qua e di là, seminando morte, lutto e odio, mentre povertà e fame attanagliano intere popolazioni. Con mestizia, ma anche con profonda indignazione, il poeta si sofferma a contemplare morti col petto squarciato o col sasso in bocca, in un continuo crepitare di lupare, guizzare d’ordigni vari e sprizzare sangue. Non mancano altri temi sociali come l’aborto e il degrado della nuova scuola. Ma al di sopra di tutto domina la speranza che nella fede e nella spiritualità gli uomini riscoprano il senso della fratellanza cristiana e sappiano sempre e dappertutto guardarsi con reciproco amore: anche se “Caino attende sempre in agguato” e se “un altro Abele cadrà / aggrappato alla terra”, “ci sarà sempre un’alba / che dissolverà ombre di guerra / e rigenererà crogiuoli d’amore”.

Perciò anche la silloge Voci sparse nell’anima, fra l’altro vincitrice d’un 2° premio e introdotta da un’accurata prefazione di Nazario Pardini, merita grande attenzione per i nobili sentimenti e per lo stile elevato, nel quale domina la metafora, presente quasi in ogni composizione. In certe composizioni d’alto lirismo, poi, l’autore descrive il paesaggio della Sicilia, i suoi prodotti, le sue tradizioni e altri aspetti di questa terra. Infine la struttura dei versi e delle strofe, le figure retoriche, le rime sparse e la diffusa musicalità confermano le collaudate qualità d’un autentico poeta come Filadelfio Coppone.

Carmelo Ciccia

BIBLIOGRAFIA

C. Ciccia, Profili di letterati siciliani dei secoli XVIII-XX, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2002, pag. 142.

[“Ricerche”, Catania, ag.-dic. 2003]


Filadelfio Coppone, Abdur e l’elefantino, Caccetta, Catania, 2002, pagg. 48, s. p.

Romanzo per l’infanzia viene definito nel sottotitolo questo Abdur e l’elefantino scritto da Filadelfio Coppone, che già conoscevamo come valido poeta e che ora si presenta con successo come narratore. Eppure questo libretto non può essere limitato all’infanzia; tanti adulti, specialmente quelli che vogliono fuggire dai veleni di tanta stampa e televisione d’oggi, hanno bisogno di leggere opere come questa: semplice, chiara, scorrevole e soprattutto imbevuta d’una sbrigliata fantasia.

Quest’opera infatti ha molto da insegnare a piccoli e grandi: può trasportarli non soltanto nel mondo naturale della fiaba, fra giungle, elefanti, scimmie, coccodrilli ed altri animali tipici, ma anche in quello soprannaturale, grazie a personaggi e fenomeni paranormali come individui con tre sole dita per arto, illuminazioni straordinarie e scoperte di tesori. Si direbbe che in un certo senso il Coppone faccia uso di quelli che oggi nel cinema e nella televisione vengono detti effetti speciali.

E al cinema e alla televisione viene da pensare leggendo questo libretto, il quale potrebbe benissimo essere trasformato in film, magari a disegni animati. Del resto le graziose illustrazioni che lo accompagnano possono essere un’anticipazione dei futuri disegni.

Nell’opera ci sono tutti gl’ingredienti per attirare i lettori e avvincerli fino alla conclusione del racconto. C’è il fascino dell’Africa primitiva e selvaggia, nella quale lo stesso autore, che è un sacerdote attento e sensibile, ha fatto una lunga esperienza missionaria, con cospicue donazioni. E certamente questo libretto non può non suscitare interesse nei confronti dei bisogni di quel continente, in cui oltre al folclore esistono privazioni e difficoltà varie: nel cibo, nel vestiario, nell’alloggiamento, nei medicinali, nell’istruzione.

L’abilità dell’autore si rivela anche negli scenari delineati e nel lessico adoperato: spesso egli si sofferma a descrivere qualche alba, qualche tramonto o qualche aspetto della vegetazione, dipingendoli come natura sa fare. E se possono impressionare scene di violenza, come sacrifici d’animali o atti di cannibalismo, colpisce pure la grazia d’un bambino come il protagonista Abdur, peraltro simile a tanti nostri bambini nell’intelligenza e nella vivacità.

Dunque, il simpatico elefantino Ladin ha anche lo scopo di stimolare i lettori ad una riflessione sullo stato di popolazioni, a volte in perenne guerra fra di loro, che hanno bisogno di conseguire una pace duratura e uno stadio superiore di civiltà. Lo evidenzia l’autore stesso nelle ultime pagine, quando il racconto prende la forma dell’allocuzione: non solo col tesoro trovato e con offerte ricevute si costruisce una città all’europea (dotata delle moderne comodità e tecnologie) e Abdur ne diventa re, ma in essa giunge un missionario cattolico che ottiene la rapida conversione di quel popolo al cristianesimo. Allora la favola diventa auspicio, frammista a utili considerazioni sulla crudeltà e inutilità delle guerre: ed è questo il momento in cui il simpatico elefantino sparisce, per far posto alla concretezza del messaggio cristiano, base di partenza per ulteriori forme di civiltà.

Carmelo Ciccia

[“La procellaria”, Reggio di Calabria, ott.-dic. 2003]


Beatrice Cornado, Poesie, Pellegrini, Cosenza, 1971; e Dove l’anima respira, Regione letteraria, Bologna, 1973.

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NOTE CRITICHE SU AUTORI E LIBRI: CORNADO, CUONO, GABRIELE, RUSSO

Beatrice Cornado, nata nel 1945 a Brescia, dove risiede e insegna lettere, ha ottenuto parecchi riconoscimenti per le sue poesie. Collabora a giornali e riviste, occupandosi anche di critica letteraria.

Leggendo le sue sillogi Poesie (Pellegrini, Cosenza, 1971) e Dove l’anima respira (Regione letteraria, Bologna, 1973), ciò che ci colpisce a prima vista è la speranza: “Un mare di speranza / inchioda / il mio desiderio”; “Spirali di speranza / mi regalano soffusi candelabri / di luci trasparenti”; ”La speranza / conosce motivi certi / di un evento / insicuro. / Il domani / si frantuma / nell’attesa”. E in questa frantumazione di versi c’è la visualizzazione della frantumazione del domani. La speranza si ritrova nei titoli delle composizioni o al loro interno, oppure si mescola alla visione d’un paesaggio: “L’autunno / dispensa fragranze / legate ai sapori del bosco, / dove l’anima indugia / in preghiere di silenzio / e il cielo / uno specchio di speranze”. Ma alla speranza spesso si contrappone la delusione, la certezza che ciò che si spera non potrà avverarsi: “Oh Grido d’anima! / non saprai mai / il tormento / di sogni impossibili!”.

Con queste citazioni si ha un’idea — seppur pallida — della poesia di Beatrice Cornado, una poetessa che ha assaporato l’entusiasmo della felicità e l’amarezza della delusione. Qui essa va alla ricerca di sogni impossibili, ma che — non si sa mai — potrebbero anche avverarsi, dato che lei tenta d’esorcizzare il futuro. No, non ci sono lamentazioni in queste composizioni, ma un altalenare di sentimenti che la poetessa vuole esternare per comunicare, per trovare una sintonia, una stretta di mano, un’amicizia, un amore...

Eppure nulla di sfacciato c’è in ciò: con pudore la poetessa presenta sé, i suoi sentimenti, la sua poesia; un pudore, però, che non manca di vigore, riscontrabile nella tensione della seconda silloge: una tensione che spinge la poetessa ad andare sempre avanti. Certamente nella prima silloge la formazione della poetessa è ancora gracile, ma nella seconda essa s’è fatta robusta. Anche se permane qualche incertezza lessicale, la sua voce è inconfondibile e la consapevolezza di sé è acquisita.

Nella poesia della Cornado c’è una gradevole commistione d’interiore ed esteriore. Il paesaggio così frequente, e sempre dalle linee dolci e dai colori smorzati, è non soltanto lo specchio dell’anima della poetessa, ma anche il veicolo dei suoi sentimenti. C’è una fusione fra paesaggio e sentimento che ricorda il Leopardi: un ricordo non tanto remoto, dal momento che in certe composizioni si riscontra un lessico d’ascendenza leopardiana e ungarettiana. A questo riguardo non si può parlare di copiature, perché tale lessico è così ben inserito nel contesto che può dirsi appartenente proprio alla Cornado.

Tutto sommato, dunque, siamo in presenza d’una poetessa dotata di buone attitudini alla poesia, per quanto riguarda sia la forma che la sostanza.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-giu. 2009]

Nunziata Corrado Orza, Dante, poeta nazionale ed europeo, Loffredo, Napoli, 1974, pagg. 88, £ 1.500.

DANTE NAZIONALE ED EUROPEO NELL’ESEGESI DI NUNZIATA CORRADO ORZA

Nel 1965, celebrando il settimo centenario della nascita di Dante ad Auronzo (BL) e a Paternò (CT), ipotizzavo che l’idea dantesca della monarchia universale, da molti ritenuta utopistica, potesse trovare riscontro negli attuali tentativi di costituire un’Europa Unita, “tanto più che anche la Costituzione italiana prevede una limitazione della sovranità nazionale a vantaggio della formazione di organismi politici supernazionali”, tendenti alla pace mondiale. La mia conferenza con questa ipotesi d’un Dante europeista poi trovò organica sistemazione nel saggio “Attualità di Dante” incluso nel libro Impressioni e commenti (Virgilio, Milano, 1974), mentre fu riecheggiata nei saggi “Il magistero morale e civile di Dante” incluso nel libro Allegorie e simboli nel Purgatorio e altri studi su Dante (Pellegrini, Cosenza, 2002) e “Dante e la coscienza nazionale sulla scorta di Gioacchino e altri autori” incluso nella rivista “Abate Gioacchino” (Cosenza, dic. 2005), anch’essi esplicitati in conferenze tenute in varie località italiane, fra cui Treviso, Pordenone e Roma. C’è da aggiungere che nel 2005, festeggiando i miei 40 anni di conferenze dantesche a Conegliano (TV), volli riproporre la stessa conferenza di 40 anni prima, e cioè quell’“Attualità di Dante” in cui accostavo l’idea dantesca della monarchia universale a quella dell’Europa Unita.

Dunque c’è piena sintonia fra me e Nunziata Corrado Orza, del cui libro Dante, poeta nazionale ed europeo (Loffredo, Napoli, 1974) vengo a conoscenza soltanto ora. A qualcuno potrà sembrare strano e fuor di luogo che si possa recensire un libro edito oltre 30 anni fa; ma così non è, perché Dante è un autore sempre attuale, proprio anche per ciò che attiene alla costituzione europea. E, se scrivo con entusiasmo di questo lavoro, ne ho ben la ragione.

Fin dalle prime pagine di questo libro ci s’accorge d’essere in presenza d’un’autrice non soltanto appassionata di Dante, ma anche dotata di solida preparazione e di notevole capacità espressiva. Perciò il libro si configura subito come una di quelle pubblicazioni d’una volta in cui alla forma grafico-editoriale ben curata s’univa il rigore del contenuto, frutto di studi profondi, prevalentemente fondati sulla cultura umanistica, che qui risulta esaltata. Ecco perché l’ordito esegetico è basato su frequenti e ampie citazioni in latino (Virgilio, Lucano, Dante, ecc.) e in italiano (Foscolo, Leopardi, Manzoni, Carducci, ecc.), che rivelano un’ottima conoscenza dei testi e ci riportano alla serietà-severità della scuola del passato. Ma ci sono anche numerose citazioni della Divina Commedia, specialmente quelle in forma di massime, scaturite dalla profonda saggezza e dall’alta moralità di Dante, che trasformano il libro quasi in un massimario.

La Corrado Orza segue un filo conduttore che va dal maestro Virgilio al discepolo Dante, visti come cantori di Roma, dalla grandezza romana alla miseria italiana, da Firenze all’Italia e poi all’Europa. Secondo l’autrice, Dante sceglie Virgilio quale sua guida per la sua consonanza con lui e per l’asserzione del diritto dei romani (derivante da volontà divina) a dominare il mondo e fondere i popoli in un unico e pacifico organismo politico. Ecco allora l’interesse di Dante per l’impero e gl’imperatori, ed in particolare per Arrigo VII, a cui il divino poeta riserva un seggio in paradiso e che secondo l’autrice potrebbe anche essere la personificazione del Veltro. Ed è ovvio che trattando dell’autorità politica Dante non può non trattare anche di quella religiosa, la quale con l’altra si scontra, dando luogo ad ardite e ripetute invettive contro quei papi e vescovi che associano la spada al pastorale e per giunta s’allontanano dalla retta via con avarizia, simonia, lusso, sperpero e corruzione varia.

Nell’analisi della Corrado Orza, che è pure un excursus storico-letterario attraverso i secoli, un posto di rilievo è dato anche al grande amore-odio di Dante per Firenze, di volta in volta espresso come ammirazione, rimpianto, rampogna, ironia, sarcasmo. Da Firenze all’Italia intera il passo è breve; e la Divina Commedia è anche un catalogo dei mali dell’Italia, presenti in tutte le sue regioni e città per il cattivo comportamento dei vari reggitori: cosa che fa trasformare Dante nel nostro poeta nazionale, perché in lui s’incarna quella coscienza dell’italianità che lui stesso seppe suscitare, fornendo agl’italiani non soltanto il senso dell’identità, di cui avevano bisogno per diventare un popolo libero, ma anche il modello linguistico in cui esprimere e cementare la loro unità. A questo riguardo sono importanti le notazioni che l’autrice fa quando definisce Dante fondatore della coscienza nazionale italiana come lo furono Mosè per gli ebrei, Maometto per gli arabi e Washington per gli statunitensi; quando pone Dante al centro o culmine d’una serie di poeti, scrittori, pensatori, scienziati, ecc. che hanno reso grande l’Italia in Europa e nel mondo; quando documenta lo sbigottimento provocato dalle esequie di Dante, già allora visto come vate nazionale; quando esprime il suo concetto di poesia come elemento d’unione e civilizzazione d’un popolo; e quando cita grandi personaggi come i musicisti Liszt e Wagner che leggevano abitualmente Dante e poi s’ispiravano a lui per le loro opere.

Quindi dall’Italia l’autrice passa all’Europa: e sulla scia delle definizioni di Eliot (secondo il quale Dante cementa la cultura europea), Curtius e Guidubaldi (che trova solo in Dante l’atmosfera europeistica unitaria) definisce Dante poeta europeo che contro i singoli nazionalismi propone una patria europea, cioè romana, facendoci respirare un clima comunitario. L’autrice nota lo smarrimento e il vuoto psicologico in cui vive la società europea del Novecento, come risulta anche dai numerosi brani poetici d’Ungaretti, Montale e Quasimodo, che conferiscono a questa parte del libro il gradito aspetto d’una antologia scolastica; e ritiene che allo sbandamento si possa ovviare — dopo le esperienze dannunziane, marxistiche, positivistiche e scientistiche — mediante un ritorno alla spiritualità e religiosità: in sostanza mediante un ritorno agl’ideali di fede, bellezza e giustizia insegnati da Dante, perenne benefattore dell’umanità. E, quando la Corrado Orza propone che gl’ideali e i valori religiosi di Dante diventino il punto di riferimento per l’Europa Unita, di fatto s’inserisce nel dibattito politico dei nostri giorni e lancia un messaggio ai politici, sottolineando l’ineludibilità della citazione delle radici cristiane del nostro continente nel documento della Costituzione Europea.

Perciò non soltanto Dante è attuale, ma lo è anche questo libro di Nunziata Corrado Orza, che ora meriterebbe una ristampa, magari con la correzione di qualche sporadica svista ivi esistente, l’uso dei corsivi nei titoli e nelle parole latine o straniere e l’aggiunta in nota della traduzione dei vari brani in latino. A quest’ultimo riguardo è vero che le numerose citazioni in latino conferiscono al lavoro prestigio e l’impronta della classicità, dando occasione ad alcuni lettori di respirare a pieni polmoni l’atmosfera del mondo classico e fare in esso una piena immersione, ma è anche vero che — in un tempo in cui nelle scuole gli autori classici oramai si studiano in traduzione — molti altri lettori storcerebbero il naso di fronte al latino.

Infine, per concludere la valutazione del libro Dante, poeta nazionale ed europeo, una segnalazione di merito va al chiaro stile, al lessico forbito e alla meticolosa punteggiatura, nonché all’ampia bibliografia e alle articolate note che con ulteriori dettagli opportunamente integrano e arricchiscono l’intelligente lavoro della Corrado Orza, alla quale va il sincero apprezzamento dei dantisti e degli altri lettori attenti.

Carmelo Ciccia

[“Il Salernitano”, Salerno, 5.III.2006; “Miscellanea”, San Mango Piemonte, marzo-apr. 2006; “Miscellanea”, San Mango Piemonte, speciale, 2006]


Antonio Crecchia, In morte del papa magno, Accademia “L. Mazzocco Angelone”, Isernia, 2005, pagg. 32, s. p.

Il poeta Antonio Crecchia, più volte premiato e decorato in Italia e all’estero, come risulta dalle numerose testimonianze critiche riportate a chiusura di quest’opuscolo, è certamente una delle figure più rappresentative della cultura contemporanea. Ora, in preda alla carica d’emozione che ha coinvolto il mondo intero nel rimpianto per la morte dell’amato e ammirato pontefice Giovanni Paolo II, egli ha pubblicato un lungo componimento in versi che ha definito carme.

L’iniziativa è certamente lodevole dal punto di vista umano per lo spirito che anima il componimento stesso, per gli elogi che vi sono espressi e per le utili riflessioni che ne sprigionano. Però, a parte una svista grammaticale presente nella nota introduttiva, non sembra che possa essere definito carme, e quindi neanche poesia, un componimento di strofe e versi liberi privi di metrica, di ritmo e di musicalità, nonché con rime saltuarie. Inoltre, quanto ai tempi verbali, c’è un non sempre giustificato oscillare fra presente, passato remoto e passato prossimo.

Pur escludendo qualche brano riuscito, il componimento resta nel complesso un’orazione notevolmente retorica, con frequenti anafore e iniziali maiuscole. Tale orazione più opportunamente, perciò, avrebbe dovuto essere stata scritta in prosa, e non in versi.

Ovviamente questo giudizio negativo investe esclusivamente la tecnica poetica e nulla toglie alla nobiltà dell’assunto.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, marzo 2006]


Carlo Cuini, Novità nella Divina Commedia / acrostici e motivi polemici, Serarcangeli, Roma, 1993, pagg. 246, £ 24.000.

Per un aggiornamento bibliografico: NOVITÀ DANTESCHE DI CARLO CUINI

Avvalendosi della sua straordinaria conoscenza di tutte le opere di Dante, ed in particolare della Commedia, e della relativa bibliografia antica e recente, che dimostra di avere ben assimilato e di saper padroneggiare destreggiandosi fra commenti e commentatori, Carlo Cuini ha recentemente prodotto un’opera di grande valore che merita apprezzamento e diffusione: Novità nella Divina Commedia / acrostici e motivi polemici (Serarcangeli, Roma). Il libro raccoglie articoli e saggi apparsi in importanti giornali (come “L’osservatore romano”), conferenze e lecturae Dantis, in cui l’autore esamina canti, episodi, personaggi e singoli versi, riprende questioni, presenta delle scoperte, avanza ipotesi e proposte.

Fra i tanti argomenti trattati, vengono rivisitati e vagliati criticamente personaggi come il Veltro, “colui che fece per viltade il gran rifiuto”, la “coppia” Paolo e Francesca, Ciacco, Ulisse, Ugolino, Manfredi, Sapìa, Stazio, Piccarda, ecc.; ma, oltre ad essi, ci sono numerosi spunti di discussione su particolari a volte apparentemente insignificanti o secondari, ma che nell’esegesi del Cuini vengono ad assumere la debita importanza. Siamo quindi in un campo d’alta ermeneutica, dove i procedimenti deduttivi sono basati su una logica serrata e sfociano in una specie di maieutica, con la quale l’autore guida l’ascoltatore o il lettore verso la conclusione da lui sostenuta. Tali procedimenti a volte assomigliano anche a dibattimenti giudiziari e sanno suscitare quel clima di sospensione che, come nei gialli, avvince il lettore.

Forse mai prima d’ora in questo campo un’ipotesi, magari relativa all’identificazione d’un personaggio, è stata sostenuta con tanta dovizia d’argomentazioni, tanto rigore logico e tanto vigore. Citiamo al riguardo il caso di “colui che fece per viltade il gran rifiuto”, che per il Cuini è Pilato: la dimostrazione dell’assunto ci toglie un incubo, perché così vediamo scagionato l’innocente e ingenuo papa Celestino V, su cui si erano accaniti molti commentatori dimenticando la sua probità e la sua ufficialmente riconosciuta santità.

Circa il Veltro, però, dal Cuini identificato con Dante stesso, ci sembra che dopo la solida conclusione a cui è pervenuto il Tondelli (il quale, rifacendosi all’oratorium del Canis contenuto in una figura del Liber figurarum dello stesso Gioacchino, ha identificato quest’animale con l’auspicato nuovo clero della stessa 3^ Età e così ha risolto definitivamente l’enigma) non ci sia spazio per nuove supposizioni.

Il libro si conclude con un capitolo molto importante: quello in cui l’autore afferma di avere scoperto degli “acrostici” con i quali nell’ultimo canto della Commedia il divino poeta avrebbe espresso gratitudine e soddisfazione per aver completato l’opera e manifestato l’utile scopo di essa. La lunga e motivata esposizione di questa scoperta è certamente accattivante, ma — a nostro parere — non va al di là della passione e della bravura del Cuini, essendo impossibile dimostrare la volontà di Dante al riguardo. Nelle lettere iniziali d’ogni verso ognuno può vedere la parola che vuole, anche se le frasi “inventate” (dal latino invenio) dal Cuini saltando da un verso all’altro pur non consecutivo e a volte pur a notevole distanza di versi fra una lettera scelta e l’altra, sono non solo di senso compiuto ma perfettamente attinenti all’assunto e forse le uniche possibili.

Tuttavia, consentendo sempre o non sempre con lui, va riconosciuto a Carlo Cuini il merito del notevole contributo arrecato alla critica dantesca. La grande competenza, la profonda cultura, la passione, la forma perfettamente chiara e scorrevole nell’impegnativo linguaggio d’alto livello e lo stile avvincente fanno di queste Novità nella Divina Commedia un’opera destinata a scuotere questo settore. Sicché i postulati di questo libro devono essere acquisiti dalla critica presente e futura e quanto meno citati nei commenti scolastici.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, sett. 1999]


Angelino Cunsolo, Don Cesare / Chiddu ca campa ’o scuru, C.R.E.S.,Catania, 2007, pagg. 105, s. p.

Angelino Cunsolo, per un quarantennio docente di matematica e scienze, è un giornalista di lunga carriera, appassionato di ricerche storico-archeologiche locali e di poesia, ma a volte anche di narrativa, con racconti in cui confluiscono elementi storici e fantastici. Ora in questo racconto lungo — vero e proprio romanzo — estrinseca le sue doti di narratore in un lavoro d’ampio respiro, impregnato dell’humus di Sicilia.

D’acchito emergono le qualità positive dell’opera, che sono la fantasia creatrice, la chiarezza, la scorrevolezza e la semplicità. La ripartizione in agili capitoli e i titoli di questi stessi facilitano la rapida comprensione del contenuto, mentre le sospensioni, qualche mistero poi svelato (“giallo”) e la concatenazione delle vicende avvincono il lettore, il quale non vede l’ora di pervenire alla fine per gustare eventi, fraseggio e insegnamenti morali, anche se ai colpi di scena imprevisti si alternano soluzioni prevedibili e ovvie. C’è poi il fiabesco: la storia d’un rampollo di famiglia benestante che, dopo una serie di vicissitudini a volte mirabolanti, riesce a laurearsi, a sposare l’amata e a metter su famiglia con un paio di frugoletti, sembra davvero una fiaba, alla cui conclusione il lettore stesso potrà apporre il classico motto finale “E vissero felici e contenti”.

Dunque la storia si snoda fra un candido ottimismo e un pacato moralismo di stampo manzoniano: nelle vicende umane, seppur tristi, c’è sempre la Provvidenza che interviene a beneficio degli uomini, per quanto addolorati o disperati essi possano essere. E fra gli esempi morali non è da sottovalutare quello della donna pervertita che si pente e si fa suora, badando anche ai bambini d’asilo per insopprimibile istinto materno, anche se ciò sembrerebbe riportare l’egoistica e insensibile società odierna a qualche secolo fa, pur nell’impossibile esistenza allora di automobili, autoambulanze, telefonini, consigli scolastici e altre cose dei nostri giorni.

Riserve si possono avanzare per qualche svista o trascuratezza grammaticale, per la mancanza di virgolette o di corsivi nelle espressioni in lingua straniera e di traduzione (almeno in nota) in quelle dialettali. Ma nel complesso il lavoro si configura come uno dei più significativi del suo ambiente, tanto che se ne potrebbe ricavare un film (e gli attori sono molto opportunamente elencati ai fini d’un’agevole lettura), anche se certe situazioni e affermazioni potrebbero ad alcuni apparire obsolete. Eppure è proprio per il coraggio dimostrato nel riproporre valori oggi in declino (fede in Dio, verità, onore e pudore, sacralità della famiglia, redenzione dopo il peccato, altruismo, fedeltà, laboriosità…) che il Cunsolo merita un particolare elogio.

Infine sono notevoli la prefazione di Sebastiano Barbagallo e le illustrazioni della pittrice Carmen Arena, qui impropriamente chiamata “maestro” (al maschile) anziché “maestra” (al femminile) o semplicemente “pittrice”. La quasi elementarità “naïf” dei disegni dell’Arena rimanda a quella delle tavole dei cantastorie (se esistono ancora) e quindi contribuisce a inquadrare questa storia nel repertorio della cultura popolare, fatta di semplici narrazioni e di sani principi.

La forma grafico editoriale è apprezzabile, pur mancando il “finito di stampare” e l’indicazione della tipografia.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 29.II.2008]

Carmelo Cuono, Il treno del Sud, APE, Terni, 1980.

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NOTE CRITICHE SU AUTORI E LIBRI: CORNADO, CUONO, GABRIELE, RUSSO

Il campano Carmelo Cuono, morto nel 1997, fra l’altro pubblicò i seguenti libri: Il treno del Sud, Secondo incontro e Il trifoglio.

Esaminando il primo libro (APE, Terni, 1980), ci accorgiamo subito ch’esso nel titolo ricorda il famoso romanzo di Renée Reggiani Il treno del sole, ma non ne ha avuto né i pregi né la diffusione. Se ci commoviamo per quanto l’autore ci confessa riguardo alla sua vita, alle sue tristi esperienze, ai ricordi della sua infanzia ed adolescenza ed in particolare al ricordo di quel lungo treno del Sud, al suo pendolarismo e al suo amore per la poesia, non possiamo non rilevare in questa silloge di liriche la mancanza dei necessari mezzi espressivi, non soltanto a livello poetico, ma semplicemente — a volte — a livello grammaticale. Perfino le tecniche tradizionali (metrica e rima) quando usate sono imperfette o restano al limite del tentativo, mentre non fanno poesia arcaismi come “speme”, “tange”, “ragguaglia” e simili. Anche l’uso della punteggiatura è difettoso. Si salvano alcune composizioni quali “Poesia”, “Dolce musica” e qualche altra, in cui il Cuono riesce a raggiungere una certa suggestione.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-giu. 2009]


Giovanni Cutrufelli, Venti metri sotto Berlino, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2011, pagg. 160, s. p.

“Venti metri sotto Berlino” di Giovanni Cutrufelli

Fra storia e immaginazione, raccontati gli ultimi 15 giorni del nazismo

Dobbiamo essere grati al Centro di Ricerca Economica e Scientifica di Catania e al suo direttore editoriale Giancosimo Rizzo, che ha anche scritto la presentazione, per aver pubblicato nel 2011 il dramma di Giovanni Cutrufelli intitolato Venti metri sotto Berlino, il quale ha avuto una prima redazione nel 1969 e una seconda dieci anni dopo, ottenendo nel 1990 il premio nazionale “Mario Giusti” di 10 milioni di lire da una giuria composta da Domenico Danzuso, Antonio Di Grado, Giuseppe Di Martino, Carmelo Musumarra e Mario Sipala. L’attuale pubblicazione è curata da Ercole Tringale, attore, musicista e compositore, nonché docente di flauto in un istituto di Catania.

Giovanni Cutrufelli (Messina 1922 – ivi 2005), drammaturgo, attore e regista, ha diretto un centinaio di compagnie, messo in scena 250 spettacoli, fra cui tre quarti della produzione di L. Pirandello, varie opere classiche e 28 cicli di rappresentazioni al teatro greco di Taormina, lavorando coi più celebri attori del suo tempo. Ha pubblicato 130 saggi e monografie, 24 opere teatrali e alcune traduzioni.

L’originale dramma Venti metri sotto Berlino in 3 atti e 40 quadri (cioè scene) rievoca — fra storia e immaginazione — gli ultimi 15 giorni del nazismo durante l’accerchiamento da parte della coalizione nemica del rifugio sotterraneo in cui nell’Aprile del 1945 si stabilì la nuova cancelleria e in cui si trovavano circa 700 persone fra militari e civili, uomini e donne, in primis Adolfo Hitler con accanto a sé parecchi fedelissimi e qualche scettico o dissidente. La vita laggiù si svolge fra disposizioni strategiche, feste e balli, conferimento d’onorificenze e consegne di decorazioni, ordini di fucilazione per tradimento, comunicati bellici da parte di Radio Mosca e di Radio Londra; e vi si celebrano anche dei matrimoni, fra cui quello del dittatore con Eva Braun, il cui cognato però viene condannato alla fucilazione.

Si gode per la morte del presidente americano Roosevelt, la quale — con cieca fede negli oroscopi — viene interpretata come segno di riscossa per la sperata vittoria tedesca, e si deplora il “tradimento” di Heinrich Himmler per il suo tentativo di pace separata, mentre l’intempestiva autoproclamazione di Hermann Göring a successore di Adolfo Hitler porta ad una richiesta di fucilazione da parte dello stesso Göring, subito accolta dal dittatore.

Fra gli altri personaggi storici ci sono: Axmann, Bormann, Fegelein, Göbbels, Keitel, Ribbentrop, Speer, ecc.

Ovviamente emerge la figura del claudicante Hitler, che in qualche monologo rivela il suo carattere paranoico: “Quale fortuna per chi detiene il potere che gli uomini non siano capaci di pensare! Il pensiero esiste soltanto la (sic) dove vengono emanati gli ordini; e dove tali ordini sono fedelmente eseguiti. Altrimenti la società umana non potrebbe sussistere.” (p. 42). E più avanti: “La psiche della massa è insensibile a tutto quanto è debole e non assoluto.” (p. 52).

Durante le conversazioni il tempo è scandito dal crepitio delle bombe nemiche, mentre c’è sempre qualche fanatico che spera tuttora nella vittoria o perlomeno nella resurrezione del nazismo e della grande Germania. Ad esempio, in un clima di follia generale il soldato Hans rincara: “Perdio! Bonificheremo l’Europa e tutto il mondo! Diffonderemo l’idea del nazionalsocialismo; distruggeremo per sempre ogni segno di democrazia.” (p. 56). E l’aviere Hanna sentenzia: “Noi risorgeremo, gioventù di Hitler! Prima o dopo, noi risorgeremo, e tutto il mondo avrà la nostra impronta! Tutto il mondo! […] oggi e domani, voi dovrete nutrire ed alimentare, con tutta la vostra forza, soltanto odio, odio, odio!” (p. 65).

Allucinante è la fredda conferenza d’un medico sperimentatore dei campi di concentramento sul suicidio come gesto d’alto valore morale e sul modo migliore d’attuarlo: con precisi dettagli si parla di veleni, armi e altri sistemi, descrivendone i tempi di realizzazione e l’efficacia. Al riguardo Adolfo Hitler biasima Dante Alighieri che, in ossequio al pensiero della Chiesa d’allora, nel canto XIII dell’Inferno dannò i suicidi, trasformandoli in alberi stecchiti; mentre esalta certi personaggi mitologici e greco-romani come Seneca che lo misero in pratica o lo lodarono.

Il dittatore per sé sceglie il cianuro; e c’è una gara fra i fedelissimi nella scelta dell’arma letale, mentre una madre per devozione al capo destina alla morte anche i suoi innocenti bambini. Nella sua lucida determinazione il dittatore stesso calcola minutamente la quantità di benzina necessaria al rogo dei cadaveri, riservandone a sé un’aggiunta per maggior certezza, al fine d’evitare il vilipendio dei cadaveri stessi da parte dei “rossi”, come quello accaduto a Benito Mussolini, la cui tragica fine è appena accennata.

Così — al di là delle controversie storiche sulla vera sorte di Adolfo Hitler — quando i nemici sono a due isolati dal rifugio sotterraneo l’autore conclude i suo dramma con la morte del grande dittatore e con il bagliore rossastro del rogo, che come in una tragedia greca assume il carattere d’una catarsi finale imposta dal Fato.

Il libro di Giovanni Cutrufelli Venti metri sotto Berlino contiene anche fotografie, disegni e schizzi scenografici, spiegazioni, commenti e istruzioni varie sulla messa in scena. Per quanto riguarda la forma espressiva, il lavoro è in prosa, ma nel quadro 40° ed ultimo il grande dittatore s’esprime in versi. Nel testo poi si notano alcune sviste linguistiche.

Tuttavia, nonostante che il soggetto sembri alieno da una rappresentazione teatrale, l’autore vi è riuscito egregiamente, grazie alla sua consolidata esperienza teatrale; e in un incalzante susseguirsi d’avvenimenti, che alimentano la tensione ed il pathos, egli ha prodotto un dramma altamente significativo, capace di suscitare un’ampia ed utile riflessione su una catastrofe dell’umanità: con l’auspicio che mai più abbiano a verificarsi situazioni ed eventi del genere.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, ag. 2012]


Gianni D’Affara-Gert Thalhammer, Il lago di Millstatt, Industrie Poligrafiche Friulane, Maniago, 2^ ediz. 1998.

IL LAGO AUSTRIACO DI MILLSTATT

Il poderoso libro di Gianni D’Affara-Gert Thalhammer intitolato “Il lago di Millstatt”, stampato nel 1993 e 1998 dalle Industrie Poligrafiche Friulane di Maniago (PN) per conto della Società Dante Alighieri di Spittal, va al di là d’una pura e semplice guida turistica, configurandosi come un vero e proprio volume d’arte.

Anzitutto c’è la parte fotografica magistralmente eseguita dal D’Affara, noto fotografo di San Daniele del Friuli, il quale ha pubblicato altri volumi del genere. Queste immagini sono un pregio dell’arte fotografica, altamente qualificandosi per la scelta dei soggetti, la tecnica d’elaborazione e la personale poesia che l’autore v’infonde, riscontrabile nelle vedute e anche nelle didascalie. Il D’Affara ha fissato il suo obiettivo non soltanto su paesaggi, chiese e altri monumenti, ma anche sulle persone, cogliendone tutto ciò ch’esse possono esprimere all’osservatore. Ecco, dunque, che vengono posti in evidenza ammirevoli paesaggi e nel contempo significativi particolari, usi, costumi, feste, danze, concerti, spettacoli, riti, con una speciale attenzione ai volti di vecchi, bambini e graziose fanciulle: quanto basta a dar l’idea d’un’Austria felix, invitante alla visita, all’incontro e all’amicizia. E quindi il volume è come un album fotografico, da sfogliare e ammirare, e perciò non ha numerazione di pagine.

Poi c’è il testo esplicativo, che con le notizie e i commenti che il Thalhammer fornisce ne fa un volume di storia e geografia, soffermandosi anche su miti, leggende e curiosità della zona: e il tutto è scritto con semplicità e scorrevolezza, lontano da accademismi e pesantezze varie. L’autore parla del lago carinziano di Milstatt e del suo paesaggio, d’un antico manoscritto del lago stesso conservato a Klagenfurt e rappresentante un importante documento del volgare tedesco del sec. XII, della storia di Millstatt, con particolare riguardo alla presenza dei benedettini e d’altre comunità religiose, quali i cavalieri di S. Giorgio e i gesuiti; ma un posto d’onore hanno l’abbazia di Spittal e il castello dei conti di Porcia, oggi centri di cultura e spettacolo. L’autore fa un riferimento anche alla roccaforte di Sommeregg, spiega lo stemma di Seeboden, contenente una mitica ninfa ondina, traccia la storia di Spittal, che ebbe origine da un ospizio e su cui signoreggiarono delle famiglie italiane, e descrive il museo etnografico sistemato nel castello. Non mancano cenni sul carattere degli abitanti — fedeli alla religione cattolica e a riti, feste e tradizioni —, sullo svolgimento della vita lacuale e sul turismo, specialmente estivo, con una conclusione sull’origine del nome Millstatt, legato alla leggendaria distruzione di “mille statue” d’idoli pagani affondate nel lago.

Ne scaturisce un desiderio di conoscere la zona e recarvisi, alla ricerca di rilassamento e d’arricchimento culturale e spirituale, fra gente bonaria e gioviale. Ed è ovvio che dopo la lettura vari lettori vi si rechino per piacevoli vacanze o per prendervi dimora.

Gert Thalhammer è un appassionato cultore dell’Italia: ha studiato all’università di Bari, parla correntemente l’italiano e lo insegna a Spittal an der Drau, città in cui è presidente del locale comitato della Società Dante Alighieri. I suoi viaggi in Italia, per impegni culturali e visite alle città e ai numerosi amici che egli vi ha, di norma si svolgono ogni mese. E se non fosse per qualche refuso, si direbbe che questo testo, peraltro brillante dal punto di vista grafico-editoriale, sia stato scritto da un italiano.

Pertanto un vivo elogio va ai due autori e alla casa editrice, la quale degnamente sa competere con le grandi industrie editoriali.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin. lug.-dic. 2010]


Eugenio Dal Cin, Cognomi di Mansuè e Portobuffolè, Il sodalizio letterario, Rimini, 1997, pagg. 80, s. p. (1)

Eugenio Dal Cin, che da molti anni svolge un’intensa attività d’animazione culturale nel Veneto, è un appassionato cultore d’arte e di storia locale, particolarmente impegnato nella salvaguardia del patrimonio artistico, e come giornalista pubblicista ha anche fatto numerosi interventi sulla stampa periodica. Ultimamente si è dedicato a studi d’onomastica, settore al quale è stato attratto dall’implicito fascino, concentrando la sua attenzione — ovviamente — sulla zona in cui è nato e risiede, cioè la Marca Trevigiana. Ne è derivato questo lavoro su Cognomi di Mansuè e Portobuffolè; ed altri del genere se ne preannunciano.

In questi ultimi anni si è scoperta l’importanza dello studio dei cognomi e dei toponimi, come aspetto notevole della lingua e della storia d’una comunità. Al riguardo non si possono dimenticare i lavori dell’Olivieri, del De Felice (da cui discendono gli altri dizionari similari), del Rohlfs, del Pellegrini e del Finamore, che hanno preso in considerazione delle aree piuttosto vaste, se non l’intera nazione italiana; e così sono stati anche inseriti fascicoli di cognomi nei giornali: ma ora anche le piccole comunità sentono il bisogno di avere i necessari approfondimenti, precisazioni e integrazioni, con repertori circoscritti a determinati comuni e sulla base degli elenchi telefonici comunali. Il Dal Cin ha scelto due comuni che, per quanto piccoli (Mansuè 4.000 abitanti) o piccolissimi (Portobuffolè 700 abitanti, forse il più piccolo comune d’Italia) sono ricchi di storia e, specialmente il secondo, d’arte; perciò l’autore dà inizio al suo lavoro tracciando la storia dei due comuni e soffermandosi poi sul relativo patrimonio artistico, sicché il libro pu” servire anche da guida turistica: ma i cognomi di questi due comuni per la maggior parte sono anche veneti, friulani e istriani.

In quest’opera il Dal Cin mostra di possedere le necessarie competenze filologiche, storiche e geografiche. Ove possibile, d’ogni cognome egli fornisce la frequenza e spiega il significato, con note etimologiche e storiche. Abbondanti sono i riferimenti storici e linguistici e frequenti i rimandi. Data la varietà di lingue e civiltà incidenti sulla regione nel corso dei secoli, spesso si fa riferimento al latino, al germanico, al francese, allo spagnolo, ecc.

Opportunamente molti cognomi sono corredati della citazione di personaggi — anche viventi — della stessa o d’altre aree, sia come pratica esemplificazione sia come dimostrazione della diffusione. Non mancano cenni relativi alla toponomastica. Se ne ricava un caleidoscopio di nomi, soprannomi, caratteristiche fisiche, mestieri e professioni, usanze, provenienze geografiche, lingue e dialetti, personaggi più o meno noti, che danno un quadro della costituzione dell’attuale comunità.

In questo lavoro il Dal Cin si muove con indubbia sicurezza, dimostrando di essere sempre a suo agio; e, nonostante le immancabili insidie del percorso, non prende mai delle cantonate che a volte ha preso qualche studioso di ben più alta levatura: questo è un campo “minato” in cui si deve procedere con cautela e per ipotesi. Infatti egli, con la prudenza del caso, spesso si appoggia ad altri studiosi, tutti scrupolosamente citati, ai quali va quindi la paternità delle soluzioni prospettate. Poiché ad ogni modo non si limita ad essere soltanto ripetitore o portavoce, il Dal Cin dà un apprezzabile contributo agli studi d’onomastica, particolarmente se si considera che l’area indagata non era stata finora oggetto di ricerca specifica.

Infine anche dal punto di vista tipografico-editoriale, pur con qualche refuso, la pubblicazione ha una dignità sufficiente a rendere gradevole quest’interessante volumetto, molto denso nonostante il limitato numero di pagine.

Carmelo Ciccia

[“La procellaria”, Reggio di Calabria, genn.-marzo 1998; “Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, dic. 2000]


Eugenio Dal Cin, Cognomi di Mansuè e Portobuffolè, Il sodalizio letterario, Rimini, 1997, pagg. 80, s. p. (2)

Studi di onomastica locale,

un libro sui cognomi di Mansuè e Portobuffolè

Eugenio Dal Cin, che da molti anni svolge un’intensa attività d’animazione culturale a Conegliano, è un appassionato cultore d’arte e di storia locale, particolarmente impegnato nella salvaguardia del patrimonio artistico. Ultimamente si è dedicato a studi d’onomastica e ha pubblicato il libro Cognomi di Mansuè e Portobuffolè (Il sodalizio letterario, Rimini, 1997).

Anzitutto egli mostra di possedere le necessarie competenze filologiche, storiche e geografiche. D’ogni cognome fornisce la frequenza e spiega il significato, con note etimologiche e storiche. Abbondanti sono i riferimenti storici e linguistici e frequenti i rimandi al latino, al tedesco, al francese, allo spagnolo, ecc.

Molti cognomi sono corredati della citazione di personaggi — anche viventi — della stessa o d’altre aree, sia come pratica esemplificazione sia come dimostrazione della loro diffusione. Non mancano cenni relativi alla toponomastica. Se ne ricava un caleidoscopio di nomi, soprannomi, caratteristiche fisiche, mestieri e professioni, usanze, provenienze geografiche, lingue e dialetti, personaggi più o meno noti, che danno un quadro della costituzione delle due comunità.

In questo lavoro Dal Cin si muove con indubbia sicurezza, dimostrando di essere sempre a suo agio; e, nonostante le immancabili insidie del percorso, dà un apprezzabile contributo agli studi d’onomastica.

Infine anche dal punto di vista tipografico-editoriale, nonostante qualche refuso, la pubblicazione ha una dignità sufficiente a rendere gradevole il volumetto, molto denso nonostante il limitato numero di pagine.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 27.V.1998]


Eugenio Dal Cin, I cognomi di Susegana, Cooperativa Sevizi Sociali, S. Lucia di Piave, 2002, pagg. 298, s. p.

I COGNOMI DI SUSEGANA

in una ricerca di Eugenio Dal Cin

Dopo quelle su Mansuè, Portobuffolè e Conegliano, ecco ora una nuova ricerca onomastica di Eugenio Dal Cin, che già ne preannuncia altre per altri comuni della Marca Trevigiana.

Eugenio Dal Cin, che da molti anni svolge un’intensa attività d’animazione culturale nel Veneto, è un appassionato cultore d’arte e di storia locale, particolarmente impegnato nella salvaguardia del patrimonio artistico, e come giornalista pubblicista ha anche fatto numerosi interventi sulla stampa periodica. Ultimamente si è dedicato agli studi d’onomastica, settore al quale è stato attratto dall’implicito fascino, in ciò rivelando vocazione e notevole passione; e anzi da qualche tempo tiene in un periodico locale un’interessante rubrica fissa dal titolo “L’angolo dei cognomi”.

In questi ultimi anni si è scoperta l’importanza dello studio dei cognomi e dei toponimi, come aspetto notevole della lingua e della storia d’ogni comunità. Al riguardo non si possono dimenticare i lavori dell’Olivieri, del De Felice (da cui discendono gli altri dizionari similari), del Rohlfs, del Pellegrini e del Finamore, che hanno preso in considerazione delle aree piuttosto vaste, se non l’intera nazione italiana. Dieci anni fa il De Felice ha tracciato un panorama dei cognomi dialettali in un fascicolo di “Tuttocittà” allegato all’elenco telefonico della provincia di Treviso; e poi ci sono stati gl’inserti del Soranzo in un quotidiano locale, come pure brevi spiegazioni di cognomi in altri periodici. Ma ora anche le piccole comunità sentono il bisogno d’avere i loro studi, approfondimenti, precisazioni e integrazioni, con repertori circoscritti a determinati comuni e sulla base degli elenchi telefonici comunali o di notizie anagrafiche.

L’autore di questa ricerca si è basato su una ricchissima bibliografia specifica, particolarmente fiorita in quest’ultimo ventennio e integrata da repertori di dati e supporti informatici. Ma ha fatto di più: ha interpellato personalmente diecine di studiosi, tessendo una fitta rete di comunicazioni e scambi. Una brillante dimostrazione di ciò è stato il convegno nazionale d’onomastica organizzato dal circolo culturale “Leonardo” di Conegliano (di cui lo stesso Dal Cin è presidente da parecchi anni) e svoltosi nel 1999 a palazzo Sarcinelli. Questa manifestazione — fra l’altro — ha dimostrato che davvero la cultura affratella: non solo “les poètes sont frères” come comunemente si dice, ma anche gli studiosi d’onomastica e d’altre discipline diventano fratelli grazie agli scambi culturali.

Per ogni cognome egli fornisce l’etimologia e una spiegazione ove possibile dettagliata, con precisi e documentati riferimenti bibliografici e a volte con cenni storico-geografici, che comprendono la toponomastica e anche la citazione di personaggi che portano o hanno portato un dato cognome, anche di aree diverse rispetto a quella studiata. Inoltre, segnando su tutti i cognomi l’accento, egli si è preoccupato di riportare certi cognomi alla giusta accentazione nei casi in cui, per moda inglesizzante o ad ogni modo nel tentativo di modernizzare e nobilitare il proprio cognome, gl’interessati hanno introdotto l’uso di ritrarre l’accento (es. Sansòn, non Sànson). Ci sono poi le attestazioni e le frequenze a Susegana e in altre località in cui il cognome sia diffuso. Così si ha un quadro delle varie provenienze, specialmente in un periodo, come l’attuale, in cui l’immigrazione è notevole e varia.

In questo lavoro Eugenio Dal Cin mostra di possedere le necessarie competenze filologiche, storiche e geografiche. Abbondanti sono i riferimenti linguistici e frequenti i rimandi. Date la diverse lingue e civiltà che hanno inciso sulla regione nel corso dei secoli, spesso fa riferimento al latino, al greco, al germanico, al francese, all’inglese, allo spagnolo, indicando anche etimologie slave, celtiche, centro-meridionali, bizantine, arabe, ecc.

La comunità di Susegana potrà specchiarsi in quest’opera e trovare in essa la sua storia, le sue usanze, certi modi di dire, soprannomi, professioni e mestieri d’una volta, scoprendo magari impensate derivazioni, connessioni, ipotesi. Infatti, a volte un cognome è nato da un nome personale, da un soprannome, da un toponimo, da un’attività lavorativa, da una caratteristica fisica o morale, ecc.

La fatica affrontata da Eugenio Dal Cin si può dire improba; e ne sa qualcosa chi in questi studi s’è già avventurato. Però non mancano le gratificazioni quando si arriva ad una scoperta e quando si può soddisfare la legittima curiosità della gente. Naturalmente in questo genere di lavori l’esito non sempre è matematicamente sicuro; però in questo studioso ci sono buoni margini di sicurezza, dato che alla base della sua ricerca c’è la profonda serietà di chi intende il sapere come conquista quotidiana grazie ad una documentazione idonea e affidabile. Ed è per ciò che questa ricerca può essere tranquillamente raccomandata non solo alla comunità di Susegana, ma anche a università, scuole, biblioteche, enti e istituzioni varie.

Carmelo Ciccia

[“Panorama d’arte e di cultura”, Susegana, apr. 2001]


Eugenio Dal Cin, Cognomi di Godega: origine e curiosità, De Bastiani, Godega di Sant’Urbano, 2002, pagg. 108, s. p.

L’importanza dello studio dei cognomi è stata riconosciuta fin dai secc. XVII-XVIII: e ciò per le implicazioni di lingua, storia, geografia, sociologia, psicologia (oltre che araldica e genealogia). Fra gli studiosi più accreditati vanno annoverati Ludovico Antonio Muratori, Dante Olivieri, Emidio De Felice, Gerhard Rohlfs, Giovan Battista Pellegrini, Egidio Finamore, Girolamo Caracausi, Salvatore Micciché, Dario Soranzo e vari altri. L’inserto “Tuttocittà” di Treviso e provincia allegato all’elenco telefonico del 1990-91 conteneva lo studio Chiamarsi in dialetto del De Felice che entrava nello specifico dell’onomastica veneta, e trevigiana in particolare.

Anche Eugenio Dal Cin s’occupa di questo settore della linguistica, soffermandosi sull’area trevigiana: nel 1997 esaminò i cognomi di Mansuè e Portobuffolè, nel 1999 quelli di Conegliano, nel 2002 quelli di Susegana e nello stesso anno è uscito il suo libro Cognomi di Godega: origine e curiosità. Prossimamente saranno in campo altri comuni: Cappella Maggiore, Moriago, Orsago, ecc. Tuttavia egli offre sempre delle novità nel metodo e negli strumenti, perché quello che fa non è solo lavoro di cultura locale, ma soprattutto di cultura senza aggettivi, dato che a lui non mancano le necessarie competenze filologiche, storiche e geografiche.

Oltre a quella delle numerose lingue di riferimento (latino, greco, germanico, francese, inglese, spagnolo; ma non mancano etimologie bizantine, slave, celtiche, centro-meridionali, arabe), va sottolineata l’importanza dell’ampia elencazione delle località di diffusione dei cognomi, come l’indicazione della frequenza e della graduatoria.

Dettagliatamente indicate sono le fonti in ogni lemma e nella bibliografia, come pure le avvertenze e le abbreviazioni, mentre il corredo fotografico arricchisce il volume.

Anche la comunità di Godega, come quelle dei precedenti libri, può essere orgogliosa di questo lavoro, che rispecchia la sua lingua, la sua storia e le sue tradizioni: è un ritornare al come eravamo, come parlavamo, come scrivevamo, che mestieri facevamo, che soprannomi avevamo, quali erano le nostre caratteristiche fisiche e morali, qual è la toponomastica della zona, a quali santi ci affidavamo.

Pur non essendo facile dare sempre risposte sicure ai quesiti onomastici, il Dal Cin però ha tutte le carte in regola del ricercatore: solide basi culturali, impegno nella ricerca e serietà di lavoro. Perciò anche questo libro va tenuto nella debita considerazione ed è raccomandabile a scuole, biblioteche e istituti culturali.

Carmelo Ciccia

[“Nuovo frontespizio”, Rimini, giu. 2003]


Eugenio Dal Cin, I toponimi nella Divina Commedia, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2006, pagg. 134, € 10.

L’ONOMASTICA DANTESCA NEGLI STUDI D’EUGENIO DAL CIN

Eugenio Dal Cin, giornalista pubblicista e direttore d’una rivista trevigiana d’arte e cultura, da molti anni si dedica allo studio dell’onomastica, producendo saggi sui cognomi esistenti in vari comuni veneti. Ora, dopo aver esaminato i cognomi presenti nella Divina Commedia (“Ricerche”, Catania, ag.-dic. 2004), ha rivolto la sua attenzione ai toponimi presenti nel medesimo poema, ricavandone il corposo saggio I toponimi nella Divina Commedia (Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2006, pagg. 134, euro 10), in cui sono passati in rassegna oltre trecento toponimi.

Diciamo subito che questo saggio appare davvero originale e attuale, in quanto che non soltanto costituisce un opportuno prontuario alfabetico, molto utile a chi abbia bisogno o curiosità di sapere se e dove ricorre un determinato toponimo, ma anche perché d’ogni toponimo trattato l’autore indica la corretta accentazione, la lingua di derivazione o d’appartenenza, il significato, l’etimologia, le caratteristiche storico-geografiche; e in più accenna a questioni strettamente dantesche, così associando interesse linguistico ad interesse letterario. A tal proposito basta vedere le voci più estese e ricche di dati, come — ad esempio — Àdice, Fiorènza, Itàlia, Roma, Trinàcria.

Insomma, leggere questo prontuario significa da una parte accompagnarsi a Dante nel suo speciale viaggio, dall’altra andare alla scoperta o riscoperta — anche paesaggistica — d’oltre trecento località italiane e straniere (stati, regioni, comuni, frazioni, mari, monti, colline, fiumi, laghi), in parecchie delle quali fu presente lo stesso divino poeta, tanto che alcuni studiosi cercano nei toponimi citati nella Divina Commedia gl’indizi della presenza di Dante in certi posti e magari poi pretendono una conferma diretta sottoponendosi ad entusiasmanti o defatiganti pellegrinaggi sulle tracce di Dante.

Naturalmente un lavoro del genere presuppone un’adeguata competenza tecnico-scientifica e una vasta conoscenza in vari versanti, che qui il Dal Cin puntualmente rivela, documentata con frequenti citazioni testuali e indicazioni d’autorevoli studiosi in bibliografia, sulla base di fonti classiche, medievali e moderne, italiane e straniere. A quanto si può supporre, su questa scia, dopo l’onomastica, in seguito potrebbero essere presi in considerazione altri settori della Divina Commedia, come botanica, gastronomia, moda, ecc., anch’essi utili ad una migliore intelligenza dell’opera.

Per quanto riguarda la forma, poi, in questo lavoro l’espressione linguistica, pur con alcuni termini tecnici e le abbreviazioni d’uso spiegate in apertura, è chiara e scorrevole; e l’aspetto grafico-editoriale, pur nella sua semplicità, è presentabile e gradevole, anche sotto il punto di vista dell’impaginazione: e ciò, nonostante la piccola dimensione dei caratteri.

In definitiva, questo lavoro d’Eugenio Dal Cin, per l’abbondanza delle citazioni e indicazioni dantesche, delle spiegazioni e delle problematiche esposte, può essere ritenuto un valido sussidio all’esegesi del poema sacro, e ad ogni modo una sua integrazione; e perciò merita d’essere apprezzato e diffuso fra studiosi e biblioteche, oltre che fra i cultori e i semplici appassionati di Dante.

Carmelo Ciccia

[“Miscellanea”, San Mango Piemonte, mag.-giu. 2006]


Laura Da Re, Cuccioli vitali, Personaledit, Genova, 1995, pagg. 58, £ 10.000.

Un libro di Laura Da Re quasi ogni anno: e questo è il nono!

Questo nuovo libretto di fiabe conferma Laura Da Re quale brava narratrice per l’infanzia. L’autrice, che in passato ha pubblicato apprezzabili libri di poesie, sembra aver trovato nella favola il suo miglior modo di esprimersi, perché essa sa accostarsi a questo mondo con semplicità e umiltà: doti oggi non sempre presenti negli scrittori per l’infanzia.

La verità è che la Da Re crede ancora essa stessa alle favole, alla loro capacità di migliorare l’uomo e la società: e lo dimostra nella scelta degli argomenti, nel corredo delle illustrazioni, nel linguaggio stesso, che è — come dev’essere — quello adatto ai piccoli, anche se poi risulta adatto anche ai grandi, almeno a quei grandi che sono capaci di farsi piccoli ed entrare nella mentalità dei piccoli stessi.

Sìnite parvulos ad me venire” disse Gesù; e mai forse come oggi c’è bisogno di accogliere questo lontano ma sempre valido invito che la Da Re invece mostra benissimo di saper accogliere. D’altronde la lunga militanza della scrittrice nel romano Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile e i suoi frequenti incontri con scolaresche del Triveneto, che l’hanno vista autrice-protagonista, testimoniano la sua innata predisposi- zione ad accogliere l’invito evangelico e anzi a divulgarlo.

Niente, dunque, racconti complicati, ingarbugliati, fantascientifici, magari basati sulla violenza, sull’egoismo, sulla volgarità/banalità, sulla ricerca di falsi valori: tutte perle, insomma, che le televisioni nostrane dispensano a piene mani, incuranti dei danni prodotti a piccoli e —perché no? — grandi; ma piuttosto raccontini semplici semplici, che magari potrebbero essere tacciati d’inconstistenza e semplicismo e che tuttavia non mancano della giusta consistenza e saggezza. D’altronde, come non pretendere la semplicità nelle fiabe?

Personaggi e argomenti della Da Re sono quelli tradizionali delle favole: vegetali, animali, uomini e in particolare bambini. Le vicende sono costruite in maniera semplice, ma comunque sanno avvincere il lettore; e sono proprio la sincerità e la fede nel suo lavoro che rendono più credibile e suadente il suo modo di porgere. C’è da dire, poi, che la formazione della scrittrice, partita dalla poesia, contribuisce sensibilmente ad un miglior esito stilistico, assumendo spesso la narrazione le movenze di canzoncine o filastrocche o addirittura risolvendosi in esse.

Naturalmente non è il caso di riassumere qui gli otto racconti di questo libretto, ma l’ultimo non può passare del tutto inosservato, perché in esso c’è la supposizione d’una città ideale, anzi d’un mondo ideale: le mamme accudiscono ai loro bambini senza metterli a parcheggio di qua e di là o delegare ad altri la funzione educativa, gl’insegnanti sono buoni e pazienti, gli studenti s’impegnano con profitto, i bambini non conoscono odio e violenza, non danno valore al denaro e anzi nelle stupide guerre dei padri organizzano giochi fra di loro, senza distinzione di razze e colori. In questo racconto c’è, perciò, un girotondo di pace e di fratellanza, un invito alla multinazionalità, un rigetto del razzismo e di qualsiasi altra discriminazione.

In qualche altro racconto, poi, si esaltano i vantaggi e benefici di una natura sana, correttamente utilizzata e protetta dalle irrazionalità del consumismo e dell’inquinamento; in altri ancora sono contenuti messaggi vari. Il più importante dei quali è che bisogna ancora credere nel mondo delle favole e dell’innocenza, se si vuole che la società degl’indifferenti, dei cattivi e dei soverchiatori si riscatti. Ed è un messaggio che, specialmente in un’epoca come la nostra, non può essere sottovalutato, grazie anche al modesto ma sincero contributo di Laura Da Re.

Il libretto, che avrebbe meritato una migliore veste tipografico-editoriale, cioè l’accoglienza e stampa da parte di qualche nota casa editrice, è illustrato da disegni del piccolo Davide Benedet, figlio della stessa scrittrice: tanto per restare nell’ambito della famiglia e della semplicità.

Carmelo Ciccia

[“Sìlarus”, Battipaglia, nov.-dic. 1996]


Laura Da Re, Le donne del porto / Libro dei mesi 2004, Carello, Catanzaro, 2004.

PREFAZIONE

Laura Da Re, fine poetessa e scrittrice per l’infanzia che dedica tutta la vita alla letteratura, con questa nuova silloge di liriche dal titolo Le donne del porto / Libro dei mesi 2004 ci accompagna per un intero anno, presentandoci di mese in mese non tanto le caratteristiche meteorologiche che siamo abituati a vedere in certi calendari, quanto aspetti e stati d’animo risultanti dall’evolversi della sua stessa personalità. Quello che ci porge, dunque, è il suo mondo interiore, forgiato alla scuola d’una non sempre facile esperienza esistenziale ed intriso di sensibilità umana e artistica.

Spesso le sue composizioni assumono le connotazioni di delicati quadretti, quasi acquerelli sfumanti come le pieghe della sua anima, dove la poetessa si sofferma a trasfondere non solo paesaggi e scene di vita quotidiana, ma anche gioie e illusioni, certezze e speranze, interrogativi e dubbi. E se al mare, specialmente d’estate, ci si bea di sole, caldo, amori e sogni, cui fa da contrappunto il gradito mormorio del moto ondoso, contemporaneamente non s’ignora la dura vita dei pescatori e delle loro famiglie, le cui donne (appunto “le donne del porto”) nell’attendere in piedi i loro uomini sulle rive trepidano, sperano e pregano come le protagoniste dei verghiani Malavoglia e come le donne dei marittimi di tutto il mondo. Perciò barche, reti e pesci non possono essere oggetto solo di fugaci o divertiti sguardi.

La poetessa coglie scene e sentimenti e li fissa con semplicità, come quando va al mercato o a passeggiata e scopre sprazzi di cielo azzurro e di terra verde e fiorita: il tutto come segno della bontà e grandezza di Dio, che così rivela il suo prodigio. Ma l’impressione principale che si ricava dalla lettura di queste composizioni è la serenità, un senso di rilassamento favorito dalla tecnica poetica generalmente basata sulla brevità e la musicalità: tutti ingredienti che accompagnano il lettore fino all’ultima pagina. È vero che sfogliando le pagine s’intravedono pene e difficoltà varie; ma queste sono espresse in modo sommesso, perché superate dal senso di fiducioso abbandono a Dio e alla sorte.

Ed è per le cose limpide che Laura Da Re mostra simpatia, arrivando ad implorare la benedizione per gli umili: “Nemmeno gli studiosi più profondi / avvertono l’esatta dimensione / dell’emisfero / oltremodo vulcanico, / ma generoso e concreto, / delle creature infaticabili”.

Infine non vanno sottovalutate le doti di correttezza e scorrevolezza che rendono apprezzabile la silloge.

Carmelo Ciccia

[Laura Da Re, Le donne del porto / Libro dei mesi 2004, Carello, Catanzaro, 2004]


Laura Da Re, Le donne del porto (liriche), Sacco, Roma, 2006, pagg. 74, euro 12.

PREFAZIONE

Fedeltà alla poesia: così può definirsi il diuturno impegno di Laura Da Re, fine poetessa e scrittrice per l’infanzia che — convinta com’è dell’utilità che la poesia arreca a tutto il mondo, migliorandolo, ed in particolare agli autori stessi, ancorché poeti di strada o di periferia, come lei stessa ama definirsi — dedica tutta la sua vita a tale arte. Per lei il poeta ha una funzione-missione da svolgere dappertutto e la poesia è fruibile nelle situazioni più disparate o più impensabili, come in quei carnai umani che ora sono divenute le spiagge d’estate o nei vicoli movimentati, quando “il verso poetico / appena percepito / resta a disposizione / del passante sul bagnasciuga / o sulle suggestive calli”.

In questo volumetto la Da Re ripropone con modifiche la silloge di liriche già edita col titolo Le donne del porto / Libro dei mesi 2004, con la quale ci ha accompagnato per un intero anno, presentandoci di mese in mese non tanto le caratteristiche meteorologiche che siamo abituati a vedere in certi calendari, quanto aspetti e stati d’animo risultanti dall’evolversi della sua stessa personalità. Ma, oltre alle vecchie liriche, ne aggiunge di nuove, in realtà dando una nuova configurazione alla precedente silloge.

Dunque, quello che la poetessa ci porge ancora in questo volumetto è il suo mondo interiore, forgiato alla scuola d’una non sempre facile esperienza esistenziale ed intriso di sensibilità umana e artistica. È vero che ella sa pure osservare e descrivere tutto ciò che la circonda, ma è anche vero che è l’intimo il soggetto da lei preferito, specialmente quando esso si articola in una molteplicità di sfaccettature.

Spesso le sue composizioni assumono le connotazioni di delicati quadretti, quasi acquerelli sfumanti come le pieghe della sua anima, dove la poetessa si sofferma a trasfondere non solo paesaggi e scene di vita quotidiana, ma anche gioie e illusioni, certezze e speranze, interrogativi e dubbi. E se al mare, specialmente d’estate, ci si bea di sole, caldo, amori e sogni, cui fa da contrappunto il gradito mormorio del moto ondoso, contemporaneamente non s’ignora la dura vita dei pescatori e delle loro famiglie, le cui donne (appunto “le donne del porto”) nell’attendere in piedi i loro uomini sulle rive trepidano, sperano e pregano come le protagoniste dei verghiani Malavoglia e come le donne dei marittimi di tutto il mondo. Perciò barche, reti e pesci non possono essere oggetto solo di fugaci o divertiti sguardi.

La poetessa coglie scene e sentimenti e li fissa con semplicità, come quando va al mercato o a passeggiata e scopre sprazzi di cielo azzurro e di terra verde e fiorita: il tutto come segno della bontà e grandezza di Dio, che così rivela il suo prodigio. Ma l’impressione principale che si ricava dalla lettura di queste composizioni è la serenità, un senso di rilassamento favorito dalla tecnica poetica generalmente basata sulla brevità e la musicalità: tutti ingredienti che accompagnano il lettore fino all’ultima pagina. È vero che sfogliando le pagine s’intravedono pene e difficoltà varie; ma queste sono espresse in modo sommesso, perché superate dal senso di fiducioso abbandono a Dio e alla sorte.

Ed è per le cose limpide che Laura Da Re mostra simpatia, arrivando ad implorare la benedizione per gli umili: “Gli studiosi più profondi / non avvertono l’esatta dimensione / dell’emisfero / oltremodo vulcanico, / generoso e concreto, / delle creature infaticabili”. Così il suo lavoro viene a configurarsi, direttamente o indirettamente, non solo come un esercizio di tecnica poetica, ma anche come una proposta di valori nei quali lei stessa per prima crede.

Nel presente volumetto intitolato Le donne del porto si nota che la poetessa con il passar degli anni, le letture, le frequentazioni e le esperienze varie, ha maturato la sua tecnica, che a volte appare complessa. Sebbene abbia cominciato a scrivere da autodidatta, ora Laura Da Re dimostra d’essersi fatta le ossa; e accanto alle liriche di facile comprensione ne presenta altre in cui sembra voler coinvolgere il lettore nell’interpretazione dei suoi testi: sono quelle in cui si compiace d’una espressione particolarmente elaborata e a volte impenetrabile che richiede la partecipazione attiva del lettore stesso e che quindi sa d’ermetismo. Il lettore a volte si chiede che cosa possa significare una parola, un verso, una strofa o l’intera lirica; e la risposta potrebb’essere “mistero”: cioè — per dirla col Fogazzaro “il mistero del poeta”. È il caso dei sensi umani, che in occasione di particolari sensazioni, dai normali cinque che sono, possono divenire anche sette, superando perfino il proverbiale sesto senso: “di tenerezze impreviste, / esauste e gratificanti / fino all’abbondanza, / all’abbandono totale / dei sensi / tutti e sette”. Tuttavia in questi casi l’affidamento agli altri del compito di scelta e decisione del significato più confacente può avere i suoi effetti positivi, in quanto che gli altri possono definire e completare ciò che la poetessa ha appena abbozzato coi suoi spunti.

Infine non vanno sottovalutate le doti di correttezza e — tutto sommato — di scorrevolezza che rendono apprezzabile il volumetto, alla riuscita del quale concorrono anche le interessanti illustrazioni dei noti artisti Vico Calabrò, Gabriella Lorenzet, Paola Palmano e Gelsomina Vecchiato.

Conegliano, Luglio 2005.

Carmelo Ciccia

[Laura Da Re, Le donne del porto (liriche), Sacco, Roma, 2006, pagg. 74, euro 12]


LAURA DA RE, Poeti e bambini, Problemi contemporanei, Conegliano, 2000, pagg. 55.

La raccolta di poesie di Laura Da Re Poeti e bambini rivela fin dal titolo il versante a cui principalmente si rivolge: quello dell’infanzia, a cui peraltro l’autrice è stata molto vicina per avere pubblicato libri di racconti e fiabe, per avere aderito in anni lontani al Gruppo di Servizio per la letteratura giovanile e per avere svolto incontri didattici con scolaresche di varie località. Perciò il libretto si caratterizza per la semplicità, la chiarezza e la correttezza anche linguistica.

Tuttavia Poeti e bambini può andar bene per tutti: le composizioni, in cui domina un aspetto epigrammatico, si leggono volentieri per l’assenza di grandi problematiche e per le lineari costruzioni; anzi spesso hanno note d’ottimismo: “La giocondità / è il destarsi / su un letto / profumatamente / erboso”. Si nota che la gioia dell’autrice non è mai esplosiva, ma ha sempre qualcosa di moderato, quasi di pudico, del resto come i momenti di malinconia occhieggianti qua e là.

L’autrice (1949-2015), in molti anni di attività poetica confortata da numerosi riconoscimenti, è riuscita a fissare una propria tecnica e un proprio stile: concetti semplici, parole al giusto posto, versi ben tagliati e distanziati.

La semplicità non necessariamente vuol dire semplicismo e sciattezza: con la sua semplice espressione la Da Re in questo libretto a volte esprime pensieri profondi, teneri sentimenti, attente osservazioni della realtà esterna e di quella interna sua personale. E allora si scopre che lei è capace di saldi affetti familiari e amicali, per i quali talora palpita con giuste ansietà, come pure palpita per le sorti dell’essere umano e del mondo, cercando in ciò comprensione e solidarietà.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2019]


Romana De Carli Szabados, Miti imperiali / Rose rosse per Sissi, Edizioni Goliardiche, Trieste, 1998. (1)

Miti d’Austria in un libro di Romana De Carli

Il libro Miti imperiali / Rose rosse per Sissi (Edizioni Goliardiche, Trieste) è il sesto di Romana De Carli Szabados, esule istriana, che tratta della dinastia d’Asburgo. I precedenti riguardavano Rodolfo, Francesco Giuseppe, Carlo, Vienna imperiale e Massimiliano. Con quest’opera l’autrice si conferma come una delle più esperte conoscitrici della vita, dei costumi e delle vicende degli Asburgo, nonché di tutto quel mondo leggendario che li attorniava nello splendore della corte di quella che è stata definita “felix Austria”, fra regge, castelli, battute di caccia, valzer di Strauss e marce di Radetzky.

Eppure questi personaggi furono contristati in continuazione da disgrazie e lutti familiari, suicidi, malattie, tare ereditarie, rivoluzioni e guerre.

Con fine indagine psicologica, l’autrice ha saputo cogliere — nelle aspirazioni, frustrazioni, ansietà e depressioni dei protagonisti — i motivi della progressiva dissoluzione della dinastia e dell’impero-regno. Emblema ne è la mitica Elisabetta, comunemente detta Sissi o meglio Sisi (si pensi ai numerosi romanzi, film e sceneggiati su di lei), amata o ammirata perfino dai nemici e alla quale si deve non solo il compromesso del Dualismo ma soprattutto quel fascino che in qualche modo, anche per la sua violenta ed immeritata morte, attenua il severo giudizio degl’italiani sul regime asburgico. Ed è nel centenario dell’assassinio di Sissi che la De Carli Szabados propone questa rievocazione, la quale tocca anche casi come quelli di Massimiliano, Rodolfo e Francesco Ferdinando ed è corredata di molte fotografie e d’un abbondante epistolario.

Perciò il libro si legge con vivo interesse, nell’ottica di fratellanza e pace per l’Europa dei popoli.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 15.II.2000]


Romana De Carli Szabados, Miti imperiali / Rose rosse per Sissi, Edizioni Goliardiche, Trieste, 1998. (2)

Miti d’Austria in un libro di Romana De Carli

Il recente libro Miti imperiali / Rose rosse per Sissi (Edizioni Goliardiche, Trieste) è il sesto di Romana De Carli Szabados, esule di Pola a Venezia, che tratta della dinastia d’Asburgo. I precedenti riguardavano Rodolfo, Francesco Giuseppe, Carlo, Vienna imperiale e Massimiliano. Con quest’opera l’autrice si conferma come una delle più esperte conoscitrici della vita, dei costumi e delle vicende degli Asburgo, nonché di tutto quel mondo leggendario che li attorniava nello splendore della corte di quella che è stata definita “felix Austria”, fra regge, castelli, battute di caccia, valzer di Strauss e marce di Radetzky. Eppure questi personaggi furono contristati in continuazione da disgrazie e lutti familiari, suicidi, malattie, tare ereditarie, rivoluzioni e guerre. A questi libri l’autrice certamente ne farà seguire altri nello stesso filone, in cui ormai si è specializzata.

Con fine indagine psicologica, la De Carli Szabados ha saputo cogliere — nelle aspirazioni, frustrazioni, ansietà e depressioni dei protagonisti — i motivi della progressiva dissoluzione della dinastia e dell’impero-regno. Emblema ne è la mitica Elisabetta, comunemente detta Sissi o meglio Sisi (si pensi ai numerosi romanzi, film e sceneggiati su di lei), amata o ammirata perfino dai nemici e alla quale si deve non solo il compromesso del Dualismo Austria-Ungheria, ma soprattutto quel fascino che, anche per la sua violenta ed immeritata morte, attenua in qualche modo il severo giudizio degl’italiani sul regime asburgico. Ed è nel centenario dell’assassinio di Sissi che la De Carli Szabados ha proposto questa rievocazione, la quale tocca anche casi come quelli di Massimiliano, Rodolfo e Francesco Ferdinando ed è corredata di molte fotografie e d’un abbondante epistolario, che tuttavia per maggior chiarezza avrebbe dovuto essere meglio organizzato tipograficamente.

Nel libro, più che alberi genealogici, cronologie ed analisi storiche di regni e regnanti, ci sono analisi d’uomini e donne: le inavvicinabili maestà e personalità varie sono viste come comuni mortali, nei loro sentimenti e drammi intimi. In particolare Sissi, anche grazie al suo diario poetico, viene presentata nella sua prorompente femminilità, ribelle e anticonformista, desiderosa soltanto del bene suo personale e della sua famiglia, nonché di quello dei suoi popoli, per i quali — come pure il disgraziato Rodolfo — sembra che sia arrivata ad auspicare segretamente l’indipendenza, biasimando la sequela d’impiccagioni e fucilazioni di triste memoria.

Perciò il libro si legge con vivo interesse, nell’ottica di fratellanza e pace per l’Europa dei popoli.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, marzo 2000]


GLI STUDI DI ROMANA DE CARLI SZABADOS SUGLI ASBURGO E L’AUSTRIA IMPERIALE

Romana De Carli Szabados è una germanista che ha dedicato la sua vita allo studio degli Asburgo e dell’Austria imperiale. Esule da Pola, ma d’origini ungheresi, vive a Venezia, sua città d’adozione, dove si è laureata e sposata. Senza dubbio è una ragguardevole esponente della Mitteleuropa, di cui esprime con convinzione valori ed aspirazioni. Si è occupata anche d’etnie, propugnando il plurilinguismo e la pacifica convivenza dei popoli.

Basterebbero soltanto i titoli e sottotitoli dei suoi libri per far capire come questa scrittrice ha saputo costruire un’affascinante saga delle vicende degli Asburgo:

• “1889-1989 Cento anni da Mayerling: il dramma che travolse un impero” (ediz. Lint, Trieste, 1989);

• “Kaiser Franz Ioseph I: epistolario imperiale” (ediz. Lint, Trieste, 1991);

• “Carlo I d’Absburgo imperatore d’Austria: e re d’Ungheria: finis Austriae” (ediz. Lint, Trieste, 1992);

• “Vienna imperialis; mal d’Austria” (ediz. Tempe, Noventa Vicentina, 1995);

• “Miramar addio: Massimiliano d’Absburgo arciduca a Vienna, ammiraglio a Trieste, imperatore in Messico” (ediz. Goliardiche, Trieste, 1997);

• “Etnie a confronto: il mosaico Europa” (ediz. Graphic House, Venezia-Mestre, 1997);

• “Miti imperiali: Rose rosse per Sissi” (ediz. Goliardiche, Trieste, 1998);

• “C’era una volta in Austria: Vienna illuminata...” (ediz. Goliardiche, Trieste, 1999);

• “Il mito dell’Austria felix e gli Strauss” (in preparazione).

Da questi libri emerge chiaramente che la De Carli Szabados è una delle più esperte conoscitrici della vita, dei costumi e delle vicende degli Asburgo e di quel fantasmagorico mondo che rutilava intorno a loro. Essa possiede insieme le qualità della storiografa, della biografa e della romanziera. Sicuramente è innamorata del mondo asburgico e vuole trasmettere questo suo amore ai lettori, suscitando in loro lo stesso entusiasmo che lei prova. L’autrice non solo ha scavato in biblioteche ed archivi, portando alla luce, interpretando e commentando documenti a volte originali, ma soprattutto ha scavato nella psicologia dei personaggi, cogliendoli sempre nella loro umanità e quotidianità. Ed è questo il segreto della sua scrittura: aver trasformato dei superuomini in semplici uomini e delle superdonne in semplici donne, abbassandoli al livello dei comuni mortali e perciò rendendoli più simpatici perché più vicini, più vivi e più veri.

Qui si dovrebbero fare dei nomi: Maria Teresa, Francesco Giuseppe, Elisabetta (detta Sisi o Sissi), Carlo I, Massimiliano e Rodolfo sono nomi con i quali l’autrice ha grande dimestichezza, ma che possono parlare da soli. Più che nelle vesti e imprese militari, politiche e diplomatiche, questi personaggi sono visti e descritti nei loro sentimenti, nelle loro passioni, nelle loro debolezze, nelle loro delusioni. È vero che sono circondati da ministri, generali, dame e intellettuali e sono inquadrati in fiabeschi ambienti di regge, saloni, parchi, giardini, castelli e battute di caccia, allietati da feste e balli, valzer di Strauss e marce di Radetzky: però si consumano tutti per incomprensioni, malattie, suicidi e altre disgrazie, oltre che per guerre e rivoluzioni. E insieme a loro si consuma e finisce un impero, un sogno, una favola...

Simbolo di questo mondo è la mitica Sissi, amata o ammirata perfino dai nemici e alla quale si deve non solo il compromesso del Dualismo Austria-Ungheria, ma soprattutto quel fascino personale che, anche per la violenta ed immeritata morte di lei, attenua in qualche modo il severo giudizio degl’italiani sul regime asburgico. Questa sfortunata imperatrice, che scriveva anche poesie, sembra essere arrivata ad auspicare segretamente l’indipendenza dei popoli sottomessi.

Tuttavia la favola continua a vivere nel ricordo — e si direbbe nel culto — di molte persone: a Trieste, odierna capitale della Mitteleuropa, nonostante che questa città si sia sentita sempre italiana e per l’Italia abbia scritto luminose pagine di patriottismo, quasi per ricordare ai distratti che essa stessa ha fatto parte del fasto asburgico, è stato eretto nella piazza della stazione ferroviaria — porta della città — un grandioso monumento proprio alla mitica Sissi.

Chi legge i libri della De Carli Szabados, che sono corredati di numerose fotografie, nonché d’epistolari, cronologie e alberi genealogici, viene immesso in un mondo fiabesco, ne percepisce gli umori, ne comprende lo splendore e la decadenza, ne vive le vicende fino ad esserne scosso nelle fibre più intime: tali sono il pathos infuso dall’autrice e la sua capacità di coinvolgere i lettori. Si capisce così il successo della vasta pubblicistica in merito e delle numerose pellicole cinematografiche girate e spesso proiettate: perché in realtà il trinomio Austria-Vienna-Asburgo è come una favola. E pure la smaliziata società odierna ha bisogno di favole, se non vuole scivolare nell’abbrutimento.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 15.IV.2001]


Romana De Carli Szabados, Strauss - il mito, Alcione, Fossò, 2001.

IL MITO DELL’AUSTRIA FELIX

Romana De Carli Szabados, esule polana a Venezia e specialista in lingua e civiltà germanica, sembra aver votato la sua vita al mito degli Asburgo, sui quali ha scritto una serie d’opere in cui la parte fantastica è strettamente connessa al rigore storico. L’autrice ha portato alla ribalta — si può dire — tutti i personaggi di quella casa imperiale, con particolare attenzione alla mitica Sissi e al marito Francesco Giuseppe, cogliendo di volta in volta più che altro gli aspetti psicologici delle loro vicende intime e umane.

In quest’opera essa traccia un articolato profilo della dinastia degli Strauss, correlandone la storia a quella della casa imperiale e dello stesso impero asburgico, che poi in sostanza era l’Europa. Ed è proprio sulle note di famosissimi valzer come “Danublio blu”, suonate e ballate in agili volute negli splendidi saloni e giardini delle regge, che si alimentavano speranze, si decidevano destini, si consumavano esistenze. Facendo la biografia degli Strauss, ovviamente l’autrice fa tutto un quadro della situazione storica, tracciando i profili anche di numerosi personaggi di contorno che caratterizzavano la Vienna di quel tempo: musicisti, artisti, letterati e pensatori.

In questo lavoro la De Carli Szabados dimostra di avere una profonda conoscenza non solo di fatti e ambienti storici, ma anche dell’animo umano, che lei sa scandagliare. I personaggi ne escono come ravvivati e sembrano avere ancora qualcosa da dire e da fare. Prefazioni e introduzioni, preziosi ritratti d’epoca e altre illustrazioni, alberi genealogici e schemi rendono più interessante il volume, che è come un quadro fiabesco e che si fa leggere anche per la chiarezza espositiva e la passione che l’autrice vi ha immesso.

Carmelo Ciccia

[“La nuova Voce Giuliana”, Trieste, 1.II.2002]


Romana De Carli Szabados, Destini Imperiali / Aiglon figlio di Napoleone, Edizioni Goliardiche, Bagnaria Arsa, 2003, pagg. 232, euro 19.

Romana De Carli Szabados, che ha dedicato la sua vita di studiosa alla dinastia asburgica pubblicando al riguardo una lunga serie di monografie, è tornata ancora in libreria, e questa volta con una monografia sul figlio di Napoleone. Il riferimento ad un francese farebbe pensare ad una deviazione della studiosa, se non si tenesse presente che Napoleone II, detto in italiano Re di Roma e in francese Aiglon, cioè Aquilotto, figlio sì di Napoleone il Grande ma anche della sua seconda moglie Maria Luisa d’Austria, dopo il declino del padre fu di fatto “austriacizzato” col fantomatico titolo di duca di Reichstadt e visse alla mercè della corte di Vienna, o meglio del cancelliere Metternich, fra reggia ed esilio, fino alla precocissima morte per tisi.

Fra l’altro in questo libro è fatta anche l’ipotesi che questo giovanotto possa essere stato il padre naturale di Massimiliano d’Austria (fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe), cioè dell’infelice imperatore del Messico finito sotto le pallottole messicane; e perciò una lunga digressione è riservata proprio a Massimiliano, al quale peraltro l’autrice aveva dedicato un’altra monografia e capitoli d’altre monografie, visto che l’ombra di lui aleggia ancora sul golfo di Trieste ed in particolare sul castello di Miramare.

Come nelle altre opere della De Carli Szabados, anche in questa c’è tutto un fluttuare di vita di corte: l’autrice presenta non soltanto le note vicende storiche, ma anche le meno note vicende intime, considerando i personaggi anzitutto come semplici uomini e donne, di cui scandaglia la quotidianità con fine indagine psicologica. Perciò un libro del genere, oltre che come saggio, si configura anche come romanzo: alla precisione dei dati storico-biografici, che rivelano la serietà e l’impegno della ricercatrice, s’associa un’affabulazione che in qualche caso si sublima in poesia e avvince il lettore fino alle ultime pagine, grazie anche al brio e all’ironia, nonché alla brevità dei capitoli e ai loro titoli allettanti.

Dal punto di vista strettamente formale, l’andamento della narrazione è colloquiale: per la foga narrativa, che rispecchia il carattere dell’autrice, a volte il periodare è fatto di frasi nominali e appare conciso e imperfetto nella punteggiatura e nella sintassi; inoltre, se nei dialoghi e nelle frequenti citazioni di lettere o di loro brani si fossero sempre (e non soltanto qualche volta) usate virgolette, lineette o un carattere tipografico diverso dal contesto, l’opera sarebbe risultata più fruibile; ma tutto ciò non toglie che nel complesso essa riesca interessante, anche per l’originale impostazione e le personali valutazioni.

C’è da dire poi che ben sette studiosi (fra prefazione, presentazione, introduzione, intermezzo, due postfazioni e appendice) fanno da mallevadori al libro stesso; e che questo, in elegante e moderna veste editoriale, è anche impreziosito da numerose illustrazioni d’epoca, che lo trasformano quasi in un album fotografico.

In conclusione, anche questa nuova opera della De Carli Szabados non è da perdere: contiene un’altra favola, capace di rinnovare le simpatie nei confronti del mondo asburgico, già di per sé fiabesco, e degna di trasformarsi in affascinante pellicola cinematografica.

Carmelo Ciccia

[“Nuovo frontespizio”, Rimini, dic. 2004)

Romana De Carli Szabados, La pace impossibile di Carlo I d’Absburgo, Ediz. Goliardiche, Trieste, 2005.

L’IMPERATORE CARLO I D’ASBURGO IN UNO STUDIO DI ROMANA DE CARLI SZABADOS

Nel 1992 Romana De Carli Szabados — esule di Pola a Venezia, nonché germanista e studiosa del mondo austro-ungarico, della cui casa imperial-regia ha tracciato la saga in un cospicuo numero di libri — pubblicò il libro Carlo I d’Absburgo (Lint, Trieste), il quale delineava il profilo di quest’imperatore che rimase in carica appena due anni e che fu travolto dalla conclusione della seconda guerra mondiale. Ora, dodici anni dopo, è uscito il suo libro La pace impossibile di Carlo I d’Absburgo (Ediz. Goliardiche, Trieste), che ha ripreso e aggiornato quel testo in vista della beatificazione del personaggio, avvenuta in Vaticano nello stesso anno 2004.

Il nuovo libro s’appoggia a ben tre scritti di Nerio De Carlo (prefazione, postfazione, diario di guerra), una presentazione di Franco Fornasaro, un’introduzione di Renzo Del Medico e un’appendice di Graziella Sermacchi Gliubich. Esso non è una riproposizione sic et simpliciter del precedente libro, ma — anche se il nerbo è costituito dal lavoro pregresso — è arricchito di nuovi capitoli, fotografie e altre illustrazioni.

Già nel precedente libro si era configurata la personalità del personaggio, oscillante fra l’autorità e l’ascetismo; ma ora, in vista dell’evento religioso, è stato approfondito quest’ultimo aspetto, in modo che ne emergesse il ritratto autentico del beato. In particolare la storiografa ha messo in evidenza gli atti di clemenza di Carlo I nei confronti dei dissidenti politici e i suoi vari tentativi di sospendere la guerra ed arrivare alla pace, quella pace che per motivi estranei alla volontà del sovrano si rivelò impossibile.

Nel libro vi sono pagine d’intensa religiosità: ad esempio, la descrizione della festa del Corpus Domini, la quale nella sua pompa magna era non solo una festa religiosa ma anche la festa della dinastia asburgica, e la pia morte dell’ex sovrano nell’esilio dell’isola di Madera, degna d’essere indicata ai credenti come forma d’edificazione. Ma tutto il libro riveste particolare interesse, anche perché addita la forza d’animo della giovane vedova Zita e la pesante eredità dell’orfano Ottone, che tuttora, nella vita privata ed in quella politica quale deputato europeo, tiene alto il prestigio d’un casato di per sé prestigioso.

Insomma, anche questo è un lavoro che certamente attirerà l’attenzione degli studiosi e degli ammiratori d’un regime che conobbe alterne vicende d’ascesa e declino, esaltazione ed esecrazione, vita favolosa ed umiliante esilio.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, lug.-dic. 2005]


Romana De Carli Szabados, Kaiser Franz Joseph I / Epistolario Imperiale, MGS Press, Trieste, 2006, pagg. 225, 18.

Chi legge i titoli della collana “Asburgo” della casa editrice MGS Press di Trieste resta colpito dalla quantità di monografie pubblicate sull’argomento, senza calcolare quelle edite da altre case: segno d’un interesse ovviamente sempre vivo in una zona che fu per ben mezzo millennio soggetta a quella dinastia, di cui l’imponente castello di Miramare è una delle ultime solenni testimonianze. E della sua dominazione alcuni cittadini italiani tuttora manifestano nostalgia, arrivando perfino a festeggiare annualmente il genetliaco di Francesco Giuseppe, nonostante che, per la durezza del regime austriaco durante il nostro Risorgimento, al doppio nome di questo sovrano la maggioranza del popolo italiano solitamente associa il ricordo di carcerazioni allo Spielberg, impiccagioni e fucilazioni. Tuttavia la funzione degli storici è quella di raccontare “sine ira et studio” (Tacito, Annales, I 1) i fatti che nel bene e nel male hanno condizionato la collettività.

Romana De Carli Szabados, autrice ora inclusa nella suddetta collana, ha dedicato la sua vita al mito degli Asburgo, peraltro già esaltato in celebri trasposizioni cinematografiche e televisive; e nella sua lunga attività scrittoria ha prodotto una serie di libri in cui ha analizzato con fine introspezione e sentita compartecipazione le vicende dei protagonisti, da lei osservati principalmente come persone comuni che nell’intimità pur esse amano-odiano, godono-soffrono, sperano-disperano.

Nel recente libro Kaiser Franz Joseph I / Epistolario Imperiale la De Carli Szabados, esule di Pola a Venezia e appassionata germanista, avendo avuto accesso a carte segrete, in occasione del 90° anniversario della morte di quell’imperatore-re ha pubblicato le lettere che scandirono la vita d’un uomo e d’un impero-regno. Però, più che sugli avvenimenti militari, bellici e diplomatici, che sono accennati di sfuggita, la sua attenzione si è concentrata su episodi familiari e particolarmente coniugali, da cui si delinea il difficile rapporto fra il marito e la moglie, cioè fra lui e la mitica Elisabetta, vezzosamente detta Sisi in austriaco e Sissi in italiano.

Il libro è ripartito in tempi denominati con espressioni del linguaggio musicale, dato che la musica — ed in particolare quella degli Strauss — costituì la colonna sonora della vita e demma storia di questa dinastia: maestoso per l’imperatore-re, sinfonia per l’imperatrice-regina, appassionata per l’idillio coniugale, valzer lento per il carteggio, notturno per la decadenza e fine dell’impero.

Dal carteggio e da tutto il libro scaturisce il ritratto d’un uomo che, al di là dell’austerità iconografica di prammatica e dell’ipocoristico nomignolo di Cecco Beppe spregiativamente affibbiato dai soldati italiani, nutriva grandi sentimenti, fatti d’un radicato senso del dovere e di premure nei confronti dei sudditi e dei familiari, in particolare della moglie, a cui scriveva lettere piene d’affetto, di tenerezza e d’apprensione: basti leggere l’ultima missiva a lei indirizzata proprio nel giorno dell’attentato di Ginevra e che mai poté essere letta dalla destinataria.

Sissi certamente non meritava quella morte assurda, anche perché lei aveva compreso le aspirazioni indipendentistiche dei suoi popoli, aveva propiziato il ripristino del regno d’Ungheria e caldeggiava una soluzione autonomistica, se non indipendentistica, pure per il Lombardo-Veneto. É evidente che il suo distacco dal marito è dovuto anche al rigore asburgico, oltre che ai numerosi impegni d’un sovrano così gravato di responsabilità. E quale fosse l’atteggiamento del Lombardo-Veneto nei confronti di quel regime appare da due significativi episodi: nella visita dei due sovrani a Milano la nobiltà di quella città non si presentò al ricevimento ufficiale, mandando in sua vece la propria servitù, e in quella di Venezia la popolazione sbarrò le porte e finestre dei palazzi del Canal Grande in segno di lutto al passaggio del corteo, tanto che la stessa Sissi intese questo gesto come una protesta contro le condanne a morte. Perciò anche per suo suggerimento nel 1866 Francesco Giuseppe voleva cedere all’Italia il Veneto e Mantova, prima che la nostra nazione intraprendesse la 3^ guerra d’indipendenza, nella quale poi essa ebbe due clamorose sconfitte, per terra a Custoza e per mare a Lissa, vanificando così l’avanzata di Garibaldi verso Trento (il quale dopo la vittoria di Bezzecca telegrafò a Vittorio Emanuele II il suo famoso “Obbedisco”) e dovendo alla fine accontentarsi d’ottenere con una “girata” dall’intermediario Napoleone III il territorio conteso.

Erano tempi di frequenti guerre, battaglie e attentati a sovrani, con lutti e danni incalcolabili. In una lettera di quest’epistolario il protagonista accenna ai 17.000 caduti austriaci di Solferino; ma lui — come ogni altro regnante, governante e generale di quei tempi — è lontano dal concepire che la sovranità appartiene ai singoli popoli, a cui va riconosciuto il diritto d’autodeterminazione, di decidere con chi stare e quindi di fissare i propri confini. E qui bisogna ricordare che l’immediata liberazione delle terre irredente era reclamata da un vastissimo movimento popolare, comprendente anche elementi di spicco dell’intellettualità: ad esempio, per perorare la liberazione del Veneto lo scrittore siciliano Giovanni Verga nel 1863 pubblicò l’appassionato romanzo patriottico Sulle lagune, ambientato fra Venezia e Oderzo.

Riguardo alla morte di Sissi si può aggiungere che anche il poeta romagnolo Giovanni Pascoli, il quale da giovane aveva nutrito idee socialiste e anarchiche, applaudendo al primo attentato contro Umberto I nel 1879 (e per questo subì la perdita del posto e il carcere, ma poi per l’attentato che portò alla morte del re nel 1900 scrisse un nobile compianto), nell’ode intitolata “Nel carcere di Ginevra” attribuì alla potenza del Male il folle gesto dell’anarchico Lucheni (o Luccheni); e, mentre inorridito compiangeva la defunta, definendola sorella (“con l’arma che gocciò vermiglia / passasti il cuore d’una tua sorella!”), si rivolse all’attentatore ricordandogli che “l’odio è stolto” e che in ogni caso l’uomo deve pietà a tutti, “persino ai re; persino a te, Lucheni”. E giustamente nell’italianissima Trieste è stato riedificato il grandioso monumento in onore di questa imperatrice-regina, idealista e anticonformista ma sfortunata, la quale ha pagato con la vita colpe non sue ed è rimasta nel cuore di tutti per le sue grazie, le sue disgrazie e le sue delicate poesie.

Perciò non ci resta che complimentarci con la studiosa Romana De Carli Szabados, la quale con questo lavoro non soltanto riporta alla ribalta una lunga vicenda storica e umana, mettendo in luce ancora una volta la personalità di Sissi attraverso quella di Francesco Giuseppe, ma dà ai lettori la possibilità di fare varie e opportune riflessioni.

Carmelo Ciccia

[“Il Cristallo”, Bolzano, mag. 2007]


Romana De Carli Szabados, Finis Austriæ / La santità dell’ultimo imperatore, Fede & Cultura, Verona, 2011, pp. 181, € 18.

“Finis Austriæ/ La santità dell’ultimo imperatore” di De Carli Szabados

La pace impossibile e Il tormento di Carlo I d’Asburgo nel volere uscire dalla guerra

La germanista Romana De Carli Szabados, già docente e preside, animatrice culturale, esule da Pola e residente in successione a Trieste, Venezia e Verona, s’è specializzata nella storia dell’Austria-Ungheria e della dinastia asburgica, di cui conosce tutti i risvolti pubblici e privati, anche minimi; e al riguardo ha pubblicato parecchi libri, che hanno avuto grande accoglienza da parte dei lettori. Fra essi ce ne sono ben tre relativi all’ultimo imperatore Carlo I: il primo, Carlo I d’Absburgo, uscì nel 1992; il secondo, La pace impossibile di Carlo I d’Absburgo, nel 2002, in vista della beatificazione dell’imperatore; il terzo, Finis Austriæ / La santità dell’ultimo imperatore, ora pubblicato, sottolinea l’aspetto ascetico dell’imperatore stesso, soffermandosi anche sulla figura del papa Giovanni Paolo II, che lo beatificò nel 2004 (Fede & Cultura, Verona, 2011, pp. 181, euro 18) e cercava continuamente la pace, intesa come cessazione concordata delle ostilità; e, dopo il crollo dell’Austria-Ungheria, lo segue nelle varie tappe dell’esilio, fino a quella finale nell’isola portoghese di Madera, in cui egli morì nel 1922, venendo sepolto nella monumentale chiesa di Nostra Signora del Monte, dove tuttora è rimasto isolato, sebbene quasi tutti gli altri membri della dinastia siano sepolti nella cripta dei Cappuccini di Vienna. Ovviamente col calvario di lui lei segue anche le traversie dei familiari, ed in particolare dell’imperatrice Zita e del principe ereditario Ottone, poi difensore dell’europeismo del padre e morto quasi centenario nel 2011; e con commosso rimpianto partecipa alle pene dei protagonisti, accennando anche agli altri lutti della dinastia (fucilazione in Messico dell’imperatore Massimiliano, su cui il Carducci poi compose l’ode barbara “Miramar”, suicidio del principe ereditario Rodolfo, assassinio dell’imperatrice Sissi, assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e della moglie Sofia).

L’autrice si sofferma sugli aspetti politici, sociali e religiosi del personaggio, che definisce “vittima innocente d’un massacro inaudito”, “Kaiser martire” e “operatore di pace per i suoi popoli”: il tentativo di conciliazione dei popoli nella monarchia, l’idea di riforma dello Stato assolutista in uno confederale, la concessione dell’amnistia e quella della grazia ai colpevoli d’alto tradimento, la nomina d’un ministro della sanità, la sostituzione del feldmaresciallo Conrad che aveva fatto uso delle corti marziali, il divieto di bombardamenti sui civili e d’uso del gas contro i nemici; e poi la rigorosa formazione cattolica, le raccolte di denaro che da ragazzo faceva per i poveri, le consistenti erogazioni benefiche che da imperatore faceva col suo denaro privato, il correre da una trincea all’altra per visitare combattenti e feriti, la prigionia e le altre umiliazioni subite, i pacifici tentativi di ripresa del trono, fatti per dovere verso la dinastia e verso i suoi popoli ed escludenti ogni spargimento di sangue, il tradimento da parte del vicario del regno ungherese Horty, il suo tenere sempre un rosario d’oro in tasca, le frequenti preghiere, messe, confessioni e comunioni, la costante sottomissione alla volontà di Dio e l’accettazione incondizionata della malattia, della sofferenza e della morte in un’esemplare agonia. In pratica, come l’imperatrice Sissi assassinata, anche Carlo I prigioniero ed esiliato pagò colpe non sue. E indubbiamente sono queste le pagine più commoventi e pregnanti, nelle quali il tono — prima disinvolto e brioso — si fa meditativo, teso a delineare l’itinerario del personaggio verso la santità.

La ricerca della pace era stato il primo obiettivo di quest’imperatore fin dal suo insediamento, quando aveva solennemente dichiarato: “Voglio fare di tutto per eliminare nel più breve tempo possibile gli orrori e i sacrifici della guerra e riconquistare per i miei popoli le benedizioni della pace dolorosamente perdute.” E perciò il 4 Novembre 1918, all’armistizio, egli anzitutto fece celebrare una messa di ringraziamento nella sua cappella privata per la riconquistata pace; e il successivo 31 Dicembre, recatosi in chiesa per il tradizionale Te Deum di ringraziamento di fine d’anno, a chi gli obiettava che nell’anno stesso c’era stata la disfatta, rispose che bisognava ringraziare Dio per la fine della guerra e il ritorno della pace. Insomma il beato Carlo I era un capo di Stato anomalo fra i tanti “signori della guerra”.

Circa le cause della fine dell’impero asburgico, l’autrice parla delle guerre, delle potenze emergenti e delle rivendicazioni nazionalistiche. Tuttavia non si sofferma su quest’ultima causa, cioè il risveglio dei popoli, che certamente fu determinante, se si considera che gli ultimi anni dell’imperial-regio governo, caratterizzato da una severa intolleranza ideologica, furono quelli in cui insorsero contro d’esso centinaia di migliaia di patrioti italiani. L’autrice stessa definisce Francesco Giuseppe “padre reazionario” (p. 41) e “sovrano assoluto” (p. 47); e riconosce che i popoli dominati erano “alla fine solo a fatica tenuti a riga” (p. 55). Si può aggiungere che proprio allora furono mandati al patibolo molti nostri patrioti, fra cui — solo per fare qualche esempio — i veneti Iacopo Tasso e Pierfortunato Calvi, i mantovani martiri di Belfiore, i trentini Cesare Battisti e Damiano Chiesa, gl’istriani Nazario Sauro e Fabio Filzi. Infatti è vero che tale regime, fra l’altro dotato d’un puntuale ed efficientissimo sistema burocratico-amministrativo (che sotto questo punto di vista ne faceva uno Stato modello), rispettava le lingue, le culture locali e le tradizioni delle varie nazionalità, ma non è vero che permettesse la libertà di pensiero: e al riguardo basta sfogliare la nostra letteratura risorgimentale per convincersene.

Esaltando l’Austria-Ungheria, l’autrice esalta anzitutto la mitica capitale Vienna, splendida per arte, musica e feste, come quella del Corpus Domini, che era la festa della dinastia: una città dominata dalle luci, dall’Opera, dalle coreografie, dai walzer degli Strauss. E con Joseph Roth afferma che la guerra si chiamò mondiale a causa dell’attacco distruttivo sferrato al proprio mondo ideale: l’Austria-Ungheria e la dinastia asburgica.

In questa ricostruzione non mancano le curiosità, come quella dell’imperatore Francesco Giuseppe che, odiando le novità tecnologiche (elettricità, automobili, ecc.), fece relegare il telefono nella stanza del servizio igienico, col risultato che questo risultava sempre “occupato”, e quella dell’elencazione dei titoli di lui defunto, al momento di chiederne la sepoltura ai Cappuccini: elencazione che occupa quasi mezza pagina, ma che viene respinta dal padre guardiano, il quale esige soltanto la semplice presentazione d’un grande peccatore. E potrebbe interessare anche apprendere che il re Giovanni di Sassonia è stato un dantista, che ha lasciato una traduzione in tedesco della Divina Commedia con lo pseudonimo di Filarete.

Anche questo libro contiene un pregevole inserto fotografico con dettagliate didascalie: momenti di vita pubblica e privata dell’imperatore e dei suoi congiunti. Oltre ad una bibliografia essenziale e ad alcuni giudizi relativi a precedenti libri, ci sono poi due postfazioni e altrettante appendici di Franco Fornasaro e Renato Borsotti, nonché altre due appendici di Carlo Montani e Dino Casagrande.

In conclusione, Finis Austriæ / La santità dell’ultimo imperatore di Romana De Carli Szabados è un libro che sta fra la storiografia, l’agiografia e l’edificazione. Esso si legge con interesse e piacere, non soltanto per l’appassionata ricerca e l’elevato esempio religioso e morale fornito, ma anche per la forma linguistico-espressiva, che — eccettuando alcuni refusi e sviste varie — risulta chiara e scorrevole, mentre l’impaginazione è ordinata ed elegante, con caratteri tipografici che rendono agevole la lettura.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, sett.-ott. 2012]


Romana De Carli Szabados, Fine della Grande Guerra sulla via di casa / Vinta la guerra, persa la pace, Etabeta, Lesmo, 2019, pp. 242, € 18,00.

Scritti storici sulla Grande Guerra auspicanti una perenne pace mondiale

Con un’elegante copertina e un ricco corredo iconografico Romana De Carli Szabados ha raccolto nell’antologia Fine della Grande Guerra sulla via di casa / Vinta la guerra, persa la pace (Etabeta, Lesmo, 2019) gli scritti sulla Grande Guerra di circa 35 autori contemporanei, italiani e stranieri, spesso noti scrittori e giornalisti di vaglia, alcuni dei quali — magari alti ufficiali in riserva, già autori d’opere specialistiche — qui presentano lunghi e articolati saggi. Il conteggio degli autori non è facile, dato che nell’indice risultano soltanto i titoli degli scritti e non anche i nomi dei loro autori, e nel volume nemmeno esiste un elenco degli autori: e quindi per fare la conta è necessario sfogliare tutte le pagine, dove peraltro si nota che alcuni scritti mancano dell’indicazione dell’autore, mentre altri indicano due o tre autori.

Ma non è soltanto questo il difetto dell’opera: gli scritti non sono collocati nell’ordine alfabetico dei loro autori e nemmeno in base a qualche criterio di logica successione. Inoltre l’impaginazione è disordinata: titoli mal posizionati, asterischi e note fuori posto, divisione di sillabe in corso di riga, periodi bruscamente interrotti anche a mezza riga che proseguono nella riga successiva (magari dopo una o più righe lasciate in bianco), didascalie d’immagini diventate titoli di paragrafi; alcune pagine sono malamente leggibili a causa di scarsa inchiostrazione e infine ci sono diversi sbagli e altre sviste che probabilmente avrebbero potuto essere evitati se ogni autore avesse avuto la possibilità di correggere le sue bozze.

Eppure, anche se la forma lascia molto a desiderare, fin dalle prime pagine ci si rende conto dell’importanza di questo volume. Romana De Carli Szabados, che ha dedicato tutta la sua lunga vita alla ricerca storica, con questa pubblicazione ha di fatto completato la sua precedente trilogia per il centenario della prima guerra mondiale, fornendo — grazie ai vari contributi — fondamentali documenti (alcuni di prima mano) e utili considerazioni su un conflitto che il papa Benedetto XV definì “inutile strage” e che certamente avrebbe dovuto e potuto essere evitato: bastava che — in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli, da sempre presente nelle coscienze dei ben pensanti e poi proclamato dal presidente statunitense Wilson — si fossero interpellati mediante referendum tutti gli abitanti delle zone contese per sapere come e con chi essi volessero stare e quindi far decidere da loro i confini degli Stati.

Senza voler fare una graduatoria e torto a qualcuno degli autori inclusi, non si può non menzionare alcuni lavori più significativi. Per le dettagliate informazioni e le opportune considerazioni sono particolarmente apprezzabili i contributi: “In memoria del soldato di fede” di Franco Fornasaro (p. 35), “Una pace avvelenata” di Sergio Tazzer (p. 38), “La grande guerra” e “Francesco Baracca” di Renato Borsotti (pp. 46 e 60), “La pace di Versailles…” di Lorenzo Cadeddu (p. 70), “Il volto ritrovato” di Vincenzo Martines (p. 85), “Il ritorno in patria dei reduci ungheresi…” di Gizella Nemeth e Adriano Papo (p. 89), “L’eredità della Grande Guerra. I reduci” di Francesco Lusciano (p. 97), “11 Novembre 1918” di Federico Lauretta (p. 125), “La vittoria mutilata” di Giuseppe Buratti (p. 127), “I dieci giorni della disfatta di Caporetto…” di Luigi Perini (p. 130, pur con qualche imprecisione), “Audace ma sfortunata incursione nautica dal Garda” di Gianluigi Peretti (p. 135), “Il ritorno” d’Armando Mondin (p. 140), “Italo Balbo” di Ronald Crisp (p. 184). Si sarebbe apprezzato di più il contributo “Ebrei negli eserciti italiani e asburgici nella Grande Guerra” di Marco Apollo (p. 147) se non fosse stato dissestato nella stampa: esso, fra l’altro, esalta la figura del patriota triestino Giacomo Venezian, docente di diritto nelle università di Camerino, Messina e Bologna, ideatore e fondatore della Società Dante Alighieri, volontario di guerra caduto sul Carso nel 1915; e lo stesso si potrebbe dire di “La guerra continua” di Piero Turco (p. 217) se il contributo fosse stato più chiaro. Sono fuori tema alcuni scritti relativi alla seconda guerra mondiale e all’esodo degl’istriani, giuliani e dalmati, ma si leggono con interesse perché concernenti vicende pur esse dolorose atte a far conoscere e pensare. E infine fanno seriamente riflettere anche l’elegiaco racconto “Picnic a Redipuglia” di Paolo Rumiz (p. 231) e la poetica (e amara) “Chiusura” di Carla Guidoni evocante l’urlo d’una madre addolorata (p. 238).

Ed è sulla scorta di questa chiusura e di tutto il contesto che i lettori possono rivalutare l’intero volume, rendendosi conto dell’assurdità d’una guerra che arrecò tanti lutti e altri indicibili danni al mondo intero, anche se al fronte si sviluppò un senso di fratellanza fra i commilitoni e nelle nostre trincee — fra soldati provenienti da tutte le regioni e spesso parlanti incomprensibili dialetti — si formò la consapevolezza d’appartenere ad un’unica nazione (sentimento nazionale). Al pensiero delle madri addolorate ovviamente s’associa quello dei caduti in combattimento, dei dispersi, dei decimati, dei giustiziati, dei feriti, dei prigionieri, delle vedove, delle sorelle, degli orfani. Ai lettori appare grave anche il problema del reinserimento nella vita sociale e produttiva dei reduci e profughi, dei mutilati e invalidi, degli psicopatici e altri alienati causati dalla guerra, delle donne abbandonate e diventate sostitute degli uomini nei lavori pesanti, delle famiglie sfasciate, dei figli illegittimi, della cosiddetta “vittoria mutilata”, della rapida nascita di totalitarismi quali il comunismo, il fascismo e il nazismo. E in definitiva questi scritti storici — quasi riecheggiando il verso finale “I’ vo gridando: Pace, pace, pace!” della canzone del Petrarca ai signori d’Italia che comincia con le parole “Italia mia, benché ’l parlar sia indarno” — auspicano che, finita l’era dei padroni del mondo, i quali si ritenevano anche padroni della vita e della morte dei cittadini, l’essere umano non venga più considerato carne da macello: fermo restando che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” (art. 52 della Costituzione italiana).

Perciò, nella prospettiva d’una perenne pace mondiale, è sicuramente notevole il merito di Romana De Carli Szabados per la cura e pubblicazione di questa raccolta. Tuttavia in un libro del genere, pur deplorandosi la guerra da ogni punto di vista e in tutte le sue espressioni, stona la presenza di qualche contributo palesemente antitaliano e austriacante.

Carmelo Ciccia

Cartolina patriottica del 1915

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2019]


Domenico Defelice, Alpomo, Pomezia-Notizie, 2000, pagg. 84, € 15.

Nel canto XI del Paradiso Dante osserva che, mentre lui è tanto gloriosamente accolto in cielo, sulla terra gli uomini s’affannano in tutt’altre faccende affaccendati, fra le quali faccende ci sono il rubare e lo svolgere attività politica. Ed è strano che il Poeta abbia accostato questi due concetti: come se ci fosse una contiguità fra le due cose. E già lo stesso Dante aveva “sistemato” vari uomini politici nella bolgia infernale dei barattieri (Inf. XXI).

Questo poema in sei canti di Domenico Defelice è incentrato proprio su una triste pagina di baratteria politica italiana: quella che comunemente viene chiamata “Tangentopoli”, relativa all’ultimo quarto del sec. XX. Anche se a volte si fa riferimento a mille anni fa, i nomi e cognomi dei politici sono tanti e lampanti, ben noti alle cronache giudiziarie del secolo scorso; ed è inutile ripeterli qui perché appunto noti a tutti. Semmai ci si può fermare a considerare i personaggi che appaiono.

on nomi fittizi, come l’Alpomo (Italia) del titolo e il cavaliere Ermelindo (Di Pietro) col suo ronzinante.

Man mano che leggiamo ci vengono in mente nomi di poeti come Cervantes, Tassoni e quel Merlin Cocai alias Folengo che storpiava il latino inventando la lingua maccheronica a fine di comicità. E la definizione che si darebbe di quest’opera è quella di poema eroicomico: una definizione inesatta, perché, mentre i poemi di questo genere tendevano tout court al divertimento rivestendo d’aulicità e paludamenti vari certe vicende banali e ridicole, nel poema del Defelice c’è una profonda serietà che va al di là del pur cercato effetto comico e che è sottesa al sarcasmo.

Nella sua collaudata perizia l’autore, che ha alle spalle quasi mezzo secolo d’attività letteraria, è ricorso a numerosi mezzi: la stessa suddivisione in canti è tipica del poema, ma va osservato attentamente lo stile con tutti i suoi ritrovati, che all’occorrenza sono metrica, rime, arcaismi, vocaboli altisonanti, struttura di versi e periodi. E i sottotitoli laterali più che snellire il lavoro, vogliono conferire un alone di classicità.

Fra gli autori riecheggiati ci sono anche Leopardi e Pirandello: quest’ultimo viene in mente per una situazione analoga a quella dei Sei personaggi in cerca d’autore, quando i personaggi decidono d’agire in proprio e contro la volontà dell’autore.

Il linguaggio a volte si fa crudo per esprimere il disprezzo nei confronti d’una gentaglia che ha fatto mercato d’Alpomo-Italia, per la quale l’autore mostra sincero affetto e interesse. Ma quando costei alla fine, con soddisfazione di tutti, viene liberata, non possono mancare gl’interrogativi del lettore: perché la magistratura italiana si svegliò all’improvviso, dato che il dilagare della corruzione politica era noto da tempo? forse si voleva distruggere soltanto una parte politica, creando quell’alternanza di governo che sembrava impossibile potesse scattare elettoralmente? e perché il cavaliere senza macchia e senza paura (Di Pietro) abbandonò il campo, quando tutto il popolo italiano confidava in lui? Sono interrogativi ancora senza risposta; ma al Defelice va il merito d’averli suscitati.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, apr. 2003]


Domenico Defelice, Pagine per autori calabresi del Novecento, Accademia “Il Convivio”, Castiglione di Sicilia, 2006, pagg. 174, € 10.

Forse il titolo di questo libro avrebbe meglio potuto essere Pagine su autori calabresi del Novecento (ad indicare l’argomento più che il vantaggio e la destinazione delle pagine) o meglio ancora Profili di autori calabresi del Novecento. In effetti si tratta dei profili d’una cinquantina d’autori calabresi tracciati dal Defelice su svariati periodici mediante articoli, recensioni e saggi, in un’attività giornalistica, critica e scrittoria in generale di circa mezzo secolo. Gli autori (tranne il primo) sono collocati in stretto ordine alfabetico; e quindi la raccolta costituisce un utile prontuario, facilmente consultabile all’occorrenza.

Ora non entriamo nel merito della letteratura calabrese, una delle più feconde; ma ci soffermiamo sulle caratteristiche di questo volume, il quale dà a colpo d’occhio la possibilità d’avere un panorama letterario dei più consistenti. Qui troviamo autori che abbiamo conosciuto personalmente e su cui abbiamo anche scritto (Domenico Destito, Francesco Fiumara, Maria Teresa Liuzzo) e altri che abbiamo imparato a conoscere per lunghi anni sulle pagine di prestigiose riviste come “La Zagara”, “Il letterato”, “Calabria letteraria”, “La procellaria”, “Le Muse”: il fior fiore della cultura calabrese. E troviamo anche rimandi a noti autori d’altre regioni (Umberto Saba, Lionello Fiumi, Vincenzo Rossi, ecc.) o continenti (Orazio Tanelli), nonché ad italianisti stranieri come Paul Courget e Solange de Bressieux, anche questa personalmente conosciuta e che ricordiamo con gratitudine per una pregiata traduzione.

Ma anche fra i non conosciuti personalmente facciamo delle scoperte: anzitutto Luigi Aliquò-Lenzi, direttore della biblioteca civica di Reggio, che sentiamo vicino per i suoi saggi su Dante del 1915 e del 1921; Ettore Alvaro, discepolo del Rohlfs, il filologo tedesco sul quale pubblicò un interessante volumetto nel 1990; Luigi Cunsolo, autore prolifico ed eclettico, anche lui su Dante nel 1965/67; e poi ancora Loreley Rosita Borruto, Rocco Cambareri, Rino Cerminara, Antonio Coppola, Rocco Distilo, Antonio Piromalli, Geppo Tedeschi e Giuseppe Tympani (per citare soltanto alcuni a cui sono dedicati significativi approfondimenti).

Certo, in un lavoro del genere, trattandosi d’una raccolta di pagine già pubblicate, non sempre le notizie biografiche risultano esaustive; anzi sarebbe stato opportuno che gli estremi biografici (luogo e data di nascita ed eventualmente di morte) fossero stati inseriti per tutti gli autori, magari sotto i rispettivi titoli o in nota. Quello che è certo, però, è che di ciascuno si segue l’attività letteraria sempre con attenzione e con scrupolo critico (due costanti negl’interventi del Defelice) e a volte per rendere documentato e vivo il discorso si riportano dei brani.

Nel libro ci sono alcuni refusi: ad esempio, il Cunsolo verso la fine del saggio a lui dedicato è detto Consolo, confondendosi perciò col noto scrittore siculo-lombardo; ma nel complesso esso si legge volentieri, grazie anche alla capacità stilistica del Defelice. Il quale, per rendere completo il prontuario, forse avrebbe potuto inserire nell’ordine alfabetico degli autori calabresi anche il suo nominativo, invece di costringere il lettore che non lo conosca bene (ma chi non conosce Domenico Defelice?) a ricorrere all’ultima di copertina per trovare la striminzita sintesi d’un excursus letterario lungo quasi una vita.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, ag. 2006)


Domenico Defelice, Rudy De Cadaval / Una vita per la poesia, Istituto Editoriale Moderno, Milano, 2005, pagg. 128, euro 20.

In questi ultimi tempi fioriscono le biografie di letterati scritte da altri letterati, che spesso si risolvono in apologie, scambi di cortesie e incensamenti reciproci degli autori. Nulla di tutto ciò nel caso in esame: Domenico Defelice, operatore culturale di lungo corso, affronta il De Cadaval col distacco necessario alla credibilità del lavoro, pur non nascondendo la sua forte simpatia per il personaggio, a cui — com’egli dichiara — deve il suo stesso modo di far critica. Ed è grazie alla complessiva consonanza col personaggio trattato, sia pure con qualche distinguo, che il Defelice s’è posto al lavoro ed è riuscito a portarlo a termine in modo apprezzabile.

Rudy De Cadaval (Giancarlo Campedelli, nato a Verona nel 1933) è da mezzo secolo uno dei protagonisti più in vista della scena letteraria del nostro tempo; e rendere la dimensione d’un personaggio siffatto non è impresa da poco, dovendosi sviscerare la numerosità e varietà della sua produzione, nonché il suo terreno culturale, formativo ed espressivo. Eppure il Defelice è riuscito egregiamente nell’intento, fornendo una biografia-monografia che si può definire perfetta, se si eccettuano qualche iperbole e alcuni refusi e sviste, presenti anche dopo la compilazione dell’errata-corrige.

In sostanza il Defelice è riuscito a delineare la statura del De Cadaval, cogliendone anzitutto la storia personale e umana nella sua evoluzione, nelle sue aspirazioni, nei suoi convincimenti, non senza far luce sul periodo storico, sull’ambiente sociale e sul variegato mondo intellettuale gravitante attorno al personaggio.

Dopo l’ampio excursus sul personaggio stesso, l’antologia poetica presentata dal Defelice, per quanto necessariamente ridotta, non soltanto è sufficiente a dare un’immagine assolutamente corretta del poeta, andando all’essenza della poesia del De Cadaval, ma anche ha il pregio di recare delle preziose note critiche, che, pur essendo strutturate in modo scolastico, e forse grazie a tale strutturazione, acquistano il loro pregio nel caleidoscopio del loro contenuto, spaziante dall’informazione alla spiegazione e alla critica storico-estetica, col supporto dei necessari collegamenti e confronti.

Esaminando la saggistica, il Defelice trova il radicamento d’essa nell’approccio del De Cadaval col persiano Omàr Khàyyam, passando poi per altri personaggi che hanno fatto storia non soltanto culturale, ma anche umana e civile, ad esempio come Hemingway, Wilde, D’Annunzio, Quasimodo, Salgari, Mussolini, per arrivare al concetto di patria secondo il colore delle camicie di turno: nere, rosse, verdi. E a questo proposito l’autore, senza nascondere i suoi orientamenti politici, ha l’occasione d’esprimere i suoi punti di vista in perfetta autonomia e a volte in dissidenza dal De Cadaval. In particolare proclama il suo concetto di patria con una frase esemplare che qui vale la pena di riportare a futura memoria: “Sentirsi orgogliosamente Italiani non significa denigrare, negando agli altri popoli pari dignità e rispetto, ma riconoscere e amare ideali e valori solo nostri, ai quali non è giusto rinunciare.” (pag. 102).

L’esame della narrativa e del teatro, poi, porta il Defelice a studiare la posizione del De Cadaval rispetto a certi fenomeni contemporanei, come fascismo, nazismo, brigate rosse, terrorismo, AIDS, avendo anche in queste pagine l’occasione d’esprimere idee sue proprie. Al riguardo, interessante risulta la segnalazione dell’opinione del De Cadaval secondo cui il nazismo fosse una religione perseguitante un’altra religione qual è l’ebraismo, allora inteso come contraltare e antipopolo.

La lettura di questo libro è affascinante sotto molti aspetti, e a conclusione bisogna dare atto al Defelice dell’attenzione rivolta al soggetto e della notevole capacità d’espressione: nelle pagine s’avverte subito una solida formazione classica che, oltre alla vastità della preparazione, dimostra anche una versatilità linguistico-espressiva fondata sulla correttezza, la chiarezza e la scorrevolezza. Molto utili risultano anche le numerose note a pie’ di pagina, che nella loro frequente ampiezza integrano e arricchiscono il dettato con dati a volte indispensabili.

Per quanto sopra, la monografia di Domenico Defelice su Rudy De Cadaval, nonostante la sua modestia editoriale, non soltanto mette in giusto rilievo il personaggio eponimo, ma anche si configura come una delle biografie più serie e attendibili del nostro tempo: qualità — quest’ultima — assolutamente non trascurabile.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, dic. 2006)

Domenico Defelice, Francesco Pedrina, Il Croco di “Pomezia-notizie”, Pomezia, 2007, pagg. 52, s. p.

Questo quaderno di Domenico Defelice non è tanto una biografia di Francesco Pedrina (Torri di Quartesolo 1896 - Vicenza 1971), “uno scrittore tutto per la scuola”, quanto la manifestazione d’una devozione verso l’illustre maestro e nel contempo la descrizione d’un consistente periodo della vita del Defelice e del suo amore per la cultura. Ma c’è dentro anche uno spaccato della cultura e della società dell’Italia di quel periodo. Ed è con vero piacere che tale quaderno viene accolto da chi, come il sottoscritto, in anni ormai remoti ebbe fra i suoi testi un libro compilato dal Pedrina, nella fattispecie “Attraverso i secoli” (Trevisini, Milano, 1947), un’antologia ancor oggi amorevolmente conservata e consultata (che non figura nell’elenco formulato dal Defelice): cosa che era avvenuta anche al Defelice, il quale però ha avuto una lunga corrispondenza col Pedrina, a cui ha inviato anche sue pubblicazioni, ricevendone lusinghieri giudizi e riuscendo poi ad incontrarlo un paio di volte.

Era la suggestione che esercitavano i grandi maestri d’una volta a spingere certi ex alunni sensibili ed interessati ad accostarsi a loro; e nel caso del Defelice tale suggestione, inculcata da abili docenti di classe, si è trasformata in un particolare rapporto interpersonale, in cui il Pedrina ha messo al servizio dell’ammiratore la sua cultura e la sua umanità, rivelandosi uomo di grandi sentimenti, oltre che di grandi competenze letterarie.

Nella prima parte il Defelice, dopo aver delineato un profilo bio-bibliografico del Pedrina, racconta le modalità di conoscenza, corrispondenza e frequenza; specialmente di quando dovette trasferirsi a Roma, dove, oltre che insegnare, faceva anche il rappresentante e venditore di frigoriferi ed altri prodotti commerciali. In questa narrazione autobiografica, però, stona l’uso del soggetto al plurale (“noi”), essendo la vicenda narrata strettamente personale e singolare. La conoscenza e frequenza del Pedrina dà al Defelice l’opportunità d’accennare ad altri personaggi di quel tempo, come Ungaretti, Saba, Serra, Delcroix, Gerini, De Bressieux, Tedeschi, Fiumara e altri.

Nella seconda parte il Defelice riporta la nutrita corrispondenza col Pedrina, ricca di notizie, curiosità, umori, giudizi, progetti e soprattutto vera cordialità e si direbbe intimità. Infine nell’appendice figurano lettere d’Ettore Serra e di Carlo Delcroix, nonché il lungo racconto del Pedrina “Nelle solitudini d’Albania”.

Il quaderno, che s’apre con una presentazione d’Ilia Pedrina, figlia dello scrittore e si conclude con alcune fotografie inerenti al periodo, s’avvale d’un dettato chiaro e scorrevole, nonostante alcuni refusi, ed è certamente utile agli studiosi.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, genn.-apr. 2008]


Aldo De Gioia-Anna Aita, La lunga notte / le quattro giornate di Napoli, Rogiosi [Napoli ?], 2012, pp. 80, € 12,50.

Le quattro Giornate di Napoli raccontate da De Gioia e Aita

I napoletani Aldo De Gioia e Anna Aita nel libro La lunga notte / le quattro giornate di Napoli (Rogiosi [Napoli ?], 2012, pp. 80, € 12,50) raccontano la rivolta delle quattro Giornate di Napoli. Il primo autore è un poliedrico personaggio dedito alla storia patria e in generale alla napoletanità, mentre la seconda è una fine e apprezzata scrittrice che ha ottenuto diversi riconoscimenti.

La narrazione prende lo spunto dall’annullamento d’una tavola rotonda fissata su quest’argomento, a cui erroneamente s’erano recati l’anziano Mario Barzini e la giovane Lidia Varelli, i quali presto fraternizzano e di fatto danno luogo all’ordito del libro: con la differenza che l’uomo fu proprio un protagonista di quelle Giornate e consegna alla giovane il suo diario, mentre costei rappresenta la generazione odierna, spesso ignara o incurante di quell’epopea.

Non si deve dimenticare che da quell’episodio del 1943 ebbe inizio la Resistenza italiana: i napoletani insegnarono all’Italia e al mondo che — se si voleva — si poteva benissimo battere i nazi-fascisti e ridare libertà e dignità ai popoli. E perciò fino a qualche decennio fa il giorno 27 Settembre, primo delle famose quattro Giornate, in Italia era considerato solennità civile e in esso s’esponeva il tricolore agli edifici pubblici, per ricordare che la riscossa nazionale era partita da Napoli ad iniziativa di tutto il popolo. Non per nulla uno scugnizzo morente raccomandò di riferire alla propria madre che egli stava morendo per Napoli e l’Italia.

Nel libro s’intrecciano fantasia e realtà: il nerbo della narrazione storica è costituito da quanto scritto dal Barzini nel suo diario (qui stampato in corsivo), mentre la Varelli racconta i suoi problemini quotidiani e i suoi rapporti con la graziosa gatta con cui convive, limitandosi ad una lettura commentata del documento e inorridendo di fronte a tante nefandezze. E, date le rispettive personalità, si presume che il De Gioia sia autore del diario di guerra e l’Aita sia autrice di quella che appare come una cornice del diario stesso.

Nella narrazione è stato colto appieno lo stato d’esasperazione del popolo napoletano nei giorni precedenti lo scoppio dell’insurrezione: i tedeschi, comandati dal col. Schöll e appoggiati dai fascisti, commettevano continuamente — e senza motivo o per banalità — disinvolte uccisioni, crudeltà, angherie, soprusi e violenze varie, in cui dimostravano tutta la loro ferocia e disumanità. Ecco perché ebbe inizio la rivolta, che vide protagoniste anzitutto le donne, le quali protestarono vigorosamente contro il prelievo dei loro uomini da parte dei nazisti e combattevano come potevano, magari lanciando benzina contro i nemici. Combattevano anche gli adulti, gli anziani e perfino i bambini, fra cui il celebre Gennarino. Sono poi descritti singoli episodi, passaggi e luoghi, quali i rinomati Vomero, Floridiana, Posillipo, Capodimonte, galleria, università, museo, ecc.; e quella che ci appare è una Napoli devastata nei suoi storici edifici, panorami, bellezze, non soltanto per l’insurrezione, ma prima ancora per i bombardamenti statunitensi a tappeto.

Impressionanti sono i riferimenti ai numerosi morti e feriti: un padre prepara la bara per il figlio, i cadaveri vengono esposti per il riconoscimento, cimiteri d’urgenza vengono improvvisati in posti inusuali; e alcuni raccontano che in ospedale di notte per miracolo passi a curare i feriti lo spirito del medico Giuseppe Moscati, morto in odore di santità nel 1927 e poi canonizzato nel 1987.

Per fortuna dopo le quattro Giornate a Napoli entrano gli alleati anglo-americani, viene piantato l’albero della libertà e la vita lentamente e faticosamente rifiorisce. Il diario descrive anche il dopoguerra con l’arrivo delle sigarette e gomme americane, coi ragazzi sciuscià e con le varie difficoltà economiche e civili, che fra l’altro spingono diverse signorine napoletane a concedere il loro corpo ai soldati anglo-americani per un tozzo di pane. (Cfr. la canzone napoletana Tammuriata nera, con parole di Edoardo Nicolardi e musica di E. A. Mario.)

La narrazione si colora di “giallo” alla fine, quando il Barzini, che aveva partecipato al sabotaggio della nave, convoca a casa sua la Varelli, volendo confessarle con urgenza il nominativo di chi ordinò di far saltare la “Caterina Costa”, ma purtroppo muore prima dell’incontro, portandosi nella tomba quel segreto che lo tormentava: e la giovane s’imbatte nel suo funerale.

Nel diario è inserita anche la storia, che può sembrare un po’ fuori tema, d’un amore travolgente, sentimentale e passionale insieme, che spesso rivela una carica di forte sensualità e che sembra voler approdare ad un felice matrimonio, ma che — a liberazione avvenuta — svanisce in modo stupefacente. Ed è significativo il fatto che al momento del primo incontro la romantica Marilù di questa storia cantava una canzone in tedesco.

La narrazione si conclude con la notizia della medaglia d’oro conferita alla città di Napoli e delle altre medaglie conferite a vari combattenti, compresi i bambini.

La prefazione è affidata a Vincenzo Rossi, che è non soltanto eccellente scrittore, ma anche testimone e parte attiva di quelle Giornate, essendosi trovato lui stesso ad impugnare le armi contro tedeschi e fascisti in quella memorabile epopea (cfr. il suo libro Amore e guerra del 2004); e perciò ora giustamente egli propone che questo libro sia distribuito a biblioteche, scuole e centri culturali, in modo che, specialmente nel nostro tempo distratto e disinteressato ai veri valori, non si perda la memoria di tanto eroismo.

La forma grafico-editoriale è dignitosa, con una fotografia storica in copertina, buona impaginazione e caratteri nitidi; si notano soltanto due righe erroneamente in corsivo, anziché in tondo: Ecco finalmente la risposta al quesito… (p. 71). La forma linguistico-espressiva è chiara, scorrevole, avvincente e pressoché del tutto corretta: ci sono soltanto due-tre refusi, qualche virgola mancante, l’espressione “ha diritto ad una distrazione dopo averla lasciata” (p. 31) dove ci saremmo attesi “ha diritto ad una distrazione dopo essere stata lasciata” e la svista grammaticale “due persone che uniche si erano recati” (nella postfazione di Giustino Gatti).

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag. 2013]


Vincenzo Dell’Utri, In viaggio con Dante alla scoperta del senso della vita / Inferno / I luoghi, le vicende, i personaggi, i temi filosofici e gli spunti di attualità morale e politica, Composit, Francenigo di Gaiarine, 2008, pagg. 190, € 13.

“In viaggio con Dante alla scoperta del senso della vita

Un originale studio del siciliano Vincenzo Dell’Utri per rileggere l’“Inferno”

Migliaia di studi critici attraverso i secoli hanno analizzato la Divina Commedia, mettendone in luce contenuti, aspetti e problemi. Perciò sembrerebbe che ormai non ci sia più nulla di nuovo da dire su Dante Alighieri, se non si considerasse che la personalità del sommo poeta è talmente complessa che sempre se ne scoprono particolari nuovi.

Il siciliano Vincenzo Dell’Utri, già docente prima di lettere e poi di filosofia nei licei del Friuli, è da sempre cultore di problematiche sia dantesche sia etico-morali e ora ha trovato il modo d’estrinsecare questi suoi interessi nel libro In viaggio con Dante alla scoperta del senso della vita / Inferno / I luoghi, le vicende, i personaggi, i temi filosofici e gli spunti di attualità morale e politica (Composit, Francenigo di Gaiarine, 2008, pp. 190, € 13). Dal titolo e dal sottotitolo si capisce chiaramente che l’originalità di questo lavoro consiste nell’associazione di vari motivi d’indagine: di volta in volta l’autore presenta brevemente il contenuto dei singoli canti della prima cantica, citandone le terzine più significative, e subito dopo fa seguire, senza analisi filologica o estetica, l’esposizione e la discussione delle problematiche filosofiche connesse, aggiungendovi note sull’attualità del messaggio dantesco.

La Divina Commedia si può considerare anche un’enciclopedia per la messe di notizie riguardanti le più svariate discipline, ma la teologia e la filosofia sono le più presenti: e ciò, data la formazione di Dante. Non tutti gli argomenti o spunti filosofici sono adeguatamente esaminati e trattati nei commenti scolastici: e questo libro è una sintetica storia della filosofia o meglio un trattato di filosofia, d’etica e di morale, fatto passando in rassegna i trentaquattro canti infernali. Perciò in questo lavoro ricorrono i nomi di quasi tutti i filosofi antichi, medievali, moderni e contemporanei (che per brevità qui non si possono elencare), assunti a spiegare, suffragare ed attualizzare il messaggio dantesco. E oltre a quello dei filosofi l’autore si rifà al pensiero di santi e di papi.

Fra i temi più cospicui del settore teologico-filosofico ci sono: il creato e la natura; la distinzione fra saggezza e sapienza, etica e morale, religione e filosofia della religione, filosofia e filosofia della storia, linguaggio e lingua, retorica e stilistica; l’amore, il male, il bene, la verità; il vero e il falso; i vizi capitali e l’omosessualità; la logica e il sillogismo; il mito, la magia, la fiaba, che secondo l’autore rispecchiano i nostri desideri più profondi; il comico in Dante; il valore; l’anima, l’immortalità e la reincarnazione.

Ma siccome il libro è dedicato anzitutto ai suoi studenti, l’autore si dimostra ancora maestro, non facendo mancare a loro e a tutti i lettori la sua docenza, intesa come elevato insegnamento di vita. Ciò lo induce ad una serie di riflessioni morali che toccano anche situazioni dei nostri giorni: meglio sbagliare impegnandosi, anziché stare oziosi come gl’ignavi, che non hanno saputo fare scelte nella vita; la superbia, l’invidia e l’avarizia sono presenti anche fra i politici odierni, i quali spesso agiscono per proprio tornaconto personale o familiare, anziché interessarsi della collettività come sono chiamati a fare dai voti degli elettori, e così fanno prevalere l’interesse privato su quello pubblico; esistono ricchezza e povertà nel mondo, con frequente arroganza da parte dei ricchi; ci si deve impegnare con serietà nello studio, nel lavoro e in qualsiasi altra attività, non invidiando nessuno, ma accontentandosi di quanto posseduto; misteriosamente il male è necessario a fin di bene; a volte anche gli ecclesiastici sono intenti al guadagno economico; è insensata e ridicola la frenetica ricerca di maghi, cartomanti, amuleti e oroscopi; la baratteria dei tempi di Dante altro non è che la concussione e la corruzione d’oggi, fenomeno dilagante fra i politici, i dipendenti pubblici e perfino gli sportivi dei nostri giorni; bisogna avere fiducia nella giustizia umana, oltre che in quella divina; c’è una frequenza dell’ipocrisia e della convenienza: spesso sono ipocriti anche i religiosi e i politici, specialmente quelli che proclamandosi cattolici rubano, imbrogliano e dicono il falso; nei suoi sceneggiati la televisione per lo più falsifica letteratura e storia, inducendo gli studenti a sbagliare; bisogna dire no alla bestemmia, alla maldicenza e alla volgarità, no allo scontro di religioni e di civiltà, ma sempre con rispetto per le idee degli altri, e no all’inquinamento della natura; ci sono anche oggi tanti odi familiari e politici, spesso dovuti all’avidità; la violenza e il sangue generano altra violenza e altro sangue.

Verso la fine del libro l’autore inserisce un riassunto del viaggio dantesco, la bibliografia, gl’indici tematici e la conclusione, la quale di fatto è un’autorecensione con cui si può pienamente concordare: infatti la scrittura è piana, accessibile a tutti, e l’opera risulta utile sia dal punto di vista generale che da quello didattico, rivolta com’è agli studenti (specialmente in vista degli esami di Stato) e a persone non particolarmente acculturate. L’autore, poi, che dichiara d’aver ordinato qui degli schemi di lezioni, rileva che oggi c’è un appiattimento della lingua italiana, carente di congiuntivi e di punteggiatura; e quindi delle buone letture farebbero bene a tutti.

Per quanto riguarda la forma grafico-editoriale, il libro si presenta bene per carta, caratteri e impaginazione, favorendo la lettura. Come in molti altri libri, però, non mancano sviste e refusi, che i lettori potranno correggere: delle filosofia (p. 7), sette cinta (p. 21), più totale (pp. 27 e 159), da questi (p. 30), nello rendere (p. 63), principi. non (p. 94), a. C.. (p . 99), Spegno (p. 188). Inoltre: a p. 55 nel primo verso dantesco manca la parola finale “fiata” e a p. 173 in altro primo verso manca la virgola; a volte ci sono troppe virgole, frammentando il pensiero, come nel caso di “il canto XXI, come, vedremo, il successivo, cattura” (103); Empedocle non può essere “Nato a Girgenti (oggi Agrigento, in Sicilia)”, perché Girgenti è toponimo di mediazione araba (dal latino Agrigentum) attestato dal sec. XI d. C. al 1927, mentre al tempo di quel filosofo — e cioè nel sec. V a. C. — la città si chiamava in greco Akrágas (p. 57); “la si esce” è un dialettalismo siciliano, corrispondente all’italiano “la si estrae” (p. 107); e infine certi capoversi non sono tipograficamente allineati come gli altri.

Carmelo Ciccia

[“L'alba”, Belpasso, ag. 2011]


Vincenzo Dell’Utri, In viaggio con Dante alla ricerca di sé stessi / Il Purgatorio / I luoghi, le vicende, i personaggi, i temi filosofici, letterari, artistici e gli spunti di attualità morale e politica, Composit, Francenigo di Gaiarine, 2011, pp. 192, € 20.

IL PURGATORIO DI VINCENZO DELL’UTRI E I MULINI DI MIMMO CHISARI

Vincenzo Dell’Utri, già docente di liceo in Friuli e appassionato di Dante, aveva pubblicato un grosso volume dal titolo “In viaggio con Dante alla scoperta del senso della vita / L’Inferno / I luoghi, le vicende, i personaggi, i temi filosofici e gli spunti di attualità morale e politica”. Ora egli continua la trilogia dantesca col nuovo volume “In viaggio con Dante alla ricerca di sé stessi / Il Purgatorio / I luoghi, le vicende, i personaggi, i temi filosofici, letterari, artistici e gli spunti di attualità morale e politica” (Composit, Francenigo di Gaiarine, 2011, pp. 192, € 20).

Come nel precedente volume, l’analisi dei canti è distinta in tre parti: una breve trama, un commento storico-filosofico e uno di carattere morale, particolarmente rivolto all’attualità politica. A detta dell’autore, il filo conduttore del suo lavoro sta nella “convinzione di poter contribuire con lo scritto a porre rimedio alla corruzione dilagante e in generale a risalire la china di degrado culturale e morale che ha imboccato il nostro paese” (p 51). Perciò, tramite i versi di Dante, egli mette in luce e biasima le colpe dei rappresentanti politici bugiardi e spudorati, in un’epoca in cui il senso del pudore è quasi scomparso; e, a proposito della superbia, egli delinea il profilo d’un superbo politico italiano di primo piano, pur senza mai nominarlo.

Per chiarire le posizioni di Dante, numerose sono le citazioni di teologi, filosofi e scienziati (ad esempio Antonino Zichichi) e frequenti sono anche quelle di papi come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. L’autore dimostra un forte afflato religioso, arrivando a suggerire come libri di base la Bibbia e la Divina Commedia; e raccomanda la sobrietà nel mangiare e nel vestire, la preghiera e la confessione, considerando che oggi i confessionali sono pressoché deserti, mentre gli piace condividere la massima del Kant “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.

I commenti dell’autore riguardano anche i concetti di Trinità, povertà di spirito, virtù, sensazione e percezione, pace, amore, bellezza, concupiscenza, avarizia, poesia, anima… Egli discute pure delle cinque età secondo Esiodo, divenute tre in Platone e in Vico, il quale ne aggiornò le definizioni. A proposito dell’avarizia, l’autore deplora l’avarizia di sé stessi, cioè la mancanza di disponibilità a donare a chi ne ha bisogno una parola, un sorriso, un aiuto materiale e concreto, in un tempo di troppi ricchi e troppi poveri, in cui molti di noi mangiano a quattro palmenti e s’alcolizzano, mentre molti altri muoiono di fame e di sete.

Ricordando che non sempre Dante fu considerato ortodosso, tanto che il poema sacro fu posto all’Indice dei libri proibiti fino al 1866, l’autore ci tiene a far presente che il divino poeta voleva una Chiesa profetica, pauperistica e francescana: e perciò l’autore stesso sottolinea che Dante esaltò Gioacchino da Fiore, ponendosi sulle sue orme.

Per quanto riguarda la forma, in questo volume ci sono alcune ripetizioni e altre sviste: Giunti… Giunti (p. 25), Nel non s’arresta (p. 35), usanza vizio (p, 44), sia cosa diversa sia […] sia (p. 45), considerato […] considerando (p. 56), Approfondiremo […] parleremo […] mi piace (p. 76), la salvaguardie (p. 91), E ne’ secondi […] fsttor (p. 91), (p. 95), Certamente […] certamente (p. 111), vescovo […] vescovo (p 112), a mancanza (p. 120), più totale (p. 121), essa diventa visibile attraverso di essa (p. 139), Dopo che […] dopo essersi (p. 141), precedere (p. 148), intervalli discorsivi dedicate (p. 183). Tuttavia, a parte ciò, la scrittura è chiara e scorrevole, grazie anche ai caratteri grandi e nitidi e all’intelligente impaginazione: tutte cose — queste — che ne fanno un bel libro, consigliabile alle scuole e a quanti amano Dante, la sua poesia e i suoi insegnamenti, validi anche ai nostri giorni…

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-dic. 2011]


Vincenzo Dell’Utri, In volo verso la luce / Il Paradiso, Cleup, Padova, 2021, pp. 236, € 20.

Il Paradiso di Dante rivisitato nel 7° centenario

di Carmelo Ciccia

Vincenzo Dell’Utri aveva già pubblicato un commento all’Inferno e uno al Purgatorio: e opportunamente ora è uscito quello al Paradiso: In volo verso la luce / Il Paradiso (Cleup, Padova, 2021). Questo volume non soltanto completa la trilogia sulla Divina Commedia, ma giunge proprio in occasione del settimo centenario della morte del sommo poeta.

Diciamo subito che è un commento diverso dai soliti: l’autore è stato per molti anni docente di filosofia e storia nelle scuole secondarie del Friuli. Perciò il suo commento, più che parafrasi e spiegazioni linguistiche ed estetiche, dopo i chiari ed esaustivi riassunti fornisce interpretazioni storiche, filosofiche e teologiche, che nel Paradiso sono più che necessarie, essendo questa cantica particolarmente ricca di questioni filosofiche e teologiche spesso risolte da Beatrice, la quale rappresenta questa branca del sapere.

Così in questo lavoro s’incontrano interessanti e spesso originali riflessioni, a cominciare da quella, a proposito del “gran mar dell’essere” (c. III), della distinzione grammaticale fra essere come copula del predicato nominale ed essere come predicato verbale nel senso di “esistere”, accezione — questa — da cui derivò l’esistenzialismo. Si rileva poi la bellezza di Beatrice (c. III) come connessa alla verità in base ad una intuizione di Platone, filosofo che viene in discussione anche a proposito del ritorno delle anime alle stelle e dell’immortalità dell’anima (c. IV), mentre della distinzione fra volontà assoluta e volontà relativa ha dissertato chiaramente Beatrice (c. V). In riferimento ai dubbi espressi da Dante (c. V), l’autore sostiene la validità del dubbio quando non rimane fine a sé stesso, ma giunge al superamento dello stesso e alla soddisfazione del dubbioso.

Non è condivisibile invece l’opinione che “Dante dal punto di vista religioso è un cristiano, anche se non del tutto ortodosso” (c. VI). Se per ortodossia s’intende fedeltà ai dogmi della religione, Dante fu sempre ortodosso: i rilievi del papa Benedetto XV agli attacchi mossi dal poeta a certi papi per motivi politici sicuramente non indicavano un’eterodossia di lui. Infatti nell’enciclica In praeclara Summorum, emanata per celebrare Dante nel sesto centenario della morte, non c’è l’affermazione “aspetti non precisamente ortodossi del suo pensiero” citata dal Dell’Utri come presente in tale documento papale (pag. 41). Inoltre il papa Paolo VI nella lettera apostolica Altissimi cantus, emanata per celebrare Dante nel settimo centenario della nascita, riconobbe solennemente che “tali fieri suoi atteggiamenti non hanno mai scosso la sua ferma fede cattolica e la sua filiale affezione alla santa Chiesa”.

E qui si può fare anche una riflessione sull’attualità del pensiero politico di Dante, mentre più avanti (cc. XI, XV, XIX, XXVII) se ne possono fare altre sul suo pensiero etico.

A proposito delle tre corone di beati del c. X l’autore si sofferma sulla terza teologia o teologia estetica formulata da Hans Hurs von Balthasar, un pensatore svizzero qui più volte citato, il quale affermò che Dante stesso possa essere stato l’iniziatore di tale teologia sulla scorta di Gioacchino da Fiore, teorico delle Tre Età collocato ed esaltato proprio in questo cielo dei Sapienti.

Sul tomismo (c. XIII) l’autore rileva che San Tommaso tentò la conciliazione fra il naturalismo aristotelico, ormai dilagante attraverso Averroè, e la dottrina cristiana; e qui egli ha l’occasione di precisare la distinzione fra sapienza e saggezza, definendo quest’ultima una forma di sapienza che deriva dall’esperienza; e sul mistero della Trinità, sintetizzato nei famosi versi “Quell’uno e due e tre che sempre vive / e regna sempre in tre e ‘n due e ‘n uno” (c. XIV), egli afferma che anche di fronte a questo argomento teologico così importante il poeta fa ricorso al ragionamento.

Dopo aver discusso di contingenza, necessità e prescienza divina (c. XVII), rifacendosi ai filosofi Aristotele (Metafisica), S. Tommaso (Summa) e Leibniz (Teodicea), l’autore si sofferma sulle spinose questioni della talora nociva accondiscendenza dei genitori verso i figli e sull’obbligo morale e sociale di dire sempre la verità considerata la sua funzione. Quindi si diffonde sul significato polisemico della parola verbo (c. XVIII), collegando il verbum latino al logos greco, al riguardo portando all’attenzione il prologo del vangelo di san Giovanni, filosofi e teologi, dogmi e concili, e soffermandosi poi su quella giustizia sociale auspicata da Dante, il quale all’occasione continua a biasimare papi e altri ecclesiastici che non s’attengono ad essa.

L’autore approfondisce anche la questione della difficoltà della ragione nel comprendere le motivazioni con cui opera la giustizia di Dio (c. XIX); e sulla libertà ritorna più volte, precisandone significati e applicazioni compatibili con la predestinazione (c. XX e precedenti). Egli riconosce anche (c. XX) che “Perfino gli atteggiamenti partigiani di Dante, lo sdegno per il tratta­mento subito, l’accettazione del duro esilio, l’odio per papa Bonifacio e perfino il disprezzo per i suoi nemici personali perdono ogni connotato di faziosità e appaiono reazioni sacrosante alle offese arrecate al suo sentimento di giustizia. Non dimentichiamo infatti che la corruzione, il disordine e il male che appestano il mondo sono per Dante non solo essi stessi forme di ingiustizia ma soprattutto sono, nel mondo terreno, la conseguenza della mancanza della giustizia, non esercitata come imporrebbe la prescrizio­ne divina.” (pag. 135).

Discute poi di ragione, materialismo e nichilismo, che potrebbero essere superati con la lettura della Divina Commedia (c. XXII). E originali appaiono le considerazioni su estasi e ineffabilità, smarrimento e smemoramento, figurazione e figura, dall’autore svolte accennando anche a noti filosofi e dantisti (c. XXIII).

Naturalmente, quando Dante viene esaminato su fede, speranza e carità (cc. XXIV, XXV, XXVI) l’autore trova l’opportunità di disquisire — anche citando dei pensatori — su temi più consoni alla sua formazione, e principalmente sull’esistenza di Dio, ma restando convinto che “la certezza resterà sem­pre un fatto individuale, motivato esclusivamente da una fede sicura e incrollabile, come quella che Dante dichiara di possedere quando viene esaminato da San Pietro” (pag. 158). Secondo l’autore, l’espressione più calzante per definire l’opera che il poeta chiamò semplicemente Comoedia e Comedía e che il Boccaccio ribattezzò Divina Commedia, come universalmente è nota da secoli, sarebbe quella di “poema sacro” (Par. XXV 1) come la definì il poeta stesso. Egli poi giustamente nota che proprio nel canto della speranza Dante manifesta una doppia speranza: quella materiale d’essere incoronato poeta nel suo bel San Giovanni e quella spirituale di conseguire la beatitudine eterna con la sua fede. E nel canto della carità l’autore si sofferma sui vari tipi d’amore, identificando Dio nell’amore-carità come Dante stesso.

Giustamente l’autore osserva che è esagerata e fuori luogo la violenta invettiva di S. Pietro contro la corruzione degli ecclesiastici, specialmente papi e cardinali, contenente anche parole sconvenienti in prossimità della visione di Dio (c. XXVII): ma questa non è eterodossia, bensì viva indignazione contro la corruzione dilagante e sincera aspirazione d’un cristiano bramoso d’una Chiesa aderente agl’ideali di semplicità, povertà e onestà tracciati nel Vangelo.

Fra le altre, ci sono poi considerazioni su creazione ed evoluzione (XXIX), misticismo ed estasi, i dogmi mariani (c. XXXI), la geometria del Paradiso, “dove nulla è lasciato al caso”, con la precisazione che qui si trovano “idee peculiari del pensiero francescano, istan­ze di natura pauperistica e perfino un’impronta gioachimita derivante dallo ‘spirito profetico’ di Gioacchino da Fiore, specie per quanto ri­guarda l’aspirazione al rinnovamento della società.” (c. XXXII). Seguono considerazioni su unità, molteplicità, trinità, incarnazione ed eresie varie (c. XXXIII). Ed è un vero peccato che l’autore, pur citando più volte questo mistico pensatore, non accenni al Liber figurarum (“Libro delle figure”) dello stesso Gioacchino e alla sua influenza sulla Divina Commedia — ed in particolare sul Paradiso — dove diverse espressioni e immagini sono di derivazione gioachimita: ad esempio, il Veltro (Inf. I 101-111), la M che si trasforma in aquila (Par. XVIII 73-117) e i tre cerchi trinitari “di tre colori e d’una contenenza” (Par. XXXIII 117) sono proprio quelli disegnati in tale libro dall’abate calabrese, beato fra i Sapienti del cielo del Sole (Par. XII 139-141), con le connesse simbologie, allusioni e spiegazioni.

Eppure Vincenzo Dell’Utri è da elogiare e ringraziare per aver avuto il coraggio d’intraprendere, esaminare, commentare con dignità ed offrire ai lettori un complesso lavoro del genere, che — come dice il sottotitolo — presenta “I luoghi, le vicende, i personaggi, i temi filosofici e letterari, gli spunti di attualità morale e politica”. Si deve considerare da una parte che esso è uscito in un periodo in cui il sommo poeta è stato pressoché escluso dalla scuola italiana, dall’altra che il Paradiso è la cantica più difficile, intrisa — come già detto — di questioni filosofiche e teologiche: ostica, ardua e poco allettante; e l’esegesi d’essa sicuramente “fa tremar le vene e i polsi” (Inf. I 40). Oltre a ciò egli, seguendo Dante, affronta problematiche che ogni persona coscienziosa si pone: Dio, l’immortalità dell’anima, l’aldilà, le virtù (teologali e cardinali), la corruzione, la libertà e il libero arbitrio…; e nel far questo non soltanto estrinseca la sua ferrata conoscenza biblica e teologica, ma passa in rassegna numerosi pensatori di ogni epoca, tanto che a volte sembra di fare un ripasso della storia della filosofia. Per questo e per la serietà dimostrata dall’autore l’opera è raccomandata agli studenti, agli estimatori di Dante e a quanti si pongono quesiti esistenziali.

La stesura e l’impaginazione presentano varie sviste, che però ogni lettore può correggere da sé e che in ogni caso non inficiano la complessiva validità del lavoro.

Carmelo Ciccia

I cerchi trinitari di Gioacchino da Fiore

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2021]


Silvano Demarchi, Il richiamo della montagna, Manfrini, Calliano, 1983, pagg. 96; e Incomunicabilità, Forum / Quinta gene­razione, Forlì, 1989, pagg. 48.

LA NARRATIVA DI SILVANO DEMARCHI

La poliedrica personalità di Silvano De­marchi (nato a Bolzano nel 1931 e ivi residen­te) ha prodotto opere di saggistica (special­mente di filosofia), traduzione (è un germani­sta), narrativa e poesia. Lo scrittore è anche collaboratore di numerosi giornali e riviste, anzi dirige la rivista "Nuovo Contrappunto". Giustamente la critica ha insistito sul valore della sua poesia, ma non va sottovalutata la narrativa del Demarchi, molte pagine della quale possono definirsi esemplari. Perciò vogliamo soffermarci un po’ sulle ultime due opere di narrativa di Silvano Demarchi.

Il richiamo della montagna (Manfrini, Calliano, 1983, pagg. 96), pur senza essere specificamente un testo scolastico, ha tutte le qualità per porsi come opera da adottare nelle scuole. I 18 racconti hanno un filo condutto­re, costituito dalla presenza di Andrea, il professore nauseato dall'andazzo della nuo­va scuola nata dalle contestazioni del '68 e rifugiatosi in montagna, dove diventa mae­stro di un fanciullo sinceramente desideroso di apprendere. Le vivaci illustrazioni di Clau­dio Menapace, poi, tutte ispirate all'ambiente montano, rendono vivi e realistici i racconti, formando anche pause di riflessione e di distensione.

Dopo la polemica contro la nuova scuola e la nuova società, frutto di ideologie aberran­ti e foriere di disordine e scardinamento, il libro scorre in trame allettanti in cui non solo vengono descritte le caratteristiche floro-fau­nistiche della montagna, con notazioni che pur essendo scientifiche nulla hanno di pe­sante, ma anche si raccontano scene di vita agreste e patriarcale: la vita dei piccoli paesi con i loro personaggi caratteristici (macella­io, imbianchino, barbiere, parroco, ecc.) e le loro tradizioni, usanze, leggende, storie va­rie.

In questi racconti si possono facilmente individuare delle fonti d'ispirazione in Man­zoni, Leopardi, Dante ed altri autori anche di pensiero; ma del tutto personali restano l'impianto e lo stile della narrazione. Il Demarchi tra­sfonde in questo libro il suo sapere senza farcelo pesare, con una delicatezza che proprio per questo rende il lavoro più apprezza­bile.

E se don Pasquale somiglia a don Abbon­dio, il racconto del "sogno del pastore" ci trasporta in una specie di "scuola d'Atene", dove garbatamente si discute di gerarchie angeliche (cfr. Dante, Par. XXVIII-XXIX) e sesso degli angeli, valle di Giosafatte e Apo­calisse, con personaggi come Dionigi 1'Areo­pagita, san Tommaso d'Aquino e san Gio­vanni Evangelista. Così più avanti si citano personaggi come Platone, sant'Agostino, Petrarca e Locke; ma il tutto nel contesto di riflessioni a cui invitano la bellezza e la pace della montagna, specialmente — come in que­sto caso — quando si tratta delle Dolomiti, stimolando anche alla poesia: infatti vari bra­ni per contenuto e forma possono dirsi poeti­ci, dando la possibilità al Demarchi poeta di manifestarsi anche nella prosa.

Un libro siffatto, perciò, è utile non solo ai ragazzi, ma anche agli adulti. In un tempo di elucubrazioni e forzature linguistiche, qui invece dominano la chiarezza e la semplicità. Questo libro ha il fascino dei libri d'una volta, quando ci si accontentava di semplici vicen­de, di personaggi ben tratteggiati, di buoni insegnamenti, di paesaggi da favola e di sim­patiche illustrazioni: per non dire che a ren­derlo attraente contribuiscono anche i carat­teri tipografici e 1'impaginazione.

Incomunicabilità (Forum / Quinta gene­razione, Forlì, 1989, pagg. 48) prende le mosse dallo stesso motivo del precedente libro: le contestazioni del '68, la nuova scuo­la, la nuova società. Il racconto dell'operatore scolastico e della scuola inesistente vuol essere anche una denuncia di certi costumi e di certi metodi introdotti dagl'innovatori: a par­te il vestiario straccioso o istrionesco o zinga­resco di certi insegnanti, molti operatori sco­lastici di quei tempi ricordano ancora il voto politico, la contestazione della figura del di­rigente scolastico, la "scuola del nulla" fatta d'inutili assemblee e bivacchi, di propaganda politico-settoriale, d'indottrinamento marxi­sta-leninista-maoista, che avrebbe dovuto sostituire la cultura tradizionale italiana, fatta invece di sapere umanistico, scientifico e tecnologico. Perciò il racconto, diviso in quat­tro capitoli, potrebbe anche essere definito saggio: un saggio nato dall'amarezza d'un capo d'istituto costretto al pensionamento anticipato dall'instaurarsi d’una scuola irriconoscibile e invivibile.

Gli altri sei di questi sette racconti hanno uno svolgimento meno amaro, ma tuttavia mantengono l'impronta della riflessione e dell'impegno umano e sociale dello scrittore. "Il gesto" ci riporta al mondo e al1o stile di Pirandello; "Monologo di una carmelitana" vuol contestare Bernanos anche nel titolo; e a questo si collega il precedente intitolato "Col­legio" che, ricordando la vita comunitaria coatta e certe metodiche educative d'una volta, pur nella nostalgia dell'infanzia lontana, stona un po' nel contesto della raccolta. Infine “L’ho visto" si snoda fra realtà e fantasia: la storia d'uno strano Pellegrino che alla fine vede Gesti può essere invenzione o confessione, creazione artistica o aspirazione, anelito o gio­ia per un traguardo raggiunto. Forse... Ma è in questa vaghezza che sta la bellezza del brano, sostanziato anche da periodi poetici o comun­que linguisticamente ben riusciti, come nel­lo stile del Demarchi poeta; il quale ha voluto chiudere il libro con un racconto-favola che certamente fa riflettere su tante cose.

Anche questo libro ha le caratteristiche del precedente per quanto riguarda lo stile: scorrevole e piano, si legge con interesse

Carmelo Ciccia

[“La procellaria”, Reggio di Calabria, lug.-sett. 1995]


Silvano Demarchi, Il battello d’argento, Lineacultura, Limito, 1996.

IL BATTELLO D'ARGENTO DI SILVANO DEMARCHI

L'eclettico Silvano Demarchi — docente, criti­co, poeta, narratore — si ripresenta al pubblico dei lettori con un'altra raccolta di liriche, che in parte riprende motivi e temi di precedenti raccolte, in parte attinge a nuove esigenze dello spirito.

Quando si raggiunge una certa età, è facile tornare indietro con la memoria, rivedere sé stessi e il mondo d'una volta in chiave di pensosità. In questo Battello d'argento c'è un carico di sogni che se ne va e nel contempo una riflessione sul destino dell'uomo. In questo contesto s'inquadra­no le visioni a ritroso di paesaggi certamente affascinanti, in particolare per chi ha attinto alla loro storia la sua cultura: la sacra Ellade, il Porto­gallo, l'Egitto, Delfi, Micene, Epidauro, Atene e così via non sono semplici nomi di tappe turisti­che, bensì emblemi di vita e civiltà.

Ma è nelle parti finali del libro,"Scorci'' e "In limine", che affiora tutta la pensosità e la malinco­nia del poeta, in versi semplici ma profondi e dolcemente musicali: "Languisce frastuono. / Rimane assorto fruscio / d'inerti ramure. / Tra poco la mia ombra / barcollerà 1'ignoto." Ora ignoto e silenzio sono termini e concetti ricorrenti: "silenzio che assorbe ogni cosa", "silenziosi cado­no / batuffoli di neve", "è tempo che il Logos / ceda il passo all'Ignoto / per navigare forse / nel mare del silenzio / dove l'umana ragione tace / e la parola". E vorremmo soffermarci su quest'ultima composizione, non solo per sottolinearne la pro­fondità d'un pensiero che qui si fa accorato, ma anche per evidenziare la riuscita stilistica di essa, che, fra struttura dei versi e lene musicalità, è una delle migliori.

Praticamente il poeta traccia un bilancio della sua vita, fra sogni e delusioni, ansietà e aspirazio­ni. Ma ha il coraggio, quando Caronte gli si presen­ta con la barca dei Trapassati piena, di dirgli che non ha premura, che attende volentieri il prossimo traghetto: e ciò con una nota d'ottimismo che in fondo è la rivalsa della vita, col prorompere delle più imprevedibili risorse ed energie anche nei casi più drammatici.

Il libro ha vinto premio "Prom. Edit.".

Carmelo Ciccia

[“La procellaria”, Reggio di Calabria, apr.-giu. 1997]


Silvano Demarchi, Questioni di estetica, Latmag, Bolzano, 1997, pagg. 56, s. p.

QUESTIONI DI ESTETICA DI SILVANO DEMARCHI

Questo denso e succoso opuscolo si confi­gura come la sintesi d'un magistero espletato per lunghi anni e spaziante dalla lingua e lette­ratura tedesca alla saggistica, dalla poesia alla narrativa e alla critica letteraria. I saggi erano tutti apparsi sulla stampa periodica, ma ora — qui raccolti in modo organico — assumono il valore di testimonianza e messaggio: e 1'opuscolo non ha alcun sintomo di separatezza e discontinuità, data la fondamentale unità contenutistica e formale della trattazione.

Gli argomenti affrontati vanno dall'ispira­zione poetica al concetto di poesia lirica, dal sublime alla dottrina e poesia nella Divina Commedia, dal sentimento estetico della natura alla retorica, dal concetto di stile alla comunica­zione letteraria, dalla funzione sociale della let­teratura all'imitazione in arte, per concludere con il giudizio di gusto e il giudizio di valore.

È ovvio che in una trattazione del genere molti sono i pilastri (filosofici, letterari, ecc.) che la sostengono: e ad ogni pie' sospinto affio­rano nomi di notissimi autori, corredati d'oppor­tune citazioni. Ogni affermazione è passata al vaglio o addirittura assume il carattere dell'evi­denza di cui prima d'ora non c'eravamo accorti. Ciò dà l'occasione di costituire una breve storia dell'estetica e della stilistica (Platone, Aristotele, Pseudo-Longino, Kant, Winkelmann. Bettinelli, Marx, Croce Freud. Jung, Cesare, Cicerone, Tacito, ecc.) e di passare in rassegna buona parte della letteratura, indirizzando a saper riconosce­re e distinguere ciò che piace da ciò che vale anche se spesso le due cose coincidono. L'opuscolo a rivolto a lettori qualsiasi, con lo scopo di fornire a tutti doti critiche che non siano semplicisticamente basate su intuizione e istinto: ma risulta opportuno particolarmente per coloro che scrivono recensioni. La trattazione, pur nel rigore della scientificità, e nell'apparente freddezza delle citazioni di personaggi e frasi che la costellano, ha un dettato semplice e piano che riesce a coinvolgere ogni lettore; il quale può anche trovare 1'ennesima conferma dell'alta competenza e grande passione d'uno studioso del calibro di Silvano Demarchi.

Carmelo Ciccia

[“La procellaria”, Reggio di Calabria, genn.-marzo 1999]


Silvano Demarchi, Le strade alte del cuore, II Ponte italo-americano, New York, 1998.

In un'eccellente veste tipografica, caratteri­stica di tutte le pubblicazioni di questa editrice, e con prefazione, di Vincenzo Rossi, è uscito questo nuovo libro di liriche di Silvano Demarchi, che come sempre coniuga poesia e filosofia, sentimento e riflessività. I titoli delle varie parti indicano il contenuto del libro: "Alture", "II distacco", "Lontananze", "Quaderno egiziano", "Malìa di luoghi". "Figure", "La guerra ieri e sempre", "Israel: i tortuosi pensieri"; ma il tutto si pub organizzare in tre raggruppamenti: osservazioni della natura e sentimenti, impressioni di viaggio, guerra e razzismo.

Premesso che la poesia di Demarchi — come più volte abbiamo avuto occasione di notare — è semplice, priva di fronzoli, piana e scorrevole, facciamo rilevare anzitutto la pre­senza di vari quadretti paesaggistici e sentimen­tali che con poche pennellate fissano dolcemen­te un momento o un ambiente. Circa le impres­sioni di viaggio osserviamo che il viaggiare di Demarchi non è puro e semplice svago o pas­satempo, ma risponde ad una profonda esigenza del suo spirito, frequentemente portato non sol­tanto a procurarsi sensazioni di bellezza soddi­sfacendo al suo bisogno estetico, ma anche e soprattutto a riflettere sul perché d'ogni cosa, magari cercando in ognuna il fine ultimo. Ecco perché nella descrizione d'un luogo o d'un par­ticolare c'è sempre qualcosa dietro che ci fa pensare: e a volte può essere un'intera civiltà a far pensare, come quella classica della Grecia, più connaturata agli studi e alla formazione del poeta e nella quale trovano radice tanti sogni e miti della giovinezza e dell'età matura, quella misteriosa dell'Egitto, di cui la sfinge è proprio 1'emblema, o quella religiosa d'Israele, che gli fa porre 1'ansioso quesito se sia ancora Padre per noi "questo Dio", fatto a immagine dell'uo­mo, "Dio degli eserciti" che sconfigge / e umi1ia il nemico, / che distrugge / Sodoma e Gomorra, resistendo alle preghiere di Abramo / e poi gli ordina di uccidere figlio, / che risponde ai lamenti di Giobbe / ricordando la sua potenza, / che ha imposto al figlio di salire / sulla croce, umiliato e deriso". E da questa terra vengono anche ricordi di persecuzioni inflitte all'ebreo errante e di un Gesù che si ferma per le strade ad assistere barboni e prostitute.

Ma nel libro ci sono anche i ricordi della guerra. che il Demarchi ha personalmente conosciuto nella sua infanzia, ricordi tristemente legati al passaggio del ricognitore "Pippo", all'oscura­mento delle lampade, al fischio delle sirene d'allarme, ai bombardamenti, alle recite del rosario e a tante paure, che rimandano all'insen­satezza e alla brutalità della guerra e di tutto ciò che fa violenza alla libertà, come l'oppressione del libero pensiero, l'inquisizione, la tortura, il sacrificio (vedi Ipazia, Abelardo, Huss, Catari e Albigesi).

Questo, dunque, è un libro pieno di belle immagini e di stimoli alla riflessione, il quale si legge con piacere, grazie anche al saggio intro­duttivo di Vincenzo Rossi, che, essendo anche un fine poeta e quindi intendendo meglio la poe­sia, con la sua collaudata perizia critica aiuta molto il lettore nella piena fruizione del testo.

Carmelo Ciccia

[“La procellaria”, Reggio di Calabria, genn.-marzo 1999]

Silvano Demarchi, Stupore, Centro Studi letterari “Eugenio Frate”, Cassino, 2000, pagg. 64, s. p.

Ancora un libro dell’altoatesino Silvano Demarchi, poeta, narratore, saggista e traduttore certamente di rilievo nell’attuale panorama letterario.

Per chi ha già recensito una decina di libri di questo scrittore è difficile continuare a scrivere di lui, senza correre il rischio di ripetersi: una nuova recensione potrebbe addirittura apparire come un tentativo di volere ad ogni costo entrare nel novero di quei critici illustri i cui nomi e giudizi occupano solitamente le pagine finali delle opere del Demarchi. In realtà è la qualità di questa scrittura che merita di non essere fatta passare sotto silenzio.

Anzitutto i versi apposti sul frontespizio interno, a mo’ d’epigrafe, indicano l’essenza non soltanto di questo libro, ma dell’intera produzione del Demarchi: “La mia poesia / è come il canto d’un uccello / che pochi ascoltano, / fiore solitario / sbocciato in una crepa”. Infatti, leggendo attentamente, si capisce l’atteggiamento del poeta nei confronti del lettore, per il quale essi fanno da guida.

Questo libro, dal titolo generale Stupore, ha la parte finale intitolata Girovago, la quale contiene delle impressioni di viaggio già pubblicate, ma che ora si rileggono volentieri per gli effetti raggiunti. Le liriche sono brevi e senza titolo, quasi a costituire fra un asterisco e l’altro i capitoletti d’un’identica storia, che poi è la storia intima ed artistica del poeta e della sua anima. Ed è proprio la concisione che le rende più gradevoli, perché in esse c’è la capacità del poeta di coinvolgere e suggestionare il lettore con poche pennellate di ricordi, osservazioni e riflessioni. A volte si sente l’eco di Rilke e sembra che il Demarchi viva proprio all’ombra di lui, con ciò rendendo più interessanti le sue composizioni.

Lo stupore del titolo è per certe vicende, ma anche per la vita stessa; e può nascere da tradizioni popolari che hanno colorato l’infanzia del poeta, come i falò del Sacro Cuore sulle Dolomiti, o da vari monumenti sparsi per il mondo che il poeta stesso ha visitato nel suo peregrinare alla ricerca di storia, arte, costumi, pensiero e soprattutto d’un ignoto che da lungo tempo voleva scoprire. Ed è per questo che il suo è un turismo della meditazione, il quale sollecita in lui un continuo flusso di pensieri. Non per nulla il Demarchi è laureato in filosofia e mette in primo piano i problemi dell’uomo, del suo essere e del suo divenire.

Certamente il poeta ha viaggiato a lungo, spinto da una sete quasi insaziabile di sapere; ma ora, con l’età avanzata e i problemi di salute, non solo s’è fermato, ma avrebbe desiderio di svanire, “tornare al Nulla dell’Incoscienza universale”. Sembrerebbe un’amara confessione, ma essa confina e convive con la sesta beatitudine e ultima: “Beati i puri di cuore / perché vedranno Dio”, che è la sesta beatitudine evangelica promessa da Gesù.

Ebbene, ciò che rende interessante questo libro, introdotto da un attento saggio di Vincenzo Rossi, è anche il dilemma fede-ragione: segno d’un vivo tormento che ovviamente merita il massimo rispetto.

Carmelo Ciccia

[“Il sodalizio letterario”, Rimini, giu. 2001]


Silvano Demarchi, Di religione e di etica – Religione e fede, bene e male, Cronache italiane, Salerno, 2002.

Pensatori e letterati del nostro tempo

SILVANO DEMARCHI

Silvano Demarchi per la sua stessa formazione non può non essere un poeta-filosofo, accezione — quest'ultima — che lo accomuna al Leopardi, i1 quale non costruì un nuovo siste­ma filosofico ma scrisse poesie intrise di profonda pensosità, esternando idee che in qualche modo possono definirsi filosofi­che. Questa connotazione è presente in quasi tutte le pubblicazio­ni del Demarchi, il quale nelle raccolte di liriche Le strade alte del cuore (1998) a Stupore (2000) aveva esposto con evidenza il dissidio fra fede e ragione.

Ebbene, questo dissidio è ora oggetto del trattatello del Demarchi Di religione e di etica – Religione e fede, bene e male (Cronache italiane, Salerno, 2002), il quale, pur nel­la sua essenzialità, mette a fuoco numerosi problemi filosofici e teologici, dandone una visione quanto meno razionale. Per lui fe­de e ragione sono due verità, che al limite potrebbero anche esse­re complementari. Con lucida obiettività, 1'autore passa in rasse­gna i dogmi della religione cattolica, quali l'asse colpa-redenzio­ne-salvezza, la Parola che riscatta, la resurrezione dei morti, la verginità della Madonna, la transustanziazione, la Trinità, ascen­sione e assunzione in cielo, il potere degli ecclesiastici di rimette­re i peccati e infliggere le scomuniche, l'infallibilità pontificia, al­cuni dei quali dogmi egli ritiene nati dalla fantasia ed elucubra­zione teologica, mentre sottolinea il tentativo ecclesiastico,di ren­dere difficoltosa la vita mediante una serie di precetti spesso d'impossibile osservanza.

Citando Aristotele, Kant, Pascal ed altri filosofi, il Demarchi mette a confronto varie religioni e vari pro­feti (Gesù, Krisna, Buddha, Gandhi, ecc.) evidenziando conso­nanze e dissonanze. Però, se da una parte deplora i milioni di vit­time dei roghi e delle "sante" guerre di religione, dall'altra non può non deplorare le persecuzioni sofferte dalla Chiesa dai tempi degl'imperatori romani fino al comunismo, nonché il bene fatto all'umanità da umili sacerdoti, suore o semplici fedeli mediante istituti d'assistenza, educazione ed istruzione: e ad esempio di ciò cita personaggi come madre Teresa di Calcutta.

Secondo 1'au­tore, 1'individuo, più che alla sottomissione a qualche potere, de­ve tendere all'affermazione della propria "libertà nella responsa­bilità", dando ascolto principalmente alla coscienza. Alfiere d'u­na morale laica, egli accetta i comandamenti biblici a contenuto etico-sociale, ma difende il principio della tolleranza, da cui consegue la fratellanza; e conclude con una dissertazione sul male, o meglio sui mali, visto che esistono mali di vario genere ed origi­ne: e in questo campo il Demarchi s'avvicina al manicheismo.

Contemporaneamente a questo libretto, che si carat­terizza per la sua chiarezza e facilità di lettura, è uscita la monografia d'Antonio Crecchia Silvano Demarchi / Un poeta di spessore europeo (Accademia "Lucia Mazzocco Angelone", L'Aquila, 2002). Il Crecchia, già noto alle cronache letterarie come critico di rilievo, attento e scrupoloso, in questa acuta e dettagliata mo­nografia esamina la vita e 1'attività poliedrica del Demarchi, dan­do una convincente illustrazione e interpretazione della capacità e della funzione storico-letteraria di quest'autore, che è insieme let­terato e pensatore.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 30.VII.2002]


Silvano Demarchi, Luce d’Oriente, Cronache italiane, Salerno, 2003, pp. 48, s. p.

Il fascino delle religioni orientali latrici di giustizia e amore

Riprendendo tematiche svolte nel precedente volumetto Di religione e di etica / Religione e fede, bene e male (Cronache Italiane - Salerno, 2002), Silvano Demarchi, pensatore, poeta, narratore, critico e traduttore, passa in rassegna le religioni orientali per constatarne, anzitutto, la grande tolleran­za a fronte dell'intolleranza delle religioni occidentali (ebraismo, cristianesimo, islamismo). Ciò che l'affa­scina in induismo,'buddismo, sufismo e bahai sono non tanto i riti quanto i messaggi; e così veniamo a conoscenza di libri sacri, leggi, figure, metodi e con­cetti rituali: Krishna, Vishnù, Brahaman, Atman, Karma, Yoga, Nirvana, Samsara, Reincarnazione... Nel contempo, ci sfilano davanti personaggi come Confucio, Siddharta. Buddha e Gandhi (a cui l'autore dedica anche delle poesie) e altri, fra cui Eraclito e Pitagora, mentre d'altri ancora, come Zarathustra o Zoroastro, Tommaso da Kempis e Tagore, sono ripor­tati dei pensieri, con 1'appoggio anche della bibliogra­fia in nota.

Il battesimo era stato l'assillo di molti secoli, ma la que­stione si risolveva in un no comment di fronte all'im­perscrutabilità divina. Dante stesso affrontò la questio­ne in Par. XIX 70 sgg.. in cui prospettò proprio la situa­zione d'un indiano: "Un uomo nasce a la riva / de 1'Indo, e quivi non è chi ragioni / di Cristo, né chi legga, né chi scriva: / e tutti suoi voleri e atti boni /sono, quanto ragione umana vede, / sanza peccato in vita od in ser­moni. / Muore non battezzato e senza fede: / ov'è que­sta giustizia che condanna? / ov'è la colpa sua, se el non crede?”. Ma dopo aver lanciato il sasso, il divino Poeta dovette ritirarsi in buon ordine e ripiegare nell'imperscrutabilità.

Oltre alla tolleranza, emergono messaggi come il rifiuto e la condanna della guerra e della violenza in genere, la liberazione dagli affanni terreni, il senso di fratellanza. Naturalmente non sono dimenticati personag­gi centrali per la storia dell'umanità, come Gesù e San Francesco. Ma è aspro il ricordo delle passate devia­zioni del cattolicesimo (inquisizione, torture, patiboli), di cui furono vittime uomini come Arnaldo da Brescia, Giovanni Huss, Giordano Bruno, Paolo Sarpi, Tommaso Campanella, Galileo Galilei: aspro nono­stante le recenti prese di distanza e richieste di perdo­no da parte del papa il quale tra l'altro ora ha ammesso che anche i non cristiani possono salvarsi (con evidenti ripercussioni sul tradizionale concetto del Limbo).

Eppure Lutero aveva detto "quod illis est papa, nobis est scriptura", lasciando alle coscienze l'interpretazione dei testi sacri. E molto prima di lui. a chi gli chiedeva quanti Dei esistessero (se uno o due o cento) Seneca aveva risposto: ''Quanti ne esige la tua coscienza".

Dunque, la cosa più importante che emerge dalla lettura di questa Luce d'Oriente, che sicuramente avrà lo stesso successo del precedente volumetto per l'interes­se delle tematiche affrontate, è proprio la preoccupa­zione di proclamare e reclamare la libertà di coscienza e, quindi, di pensiero e d'opinione anche in campo reli­gioso. II Demarchi, nel fare un confronto fra le varie religioni, orientali e occidentali, auspica per tutte integrazio­ne e interazione, cioè una pacifica introduzione dell'u­na e dell'altra, alla ricerca e pratica di valori comuni che migliorino la qualità della vita personale e della convivenza sociale.

II volumetto, in cui si discute anche dell'eterna lotta fra Bene e Male, è costellato di diverse massime che, in definitiva, incitano alla "costruzione d'una società in cui trionfino la pace, la giustizia, l'amore".

Carmelo Ciccia

[“Cronache italiane”, Salerno, genn. 2004; “Latmag”, Bolzano, marzo 2004]


Silvano Demarchi, Foglie d'autunno, Centro di Studi Letterari "Eugenio Frate", Cassino, 2003, pagg. 96, s.p.

"Come d'autunno si levan le foglie, l’una appresso dell'altra..." (Dante, Inf. III 112 sgg..), cosi d'autunno s'erge più spontanea la poesia, quando il poeta concepisce alti pensieri, indirizzati al termine della vita umana ed oltre.

Dopo la profonda e lucida prefazione di Vincenzo Rossi a questo libro, è arduo aggiungere qualcosa alle sue appropriate valutazioni: non resta che prendere atto d'una poesia che va non solo al cuore ma principalmente alla mente del lettore.

Con le sue moltissime opere questo poeta appare come un aedo che gira di qua e di là, intorno alle nostre coscienze, cantando1'epopea della vita e della morte, il destino dell'uomo, la ricerca della verità e dell'inafferrabile Dio; e il suo canto è così elevato che il lettore sensibile volentieri a lui s'accompagna, accomunandosi nella ricerca stessa.

Se noti sono i contenuti trattati dal Demarchi, a volte è più affinata la sua tecnica: più matura, più consapevole, più musicale, i cui effetti sono dovuti a lessico, taglio di versi, posizioni, spazi bianchi e silenzi, echi e risonanze.

I1 libro si compone di sei sezioni dai titoli emblematici: "Idilli" "Presentimenti", "La bella gioventù", "Levante" "Disagi", "Ultime"; e tutte sono corredate di massime che formano quasi una ghirlanda di pensieri recata da personaggi d'alto profilo: Pessoa, Toshiki, Virgilio, Ungaretti, Platone, Ecclesiaste, Kavafis, Schlegel, Lucrezio, Evangelisti, Brecht, Dante, Properzio, Mimnermo... Ma per introdurre il "Disagio" esistenziale è insupe­rabile Virgilio: "Felix qui potuit rerum cognoscere causas / atque metus omnis et inexorabile fatum/subiecit pedibus..." (Georg. II 490-492); che il Demarchi traduce: "Felice chi ha potuto investigate le cause delle cose / e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato inesorabile..."

Certamente il poeta trepida per questo disagio, dato che gli sono ben presenti incertezze e paure. Anzitutto ci sono quelle del Nulla, parola — que­st'ultima — che ritorna più volte, anche nella metafora dell'autunno dietro il quale il Rilke lo percepiva, come il Leopardi lo percepiva dietro la siepe.

Se in estate sono suggestivi lo sciacquio delle onde del mare con le sue conchiglie, il frinire delle cicale e il ronzare delle api, in autunno le rondini non cinguettano più; 1'autunno è una stagione dai bei colori, anche di frutti come il caco, ma presto le foglie avvizziscono e cadono: e l'autunno della natura somiglia a quello della vita umana, quando all'individuo si prospettano la casa di riposo e la tomba. Ecco perché in autunno c'é la festa dei Morti. Allora ogni persona, ma particolarmente un poeta, non può non lasciarsi andare ai "pensieri di cupa perplessità”: c'è 1'aldilà? In questa incertezza il poeta riprende il carpe diem d'oraziana memoria e si rivolge ad un giovane, invitandolo a godere, dato che "Quant'è bella giovinezza / che si fugge tutta via" aveva scritto il Magnifico e “Godi, fanciullo mio” aveva replicato il Leopardi.

L'autore va girando anche per città e continenti, fornendoci le sue impressioni di viaggio da Creta, Egitto, Grecia (con 1'Olimpo degli dei falsi e bugiardi e il Monte Athos dai mille monasteri e campanili), Anatolia (che è la Turchia, ma etimologicamente la terra del Levante, come Esperia è la terra del Ponente), India; ma ha una propensione per le terre del Sud, dove, oltre che reliquie di civiltà eccezionali, abbondano sole, luce, calore e poesia.

In questo girovagare ad un certo punto egli osa fare una stupefacente confessione: "Io non so quel che cerco / ma di certo qualcosa che ho lasciato / e ogni tanto confusamente ritrovo" (pag. 55). E dopo è ancora più espli­cito, quando manifesta la confusionse indottagli da un Dio "occupatissimo", che " distingue i peccati mortali / dai veniali / e scaglia le anime nel fuoco eterno, preda dei diavoli e “concede a chi lo amministra / di emettere condanne, assoluzioni / e sconti di pena" (pag. 62). Nell'arrovellarsi anche sul perché delle colpe dei padri fatte ricadere sui figli e sulla casualità (per non dire ingiustizia) dei mali inguaribili, egli poi leopardianamente ancora esalta e suggerisce la solidarietà fra gli uomini, in particolare fra giovani e vecchi, visto che la vita è come una parabola che prima sale e poi scende. Egli si sente molto attratto dal dio immanente, ma è sempre in preda alle incertezze, trovando tuttavia il coraggio di rifugiarsi alla fine in una promessa divina: "sotto la mia ala / ti custodirò, perché chi mi cerca / mi ha già trovato". E questo potrebb’essere un appagamento o una catarsi.

Per tutto ciò la silloge di liriche Foglie d’autunno di Silvano Demarchi merita una considerazione particolare, dandoci l’opportunità non solo di fruire del piacere estetico della bella poesia e d’apprezzare ancora una volta le capacità artistiche dell’autore ma anche — e forse soprattutto — d’immergerci in pensieri di solenne meditazione.

Carmelo Ciccia

[Il Cristallo, Bolzano, marzo 2004]


Silvano Demarchi, Poeti del Novecento, Cronache italiane, Salerno, 2004, pagg.64, s.p.

Riparlare qui delle doti e competenze di Silvano Demarchi è superfluo, essendo egli già noto al pubblico quale intellettuale di multiforme inge­gno. Ed ecco ora che in questo grazioso libretto intitolato Poeti del Novecento, comodo perché tascabile e succoso perché sintetico, l'autore passa in esame dieci poeti che tuttora suscitano un vivo dibattito. E di ciascuno di loro, ignorando i dati biografici, con giudizi assolutamente perso­nali, ancorché spesso suffragati da citazioni d'altri autori, sottolinea gli aspetti caratterizzan­ti: di Vincenzo Cardarelli la discorsività, d'Eugenio Montale il varco della speranza nelle prime opere, di Cesare Pavese la solitudine, di Sandro Penna l'incanto dell'efebo e la purezza lirica, di Luigi Bartolini l'ispirazione milanese, d'Umberto Saba gli animali, d'Aldo Capasso il realismo lirico, di Davide Maria Turoldo il misti­cismo e la socialità.

II libretto, dunque, si configura come un ripensa­mento della maggiore produzione poetica fatto da un autore che, fra tante cose, ha prodotto egli stesso elevata poesia. Steso con semplicità e chiarezza, ma non senza l'austerità dell'ad­detto ai lavori, esso risulta utile (anche per la sua brevità ed essenzialità) agli studenti e agli studiosi che vogliono partecipare alla condivi­sione delle conoscenze e dei giudizi.

Nella lettura ci si accorge subito che il Demarchi è particolarmente coinvolto da alcuni poeti: tra­scurando in questa sede la quasi pedofilia del Penna, su cui pur si sofferma esternando il suo pensiero, è il caso del Bartolini, che poté realiz­zarsi appieno quale poeta (era anche narratore, pittore e incisore) grazie al confino politico a Merano (BZ), nella provincia dello stesso Demarchi, dove i1 marchigiano restò) ammaliato dal fiabesco paesaggio e da una selvaggia ragazzina locale; mentre nel caso del poeta-­sacerdote Turoldo egli rileva la religiosità, il pacifismo e la polemica nei confronti di certe regole della Chiesa e della disciplina del clero, anche se ignora lo scarso lirismo e la prosastici­tà di gran parte dei suoi versi.

Tuttavia sarebbe stato opportuno che per i sin­goli poeti fossero indicate almeno le date di nascita e morte. Ciò avrebbe potuto consentire una loro trattazione in ordine cronologico (visto che l'ordine seguito non è afferente né alla cro­nologia né alla corrente) ed evitare qualche svi­sta, come quella di datare gli Uccelli del Saba al 1958, "verso la fine del lungo cammino poetico", mentre in realtà il poeta era morto nel 1957 e aveva composto la raccolta nel 1948, pubblican­dola nel 1950 (il 1958 è l'anno d'una riedizione postuma). Inoltre, sempre per il Saba, mentre è ovvio il riferimento al Leopardi, sarebbe stato opportuno anche un riferimento al Pascoli, stan­te la maggior quantità e varietà d'uccelli presen­ti nelle sue poesie; e circa la religiosità del Quasimodo forse sarebbe stato utile un accen­no alla sua quasi religiosa mitizzazione del pae­saggio siciliano. Ma questi sono rilievi che nulla tolgono alla validità d'un lavoro che certamente avrà il successo e la diffusione dei precedenti. D'altra parte i lettori, per una migliore fruizione d'un'opera così importante, potranno essi stessi aggiungere nel libretto le date omesse.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag. 2005]


Silvano Demarchi, Otto studi sulla letteratura tedesca, da Rilke a Fürnberg, Latmag, Bolzano, 2005, pagg. 48, s. p.

È gradevole e utile questo libretto dell'eclettico scrittore altoatesino Silvano Demarchi, che torna ad un settore a lui congeniale: la letteratura tedesca. Da questi otto studi si ricava sì la possibilità d'acquistare o approfondire nozioni sull'argomen­to, ma anche quella di capire più a fondo la cultura e l'indole del Demarchi, il quale con evidenza pre­dilige autori e temi più consoni al suo sentire. È il caso dei poeti Rilke ed Hesse, di chiaro temperamento romantico o decadente, che s'accostarono alle tendenze letterarie, mistiche e filosofiche rispet­tivamente di Russia ed India, rivelando un'inquie­tudine interiore difficile a sanarsi. A questo riguar­do è stata altre volte fatta rilevare la vicinanza ideo­logica del Demarchi alla religiosità orientale pre­sente nelle opere di quest'ultimo scrittore, già pre­mio Nobel.

Su questi due poeti 1'autore torna più volte nel li­bretto; ma la sua attenzione si rivolge anche ad altri scrittori, in qualche modo ad essi contigui, e a cor­renti tedesche come estetismo ed espressionismo, nonché all'impegno politico e sociale della poesia tedesca nel dopoguerra. Ovviamente nell' esposi­zione 1'autore considera anche i fondamentali no­minativi di Goethe (a cui si rifece il Carducci), Heine (che influenzò il Fogazzaro), Nietzsche (su cui il D'Annunzio forgiò il suo superuomo), Brecht (che ebbe fortuna nel clima del marxismo). Questi ed altri scrittori tedeschi, cui accenna l'autore, han­no avuto gran seguito in Italia, come dimostrano certe fortunate traduzioni, ad esempio quella di Vincenzo Errante per il Rilke e quella di Diego Va­leri per i Lirici tedeschi.

Nel ricordare che il Pirandello si laureò a Bonn sul dialetto di Girgenti/Agrigento e che il Croce e­sercitò la sua critica anche sui poeti tedeschi, il Demarchi giustamente osserva che, pur essendoci stato presso gl'intellettuali italiani un notevole inte­resse culturale per la Germania, questo non ha rag­giunto il livello dell'interesse degl'intellettuali te­deschi per l'Italia. Basti pensare ai molti letterati tedeschi (come il Goethe) che viaggiarono in lungo e in largo per l'Italia, magari sostandovi a lungo, per abbeverarsi e bearsi alla nostra cultura e alla nostre bellezze paesaggistiche.

Il libretto, in cui si scoprono anche interessanti curiosità, si conclude con un cenno ad altri studiosi italiani che si sono occupati di letteratura germani­ca. L'esposizione, nella sua essenzialità, è sempli­ce, chiara e convincente, favorendo la lettura. Infi­ne risulta molto interessante in appendice la scheda sull'imponente attività letteraria dell'autore stesso.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, lug. 2006]


Silvano Demarchi, Luci al crepuscolo, Le Mani, Recco, 2006, pagg. 112, s. p.

Quando i capelli s'imbiancano e le forze vengono meno, allora alcuni si rivolgono alla poesia quale consolatrice, producendo dei versi occasionali e non sempre riusciti. Questo, però, non è il caso di Silvano Demarchi, che con successo coltiva da sempre la poesia, unitamente alle sue altre passioni e competenze, che fanno di lui una personalità po­livalente: la narrativa, la critica, la saggistica, la traduzione. La vecchiaia è per lui stimolo per nuove osservazioni, rievocazioni, riflessioni.

In questa silloge di liriche, ripartita in otto sezio­ni, i ricordi affiorano anzitutto dai numerosi viaggi un tempo compiuti dal poeta e che gli hanno dato la possibilità di riflettere sulla storia e la civiltà dei popoli, come pure sul fluire inesorabile del tempo. Ma purtroppo ora egli dovrà fare come l'Ariosto dopo 1'esperienza di vita nell'impervia e difficile Garfagnana: viaggiare soltanto con la fantasia, so­pra le carte geografiche. Ed ecco che in queste liri­che diventa pregnante il pensiero (foscoliano, leo­pardiano, ecc., ma universale) che "tutto travolge / il fato inesorabile, il tempo / impietoso" (p. 21). Pur in mezzo a momenti di godimento estetico e di ri­lassamento (luci, paesaggi, Luna, fiori, colori, per­sone, animali, ecc.), il senso della fine imminente si percepisce da certi concetti, come crepuscolo, de­clino, ospedale, malattia, barcollamento, solitudine, ombre e fantasmi, vuoto, exitus, commiato, nonché da osservazioni conclusive: di fronte ad un bel cor­po femminile sulla spiaggia il poeta conclude che è "esile fiore d'estate / destinato a sfiorire" (p. 63).

A questo pensiero s'aggiunge quello delle guerre, a volte di religione e anche con combattenti suicidi, che pullulano in varie parti del mondo, come in Iraq, mietendo vittime innocenti. Non manca poi un pensiero rivolto agli oppressi di vario genere e ai caduti costretti a farsi uccidere, sacrificando gio­ventù e vita a beneficio dei posteri. E qui la rifles­sione del poeta, riprendendo idee a lui particolar­mente congeniali e già sviluppate in precedenti opere, si sofferma sulla giustizia divina, il silenzio di Dio (qui detto "Pace che non dai pace"), il Dio che parla attraverso di noi, il velo tra i mortali e Dio, la fede e la speranza, 1'aldilà, la trasmutazione delle anime, il fanatismo e l'intolleranza religiosa.

L'elegante aspetto grafico-editoriale, la consi­stenza dei caratteri tipografici, l'assenza di refusi, la correttezza linguistico-espressiva (sia pure con qualche virgola inadeguata e qualche spezzatura inopportuna) contribuiscono alla facilità di lettura, favorita anche dalla gradevolezza di lessico e ritmo. Citazioni varie ed espressioni in latino, tedesco e francese, rivelano poi la profonda cultura del De­marchi, ben assimilata e sedimentata fino a diven­tare ragione di vita.

Notevole è infine l'attenta e dettagliata prefazione di Liliana Porro Andriuoli, transitata alla critica let­teraria dalla ricerca scientifica nel campo della fisi­ca molecolare (non nucleare, come risulta per una svista nella recensione apparsa in "Pomezia-Notizie" di giu. 2006, p. 35), la cui lunghezza, a prima vista eccessiva, è finalizzata alla puntuale guida del lettore, per una migliore e completa frui­zione dell' opera.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, nov. 2006]


Silvano Demarchi, Prospettive etico-religiose / Zoroastrismo religione dimenticata, Cronache italiane, Salerno, 2006, pagg. 48 s.p.

Silvano Demarchi — poeta, narratore, pensatore e tradut­tore — da alcuni anni ha indirizzato la sua ricerca nel campo delle religione, per rilevarne gli aspetti positivi e quelli negativi, nell'intento di favorire una loro pacifica convivenza, tesa al miglioramento dell'uomo e soprattut­to alla sua libertà d'indagine e di coscienza.

Nella prima parte del volumetto, intitolata Prospettive etico-religiose, se da un lato egli biasima 1'autoritarismo politico-militare, dall'altro bolla quello che oggi viene definito fondamentalismo o integralismo, praticamente quella forma di fanatismo religioso capace di provocare e giustificare intolleranza, Inquisizione, torture e roghi, guerra santa, terrorismo e soprattutto una forma d'appiat­timento delle coscienze che tende all'annullamento della libertà individuale. E qui 1'autore esorta alla disobbedien­za civile e religiosa, con cui "si rompe un sistema inade­guato e si prospetta una nuova gerarchia di valori, atti­vando il processo evolutivo, altrimenti stagnante".

Circa 1'armonia delle religioni, il Demarchi si rifà alla nota novelletta di quel padre che lascia tre anelli perfetta­mente simili ai suoi tre figli, tanto che non si riconosce più quello originale su cui poi furono esemplati gli altri due. L'autore è contro ogni forma d'imposizione della verità; e perciò deplora i lavaggi dei cervelli operati sia da marxi­sti-leninisti, fascisti e altri dittatori, sia da certi settori della Chiesa Cattolica, dove lui riscontra ancora quel farisei­smo condannato da Gesù. Pur riconoscendo la valenza didascalica dei vangeli, il Demarchi mostra simpatia anche per le religioni orientali, in particolare indù, dove vige la massima libertà e tolleranza: più che quella del Buddha (India, sec. VI-V a. C.), esemplare è per lui 1'o­pera del Mahatma Gandhi (India, 1869-1948), di cui egli illustra il pensiero, specialmente quello riferito al cristia­nesimo.

Nella seconda parte del volumetto, intitolata Zoroastrismo religione dimenticata e meno consistente della prima, 1'autore presenta il mazdeismo — quasi a riproporne una riscoperta a partire dagli antecedenti, soffermandosi poi sulla vita del profeta Zoroastro o Zaratustra (Persia, circa sec. VII-VI a. C.), sul testo sacro, sui riti, sui doveri etici, sull'immanente dualismo bene-­male e sul lento declino.

Il volumetto, che non risulta affatto pesante come farebbe supporre l’assunto è invece molto agile e quindi si legge con facilità e piacere, perché l'autore, pur trattando temi così delicati ed elevati, sa usare un linguaggio idoneo a trasformare in narrazione una dissertazione speculativa, a volte corredandola di particolari aneddotici o curiosi che mantengono vivo 1'interesse. Inoltre la forma sintattico‑grammaticale è assolutamente corretta e anche i caratteri e la carta favoriscono la lettura.

In definitiva l'opera, pur nella sua modestia editoriale, va raccomandata a quanti hanno a cuore una riflessione su tutto ciò che attiene alla religione, alla spiritualità e alla propria libertà d'indagine e di coscienza.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr. 2007]

Silvano Demarchi, Poesie scelte (1990-2006), Le mani, Recco-Genova, 2008, pagg. 176, s. p.

POETI D’OGGI: CIPULAT, DEMARCHI, FALCONE

Chi conosce la produzione poetica del bolzanino Silvano Demarchi sa ch’egli ha contrassegnato la nostra stagione letteraria con la sua ricchezza e la sua pensosità, trattandosi d’un autore che proviene da una formazione filosofica, esprimentesi anche in molti libri di saggi, racconti e traduzioni. Ora questa seconda antologia “Poesie scelte (1990-2006)” (Le mani, Recco-Genova, 2008, pagg. 176) con prefazione di Liliana Porro Andriuoli (la prima, “Poesie scelte (1968-1990)” con prefazione d’Aldo Capasso, è del 1990) da una parte costituisce una gradita raccolta d’echi – egli direbbe “Echi profondi” – per i conoscitori del poeta, dall’altra offre a chicchessia il fior fiore di ben sette sillogi uscite nel periodo di riferimento.

Subito ci s’accorge che molte composizioni sono relative ad impressioni di viaggi, i quali, più che per lo svago si connotano per la forte carica di pensosità che hanno suscitato nel poeta; per cui ogni località evocata, da quelle più note della classica Grecia, ad altre meno note o semplicemente legate al turismo, sono come le stazioni d’un “Itinerarium mentis in Deum”, perché, anche quando non appaia d’immediata evidenza, il poeta – teosofo o agnostico e ad ogni modo non cattolico, pur essendo grande ammiratore di Gesù, ma con forti simpatie per le dottrine orientali – va sempre alla ricerca d’un suo Dio, d’un Dio come lo vorrebbe lui, con tutti i problemi connessi alla religiosità (trascendenza, uomo, dolore, cosmo, etica, aldilà...): “Io non so quel che cerco / ma di certo qualcosa che ho lasciato / e ogni tanto confusamente ritrovo” (pag. 128).

La riuscita della poesia del Demarchi è dovuta non soltanto all’effetto della pensosità, che aiuta a riflettere e a ritrovare sé stessi, ma anche alla collaudata tecnica poetica, che s’avvale dei requisiti idonei ad interessare e coinvolgere il lettore, assumendo a volte i toni della discorsività e della sentenziosità, con cui il poeta si presenta come un amico che vuole delicatamente insinuarsi nelle nostre coscienze per aiutarle a crescere e maturare, e in ogni caso per agganciarle con un tratto d’umana solidarietà.

L’aspetto gnomico è desumibile anzitutto dalle molte citazioni in epigrafe tratte da svariate fonti e poi da certe chiuse epifonetiche, anch’esse a carattere epigrammatico: inoltre le citazioni tratte da fonti morali – come la Bibbia, la Divina Commedia e altre – conferiscono al dettato qualcosa di sacro, che si sostanzia anche in espressioni latine e liturgiche.

Ecco, dunque, che quest’antologia ci dà la possibilità di fare un’escursione nella migliore poesia demarchiana, e anzi d’averla a portata di mano come un vademecum che può guidarci nella vita, gratificandoci anche con la sua musicalità ed altri espedienti tecnici.

Ha scritto la Porro Andriuoli nella sua attenta prefazione: “Dall’insieme del volume sempre meglio affiora pertanto la figura di un poeta schietto ed autentico, dalla ben definita personalità, capace di offrirci in maniera incisiva e profonda e con la sua solita perizia stilistica, atta a comunicare con semplicità di eloquio profonde emozioni, dei testi nei quali meditazione e sentimento compiutamente si fondono, dando luogo a risultati artistici di tutto rilievo”. E tale giudizio ci sembra il migliore riconoscimento per questa poesia.

Fra le sette sillogi antologizzate nel 2008 non figura, però, la silloge “Momenti” (Accademia “Mazzocco Angelone”, Isernia, 2007, pagg. 100) perché pubblicata dopo il periodo di riferimento; e perciò, per avere un quadro aggiornato della poesia di Silvano Demarchi, qui è doveroso soffermarsi anche su d’essa.

“Dubito, ergo sum”: “dubito, quindi sono”, dato che la nostra esistenza comporta dei dubbi. Così sembra dire Silvano Demarchi, variando il cogito cartesiano. Il Demarchi, che è laureato in filosofia e ha passato la vita ad investigare su “il segreto perché delle cose” (p. 20) – acquisendo per questo una notevole pensosità, ma senza riuscire a dare una soluzione ai molti problemi – trasfonde la sua inquietudine anche in questa nuova raccolta di liriche, come in altre precedenti.

Anche qui la pensosità è evidente già nelle numerose epigrafi e massime – in italiano, tedesco e latino – che costellano il libro; e la varietà delle citazioni ci dimostra la grande cultura del poeta, che spazia dai testi sacri delle più importanti religioni a quelli della filosofia e della letteratura. Egli mostra simpatia per il Cristianesimo, come per le religioni orientali; ma nessuna religione e nessun sistema filosofico gli danno quelle certezze che egli va cercando in merito all’esistenza di Dio e all’immortalità dell’anima, allo scopo e al destino dell’uomo prima e dopo della morte, all’utilità del dolore. Al riguardo egli scrive: “Duro è il destino dell’uomo / e più ancora / nulla sapere dell’Oltre” (p. 18).

Eppure il poeta si sente attratto e avvinto ad un essere divino (Gesù?), cerca d’“incontrarLo ancora” dove costui era passato, per “rivedere il Suo Volto” (p. 39), che con la dolcezza dello sguardo e il muto parlare incanta: “Abisso d’infinito mistero, / chi sei Tu, / che porti la pace nei cuori?” (p. 40). Costui è “fulgente luce / d’infinito tenero amore“ (p. 41). E poiché in ognuno c’è “un dio che gli parla”, “ascoltare la voce / è unirsi al divino // ritrovare l’Amato” (p. 43). Queste sembrano espressioni da “Imitazione di Cristo”, tanto che il poeta arriva ad intonare un “Magnificat”, in cui la natura tutta canta la gloria del Signore (p. 44).

Tuttavia è chiaro che in una poesia meditativa, quando prevale il raziocinio, il lirismo s’attenua o manca: esempi di ciò sono composizioni interrogative o narrative (pp. 37, 46 e 54) e altre in cui il poeta rampogna le suore che pensano solo a pregare senza far nulla per i bimbi afflitti da fame e gravi malattie (p. 47) o in cui stigmatizza il violento comportamento dei “rossi” che in nome della libertà impediscono di lavorare o studiare a chi lo desidera (p. 56); ma egli sa bilanciare le due cose, sicché la silloge si dipana su un registro prevalentemente lirico. Così la sintesi del libro, che anche il prefatore Antonio Crecchia sottolinea nella sua forse troppo lunga prefazione, è ben espressa nella lirica di commiato “Finis”, in cui la confessione trova sublimazione artistica nell’essenzialità e nell’epifoneticità (p. 92): “L’incanto dell’innocenza / e la gioia, lo sgomento / e il pianto per il dolore / che attraversa il mondo / sono le note / di questo trepido canto”. Ed è così che si connota l’intera silloge: la quale è intrisa d’un’aura di mestizia, lenita soltanto da immagini di fresche fanciulle, di rilassanti paesaggi e di famosi monumenti che il poeta ha incontrato nelle sue numerose gite-peregrinazioni. In sostanza, nell’insieme l’opera piace e fa riflettere.

Infine una nota positiva va anche alla tipografia per la forma grafico-editoriale della silloge, apprezzabile pur nella sua semplicità, particolarmente per il fatto che sono pressoché assenti i refusi (anche se a pag. 4 è usato il simbolo della posta elettronica @ invece di quello della riserva dei diritti ©) e per il fatto che è stato scelto per queste liriche un carattere tipografico ornato: il che conferisce al libro un aspetto di distinzione.

Carmelo Ciccia

["Ricerche", Catania, lug.-dic. 2008]


Silvano Demarchi, Poeti minori dell’800 italiano, Venilia, Montemerlo (PD), 2009, pagg. 48, € 8.

Anzitutto un grazie di cuore va a questo eclettico scrittore (poeta, narratore, saggista, traduttore), il quale con tanta amabilità e competenza ci ha riportati alla scuola d’una volta: quella fatta di lezioni serie e capaci di formare veri uomini e cittadini. E questo ci fa biasimare sinceramente la scuola odierna, basata su pochissime nozioni appiccicaticce e piena di “bulli e pupe” iperprotetti da genitori a cui interessa più l’apparenza che la sostanza.

Diciamo subito che la lettura di questo libretto è facilitata da una forma grafico-editoriale confacente, dove tutto (salvo qualche sporadico refuso) è teso e scandito per una migliore fruizione dell’opera: titoli, immagini, capitoli, paragrafi, caratteri, note. Ed è in questo contesto formale che Silvano Demarchi assume il ruolo d’un insegnante della scuola che fu, offrendoci sette lezioni su poeti minori dell’800 che pur si trattavano a quei tempi, nonostante che fossero un po’ in ombra rispetto ai maggiori, perché effettivamente avevano un certo peso nella cultura e nel sentimento nazionale: Berchet, Tommaseo, Giusti, Prati e Aleardi, Zanella, gli scapigliati milanesi (Praga, Boito, Tarchetti, Camerana), Porta e Belli. È ovvio che per l’occasione si fanno anche cenni su classicismo, illuminismo e romanticismo (1°, 2°, 3°).

Così vengono citati e tornano alla ribalta particolari che si fissavano nella memoria: di Giovanni Berchet, certe Romanze e Fantasie, come pure qualche brano della sua famosa Lettera semiseria di Grisostomo, che tanta incidenza ebbe sul movimento romantico; di Niccolò Tommaseo, l’inquietudine di Fede e bellezza, oltre che la passione per la Divina Commedia, per il vocabolario italiano e per i canti popolari; di Giuseppe Giusti, certe Poesie satiriche come “Il brindisi di Girella”, “La chiocciola”, “Il re Travicello”, “La terra dei morti”, “Sant’ Ambrogio”, ma anche altre liriche e sentimentali come ”La fiducia in Dio” e “Affetti d’una madre”; di Giovanni Prati e Aleardo Aleardi, la poesia sdolcinata del secondo romanticismo, pur non priva d’accenti patriottici; di Giacomo Zanella, la storica “conchiglia fossile” posta sul chiuso quaderno, la quale suscitava tante suggestioni sulla creazione divina e sull’esistenza dell’uomo, quest’ultima così breve rispetto a quella lunghissima di terra e cielo; degli Scapigliati milanesi, la vita disordinata, spesso conclusa con suicidi, e certe fiabe d’ascendenza nordico-preromantica, come in Re Orso del Boito la filastrocca “Trol” col pauroso ritornello “Bimbi, copritevi / sotto il lenzuol, / ché viene Trol!”; di Carlo Porta e Giuseppe Gioacchino Belli, la sapidità dei rispettivi dialetti, che ci diedero significativi spunti di riflessione, come — ad esempio — nel primo con la classica “Preghiera” della dama boriosa e nel secondo col sonetto “La rriliggione der tempo nostro” in cui ben si distingue la vera religiosità, basata sul vangelo, dall’inutile religione convenzionale, basata soltanto su formalismi esteriori.

Tutto ciò il Demarchi lo spiega (e si tratta di spiegazioni vere e proprie) in brevi capitoli, dallo stile piano, chiaro e scorrevole, nonostante la precisione delle informazioni e l’accuratezza dei commenti: uno stile accessibile a tutti, che si può gustare con un certa nostalgia dei tempi che furono. In pratica egli traccia i profili degli autori trattati, inquadrandoli nell’arco temporale della loro operosità e partendo dai dati biografici contenenti quasi sempre gli estremi di nascita e morte (soltanto per lo Zanella mancano luogo e data di morte e per il Boito entrambi gli estremi). Nella trattazione ci sono anche interessanti curiosità, che in ogni caso arricchiscono le conoscenze dei lettori.

Infine le note riportano gli autori su cui poggiano le suddette spiegazioni, le quali così risultano non arbitrarie ma fondate su quelli che allora erano i capisaldi della critica letteraria: Carmelo Cappuccio, Benedetto Croce, Francesco Flora, Alfredo Galletti, Mario Marcazzan, Attilio Momigliano, Umberto Panozzo, Mario Petrucciani, Mario Puppo, Luigi Russo, Carlo Sainati, Aldo Vallone. Insomma, il fior fiore dei critici che hanno fatto crescere generazioni di studenti e di studiosi, dando un’indelebile impronta di corposità alla scuola d’una volta, che qui Silvano Demarchi egregiamente ripropone.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 3/2009]


Silvano Demarchi, Sogno e realtà, Accademia Mazzocco Angelone, Scoppito, 2009, pp. 73; e L’arco e le frecce / Riflessioni etico-sociali, Cronache italiane, Salerno, 1999, pp. 50.

POESIE E PROSE DI SILVANO DEMARCHI

Lo scrittore Silvano Demarchi — già docente, preside e presidente della Società Dante Alighieri – Comitato di Bolzano — da molti anni occupa la scena letteraria pubblicando libri di poesia, narrativa, saggistica, traduzione, ecc.

Sogno e realtà (Accademia Mazzocco Angelone, Scoppito, 2009, pp. 73) è una silloge poetica in cui risaltano descrizioni d’oggetti lontani nel tempo, quali mute stanze dall’irrevocabile passato, o personaggi statuari colti in un istante, quali uno sciatore acquatico e un viandante. Ma ci sono anche ricordi d’infanzia, quali quelli relativi alle rustiche sigarette fumate e alle lavandaie che sciacquano panni. A volte l’autore s’incanta ad osservare una magica sera nei suoi colori, linee del paesaggio e suoni di campane; sofferma la sua attenzione su dei fiori o rivede gli orizzonti stranieri di Tenerife, Las Palmas, Cappadocia, tracce ormai labili d’un insistente girare alla conoscenza del mondo. Ora l’autore è inevitabilmente statico e si limita ad osservare una barca o un fugace volo di libellule: “Ora da terra guardo / l’onda sonnacchiosa / rotolare sulla spiaggia / e rifluire / con lungo fruscio” (p. 28). E pensa che di fronte a stragi fatte in nome di Dio o a calamità naturali il “Dio degli insondabili silenzi” (p. 58) resta assente; e, mentre intorno a sé vede malattie e morti, sente il peso della sua vecchiezza e vorrebbe chiedere allo stesso Dio che cosa c’è al di là della soglia sensibile e se per caso c’è un inesorabile nulla, di fronte al quale egli si sente “sperduto membro / della infinita natura” (p. 66).

L’arco e le frecce / Riflessioni etico-sociali (Cronache italiane, Salerno, 1999, pp. 50) fra le tante altre riprende problematiche care alla speculazione dell’autore: il diritto naturale, l’ospitalità agli stranieri, la guerra, il razzismo, l’utopia, l’atarassia, il contrasto tra fede e ragione, la resurrezione della carne, le pene corporali vigenti in certi paesi, l’esclusivismo religioso, la reincarnazione... Naturalmente, nel discutere di ciò l’autore cita letterati e filosofi di grande rilievo, quali Buddha col suo ottuplice pensiero ed Epicuro con certe sue massime sempre attuali: “È non solo più bello ma anche più piacevole fare il bene che ricercarlo” (p. 24). Il pregio principale di questo volumetto, che sembra essere rivolto particolarmente alle scuole, è che gli argomenti svolti sono brevi ed espressi con linguaggio accessibile a tutti, che non ci sono elucubrazioni e neanche approfondimenti. Il tutto è esposto con semplicità e chiarezza, così come dev’essere in un lavoro che tende più che altro alla divulgazione: e quindi è facile ai lettori assimilare e riflettere sopra i vari temi proposti. Ed è questo l’intento dell’autore, che con questa silloge di riflessioni naviga liberamente nel campo preferito del pensiero, dando ai lettori il risultato della sua preparazione e della sua saggezza acquisita con gli anni.

Questi due volumetti sono anche corretti e scorrevoli, sebbene vi siano alcuni refusi e sviste, che tuttavia non ne limitano il pregio. Interessante è nel primo la prefazione d’Antonio Crecchia.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, genn.-giu. 2010]


Giulia De Marco, Una magia del Barocco siciliano: Via Crociferi, C.R.E.S., Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2012, pp. 104, s. p.

“Una magia del Barocco siciliano: Via Crociferi” di Giulia De Marco

Una passeggiata all’esterno e all’interno degli artistici monumenti catanesi visivamente presenti

È difficile che un turista non abbia mai visitato la via Crociferi di Catania, che prende nome dai frati camilliani addetti agl’infermi, i quali avevano in essa un loro convento. In questa via c’è un alto concentrato del Barocco siciliano: motivo per il quale vi sono state girate numerose pellicole cinematografiche, tra cui la Storia d’una capinera di Giovanni Verga, tanto per ricordarne soltanto una.

Ora l’artistico volume Una magia del Barocco siciliano: Via Crociferi di Giulia De Marco (C.R.E.S., Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2012, pp. 104, s. p.) traccia la storia e il profilo della via, accompagnando e guidando il lettore in una passeggiata all’esterno e all’interno dei monumenti, resi visivamente presenti mediante una serie di figure numerate e dettagliatamente spiegate.

La storia, che comprende anche note biografiche dei vari artisti che vi lavorarono, ha come discrimine il disastroso terremoto dell’11 Gennaio 1693, quando Catania fu quasi interamente rasa al suolo; e da lì partì la ricostruzione della città, ed in particolare di questa via, che col tempo ha assunto l’aspetto attuale. L’accaparramento di terreni da parte delle autorità ecclesiastiche fece sì che in essa si concentrassero vari monasteri, conventi e chiese, dando luogo anche a curiosi episodi di braccio di ferro fra autorità religiose e autorità civili, come quello della costruzione del caratteristico arco-viadotto a fianco della chiesa di S. Benedetto, il quale funge da corridoio di collegamento fra la badia grande e la badia piccola, fatto costruire di getto in una notte del 1704 da parte del vescovo Riggio a dispetto d’una contraria risoluzione del senato locale.

Dopo uno sguardo d’insieme sulla via, che nel suo mezzo millennio d’esistenza ha visto erigere vari palazzi civili oltre che opere religiose, diventando poi il cuore della processione della festa di S. Agata, l’autrice descrive le chiese e i relativi monasteri o conventi di S. Benedetto, S. Francesco Borgia, S. Giuliano e S. Camillo, concludendo il percorso a villa Cerami, col grandioso portale dell’architetto Giambattista Vaccarini (1702-1768, autore anche della chiesa di S. Giuliano) che fa da fondale a questo scenario e che oggi è sede della facoltà di giurisprudenza, non trascurando di segnalare la persistente incuria e gli atti vandalici perpetrati a danno dei monumenti e augurando una maggiore civiltà dei cittadini e una costante presenza delle forze dell’ordine ai fini della preservazione d’opere di così straordinario valore.

In tutto ciò la De Marco — nata nel 1987 a Catania, dove si è laureata in lettere moderne e in storia dell’arte e beni culturali e dove ha svolto tirocinio nel museo diocesano — nonostante la giovane età, rivela spiccate doti di preparazione, ermeneutica e affabulazione, dimostrando anche di saper usare un idoneo linguaggio tecnico.

Dal punto di vista linguistico-espressivo, il libro è chiaro, scorrevole e pressoché totalmente corretto: la lettura è facilitata anche dalle belle fotografie di Marco Rizzo e Andrea Tornabene, che costituiscono occasioni di svago, oltre che di necessaria documentazione. Si nota soltanto lo scambio delle didascalie fra le figure 19 e 20 nonché l’errata indicazione delle figure 137, 138 e 139, l’indicazione di S. Antonino Abate nella figura 87 al posto di S. Antonio Abate indicato a p. 58, l’anteposizione dei cognomi ai nomi degli autori citati in varie note, sia pure separati da una virgola come nei cataloghi bibliotecari o in altri elenchi, l’uso delle locuzioni semplici riguardo e vicino al posto delle locuzioni prepositive riguardo a e vicino a, qualche incostanza nell’uso dei tempi verbali (ad es. nella nota 39 per lo stesso soggetto si succedono i verbi nasce, trascorre, apprese, fu, si recherà, fa, inizierà, si sposterà, lavorerà), qualche pleonasmo come dove vi stette nella nota 40, qualche virgola al posto d’un segno di punteggiatura più consistente e qualche refuso. Invece la forma grafico-editoriale del volume è eccellente sotto tutti i punti di vista (impaginazione, caratteri, qualità della carta e delle immagini, ecc.).

Per concludere, si tratta d’un volume di rilevante importanza, per cui è doveroso rendere merito, oltre che all’autrice, anche al C.R.E.S e al suo poliedrico presidente e direttore editoriale Giancosimo Rizzo, autore della presentazione del presente volume.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, dic. 2013]


Francesco De Napoli, Nel tempo - A Zenia, Dismisuratesti, Frosinone, 1998.

EVTUSENKO: UN POETA RUSSO FRA CONSENSO E DISSENSO

Zenia è il nomignolo del poeta russo Evgenij Evtusenko, al quale è dedicato il volumetto intitolato Nel tempo - A Zenia (Dismisuratesti, Frosinone, 1998) di Francesco De Napoli, in ricordo d’una lontana ospitalità. Infatti il De Napoli, una delle personalità culturali più emergenti di questo tempo, ebbe ospite Zenia nella sua Cassino una domenica d’aprile del 1986. Ed è da questa esperienza che prende spunto il volumetto, che non si limita però a delle rievocazioni, ma assume la veste d’un saggio di critica storica e letteraria.

L’opera si apre col componimento in versi che dà il titolo a tutto il volumetto e a cui segue una “Canzone della verità” sempre dedicata a Zenia. Il contenuto di questi versi, però, trova più adeguata e riuscita estrinsecazione nel successivo saggio “Una giornata con Evgenij Evtusenko”, che certamente merita l’attenzione dei lettori.

Il De Napoli non solo racconta i momenti di quella per lui memorabile domenica d’aprile, esprimendo la sua devozione al poeta russo, ma passa in rassegna la produzione di Zenia e praticamente un intero periodo della storia civile e culturale della Russia. E per questo accosta frasi pronunciate da Zenia in quell’incontro a frasi scritte dallo stesso nelle sue opere. Da questi accostamenti si evidenzia il pensiero d’un poeta certamente discusso dentro e fuori dell’URSS, ma che qui il De Napoli cerca di porre nella giusta luce e rivalutare, non tanto come poeta, data la sua fama, indubbiamente riconosciuta anche in Italia, quanto per la sua posizione politica.

Così affiora che Evtusenko, amico del cubano Che Guevara, pur non potendo fregiarsi dell’aureola di dissidente e quindi perseguitato come Pasternàk e Solgenitsyn, fu un “bastian contrario” all’interno del regime sovietico, che egli contribuì ad incrinare, essendo per un socialismo dal volto umano e operando per mitigare la severità del regime stesso anche nei confronti dei dissidenti e quindi per realizzare quel disgelo che poi portò alla ribalta Gorbaciov, di cui lo stesso Evtusenko fu sostenitore. Ad esempio, egli ironizzò sulla “maniacale e suicida chiusura dell’opprimente burocrazia sovietica sorda e cieca a tutto ciò che di nuovo accadeva al di là del muro”. Praticamente fu — come dice il De Napoli — sulla linea di confine fra consenso e dissenso. Ma la gente, che prima lo aveva idolatrato, quando caddero i miti della rivoluzione bruciò nella piazza Rossa anche la sua fotografia, non considerando che era stato lo stesso Evtusenko a predire la caduta di quei miti anche se non a così breve scadenza. Evtusenko era convinto che con Gorbaciov tutto sarebbe cambiato. E il titolo che oggi gli viene attribuito è proprio quello di “poeta del disgelo”.

Il De Napoli riesce ad illuminare la personalità di Evtusenko in tutti i suoi aspetti: dalla pensosità all’istintività, dalla capacità di donare comprensione e affetto a quella di fare previsioni. Di conseguenza assume un valore altamente simbolico la commossa sosta accanto alle lapidi del Sacrario Militare Polacco di Montecassino, dove Zenia sentì sicuramente, ma senza timori, di essere rimasto solo, incompreso, deriso. Ma oltre a ciò il De Napoli si addentra nel contenuto delle singole opere di Zenia, che mostra di conoscere approfonditamente, ne sottolinea significati e valori, opera dei confronti con altri autori russi o d’altre aree, riporta anche giudizi d’altri studiosi e critici di Zenia. E, dato il filiale affetto, conclude riferendo con soddisfazione che il nuovo presidente Eltsin fra le sue prime decisioni ha incluso l’assegnazione d’uno dei più prestigiosi riconoscimenti ad Evtusenko.

Il volumetto, che è corredato anche di fotografie, si legge volentieri per lo stile semplice e piano; e sicuramente serve a far conoscere meglio entrambi i protagonisti di quel memorabile incontro.

Carmelo Ciccia

[“La voce del CNADSI”, Milano, 1.IX.1999]


Antonio De Rosa, Riflessi di vita, Pubbliscoop, Sessa Aurunca (CE), 1995, pagg.56, s.p.

In questo libretto ciò che risalta subito agli occhi è la brevità delle liriche: circa metà si compongono di pochi versi e sono vere folgorazioni di pensieri, aspirazioni, illusioni, delusioni, osservazioni, massime... Quella di Antonio De Rosa è una poesia che principalmente ruota attorno al proprio io: il poeta — come Socrate — cerca anzitutto sé stesso: “Con la luce dell’esistenza / nell’infinito buio dell’universo / cerco me stesso”. Questi versi, che presentano il vagare d’un uomo nell’universo buio e infinito, possono essere assunti a paradigma d’un’esistenza inquieta e indagatrice: non bastano o non servono a nulla l’ansietà e il pessimismo se non sono accompagnati da una costante ricerca delle proprie origini e del proprio fine. Perciò tutto il libretto è percorso dai brividi dell’ansia e della ricerca; ma c’è anche un senso di solitudine che anela ad essere superato.

Eppure, sebbene sia una delle dominanti, la malinconia non è l’unica dominante in Riflessi di vita e non è mai così accentuata da assumere i connotati dello spleen: si capisce che il poeta ha ancora fiducia, che le sue energie vitali non si sono né affievolite né accasciate, anche perché egli sa apprezzare il valore di risorse come il pensiero, la parola, la poesia. Ed è questo che gli dà la forza di superare i momenti critici. Tuttavia questo auspicato superamento non porterà all’affievolimento della produzione poetica del De Rosa. Accanto a temi di tristezza e di riflessione, quali quelli dell’introspezione, dell’infanzia rimpianta, del futuro incerto, del vuoto circostante, del mistero del nulla e dell’infinità del cosmo, in questa raccolta ve ne sono altri d’impegno sociale, che riguardano l’egoismo, l’autoritarismo, l’emarginazione, il razzismo, la detenzione, le malattie del secolo. Nelle composizioni che trattano questi temi, però, l’elaborazione è meno riuscita, sfiorando a volte l’oratoria e la prosaicità anche a causa di certe inusuali spezzature di versi terminanti con un articolo (il), un pronome (lo), una congiunzione (ma), una preposizione (con), le quali danno l’impressione di qualcosa di monco e sospeso.

Come giustamente osserva Vincenzo Rossi nell’acuta prefazione, la scrittura del De Rosa è lineare e cristallina, aperta alla comprensione da parte di tutti. Questo è certamente un elemento positivo. Alcune composizioni, però, non hanno la stessa grazia della maggioranza, essendo meno sciolte e musicali: forse sarebbe stato opportuno tralasciarle per migliorare la qualità generale, cui a volte avrebbe contribuito anche una maggiore attenzione all’interpunzione e alla morfologia. Ma — ripetiamo — si tratta d’un ridotto numero di casi che non inficia il valore complessivo della raccolta, la quale presenta delle composizioni d’alto lirismo, specialmente quelle brevissime, che hanno apprezzabili esiti: “Scivolo sul placido fiume dell’oblio / per arrivare alla lontananza / delle stelle” oppure “Col vuoto del silenzio / fra spazio e tempo / gocce di silenzio” oppure la lirica conclusiva “L’ultimo desiderio” in cui la semplicità e la sincerità sanno ben coinvolgere il lettore perché sono intrise d’innocenza, freschezza e affidabilità.

Ed è per questo che auguriamo ad Antonio De Rosa, peraltro accreditato da numerosi riconoscimenti, di proseguire nella strada della poesia.

Carmelo Ciccia

[“Miscellanea”, Salerno, genn.-febbr. 1999]


Antonio De Rosa, Oltre le porte del sole, Cronache italiane, Salerno, 2002, pagg. 64, € 8.

Antonio De Rosa è un fecondo autore di poesia e narrativa, che ha ottenuto vari riconoscimenti. Il suo amore per la poesia è tale che gli fa perdonare alcune carenze dovute alla tenuità della base culturale e alla modestia degli strumenti tecnici. Lui stesso riconosce che la sua poesia può essere “bella, grigia o dolce”, ma è sempre amica sua.

Nella raccolta di versi Oltre le porte del sole egli presenta temi d’alto valore sociale, come barboni, uomini soli, orfanelli, delinquenti; esprime nobili sentimenti, come l’onestà, la lealtà, la giustizia e la libertà; canta con entusiasmo le bellezze della sua terra e con garbo le grazie dell’amore; manifesta timori e ansie che investono il destino dell’uomo; soprattutto proclama un’incrollabile fede nella poesia. E tutto ciò indubbiamente può bastare a rendere gradevole la pubblicazione e a farla leggere con interesse.

In particolare si leggono con interesse quelle liriche brevi o brevissime che nella concisione condensano osservazioni istantanee, quadretti idilliaci, riflessioni, massime eterne. È il caso dell’ultima lirica, che dà il titolo alla raccolta: “Laggiù, oltre le galassie, / in fondo agli universi paralleli... / Nell’occhio illimitato dello spirito / sempre più viva la luce.” E in un’altra lirica il poeta riconosce che gioia, felicità, libertà e serenità sono le magie della vita, rendendola fiabesca.

Perciò, al di là delle occasionali carenze linguistico-espressive, la poesia d’Antonio De Rosa si configura come un anelito d’infinito nel grigiore della quotidianità; contribuisce a rafforzare (e quindi a migliorare) i rapporti umani; e in conclusione risulta apprezzabile in un’epoca come la nostra, sorda ai valori dello spirito. Il che può giustificare i riconoscimenti ottenuti.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 24.X.2002]


Paolo De Töth, Il soldato di Cristo Stanislao Medolago Albani / Profilo biografico fino al 1904 a cura di Renato Borsotti, Publimedia, San Vendemiano, 2019, € 25.

Vicende storiche della Chiesa e dell’Italia

nella vita di Stanislao Medolago Albani

di Carmelo Ciccia

Il barone e sacerdote Paolo De Töth (Udine 1881 – Fiesole 1965) era figlio d’un esule ungherese e visse prevalentemente a Bergamo, dove come famoso giornalista e scrittore molto apprezzato dalla Santa Sede difendeva con intransigenza il potere temporale dei papi. Fra i suoi scritti lasciò inedita una biografia del conte Stanislao Medolago Albani, laureato in teologia e filosofia alla Pontificia università Gregoriana e collaboratore dei sociologi Nicolò Rezzara, Giuseppe Toniolo e altri, come lui figure di primo piano del movimento cattolico dal quale derivarono l’Azione Cattolica Italiana, l’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici in Italia, le casse di mutuo soccorso e gl’istituti di credito d’ispirazione cattolica, l’Unione Cattolica Internazionale, l’Unione degli studi cattolici sociali in Italia, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana e la Democrazia Cristiana.

In pratica il conte Medolago Albani fu “il vero e principale capo del movimento sociale cattolico in Italia” (pag. 491): e per la sua testimonianza di vita e di fede ora egli, come il suo biografo De Töth, è incluso nell’enciclopedia telematica Santi, beati e testimoni, oltre che in altre opere d’ispirazione cattolica.

Questa imponente biografia di ben 742 pagine — che di fatto si configura come una storia della Chiesa e dell’Italia, con particolare riguardo alla città di Bergamo — ora, in prossimità del centenario dalla morte del protagonista, è stata pubblicata a cura di Renato Borsotti, che ne è venuto a conoscenza tramite un nipote del protagonista stesso, nipote che era stato suo compagno di classe al liceo “Carducci” di Milano, e s’intitola Il soldato di Cristo Stanislao Medolago Albani / Profilo biografico fino al 1904 (Publimedia, San Vendemiano, 2019).

La qualifica di “soldato di Cristo” premessa al nome del personaggio dovrebbe dire tutto: il conte Stanislao Medolago Albani (Bergamo 1851-1921), appartenente ad una delle più antiche e nobili famiglie, della quale a Bergamo esiste tuttora il grandioso ed elegante palazzo della fine del Settecento, fu un teologo e sociologo, promotore della solidarietà sociale, militante per Cristo, per la Chiesa e per il Papa, del quale fra l’altro fu cameriere segreto e cavaliere di spada e cappa. Impegnò tutta la sua vita per realizzare in essa gl’insegnamenti del vangelo, facendosi propagandista con la parola e l’esempio. Benefattore dei bisognosi, pretese che non si scrivesse il suo nome negli elenchi dei benefattori ovvero che s’indicasse una somma inferiore a quella effettivamente donata. Soprattutto intuì che bisognava organizzare le masse per la diffusione e applicazione del messaggio cristiano: e così s’impegnò al massimo fondando e/o dirigendo organismi cattolici che fiancheggiassero il papa e i sacerdoti nel loro compito ed estendendo il suo campo d’azione alla politica, in cui fu consigliere comunale e vicepresidente prima e presidente poi del consiglio provinciale di Bergamo. Fu presidente della II Sezione dell’Opera dei Congressi, della Scuola Sociale Cattolica, della Società Cattolica di Mutuo Soccorso da lui stesso fondata a Desenzano al Serio, d’affollati circoli cattolici locali come il “S. Luigi” e il “S. Giuseppe”. Insomma per il suo attaccamento a Dio, alla Madonna, ai Santi e al Papa il conte Medolago Albani, rinomato e richiesto anche all’estero, fu un aspirante alla beatificazione, in parallelo col Toniolo (Treviso 1845 - Pisa 1918), d’intesa col quale collaborava e che di fatto è stato proclamato beato. Ecco perché il De Töth, tracciando questa biografia-agiografia, in cui sono riportate anche alcune appassionate e zelanti conferenze, orazioni e allocuzioni varie di contenuto sociale tenute da questo conte (il quale era dotato di fervida eloquenza), sembra essere piuttosto il postulatore d’una causa di beatificazione, mentre dagli avversari politici il conte stesso era definito “l’odiatissimo capo dell’intransigentismo e temporalismo cattolico-chiesastico” (pag. 313), tanto che era giunto a segnalare al Vaticano come pericoloso modernista il sacerdote suo concittadino Roncalli, futuro “papa buono” e santo (pag. 724).

Ma per far capire meglio in quale contesto familiare e storico s’è formato questo personaggio, l’autore si dilunga sulle due famiglie unitesi col matrimonio di suo padre, e cioè la Medolago Albani e la De Maistre, quest’ultima unita alla famiglia Laval di Montmorency, focalizzando l’obiettivo su varie località (Bergamo, Chambéry, Torino, Beaumesnil, Poitiers…) e indagando su parenti e affini, ascendenti, discendenti e collaterali, fra i quali c’erano non soltanto ufficiali e dignitari che servivano re e papi (come Joseph De Maistre, che fu ambasciatore sabaudo in Russia, oltre che filosofo e scrittore e dal cui libro Del Papa in pratica derivò l’intransigentismo), ma anche religiosi/e e santi/e (come Teresa Eustachio Verzeri, elevata all’onore degli altari): sicché si può affermare che le famiglie trattate erano vivai di santità, sotto la guida d’altri santi uomini che erano vescovi (fra cui anzitutto mons. Speranza, a pag. 199 definito “atleta” come il dantesco S. Domenico di Purg. XII 56), sacerdoti (fra cui S. Giovanni Bosco) e precettori. E la lunga digressione iniziale d’oltre cento pagine su queste famiglie potrebbe infastidire il lettore s’egli non considerasse ch’essa è propedeutica alla delineazione e caratterizzazione delle doti del protagonista Stanislao.

Ma a proposito di vivai, si può aggiungere che era un vivaio di santi anche la città di Bergamo sotto le sue elevate guide religiose e morali; e per il suo attaccamento al papa fu definita dagli anticlericali “roccaforte e cittadella avanzata del Vaticano” (pag. 14) e “sacrestia del Vaticano” (pag. 606); mentre per un altro motivo essa era stata definita da Giuseppe Garibaldi “la città dei Mille” (motto oggi presente sul gonfalone cittadino) in considerazione dell’alto numero di partecipanti alla spedizione dei Mille e alle altre lotte risorgimentali.

Ad avvalorare l’eccellenza dei rapporti fra i De Maistre e i Medolago Albani con la Santa Sede, nell’opera ci sono stralci di numerose lettere pontificie, conservate (come tutte le altre lettere citate) negli archivi delle famiglie stesse.

Importante per la mole di dettagliate e utili informazioni su personaggi, fatti e ideologie è poi l’appendice di documenti fornita dal curatore, la quale avrebbe meglio potuto costituire un apposito libro del curatore stesso: nel primo, oltre che una cronistoria dell’intransigentismo cattolico ed una deplorazione del transigentismo, c’è l’elenco dei docenti universitari che si rifiutarono di prestare il giuramento al regime fascista (fra cui ci fu il sacerdote poi scomunicato Ernesto Bonaiuti, fra l’altro curatore d’opere di Gioacchino da Fiore e autore di libri sullo stesso abate); mentre in un altro è riportata una significativa prefazione del cardinale e latinista Antonio Bacci, il quale deplora la totale abolizione del latino nella liturgia cattolica e la intende come violazione del Concilio Vaticano II che così non aveva deliberato.1

Pubblicando il lavoro del De Töth, il curatore Renato Borsotti — poeta, studioso, storiografo, già avvocato e giudice di pace — non si è limitato a stilare la presentazione, ma ha apportato un significativo arricchimento culturale mediante numerose, estese e dotte note storiche d’approfondimento sui molti personaggi e fatti man mano incontrati, con l’aggiunta finale d’una sua ragguardevole bibliografia: sicché si può affermare che l’opera sia parzialmente anche del Borsotti stesso, il quale però ha conservato una posizione di neutralità sulla vessata questione romana e in linea generale fra clericali e anticlericali, papisti e antipapisti.

Per i lettori comuni quest’opera così voluminosa e minuziosa forse può riuscire stancante: e difficilmente si leggerebbe fino alla fine. Essa oscilla fra saggistica e narrativa, talora assumendo un tono retorico, apologetico e parenetico; ma — nonostante che in molte pagine appaia di parte, retriva e reazionaria (vedi fra l’altro la presa di posizione contro il lavoro delle donne fuori della propria casa, alle pagg. 503-504) — risulta molto interessante per gli studiosi ed in particolare per gli storiografi, grazie alla grande cultura espressa dal De Töth in una miriade di dati storici forniti con scrupolosità; inoltre in essa c’è una buona conoscenza di Dante, qui più volte citato, come citati sono altri grandi scrittori. C’è da aggiungere poi che il saggio del Medolago Albani Ordinamento corporativo fra le classi commerciali, riportato in una delle appendici, è un vero e proprio trattato di economia che potrebbe ancor oggi essere utile alle scuole.

Inoltre risultano molto interessanti le pagine relative alla storia dell’Opera dei Congressi (stese sulla base di documenti d’archivio di prima mano) con tutte le evoluzioni e involuzioni dell’Opera stessa, compresa la lunga diatriba fra il vicepresidente Medolago Albani e il presidente Giambattista Paganuzzi; quelle relative alla nascita e allo sviluppo della Democrazia cristiana, la quale, proposta a Malines in Francia come “Démocratie chrétienne” nel 1892, in realtà era stata propugnata come “un luminoso e possibile ideale” dallo scrittore italiano Antonio Fogazzaro per bocca di Daniele Cortis, protagonista dell’omonimo romanzo uscito nel 1885, mentre risalgono al 1895 il giornale torinese “Democrazia cristiana” e al 1900 il libro La democrazia cristiana del Toniolo; e quelle relative al caso di Romolo Murri, dapprima sacerdote e fondatore della F.U.C.I. e della travagliata Democrazia Cristiana, che subito si diffuse con entusiasmo fra i giovani (quest’ultima era allora guardata con diffidenza e sospetto da alcuni ecclesiastici anzitutto per l’abbinamento delle due parole della denominazione, ritenute incompatibili fra di loro, ma poi aveva avuto un limitato avallo dal papa Leone XIII, tanto che vi aveva presto aderito don Luigi Sturzo, indotto a ciò dallo stesso Murri) e poi ridotto allo stato laicale, deputato al Parlamento, scomunicato (la scomunica fu tolta soltanto nel 1943, un anno prima della sua morte), e infine sposato e padre d’un figlio.

L’espressione linguistico-espressiva è chiara e scorrevole, nonostante che risenta del tempo trascorso e che ci siano alcuni refusi; e agli amanti della lingua francese farà anche piacere trovare nell’opera numerosi passi in francese, lingua allora usata in Piemonte, che ad ogni modo hanno la rispettiva traduzione in italiano, come anche i termini in lingua latina e in altre lingue.

Infine la forma grafico-editoriale è elegante e ben curata, con un’impaginazione bene scandita e caratteri leggibili. La copertina reca la fotografia del palazzo Medolago Albani di Bergamo, mentre il retro riporta un’immagine del protagonista nell’alta uniforme pontificia di “cameriere segreto di cappa e spada”.

A conclusione, una nota a parte merita la questione dell’unificazione dell’Italia, una fra quelle storiche più volte discusse in quest’opera. Nella persistente difesa del potere temporale pontificio da parte dell’autore e d’altri papisti intransigenti, fra cui il protagonista stesso e lo storiografo mons. Pietro Balan (che fra i suoi molti libri pubblicò anche il saggio Dante e i Papi), qui il Risorgimento è visto come lotta contro la Chiesa e il patriottismo italiano è visto come oltraggio alla fede e alla religione cattolica, arrivandosi a vituperare o deridere coloro che noi chiamiamo “padri della patria”, nonché le imprese (patriottiche o militari) tese alla nostra unità, sempre scagliandosi contro rivoluzionari, liberali, socialisti, frammassoni e “governo disonore di un popolo civile e cristiano” (pag. 610). Perciò viene preso di mira anche chiunque si dimostra incline ad aperture e conciliazioni verso le novità. A questo riguardo è tirato in ballo Dante Alighieri, del quale l’autore afferma che “Se la passione politica non gli avesse momentaneamente velato gli occhi”, deplorando il potere temporale dei papi non avrebbe scritto i versi d’Inf. XIX 115-117 “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre / non la tua conversion, ma quella dote / che di te prese il primo ricco patre!” (pag. 63). Invece, ribaltando l’accusa, si potrebbe dire che il De Töth, se non avesse avuto gli occhi velati dalla passione di parte, non avrebbe scritto la suddetta valutazione del comportamento di Dante, dato che Dante stesso — sulle orme di Gioacchino da Fiore e Francesco d’Assisi — anelava ad una Chiesa che tornasse alla povertà e spiritualità delle origini.

Infatti il divino poeta auspicò la divisione dei due poteri, spirituale e temporale, non soltanto in questi versi, ma anche in Monarchia III 15 3-15 e in tutta la Divina Commedia, particolarmente in Purg. VI 91-93 e Purg. XVI 106-129: in questi ultimi versi egli lamentò che “è giunta la spada / col pasturale, e l'un con l'altro insieme / per viva forza mal convien che vada”, così anticipando la teoria “Libera Chiesa in Libero Stato” tanto cara al Cavour e ai patrioti italiani, ma tanto biasimata in quest’opera del De Töth. Dante e molti altri ritenevano che il potere temporale costituisse un notevole impaccio all’espletamento della primigenia funzione spirituale della Chiesa. Il Cavour e Vittorio Emanuele II più volte chiesero ufficialmente all’ultimo papa-re Pio IX (in quest’opera ripetutamente esaltato e al momento della morte osannato con un autentico panegirico) che rinunciasse spontaneamente al potere temporale, da un lato per favorire l’unificazione dell’Italia, allora spaccata in due dallo Stato della Chiesa che di fatto aveva impedito per più di mille anni l’unità politica dell’Italia, dall’altro per ottimizzare l’esercizio del potere spirituale; ma Pio IX (nonostante che alla sua elezione avesse dato all’Europa l’entusiasmante impressione d’essere un liberale e allo scoppio della prima guerra d’indipendenza italiana avesse esclamato “Gran Dio, benedite l’Italia!”) respinse le richieste, asserendo che il potere temporale fosse indispensabile per poter esercitare liberamente quello spirituale (cosa poi smentita da oltre un secolo e mezzo d’inesistenza dello Stato della Chiesa2): e, nonostante il malcontento e le sommosse delle popolazioni locali, egli difese ad oltranza il potere temporale stesso con ogni mezzo a sua disposizione, spirituale (scomuniche) e materiale (torture e patiboli: al riguardo è passato alla storia “er boja de Roma” mastro Titta). Inoltre si deve ricordare che tutti gli ex Stati italiani, e quindi anche lo Stato della Chiesa, furono annessi al Regno d’Italia in seguito ad appositi plebisciti, il cui esito dimostrò che i sudditi pressoché all’unanimità non volevano più essere dominati dai vecchi sovrani, e quindi nemmeno dal papa-re Pio IX.

Pretendere d’esercitare il potere senza il consenso popolare (cioè quella “volontà della nazione” proclamata nell’intestazione dei diplomi dei sovrani democratici) significava pretendere d’imporre una dittatura, sia pure ammantata di paramenti sacri. Perciò, specialmente alla luce delle stragi di Perugia del 1859 e della promozione a generale del colonnello che le aveva eseguite con successo; del Sillabo (in cui fra gli altri con la 76^ proposizione si condanna come errore il credere che “L’abolizione del civile impero posseduto dalla Sede apostolica gioverebbe moltissimo alla libertà ed alla prosperità della Chiesa”) e del Non expedit (divieto d’andare a votare) da lui emanati; della punizione inflitta al sacerdote che aveva impartito l’assoluzione al morente conte di Cavour; dei tumulti scoppiati alla traslazione della salma papale: per questi ed altri motivi riesce difficilmente comprensibile il fatto che poi Pio IX abbia potuto essere proclamato beato ed elevato alla dignità degli altari e alla venerazione da parte dei fedeli.

Soltanto parecchi anni dopo, un pontefice illuminato quale fu Paolo VI ringraziò la Provvidenza per aver liberato la Chiesa dalle pastoie del potere temporale, mentre in questo volume la breccia di Porta Pia è definita “infausto e sacrilego 20 settembre 1870” (pag. 196). E certamente questa specie di requisitoria contro l’unità d’Italia dà fastidio a tante persone.

Carmelo Ciccia

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1 La stessa deplorazione ha fatto anche C. Ciccia nelle seguenti pubblicazioni: 1) L’abolizione del latino nella liturgia cattolica, in Atti del Secondo Convegno Europeo di Latino a cura di Rosa Nicoletta Tomasone, Miranda, San Severo, 2001, pp.10; 2) De lingua Latina et pristina sollemnitate in Ecclesia Catholica, in “Latinitas”, Città del Vaticano, marzo 2002, pp. 8.

2 Anche Aldo Cazzullo nel suo libro E quindi uscimmo a riveder le stelle (Mondadori, Milano, 2020, pag. 138) riconosce che “ Eppure la fine del potere temporale non ha affatto avvilito la dignità del Papa. È accaduto il contrario.”



Conte Stanislao Medolago Albani

Palazzo Medolago Albani a Bergamo

Papa-re Pio IX

[“Talento”, Torino, n° 1/2021]


Francesco Maria Di Bernardo-Amato, Galleria degli affari, Becco giallo, Pordenone, 2000, pagg. 68, £ 18.000.

IL POETA DI BERNARDO RITORNA IN LIBRERIA

A distanza di dieci anni dalla pubblicazione della sua quarta raccolta di liriche, Francesco Maria Di Bernardo-Amato ritorna in libreria col volume Galleria degli affari (Becco giallo, Pordenone, 2000, pagg. 68, £ 18.000), in elegante veste editoriale che reca in copertina un disegno d’Annalisa Marini.

Il poeta riprende tecniche, temi e perfino personaggi delle sue precedenti opere: è il caso di Bagutte, dietro il quale a volte ama celarsi l’autore e che ritorna prepotentemente in questo libro, magari per socchiudere in sacchetti di plastica, con lo slancio lirico del poeta, “raggi di stelle e lucòri di firmamento / o indistinguibili riflessi / di introvabili pleniluni”.

L’autore mette ancora in luce la sua profonda cultura, grazie all’uso d’espressioni greche e latine e di tutto quel bagaglio di conoscenze, rivissute e personalmente rielaborate, che un tempo il liceo classico sapeva fornire. Ed è un suo notevole merito l’essere ancorato alla cultura umanistica, intesa non solo come quantità di nozioni ma soprattutto come coscienza di problematiche che investono l’uomo: non per nulla il Di Bernardo-Amato è un medico.

Certo, la sua non è una poesia di facile comprensione: ma anche in questa raccolta l’autore lascia al lettore la possibilità di riempire certi vuoti, coinvolgendolo nel suo dettato e chiamandolo quasi a farsi coautore di creazioni altrui. Tuttavia il libro, fra trasgressioni normative e periodi oscuri, contiene varie parti liriche in cui meglio si estrinseca il messaggio poetico, che è quello d’una costante pensosità sul ruolo dell’uomo nella sua avventura esistenziale.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 28.II.2002]


Francesco Maria Di Bernardo-Amato, Il silenzio del Lete, Book, Castel Maggiore, 2005, pagg. 80, Euro 10,50; e Le porte di Aprile, Book, Castel Maggiore, 2007, pagg. 96, Euro 12.

POESIE DI FRANCESCO MARIA DI BERNARDO-AMATO

Nella 2^ edizione (2007) del libro Profili di letterati siciliani dei secoli XVIII-XX, pubblicato nel sito telematico http://www.literary.it/dati/literary/ciccia/profili_di_letterati_siciliani_2.html ho tracciato il seguente profilo del poeta contemporaneo Di Bernardo-Amato, nato a Mistretta (ME):

Francesco Maria Di Bernardo-Amato (Mistretta 1949). Ha studiato lettere e medicina all’università di Catania ed esercita la professione di cardiologo a Pordenone, dove risiede stabilmente dagli anni Settanta. Poeta dalla forte connotazione, è interessato ad ogni problematica relativa alla poesia e alla cultura in genere: perciò partecipa attivamente al dibattito culturale. La sua produzione rivela un sostrato altamente culturale, con frequenti riflessi di seri studi classici e una straordinaria capacità tecnica. Anche se a volte il dettato non è chiaro, dato che alcuni suoi testi vanno da un ermetismo quasimodiano ad uno sperimentalismo linguistico zanzottiano e perciò risultano oscuri, nella cerebralità emerge l’attenta ricerca espressiva, quasi sempre cesellata. Numerose composizioni, specialmente fra le prime, rievocano il mondo dell’infanzia siciliana, attingendo bellezza nella solarità dei paesaggi e nell’innocenza dei sentimenti: ne è documento la prima raccolta di poesie che già nel titolo si rifà allo “scacciapensieri”, il malinconico strumento musicale siciliano. Ha pubblicato: Il maranzano (1980, con prefazione di Vincenzo Bòsari), Proseautòn (1983), Lo specchio alla rovescia (1985), Mython (1990), Galleria degli affari (1999), Il silenzio del Lete (2005, con nota di Massimo Riccetti), Le porte di Aprile (2007). È stato tradotto in inglese. Precedenti bibliografici: 1) rec. a Il maranzano, “La procellaria”, Reggio di Calabria, lug.-sett. 1981; 2) rec. a Proseautòn, ibidem, ott.-dic. 1983; 3) rec. a Lo specchio alla rovescia, ibidem, apr.-giu. 1986; 4) rec. a Lo specchio alla rovescia, “Quinta generazione”, Forlì, nov.-dic. 1986; 5) rec. a Mython, “La procellaria”, Reggio di Calabria, apr.-giu. 1991; 6) Il poeta Di Bernardo ritorna in libreria, “Il corriere di Roma”, Roma, 28.II.2002.

La 1^ edizione (2002) del suddetto mio libro era stata pubblicata dal C.R.E.S. - Centro di Ricerca Economica e Scientifica - Catania.

Ora qui vengono esaminati i due libri più recenti.

Il silenzio del Lete (Book, Castel Maggiore, 2005, pagg. 80, Euro 10,50)

Questa silloge di versi e qualche prosa è divisa in tre parti, rispettivamente intitolate Omphalos, Lymb e il Silenzio del Lete, che poi, con la sola variazione dell’iniziale minuscola di il, è anche il titolo del libro. Ed è la reminiscenza dantesca contenuta in questo titolo che forse attira il lettore, il quale poi potrebbe restare deluso nel non trovare appariscenti riscontri con la Divina Commedia. Eppure, a leggere bene l’opera, tali riscontri ci sono: e non sono soltanto il nome d’uno dei fiumi del Paradiso Terrestre (e precisamente quello che fa dimenticare le colpe commesse) e quello di Matelda (che accoglie Dante in tale Paradiso e gli spiega tante cose), ma anche l’impostazione e la sostanza dell’intera silloge, che verte sull’affannosa ricerca delle origini dell’uomo, del destino suo e dell’Aldilà.

Già l’Omphalos (che significa “ombelico“) richiama proprio l’inizio della vita autonoma dell’uomo ed il centro del suo corpo e del cosmo stesso; e al riguardo il poeta osserva che a tale ombelico s’oppongono gli ombelichi delle donne di spettacolo fotografate nei grandi calendari d’oggi, in confronto ai quali quelle stampate nei piccoli e profumati calendari d’una volta regalati dai barbieri contenevano immagini si può dire caste. Dopo c’è la parte del Lymb che evoca buio, vuoto e assenza di Dio, con l’eterno rimpianto di lui. E infine il Silenzio del Lete ci porta a considerare che accanto a questo fiume silenzioso manca nel Di Bernardo-Amato — come ha giustamente osservato Massimo Riccetti nella sua acuta e dotta nota conclusiva — l’altro fiume dantesco, cioè l’Eunoè, che consolida il ricordo del bene compiuto.

Dunque l’opera, a ben leggerla e intenderla, si configura come l’espressione d’un’inquietudine esistenziale che travaglia l’autore, anche se questi a volte sembra mostrare di non preoccuparsene più di tanto, inserendo scene di gaia quotidianità, di belle donne e d’altre soddisfazioni mondane. Ma in realtà egli se ne preoccupa, quando — ad esempio — scrive che coloro che salutano “Il treno che parte hanno / La tristezza nel cuore / Nel vedersi lasciare / L’inferno per questo / Sapere tutti i giorni / Com’è bello vivere / E un giorno / Doversene andare” (pag. 40) o anche “Mi presero in concerto le ombre della sera / Il suono degli astri il firmamento / Quel f(r)inire della luce nel Silenzio” (pag. 45). E svariati sono i riferimenti a morti e cimiteri (pagg. 23, 43, 59), a testimonianza della serietà della sua meditazione.

Non tutta la silloge ha la comprensibilità degli esempi riportati; a volte essa, specialmente nelle prime due parti, risulta poco chiara. Ed è con pazienza che, dopo riletture, si vede la piena luce ove s’intravedevano solo bagliori. Questo non significa che in questi casi non ci sia poesia, perché è poesia qualsiasi creazione artistica, ancorché dovesse essere poco comprensibile. Questa poesia del Di Bernardo-Amato è fatta di sottesa musicalità e d’un’accurata scelta e collocazione lessicale: in essa la parola è quasi tutto, pur con certe trasgressioni morfo-sintattiche e con l’assenza della punteggiatura, la quale se a volte c’è è rovesciata. Essa perciò si pone in uno stadio avanzato rispetto all’ermetismo, al futurismo, allo sperimentalismo linguistico e ai non-sensi di poeti novissimi come Andrea Zanzotto.

Ma è il lettore stesso che deve dare delle risposte ai suoi dubbi, perché in pratica l’autore lo chiama a svolgere tale compito, coinvolgendolo nel dare ordine e senso alla sua poesia e facendo trarre a lui le conclusioni che più gli sono congeniali.

Sulla forma espressiva del Di Bernardo-Amato a lungo si sofferma il Riccetti, nella suddetta nota, il quale esamina anche l’evoluzione che la poesia ha preso dal Novecento al Duemila, dando così interpretazioni e ragguagli molto utili al lettore per la definizione del dettato quand’è arduo.

Qui poi va messa in evidenza la grande cultura di Francesco Maria Di Bernardo-Amato, nutrita di classicità. Le frequenti citazioni di scrittori come Omero, Pindaro, Strabone, Dante, Nietzsche, Piccolo, ecc. ne sono una prova; mentre resta notevole il lirismo, che a volte si piega ad una misurata commozione.

L’aspetto grafico-editoriale di questo libro è elegante; e le sue varie pagine bianche costituiscono delle pause che favoriscono lo studio e la riflessione.

Le porte di Aprile, Book, Castel Maggiore, 2007, pagg. 96, Euro 12

Il contenuto di questa silloge sembra riportarci al clima del decadentismo o meglio del crepuscolarismo: ci sono cose stantie, pallore, tramonto, autunno, fine, morte... Una mestizia di fondo caratterizza le composizioni, integrata da nostalgie, rimpianti, slanci d’amore per persone che non ci sono più e non si sa dove siano, visto che “Quelli morti / che sono ancora vivi / ma morti perché non so più nulla / di loro o cosa fanno e dove sono / o come stanno” (pag. 17), che “la morte non chiarisce / non spiega il dubbio” (pag. 19), che gli uomini sono “nati soli e per il pianto” (pag. 41), che il poeta sta in attesa che tutto sia pronto “forse per la cena / o per morire” (pag. 71); “... Perché conoscere l’ignoto / s’era fatta ossessione rovello ad ogni istante”, tanto che alla fine di questa lirica il poeta, cambiando la minuscola in maiuscola, auspica “Che resti sconosciuto l’Ignoto” (pag. 79).

Tuttavia non mancano note apparentemente leggere: ritorna come una fissità ideologica l’ómphalos/ombelico di Il silenzio del Lete e ci sono piacevoli paesaggi, fanciulle, avventure. Qui il poeta parla spesso col suo me, appare ripetutamente una ridicola duchessa e c’è perfino l’esplosione d’una calda sensualità in una lirica che chiarisce il significato del titolo Le porte di aprile, accostando il verbo con pronome àprile al nome del mese Apríle: “Àprile queste porte dell’apríle / selvagge le tue cosce nel fienile...” (pag. 73). Sicché accanto alla problematica lo spirito della silloge sembra essere quello dell’oraziano “carpe diem” o del mediceo “Quant’è bella giovinezza, / che si fugge tuttavia! / Chi vuol esser lieto sia: / di doman non c’è certezza”.

E ora qualche osservazione sulla forma. Ci s’accorge subito che siamo in presenza d’una poesia di livello elevato. Le citazioni anche in greco e di personaggi antichi e moderni ci danno l’idea della vasta cultura di Francesco Maria Di Bernardo-Amato; ma è l’effetto melico dovuto ad occasionali e opportuni metri, rime e assonanze, nonché la struttura dei versi e delle strofe, con sporgenze, rientranze e versi isolati, che ne fanno anche una poesia visiva e rendono gradevole il testo poetico, attraendo i lettori. Certamente c’è anche il problema della comprensibilità di tale testo, che francamente a volte risulta difficile a capirsi, nonostante le poche note poste alla fine del libro dall’autore stesso, il quale ne ha riconosciuto la necessità; ma egli stesso non ha voluto sbilanciarsi troppo, giustificando “quella oscurità che, stimolando l’immaginazione del Lettore e ritornando allo stesso poeta come barbaglio o luce fra le ombre, fece dire a Baudelaire che ‘c’è una certa gloria nel non essere compresi’”: cosa su cui era d’accordo anche il Foscolo.

Dunque l’autore chiama ancora in causa il lettore, facendolo divenire collaboratore del poeta e coinvolgendolo nell’interpretazione del testo. Eppure, con tutto ciò, questa poesia alletta e si vorrebbe leggerla e rileggerla per gustarla meglio, dato che presto si capisce che essa si colloca nelle alte sfere della creatività artistica.

L’aspetto grafico-editoriale di questo libro è semplice, ma elegante e corretto.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-giu. 2008]


Salvo Di Matteo, Paternò / La storia e la civiltà artistica, Arbor, Palermo, 2009, pagg. 246, € 35. (1)

“Paternò / La storia e la civiltà artistica”

Salvo Di Matteo ripropone un suo volume rinnovato ed integrato

Lo scrittore palermitano Salvo Di Matteo, noto come studioso serio e profondo, nonché apprezzato autore di varie opere d’interesse siciliano, nel 1976 aveva pubblicato la monografia Paternò / Nove secoli di storia e di arte, che rappresentò una novità assoluta per Paternò poiché fino ad allora, nonostante che fossero parecchi gli studi sulla città, nessuno studioso aveva sottoposto il patrimonio storico-artistico ad un’analisi critico-estetica: il che lui ha fatto con grande competenza e passione, rivelandosi insieme storiografo e critico d’arte.

Ora, dopo altre tre opere riguardanti questa città (Un geografo siciliano del XVII secolo: Giovan Battista Nicolosi, 1977; l’edizione anastatica dell’Hercole Siculo dello stesso Nicolosi, 1991; Paternò, 1997), egli ha rifatto il testo del 1976, sistemando meglio la ripartizione dei temi (anche se sorprende l’inclusione della chiesa di S. Francesco di Paola fra le opere minori, insieme con quella del S. Chiodo e l’antica chiesa di S. Biagio): e così è scaturito il suo nuovo libro Paternò / La storia e la civiltà artistica, Arbor (Palermo, 2009, pp. 248, € 35,00). Si tratta, quindi, non d’una semplice ristampa, ma d’una riedizione totalmente rifatta, profondamente rinnovata e all’occorrenza corretta e integrata.

Fra le novità rilevanti ci sono: la notizia illustrata del cosiddetto “tesoro di Paternò” (ora al Pergamonmuseum di Berlino); la presentazione degli affreschi restaurati della cappella del castello; la presentazione della chiesa di S. Marco e dei suoi ruderi conventuali, dopo l’acquisizione e i restauri da parte del Comune; la notizia dell’attribuzione alla pittrice cremonese Sofonisba Anguissola del quadro della Madonna dell’Itria collocato nella chiesa dell’ex monastero (peraltro già lodato nella precedente edizione), attribuzione avvenuta dopo la scoperta fatta nel 2002 da Francesco Marotta Rizzo d’un documento nell’Archivio Storico di Catania; la correzione dell’errore concernente la data di fondazione della chiesa di S. Francesco di Paola. Inoltre interi capitoli sono stati rimpolpati o migliorati nella formulazione. C’è da aggiungere che le fotografie (per lo più a colori) — oltre che le assonometrie e le mappe — sono state realizzate da professionisti; e di conseguenza è notevolmente migliorato il corredo iconografico, anche se in qualche raro caso appare migliore qualche immagine della prima edizione (cfr. a p. 210 i ruderi dell’antica abbazia della Madonna della Scala).

Ne è scaturita un’opera rinnovata e organica, che senza esagerazione si può definire monumentale, con bella copertina, carta patinata, caratteri chiari e bellissime immagini, che fanno dell’opera stessa un album da sfogliare e da utilizzare comodamente, grazie anche alle dettagliate didascalie, che fungono pure da sintetici richiami a quanto man mano esposto nel testo.

Ma l’opera non è valida soltanto per l’elevata qualità grafico-editoriale, che fa onore alla casa editrice: c’è il contenuto che la rende pregevole e unica nel suo genere. È vero che nella presentazione dei monumenti il lessico del Di Matteo è spiccatamente tecnico-specialistico e a volte infiorato con metafore e altre figure retoriche, e di conseguenza non accessibile a tutti; ma i lettori, se non in certi dettagli, possono arrivare benissimo alla fruizione complessiva dell’opera e rendersi conto della sua importanza.

Dopo l’entusiastica prefazione di Nino Lombardo (che, fra l’altro, qui ha giustamente corretto in “matrice” l’errato termine “madrice” da lui usato nella prima edizione), il Di Matteo delinea (a volte correggendo altri) la storia e l’evoluzione della città. Fra le notizie particolarmente interessanti, per citarne soltanto alcune, ci sono: l’edificazione del castello — forse sopra o accanto a preesistente base araba — in epoca normanna (Ruggero d’Altavilla), di cui il Di Matteo è convinto, nonostante i rimaneggiamenti successivi e il diverso parere d’altri studiosi; la posizione dell’originaria facciata della matrice rivolta verso la piana (e ciò potrebbe essere indizio che la chiesa anticamente fosse il tempio della dea Ibla); il soggiorno, pernottamento o passaggio di sovrani (Ruggero e Adelasia/Adelaide, Federico II di Svevia, Federico III d’Aragona ed Eleonora d’Angiò-Aragona, Bianca di Navarra che nel 1405 promulgò le Consuetudini di Paternò, Vittorio Amedeo II di Savoia-Sicilia, Ferdinando II di Borbone, ecc.) e altri personaggi (Vincenzo Bellini, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe De Felice, ecc.); l’espulsione degli ebrei nel 1493 con il susseguente fenomeno del neofitismo di quanti, per non andarsene, si convertirono al cristianesimo, ma poi come simpatizzanti dell’ebraismo furono perseguitati dall’Inquisizione e condannati al rogo (pp. 35 e 36); l’acquisto all’asta del territorio di Motta S. Anastasia da parte del conte Antonio Moncada nel 1526 (p. 36); il plurisecolare principato di Paternò (esteso su circa un quarto dell’intera Sicilia) dal 1565 sotto la dinastia dei Moncada, già conti (p. 39); la nascita del comune Malpasso (poi Belpasso) dallo smembramento del territorio di Paternò nel 1637 (p. 43); l’invasione di cavallette del 1639, che comportò per ogni cittadino dai 15 anni in su l’obbligo di catturarne circa kg 8 al giorno, pena la carcerazione; lo spostamento al lato opposto della facciata della matrice intorno al 1690 (pp. 94, 96 e 229); il terremoto del 1693 (quello del 1908 non causò a Paternò ingenti danni) e i bombardamenti aerei del 1943, i quali provocarono il rinnovo di buona parte dell’edilizia. In questa storia, poi, è ampio il panorama degli avvenimenti contemporanei, con vari riferimenti alle realizzazioni delle giunte democristiane indirizzate dall’on. Nino Lombardo, con la collaborazione dell’assessore e poi sindaco Gioacchino Milazzo e di tutto il gruppo dirigente.

Quindi il Di Matteo fa una rassegna dei monumenti cittadini, maggiori e minori, che per lui diventano oggetto d’indagine storica, interpretazione stilistica e analisi estetica, senza trascurare d’inserire riferimenti ad altri artisti o ad analoghe opere d’altre località, con opportuni confronti e deduzioni.

Nell’analisi estetica l’autore adopera un linguaggio di viva partecipazione. Anzitutto i suoi periodi s’espandono continuamente, germogliando una proposizione dall’altra, un elogio dall’altro, perché a quanto detto c’è ancora qualcosa da aggiungere in valutazioni e apprezzamenti: e ciò, come quando s’assiste ad uno spettacolo pirotecnico e si nota che da un colpo e da una figura colorata che si credevano ultimi si sprigionano invece tanti altri colpi e figure. Inoltre egli mostra d’essere tanto coinvolto personalmente nel descrivere le bellezze artistiche e spirituali di certe chiese straordinarie come quelle di S. Barbara, della Madonna della Consolazione e di S. Francesco all’Annunziata da unirsi nell’esultanza ai destinati fruitori di tali beni: e a proposito di quest’ultima chiesa parla di uno “tra i più mirifici edifici sacri sorti in Sicilia negli ultimi decenni” (p. 173), “straordinaria efflorescenza architettonica” (p. 178), “tripudio liturgico” (id.), e “idea esaltante della festosità del Regno celeste” (p. 179). E non soltanto per le chiese grandiose l’autore spende parole d’interesse e valorizzazione, ma anche per quelle modeste e quasi ignote, come la chiesa di S. Marco, o addirittura per quelle non più esistenti.

Tuttavia si nota che nella rassegna delle chiese esaminate in appositi capitoli mancano quella del SS. Salvatore e quelle nuove di S. Biagio, S. Michele, Spirito Santo, S. Cuore e S. Anna, anche se ad alcune l’autore accenna nel trattare d’altro.

Sfogliando questo volume e leggendo la storia antica di Paternò, certi lettori anziani, specie se lontani, ricordano degli episodi legati ai propri lontani anni, ad esempio quando andavano a giocare alle “ciappe” sulla collina della matrice e nelle pause si mettevano a cercare qualche cosiddetta “truvatura” (“tesoro occulto”, come quello ora a Berlino, trovato proprio su quella collina); di fronte alla fotografia della campana della chiesa di Cristo al Monte (p.112) ricordano quella ventosa giornata verso la fine degli anni ’30 del secolo scorso quando essa, ceduta dalla chiesa di S. Gaetano, dove costituiva la terza campana del campanile, fu colà issata e installata; e di fronte alla chiesa di Cristo Re ricordano quando la chiesa era delle Anime del Purgatorio, come riferisce lo stesso Di Matteo, il quale segnala l’affresco della volta e il paliotto a bassorilievo dell’altare, ispirati proprio al culto delle anime purganti: è stato un atto arbitrario ed inconsulto quello del parroco e/o dell’arcivescovo che negli anni ’50 dello stesso secolo decise di cambiare dedicazione, con ciò oltraggiando l’iconografia interna e la toponomastica circostante, e quindi calpestando la lunga tradizione del culto delle Anime del Purgatorio, espressa nella denominazione della chiesa, della piazza (o piano) Purgatorio, della via Suffragio e dell’intero quartiere Purgatorio. E non possono non ricordare le antiche e care chiese ora demolite, come il santuario della Madonna della Consolazione e la chiesa dell’Annunziata (dei cappuccini). E a proposito del santuario, poi, essi ricordano la festa del giorno (nel 1954) dell’inaugurazione e consacrazione del nuovo, il quale aveva ancora al suo fianco l’antico, non ancora demolito.

A conclusione dell’esame della civiltà artistica, il Di Matteo pone in questo volume note di edilizia civile e cimiteriale, nonché d’urbanistica. Per quanto riguarda l’edilizia civile, l’autore ha poco da dire, rilevando soltanto un portale del ‘600 e alcuni palazzi signorili sorti a cavallo fra ‘800 e ‘900, di cui mostra e commenta particolari dello stile cosiddetto “liberty”. Per quanto riguarda l’edilizia cimiteriale, egli mostra e commenta alcune cappelle gentilizie, cominciando dall’imponente cappella della famiglia Cutore-Amico. E per quanto riguarda l’urbanistica, egli descrive, commenta ed esalta l’assetto del nuovo quartiere Ardizzone a nord della città, immerso nel verde e attraversato da razionali percorsi. Egli vede in questo quartiere, ammirato da tanti tecnici e visitatori forestieri, l’esempio d’un habitat a misura d’uomo: civile, moderno e nord-europeo (a parte gli atti vandalici che ne vanno alterando la bellezza). Da ciò il Di Matteo coglie l’occasione per elogiare ancora una volta N. Lombardo, che l’ha ideato e voluto, G. Milazzo e tutto il gruppo dirigente che in una quarantina d’anni l’ha realizzato e curato sulla base della progettazione tecnica degli architetti Arena e Borzì, anche se — dopo aver osannato la nuova chiesa di S. Francesco all’Annunziata — della nuova chiesa dello Spirito Santo afferma che essa è “massiccia e greve”, “pesante”, “di spoglia gravità” e “parla il linguaggio di una compassata e un po’ frigida modernità” (p. 204): ma purtuttavia dopo definisce “belle” entrambe le chiese (p. 232).

Infine di ragguardevole importanza e pratica utilità sono la dettagliata e arricchente Sintesi cronologica e la vasta — seppur lacunosa — Bibliografia (quella dei singoli capitoli e quella finale, quest’ultima anche per la Nota introduttiva).

Il critico obiettivo ha pure il dovere di annotare alcune sviste e omissioni, soprattutto al fine degli emendamenti in ristampe o edizioni successive: • il verbo assolvere è usato ora transitivamente e ora intransitivamente; • Val di Noto e Val Demone appaiono ora maschili e ora femminili; • nella questione d’Ibla=Paternò manca l’importante notizia che Ibla, sulla base d’inoppugnabili documenti e d’una serrata esegesi, è stata identificata con la Primavera del Botticelli da parte di Carmelo Ciccia, il quale inoltre non figura nell’elenco degli studiosi che in maggioranza hanno identificato la stessa Ibla con Paternò (p. 17); • il pronome maschile singolare questi è usato come complemento (pp. 35 e 109); • cardus, inesistente in latino (p. 52); • la Banca popolare di Paternò, poi Banca di Paternò, non esiste più da molti anni (p. 54); • il sindaco Puglisi era docente non di scuola media, ma di ginnasio (p. 56); • la sindaca Ligresti non si chiama “Li Gresti” (p. 59); • l’autore afferma (pp. 122 e 231) che la demolizione dell’antico santuario della Madonna della Consolazione sia avvenuta nel luglio del 1953, e cioè quasi un anno prima dell’inaugurazione e consacrazione del nuovo, ma a p. 127 egli stesso presenta una fotografia relativa all’evento festoso (1954) in cui si vedono chiaramente affiancati il nuovo e l’antico, quest’ultimo non ancora demolito e per il quale nella didascalia egli stesso precisa che sarà demolito da lì a poco, concordando soltanto in tale didascalia con quanti ricordano chiaramente che l’antico fu demolito dopo l’inaugurazione e consacrazione del nuovo, e non prima; • nell’antica chiesetta di S. Marco non ci sono le tempere con santi (p. 135), che invece si trovano nella chiesa del convento di S. Francesco sulla collina, come risulta evidente a p. 108; • nella chiesa dell’ex monastero c’è una tela con l’Annunciazione (relativa al titolo della chiesa), come esplicitato a p. 144, e non con la “Natività” (p. 142); • lo scultore Gioco non si chiamava Lo Gioco (p. 167); • sul balcone d’onore del palazzo Alessi da un paio di secoli c’è un fregio con l’indicazione d’uso del palazzo stesso (archivio notarile) e non l’insegna di famiglia (pp. 196 e 197); • a p. 198 manca la fotografia del raffinato balconcino d’un palazzetto di via Roma indicato nella didascalia di p. 199; • “tanto totale” (p. 207); • “Paternnò” (p. 225); • la storia di Gaetano Savasta manca della Paternò sacra, e non della Paternò civile citata dallo stesso Di Matteo a p. 245 (pp. 233 e 234); • lo studioso Carmine Rapisarda non si chiama “Carmelo Rapisarda” (p. 234); • nella Bibliografia finale il medesimo libro di Bonanno G. è elencato due volte (p. 237).

Un discorso particolare meritano le dizioni “matrice della SS. Annunziata” (pp. 15 e 152), “chiesa madre SS. Annunziata” (pp. 41, 91, 122 e 231), “nuova matrice” (pp. 98, 100 e 136). Il discorso è fatto non tanto per l’autore di questo volume, quanto per tutti. Nella sua Istoria del Concilio tridentino fra’ Paolo Sarpi (1552-1623) parla più volte di matrice, come di “chiesa madre” che ne genera altre (poi dette filiali), facendone risalire l’istituzione a S. Paolo. A p. 159 del volume del Di Matteo si dice che nel 1669 fu istituita la parrocchia filiale di S. Barbara, come poi altre parrocchie filiali furono istituite a Paternò. Esse erano figlie della chiesa madre o matrice. Ma da quando negli anni ’50 del secolo scorso tutte le parrocchie furono dichiarate autonome e quindi non furono più filiali, non ci sono più né “figlie”“madre” o “matrice”. Soltanto la chiesa di S. Maria dell’Alto, per la sua importanza storica, ha il diritto di conservare il nome matrice; e anche se le funzioni della matrice sono state spostate alla chiesa dell’ex Monastero, questa non può assumere il titolo di “matrice”. Così, non essendoci più il capitolo della collegiata, non c’è più nessun prevosto; e se tale appellativo viene rivolto per adulazione a qualche parroco dell’ex Monastero, questo dovrebbe respingerlo; come a maggior ragione dovrebbe respingere l’appellativo di “monsignore”, il quale fu privilegio soltanto del prevosto dott. Antonino Costa in quanto prelato domestico di Sua Santità. Insomma, l’appellativo di monsignore non è connesso al ruolo di parroco della chiesa matrice o di quella dell’ex Monastero.

Un altro discorso particolare merita l’elenco delle opere recenti consultate per la stesura di questo volume. Nella Nota bibliografica l’autore afferma d’essersi avvalso anche della recente produzione d’autori locali, ch’egli elenca. Però l’elenco è lacunoso, e basta dare una scorsa alla Bibliografia, quella dei singoli capitoli e quella finale, per accorgersi dei saggi che mancano: di Mimmo Chisari Il carretto siciliano (s. d.); di Carmelo Ciccia (che figura soltanto con un articolo già presente nell’edizione del 1976) I cognomi di Paternò (1^ ediz. 1987, 2^ ediz. 2004), Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte (1998), Il Pervigilium Veneris e la Primavera del Botticelli (1997-98), Ioannes Baptista Nicolosius geographus insignis (2000), Caronda (2001), Profili di letterati siciliani dei secoli XVIII-XX (2002), Il suono delle campane a Paternò intorno alla metà del sec. XX (2003), La brutta estate del ’43 e antologia di Storie paesane (2004); di Barbar(in)o Conti Umili e illustri (1995) e Il culto ecumenico di S. Barbara (id.); di Franco Rosario Corsaro C.L.AR.A.: Dizionarietto storico dell’idioma paternese (1989); d’Angelino Cunsolo I Moncada a Paternò (2008) e Le Salinelle di Paternò e le improvvise eruzioni (id.); di Vincenzo Fallica Bianca di Navarra (2000), Monasteri benedettini etnei (2006), Padre Vincenzo Ravazzini (2008); d’Orazio Laudani Ritrovamenti archeologici nel territorio di Paternò (s. d.); di Placido Sergi Tradizione e personalità nei cantastorie di Paternò (id.); di Nino Tomasello Cicciu Busacca cantastorie (id.)...

Probabilmente il Di Matteo ha tenuto conto soltanto delle opere recenti che gli autori a conoscenza della preparazione di questa riedizione gl’inviavano personalmente o non ha avuto informatori aggiornati e imparziali. Eppure, bastava che egli si recasse alla biblioteca comunale di Paternò per documentarsi in toto sulla recente produzione concernente la storia della città stessa o che in Internet visitasse i siti telematici http://opac.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/base.jsp (Sistema Bibliotecario Nazionale in cui si consultano tutti i cataloghi d’Italia), http://www.paternogenius.com/pagine/arteletteratura.htm (gestito da Nino Lombardo e in cui fra gli altri figura lo stesso Di Matteo con la sua opera) e http://www.paternesi.com/ (gestito da Giorgio Ciancitto), nei quali avrebbe potuto trovare e leggere integralmente molte delle opere suddette, o che almeno prendesse nota — per poi approfondirne la conoscenza con idonea documentazione — dei nominativi degli scrittori paternesi ricordati in varie pagine del libro di Nino Lombardo “Dai normanni ai democristiani / Storia di un gruppo dirigente (Paternò 1943-1993)” da lui citato in Bibliografia.

Pur con tutti i suoi pregi, dunque, è un peccato che questo volume ignori, e quindi non faccia sapere ai lettori — ad esempio — che Ibla è stata identificata non soltanto con Paternò ma anche con la Primavera del Botticelli (ipotesi mai avanzata precedentemente e perciò del tutto originale, oggetto anche di numerosi articoli, recensioni e conferenze a Paternò, nel resto d’Italia e all’estero), che c’è una biografia di Giovan Battista Nicolosi scritta in latino ai nostri giorni, che il culto di S. Barbara è diffuso in tutto il mondo, che esiste un dizionario del dialetto paternese, che le Salinelle di Paternò hanno particolari caratteristiche eruttive, che Paternò ha avuto dei cantastorie famosi, i quali hanno portato nelle piazze italiane temi sociali e vicende di Paternò, ecc.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, sett.-ott. 2009 e ott. 2009]


Salvo Di Matteo, Paternò / La storia e la civiltà artistica, Arbor, Palermo, 2009, pagg. 246, € 35. (2)

LA STORIA E L’ARTE DI PATERNÒ NEGLI STUDI DI SALVO DI MATTEO

Lo scrittore palermitano Salvo Di Matteo, noto come studioso serio e profondo, nonché apprezzato autore di varie opere d’interesse siciliano, nel 1976 aveva pubblicato la monografia Paternò / Nove secoli di storia e di arte, che rappresentò una novità assoluta per Paternò poiché fino ad allora, nonostante che fossero parecchi gli studi sulla città, nessuno studioso aveva sottoposto il patrimonio storico-artistico ad un’analisi critico-estetica: il che lui ha fatto con grande competenza e passione, rivelandosi insieme storiografo e critico d’arte.

Ora, dopo altre tre opere riguardanti questa città (Un geografo siciliano del XVII secolo: Giovan Battista Nicolosi, 1977; l’edizione anastatica dell’Hercole Siculo dello stesso Nicolosi, 1991; Paternò, 1997), egli ha rifatto il testo del 1976 e gli ha dato il titolo Paternò / La storia e la civiltà artistica (Arbor, Palermo, 2009). Si tratta, quindi, non d’una semplice ristampa, ma d’una riedizione totalmente rifatta, profondamente rinnovata e all’occorrenza corretta e integrata.

In quest’ultimo volume fra le novità rilevanti ci sono: la notizia illustrata del cosiddetto “tesoro di Paternò” (ora al Pergamonmuseum di Berlino); la presentazione degli affreschi restaurati della cappella del castello; la presentazione della chiesa di S. Marco e dei suoi ruderi conventuali, dopo l’acquisizione e i restauri da parte del Comune; la notizia dell’attribuzione alla pittrice cremonese Sofonisba Anguissola del quadro della Madonna dell’Itria collocato nella chiesa dell’ex monastero (peraltro già lodato nella precedente edizione), attribuzione avvenuta dopo la scoperta fatta nel 2002 da Francesco Marotta Rizzo d’un documento nell’Archivio Storico di Catania; la correzione dell’errore concernente la data di fondazione della chiesa di S. Francesco di Paola. Inoltre interi capitoli sono stati rimpolpati o migliorati nella formulazione. C’è da aggiungere che le fotografie (per lo più a colori) — oltre che le assonometrie e le mappe — sono state realizzate da professionisti; e di conseguenza è notevolmente migliorato il corredo iconografico, anche se in qualche raro caso appare migliore qualche immagine della prima edizione (cfr. a p. 210 i ruderi dell’antica abbazia della Madonna della Scala).

Ne è scaturita un’opera rinnovata e organica, che senza esagerazione si può definire monumentale, con bella copertina, carta patinata, caratteri chiari e bellissime immagini, che ne fanno un album da sfogliare e da utilizzare comodamente, grazie anche alle dettagliate didascalie, che fungono pure da sintetici richiami a quanto man mano esposto nel testo.

Dopo la parte storiografica, il Di Matteo fa una rassegna dei monumenti cittadini, maggiori e minori, che per lui diventano oggetto d’indagine storica, interpretazione stilistica e analisi estetica, senza trascurare d’inserire riferimenti ad altri artisti o ad analoghe opere d’altre località, con opportuni confronti e deduzioni.

Il critico obiettivo ha pure il dovere di annotare alcune sviste e omissioni, soprattutto al fine degli emendamenti in ristampe o edizioni successive: • il verbo assolvere è usato ora transitivamente e ora intransitivamente[2]; • Val di Noto e Val Demone appaiono ora maschili e ora femminili; • nella questione d’Ibla=Paternò manca l’importante notizia che Ibla, sulla base d’inoppugnabili documenti e d’una serrata esegesi, è stata identificata con la Primavera del Botticelli da parte di Carmelo Ciccia, il quale inoltre non figura nell’elenco degli studiosi che in maggioranza hanno identificato la stessa Ibla con Paternò (p. 17); • il pronome maschile singolare questi è usato come complemento (pp. 35 e 109)[3]; • cardus, inesistente in latino (p. 52)[4]; • la Banca popolare di Paternò, poi Banca di Paternò, non esiste più da molti anni (p. 54); • il sindaco Puglisi era docente non di scuola media, ma di ginnasio (p. 56)[5]; • la sindaca Ligresti non si chiama “Li Gresti” (p. 59); • l’autore afferma (pp. 122 e 231) che la demolizione dell’antico santuario della Madonna della Consolazione sia avvenuta nel luglio del 1953, e cioè quasi un anno prima dell’inaugurazione e consacrazione del nuovo, ma a p. 127 egli stesso presenta una fotografia relativa all’evento festoso (1954) in cui si vedono chiaramente affiancati il nuovo e l’antico, quest’ultimo non ancora demolito e per il quale nella didascalia egli stesso precisa che sarà demolito da lì a poco, concordando soltanto in tale didascalia con quanti ricordano chiaramente che l’antico fu demolito dopo l’inaugurazione e consacrazione del nuovo, e non prima; • nell’antica chiesetta di S. Marco non ci sono le tempere con santi (p. 135), che invece si trovano nella chiesa del convento di S. Francesco sulla collina, come risulta evidente a p. 108; • nella chiesa dell’ex monastero c’è una tela con l’Annunciazione (relativa al titolo della chiesa), come esplicitato a p. 144, e non con la “Natività” (p. 142); • lo scultore Gioco non si chiamava Lo Gioco (p. 167); • sul balcone d’onore del palazzo Alessi da un paio di secoli c’è un fregio con l’indicazione d’uso del palazzo stesso (archivio notarile) e non l’insegna di famiglia (pp. 196 e 197); • a p. 198 manca la fotografia del raffinato balconcino d’un palazzetto di via Roma indicato nella didascalia di p. 199; • “tanto totale” (p. 207)[6]; • “Paternnò” (p. 225); • la storia di Gaetano Savasta manca della Paternò sacra, e non della Paternò civile citata dallo stesso Di Matteo a p. 245 (pp. 233 e 234); • lo studioso Carmine Rapisarda non si chiama “Carmelo Rapisarda” (p. 234); • nella Bibliografia finale il medesimo libro di Bonanno G. è elencato due volte (p. 237).

Un altro discorso particolare merita l’elenco delle opere recenti consultate per la stesura di questo volume. Nella Nota bibliografica l’autore afferma d’essersi avvalso anche della recente produzione d’autori locali, ch’egli elenca. Però l’elenco è lacunoso, e basta dare una scorsa alla Bibliografia, quella dei singoli capitoli e quella finale, per accorgersi dei saggi che mancano, tutti riguardanti aspetti della storia di Paternò e alcuni fondamentali: di Mimmo Chisari Il carretto siciliano (s. d.); di Carmelo Ciccia (che figura soltanto con un articolo già presente nell’edizione del 1976) Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte[7] (1998), Il Pervigilium Veneris e la Primavera del Botticelli (1997-98), Ioannes Baptista Nicolosius geographus insignis (2000), Caronda: l’antico legislatore catanese (2001), Profili di letterati siciliani dei secoli XVIII-XX[8] (2002), Il suono delle campane a Paternò intorno alla metà del sec. XX (2003), La brutta estate del ’43 e antologia di storie paesane[9] (2004), I cognomi di Paternò (1^ ediz. 1987, 2^ ediz. 2004); di Barbar(in)o Conti Umili e illustri[10] (1995) e Il culto ecumenico di S. Barbara (id.); di Franco Rosario Corsaro C.L.A.R.A.: Dizionarietto storico dell’idioma paternese (1989); d’Angelino Cunsolo I Moncada a Paternò[11] (2008) e Le Salinelle di Paternò e le improvvise eruzioni (id.); di Vincenzo Fallica Bianca di Navarra[12] (2000), Monasteri benedettini etnei (2006), Padre Vincenzo Ravazzini[13] (2008); di Francesco Giordano Una rara ed antica mappa della città di Paternò[14] (2008); d’Orazio Laudani Ritrovamenti archeologici nel territorio di Paternò (s. d.); di Placido Sergi Tradizione e personalità nei cantastorie di Paternò (id.); di Nino Tomasello Cicciu Busacca cantastorie (id.)...

La menzione di tutti i lavori pubblicati dagli scrittori paternesi contemporanei sarebbe servita anche per fare un doveroso e completo panorama della cultura locale. Certamente suscita grande stupore il fatto che il Di Matteo non ha sentito il dovere di fare nel suo libro — espressamente intitolato “Paternò / La storia...” — tale panorama, per dare una giusta idea della vivacità culturale della città, mentre il Lombardo la ha lodevolmente fatta nel suo libro, anche se il sottotitolo dichiara di trattare soltanto la “storia di un Gruppo dirigente” politico.

Pur con tutti i suoi pregi, dunque, è un peccato che quest’ultimo volume, il quale fin dal titolo vuol essere anzitutto di storia, ignori e quindi non faccia sapere ai lettori — ad esempio — che Ibla è stata identificata non soltanto con Paternò ma anche con la Primavera del Botticelli (ipotesi mai avanzata precedentemente e perciò del tutto originale, oggetto anche di numerosi articoli, recensioni e conferenze a Paternò e in altre località d’Italia e dell’estero)[15], che c’è una biografia di Giovan Battista Nicolosi scritta in latino ai nostri giorni, che il culto di S. Barbara è diffuso in tutto il mondo, che esiste un dizionario del dialetto paternese, che le Salinelle di Paternò hanno particolari caratteristiche eruttive, che Paternò ha avuto dei cantastorie famosi, i quali hanno portato nelle piazze italiane temi sociali e vicende di Paternò, ecc.

In conclusione, lo studio di Salvo Di Matteo è sicuramente notevole e apprezzabile per la parte artistica, nonostante le sviste, ma appare incompleto nella parte storica e parziale nella bibliografia. Il che limita il valore dell’opera.

Carmelo Ciccia

__________

[2] Entrambe le forme sono corrette, ma quando se ne sceglie una è opportuno non alternarla con l'altra.

[3] L’uso di questi e quegli come complementi s’incontra pure qualche rara volta, ma grammatiche e dizionari lo sconsigliano. Cfr. la Grande enciclopedia tematica Garzanti / Italiano (2005): “Ma è un uso da evitare” (p. 196).

[4] In latino cardus o carduus (in dialetto siciliano carduni) è la pianta tanto gradita al distratto asino bigio del Carducci (“Davanti S. Guido”, in Rime nuove), mentre l’asse stradale di cui si parla nel libro dev’essere cardo (genitivo cardinis) = “cardine”, “perno”.

[5] Con lo scorporo delle prime tre classi del ginnasio, queste assunsero il nome di “scuola media”, rimanendo come ginnasio soltanto la quarta e la quinta. Ė vero che l’istruzione media nel suo complesso è quella che sta fra la primaria (o elementare) e l’università, e si divide in inferiore e superiore, ma nell’uso corrente ai tempi del prof. Puglisi la scuola media era soltanto quella scorporata dall’antico ginnasio: e il suddetto professore dovette lasciare l’incarico di sindaco proprio perché titolare al ginnasio di Paternò. (Cfr. Nino Lombardo, Dai normanni ai democristiani / Storia di un Gruppo dirigente (Paternò 1943—1993)”, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009, p. 94.)

[6] L’aggettivo totale per il suo stesso significato esclude ogni variazione di grado: una cosa o è totale o non lo è; e ciò a differenza dell’aggettivo vero, dato che nell’uso corrente una cosa può essere più o meno vera.

[7] In questo libro Paternò viene identificata con l’antica Hybla Maior/Geleatis; e la personificazione della città-dea Ibla, fatta dall’anonimo autore del Pervigilium Veneris, a sua volta viene individuata nella figura della Primavera di Sandro Botticelli. Esso — in cui è citato anche il Di Matteo — è uno degli studi su cui si è basata Gabriella Mauciere per il suo libro La moneta delle Salinelle / Identità di Avola (Sicilia Illustrata, Catania, 2007).

[8] In questo libro c’è anche un profilo dello stesso Di Matteo.

[9] Sui bombardamenti aerei del 1943 — profonda ferita nella storia di Paternò — il Di Matteo indica i lavori d’Angelino Cunsolo ed Ezio Costanzo, ma non anche questo di Carmelo Ciccia.

[10] Vasto e prezioso repertorio di personaggi paternesi.

[11] Approfondita e organica storia della casata.

[12] Studio importante per la conoscenza di questa regina e del suo periodo storico.

[13] Eroica figura di sacerdote, morto nell’incendio doloso dell’ospedaletto militare di Paternò per assistere i ricoverati. Anche questo scritto avrebbe dovuto essere tenuto presente in merito ai bombardamenti del 1943.

[14] Eccezionale documento visivo della Paternò d’alcuni secoli fa e relativa interpretazione.

[15] Il testo integrale del libro Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte si può leggere nel sito http://www.paternogenius.com/pagine/Carmelo%20Ciccia/Pagine/ibla.htm, mentre un estratto dal titolo Il Pervigilium Veneris e la Primavera del Botticelli si legge in http://www.literary.it/dati/literary/ciccia/il_pervigilium_veneris_e.html. L’ipotesi Ibla=Primavera è stata menzionata fra le più importanti da Guido Cornini (Musei Vaticani) in un suo saggio (“Da menzionare sono le ipotesi recentissime di Horst Bredekamp, che fornisce una lettura del soggetto in chiave epicurea, e di Carmelo Ciccia, che ravvisa nella composizione [La Primavera del Botticelli] una trasposizione figurata del Pervigilium Veneris, poemetto di matrice alessandrina, composto fra il I e il IV secolo d. C. come esaltazione della Venere Hyblaea e del suo corteggio amoroso”: in “Ars / Il nuovo nell’arte antica e moderna”, De Agostini-Rizzoli, Milano, dic. 1999), nonché apprezzata da Gloria Fossi (Galleria degli Uffizi) e da numerosi altri critici, i cui giudizi si possono leggere nel sito http://www.literary.it/autori/dati/ciccia_carmelo/il_mito_dibla_note_critiche.html

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr. 2010]

Salvo Di Matteo, Paternò / La storia e la civiltà artistica, Arbor, Palermo, 2009, pagg. 246, € 35. (3)

Libri & Impressioni

DUE VOLUMI SULLA CITTÀ DI PATERNÒ

DI SALVO DI MATTEO E NINO LOMBARDO

Lo scrittore palermitano Salvo Di Matteo, noto come studioso serio e profondo, nonché apprezzato autore di varie opere d’interesse siciliano, nel 1976 aveva pubblicato la monografia “Paternò / Nove secoli di storia e di arte”, che rappresentò una novità assoluta per Paternò poiché fino ad allora, nonostante che fossero parecchi gli studi sulla città, nessuno studioso aveva sottoposto il patrimonio storico-artistico ad un’analisi critico-estetica: il che lui ha fatto con grande competenza e passione, rivelandosi insieme storiografo e critico d’arte.

Ora, dopo altre tre opere riguardanti questa città (“Un geografo siciliano del XVII secolo: Giovan Battista Nicolosi”, 1977; l’edizione anastatica dell’”Hercole Siculo” dello stesso Nicolosi, 1991; “Paternò”, 1997), egli ha rifatto il testo del 1976, sistemando meglio la ripartizione dei temi (anche se sorprende l’inclusione della chiesa di S. Francesco di Paola fra le opere minori, insieme con quella del S. Chiodo e l’antica chiesa di S. Biagio). Si tratta, quindi, non d’una semplice ristampa, ma d’una riedizione totalmente rifatta, profondamente rinnovata e all’occorrenza corretta e integrata.

Fra le novità rilevanti ci sono: la notizia illustrata del cosiddetto “tesoro di Paternò” (ora al Pergamonmuseum di Berlino); la presentazione degli affreschi restaurati della cappella del castello; la presentazione della chiesa di S. Marco e dei suoi ruderi conventuali, dopo l’acquisizione e i restauri da parte del Comune; la notizia dell’attribuzione alla pittrice cremonese Sofonisba Anguissola del quadro della Madonna dell’Itria collocato nella chiesa dell’ex monastero (peraltro già lodato nella precedente edizione), attribuzione avvenuta dopo la scoperta fatta nel 2002 da Francesco Marotta Rizzo d’un documento nell’Archivio Storico di Catania; la correzione dell’errore concernente la data di fondazione della chiesa di S. Francesco di Paola. Inoltre interi capitoli sono stati rimpolpati o migliorati nella formulazione. C’è da aggiungere che le fotografie (per lo più a colori) — oltre che le assonometrie e le mappe — sono state realizzate da professionisti; e di conseguenza è notevolmente migliorato il corredo iconografico, anche se in qualche raro caso appare migliore qualche immagine della prima edizione (cfr. a p. 210 i ruderi dell’antica abbazia della Madonna della Scala).

Ne è scaturita un’opera rinnovata e organica, che senza esagerazione si può definire monumentale, con bella copertina, carta patinata, caratteri chiari e bellissime immagini, che fanno dell’opera stessa un album da sfogliare e da utilizzare comodamente, grazie anche alle dettagliate didascalie, che fungono pure da sintetici richiami a quanto man mano esposto nel testo.

Ma l’opera non è valida soltanto per l’elevata qualità grafico-editoriale, che fa onore alla casa editrice: c’è il contenuto che la rende pregevole e unica nel suo genere. È vero che nella presentazione dei monumenti il lessico del Di Matteo è spiccatamente tecnico-specialistico e a volte infiorato con metafore e altre figure retoriche, e di conseguenza non accessibile a tutti; ma i lettori, se non in certi dettagli, possono arrivare benissimo alla fruizione complessiva dell’opera e rendersi conto della sua importanza.

Dopo l’entusiastica prefazione di Nino Lombardo (che, fra l’altro, qui ha giustamente corretto in “matrice” l’errato termine “madrice” da lui usato nella prima edizione), il Di Matteo delinea (a volte correggendo altri) la storia e l’evoluzione della città. Fra le notizie particolarmente interessanti, per citarne soltanto alcune, ci sono: l’edificazione del castello — forse sopra o accanto a preesistente base araba — in epoca normanna (Ruggero d’Altavilla), di cui il Di Matteo è convinto, nonostante i rimaneggiamenti successivi e il diverso parere d’altri studiosi; la posizione dell’originaria facciata della matrice rivolta verso la piana (e ciò potrebbe essere indizio che la chiesa anticamente fosse il tempio della dea Ibla); il soggiorno, pernottamento o passaggio di sovrani (Ruggero e Adelasia/Adelaide, Federico II di Svevia, Federico III d’Aragona ed Eleonora d’Angiò-Aragona, Bianca di Navarra che nel 1405 promulgò le Consuetudini di Paternò, Vittorio Amedeo II di Savoia-Sicilia, Ferdinando II di Borbone, ecc.) e altri personaggi (Vincenzo Bellini, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe De Felice, ecc.); l’espulsione degli ebrei nel 1493 con il susseguente fenomeno del neofitismo di quanti, per non andarsene, si convertirono al cristianesimo, ma poi come simpatizzanti dell’ebraismo furono perseguitati dall’Inquisizione e condannati al rogo (pp. 35 e 36); l’acquisto all’asta del territorio di Motta S. Anastasia da parte del conte Antonio Moncada nel 1526 (p. 36); il plurisecolare principato di Paternò (esteso su circa un quarto dell’intera Sicilia) dal 1565 sotto la dinastia dei Moncada, già conti (p. 39); la nascita del comune Malpasso (poi Belpasso) dallo smembramento del territorio di Paternò nel 1637 (p. 43); l’invasione di cavallette del 1639, che comportò per ogni cittadino dai 15 anni in su l’obbligo di catturarne circa kg 8 al giorno, pena la carcerazione; lo spostamento al lato opposto della facciata della matrice intorno al 1690 (pp. 94, 96 e 229); il terremoto del 1693 (quello del 1908 non causò a Paternò ingenti danni) e i bombardamenti aerei del 1943, i quali provocarono il rinnovo di buona parte dell’edilizia. In questa storia, poi, è ampio il panorama degli avvenimenti contemporanei, con vari riferimenti alle realizzazioni delle giunte democristiane indirizzate dall’on. Nino Lombardo, con la collaborazione dell’assessore e poi sindaco Gioacchino Milazzo e di tutto il gruppo dirigente.

Quindi il Di Matteo fa una rassegna dei monumenti cittadini, maggiori e minori, che per lui diventano oggetto d’indagine storica, interpretazione stilistica e analisi estetica, senza trascurare d’inserire riferimenti ad altri artisti o ad analoghe opere d’altre località, con opportuni confronti e deduzioni.

Nell’analisi estetica l’autore adopera un linguaggio di viva partecipazione. Anzitutto i suoi periodi s’espandono continuamente, germogliando una proposizione dall’altra, un elogio dall’altro, perché a quanto detto c’è ancora qualcosa da aggiungere in valutazioni e apprezzamenti: e ciò, come quando s’assiste ad uno spettacolo pirotecnico e si nota che da un colpo e da una figura colorata che si credevano ultimi si sprigionano invece tanti altri colpi e figure. Inoltre egli mostra d’essere tanto coinvolto personalmente nel descrivere le bellezze artistiche e spirituali di certe chiese straordinarie come quelle di S. Barbara, della Madonna della Consolazione e di S. Francesco all’Annunziata da unirsi nell’esultanza ai destinati fruitori di tali beni: e a proposito di quest’ultima chiesa parla di uno “tra i più mirifici edifici sacri sorti in Sicilia negli ultimi decenni” (p. 173), “straordinaria efflorescenza architettonica” (p. 178), “tripudio liturgico” (id.), e “idea esaltante della festosità del Regno celeste” (p. 179). E non soltanto per le chiese grandiose l’autore spende parole d’interesse e valorizzazione, ma anche per quelle modeste e quasi ignote, come la chiesa di S. Marco, o addirittura per quelle non più esistenti.

Tuttavia si nota che nella rassegna delle chiese esaminate in appositi capitoli mancano quella del SS. Salvatore e quelle nuove di S. Biagio, S. Michele, Spirito Santo, S. Cuore e S. Anna, anche se ad alcune l’autore accenna nel trattare d’altro.

Sfogliando questo volume e leggendo la storia antica di Paternò, certi lettori anziani, specie se lontani, ricordano degli episodi legati ai propri lontani anni, ad esempio quando andavano a giocare alle “ciappe” sulla collina della matrice e nelle pause si mettevano a cercare qualche cosiddetta “truvatura” (“tesoro occulto”, come quello ora a Berlino, trovato proprio su quella collina); di fronte alla fotografia della campana della chiesa di Cristo al Monte (p. 112) ricordano quella ventosa giornata verso la fine degli anni ’30 del secolo scorso quando essa, ceduta dalla chiesa di S. Gaetano, dove costituiva la terza campana del campanile, fu colà issata e installata; e di fronte alla chiesa di Cristo Re ricordano quando la chiesa era delle Anime del Purgatorio, come riferisce lo stesso Di Matteo, il quale segnala l’affresco della volta e il paliotto a bassorilievo dell’altare, ispirati proprio al culto delle anime purganti: è stato un atto arbitrario ed inconsulto quello del parroco e/o dell’arcivescovo che negli anni ’50 dello stesso secolo decise di cambiare dedicazione, con ciò oltraggiando l’iconografia interna e la toponomastica circostante, e quindi calpestando la lunga tradizione del culto delle Anime del Purgatorio, espressa nella denominazione della chiesa, della piazza (o piano) Purgatorio, della via Suffragio e dell’intero quartiere Purgatorio. E non possono non ricordare le antiche e care chiese ora demolite, come il santuario della Madonna della Consolazione e la chiesa dell’Annunziata (dei cappuccini). E a proposito del santuario, poi, essi ricordano la festa del giorno (nel 1954) dell’inaugurazione e consacrazione del nuovo, il quale aveva ancora al suo fianco l’antico, non ancora demolito.

A conclusione dell’esame della civiltà artistica, il Di Matteo pone in questo volume note di edilizia civile e cimiteriale, nonché d’urbanistica. Per quanto riguarda l’edilizia civile, l’autore ha poco da dire, rilevando soltanto un portale del ‘600 e alcuni palazzi signorili sorti a cavallo fra ‘800 e ‘900, di cui mostra e commenta particolari dello stile cosiddetto “liberty”. Per quanto riguarda l’edilizia cimiteriale, egli mostra e commenta alcune cappelle gentilizie, cominciando dall’imponente cappella della famiglia Cutore-Amico. E per quanto riguarda l’urbanistica, egli descrive, commenta ed esalta l’assetto del nuovo quartiere Ardizzone a nord della città, immerso nel verde e attraversato da razionali percorsi. Egli vede in questo quartiere, ammirato da tanti tecnici e visitatori forestieri, l’esempio d’un habitat a misura d’uomo: civile, moderno e nord-europeo (a parte gli atti vandalici che ne vanno alterando la bellezza). Da ciò il Di Matteo coglie l’occasione per elogiare ancora una volta N. Lombardo, che l’ha ideato e voluto, G. Milazzo e tutto il gruppo dirigente che in una quarantina d’anni l’ha realizzato e curato sulla base della progettazione tecnica degli architetti Arena e Borzì, anche se — dopo aver osannato la nuova chiesa di S. Francesco all’Annunziata — della nuova chiesa dello Spirito Santo afferma che essa è “massiccia e greve”, “pesante”, “di spoglia gravità” e “parla il linguaggio di una compassata e un po’ frigida modernità” (p. 204): ma purtuttavia dopo definisce “belle” entrambe le chiese (p. 232).

Infine di ragguardevole importanza e pratica utilità sono la dettagliata e arricchente Sintesi cronologica e la vasta — seppur lacunosa — Bibliografia (quella dei singoli capitoli e quella finale, quest’ultima anche per la Nota introduttiva).

Il critico obiettivo ha pure il dovere di annotare alcune sviste e omissioni, soprattutto al fine degli emendamenti in ristampe o edizioni successive: • il verbo assolvere è usato ora transitivamente e ora intransitivamente[16]; • Val di Noto e Val Demone appaiono ora maschili e ora femminili; • nella questione d’Ibla=Paternò manca l’importante notizia che Ibla, sulla base d’inoppugnabili documenti e d’una serrata esegesi, è stata identificata con la Primavera del Botticelli da parte di Carmelo Ciccia, il quale inoltre non figura nell’elenco degli studiosi che in maggioranza hanno identificato la stessa Ibla con Paternò (p. 17); • il pronome maschile singolare questi è usato come complemento (pp. 35 e 109)[17]; • cardus, inesistente in latino (p. 52)[18]; • la Banca popolare di Paternò, poi Banca di Paternò, non esiste più da molti anni (p. 54); • il sindaco Puglisi era docente non di scuola media, ma di ginnasio (p. 56)[19]; • la sindaca Ligresti non si chiama “Li Gresti” (p. 59); • l’autore afferma (pp. 122 e 231) che la demolizione dell’antico santuario della Madonna della Consolazione sia avvenuta nel luglio del 1953, e cioè quasi un anno prima dell’inaugurazione e consacrazione del nuovo, ma a p. 127 egli stesso presenta una fotografia relativa all’evento festoso (1954) in cui si vedono chiaramente affiancati il nuovo e l’antico, quest’ultimo non ancora demolito e per il quale nella didascalia egli stesso precisa che sarà demolito da lì a poco, concordando soltanto in tale didascalia con quanti ricordano chiaramente che l’antico fu demolito dopo l’inaugurazione e consacrazione del nuovo, e non prima; • nell’antica chiesetta di S. Marco non ci sono le tempere con santi (p. 135), che invece si trovano nella chiesa del convento di S. Francesco sulla collina, come risulta evidente a p. 108; • nella chiesa dell’ex monastero c’è una tela con l’Annunciazione (relativa al titolo della chiesa), come esplicitato a p. 144, e non con la “Natività” (p. 142); • lo scultore Gioco non si chiamava Lo Gioco (p. 167); • sul balcone d’onore del palazzo Alessi da un paio di secoli c’è un fregio con l’indicazione d’uso del palazzo stesso (archivio notarile) e non l’insegna di famiglia (pp. 196 e 197); • a p. 198 manca la fotografia del raffinato balconcino d’un palazzetto di via Roma indicato nella didascalia di p. 199; • “tanto totale” (p. 207)[20]; • “Paternnò” (p. 225); • la storia di Gaetano Savasta manca della Paternò sacra, e non della Paternò civile citata dallo stesso Di Matteo a p. 245 (pp. 233 e 234); • lo studioso Carmine Rapisarda non si chiama “Carmelo Rapisarda” (p. 234); • nella Bibliografia finale il medesimo libro di Bonanno G. è elencato due volte (p. 237).

Un discorso particolare meritano le dizioni “matrice della SS. Annunziata” (pp. 15 e 152), “chiesa madre SS. Annunziata” (pp. 41, 91, 122 e 231), “nuova matrice” (pp. 98, 100 e 136). Il discorso è fatto non tanto per l’autore di questo volume, quanto per tutti. Nella sua Istoria del Concilio tridentino fra’ Paolo Sarpi (1552-1623) parla più volte di matrice, come di “chiesa madre” che ne genera altre (poi dette filiali), facendone risalire l’istituzione a S. Paolo. A p. 159 del volume del Di Matteo si dice che nel 1669 fu istituita la parrocchia filiale di S. Barbara, come poi altre parrocchie filiali furono istituite a Paternò. Esse erano figlie della chiesa madre o matrice. Ma da quando negli anni ’50 del secolo scorso tutte le parrocchie furono dichiarate autonome e quindi non furono più filiali, non ci sono più né “figlie”“madre” o “matrice”. Soltanto la chiesa di S. Maria dell’Alto, per la sua importanza storica, ha il diritto di conservare il nome matrice; e anche se le funzioni della matrice sono state spostate alla chiesa dell’ex Monastero, questa non può assumere il titolo di “matrice”. Così, non essendoci più il capitolo della collegiata, non c’è più nessun prevosto; e se tale appellativo viene rivolto per adulazione a qualche parroco dell’ex Monastero, questo dovrebbe respingerlo; come a maggior ragione dovrebbe respingere l’appellativo di “monsignore”, il quale fu privilegio soltanto del prevosto dott. Antonino Costa in quanto prelato domestico di Sua Santità. Insomma, l’appellativo di monsignore non è connesso al ruolo di parroco della chiesa matrice o di quella dell’ex Monastero.

Un altro discorso particolare merita l’elenco delle opere recenti consultate per la stesura di questo volume. Nella Nota bibliografica l’autore afferma d’essersi avvalso anche della recente produzione d’autori locali, ch’egli elenca. Però l’elenco è lacunoso, e basta dare una scorsa alla Bibliografia, quella dei singoli capitoli e quella finale, per accorgersi dei saggi che mancano, tutti riguardanti aspetti della storia di Paternò e alcuni fondamentali: di Mimmo Chisari Il carretto siciliano (s. d.); di Carmelo Ciccia (che figura soltanto con un articolo già presente nell’edizione del 1976) Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte[21] (1998), Il Pervigilium Veneris e la Primavera del Botticelli (1997-98), Ioannes Baptista Nicolosius geographus insignis (2000), Caronda: l’antico legislatore catanese (2001), Profili di letterati siciliani dei secoli XVIII-XX[22] (2002), Il suono delle campane a Paternò intorno alla metà del sec. XX (2003), La brutta estate del ’43 e antologia di storie paesane[23] (2004), I cognomi di Paternò (1^ ediz. 1987, 2^ ediz. 2004); di Barbar(in)o Conti Umili e illustri[24] (1995) e Il culto ecumenico di S. Barbara (id.); di Franco Rosario Corsaro C.L.A.R.A.: Dizionarietto storico dell’idioma paternese (1989); d’Angelino Cunsolo I Moncada a Paternò[25] (2008) e Le Salinelle di Paternò e le improvvise eruzioni (id.); di Vincenzo Fallica Bianca di Navarra[26] (2000), Monasteri benedettini etnei (2006), Padre Vincenzo Ravazzini[27] (2008); di Francesco Giordano Una rara ed antica mappa della città di Paternò[28] (2008); d’Orazio Laudani Ritrovamenti archeologici nel territorio di Paternò (s. d.); di Placido Sergi Tradizione e personalità nei cantastorie di Paternò (id.); di Nino Tomasello Cicciu Busacca cantastorie (id.)...

Probabilmente il Di Matteo ha tenuto conto soltanto delle opere recenti che gli autori a conoscenza della preparazione di questa riedizione gl’inviavano personalmente o non ha avuto informatori aggiornati e imparziali. Eppure, bastava che egli si recasse alla biblioteca comunale di Paternò per documentarsi in toto sulla recente produzione concernente la storia della città stessa o che in Internet visitasse i siti telematici http://opac.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/base.jsp (Sistema Bibliotecario Nazionale in cui si consultano tutti i cataloghi d’Italia), http://www.paternogenius.com/pagine/arteletteratura.htm (gestito da Nino Lombardo e in cui fra gli altri figura lo stesso Di Matteo con la sua opera) e http://www.paternesi.com/ (gestito da Giorgio Ciancitto), nei quali avrebbe potuto trovare e leggere integralmente molte delle opere suddette, o che almeno prendesse nota — per poi approfondirne la conoscenza con idonea documentazione — dei nominativi degli scrittori paternesi ricordati in varie pagine del libro di Nino Lombardo “Dai normanni ai democristiani / Storia di un Gruppo dirigente (Paternò 1943-1993)” da lui citato in Bibliografia.

La menzione di tutti i lavori pubblicati dagli scrittori paternesi contemporanei sarebbe servita anche per fare un doveroso e completo panorama della cultura locale. Certamente suscita grande stupore il fatto che il Di Matteo non ha sentito il dovere di fare nel suo libro — espressamente intitolato “Paternò / La storia...” — tale panorama, per dare una giusta idea della vivacità culturale della città, mentre il Lombardo la ha lodevolmente fatto nel suo libro, anche se il sottotitolo dichiara di trattare soltanto la “storia di un Gruppo dirigente” politico.

Pur con tutti i suoi pregi, dunque, è un peccato che questo volume, il quale fin dal titolo vuol essere anzitutto di storia, ignori e quindi non faccia sapere ai lettori — ad esempio — che Ibla è stata identificata non soltanto con Paternò ma anche con la Primavera del Botticelli (ipotesi mai avanzata precedentemente e perciò del tutto originale, oggetto anche di numerosi articoli, recensioni e conferenze a Paternò e in altre località d’Italia e dell’estero)[29], che c’è una biografia di Giovan Battista Nicolosi scritta in latino ai nostri giorni, che il culto di S. Barbara è diffuso in tutto il mondo, che esiste un dizionario del dialetto paternese, che le Salinelle di Paternò hanno particolari caratteristiche eruttive, che Paternò ha avuto dei cantastorie famosi, i quali hanno portato nelle piazze italiane temi sociali e vicende di Paternò, ecc.

In conclusione, lo studio di Salvo Di Matteo è sicuramente notevole e apprezzabile per la parte artistica, ma appare incompleto nella parte storica e parziale nella bibliografia. Il che limita il valore dell’opera…

Carmelo Ciccia

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[16] Entrambe le forme sono corrette, ma quando se ne sceglie una è opportuno non alternarla con l'altra.

[17] L’uso di questi e quegli come complementi s’incontra pure qualche rara volta, ma grammatiche e dizionari lo sconsigliano. Cfr. la Grande enciclopedia tematica Garzanti / Italiano (2005): “Ma è un uso da evitare” (p. 196).

[18] In latino carduus è la pianta gradita agli asini e particolarmente al distratto asino bigio del Carducci (“Davanti S. Guido”, in Rime nuove), mentre l’asse stradale è cardo (genitivo cardinis) = “cardine”, “perno”.

[19] Con lo scorporo delle prime tre classi del ginnasio, queste assunsero il nome di “scuola media”, rimanendo come ginnasio soltanto la quarta e la quinta. Ė vero che l’istruzione media nel suo complesso è quella che sta fra la primaria (o elementare) e l’università, e si divide in inferiore e superiore, ma nell’uso corrente ai tempi del prof. Puglisi la scuola media era soltanto quella scorporata dall’antico ginnasio: e il suddetto professore dovette lasciare l’incarico di sindaco proprio perché titolare al ginnasio di Paternò. (Cfr. Nino Lombardo, Dai normanni ai democristiani / Storia di un Gruppo dirigente (Paternò 1943—1993)”, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009, p. 94.)

[20] L’aggettivo totale per il suo stesso significato esclude ogni variazione di grado: una cosa o è totale o non lo è; e ciò a differenza dell’aggettivo vero, dato che nell’uso corrente una cosa può essere più o meno vera.

[21] In questo libro Paternò viene identificata con l’antica Hybla Maior/Geleatis; e la personificazione della città-dea Ibla, fatta dall’anonimo autore del Pervigilium Veneris, a sua volta viene individuata nella figura della Primavera di Sandro Botticelli. Esso — in cui è citato anche il Di Matteo — è uno degli studi su cui si è basata Gabriella Mauciere per il suo libro La moneta delle Salinelle / Identità di Avola (Sicilia Illustrata, Catania, 2007).

[22] In questo libro c’è anche un profilo dello stesso Di Matteo.

[23] Sui bombardamenti aerei del 1943 — profonda ferita nella storia di Paternò — il Di Matteo indica i lavori d’Angelino Cunsolo ed Ezio Costanzo, ma non anche questo di Carmelo Ciccia.

[24] Vasto e prezioso repertorio di personaggi paternesi.

[25] Approfondita e organica storia della casata.

[26] Studio importante per la conoscenza di questa regina e del suo periodo storico.

[27] Eroica figura di sacerdote, morto nell’incendio doloso dell’ospedaletto militare di Paternò per assistere i ricoverati. Anche questo scritto avrebbe dovuto essere tenuto presente in merito ai bombardamenti del 1943.

[28] Eccezionale documento visivo della Paternò d’alcuni secoli fa e relativa interpretazione.

[“Ricerche”, Catania, lug.-dic. 2009]


Glauco Dinelli, Lontani anni verdi, a & p, Piove di Sacco, 2005, pagg. 128, s. p.

Se qualcuno possiede un album di fotografie della sua famiglia e della sua o delle sue città e per mostrarle ai parenti, agli amici e ai concittadini — magari su suggerimento d’una nota e sensibile scrittrice quale Romana De Carli Szabados — pensa di farne un libro, corredandole di spiegazioni e dei propri ricordi in forma narrativa: ecco allora che nasce un libro come Lontani anni verdi di Glauco Dinelli, un farmacista nativo di Pola che ha vissuto il dramma dell’esodo giuliano-istriano-dalmata e dopo ha trovato lavoro e nuova patria in provincia di Padova.

Certamente questo è un libro di nostalgia e d’indignazione; ma quanta dignità nell’autore: quella stessa dignità che si può cogliere in tutti gli esuli che, sparsi per il mondo come in una nuova diaspora biblica, si sono rifatti la vita, fino a diventare cittadini-modello per le comunità ospitanti!

Questo libro è, dunque, una raccolta di ricordi: dagli antenati dell’autore, che si vedono troneggiare nelle magnifiche fotografie d’epoca, ai suoi collaterali; ad amici, concittadini, autorità, ospiti e benefattori. Ma ci sono anche le fotografie e le memorie storiche di tanti angoli dell’amata Pola e delle sedi dell’esodo, di giochi e giocattoli d’una volta per ragazzi e per adulti, di tradizioni e feste popolari (Natale, Capodanno, Carnevale, Pasqua, festa dell’uva, ecc.), di gastronomia e pasticceria, così buone perché curate dalle abili e sempre care mani d’una mamma. E poi i bombardamenti anglo-americani, lo sfollamento, l’occupazione jugoslava, i martiri delle foibe, le lotte per l’italianità al canto di “Va’, pensiero”, il filo-slavismo del Partito Comunista Italiano e l’acquiescenza del governo italiano, il macigno del trattato del 10.2.1947, l’esodo, la fredda e diffidente accoglienza degli esuli da parte di certi connazionali e infine la sistemazione in una nuova terra con sempre l’Istria nel cuore.

Dalla lettura si ricava la convinzione che Lontani anni verdi è un libro di ricordi molto utile a chi ha fatto una simile esperienza, ma che è anche un libro educativo per tutti, specialmente per le nuove generazioni, che hanno bisogno di sapere che cosa è veramente successo in quel terribile periodo: e la conoscenza del passato, mediante testimonianze vive e sanguinanti, anche se esposte con serenità, farà sì che non abbiano più a ripetersi catastrofi del genere. Dicevano i latini: “meminisse iuvabit”; e la conoscenza d’un deplorato passato servirà a costruire un futuro migliore. Perciò questo libro è consigliabile alle scuole.

L’opera, per la quale il Dinelli ha utilizzato anche remote cronache giornalistiche locali, è stampata su carta patinata e s’avvale d’uno stile discorsivo che attira il lettore, costringendolo quasi ad arrivare subito all’ultima pagina. Belle sono le moltissime fotografie antiche (tutte rigorosamente in bianconero), che hanno il fascino delle cose d’una volta, specialmente quando la loro data risale a molti decenni fa, come è il caso del 1890 per una fotografia. Strana e disagevole, invece, è l’impaginazione dell’indice finale.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona, genn.-giu. 2006; “Notiziario dignanese”, Torino, giu. 2006]


D’Inessa, Gridare non ha senso, Ist. per la Cultura e l’arte, Catania, 1987, pagg. 92.

IL POETA-PITTORE D’INESSA

Giuseppe Finocchiaro, che assunse il nome D’Inessa quando si riteneva che Paternò fosse l’antica Inessa e non Ibla com’è opinione più diffusa e più accreditata) è nato a Paternò nel 1922 e risiede a Sant’Agata Li Battiati. Si è formato anzitutto alla dura scuola della fornace del padre e nella famiglia nu­merosa ha conosciuto il disagio economico e la necessità di costruirsi una vi­sione ideale entro cui realizzare la propria esistenza. La natura poi gli ha dato la capacità d’esprimere questo suo mondo ideale e la soddisfazione di ricevere apprezzabili riconoscimenti quale poeta, narratore e pittore.

Nella sua raccolta di liriche Gridare non ha senso (Ist. per la Cultura e l’arte, Catania, 1987, pagg. 92) i versi scorrono sull’onda della memoria, in un diffuso afflato d’infinito. La sua poesia è sospesa fra sogno e realtà, cielo e terra, passato e presente, trascendente e immanente. È poesia della memoria, della ricerca d’un paradiso perduto, dell’anelito verso un mondo migliore e pulito; e in essa, come nei suoi disegni, dominano i sentimenti che possono scaturire da cieli azzurri, palloncini e aquiloni, fanciulli che giocano sotto il benevolo sguardo d’una falce di luna. Ma si sente anche il calore umano che si sprigiona dalle case attaccate le une alle altre nelle tipiche geometrie degli abi­tati del sud, fra cui passano ancora cavalli con sonagliere tintinnanti.

Ma spesso c’è nostalgia e tristezza. Il tono sommesso del periodare è conseguenza della delusione prodotta dagli stravolgimenti del mondo e dell’u­manità d’oggi, la quale ha perso semplicità, candore, onestà. Tuttavia il poeta sa farsi coraggio e invita, sia pur timidamente, a ritornare alle origini, a riap­propriarsi delle proprie radici e della propria identità.

Perciò a volte, specialmente nelle chiuse, i versi si concentrano in note di riflessione sui mille perché della vita e del cosmo. Il poeta desidera essere un ciottolo per sentire la carezza dell’acqua o un moscerino per sentire il calore della fiamma “e avanzare dentro la vita / sino alla luce / e poi morire”.

La raccolta ha al centro una donna, ma il vagheggiamento di lei, dei suoi attributi e delle sue qualità, peraltro discreto, va ricondotto a questa visione idilliaca della vita: “ho scavato nel tempo / per risentire una voce / dolce di bambina”. Il poeta non può ignorare l’appuntamento con la “Morte / fiume / che s’inerpica / e torna alla sorgente”; ma in questi versi affiorano squarci pittorici che ci riconducono ad una funzione ottica della poesia: “Luminosa / esplode / nel grigiore invernale / la gialla mimosa”: indice dell’indissolubile binomio “pittura-poesia” presente in D’Inessa.

A conclusione vorremmo ricordare che D’Inessa ha esposto quadri in varie località, specialmente della Sicilia, sempre molto apprezzato dalla critica, e come pittore ha fatto una lettura personale dei “Malavoglia”, spingendosi ad una perlustrazione della poesia del Verga. I risultati di questa ricerca si tro­vano nel suo grande volume d’arte “Davanti a Trezza” (Maimone, Catania, 1990): vi si possono ammirare le sue delicate interpretazioni verghiane in trenta tavole litografiche affiancate dai corrispondenti brani del romanzo.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta rossazzura di Sicilia”, Paternò, 3.VI.2000]

D’Inessa, Schegge di lava , Carmina in horto, Adrano, 2003, pagg. 88, s. p.

Soltanto dopo più di due anni mi è stato consegnato questo libro che l’amico D’Inessa m’aveva lasciato con dedica personale nel Natale del 2005; e purtroppo nel frattempo lui è scomparso, senza che io abbia potuto ringraziarlo.

D’Inessa (pseud. di Giuseppe Finocchiaro, Paternò 1922 - Biancavilla 2006) era un poeta-pittore che poneva al centro dei suoi interessi la bellezza e la semplicità, particolarmente del mondo dell’infanzia. Non per nulla le sue immagini ricorrenti sono bambini col palloncino, cavalli-giocattolo, aquiloni e girotondi, ad esprimere una visione di serenità e pace; ma nella sua produzione non mancano grandiose interpretazioni verghiane e una Biblia pauperum da lui donata alla Curia Arcivescovile di Catania.

Questo volumetto di liriche alternate a disegni è come un breviario di riflessioni, in cui i pensieri sono esposti di getto a mo’ di schizzi o schegge, come dice il titolo stesso. Perciò l’espressione è semplice, paratattica e quasi sempre libera da vincoli morfo-sintattici. Quello che interessa all’autore è più che altro il flusso dei suoi concetti, emananti come schegge di lava. E ad ogni modo ciò dà al lettore la possibilità d’avere una rassegna d’osservazioni, impressioni, ricordi e trepidazioni, da cui traspare un’interiorità inquieta o mesta a causa di qualcosa che non ha potuto avere o che ora irrimediabilmente non c’è più.

Opportunamente ripartite in varie parti, le liriche presentano affetti, pensieri e attese, contemplazioni del sacro, anni di dolore, considerazioni sulla fugacità del tempo, pennellate paesaggistiche e altro. Così vengono alla ribalta le figure della moglie e d’altre persone care, feste patronali come quella di S. Barbara, tremende esperienze di guerra come quelle dei bombardamenti aerei anglo-americani del 14 Luglio 1943 e del relativo incendio dell’ospedaletto militare di Villa Moncada a Paternò. Non manca qualche cenno di casta sensualità.

La brevità delle composizioni e la loro architettura, non priva d’effetti visivi e fonici, fanno sì che spesso esse si configurino come delicati quadretti di tenui acquerelli e che nel complesso l’elegante volumetto appaia come un diario dell’anima, testimonianza d’una feconda personalità artistica e d’una grande amicizia, alla cui memoria va un commosso omaggio.

Infine interessante risulta l’attenta nota introduttiva di Mimmo Chisari.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 29.I.2008]


Ninnj Di Stefano Busà, Oltre il segno tangibile, Milano Libri, 1987 (ristampa).

Certo ci vogliono tempo e pazienza per capire questa poesia: ci vogliono ripetute e attente letture per penetrare il difficile tessuto di una trama solitamente ermetica e arrivare così “oltre il segno tangibile”. A volte si ha l’impressione che la poetessa scriva soltanto per sé stessa ovvero per il gusto di apparire difficile. La tradizione poetica italiana non è nuova ad un simile procedere, dai nostri giorni (in cui esso è di moda) agli ermetici veri e propri, al D’Annunzio, al Marino e più indietro ancora ai trovatori.

In effetti il messaggio della Di Stefano Busà è offuscato dalla sua forma espressiva. Probabilmente il turgore delle idee e delle immagini non è ben controllato ovvero è frutto di una personalità complessa e ricercata, tendente più alla forma che alla sostanza.

Eppure, anche quando costelliamo le sue pagine di punti interrogativi, in mezzo a questo “trobar clus” — come l’ha definito Sirio Guerrieri nella presentazione — ci sono passaggi in cui la poetessa esce allo scoperto e riesce a riscattare una composizione anche con due-tre versi. Sono raggi di sole che trafiggono la nebbia e illuminano una zona recondita della memoria, un paesaggio, una terra promessa o mancata; oppure si configurano come amare riflessioni, massime, trepidazioni.

Cucendo questi brandelli, come i brandelli d’un’anima, si evidenzia una poesia della memoria, pervasa da una sottile malinconia e da una serpeggiante inquietudine, in cui si effonde tutto il lirismo della Di Stefano Busà. L’infanzia e la natìa Sicilia appaiono come mondi perduti o sommersi: “Potessimo almeno / ricucire aquiloni / e tele di ragno lacerate / dal vento...”. L’infanzia non è stata facile: “Fiorivano rare orchidee / nei giardini dell’infanzia / ed il mondo rotolava nel sangue della guerra”; eppure è sempre sognata. Ci sono le figure della madre e del padre a ravvivarne la memoria, i giochi d’una volta, le speranze e le ansie per il futuro; ma poi “Pane amaro, zagare sfiorite / e pochi stracci in valigie di cartone / raccolgono dolore con le mani”.

Sulla nostalgia s’innesta l’inquietudine per i problemi del Sud, un’inquietudine che, tutto sommato, è il filo conduttore della silloge; tuttavia la Sicilia resta sempre come una terra del ritorno, un’Itaca lontana verso cui si tende nei marosi della vita: “Nella stagione ambigua del distacco / la piana degli ulivi è Itaca”. E allora punge il ricordo dei morti rimasti laggiù senza un fiore, perché, nonostante il coraggio di Ulisse, è “temerario l’approdo al ritorno, / mio Sud, / mio segreto pensiero d’ombra / negli occhi”.

Fra i “valori sociali” che costituiscono la seconda parte del libro, una parte — a dire il vero meno cerebrale, più chiara, più accessibile — certamente l’inquietudine per la terra natìa e in genere per i problemi del Sud è preminente. Sarebbe stato facile cadere nella retorica trattando questi argomenti. Ma la poetessa sa tenersi lontana dalla retorica: il suo è un Sud liricamente rivisitato, senza astiose polemiche, è “un’alba racchiusa nel cuore”. E basta questo, se non altro, a connotare la produzione della Di Stefano Busà, a porla su un piano di alto lirismo, a farne vera poesia; nella quale, accanto ai contenuti — si badi bene — la forma è sempre studiata e di un certo effetto.

Per concludere, pur con le riserve espresse in apertura, ci sembra che nel panorama della poesia contemporanea Ninnj Di Stefano Busà, sia una figura emergente, capace di affinarsi, evolversi e produrre in seguito, dopo questa prima opera che le ha già procurato dei riconoscimenti, opere ancora più valide.

Carmelo Ciccia

[“La procellaria”, Reggio di Calabria, ott.-dic 1989]

Federico Faido, Non arrenderti, Albatros, Roma, 2011, pp. 114, € 13,50 (distribuzione Mursia).

Leggendo questo primo romanzo di Federico Faido, ingegnere elettronico di Conegliano (TV) e docente di matematica, ben presto ci si trova all’epilogo, magari quando si vorrebbe che la narrazione continuasse ancora. La rapidità della lettura è merito non soltanto della trama avvincente, ma anche della forma chiara, scorrevole e pressoché del tutto corretta. Si nota che l’autore ci ha messo impegno, fantasia e competenza; e il coinvolgimento emotivo è tale che — sebbene in apertura egli dichiari che, mentre i luoghi sono reali, i personaggi e le vicende sono immaginari — si ha l’impressione che buona parte del romanzo sia autobiografico: il racconto è sempre in prima persona e alcuni dati forniti, come l’età del protagonista nel 1976, coincidono con quelli dell’autore.

Tuttavia eventuali curiosità autobiografiche poco incidono sul risultato del romanzo, che d’acchito appare come uno dei migliori di questa stagione letteraria. Già la bella poesia in anteprima rivela il possesso d’elevati sentimenti e la capacità di ben esprimerli: due doti — queste — sempre presenti nel corso della narrazione, la quale a tratti si colora anche di giallo-poliziesco a causa dei misteriosi rapimenti e assassinii di tre ragazzi.

I ragazzi all’inizio sono sette, fra i dieci e i dodici anni, e di loro l’autore presenta caratteristiche fisiche, morali e sociali: ne segue gli studi, i giochi, le passioni. Essi a volte restano ragazzi, con le loro bravate, smargiasserie e trasgressioni varie, ma a volte diventano adulti prima del tempo, trovandosi ad affrontare situazioni ben più grandi di loro. Nella penombra ci sono le rispettive famiglie, a volte con gravi problemi; e, mentre di foschi aloni si circondano personaggi biechi e tarati, in ottima luce vengono posti personaggi limpidi quali un professore presto deceduto e una suora.

Nel libro c’è l’esaltazione dell’amicizia e del suo valore, ma anche l’incitamento a spingersi oltre i propri limiti: il titolo Non arrenderti fa il paio con la frase “Noi non abbiamo paura”, che ci ricorda quell’Io non ho paura d’un famoso film. E un bel film potrebb’essere ricavato anche da questo romanzo, nel quale c’è pure l’esaltazione del paesaggio, descritto con grande partecipazione, specialmente in presenza dello spettacolo della luna, quando la descrizione si trasforma in poesia: cosa che avviene anche durante il frequente ascolto di buona musica. Ma parecchi sono i brani intrisi di lirismo.

L’autore non si ferma al 1976, anno in cui ai sette componenti del gruppo s’aggiunge anche un bambino di due anni, ma nell’epilogo ci dà notizia dei percorsi di vita dei vari protagonisti fino ai nostri giorni, consentendoci così d’apprendere quali ne sono stati gli esiti umani e professionali.

La forma grafico-editoriale del libro è elegante, con buona impaginazione, periodi bene scanditi e caratteri nitidi, che facilitano la lettura. Oltre a qualche raro caso di punteggiatura, poche sono le sviste dell’autore: maledii (p. 17, ma a p. 57 è corretto benedissi), ben che (p. 23), i panini e le bibite da portare sugli zaini (p. 37), infatti non vedevamo infatti l’ora (p. 56), I genitori proibirono ai figli di uscire o giocare da soli, e comunque mai di sera (p. 89), Credo che Luca se ne accorse (p. 91), resto del parere che quella mano era vera (p. 100). Ci sono poi alcune parole straniere non messe in corsivo o fra virgolette.

Il libro si legge veramente volentieri e va consigliato particolarmente ai ragazzi non soltanto per lo spirito d’avventura che pervade la narrazione, per i teneri sentimenti (fra cui gl’innocenti amori) e per le scene da brivido, in cui ad un certo punto sembra d’essere davanti al celebre Trionfo della morte del pittore Greuze, ma soprattutto per gl’insegnamenti implicitamente dati.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 2/2011]

Iliana Falcone, Altrove, Il coriandolo, Trieste, 1999, pagg. 102, s. p. (1)

NUOVE POESIE D’ILIANA FALCONE

Il nuovo libro di liriche d’Iliana Falcone Altrove (Il coriandolo, Trieste) da un lato si collega ai quattro precedenti (l’ultimo dei quali anche premiato), dall’altro rivela una più forte carica di pessimismo. È un filo d’Arianna che porta a tristi situazioni, remote e recenti: delusioni, abbandoni, solitudini. Eppure ci sono àncore di salvezza a cui aggrapparsi: anzitutto le figlie, a cui il libro è dedicato e di cui parlano alcune liriche; e poi gl’interessi culturali e le numerose relazioni sociali. Interessi culturali vogliono dire praticamente la poesia, quella poesia che la Falcone da sempre coltiva e che ha già dato prove di validità.

In un contesto di versi liberi, convivono rime e assonanze, anafore ed epifonemi, riprese di pensieri e di parole. Queste riprese a volte congiungono gli ultimi versi della composizione precedente ai primi della suc- cessiva e quindi costituiscono una specie di legame a catena, una storia a puntate.

I temi di questa raccolta sono vari: il proprio io, gli affetti familiari, l’osservazione di paesaggi, storie e tradizioni locali, sogni e fantasticherie, concerti, guerre e fratellanza umana, religiosità, amori. Le sue liriche migliori corrono con pacatezza, chiarezza e sottesa musicalità. In alcune dominano l’ottimismo, il sorriso, la gioia di vivere, la resa alla pace dopo estenuanti tensioni. La poetessa è consapevole del perenne girare della ruota della fortuna e sembra quasi accettare le leggi della natura: le piace sognare, fantasticare, affidarsi alla sorte, anche se sa che spesso i sogni sono di breve durata e si dileguano facilmente.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 31.I.2000]


Iliana Falcone, Altrove, Il coriandolo, Trieste, 1999, pagg. 102, s. p. (2)

POETI D’OGGI: CIPULAT, DEMARCHI, FALCONE

Un’originalità del nuovo libro di liriche “Altrove” d’Iliana Falcone (Il coriandolo, Trieste, 1999, pagg. 102) è che sulla copertina non c’è il titolo: questo si ricava dal frontespizio interno. Su d’essa c’è un “ex libris” con un’incisione d’Annamaria D’Onofrio e, sotto, dei versi che sono quelli conclusivi della prima composizione, intitolata “Tortorella” e dedicata ad una figlia: “...e l’inverno strazierà i rami / ma il tuo nido / sarà caldo di piume.”; “ex libris” ripetuto al termine della silloge, quasi a costituire identicamente l’“incipit” e l’“explicit” della raccolta. Allora da questa “stranezza” si desume una metafora: e la coppia di tortore – lo sappiamo bene – è simbolo della coppia d’innamorati.

Comincia dunque con questa metafora un libro che, se da un lato si collega ai quattro precedenti (l’ultimo dei quali anche premiato), dall’altro rivela secondo i casi una più forte carica di pessimismo e una buona dose di stizza. È un filo d’Arianna che porta ad aspre situazioni, remote e recenti: di delusione, abbandono, solitudine. Eppure ci sono le àncore di salvezza a cui aggrapparsi: anzitutto le figlie, a cui il libro è dedicato e di cui parlano alcune liriche; e poi gl’interessi culturali e le numerose relazioni sociali. Interessi culturali vogliono dire principalmente la poesia, quella poesia che la Falcone da sempre coltiva e che in passato ha fornito esempi di considerevole validità.

Iliana Falcone, trapiantata a Trieste, ma nata a Napoli da padre fiorentino e madre napoletana, vive egregiamente nella città d’adozione: si è inserita in vari circoli e associazioni, dove svolge ruoli determinanti; è notissima per la sua attività poetica, grazie anche ad un’audiocassetta con la sua silloge “Parole mie” recitata da attori e con sottofondi musicali di Dragotin Lavrencic (Edizioni Exploit di Trieste); soprattutto è circondata da affetto e stima. Di forte temperie come tutti i napoletani, accanto agl’inevitabili momenti di sconforto, risentimento e rimbrotto, sa trovare i momenti giusti della moderazione e della riflessione, che poi sono quelli che portano alla poesia.

Dopo la stranezza del titolo, la caratteristica delle enunciazioni: ogni tanto, quasi a costituire degli stacchi, le pagine sono occupate da un’enunciazione che ha valore di massima e comunque attinge ai successivi contenuti e in certo senso li anticipa e sintetizza. Ciò avviene sette volte, e ne sono esempi i seguenti tre: “Forse coscienze bianche / come manti di neve / riscatteranno / veglie di decadenza” (pag. 41), “...con il fiato sospeso / in questa falsa pace” (pag. 55), “Addio, falso amore. / Realtà scivolata nel nulla” (pag. 65).

Questa caratteristica, che si configura come ripresa tematica e lessicale, ci dà l’occasione per parlare della tecnica poetica della Falcone: in un contesto di versi liberi, convivono rime e assonanze, anafore ed epifonemi, riprese di pensieri e di parole. Queste riprese a volte sono delle ripetizioni vere e proprie: congiungono gli ultimi versi della composizione precedente ai primi della successiva e quindi costituiscono una specie di legame a catena, una storia a puntate.

I temi di questa raccolta sono vari: il proprio io, gli affetti familiari (cioè le figlie), l’osservazione di paesaggi, storie e tradizioni locali (Trieste, Carnia, Napoli), sogni e fantasticherie, concerti, guerre e fratellanza umana, religiosità, amori falliti. Alcune composizioni – secondo lo stato d’animo – non sono scevre di forte passionalità e irruenza verbale. Esse certamente sono comprensibili dal punto di vista umano, ma non si accettano da quello artistico, perché dove c’è passionalità difficilmente c’è arte; e, sebbene siano poche, avrebbero meglio potuto essere eliminate, anche perché a volte necessariamente risultano ermetiche, cioè incomprensibili a chi non conosce esattamente le vicende a cui si riferiscono. Esse quindi interessano solo la vita della Falcone, non l’arte.

Ma quando la poetessa è serena e speranzosa, allora nascono le sue composizioni migliori, che scorrono con pacatezza, chiarezza e sottesa musicalità, dove ogni parola è al suo posto e ogni verso ha la misura giusta. È il caso – ad esempio – di “Concerto in giardino” (“Forse una sera / qualche serenata / coprirà gli echi / di aridi convivi. / E un imbrunire / bello come questo / salverà notti piene di squallore.”) o di “La coppia” (“In sintonia coinvolti / all’inno dell’amore. / L’amore, / privilegio negli anni / consolidato insieme. / Insieme / sapranno equilibrarsi / sul filo / sospeso fra due mondi ...”). La poetessa è consapevole del perenne girare della ruota della fortuna e sembra quasi accettare le leggi di natura: “Girotondo. / A ogni cambio di luna / la tela della vita / si protende, / spingendo / nella cruna la sua legge.” (pag. 24). Le piace sognare, fantasticare, affidarsi alla sorte, anche se sa che spesso i sogni sono di breve durata e si dileguano facilmente: “Vola la mente, / e i sogni sono essenza / pronta a disfarsi in fretta / senza offesa. / Arride ora la sorte.” (pag. 35).

E ci sono alcune composizioni (pagg. 22, 44, 90, 94) in cui dominano l’ottimismo, il sorriso, la gioia di vivere, la resa alla pace dopo estenuanti tensioni. A questo riguardo la composizione “Alla vita” andrebbe, oltre che gustata per i suoi effetti fonici, riletta e meditata per il suo messaggio altamente positivo. Basta l’esordio per afferrare il tutto: “Io vivo / per festeggiare questa vita”. In essa la poetessa dichiara di voler abbracciare uomini, oggetti ed entità del creato, di sorridere a chi non ride e non sa compiacersi della sua esistenza, di accettare di buon grado anche il vento, la pioggia, la fanghiglia. Infine candidamente confessa: “Spesso mi sento rinnovata. / Nella benefica pace di un Tempio, / nella vitale magia della famiglia, / nelle tenere effusioni col mio uomo, / nelle premure d’incontro con gli amici. / La fresca impronta di ogni nuova stagione / genera in me migliaia di sensazioni. / E il piacere di “essere” / m’ispira continui sentimenti d’amore.”

Ecco: questa è la migliore poesia d’Iliana Falcone, e così vorremmo che essa si mantenesse a lungo, anche se dalla collocazione nel libro intuiamo che questa composizione è stata scritta in periodi felici.

Infine è necessario concludere con un cenno alla napoletanità della Falcone, che lei non solo non ha mai nascosto, ma che esterna gioiosamente, collocandola nell’ottica della fratellanza universale. Proviamo a rileggere le due composizioni dedicate a Napoli (città in cui peraltro la poetessa teme pure “incontri di Giuda”): “Il mio sole” e “Via Caracciolo”. Sebbene felicemente trapiantata a Trieste, la poetessa esulta di commozione al sole della sua Napoli, al suo paesaggio, alle sue riviere, alla sua variegata umanità; e si chiede: “...ma quando son lontana / son la stessa?” Insomma: dove sono le tensioni, le paure, le ansie, le delusioni, le solitudini con cui deve fare i conti nella sua quotidianità? La risposta ovviamente c’è, ma non risuona ora: quello che conta, quando lei è a Napoli, è proprio l’essere a Napoli. Perciò la conclusione è sintomatica: “Sono a Napoli, ora! / Viva Napoli.”

Segno d’una Napoli scacciapensieri, così rimasta nelle pieghe della coscienza e così felicemente riappropriata per una ricarica d’ottimismo necessaria a riaffrontare una quotidianità spesso ostica, irta di difficoltà e amarezze, a cui comunque lei reagisce brillantemente col suo dinamismo e attivismo.

Successivamente la Falcone ha pubblicato il libro di versi “La quarta foglia” (Il coriandolo, Trieste, 2003, pagg. 100); e perciò è doveroso soffermarsi anche su d’esso per avere un quadro aggiornato del suo poetare.

Purtroppo i singoli testi sono stati centrati in ogni pagina a mo’ d’epigrafe, anziché essere allineati a sinistra come vuole la tradizione, con ciò confondendo poesia ed epigrafia, che hanno invece tecniche e finalità diverse. Questo fatto potrebbe allontanare più d’un lettore, ostile a tale impaginazione; ma, se si riesce a superare il disagio derivatone, ci s’accorge che in realtà in queste apparenti epigrafi è sottesa una buona poesia: quella della Falcone che conosciamo.

Infatti, per quanto riguarda la forma, ci sono rime, ritmi, figure stilistiche e altre tecniche che impreziosiscono il dettato, sotto l’egida della metafora. Non manca un pizzico d’ermetismo che – tutto sommato – non guasta per la sua limitatezza. Per quanto riguarda il contenuto, poi, questa “Quarta foglia” ha un’architettura a soggetto: ripartita in cinque parti (Io, Poesia, Libertà, Spazio, La forza), delinea il percorso d’un’anima nella conquista della serenità, che altro non è se non la forza della fede. La poetessa traccia la sua identità nelle prime quattro parti, che trovano la loro logica conclusione-catarsi nella quinta.

Dunque in questa silloge sono assenti inutili nostalgie e rimpianti, come pure fastidiose polemiche (se s’eccettua forse l’ultima composizione, peraltro ripresa da precedente silloge). Intanto la poetessa, basandosi sull’esperienza, sente il bisogno di far presente agli altri qualcosa d’importante e in modo apodittico avverte: “Benedetto il tempo / consumato insieme. / Sarà il ricordo grato / che un giorno sazierà / spazi pieni di età.” (pag. 45). Poi essa, figlia d’un generale, trova l’occasione per compiangere in versi sinceri e commossi il Milite Ignoto, chiamandolo in tutti i suoi possibili nomi e nel contempo esaltando il simbolo della nazione: “Quella bandiera / umida di sangue / raccolse il tuo respiro” (pag. 61).

Anche in questo libro d’Iliana Falcone ci sono osservazioni, sentimenti, progetti, speranze, belle stagioni, paesaggi; non manca qualche accenno alla Carnia, dove la poetessa trascorre le sue estati; e alla fine della raccolta la religiosità esplode con un senso di liberazione e di partecipazione che ne attesta la sincera adesione: “Così, mentre Ti prego, / io anche Ti confesso / che l’unica mia forza / è la fede di adesso ” (pag. 87).

Il libro, che contiene anche qualche illustrazione, s’avvale della prefazione di Silvana Monti e della postfazione di Salvatore Ruiu, entrambe molto attente ed utili ad una proficua lettura. La forma grafico-editoriale, al di là della riserva sopra accennata, pur nella sua semplicità è elegante ed agile, pur avendo qualche refuso.

Carmelo Ciccia

["Ricerche", Catania, lug.-dic. 2008]


La poetessa Iliana Falcone

di Carmelo Ciccia

La poetessa Iliana Falcone (nata a Napoli e morta a Trieste nel 2013) è stata esempio d’una grande passione per la poesia e per l’arte in generale, nonché d’intenso attivismo culturale, esplicatosi con la partecipazione a vari circoli e associazioni, in cui talora svolgeva ruoli determinanti. Non era propensa a rivelare l’anno della sua nascita, sicché non si sa quando esattamente sia nata, ma si suppone che ciò sia avvenuto negli anni trenta del sec. XX. Era stata funzionaria del Ministero delle Finanze; e, quando nel 1966 da Napoli si trasferì a Trieste, facilmente s’inserì in gruppi e sodalizi, grazie al suo carattere espansivo e cordiale. A Trieste fece parte del circolo ufficiali, in quanto figlia d’un generale fiorentino (che aveva sposato una napoletana), dell’associazione culturale “Amici del caffè Gambrinus” e della Federazione Italiana Donne in Arti Professioni Affari. Ma fu socia anche di sodalizi fuori Trieste, quali il circolo culturale “Leonardo” di Conegliano (TV) e il movimento culturale “La copertina” di Silea (TV) e Meolo (VE).

Pubblicò cinque sillogi di liriche: L’ultima Riga (Fulvio, Udine, 1985), Parole mie (Exploit, Trieste, 1986), Strani Dei (Cozzi, Trieste, 1988), Chiaroscuri (Seledizioni, Bologna, 1991), Altrove (Il coriandolo, Trieste, 1999) e La quarta foglia (Il coriandolo, Trieste, 2003). Nel 1990 si classificò al primo posto al premio letterario internazionale "Intercontinental Trophy" di Roma per la poesia e nel 1992 fu finalista al premio “Libra” di Bologna.

Nella produzione della Falcone ci sono argomenti esistenziali e sociali atti a suscitare utili riflessioni: la fede, la sofferenza, la fugacità delle cose e degli uomini, gli sprechi, la sfrenata ricerca delle comodità, la vita dei giovani d’oggi, la diminuzione delle nascite, il dissesto ambientale, il pericolo nucleare, l’inquinamento chimico, la caccia come sport deprecabile, il terrorismo, le stragi, i rapimenti, la pornografia, la droga…

A volte la poetessa era in preda alla sfiducia e al pessimismo, ma sempre cercava la simpatia e la sintonia di chi era disposto a comprenderla e a condividere la sua inquietudine. Perciò lei era in grado di aprire il suo cuore a tutti.

La religiosità della poetessa era viva e palpitante, di piena adesione al cristianesimo, anche se non priva di occasionali dubbi e amarezze. Questa religiosità spingeva la poetessa non soltanto a fermare la sua attenzione su qualche festa tradizionale (e ricordiamo sempre con piacere le sue poesie su cartoline o biglietti augurali che mandava agli amici per Natale e Pasqua), ma soprattutto ad affrontare la vita con superiore rassegnazione e a percepirne il senso dell’effimero, della temporaneità e della fragilità, nel culto di quella speranza che poi è l’essenza cristiana dell’esistenza umana. E a volte la religiosità esplodeva in un impulso di liberazione e di partecipazione che ne attestava la sincerità.

La tecnica poetica della Falcone rifugge da elucubrazioni ed elaborazioni artificiose: la sua è una poesia semplice, che nasce dal cuore, senza quei non-sensi e sperimentalismi che vanno di moda. La poetessa sa dipingere un paesaggio o un suo stato d’animo coi toni dell’acquerello, ma sa anche usare toni forti quando c’è da riprovare o condannare, specialmente in riferimento a fallite esperienze sentimentali. E alcune composizioni – secondo lo stato d’animo – non sono scevre di forte passionalità e irruenza verbale.

Nelle liriche della Falcone tutto è spontaneo, anzi spesso la spontaneità è incontrollata e il mosaico che se ne ricava risulta dal paziente accostamento d’innumerevoli tasselli che l’attento lettore fa: tasselli che ora brillano di vivida luce ora esprimono il grigiore della malinconia, della monotonia, del disappunto. E a conclusione della lirica “Vita” , inclusa in Altrove, scrive: “Spesso mi sento rinnovata. / Nella benefica pace di un Tempio, / nella vitale magia della famiglia, / nelle tenere effusioni col mio uomo, / nelle premure d’incontro con gli amici. / La fresca impronta di ogni nuova stagione / genera in me migliaia di sensazioni. / E il piacere di “essere” / m’ispira continui sentimenti d’amore.”

E quando la poetessa è serena e speranzosa, allora nascono le sue composizioni migliori, che scorrono con pacatezza, chiarezza e sottesa musicalità, dove ogni parola è al suo posto e ogni verso ha la misura giusta. È il caso – ad esempio – di “Concerto in giardino”, inclusa in Altrove: “Forse una sera / qualche serenata / coprirà gli echi / di aridi convivi. / E un imbrunire / bello come questo / salverà notti piene di squallore.”) o di “La coppia” (“In sintonia coinvolti / all’inno dell’amore. / L’amore, / privilegio negli anni / consolidato insieme. / Insieme / sapranno equilibrarsi / sul filo / sospeso fra due mondi ...”. E ci sono alcune composizioni in cui dominano l’ottimismo, il sorriso, la gioia di vivere, la resa alla pace dopo estenuanti tensioni, con messaggi altamente positivi.

A volte le pagine sono occupate da qualche enunciazione che ha valore di massima e comunque attinge ai successivi contenuti e in certo senso li anticipa e sintetizza. In un contesto di versi liberi, convivono rime e assonanze, anafore ed epifonemi, riprese di pensieri e di parole. Queste riprese a volte sono delle ripetizioni vere e proprie: congiungono gli ultimi versi della composizione precedente ai primi della successiva e quindi costituiscono una specie di legame a catena, una storia a puntate.

Infine significativamente l’ultima silloge, intitolata La quarta foglia, ha un’architettura a soggetto: ripartita in cinque parti (Io, Poesia, Libertà, Spazio, La forza), delinea il percorso d’un’anima nella conquista della serenità, che altro non è se non la forza della fede. La poetessa traccia la sua identità nelle prime quattro parti, che trovano la loro logica conclusione-catarsi nella quinta.

E qui è necessario accennare alla napoletanità della Falcone, che lei non solo non nascondeva mai, ma che esternava gioiosamente, collocandola nell’ottica della fratellanza universale. Sebbene felicemente trapiantata a Trieste, la poetessa esultava di commozione al sole della sua Napoli, al suo paesaggio, alle sue riviere, alla sua variegata umanità; e in Altrove si chiedeva: “...ma quando son lontana / son la stessa?”. Insomma: dove sono le tensioni, le paure, le ansie, le delusioni, le solitudini con cui deve fare i conti nella sua quotidianità? La risposta ovviamente c’è: quello che conta, quando lei è a Napoli, è proprio l’essere a Napoli. Perciò la conclusione è sintomatica: “Sono a Napoli, ora! / Viva Napoli.”

Segno d’una Napoli scacciapensieri, così rimasta nelle pieghe della coscienza e così felicemente riappropriata per una ricarica d’ottimismo necessaria a riaffrontare una quotidianità spesso ostica, irta di difficoltà e amarezze, a cui comunque lei reagiva brillantemente col suo dinamico attivismo.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2013]


Nilo Faldon, La pieve rurale di San Pietro di Feletto nel contesto storico di Conegliano, De Bastiani, Godega di Sant’Urbano, 2005, pagg. 535, € 42.

LA PIEVE RURALE DI SAN PIETRO DI FELETTO

NEGLI STUDI DI DON NILO FALDON

Raccolti in maniera organica dalla studiosa Nadia Lucchetta gli studi del prelato relativi alla Pieve longobarda

Pochi anche nel Veneto sanno che un piccolo comune qual è San Pietro di Feletto (TV) conserva un monumento cristiano di notevole importanza, vero tesoro di storia e d’arte. Si tratta della pieve dedicata a S. Pietro, probabilmente risalente al periodo longobardo, fra il VII e l’VIII secolo: una delle più antiche del comprensorio coneglianese, di cui era assurta a matrice. E a questa pieve da molti anni rivolge il suo interesse mons. Nilo Faldon, archivista diocesano e dottissimo studioso, che fra le sue molte opere ne aveva già pubblicata una su tale pieve, di volta in volta aggiornata nelle varie edizioni.

Del Faldon ecco ora il poderoso volume “La pieve rurale di San Pietro di Feletto nel contesto storico di Conegliano” (De Bastiani, Godega di Sant’Urbano, 2005, pagg. 535, euro 42), un’opera che se si guarda alle dimensioni vien subito giudicata grande, ma la cui grandezza consiste soprattutto nel contenuto. Il merito della sua pubblicazione va a Nadia Lucchetta, che ha rispolverato antichi manoscritti di quest’autore. Egli infatti aveva cominciato questo lavoro negli anni Cinquanta dello scorso secolo, quando l’allora patriarca di Venezia card. Roncalli, poi papa Giovanni XXIII e ora beato, veniva a villeggiare in una villa accanto a quella pieve: e a lui l’autore ha dedicato il lavoro stesso, che, pur essendo finora rimasto inedito, s’era arricchito di successivi aggiornamenti e documentazioni.

Il lavoro del Faldon appare subito come un’opera di fondamentale importanza per gli studiosi e una felice impresa editoriale. Infatti, oltre al contenuto, anche la forma ne favorisce la fruizione, grazie all’impaginazione, alla nitidezza dei caratteri, al corredo iconografico e alla solida legatura. In tale lavoro, che si può definire a largo raggio perché spazia su diversi versanti, c’è non soltanto la ricerca sull’origine della pieve, ma anche la sua storia completa, fino ai nostri giorni, con un’indagine allargata a tutto il comprensorio (fra cui le altre parrocchie del Feletto) e anche all’intera diocesi di Ceneda (oggi Vittorio Veneto), con particolare riferimento a Conegliano, città su cui ora S. Pietro di Feletto gravita, ma che quando la pieve fu fondata ancora non esisteva. In questa storia particolare considerazione hanno tristi eventi come la carestia e la peste del 1629-30 e il terremoto del 1873, che diedero luogo a vari episodi pietosi.

Ma il lavoro del Faldon s’incentra anche sull’aspetto artistico della pieve, osservandone i cicli pittorici e spiegandone contenuti e significati, in particolare per quanto riguarda l’illustrazione a mo’ di catechismo popolare degli articoli del Credo o Simbolo Apostolico e dell’originale figura del “Cristo della Domenica” pressoché ignorata nell’iconografia sacra: questo affresco del portico in passato fece tanto discutere gli studiosi a causa del suo incerto significato, ma ora si sa che rappresenta il Cristo ferito dagli attrezzi di lavoro usati da quei fedeli che, lavorando anche di domenica, non rispettano il precetto del riposo festivo. Perciò la parte artistica occupa un posto privilegiato nell’economia dell’opera, con numerose fotografie in bianco e nero e a colori, tanto che essa può anche essere definita ora un album fotografico ora un catalogo d’arte, invogliando i lettori ad una prima o nuova visita del monumento e dell’intera zona.

Tante altre sono le cose che si dovrebbero dire, ma che in una breve recensione non è possibile riportare. Diciamo soltanto che alla fine — dopo una lettura che va fatta non soltanto con la matita in mano, come suggerisce lo stesso autore, ma anche scaglionata nel tempo, in modo che se ne possano apprezzare meglio i numerosi tasselli — l’opera risulta tanto preziosa, anche per il corredo di parecchi documenti d’archivio interessanti dal punto di vista sia storico sia linguistico, che non si può non esprimere gratitudine all’infaticabile autore, alla curatrice e all’editore, i quali hanno insieme cooperato alla riuscita della stessa, dando un così rilevante contributo alla cultura.

Carmelo Ciccia

[“Il quindicinale”, Vittorio Veneto, 15.2-2006]


Leandro Ferracin, Un argine di nebbia, De Bastiani, Godega di Sant’Urbano, 2001, pagg. 108, € 10.

LE POESIE DI LEANDRO FERRACIN

Il poeta trevisano Leandro Ferracin, che da molti anni opera nella letteratura (anche in dialetto) e ora anche nella pittura e scultura, conseguendo notevoli riconoscimenti, finora s’è mosso quasi in sordina e con modestia; ma, nonostante ciò, i risultati da lui raggiunti sono apprezzabili, perché è riuscito ad acquisire uno stile personale e una voce tutta sua.

La sua nuova raccolta Un argine di nebbia (De Bastiani, Godega di Sant’Urbano, 2001, pagg. 108, Euro 10) contenente le liriche del trentennio 1970-2000 si potrebbe definire una lunga sinfonia d’amore. Man mano che sfogliamo il libro e ne leggiamo le numerose e brevi liriche, tutte senza titolo, ci accorgiamo che esse costituiscono delle trame di sentimenti delicati, che insieme danno forma ad un vero e proprio poema d’amore: un itinerario di rose e spine, una lunga “via amoris” con numerose stazioni di ricordo, di riflessione e di rimpianto. Si tratta d’un amore non dalle tinte forti, cioè che non ha nulla di travolgente, di passionale e d’erotico nel senso odierno del termine, ma d’un trasporto affettivo che l’autore esprime con grazia e con toni che oscillano dal decadentistico al crepuscolare.

La prima strofa della lirica d’apertura, dal cui primo verso prende titolo il libro, potrebbe essere posta come un’epigrafe, che a mo’ di prologo ne anticipa il contenuto e ne condensa significati e umori: “Un argine di nebbia / mi disancora da ogni affetto / per restare stretto / al tuo ricordo.” Il poeta, nell’amarezza della lontananza anche temporale e della delusione, si tuffa nel passato e ripercorre le tappe della sua avventura, in un’altalena d’esaltazione e di depressione, pronto comunque ad un nuovo eventuale “miracolo d’amore”, quel miracolo che avviene “ogni volta che ti vedo / e mite stringo la tua mano”.

Egli segue e insegue la sua donna come una novella Beatrice che gli fa continuamente rinnovare l’affetto. Come in un film, rivede e rivive i momenti della vicenda e i gesti di lei, trovando occasione per una ininterrotta e commovente dichiarazione d’amore, che in ogni caso non ha nulla di sdolcinato e stucchevole, data la sincerità delle espressioni.

Oltre al ricordo dantesco c’è anche quello leopardiano del proprio piangere alla nascita inteso come dolore per una errata venuta al mondo. L’inquietante rievocazione della donna amata si svolge anche nei viaggi in rinomate contrade d’Italia e del mondo. In questo suo peregrinare c’è anche l’Istria: “Se si leva il vento del Quarnaro / tremano i pennoni delle barche. / Fiume è davanti. Più lontana / l’isola di Veglia ha bagliori improvvisi”; e più avanti: “Mi rimane la tua ferita / simile al mare infuriato ad Abazia. / Vedemmo la costa istriana / distesa tra il cielo e l’acqua, / l’isola di Cherso, / Albona che dominava la pianura, gli alberi bruciati mescolarsi al verde dei pini.” Il poeta non resiste nemmeno all’idea che alla morte il suo tumulo debba trovarsi lontano da quello di lei; ma alla fine della raccolta, quando più pressante è il pensiero della morte (“quando me ne andrò“, “quando ogni cosa sarà compiuta”), il Ferracin si rivolge al Signore, umilmente riconoscendo che solo l’amore divino non tramonta mai.

Il libro è apprezzabile per la finezza e il garbo, ma anche per la tecnica da poeta esperto, capace di forgiare parole e versi, piegandoli fino ad ottenerne gradevoli effetti.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona, genn.-lug. 2002]


ALFIO FERRISI SCRITTORE DELLA MEMORIA

di Carmelo Ciccia

Nato a Montclair (Stati Uniti d’America) nel 1916, Alfio Ferrisi visse in Sicilia fino alla laurea in giurisprudenza, conseguita nell’università di Catania. Successivamente, chiamato alle armi e destinato in Friuli, intraprese la carriera di polizia; e fu prima commissario e infine questore nel Triveneto e in Lombardia. Si stabilì infine a Trieste, sua patria adottiva, svolgendovi un notevole ruolo culturale, visto che la sua passione è sempre stata la cultura, intesa non soltanto come partecipazione attiva a manifestazioni culturali, ma anche come creazione artistica.

I suoi libri sono: Lucciole (Cividale del Friuli, 1944, liriche), Il mio giardino Società Artistico-Letteraria, Trieste, 1970, prose poetiche); Altezza! Eccellenza! (Ramponi, Sondrio, 1970, racconti); Ritratto di famiglia (Lorenzini, Udine, 1985, romanzo autobiografico); La primavera del vescovo (Ellemme, Roma, 1989, romanzo autobiografico); Lazzaro, la moglie e la concubina (Reverdito, Trento, 1993, romanzo fantascientifico e autobiografico). Vi sono poi sue opere inedite.

Come si vede, eccettuata la fase iniziale delle liriche, la produzione del Ferrisi si è snodata in forma narrativa, coinvolgendo l’autobiografia, la riflessione, la fantasia; ma è soprattutto sull’onda della memoria che l’autore ha scritto, ed in particolare della memoria siciliana. Sebbene abbia vissuto poco in Sicilia, dove peraltro è ritornato frequentemente per quello che lui ha definito “turismo della memoria”, quel poco gli è bastato per alimentargli la vena e forgiargli lo stile. Infatti egli si è impregnato di sicilianità soprattutto grazie ai genitori siciliani, che gli hanno trasfuso il fascino del dialetto e del mondo contadino. Egli ha custodito quel mondo sempre con particolare attaccamento, nel suo cuore e nella sua mente, rivelandone le tracce nel suo parlare quotidiano e nel suo scrivere letterario. Ed è a quel mondo, che poi è il favoloso mondo dell’infanzia — magicamente trascorsa nell’ambiente paesano della Sicilia e di cui la lontananza spazio-temporale ha colorato tutto di poesia —, che egli ha attinto il meglio della sua produzione.

Certo, le opere d’Alfio Ferrisi sono tutte interessanti e tutte rivelano la mano d’un artista che sa il fatto suo, perché egli si è formato alla scuola dei classici e alla dura disciplina della guerra: ad esempio, nei due ultimi romanzi sono notevoli le implicazioni storiche, fantascientifiche, psicanalitiche; in esse ritorna ancora il motivo autobiografico e con l’età si accentua l’atteggiamento di meditazione d’uno scrittore ormai maturo; e inoltre la tecnica stilistica è sempre bene strutturata, andando dal lirismo al giallo. Però è nelle prime tre opere in prosa che si trova il meglio.

Alcune pagine di questi tre libri sono già incluse in antologie scolastiche; ma i lettori, ed i suoi concittadini in particolare, dovrebbero sapere che in libri come Il mio giardino e Ritratto di famiglia, oltre che in certi racconti di Altezza! Eccellenza!, c’è uno scrittore straordinario, meritevole di entrare nelle scuole e nelle biblioteche, oltre che di essere apprezzato nei più alti consessi.

In queste opere Alfio Ferrisi è andato alla ricerca di quel paradiso irrimediabilmente perduto che è il giardino d’aranci della proprietà paterna. Nonostante le speranze e delusioni che in esso risiedono, questo giardino è da lui fantasticamente e insistentemente inseguito nel tentativo di riappropriarsi della sua terra, dei suoi frutti, dei suoi colori, dei suoi umori; e con ciò dei genitori, dei parenti, degli amici, del dialetto, delle usanze, delle feste, dei costumi e in ultima analisi d’un’infanzia e d’un’innocenza che non tornano più!

Ed è significativo il fatto che nel romanzo Ritratto di famiglia l’autore-viaggiatore-emigrato parta da una grande stazione ferroviaria dell’Italia Settentrionale in direzione d’un piccolo paese meridionale che non esiste più come lui lo ricorda, ma che esisteva veramente ed era il suo paese: quel paese che ha un nome preciso e che lui, nella sua sbrigliata fantasia, vuole rimettere in piedi così com’era e con gli abitanti d’una volta.

Tutto ciò potrebbe far pensare ad uno scrittore pesantemente ammalato di nostalgia. Eppure, se queste opere si leggono con attenzione, ci si accorge che dei suoi sentimenti il Ferrisi ha saputo fare arte. Egli si è espresso non solo con obiettività, ma anche con la tecnica d’un esperto scrittore, usando sempre il registro giusto e imbastendo uno stile del tutto personale, a cui la sottesa musicalità e le delicate pennellate hanno conferito l’aura della poesia.

Ed è per questo che il nome d’Alfio Ferrisi va annoverato fra quelli dei più validi scrittori del sec. XX.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 15.III.2001]


Egidio Finamore, Primo Novecento letterario, Cosmoprint, Rimini, 1997, pagg. 108, £ 15.000.

Col sottotitolo di Cronache - ricercatori – saggisti Egidio Finamore, direttore della rivista “Il sodalizio letterario” di Rimini (già “Il sodalizio” e prima ancora “Nuovo frontespizio”), ha ordinato e ripubblicato in quest’agile volumetto una serie di scritti già apparsi nella stampa periodica.

Gli autori trattati (saggisti, critici e prevalentemente narratori e poeti) sono: Comparetti, Torraca, Mazzoni, Di Giacomo, Panzini, Croce, Marinetti, Valgimigli, Nicolini, Prezzolini, Tilgher, Doria, Omodeo, Baldini, Toffanin, Bartolini, Pancrazi e Parenti, Thovez, Borgese, Gargiulo, Momigliano, Cecchi e Russo. In questo quadro emergono anche curiosità, beffe, fatti di costume e ricordi personali dell’autore legati al rapporto alunno-professore. Interessante è poi il panorama delle riviste culturali del Novecento.

Dal contesto si evidenzia la vivacità di una lunga stagione culturale sicuramente invidiata da altri Stati: un vivaio di letterati, pensatori ed editori che hanno dato un assetto alla saggistica e alla critica letteraria italiana; e a tale stagione certamente oggi si può guardare con nostalgia, anche perché molti di quei nomi sono legati ai nostri studi, quando ognuno di quei personaggi era visto come un dio del sapere.

E oltre a quelli trattati, molti sono i personaggi citati.

Egidio Finamore, che ha sempre dimostrato particolare propensione per questo tipo d’indagine, non si limita a riportare pensiero e opere degli autori trattati, ma ne fa risaltare il profilo intellettuale e morale, nonché l’incidenza nella storia letteraria e civile dell’Italia. Le suie conoscenze sono vaste, l’attenzione notevole, lo stile semplice e chiaro: tutte cose che rendono piacevole la lettura e fanno di questo volumetto un necessario integratore dei comuni manuali di storia della letteratura italiana.

Carmelo Ciccia

[“La procellaria”, Reggio di Calabria, lug.-sett. 1997]


Egidio Finamore, I nomi locali d’Abruzzo / Origine e storia, Il sodalizio letterario, Rimini, 2001, pagg. 96, s. p.

Un libro sui nomi geografici dell’Abruzzo

Dopo una serie di studi di carattere linguistico-etimologico, storico-letterario e di costume, Egidio Finamore, fondatore e direttore della rivista “Il sodalizio letterario” di Rimini, ha pubblicato ora questo libro sui nomi geografici dell’Abruzzo, continuando così quelle ricerche che anni fa aveva svolto su Campania, Italia, Repubblica di San Marino, e non soltanto a livello di toponomastica, ma anche a livello d’onomastica (cognomi e nomi).

Bisogna dire che da alcuni anni gli studi di questo tipo attirano sempre più l’interesse degli studiosi e della gente comune non soltanto per il desiderio di soddisfare la legittima curiosità di sapere che cosa significhi un nome o cognome o toponimo, ma anche perché si è consapevoli delle notizie storiche insite in un nome o cognome o toponimo. Naturalmente per avviarsi a tali studi occorre una lunga preparazione attinta alle lingue classiche e moderne, anche dialettali, alla storia antica e recente, anche locale, alla conoscenza diretta d’usi e costumi, nonché delle caratteristiche geomorfiche della località indagata.

Ora il Finamore ha tutte queste qualità ed in più ha la serietà del vero studioso, che non si ferma alle apparenze col fornirci delle paretimologie come spesso accade da parte di studiosi improvvisati, ma che va al di là d’esse, scava nelle sue conoscenze e competenze, fornendoci così un lavoro attendibile e dignitoso. Peraltro la serietà del Finamore trova riscontro nelle varie citazioni fatte da studiosi del calibro di Teresa Cappello, Carlo Tagliavini e Giovan Battista Pellegrini, i quali a volte attingono a lui, citandolo nei loro monumentali dizionari.

Anche in questo libro, dopo la voce “Abruzzo”, in cui è ampiamente presentata la storia, la geografia, l’etimologia, ecc. della regione, che fino al 1964 comprendeva anche il Molise, sono passati in rassegna tutti i comuni e spesso anche le loro frazioni, in ordine alfabetico, costituendo così un nuovo dizionario. D’ogni toponimo l’autore fornisce l’etimologia, il significato, note storiche e geografiche, a volte suffragate da opinioni d’altri studiosi e citazioni letterarie come quelle dantesche.

Così apprendiamo che Borrello non deriva da un “piccolo borro”, cioè fossato — come si sarebbe portati a credere —, ma da un nome personale e quindi cognome affermato anche presso gli spagnoli, cioè Borrell = virgulto”, “sferza”, dal francese borreau di tale significato. Sulmona (già Solmona), la patria d’Ovidio, a quanto dice Ovidio stesso, confermato poi da Silio Italico, prenderebbe nome dal compagno d’Enea Sulmo o Solimo: e questa leggenda, secondo il Finamore, in ogni caso garantisce l’antichità del toponimo. E Tagliacozzo, nonostante la problematicità dell’interpretazione etimologica, dà occasione di ricordare due relativi versi di Dante.

Ma questi sono solo assaggi d’un libro che si rivela veramente allettante anche per i non abruzzesi, perché la cultura non conosce confini geografici.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ago 2001]


Egidio Finamore, Satire e versi sciolti, Pescara, Tracce, 2003, pagg. 88, € 9.

LE SATIRE DI EGIDIO FINAMORE

Era inevitabile che Egidio Finamore, non solo per gli studi fatti, ma anche per la quotidiana frequentazione di poeti e poesie dovuta alle sue funzioni di direttore di periodici, prima o poi ci fornisse una sua produzione in versi. Però il suo volume "Satire e versi sciolti" (Pescara, Tracce, 2003, pagg. 88, E. 9) va preso per quello che vuol essere: un'esercitazione sulla scorta di vari maestri, uno spiegamento di varie tecniche formali e si potrebbe aggiungere un divertissement da parte di chi per decenni si è dedicato allo studio, alla critica, al giornalismo.

Probabilmente possono far sorridere certe filastrocche semplicette, in cui gli unici interessi sembrano gli artifici ed aspetti esteriori della poesia: la metrica, la rima, l'assonanza, certi giochetti filologici. E probabilmente la maggior parte delle composizioni non avrebbero dovuto essere pubblicate. Eppure ci sono i precedenti illustri di Palazzeschi (già oggetto di studio del Finamore), di Panzacchi e di certo Montale, per non parlare del futurismo e se si vuole anche di Zanzotto. Perciò, se con le sue satire l'autore riesce a divertire e far sorridere (come per esempio con "Il precettore e lo scolaro" o "Scherzo etimologico"), vuol dire che egli ha raggiunto lo scopo precipuo della pubblicazione.

La quale, però, non si basa solo sul leggero e appariscente: il libro ha i suoi momenti di serietà, frammisti alle satire delle prime pagine, ma più concentrati nell'ultima parte. Fra le prime si potrebbe citare la seguente composizione "Monte arsiccio" (pag. 8): "Se mai ricorderai le mie parole / a luce d'esperienza assai tardiva / confronterai l'immagine del tempo. / Solitario perduto sopra un giallo / monte arsiccio penserai / che non parlavo per me solo."; fra le ultime è il caso di citare le varie composizioni in cui l'autore ricorda il fratello rapito al cielo (non solo in senso metaforico ed eufemistico, trattandosi d'un aviatore caduto durante la guerra): su di lui il Finamore aveva scritto un commovente racconto e qui ritorna in varie composizioni, a proposito ora dell'orologio fermatosi ora del lunario che ne ignora il nome ora d'altri particolari, tanto che proprio a lui è dedicata l'ultima composizione del libro, "Il tuo eterno volo, fratello" (pag. 78) quasi a sciogliere e sublimare l'urgenza dell'affetto e del rimpianto con espressioni e atteggiamenti che dopo molti anni manifestano ancora un pungente dolore.

Infine il "minilessico di termini critici" posto in appendice (e non proprio tanto "mini") ci riporta al Finamore che conoscevamo: dotto e studioso profondo, le cui tecniche poetiche e figure retoriche qui elencate e spiegate egli stesso in realtà ha messo in pratica in questa silloge di versi.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona, genn.-giu. 2004]


Egidio Finamore, Filosofia del Novecento in Italia, Nuovo frontespizio, Rimini, 2004, pagg. 72, s.p.

Trattare di filosofia — lo riconosce l’autore stesso in apertura — può dare fastidio a molti, quando non si è abituati a riconoscere l’importanza del pensiero, della ragione, del raziocinio, e quando magari queste cose siano neglette nella vita pratica. Eppure questo libretto d’Egidio Finamore, autore che ha alle spalle una nutrita attività letteraria, si fa leggere con interesse, facilitato da uno stile sintetico, discorsivo e a volte satirico, ancorché non privo di sviste formali. Il Finamore, laureato in filosofia, ha voluto scendere dalla cattedra ed ha operato — si può dire — un volgarizzamento di concetti e nozioni di per sé impegnativi, se non ostici ed astrusi. Ne è nato un libretto scorrevole, la cui lettura è favorita anche da una chiara veste grafico-editoriale con caratteri grandi e nitidi su carta paglierina .

Sono così passati in rassegna concetti portanti del pensiero del Novecento, come relativismo, pragmatismo, storicismo, evoluzionismo ed esistenzialismo, e pensatori come Croce, Gentile, Borgese, Tilgher; mentre s’affrontano anche altre questioni relative — fra l’altro — alla volontà, all’intuizione, alla conoscenza, all’etica, all’estetica, alla pedagogia o scienza dell’educazione, all’autonomia scolare, al nesso umanesimo/scienze umane. E non mancano riferimenti ad altri filosofi, come Aristotele, Boezio, Vico, Severino, ecc. Peccato che non s’accenni al famismo e al suo fondatore Gino Raya, che tante polemiche ha suscitato con la rivista “Biologia culturale” e con la conseguente critica fisiologica; ma s’intende che l’autore non pensava d’esaurire l’argomento in poche pagine.

In questo lavoro c’è anche una parte “per tutti”; ed è quella, verso la fine, dedicata alle riviste culturali del Novecento e ai loro prestigiosi fondatori, direttori e collaboratori. È — questa — una parte in connessione anche con la letteratura italiana, la storia, la politica, la scuola e l’università; e da una parte vi spiccano memorabili titoli come “Il Marzocco”, “La critica / Quaderni della critica”, “La nuova antologia”, “La cultura”, “La voce”, “Il Leonardo”, “Lacerba”, “La ronda”, “Solaria”, “Civiltà moderna”, “Il Baretti”, “Convivium”, “I libri del giorno”, “L’Italia che scrive”, “Il frontespizio” (ora “Nuovo frontespizio”, rivista diretta dallo stesso Finamore), “Letteratura”, “Belfagor”, “La fiera letteraria”, “Nostra scuola” e “I problemi della pedagogia”; dall’altra non mancano nomi come quelli di Orvieto, Pirandello, D’Annunzio, Bontempelli, Prezzolini, Croce, Bonghi, Papini, Russo, Serra, Gentile, Salvemini, Bacchelli, Palazzeschi, Saba, Soffici, De Robertis, Cardarelli, Baldini, Cecchi, Montale, Debenedetti, Codignola, Calcaterra, Bargellini, Betocchi, Lisi, Bonsanti, Fracchia, Angioletti, Malaparte, Volpicelli: insomma il fior fiore della cultura del nostro Novecento.

Infine la ricca bibliografia serve anche da panoramica riassuntiva dell’argomento.

Perciò questo libretto, nonostante la vastità e difficoltà dell’assunto, può riuscire utile ad una varietà di lettori.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, sett.-dic. 2004]


Antologia di Nuovofrontespizio / Egidio Finamore, Bibliograf, Rimini, 2006, pagg. 96, s. p.

Nella recensione di quest’antologia, che sembra confezionata in modo casereccio, vanno considerati separatamente la forma e il contenuto.

La forma è all’insegna della confusione, fin dalla copertina, dalla quale non appare chiaro se indica il sottotitolo o l’autore o il curatore quella riga con la dicitura Egidio Finamore, nominativo del direttore della rivista riminese “Nuovo frontespizio” (dei cui testi finora pubblicati qui si presenta una scelta); al contrario, nel frontespizio interno sopra il titolo figura l’indicazione “Autori Vari” e manca la dicitura Egidio Finamore. Parimenti nella copertina la casa editrice risulta “Rimini - Centro Bibliograf”, mentre nel frontespizio interno essa è indicata come “Bibliograf Amici del Libro”. Inoltre nella copertina, nel frontespizio interno, nella nota introduttiva e nella trattazione il titolo della rivista di riferimento (“Nuovofrontespizio”) risulta dall’agglutinazione delle due parole che non soltanto per anni sono apparse distinte ma che anche in quest’antologia (pagg. 92 e 96) sono distinte. Quindi non si capisce la ratio di quest’estremo mutamento di titolo. C’è da dire, poi, che diversi brani non recano firma e non si sa se attribuirli al Finamore; e che l’antologia non ha né indice dei nomi né indice generale e nemmeno segue un ordine di successione, né cronologico né logico (spesso non c’è affinità fra un argomento e il successivo), mettendo il lettore in serio disagio. Allo scadimento formale contribuiscono infine vari refusi, incongruenze tipografiche e il fatto che le poesie riportate e perfino una colonna dell’elenco dei nomi degli scrittori di “Nuovo frontespizio” (rivista che ora è indicata con due parole distinte) sono allineate al centro, secondo una deplorevole maniera derivante dalla diffusione dei calcolatori elettronici: moda o mania che confonde la poesia con l’epigrafia (cfr. C. Ciccia, Poesia ed epigrafia, in “Il corriere di Roma”, 19.III.2004).

Il contenuto, invece, per chi riesca a superare il suddetto disagio, dimostra una notevole validità. In pratica dal complesso si desume un panorama letterario del Novecento (con un occhio alla fine dell’Ottocento), in cui affiorano e vengono esaminati, a volte con originali giudizi, autori e movimenti di quel periodo tanto significativo per la cultura italiana. In particolare l’antologia si rivela molto interessante quando vengono presentati i profili d’autori (poeti, narratori e critici) che di solito, pur essendo frequentemente citati con fugaci cenni nelle aule scolastiche, non hanno trovato adeguato spazio nelle storie letterarie. È il caso dei piccoli ma succosi saggi su Bartolini, Comparetti, Sansone, Flora (del quale è riportato e commentato un poco noto ma significativo “Appello al re” invitante all’abdicazione), Luzi, Omodeo, Palazzeschi, Panzini, Papini, Thovez, Toffanin, Tombari, Torraca, Levi, Manara Valgimigli. Altri autori, però, non hanno lo stesso spessore dei precedenti, e il loro inserimento in questo contesto appare piuttosto fuor di luogo. Riescono pure molto interessanti certe note storiche, linguistiche, filosofiche e perfino umoristiche; considerazioni su riviste letterarie d’epoca, attorno a cui gravitavano cerchie di letterati più o meno famosi; ricerche di proverbi, modi di dire e cognomi. Il lavoro si conclude con una rassegna d’autori operanti ai nostri giorni (che ad ogni modo hanno una certa risonanza nelle cronache letterarie), con un’altra di riviste contemporanee e con un’utile nota sull’importanza del libro e della lettura.

Ed è per l’aspetto contenutistico dell’antologia che in ogni caso va rivolto un sincero elogio all’infaticabile Egidio Finamore, dato l’impegno da lui profuso anche in quest’opera.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, lug. 2006]


Egidio Finamore, Autori e libri della letteratura spagnola dal siglo de oro al Novecento, Il sodalizio letterario, Rimini, 2007, pagg. 104, s. p.

La Spagna ha sempre esercitato un notevole fascino sui visitatori stranieri, per i suoi paesaggi, la sua storia, la sua lingua, la sua architettura; ma anche chi non l’ha mai visitata subisce tale fascino grazie alla letteratura spagnola: non soltanto quella del Seicento, il “secolo d’oro”, ma anche quella dei secoli successivi, e nella fattispecie del Novecento.

Forse non tutti conoscevano gl’interessi ispanici d’Egidio Finamore, finora dedicatosi all’onomastica e toponomastica, alla storia e critica letteraria italiana, all’estetica, alla narrativa, nell’intensa attività letteraria d’un lungo arco temporale. Ora l’autore si rivela anche preparato ispanista; e questo giustifica alcune sue traduzioni dallo spagnolo già apparse nella rivista letteraria da lui diretta. Nella “Riflessione in partenza”, che è come un’introduzione, il Finamore definisce questo libro “un lavoretto... un promemoria e nello stesso tempo invito sottinteso a rispolverare da certi scaffali privati o pubblici le edizioni degli originali poeti narratori e saggisti...”. Eppure esso ha una sua valenza che va al di là della dichiarata modestia dell’autore, se si considera soprattutto l’originalità ed esemplarità di certi giudizi, più che l’esiguo numero degli scrittori presentati.

Qualcuno potrebbe meravigliarsi di non trovare in questo libro tutti gli scrittori di quel periodo; ma l’autore stesso riconosce che il suo intento non è quello di fare una storia letteraria del periodo in esame, né di riassumere o riecheggiare quanto si può trovare nei manuali scolastici. In realtà egli ha scelto un gruppo di scrittori che più rispondevano ai suoi studi, alle sue inclinazioni, alla sua sensibilità: li ha collocati in ordine alfabetico e di loro ha tracciato dei profili che sono non soltanto biografici (a volte i dati biografici sono messi in secondo piano), ma anche e soprattutto valutativi. Il libro, dunque, si configura come un dizionario o una piccola enciclopedia, utile agli studiosi, agli studenti e ai semplici appassionati: e ciò, grazie alle notizie e alle valutazioni fornite d’elementi non trascurabili. Infatti l’autore dimostra d’avere una buona conoscenza del periodo in esame, della lingua, della storia e della civiltà spagnola, con particolare riferimento alla presenza spagnola nel nostro Meridione, nonché un’adeguata capacità interpretativa ed espressiva, tale che il libro si legge facilmente per la sinteticità e la scorrevolezza. Inoltre riescono efficaci le sue traduzioni dei vari brani (in versi e in prosa) addotti a corredo dei profili.

Dopo aver trattato trentatré scrittori, nella seconda parte del libro, intitolata Passi in biblioteca e nella quale si trovano anche saggi firmati da altri autori, il Finamore si sofferma su alcune questioni ispaniche, come gli ambienti spagnoli visti da Azorìn, i proverbi della saggezza di Sancio Panza, Benedetto Croce storico, il ricordo d’una propria visita a Barcellona e riscontri linguistici spagnoli nell’area napoletana: quest’ultimo saggio, piuttosto dettagliato e corposo, ci riporta alla competenza onomastica del Finamore, più volte esibita nella sua produzione.

In conclusione, questo libro, in cui vanno scusati alcuni refusi tipografici, per la pregnanza e la chiarezza del dettato dovrebbe essere acquisito anche dalle scuole e dalle biblioteche.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2007]


EGIDIO FINAMORE scrittore dai vasti interessi

di Carmelo Ciccia

Che tristezza suscita — quando si telefona ad un amico, magari per gli auguri natalizi, dopo alcuni mesi che non lo si sente — l’apprendere che è egli morto qualche mese prima! Questo è proprio il caso d’Egidio Finamore, noto scrittore e direttore d’un periodico.

Egidio Finamore (Napoli 1926 - Rimini 2010) si laureò in filosofia a Napoli e subito divenne insegnante di lettere, per molti anni titolare a Rimini. Fu a lungo presidente della Società Dante Alighieri – Comitato di Rimini; e, fratello di caduto in guerra, fece parte del direttivo dell’Istituto Nazionale del Nastro Azzurro fra decorati al valor militare – Sede di Rimini. In tarda età fu nominato cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica Italiana.

Intensa fu la sua attività letteraria e numerosi sono i suoi libri, i quali concernono varie materie: narrativa (Taddeo e la libertà, 1970; Diario di un bibliotecario, 1988), poesia (Satire e versi sciolti, 2003), critica storico-letteraria (Introduzione alla critica d’arte e della poesia, 1972; Aldo Palazzeschi e i futuristi di Lacerba, 1993; Alfredo Panzini, biografia e opere, 1993; Primo Novecento letterario, 1997; Autori e libri della letteratura spagnola dal siglo de oro al Novecento, 2007; Antologia di Nuovofrontespizio, 2006), onomastica (I nomi locali italiani, 1980; Cognomi, nomi, toponimi nella storia italiana, 1985; Italia medievale nella toponomastica, 1991 e 1992; Dizionario toponomastico della Campania, 1994; I nomi locali d’Abruzzo, origine e storia, 2001), guide turistiche (Urbino, 1984; Rimini / Arte Costume Storia, 1995; San Marino, l’antica terra della libertà, 2002), linguistica (L’italiano dei tempi e dei modi, 1989; La parlata dialettale napoletana, 1992), storia e filosofia (Guerre romane per la supremazia peninsulare / I Sanniti, 2002; Filosofia del Novecento in Italia, 2004).

Dal 1974 al 2004 fu direttore della rivista “Nuovo frontespizio”, da lui fondata e in successione intitolata “Il sodalizio” e “Il sodalizio letterario”. Intorno a questa rivista e all’associazione editoriale “Bibliograf”, da lui stesso fondata e presieduta, raccolse numerosi scrittori, coi quali intrattenne rapporti d’amicizia e collaborazione. Sebbene di forma modesta perché redatta a casa del Finamore e perciò non priva di refusi e altre sviste, la sua rivista si caratterizzava per la varietà degli argomenti, sempre interessanti, fra cui c’erano gli esiti delle ricerche dello stesso direttore. Egli fu anche socio fondatore dell’Accademia Nazionale Pascoliana di San Mauro Pascoli (RN) e collaborò ad enciclopedie come la Minerva con voci di letteratura ed arte. Teneva delle conferenze e fondò e organizzò il premio letterario “Pietro Pancrazi”.

Come si vede, il Finamore fu uno scrittore dai vasti interessi. Il suo testo sulla critica d’arte e della poesia è un vero e proprio trattato composto con competenza e acribia, molto utile a studiosi e studenti. La stessa cosa si può dire dei lavori sul Novecento, secolo del quale egli presentò una serie di personaggi e riviste (solitamente studiati a scuola e poi dimenticati), con particolare attenzione al futurismo. Sorprende poi la sua eccellente conoscenza della letteratura spagnola, di cui costituì un interessante prontuario ragionato. Punto di riferimento per gli studi di toponomastica, egli fu amico e collaboratore d’onomasti come Giovan Battista Pellegrini, che lo citò più volte nei suoi dizionari, Giovanni Vezzelli ed Eugenio Dal Cin. E infine non si può trascurare il fatto che le sue guide turistiche avevano varie edizioni e che parecchi critici si sono occupati di lui anche in importanti quotidiani.

Bonario e mite, Egidio Finamore si poteva definire amico di tutti, specialmente dei giovani, ai quali volentieri elargiva dei consigli. Era appassionato di stampe dell’Ottocento, con cui abitualmente illustrava la sua rivista, della quale va citata anche la principale collaboratrice di redazione, Caterina Felici.

Con lui scompare un pezzo della storia di Rimini, città in cui per molti anni egli visse e operò, svolgendo un notevole ruolo culturale.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr. 2011]


Francesco Fioretti, Il libro segreto di Dante / Il codice nascosto della Divina Commedia, Newton Compton, Roma, 2011, pp. 277, € 9,90.

UNO STRANO ROMANZO DANTESCO SCRITTO DA FRANCESCO FIORETTI

Il libro segreto di Dante / Il codice nascosto della Divina Commedia è il primo romanzo dell’abruzzese Francesco Fioretti (Newton Compton, Roma, 2011, pp. 277, € 9,90), che si pone sulla scia dei precedenti Il nome della rosa d’Umberto Eco e Il codice da Vinci di Dan Brown. Già i vari teschi raffigurati in copertina preannunciano il clima da brivido insito nell’opera, in cui abbonda anche quello indiziario e inquisitorio d’un rispettabile “giallo” poliziesco.

In passato alcuni dantisti avevano messo in luce certi aspetti esoterici della Divina Commedia, ad esempio nella presenza di numeri perfetti e ricorrenti, di parole misteriose, d’acronimi e di combinazioni di lettere: e l’autore di questo libro, dantista anche lui, continua questo filone, portandolo al paradosso con elucubrazioni, insinuazioni, fantasticherie.

Che Dante possa avere avuto dei figli al di fuori del matrimonio era stato detto; ma che possa essere morto per avvelenamento s’era escluso. Qui s’insinua che l’avvelenamento con arsenico possa essere avvenuto perché il poeta fosse depositario d’arcani segreti, e nella fattispecie del segreto fondamentale dei Cavalieri Templari. In realtà i Templari (secc. XII-XIV) avevano accumulato ingenti ricchezze e — più che pii, casti e obbedienti — a volte erano violenti, aggressivi e assassini.

Qui ritorna la diceria del matrimonio del Cristo con la Maddalena; ma come novità vi s’aggiunge che i Templari nascondessero la biblica Arca dell’Alleanza e che il segreto del nascondiglio fosse celato in alcuni novenari di Dante: il quale sarebbe stato assassinato affinché non pubblicasse gli ultimi tredici canti del Paradiso.

Ecco dunque che questo romanzo, il quale prende avvio dal giorno dei funerali di Dante, si snoda fra la ricerca a Ravenna di tali tredici canti, qui trovati in modo avventuroso e diverso da quello che riferisce il Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante, e quella a Dodona (Epiro) dell’Arca dell’Alleanza. Il tutto, in un susseguirsi di segreti, intrighi, investigazioni, visioni, rivelazioni, roghi, disinvolte uccisioni, spostamenti in varie località e perfino agl’inferi. C’è anche la misteriosa Gentucca di Purg. XXIV, la quale avrebbe dato un nipote a Dante, omonimo del poeta, e poi ci sono disegni geometrici, con cerchi, quadrati, pentalfe e altri simboli, la cui interpretazione è basata su calcoli cabalistici.

Non mancano accenni importanti: nel filo conduttore che porta a Dodona risulta interessante per capire la capillare diffusione del mito della sicula Ibla la citazione del canto goliardico che comincia con le parole Quot sunt apes / in Hyble vallibus (“Quante sono le api nelle valli d’Ibla”, a p. 146), cantato da alcuni studenti in una locanda di Bologna. Poiché il Fioretti non lo dice, al riguardo è opportuno chiarire che tale canto è uno dei cosiddetti Carmina burana, raccolta di circa 300 carmi anonimi dei secc. XII-XIII, il cui codice è stato trovato in un’abbazia benedettina bavarese presso Bad Tölz ed ora è conservato nella biblioteca nazionale di Monaco. (Cfr. C. Ciccia, Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte, Pellegrini, Cosenza, 1998.)

Trattando del tardo medioevo, l’autore non poteva non parlare — oltre che di Francesco d’Assisi — anche di Gioacchino da Fiore (esaltato da Dante in Par. XII) e della sua profezia d’una Terza Età, detta dello Spirito, tutta basata sulla rigenerazione della Chiesa col ritorno alla semplicità e povertà delle origini (p. 237): una profezia che suscitò molte aspettative, anche in Dante. (Cfr. C. Ciccia, Dante e Gioacchino da Fiore, Pellegrini, Cosenza, 1997.)

Pur non ignorando la positività della riproposizione del clima storico-letterario dantesco e di citazioni di brani della Divina Commedia, il romanzo si legge con una certa difficoltà dovuta sia alla farragine delle situazioni, presentate in modo ingarbugliato, sia ad una forma linguistico-espressiva non sempre chiara e corretta. In particolare nuocciono alla narrazione i frequenti intarsi fra una vicenda e l’altra, a volte nello stesso capitolo, e la mancanza del soggetto in certi lunghi brani, in cui il nome del protagonista spunta soltanto verso la fine del capitolo.

Ciò non sminuisce la bravura dell’autore nel tratteggiare certi personaggi, come ad esempio l’affezionato figliastro del poeta Giovanni e la delicata figlia dello stesso poeta Antonia, poi suor Beatrice, mentre stucchevole appare la figura del nipotino Dante. La figura di Beatrice è delineata con compatimento per il fatto che lei dovette sposare un ricco mercante impostole dalla famiglia: di lei è descritto in modo raccapricciante il parto, che le provocò la precoce morte; mentre successivamente è narrata anche la morte dell’ambiguo marito, che nel romanzo ha un ruolo di grave responsabilità. E la narrazione si conclude con il figliastro che si chiede se Dante sia stato poeta, profeta o l’ultimo dei cavalieri armato di penna e d’inchiostro e col Boccaccio che insiste per aggiungere l’aggettivo Divina al sostantivo Commedia.

Anche se nell’opera si respira dantistica a pieni polmoni, in definitiva il tempo necessario per inventare e costruire questo strano romanzo dantesco sembra sprecato da parte d’un dantista che più proficuamente avrebbe potuto dedicarsi all’ermeneutica e alla divulgazione del poema sacro.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag. 2012]


Luigi Floriani, Dall’Ucraina al Don / L’ultimo viaggio di Bepi bersagliere / 1942, De Bastiani, Vittorio Veneto, 2022, pp. 283, € 10.

Questo libro, fra narrativa e saggistica, contiene una macrostoria e una microstoria. La macrostoria è quella della seconda guerra mondiale, ed in particolare l’invasione della Russia da parte delle forze dell’Asse; la microstoria è quella della famiglia Floriani, residente in provincia di Treviso, suo malgrado coinvolta come milioni d’altre famiglie nelle vicende di quest’orrendo conflitto. E c’è una specie di saga di questa famiglia, che in vari teatri di guerra aveva diversi suoi membri combattenti, alcuni dei quali lì deceduti.

Il racconto si focalizza sul caso del bersagliere Giuseppe Floriani, in famiglia chiamato Bepi, che, dopo faticose esercitazioni in una caserma di Cremona (con pidocchi e scarso cibo) e dopo un viaggio in carro-merci durato undici giorni e undici notti, è destinato a combattere con tutta la compagnia in Russia, dove perde la vita senza poter vedere il terzo dei suoi figli, nato durante la sua mobilitazione, cioè Luigi Floriani, autore di questo libro, che quindi è un orfano di guerra cresciuto senza padre.

Gli elementi del racconto scaturiscono da una raccolta di lettere e cartoline dalla moglie del defunto amorevolmente conservate in un cassetto: quelle definite dal bersagliere “malescritte” ed inviate da varie località alla moglie Maria e a qualche parente. Ora l’autore le ha trascritte, riportandole integralmente nella parte finale del libro e talvolta riproducendole in fotografie, dalle quali si nota che, nonostante che il bersagliere avesse frequentato la scuola soltanto fino alla terza elementare e s’intendesse più di coltura dei campi che di cultura, esse, pur con alcuni errori d’ortografia dovuti al dialetto e alla scarsa istruzione, presentano elegante scrittura e profondi sentimenti. E l’autore pone alcune frasi significative d’esse come sottotitoli dei vari paragrafi, inserendone poi altre col proprio commento nel contesto della trattazione.

Considerando l’analfabetismo a quei tempi dilagante fra i soldati come fra gli emigranti, era fortunato chi aveva frequentato almeno tale classe. Egli poteva non soltanto corrispondere coi suoi familiari, ma anche scrivere per conto di conoscenti non in grado di farlo: il che fece lo stesso Bepi, offrendosi come tramite di corrispondenza per un suo commilitone e con ciò ricevendone grande soddisfazione per il bene che faceva al prossimo.

Le autorità militari favorivano la corrispondenza epistolare con le famiglie perché sapevano che questa aiutava a sollevare il morale delle truppe: infatti, quando per ragioni logistiche essa mancava o ritardava, i corrispondenti si deprimevano. Altra cosa che sollevava il loro morale era la canzone allora diffusa “Lili Marlene”. Naturalmente pesanti erano le sanzioni per chi comunicava alle famiglie notizie sulla guerra: corpi militari, comandanti, battaglie, località e altri particolari bellici dovevano restare segreti. Ogni soldato aveva un manuale con regole, propaganda e motti mussoliniani, Fra l’altro tale propaganda incitava ad odiare il nemico “dalla mattina alla sera, in tutte le ore del giorno e della notte” (p. 107); e un’occhiuta censura vigilava con pignoleria sulla corrispondenza, apponendo su fogli e buste un timbro con stampata la dicitura “Verificato per censura”.

Così le lettere e cartoline di Bepi comunicavano aspetti positivi di salute o d’altro e dimostravano — pur fra le inevitabili frustrazioni e inquietudini — coraggio e ottimismo, ch’egli infondeva anche alla moglie destinataria, nella certezza che la guerra sarebbe finita presto con la vittoria e presto si sarebbe potuto tornare a casa e ritrovare i familiari. Questa certezza gli proveniva anzitutto dal suo fervente patriottismo, per il quale egli non esitava a scrivere: “Sono orgoglioso di essere italiano, bersagliere e di servire la patria” (p. 79).

Ma era la martellante propaganda ad inculcare certe idee, facendo credere che la spedizione in Russia fosse gradita a Dio, capo e guida d’essa, dato che si doveva sconfiggere il comunismo-bolscevismo sovietico, notoriamente ateo. E in questo clima di supposta religiosità, molti soldati s’affidavano alla vera fede e all’aiuto di Dio. Alla vigilia d’imprese rischiose essi erano invitati a confessarsi e comunicarsi: cosa che volentieri il nostro Bepi faceva con convinzione e sincerità, a ciò aggiungendo il voto di recarsi a piedi a Padova per portare un cero a S. Antonio appena ritornato a casa, data la sua formazione e pratica religiosa.

Egli svolgeva il servizio di combattente in Russia come un lavoro all’estero e perciò si sentiva come uno di quei molti emigranti partiti in cerca di fortuna, che quando avevano qualche banconota in più la spedivano ai propri familiari rimasti in paese. Così anche lui metteva da parte i soldi della misera paga e frequentemente li spediva con vaglia a sua moglie; e da lontano dava istruzioni per la cura della casa, dei figli e dei campi.

Fra le varie notizie presenti nelle lettere del bersagliere Bepi, a parte quella della celebrazione del ventennio fascista, ce n’è anche qualcuna curiosa, come quella della recita — da parte d’un tenente medico durante la pausa del rancio — della nota terzina di Dante sulla vicenda di Paolo e Francesca d‘Inf. V 109-111, quando un soldato di nome Paolo si propose quale novello Paolo dantesco nei confronti della sua Francesca (p. 89).

Ma presto arrivò il terribile inverno russo e Bepi si lamentò dell’inadeguatezza dei vestiari oltre che delle armi: ci fu la grande sconfitta dell’Asse e lui fu preso prigioniero e deportato, dopo infinite ed estenuanti marce, sognando sempre la sua casa lontana e la licenza che non arrivò mai. Neanche poté più mandare lettere, lasciando in un silenzio angoscioso la famiglia, che soltanto dopo otto anni riuscì ad avere un certificato della sua morte, avvenuta per tifo il 5.7.1943. E ora l’anziano figlio non soltanto ha voluto tracciare questa storia, ma vi ha aggiunto una propria lettera: commovente lettera d’un figlio al padre mai visto, nella quale fra l’altro elogia la sua capacità di scrivere barcamenandosi ammirevolmente fra le insidie d’una lingua “quasi straniera” (p. 171).

Da quest’opera, in cui s’accenna anche alle crudeltà commesse dai tedeschi contro gli ebrei in Ucraina, scaturisce una grande lezione: la vita è sacra, come la tranquillità delle persone e delle famiglie. Non si devono mandare allo sbaraglio milioni di giovani con l’obbligo d’uccidere e farsi uccidere, ferire e farsi ferire, arrecando scompiglio e lutto in milioni di famiglie, soltanto per la mania di grandezza di folli dittatori, che con roboanti proclami d’un retorico patriottismo intontiscono le menti. Questo devono capire coloro che hanno in mano il potere, in modo che si possa vivere tutti in serenità e pace, com’è negli auspici di ciascuno. E d’aver saputo suscitare questi pensieri dobbiamo rendere merito all’autore.

Perciò un libro siffatto dovrebbe essere letto specialmente dai giovani e anzi sarebbe auspicabile che venisse adottato nelle scuole, proprio per fornir loro indispensabili insegnamenti, primo fra tutti che non si devono fare mai guerre. Esso contiene varie immagini anche a colori che ne arricchiscono il valore, compresa quella dell’attestato di compimento del corso elementare inferiore di Giuseppe Floriani.

L’autore, già preside di liceo e da sempre impegnato nella ricerca storica, ha scritto un testo coinvolgente, chiaro e scorrevole, pur con qualche svista che può capitare a qualsiasi scrittore; e alla fine della lettura non si può non esprimergli calda solidarietà per la tragedia che ha accompagnato la sua vita e sincera ammirazione per la pacatezza con cui ha saputo descrivere vicende così drammatiche.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2024]


Enrico Fraulini, Belgrado / la città dai sette castelli, Campanotto, Udine, 1999, pagg. 126, £ 18.000.

UNA FANTASTICA STORIA FRIULANA DEL TRIESTINO FRAULINI

Un fervido erotismo e una sbrigliata fantasia sono gl’ingredienti del recente romanzo Belgrado / la città dai sette castelli del triestino Enrico Fraulini (Campanotto, Udine, 1999, pagg. 126, £ 18.000), ben noto alle cronache quale presidente della Società Artistico-Letteraria di Trieste ereditata dal padre, anche lui scrittore.

Quest’antica Belgrado del Friuli, un tempo sita fra il fiume Tagliamento e il suo affluente Varmo, riappare come in un film, dopo alcuni secoli d’oblio, nella fantasia dell’avventuroso protagonista e dell’estroso autore che lo fa agire. E le pagine, se da una parte vibrano di calda sensualità e — si direbbe — d’un immanente pansessualismo, dall’altra si aprono continuamente in una serie di sbocchi fantastici che inchiodano il lettore al testo, come per i gialli: sicché a volte si ha l’impressione d’assistere ad uno spettacolo pirotecnico, non solo per lo scoppiettio e le piroette, ma anche perché da una figura se ne apre un’altra e poi un’altra ancora, senza che se ne possa prevedere la conclusione.

La movimentata trama si snoda fra i vicoli d’un paesetto friulano, le paludi del Tagliamento, la fantastica “isola dell’amore” e l’altrettanto fantastico castello d’una regina-zingara resuscitata; e lo stimolo erotico del protagonista, frustrato da farmaciste ed ostesse, prima trova soddisfazione con le grazie d’una selvaggia fanciulla, in mezzo ad una natura incontaminata dagli uomini e perciò vergine come la vergine selvaggia, e poi si presta più o meno volentieri a soddisfare anche una vogliosa madre matrigna.

Il paesaggio, più che quello della pianura friulana con la sua vegetazione e i suoi corsi d’acqua, è quello dell’anima: un paesaggio fantastico, oasi di sogno, in cui ad esempio l’”isola dell’amore” e la leggendaria città, inaccessibili alla vista e alla conoscenza umana, si scoprono a pizzichi come al levare d’un sipario e appartengono ad una specie d’aldilà. Ecco perché questa rutilante storia può anche essere definita favola, essendo fiabesco tutto il suo mondo. Ed il Friuli si presta bene a questo tipo di narrazioni, perché è terra di mistero, di fascino, di favola.

Come si vede ce n’è per tutti i gusti; e una storia del genere veramente meriterebbe d’essere portata sugli schermi, grandi o piccoli che siano. Si direbbe che in questo romanzo a volte ci sia l’esaltazione del nudo, inteso come piena realizzazione della corporeità, maschile e femminile.

La forma, pur contenendo delle espressioni regionali, è chiara e scorrevole; e anzi alcuni dialoghi, per esigenze di colore locale, sono espressi in dialetto: un dialetto che in realtà è una lingua coniata dall’autore, mediante la fusione d’elementi di varie lingue.

L’opera — che si conclude con un’opportuna nota storica relativa alla vera Belgrado friulana e ai suoi despoti e despotesse, legati alle vicende dell’impero turco — si legge con vivo interesse e conferma le notevoli qualità dello scrittore Enrico Fraulini..

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, dic. 2001]


Enrico Fraulini, L’ultimo doge, Campanotto, Pasian di Prato (UD), 2006, pagg. 102, 9.

L’uomo senza qualità è il titolo d’un romanzo scritto dall’austriaco Robert Musil (1880-1942), ma ben s’attaglierebbe anche al presente libro, che, oscillando fra narrativa e saggistica, si pone sulla scia di quello, quanto meno per la caratterizzazione del protagonista: il quale non è — come insinua L’ultimo doge — quel Ludovico Manin che, abdicando, nel 1797 consegnò la gloriosa Repubblica Veneta a Napoleone, ma un suo lontano discendente che rimpiange l’antica grandezza di Venezia e, non potendo essere un comandante o un eroe di quella repubblica, diventa un superuomo dannunziano e dissipa fra lussuria, gozzoviglia e gioco l’immenso patrimonio ereditato.

Enrico Fraulini, autore di fantasiosi romanzi, per quest’opera — come avverte lui stesso nella postfazione — ha preso le mosse da una relazione storica, clandestinamente pubblicata nel 1798 e casualmente rinvenuta nella sua biblioteca; ma forse sarebbe stato più opportuno ch’egli da essa ricavasse un dettagliato saggio storico, in cui potesse sviluppare ampiamente quelle notizie e quelle valutazioni che qui episodicamente sono appena accennate, pur con la dovuta precisione. Anzi egli avrebbe potuto ricavare due distinti libri: uno di narrativa, relativo all’uomo senza qualità che compie le sue squallide prodezze fra Udine e Venezia, e l’altro di saggistica, relativo alla caduta di Venezia, alla fine del quale apporre la bibliografia (quella qui riportata e altra), che in un libro di narrativa non andrebbe. Infatti soltanto dopo la metà del libro affiorano la figura dell’ultimo doge e alcune vicende storiche della repubblica veneta. In sostanza la storia dell’ozioso e debosciato Leonardo mal si lega a quella di Venezia e del suo ultimo doge, pur nella tesi che la ricchezza di quest’ultimo, conservata con l’inopinata e biasimata abdicazione, ha rovinato l’erede.

Eppure Leonardo, l’uomo senza qualità e senza cuore, è ben tratteggiato nella sua abulia o meglio nella folle ricerca di quell’emozione forte che egli non riesce a trovare nemmeno nell’amore, tanto da escogitare e attuare nei confronti delle donne comportamenti disonesti e disonoranti per sé e per il suo casato. Nella sua albagia nobiliare egli ignora — oltre all’onore e al lavoro — la religione, la morale, la legge, il rispetto degli altri e la solidarietà umana e sociale. Ecco perché il Fraulini spesso interviene, forse anche troppo, per fustigare atteggiamenti di lui e della società, deplorando i mali e vizi dell’epoca attuale; e in questa deplorazione l’autore, volendo insegnare qualcosa, usa dei toni sentenziosi, che danno al lavoro anche un’impronta gnomica.

Un personaggio siffatto di solito finisce suicida, ma alla fine il camaleontismo di Leonardo è tale ch’egli s’adatta a proseguire nella sua nullità, continuando ad ubriacarsi e ad insidiare donne, sempre con lo sguardo rivolto ad un passato ormai tramontato.

È evidente che Enrico Fraulini ha cercato d’impegnarsi in una scrittura icastica e ben ordinata, la quale, grazie anche alla passione impressa, favorisce la lettura. Tuttavia certi periodi sono troppo lunghi, la punteggiatura non sempre è rigorosa, i termini stranieri e dialettali non sono in stile differenziato e vi sono ripetizioni e sviste varie.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, genn.apr. 2007]


Carmelo Fucarino, Città e ancora città, ediz. Il vertice, Palermo, 1983, pagg. 59.

FUCARINO E PIRRERA: DUE POETI SICILIANI

Carmelo Fucarino, nato a Prizzi (PA) nel 1938 e residente a Palermo dove ha insegnato latino e greco in un liceo, oltre che di poesia s’è occupato di saggistica e di traduzioni. Notevoli sono le sue seguenti pubblicazioni: Pitagora e il vegetarianismo (1982), Città e ancora città (1983), Apoteosi e ragioni della pace durante la fase archidamica (1985), Le supplici di Euripide (1985), Il dominio feudale (2000), nonché un’antologia scolastica (1997).

Nella lirica d’apertura della silloge intitolata Città e ancora città (ediz. Il vertice, Palermo), un “pupo” siciliano ormai abbandonato in un museo, s’offre all’ultimo burattinaio capace d’animare i suoi fili e far rivivere le sue gesta. Forse è un caso, ma in quest’opera l’uomo spesso appare come un “pupo”; e il poeta si prefigge di ricondurlo alla natura umana, prospettandogli il funesto esito di tante azioni irrazionali. E perciò il libro ha valore di denuncia e messaggio.

Il titolo si rifà ad un susseguirsi di città visitate dall’autore. Sono città di lingua tedesca e città italiane di transito. Ogni città ha una sua storia antica e recente, che ovviamente riaffiora nella mente d’un uomo colto come il Fucarino: ma accanto alla memoria c’è la constatazione di ciò ch’è cambiato e com’è cambiato, scivolando sempre più nel degrado, ma c’è soprattutto la presenza dell’uomo malvagio e distruttore. Ed è a questa presenza, certamente in misura consistente nel complesso dell’umanità, che l’autore rivolge i suoi strali.

Da semplice gita, le città visitate diventano occasione d’amare valutazioni, profonde riflessioni, tremende paure, vibranti messaggi. Ecco: l’uomo con la sua Scienza ha scoperto segreti di morte, sta trasformando il mondo in maniera irreparabile; e la fine del genere umano non è lontana. Allora che dire? che fare? Il poeta prima si rifugia nella contemplazione di ciò che d’intatto ancora rimane nella natura e magari si sofferma ad osservare la freschezza ed ingenuità di qualche fanciulla; ma dopo, presentando una macabra rassegna d’abbrutimenti, d’aberrazioni, d’errori, cerca di lanciare dei messaggi, sperando ch’essi vengano accolti, altrimenti non resterà un solo sopravvissuto che possa scrivere l’epigrafe funeraria del mal seme d’Adamo.

Dunque si tratta d’una poesia d’elevato impegno, che consiste non soltanto nei temi umani e sociali affrontati, ma anche nella forma adeguata: il linguaggio è robusto, lo stile curato, la grammatica e la sintassi talora forzate, ma senza nulla togliere alla trasparenza.

Le composizioni del Fucarino a volte hanno le movenze della lirica e della tragedia greca, di cui egli è un esperto per professione. Egli, se per Berlino aveva detto “Taglia il cielo / la baionetta che passa sul muro, / le finestre murate di bianco” e per Lipsia dice “Io carnefice... / Non sono degno / del nome di uomo / dello stupore dei campi dei fiori / dei boschi che profumano / aromi di pino e di muschio”, è nel poemetto finale “Trenodia per Adamo” che raggiunge l’acme del pathos, coinvolgendo emotivamente il lettore.

È una conclusione che sa di coro di tragedia greca, anche se nell’impianto si riconoscono elementi foscoliani: ed è una parossistica saga di terrore che sfocia nella tremenda impossibile epigrafe.

Questa è l’essenza della poesia di Carmelo Fucarino, uno dei poeti più significativi della nostra tormentata epoca…

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, apr.-mag. 2009]

Carmelo Fucarino, Percorsi di labirinto, Thule Cultura, Palermo, 2010, pp. 112, € 12.

CARMELO FUCARINO: «PERCORSI DI LABIRINTO »

Carmelo Fucarino, già docente di latino e greco in un liceo di Palermo, oltre che di poesia s’è occupato di saggistica e di traduzioni. Si ricordano le sue pubblicazioni Pitagora e il vegetarianismo (1982), Città e ancora città (1983), Apoteosi e ragioni della pace durante la fase archidamica (1985), Le supplici di Euripide (1985), Il dominio feudale (2000), nonché studi sulla cultura locale e vari testi per le scuole. È stato relatore in convegni letterari ed è membro d’alcuni sodalizi culturali. Come poeta è uno dei più significativi; e per il ruolo complessivamente svolto appare un’importante personalità della Sicilia.

Il suo recente libro Percorsi di labirinto (Thule Cultura, Palermo, 2010, pp. 112, € 12) sembra sintetizzare e completare l’arco della sua attività poetica iniziata con la bella silloge Città e ancora città. In questi Percorsi l’autore alterna prosa e poesia, anche se la seconda c’è pure nella prima ed in realtà il libro si può considerare complessivamente poetico.

Le parti in prosa contengono o riguardano alcune citazioni di Platone e Borges, una malattia patita, uno spettacolo-tortura di pesci, la macellazione d’una mucca, il mito d’Urano, le troppe attenzioni per gli animali domestici mentre certi bambini vengono maltrattati e scaraventati dall’alto, l’inizio del terzo millennio cristiano, un viaggio d’infanzia in corriera, uno in treno con la scoperta del mare e uno simbolico a ritroso nel tempo. In questi ultimi tre brani la presenza della poesia sta nel senso dell’ignoto e nell’ansietà che li pervade.

Le parti in versi si collegano direttamente o indirettamente a quelle in prosa e sviluppano il tema del libro, che è un continuo camminare nel labirinto della vita, fra difficoltà, incongruenze, crudeltà e pericoli, alla ricerca d’una via d’uscita che può essere la poesia, nella quale soltanto può trovare sbocco e significato l’inquietudine dell’anima.

Il poeta fra l’altro ci presenta i campi di sterminio e i forni crematori dei nazisti, le profanazioni del creato, le mummie delle catacombe di Palermo, i ricordi delle lezioni sul venditore d’almanacchi leopardiano, sul passero morto catulliano e sulla poetessa “Saffo la bella” più volte citata, certe notti d’attesa del Nord, la caverna di tutti i fantasmi in cui c’è “fioca la luce / del vero che inseguo, / la disperazione dell’irraggiungibile” (p. 46), la guerra fra ebrei e palestinesi, l’assalto alle torri gemelle di New York. E poco dopo confessa: “Non ho più lacrime / ove annegare la mia angoscia, / mia dolce speranza / rinchiusa nel vaso” (p. 60).

C’è poi il dolore per la morte del padre, che il poeta rivede nei suoi atteggiamenti quotidiani e perfino nella ritrosia a smembrarne la proprietà immobiliare, percependo l’immenso vuoto prodotto nella sua coscienza da quella scomparsa. E non mancano cormorani intossicati da catastrofi ecologiche e fantasmi delle notti di Valpurga.

Le pagine finali del libro, che contiene anche alcune illustrazioni, s’aprono a visioni idilliache di sole, di luna, di paesaggi, a memorie d’infanzia e ad attimi di stupore, e sono opportunamente corredate di schizzi grafici rimandanti allo stile nativo dei quaderni scolastici.

In tutto ciò domina la delicatezza del poeta, spesso fanciullino di pascoliana memoria, che annota le sue osservazioni, i suoi timori, le sue rabbie e le sue speranze, in versi caratterizzati da una sottesa musicalità, presente anche quand’essi abbondano d’erudizione (citazioni dotte, lingue classiche e straniere, richiami storico-letterari, ecc.), trasportando il lettore in un’aura di sogno in cui s’armonizzano senso del mistero e competenza espressiva.

La forma grafico-editoriale è apprezzabile, nonostante alcuni refusi e sviste.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag. 2011]


Carmelo Fucarino, Se nulla cambiò / I garibaldini a Prizzi, Cesati, Firenze, 2015, pagg. 170, € 20.

La conquista garibaldina della Sicilia: Fucarino, Abba, Verga, Tomasi e altri

Già docente di latino e greco nel liceo palermitano “Garibaldi” (nomen omen!), oltre che di poesia Carmelo Fucarino s’è occupato di saggistica e di traduzioni, producendo anche saggi sulla cultura locale e vari testi per le scuole. È stato relatore in convegni letterari ed è membro d’alcuni sodalizi culturali. Come poeta è uno dei più significativi; e per il ruolo complessivamente svolto è un’importante personalità della Sicilia. Recente è il suo saggio Se nulla cambiò / I garibaldini a Prizzi (Cesati, Firenze, 2015), nel quale ha riconsiderato la conquista garibaldina della Sicilia.

Il titolo di questo libro rimanda ad una frase del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in cui il nipote del protagonista, dopo lo sbarco dei Mille, afferma che “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” (cap. 1). Perciò a questo romanzo è dato largo spazio nel lavoro del Fucarino, che ne espone e interpreta varie vicende. A sua volta il sottotitolo fa riferimento alla festosa accoglienza dei garibaldini a Prizzi (PA), comune di nascita dello stesso Fucarino citato nel Gattopardo per una sua “locandaccia”, nonché ai suoi concittadini arruolatisi con Garibaldi, dei quali presenta le biografie: e riguardo a ciò l’autore si diffonde tanto su questo comune che ad un certo punto il libro viene ad assumere un carattere localistico.

Fin dalle prime pagine emergono la preparazione, l’acribia, la correttezza linguistica (a parte qualche refuso) e la vis polemica dell’autore, il quale allo scopo ha frequentato varie biblioteche e archivi, alla ricerca di documenti di prim’ordine: documenti non sempre e non tutti facilmente rintracciabili. Fra i diaristi e storiografi a cui fa riferimento c’è Giuseppe Cesare Abba, più volte definito razzista, mentre le sue preferenze vanno ad Alessandro Dumas padre, Giacomo Oddo e Giulio Adamoli, da lui definito “onesto”, il quale, sebbene settentrionale, aveva parlato entusiasticamente di Prizzi e progettato di trasferirsi colà per andarvi a fare l’agricoltore.

L’unica volta che l’autore elogia l’Abba per le sue Noterelle è quando riporta il famoso dialogo di lui con padre Carmelo, un fraticello che, a differenza d’altri preti e frati, rifiuta d’arruolarsi fra i garibaldini perché secondo lui, che ben prevede il successivo disinteresse dei governanti per le misere condizioni di vita del popolo, non basta l’unificazione dell’Italia: «La libertà non è pane, e la scuola nemmeno»: egli vuole «Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli». Tale concetto è precisato dall’Abba nella sua successiva Storia dei Mille. E a questo proposito l’autore ricorda che soltanto nel 1947 si stabilì nella Costituzione italiana (art. 3) che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (p. 87).

In questa riconsiderazione l’autore dimostra che la conquista garibaldina fu preparata e accompagnata da moti insurrezionali dei siciliani contro i borbonici; che i cosiddetti Mille, da lui definiti “infatuati seguaci” (p.87), con le successive spedizioni divennero oltre trentamila, compresi i picciotti siciliani e parecchi volontari venuti da varie parti del mondo e dalla Chiesa (infatti esisteva una legione “ecclesiastica”); che tali volontari spesso erano scalcinati, mal equipaggiati e mal addestrati; che a volte essi si muovevano con natanti di fortuna (ad esempio con un rimorchiatore). Però non dice che in tali condizioni è stato un portento il fatto che sia stata condotta a compimento un’impresa del genere. Inoltre egli si fa trasportare dalla sua passione ora contro i savoiardi (Vittorio Emanuele II, Cavour, D’Azeglio, ecc.), magari denigrandone la vita privata, ora contro i garibaldini (oltre l’Abba, il Crispi e l’autoritario Bixio, ma anche lo stesso Garibaldi), quasi perorando il mantenimento del Regno delle Due Sicilie coi Borboni; e se la prende immeritatamente perfino con Giovanni Verga, “inorridito legalista conservatore” (p. 73) per la sua novella Libertà, che egli giudica “versione spudoratamente interessata”.

Qui è da ricordare che, dopo l’arrivo dei garibaldini, in parecchie località siciliane (Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centuripe ed altre) scoppiarono delle rivolte popolari contro i possidenti locali; e lo stesso Verga nella novella Il Reverendo racconta che il protagonista “aveva dovuto inghiottir della bile assai, fin dal 1860, quando avevano fatto la rivoluzione, e gli era toccato nascondersi in una grotta come un topo, perché i villani che avevano avuto delle questioni con lui, volevano fargli la pelle”.

Zino Papa nel suo articolo “Centoventotto anni fa scoppiava la sanguinosa rivolta siciliana / Quel caldissimo agosto di Bronte”, pubblicato nel quotidiano catanese “La Sicilia” del 4.8.1981, dopo aver citato il volume di Benedetto Radice Nino Bixio a Bronte con introduzione di Leonardo Sciascia (Sciascia, Caltanissetta, 1963), riconosce che il popolo “sfogò tutto il potenziale di collera accumulato e represso abbandonandosi a gesti di inaudita ferocia”; e, dopo aver anche riferito che “la repressione, demandata a Bixio e sollecitata a Garibaldi dal Consolato inglese che a ragione molto temeva per i funzionari e i beni della ducea”, a proposito della novella Libertà afferma: “Il grande scrittore verista non ritenne nemmeno di accennare a quella larva di processo [durato poche ore e conclusosi con la sentenza di fucilazione per i primi cinque che capitarono], condannando implicitamente l’operato troppo frettoloso di Bixio”.

Del Verga «alcuni ne hanno fatto un fascista, altri un socialista, altri ancora un comunista e infine lo si è voluto reazionario. Certamente egli fu un borghese benestante, ma non un difensore dei privilegi dei ricchi. Chi afferma ch’egli godesse nel descrivere il crepitio dei fucili del generale Bixio — il quale nel 1860 fece giustiziare alcuni rivoltosi di Bronte (CT) che ritenevano la libertà arrecata da Garibaldi come liberazione dal bisogno economico e quindi come legittimità dell’esproprio e divisione delle terre — sbaglia di grosso, perché lo scrittore mantenne sempre un atteggiamento di distacco, interessandogli soltanto la creazione dell’opera d’arte mediante l’obiettiva e veritiera descrizione dei fatti. Nella novella Libertà (poi trasposta in un film intitolato “Bronte: cronaca di un massacro”) lo scrittore delinea quella triste vicenda con freddezza, non parteggiando né per l’una né per l’altra parte, ma cercando — sia pure con indulgenze preromantiche nella descrizione della carneficina, fra scuri luccicanti, fiumane di sangue e feroci colpi inferti anche in delicate membra — di produrre anche un documento storico di come veniva inteso il Risorgimento dai poveracci […] Con questa novella praticamente il Verga introduceva nella letteratura il tema del Risorgimento non pienamente attuato, che poi sarà ripreso da altri scrittori, quali Tomasi di Lampedusa e Jovine.» (C. Ciccia, Gli scrittori che hanno unito l’Italia, Libraria Padovana Editrice, Padova, 2010, pp. 83-84; ma dello stesso si può anche vedere: Il mondo popolare di Giovanni Verga, Gastaldi, Milano, 1967; Verga politicizzato, in “Silarus”, Battipaglia, Novembre-Dicembre 1981; Profili di letterati siciliani dei secoli XVIII-XX, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2002.)

Quello che manca nel saggio del Fucarino è un’esplicita dichiarazione che l’unificazione politica dell’Italia, nonostante errori, inadempienze e limiti vari, è un bene supremo il quale dev’essere difeso e conservato ad ogni costo. Ora, poiché il titolo del libro è un periodo ipotetico monco, dato che in esso c’è la pròtasi Se nulla cambiò ma manca l’apòdosi, sarebbe spiacevole se l’autore avesse voluto sottintendere un’apòdosi quale “allora non valeva la pena d’unificare l’Italia”. A questa conclusione sembrerebbe tendere l’aver collocato in premessa una lettera di Garibaldi indirizzata alla patriota Adelaide Cairoli, nella quale l’eroe afferma che non ha fatto male ad aver conquistato le Due Sicilie, ma che non rifarebbe più quella spedizione per non esser preso a sassate dalle popolazioni afflitte dalla fame e dalla miseria a causa del malgoverno, di cui non vuol essere ritenuto complice; e alla stessa conclusione sembrerebbero tendere la pressoché metternichiana definizione dell’Italia “astrazione geografica, letteraria e mai esistita politicamente” (p. 87), il biasimo nei confronti della celebrazione del 150° dell’unità d’Italia, insito nelle parole “annessione forzata” e “150° di che?” (p. 119) e il secco titolo della parte V “Nulla cambiò” (p. 145).

Perciò, al di là dell’opportunità di sfrondare la retorica accumulatasi nel tempo e di fornire apprezzabili contributi alla verità storica, sostenuti da una cospicua bibliografia e dalle schede di parecchi garibaldini (corredate di ritratti fotografici), questo libro di Carmelo Fucarino non è totalmente condivisibile, perché l’autore non ha quella serenità d’animo indicata da Tacito con la formula sine ira et studio (Annales I, 1). Ed è un vero peccato che, data la stoffa dello studioso, gl’importanti dati da lui pazientemente raccolti e riportati siano offuscati da uno spirito di parte, espresso con acredine, ironia, sarcasmo ed insulti veri e propri. Praticamente il libro stesso, oltre che come una ricerca seriamente approfondita e curata, appare anche come una stroncatura del nostro Risorgimento e come un testo di propaganda ideologica a favore d’un federalismo non meglio specificato (p. 117), se non forse a favore d’una nuova indipendenza siciliana, cioè come una requisitoria contro l’unificazione politica dell’Italia e contro i suoi artefici e protagonisti, spesso messi alla berlina con pesanti epiteti e con valutazioni negative anche di loro azioni militari, istituzioni, provvedimenti e comportamenti personali.

In realtà bisogna ricordare che tale unificazione è stata un sogno, un ideale, un’aspirazione plurisecolare di tantissimi italiani: basti pensare a Dante Alighieri, che già sette secoli fa aveva tracciato i nostri confini, e alle schiere di martiri che sono andati al patibolo gridando “Viva l’Italia!”.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2015]


Renato Gabriele, Le accidiose commedianti, Fermenti, Roma, 1982.

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NOTE CRITICHE SU AUTORI E LIBRI: CORNADO, CUONO, GABRIELE, RUSSO

Di Renato Gabriele, nato a Caserta nel 1943 e residente a Latina, possiamo dire che s’occupa di poesia, narrativa, saggistica, teatro e arti visive. Si tratta dunque d’una personalità poliedrica che svolge un notevole ruolo culturale e ha anche vinto vari premi. Qui non forniamo i titoli delle molte opere, ma ci limitiamo ad esaminare la silloge di versi Le accidiose commedianti (Fermenti, Roma, 1982), finalista al premio “Viareggio”.

Coprolalìa: istinto anormale d’esprimersi con parole oscene. Staremmo per dire che quest’autore abbia quest’istinto, se non pensassimo che oggi si fa poesia anche esprimendosi con parole oscene o trattando argomenti quali il cesso, il deretano e le feci. Il Gabriele, col pretesto d’osservare e descrivere il comportamento delle donne, “accidiose commedianti”, e di converso quello degli uomini che con loro e per loro agiscono, trova l’occasione di dare libero sfogo a quei pensieri che gli altri — magari per decenza e convenienza sociale — trattengono, e s’esprime con un linguaggio disinibito, che una volta si definiva da trivio o da bordello e che oggi è quello dei “bulli” e “ragazzi di vita”.

In questo lavoro, invece, egli vorrebbe apparire serio ed impegnato: uno che stigmatizza il terrorismo e il facile commercio della armi, che delinea un’epopea della donna, che vuole demolire i tanti tabù, che deride confessori, confessioni ed altre pratiche religiose; e — fra il serio ed il faceto — s’improvvisa “erotopedista”, cioè insegnante d’arti erotiche, in composizioni che sono ora oscene ora blasfeme ora banali per contenuto e forma, se non monotone e stancanti, specialmente in quelle litanie che ricordano Prévert e Risi.

Eppure il Gabriele ha delle buone capacità: lo notiamo da quelle poche composizioni in cui, lasciato il piglio del poeta “impegnato”, si limita a descrivere soltanto un magico sentimento d’amore, un’attesa, un’ansia, con le parole semplici e comuni di tali sentimenti. Egli certamente non è uno sprovveduto: lo dimostrano anche i premi conseguiti e la cultura in suo possesso, che spazia dai vangeli ai classici italiani e stranieri.

Lasciamo stare la fusione di discorso diretto e discorso indiretto, le forzature grammaticali e sintattiche, le acrobazie stilistiche d’alcune composizioni e la sciatteria d’altre che sono delle prose in versi; ma non possiamo non fermare la nostra attenzione sul costante uso di brani evangelici e d’altro linguaggio ecclesiastico (in italiano e in latino) in contesti nettamente contrastanti coi brani stessi. Si potrebbe fare un lungo elenco di tali brani, ma forse è meglio portare soltanto qualche esempio: “Egli sedette in mezzo a noi / ed io che l’ho udito / profetizzare / la caduta della città / non l’ho riconosciuto / nell’uomo che mi fissava / all’angolo / della strada / e ho detto il fatto suo / al profugo / che voleva mollarmi / fiorini fuori corso”. La solennità dell’immagine evangelica iniziale (Cristo, dopo la resurrezione, apparve ai discepoli e sedette in mezzo a loro) è in stridente contrasto con la banalità di tutto il componimento, specialmente con la sua chiusa.

Di questi esempi se ne potrebbero fare molti; ma, a proposito di banalità, ci limitiamo a questa “Ace-poesia”: “Fallace mendace vorace / salace predace batrace / verace tenace fugace / audace minace mordace / ferace pugnace seguace / face orbace pervicace / tace”. Forse l’autore voleva fornire un rimario di parole terminanti in ace, ma s’è fermato a diciannove parole, mentre in realtà le parole possibili ammontano ad oltre sessanta. Accettiamo lo scherzo, il divertimento, ma neghiamo che ciò possa definirsi poesia.

La conclusione è ovvia: chi ama certi argomenti e certa sperimentazione trova in questa silloge pane per i suoi gusti. A noi dispiace che quelle poche composizioni serie, artisticamente elaborate e riuscite si trovino mescolate alla massa delle altre, mentre avrebbero potuto costituire un degno libretto a sé stante.

Quanto all’“erotopedia”, osserviamo che già oltre duemila anni fa un altro poeta aveva scritto per le donne l’“Ars amatoria” e per questo non aveva avuto bisogno di scendere a particolari disgustosi: si chiamava Ovidio e anche per tale volumetto fu mandato in esilio fra i barbari, dove morì. Ma evidentemente sono passati dei millenni e la poesia ora s’è evoluta.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-giu. 2009]


Emilio Gallina, Galaverna, Caerano S. Marco, 1998, pagg. 127.

LA POESIA DI EMILIO GALLINA

Il trevigiano Emilio Gallina finora era noto per la sua produzione poetica in dialetto, solitamente presentata nei convivi di “El Sil”. Ora egli si presenta ai lettori con una corposa silloge in italiano, intitolata Galaverna e stampata a Caerano con la sigla “I salotti di poesia e letteratura” a cura di Bruno Termite e con alcuni saggi critici, fra cui uno di Luigi Pianca.

L’opera è ripartita in tre parti: “Le stagioni, i mesi e i giorni”, “Angoli, siti, paesi e città della serenità”, “I luoghi e i tempi della mestizia”. Questa ripartizione già dice tutto in merito al libro, il quale si rivela semplice non solo per il contenuto, ma anche per i mezzi espressivi. Infatti non ci sono ricercatezze (tranne quelle richieste dal buon gusto) ed elucubrazioni varie, ma c’è una linearità d’espressione rispondente ad una visione tutto sommato positiva della vita.

Il poeta ha avuto brutte esperienze nella vita, in particolare una che l’ha segnato notevolmente e che egli con apprezzabile sincerità e dignità ha voluto qui confidare e condividere coi lettori. Ciò forse ha generato in lui quell’austerità e mestizia che lo caratterizza.

Eppure nel libro prevale la serenità: certi paesaggi e momenti, specie quelli trevigiani (Sile, portici, barbacani, balconi fioriti, socievolezza, chiacchierio, ecc.) costituiscono dei veri quadretti. Il poeta si ferma a guardare, ascoltare, riflettere; e in pochi versi coglie il trepido vibrare della natura e della sua anima. Perciò questo è un libro ricco di delicati sentimenti, che si legge con interesse e piacere perché non solo ci offre stupedendi scenari, ma anche ci aiuta a riflettere su tante cose su cui magari non riflettiamo più.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 19.XI.1998]


Emilio Gallina, Questo resto di giorno, Edizioni del Leone, Spinea, 2008, pp. 110, € 11,50.

La silloge di liriche Questo resto di giorno d’Emilio Gallina è composta all’insegna del ricordo, della nostalgia, della malinconia. Già il titolo adombra una lunga vita trascorsa, di fronte alla quale ora c’è un “resto di giorno” che non si sa quanto potrà durare. E questo concetto è lapidariamente scolpito in epigrafe all’inizio della prima parte, dove l’autore scrive: “Lento il tramonto. / Breve il crepuscolo. / Rapida la notte.” (p. 14)

Perciò il testo si trapunta d’assiomi quali “L’effimero / vivere” (p. 20), “Fuggevole ombra / il presente” (p. 21) e “arcobaleno di corolle. // Come attimo, / fugge / il primo ramarro.” (p. 24)

Inoltre la propria nascita appare all’autore come un miracolo e tutto il suo vissuto si colora di favola e diventa poesia: i giochi e gli studi infantili, i rischi e le difficoltà della guerra e del dopoguerra, le liturgie ecclesiastiche, il Maggio Mariano e le altre devozioni d’una volta, ora divenute care e preziose. Ci sono poi tanti luoghi, episodi e persone che incidono sul sentimento: anzitutto l’amata e ammirata madre; e poi compagni, paesaggi, angoli di città e scene di quartiere, giochi — come quelli a nascondino o a costruire con attenzione e impegno aerei con la carta del quaderno, volteggianti per la gioia di tutti — musica, festosi raduni conviviali e vino. I motivi per ringraziare dal profondo dell’animo il Creatore sono tanti, fra cui il caleidoscopico mutare delle stagioni e la flora e la fauna nelle loro infinite varietà. E all’inizio della seconda parte l’autore scrive in epigrafe: “Terra e gente: / tutto / ho nel cuore.” (p. 57)

Questo dà all’autore l’occasione di tirare le somme e fare le opportune riflessioni, considerando anzitutto che al centro di quanto trascorso c’è stato lui stesso, il quale è vissuto in mezzo a tante meraviglie: “Io / nel tempo già mio.” (p. 40)

E allora, quando sarà finito “questo resto di giorno”, luminoso fino al tramonto, egli andrà incontro alla notte senza fine con serenità: sì, perché la sua malinconia per il tempo che fu e per la brevità del futuro provoca in lui non una lamentazione, ma una specie di mestizia autunnale e di meditazione sulla imprescindibile legge naturale che tutto passa e nulla resta se non affidarci a Dio.

A queste ragioni del sentimento l’autore affianca alcuni temi sociali, quali l’orrore della guerra, la condanna della caccia e la salvaguardia dell’ambiente.

Per quanto riguarda la forma espressiva, si nota sùbito il buon taglio dei versi, che nella concisione e nell’isolamento di certi vocaboli favorisce la fruizione degli efficaci espedienti tecnici e la riflessione sul dettato. Il lessico è appropriato e la punteggiatura quasi sempre curata; mentre lo stile potrebbe essere definito andante melodico trasognato. Oltre al chiasmo “Ti sono grato […] grato ti sono” (p. 17), alcune particolarità linguistiche sono: serutino anziché seròtino o meglio serale (pp. 18 e 33), la trine anziché la trina (pp. 62 e 67), cante anziché canti (p. 79), usueti/o anziché consueti/o (pp. 82 e 84), corre la piana anziché scorre nella piana (p. 104). Inoltre a volte s’incontrano delle ellissi, quali “Mi affido a Chi / tutto stabilito per noi” (p. 34) e “faticano sciogliersi” (p. 55); mentre ci sono sostantivi aggettivati come nelle espressioni “anni bambini” (p. 51), “golosità bambine” (p. 53), “desideri bambini” (p. 53), “cuore ragazzo” (p. 54), “croci gabbiane” (p. 84).

Nato a Treviso nel 1934, il Gallina s’è dedicato principalmente alla produzione in dialetto. In italiano, prima di questa, aveva pubblicato nel 1998 la silloge Galaverna. Fra i riconoscimenti, nel 2014 egli ha vinto il 1° premio ex aequo al concorso “Poesie tra Piave e Livenza” di Refrontolo (TV).

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino n° 2/2014]

Emilio Gallina, Sulla soglia del tempo, Piazza, Silea, 2017

Quello che anzitutto colpisce positivamente nel libro di liriche d’Emilio Gallina Sulla soglia del tempo (Piazza, Silea, 2017) è l’eccellente aspetto editoriale dovuto alla qualità della carta e alla leggibilità dei caratteri, che rendono ben fruibile il lavoro fin dal primo impatto visivo. Ma poi c’è il contenuto delle pagine, ben organizzato, strutturato, sistemato.

L’autore, che ha al suo attivo diverse pubblicazioni in lingua italiana e in dialetto trevisano, continua a poetare in modo sempre più consapevole, attingendo per la maggior parte ai suoi ricordi: e in una vita lunga come la sua i ricordi sono molti e costituiscono quasi una sostanza biologica, addirittura aiutando a trascorrere meglio “questo resto di giorno” (titolo d’una precedente silloge), perché “Noi, / chiamati dell’ora prima, / si sta in trincea / aggrappati alla vita / tra gli assalti del tempo” (p. 26).

Ecco allora che siamo in presenza d’un ricorrente ritorno al passato, non per semplice nostalgia, ma per estrapolare dal passato quanto può ancora essere vantaggioso per il futuro; e in questo caso la poesia si configura come trepida autobiografia, racconto di vita vissuta con sogni e speranze. Così nelle tre sezioni del libro, che s’aprono ciascuna con una massima in epigrafe, è possibile cogliere figure, momenti e sentimenti d’una volta: c’è un caleidoscopio di personaggi, paesaggi, infanzia e scolarità, episodi di guerra (tremendo il bombardamento di Treviso del 1944!), morte e paura, solennità e riti religiosi, gioie e dolori, usi e tradizioni familiari e sociali, per la maggior parte non più esistenti o fortemente mutati. E ne deriva una profonda riflessione, utile all’autore e ai lettori, i quali — anche se la parola malinconia si ripete in poche pagine — non possono non notare la vena di malinconia che serpeggia in tutto il libro e non fare opportuni riferimenti e confronti.

Ad esempio, fra i mutamenti avvenuti c’è la parlata della gente. L’autore rimpiange il tempo che fu, quando solitamente si parlava in dialetto, mentre dopo s’è cominciato a parlare nella lingua del toscano Dante e ora tante persone s’esprimono nell’ostica lingua dell’Inghilterra: “Smuore la parlata dei padri / sulle labbra di figli e nipoti / per quella del Tosco / e l’ostica, per noi, / lingua di Albione” (p. 35). Ed è ovvio che in mezzo all’odierno straparlare in inglese molti, come l’autore, si sentono spaesati, essendo ora costretti — loro malgrado — a vivere in una specie di colonia anglo-americana.

Eppure, nonostante la malinconia, talvolta adombrata in quello che l’autore chiama “plumbore di nubi” (p. 101 e altrove), nel libro c’è anche una buona dose d’ottimismo: quello che scaturisce dal godimento della bellezza del creato, quando davanti al pulsare della natura, di cui egli ammira l’immensità e la precisione e in cui sembra immergersi totalmente, l’autore va in estasi ed incantesimo; ma l’ottimismo è dato soprattutto dalla sincera fede religiosa e dall’abbandono alla volontà di Dio in vista della conclusione del proprio lungo cammino: “Continuo con faticato passo, / l’animo sereno, in fiduciosa attesa, gli occhi vòlti a quell’“Oltre” / che mi attende” (p. 22).

Infine si nota che per le corrispondenze musicali contenute nella terza sezione, intitolata “Vivaldiana”, questa silloge d’Emilio Gallina, che ha anche echi decadentistici e crepuscolari (Pascoli, D’Annunzio, Gozzano…), scorre come una sinfonia dai toni smorzati.

La forma espressiva è chiara e facilmente comprensibile, nonostante la presenza d’alcune sviste e forzature linguistiche, e si basa principalmente sulla brevità, sulla concisione e sull’essenzialità.

Infine la presentazione di Giuliano Simionato, dettagliata e interessante, agevola la lettura e la fruizione del messaggio.

Carmelo Ciccia

[“Dante sul ponte”, Treviso, ott. 2019]

Giovanni Garra Agosta, La biblioteca di Giovanni Verga, Greco, Catania, 1977, pagg. 283.

La biblioteca di Giovanni Verga in un volume di Giovanni Garra Agosta

Nel 1957 mi recai per la prima volta a visitare la casa del Verga, in via Sant’Anna 8 a Catania, allora abitata dagli eredi. Ero fornito d’un biglietto di presentazione della benemerita professoressa universitaria Carmelina Naselli, di cui da lì a qualche mese sarei diventato assistente, e in qualità di giovane studioso verghiano fui accolto con onore e gentilezza dal cav. Giovannino Verga Patriarca (nipote e figlio adottivo del grande scrittore), il quale mi fece da guida, mostrandomi e spiegandomi tante cose e intrattenendomi amabilmente per qualche ora.

Negli anni successivi mi sono recato varie volte a quella casa, oggi museo, ma — dopo la morte del cav. Giovannino e le vicende giudiziarie — l’ho trovata tanto cambiata, quasi irriconoscibile. In particolare, non mi è stato mai possibile accedere alla biblioteca, anche per controllare se vi erano due miei libri inviati ad essa distintamente: Il mondo popolare di Giovanni Verga (Gastaldi, Milano, 1967) e Impressioni e commenti, che fra l’altro contiene altri quattro saggi verghiani (Virgilio, Milano, 1974).

Quest'impossibilità è stata in parte superata con la pubblicazione per le edizioni Greco di Catania d’un volume di Giovanni Garra Agosta intitolato La biblioteca di Giovanni Verga, il quale fornisce il catalogo alfabetico della biblioteca, spesso corredato d’utili note. E così ho potuto constatare che non v’è traccia dei miei libri spediti tra la fine degli anni ’60 e il mezzo dei ’70; né posso immaginare in quali mani essi siano finiti.

Ma oltre al catalogo, il volume del Garra Agosta presenta e illustra cimeli, onorificenze, fotografie, lettere, notizie varie: tutto un apparato utilissimo a meglio conoscere la personalità del Verga ed in particolare relazioni personali (genealogia, parentele, amicizie, amori, affari, ecc.), lingua e stile, impegno sociale, passione fotografica, patriottismo, religione e religiosità, senso dell’onore, dispiaceri e delusioni, riservatezza, riluttanza ad apparire e mostrare titoli e onorificenze, ecc.

Fra le curiosità interessanti si possono annoverare i molti telegrammi pervenuti per il suo 80° compleanno e la sua nomina a senatore a vita, nonché quelli pervenuti per la sua morte, fra cui quelli del Re, del Presidente del Consiglio dei Ministri, di alte personalità e semplici cittadini. Notevole in questa luttuosa circostanza la risposta dell’amata Dina di Sordevolo al cav. Giovannino Verga Patriarca, che le aveva telegrafato.

Giovanni Garra Agosta, nativo di Vizzini (CT), comune nel quale si ritiene che il Verga sia effettivamente nato ancorché registrato negli atti di nascita del municipio di Catania, ha dedicato quasi tutta la sua vita allo studio e alla valorizzazione del suo grande compaesano: forse non c’è studioso verghiano, eccezion fatta per Gino Raya (che nel volume del Garra Agosta risulta quasi sempre scritto con errata grafia Gino Raja), il quale sia più benemerito di lui in questo campo. Il Garra Agosta, per esempio, è stato il primo a scoprire la passione fotografica del Verga e ha allestito una mostra di fotografie verghiane itinerante per l’Italia, dando con ciò ai visitatori, ed in particolare agli studiosi, la possibilità di capire meglio l’arte verista. Inoltre egli ha caldeggiato la proposta (avanzata anche da me sulla stampa periodica negli anni ’50-’60) di seppellire il Verga nella cattedrale di Catania, dove sono già sepolti il musicista Vincenzo Bellini e il beato card. Giuseppe Benedetto Dusmet: non si vede perché debba continuare l’ostracismo a danno del Verga, quando, con la mutata visione storica e sociale della Chiesa, il suo posto degnissimo è pronto in corrispondenza della tomba del Bellini, nella navata di sinistra: quello spazio fortunatamente libero sembra riservato proprio a lui, che invece tuttora giace nel cimitero catanese, sotto una sbiadita lapide.

E davanti a questa sbiadita lapide cimiteriale Giovanni Garra Agosta ha composto una commovente elegia in onore del grande scrittore, segno più che tangibile della grande devozione che lo lega al maestro, per il quale ha alimentato sinceri sentimenti e speso le sue migliori energie.

Per ciò, per tutto quello ch’egli ha fatto per il Verga, per la passione, la competenza, il tempo dedicato alle ricerche, i risultati a cui è pervenuto e l’elegia finale, da sincero ammiratore del Verga rivolgo un profondo grazie a questo studioso, augurandomi di poterlo un giorno conoscere e potergli dare una calorosa stretta di mano.

Carmelo Ciccia

[“Corriere di Roma”, Roma, 15.IX.1998]


Licio Gelli, Rimembranze di primavere perdute, Laterza, Bari, marzo 2003, pagg. 136, euro 18; e Lacrime sofferte, idem, 2003, pagg. 152, euro 20. (1)

DUE VOLUMI DI VERSI DI LICIO GELLI

Il nominativo di Licio Gelli quale scrittore non può non richiamare alla memoria omonimi personaggi di spicco della letteratura e dell’arte, fra cui sono: Aulo e Gneo Gellio, storiografi (Roma, sec. II); Giambattista Gelli, letterato, latinista, commediografo, filosofo e linguista dell’Accademia della Crusca incaricato di pubbliche lecturae Dantis (Firenze, sec. XV-XVI), Edoardo Gelli, pittore (Savona, sec. XIX-XX), Iacopo Gelli, scrittore e giurista (Orbetello, sec. XIX-XX). Pertanto egli è epigono d’una lunga prosapia; e il suo cognome (accentrato in Toscana, diffuso nell’Italia Centro-Settentrionale e presente anche in altre regioni, per un totale di circa 1140 occorrenze in 260 comuni italiani) deriva dal latino agellus = “campicello”.

Licio Gelli è nato a Pistoia nel 1919 e vive e lavora ad Arezzo, pur con altre residenze a Montecatini, a Roma e altrove. Ben nota è la sua attività militare, diplomatica e politica, come ben note sono le sue vicende giudiziarie, a cui anch’egli fa qualche riferimento in versi (“chi ingiustamente mi condannò”; “giustizia arrogante”) e che in ogni caso restano estranee alla presente valutazione; come pure restano estranee le altre opere dello stesso autore, essendo questa valutazione strettamente circoscritta ai due volumi indicati.

Ora di lui, che da tempo si cimenta nella poesia, sono uscite pressoché contemporaneamente e vanno lette unitariamente le due sillogi di versi intitolate Rimembranze di primavere perdute (Laterza, Bari, marzo 2003, pagg. 136, euro 18) e Lacrime sofferte (Laterza, Bari, ottobre 2003, pagg. 152, euro 20), che l’autore ha dedicato alla memoria della moglie scomparsa, la quale ora viene costantemente ricordata e della quale vengono riprodotti alcuni disegni. In sostanza le due sillogi sono un tutt’uno: un’unica trama contenutistica e stilistica.

Gli emblematici titoli dei due volumi dovrebbero bastare da soli ad introdurre alla lettura; ma oltre ad essi sono i disegni delle copertine a compendiarne il contenuto. Quello della copertina di Rimembranze di primavere perdute (opera di Simonetta Piastrelli), rappresentante un cappello da donna abbandonato sulla panchina d’un viale, evoca lunghe passeggiate e connessi dialoghi dell’autore con una compagna che non c’è più: praticamente una comunione di vita e d’intenti e una favola bella, cose ormai irrimediabilmente perdute. A sua volta quello della copertina di Lacrime sofferte rappresenta un orologio, a simboleggiare le ore della vita che — come dice un proverbio latino — “Vulnerant omnes, ultima necat”. E in una strofa di questo secondo libro, in preda allo sconforto l’autore scrive: “Ora cerco un appiglio per scalare il cielo / per poterti vedere in un angolo qualunque, / ma forse non raggiungerò mai il chiarore / di quelle stelle che m’aspettano lassù” (II, p. 21).

Indubbiamente il mondo lirico di Licio Gelli è ricco di suggestivi scenari paesaggistici e di profondi sentimenti che si sublimano in accorati messaggi, ora d’amore, ora di fratellanza, ora di tolleranza, al fine d’una migliore qualità della vita personale, familiare e sociale. Il lettore non può non apprezzare la pensosità, la moralità e la saggezza del Gelli, il quale mostra un animo esacerbato dalle sue vicende esistenziali e approfitta di questa circostanza non soltanto per un affettuoso ricordo della persona amata, ma anche per fare un bilancio di tutta la sua vita, ora che — per l’età e la solitudine — è il momento di trarre i remi in barca e restare in attesa del porto, quando vorrà quel Dio a cui egli più volte s’affida.

Nel complesso si ha l’impressione che il Gelli voglia aggrapparsi alla poesia per superare angustie, ingiustizie, timori e difficoltà varie. Fra i resoconti, le confessioni, le solitudini, le inquietudini, i cocenti rimpianti e i pentimenti d’un uomo, il quale si chiede se “non sorridere mai è la sua condanna” (I, p. 124), spesso la sua pensosità si condensa in massime e preghiere a Dio, sulle quali è chiamata a soffermarsi la nostra attenzione: “Siamo come tante gocce nel mare / dove ognuno assorbe il proprio spazio / ed il rintocco delle nostre parole / sfuma nel silenzio delle nostre case” (I, p. 121) oppure “Del resto ogni uomo è veramente completo / solo quando ha una donna al suo fianco” (II, p. 47). E non per nulla a volte lo scenario che il Gelli ha davanti a sé — e prospetta al lettore — è il mare, dato l’implicito senso d’infinito di cui esso è portatore.

Tuttavia questi lodevoli scenari e sentimenti stentano a passare dalla fase della comunicazione a quella dell’arte, e quindi a farsi poesia, in quanto che l’autore solo raramente adopera adeguati mezzi e tecniche.

Nei due volumi in esame appare una notevole discrasia fra il contenuto elevato e la forma sciatta, quest’ultima quasi sempre non all’altezza della drammaticità del contenuto stesso. L’autore ha voluto aprirci il suo ricco mondo interiore, di cui ha esposto un ventaglio di situazioni patetiche. Senza dubbio ciò è interessante dal punto di vista umano, ed in certi casi anche ammirevole, quando egli dà retti consigli e suggerimenti. Ma dal punto di vista artistico presenta scarsi elementi degni d’apprezzamento. Egli ha voluto creare un contenitore “omnibus”, un modulo-griglia (sette quartine, cinque in una pagina e due nell’altra, con versi pressappoco della stessa lunghezza) e secondo tale contenitore ha forgiato quasi tutte le sue composizioni, per centinaia di pagine, senza pensare che questa monotonia, con la sua ripetitività e ossessività — cui s’aggiunge la ripetitività di situazioni e argomenti — avrebbe potuto ben presto stancare il lettore. Infatti soltanto 14 composizioni su 124 non rientrano in tale modulo-griglia, dato che quelle ingabbiate sono ben 110. Forse manca all’autore una frequentazione dei nostri poeti fatta con una solida formazione classica: probabilmente egli voleva produrre poesia classica, ma oltre che il modulo-griglia vagamente classicheggiante non ha prodotto né ritmo né rime né un appropriato lessico.

Perciò, al di là dell’accattivante aspetto editoriale, cui contribuiscono le illustrazioni, i due libri si leggono con difficoltà non solo a causa dei numerosi refusi e sviste (della tipografia e dell’autore stesso), nonché a causa d’una punteggiatura approssimativa, ma anche a causa della monotonia derivante dalla pressoché identica quantità, lunghezza e partizione di versi e strofe, peraltro privi d’una metrica definita, per pagine e volumi interi: in sostanza si tratta di diecine e diecine di composizioni pressoché identiche nella forma e nella sostanza, dove in linea di massima non si può godere né della variatio né di ritmo e musicalità. Sembra che ogni composizione sia un prosieguo della precedente e che scaturisca dalla stessa. Insomma, una clonazione continua, che stanca il lettore: infatti, se il critico incaricato d’una recensione ha l’obbligo d’andare avanti nella lettura, nonostante le tentazioni di smettere, e continua a leggere pur fra stanchezza e/o irritazione, il lettore comune potrebbe non avere la stessa pazienza e perseveranza.

L’autore avrebbe fatto meglio a scrivere in prosa, ad esempio un diario, perché in realtà quella che ci presenta è una prosa in versi, alla quale manca quel quid che possa farla assurgere al rango di poesia, anche se le righe sono state tagliate a mo’ di versi. La prosasticità si avverte d’acchito specialmente in presenza di versi che si concludono in modo brusco, troncati dopo parole quali “ma”, “in”, “la”, “per”, “come”, “e”, “che”, “sugli”, e che rimandano al verso successivo il completamento del sintagma spezzato.

Pochi sono gli squarci di poesia nelle composizioni a modulo fisso: “Sono rondine che cerca spazi senza frontiera / E lotto contro il vento dell’inquietudine” (II, p. 73) oppure “Sono un uccello ferito che non può volare / un gabbiano che non ha tempo per sognare” (II, p. 93). Salvo queste riuscite eccezioni, il meglio della produzione di quest’autore è invece nelle composizioni in versi liberi, dov’egli abbandona il modulo fisso; e con la scelta e posizione dei vocaboli, con spazi bianchi opportunamente dosati, con rime e assonanze dà al lettore la possibilità di soffermarsi su particolari espressioni e concetti, nonché di trovare quadretti delicati e limpidi, ritmo e musicalità.

Perciò queste due sillogi di Licio Gelli risultano interessanti non come espressioni poetiche artisticamente valide, ma come testimonianza d’umiltà e d’umanità ferita, a sua volta bisognosa di comprensione e di condivisione.

ERRATA CORRIGE

Nel volume Rimembranze di primavere perdute

pag. 12, riga 7

siamo con le foglie siamo come le foglie

pag. 13, riga 21

pesante soma e il loro peso? pesante soma è il loro peso?

pag. 15, riga 1

dele delle

pag. 17, riga 3

tre le colonne tra le colonne

pag. 17, riga 7

malinconia dolcezza malinconica dolcezza

pag. 19, riga 3

mancargli mancarle

pag. 19, riga 19

nello secchio nello specchio

pag. 26, riga 7

inventano inventando

pag. 29, riga 2

era aggrappato ero aggrappato

pag. 38, riga 7

uno stormire di rondini mi sussurrano uno stormire di rondini mi sussurra

pag. 46, riga 1

Mi diverto giocare Mi diverto a giocare

pag. 55, riga 5

riverbeli riverberi

pag. 57, righe 14-15

erano giorni... / dove non chiedevo altro erano giorni... / in cui non chiedevo altro

pag. 57, riga 17

un mondi irreale un mondo irreale

pag. 65, riga 3

che compra e chi vende chi compra e chi vende

pag. 69, riga 8

addolcirsi che le delizie addolcirsi con le delizie

pag. 71, riga 5

ansia dei conoscerti ansia di conoscerti

pag. 73, riga 8

guastandosi gustandosi

pag. 77, riga 7

piange Piange

pag. 77, riga 14

treno,. treno.

pag. 83, riga 20

tenere ed_ˆ affettuosa tenera ed affettuosa

pag. 97, riga 4

risposarsi riposarsi

pag. 103, riga 9

si prede si prende

pag. 115, riga 18

l’egoismo si lotta con le armi dell’amore l’egoismo si combatte con le armi dell’amore

pag. 131, riga 4

accascio il capo reclino il capo

Nel volume Lacrime sofferte

pag. 3, riga 2

perpetrare perpetuare

pag. 3, riga 9

miglior sprone (brutte 4 consonanti in successione) migliore sprone

pag. 21, riga 2

il vento ondeggia i rami il vento fa ondeggiare i rami

pag. 23, riga 15

nel fresco del mattutino nel fresco del mattino

pag. 69, riga 9

equilibrio equilibrio.

pag. 71, riga 9

di speranze ne di spazi di speranze né di spazi

pag. 71, riga 14

forse Forse

pag. 74, riga 1

La scure del tempo traligna il senso La scure del tempo travisa il senso

pag. 76, riga 4

e li la tua anima e lí la tua anima

pag. 79, riga 13

la dove là dove

pag. 83, riga 17

dono apicale saluto (?)

pag. 94, riga 4

lanciare gridi lanciare grida

pag. 111, riga 3

Hai hai

pag. 111, riga 18

al titolo di: veterana. al titolo di veterana.

pag. 112, righe 2-3

invecchiando insieme / significa avere invecchiare insieme / significa avere

pag. 119, riga 16

la malinconie la malinconia

pag. 123, riga 3

sopraffatta della pene sopraffatta dalle pene

pag. 126, riga 5

il vento correndo ondeggiava le foglie il vento correndo faceva ondeggiare le foglie

pag. 130, riga 6

anno hanno (ambigua cacofonia)

P. S. Il suesteso saggio — basato esclusivamente sui due libri esaminati e valutati — m’era stato commissionato da una rivista che voleva fare una pubblicazione speciale sul Gelli al fine d’una sua candidatura al premio Nobel. Ma poi la Direzione, da me ricevutolo, decise di non pubblicarlo, in quanto che la mia serena e obiettiva valutazione riusciva stonata nel coro degli altri saggi e recensioni sullo stesso autore.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, ag.-dic. 2004]


Licio Gelli, Rimembranze di primavere perdute, Laterza, Bari, marzo 2003, pagg. 136, euro 18; e Lacrime sofferte, idem, 2003, pagg. 152, euro 20. (2)

DUE VOLUMI DI VERSI DI LICIO GELLI

Di Licio Gelli, che da tempo si cimenta nella poesia, sono uscite pressoché contemporaneamente e vanno lette unitariamente le due sillogi di versi intitolate Rimembranze di primavere perdute (Laterza, Bari, marzo 2003, pagg. 136, euro 18) e Lacrime sofferte (Laterza, Bari, ottobre 2003, pagg. 152, euro 20), che l’autore ha dedicato alla memoria della moglie scomparsa, la quale ora viene costantemente ricordata e della quale vengono riprodotti alcuni disegni. In sostanza le due sillogi sono un tutt’uno: un’unica trama contenutistica e stilistica.

Gli emblematici titoli dei due volumi dovrebbero bastare da soli ad introdurre alla lettura; ma oltre ad essi sono i disegni delle copertine a compendiarne il contenuto. Quello della copertina di Rimembranze di primavere perdute (opera di Simonetta Piastrelli), rappresentante un cappello da donna abbandonato sulla panchina d’un viale, evoca lunghe passeggiate e connessi dialoghi dell’autore con una compagna che non c’è più: praticamente una comunione di vita e d’intenti e una favola bella, cose ormai irrimediabilmente perdute. A sua volta quello della copertina di Lacrime sofferte rappresenta un orologio, a simboleggiare le ore della vita che — come dice un proverbio latino — “Vulnerant omnes, ultima necat”. E in una strofa di questo secondo libro, in preda allo sconforto l’autore scrive: “Ora cerco un appiglio per scalare il cielo / per poterti vedere in un angolo qualunque, / ma forse non raggiungerò mai il chiarore / di quelle stelle che m’aspettano lassù” (II, p. 21).

Nel complesso si ha l’impressione che il Gelli voglia aggrapparsi alla poesia per superare angustie, ingiustizie, timori e difficoltà varie. Fra i resoconti, le confessioni, le solitudini, le inquietudini, i cocenti rimpianti e i pentimenti d’un uomo, il quale si chiede se “non sorridere mai è la sua condanna” (I, p. 124), spesso la sua pensosità si condensa in massime e preghiere a Dio, sulle quali è chiamata a soffermarsi la nostra attenzione: “Siamo come tante gocce nel mare / dove ognuno assorbe il proprio spazio / ed il rintocco delle nostre parole / sfuma nel silenzio delle nostre case” (I, p. 121) oppure “Del resto ogni uomo è veramente completo / solo quando ha una donna al suo fianco” (II, p. 47). E non per nulla a volte lo scenario che il Gelli ha davanti a sé — e prospetta al lettore — è il mare, dato l’implicito senso d’infinito di cui esso è portatore.

Tuttavia questi lodevoli scenari e sentimenti stentano a passare dalla fase della comunicazione a quella dell’arte, e quindi a farsi poesia, in quanto che l’autore solo raramente adopera adeguati mezzi e tecniche.

Nei due volumi in esame appare una notevole discrasia fra il contenuto elevato e la forma sciatta, quest’ultima quasi sempre non all’altezza della drammaticità del contenuto stesso. L’autore ha voluto aprirci il suo ricco mondo interiore, di cui ha esposto un ventaglio di situazioni patetiche. Senza dubbio ciò è interessante dal punto di vista umano, ed in certi casi anche ammirevole, quando egli dà retti consigli e suggerimenti. Ma dal punto di vista artistico presenta scarsi elementi degni d’apprezzamento. Egli ha voluto creare un contenitore “omnibus”, un modulo-griglia (sette quartine, cinque in una pagina e due nell’altra, con versi pressappoco della stessa lunghezza) e secondo tale contenitore ha forgiato quasi tutte le sue composizioni, per centinaia di pagine, senza pensare che questa monotonia, con la sua ripetitività e ossessività — cui s’aggiunge la ripetitività di situazioni e argomenti — avrebbe potuto ben presto stancare il lettore. Infatti soltanto 14 composizioni su 124 non rientrano in tale modulo-griglia, dato che quelle ingabbiate sono ben 110. Forse manca all’autore una frequentazione dei nostri poeti fatta con una solida formazione classica: probabilmente egli voleva produrre poesia classica, ma oltre che il modulo-griglia vagamente classicheggiante non ha prodotto né ritmo né rime né un appropriato lessico.

Perciò, al di là dell’accattivante aspetto editoriale, cui contribuiscono le illustrazioni, i due libri si leggono con difficoltà non solo a causa dei numerosi refusi e sviste (della tipografia e dell’autore stesso), nonché a causa d’una punteggiatura approssimativa, ma anche a causa della monotonia derivante dalla pressoché identica quantità, lunghezza e partizione di versi e strofe, peraltro privi d’una metrica definita, per pagine e volumi interi: in sostanza si tratta di diecine e diecine di composizioni pressoché identiche nella forma e nella sostanza, dove in linea di massima non si può godere né della variatio né di ritmo e musicalità. Sembra che ogni composizione sia un prosieguo della precedente e che scaturisca dalla stessa. Insomma, una clonazione continua, che stanca il lettore: infatti, se il critico incaricato d’una recensione ha l’obbligo d’andare avanti nella lettura, nonostante le tentazioni di smettere, e continua a leggere pur fra stanchezza e/o irritazione, il lettore comune potrebbe non avere la stessa pazienza e perseveranza.

L’autore avrebbe fatto meglio a scrivere in prosa, ad esempio un diario, perché in realtà quella che ci presenta è una prosa in versi, alla quale manca quel quid che possa farla assurgere al rango di poesia, anche se le righe sono state tagliate a mo’ di versi. La prosasticità si avverte d’acchito specialmente in presenza di versi che si concludono in modo brusco, troncati dopo parole quali “ma”, “in”, “la”, “per”, “come”, “e”, “che”, “sugli”, e che rimandano al verso successivo il completamento del sintagma spezzato.

Carmelo Ciccia

[“Miscellanea”, S. Mango Piemonte, sett.-ott. 2006]


Ferruccio Gemmellaro, L’omologismo, Personaledit, Genova, 1996, pagg. 107. (1)

L’OMOLOGISMO DI FERRUCCIO GEMMELLARO

Un secolo fa Luigi Capuana pubblicò Gli “ismi” contemporanei, in cui esaminò alcuni movimenti e correnti a lui contemporanei; ma da allora altri “ismi” si sono aggiunti a quelli, e ora Ferruccio Gemmellaro ne ha fondato un altro, creandone anche il termine.

Nato nel 1941 a Jesi (ci tiene a precisare che si tratta della patria di Federico II di Svevia), in realtà egli è marchigiano solo di nascita: le sue radici affondano prima nella Puglia e poi in Sicilia, dove una geniale famiglia di vulcanologi si è imposta all’attenzione mondiale con le sue scoperte etnee. E di questa famiglia probabilmente Ferruccio ha la genialità, rivelandosi vulcanico per attivismo e creatività, quale autore di libri e articoli, conferenziere, presentatore e in generale di animatore culturale nel Veneto, in cui si è trapiantato.

Dei suoi libri si ricordano L’acchiatura, Stellette e radar, Quella notte fatta di sogni e di mistero, Centofiabe in biblioteca, Il Conte d’Aci Castello, quasi tutti pubblicati presso Rebellato. Numerosi sono poi gl’inserimenti in antologie e i premi conseguiti. Ma quello che c’interessa di più è L’omologismo (Personaledit, Genova, 1996), di cui si erano avute anticipazioni con saggi e poesie dal 1993 al 1995.

Se è semplice definire omologo ciò che corrisponde ad un’altra cosa, avendone le stesse caratteristiche, non è facile presentare la tecnica poetica che Ferruccio Gemmellaro chiama omologismo. Per questa teoria l’autore ha messo in campo grammatica, metrica, retorica, etimologia, matematica, religione, medicina, psichiatria, psicologia e psicanalisi: e quel che meraviglia è che egli dimostra buona conoscenza di tali discipline, della loro genesi, del loro sviluppo e e dei loro esponenti. Buona anche la conoscenza della nostra letteratura, che si ricava dalle numerose citazioni. Numerosi perciò sono i riferimenti a personaggi come Dante, Leonardo, Freud, Lang e altri, oltre che alla Bibbia. La sua, più che una tecnica poetica, è una teoria filosofica; e perciò egli parla spesso di “mondo questo” e “mondo altro”, “id es” e “alter es”, “panspirito” e “gradiente omologico”, “subconscio”, “inconscio culturale”, “sfera insiemistica dell’educazione”, “imagogrammi”, “emozionalità identica” e “omologismo conativo”. Interessante poi si rivela la sua lettura dell’inizio del vangelo di Giovanni: “In principio era il Panspirito [...] Nel Panspirito era la vita [...] Il Panspirito era nel mondo [...] e il Panspirito si fece carne...”; come pure sono interessanti certe intuizioni quali “L’Artista, il poeta dell’Omologismo, esprime le capacità di approdare nel Mondo altro; egli è il folle cosmico” e “Sognare di volare è il freudiano allarme onirico lanciato dall’inconscio, nei soggetti sessualmente repressi”. E per il Panspirito il Gemmellaro parla di mito misterico.

Ripetiamo che non è possibile riportare il contenuto di un libro siffatto, e perciò basti il succo: “la poesia è omologa qualora riesca a sprigionare nei lettori emozioni simili a quelle provate dall’autore al cospetto della fonte ispiratoria”. Il libro, che contiene anche schizzi e grafici, si conclude con esemplificazioni di poeti omologisti e con un glossario che riesce di pratica utilità in un testo per il suo stesso carattere non sempre di facile lettura.

Come si vede, si tratta d’un’opera solida, a conduzione logica e stimolante, e nella quale è l’interdisciplinarità che attrae di più perché ci dà la possibilità di spaziare in diverse aree del sapere. Con quest’opera il lettore, accettandone o non accettandone le tesi, potrà comunque fare una verifica delle sue conoscenze e utili riflessioni, se non nuovi guadagni.

Carmelo Ciccia

[“ Il sodalizio letterario”, Rimini, marzo 1998; “Nuova rassegna di studi meridionali”, Cosenza, n° 1-4/1998)


Ferruccio Gemmellaro, L’omologismo, Personaledit, Genova, 1996, pagg. 107. (2)

L’OMOLOGISMO DI GEMMELLARO

Sono ben noti gl’interventi di Ferruccio Gemmellaro sui quotidiani di Treviso, la fondazione e direzione da parte sua del movimento culturale “La copertina” a Silea, la promozione della consulta delle associazioni culturali della Marca Trevigiana da lui stesso presieduta a Palazzo Onigo. Oltre a ciò Gemmellaro è fecondo autore di liriche a carattere sociale (alcune delle quali premiate) e di libri, quasi tutti pubblicati presso l’editore Rebellato. Uno di questi (Il conte d’Aci Castello) è la biografia di Remigio Forcolin, decano dei giornalisti trevigiani morto in veneranda età, col quale egli intratteneva ottimi rapporti. Ma merita maggiore attenzione il recente libro L’omologismo (Personaledit, Genova), in cui è contenuta la sua poetica.

Se è semplice definire omologo ciò che corrisponde ad un’altra cosa, avendone le stesse caratteristiche, non è facile presentare la teoria poetica che Ferruccio Gemmellaro chiama omologismo. Per questa l’autore ha messo in campo grammatica, metrica, retorica, etimologia, matematica, religione, medicina, psichiatria, psicologia e psicanalisi: e quel che meraviglia è che egli dimostra buona conoscenza di tali discipline, della loro genesi, del loro sviluppo e e dei loro esponenti. Buona anche la conoscenza della nostra letteratura, che si ricava dalle numerose citazioni. Numerosi perciò sono i riferimenti a personaggi come Dante, Leonardo, Freud, Lang e altri, oltre che alla Bibbia.

Il libro, che contiene anche schizzi e grafici, si conclude con esemplificazioni di poeti omologisti e con un glossario che riesce di pratica utilità in un testo molto interessante, anche se non sempre di facile lettura.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 16.IX.1998]


Ferruccio Gemmellaro, La pulzella delle specchie, Piazza, Treviso, 2001, pagg. 160, € 10,33; e La mercenaria / da Bianca Cappello ad Alvine Cassier, idem, 2005, pagg. 126, euro 10.

DUE ROMANZI STORICI DI FERRUCCIO GEMMELLARO

Ferruccio Gemmellaro si è sempre più confermato come poeta dell’omologismo, narratore di larga inventiva, saggista originale e competente. In due recenti romanzi storici ha estrinsecato una narrativa intrisa d’accesa fantasia e di documentati elementi storici, tanto che a volte essa assume l’andamento della saggistica.

In La pulzella delle specchie (Piazza, Treviso, 2001, pagg. 160, euro 10,33), premesso che le specchie sono — come l’autore stesso informa — delle tipiche costruzioni pugliesi antesignane dei trulli, attraverso la fuga di salvezza di due popolani che per caso s’incontrano e s’innamorano, l’autore fa una scorribanda storico-geografica fra alcune regioni del Regno delle Due Sicilie che conosce a menadito e di cui ci descrive aspetti paesaggistici, storici e linguistici attinenti agli anni 1806-1887. Ma la sua scorribanda praticamente s’estende a tutta l’Italia di quei tempi, fino ad alcuni Stati esteri confinanti. L’autore non si limita a descrivere paesaggi incantevoli e celebri siti monumentali come quelli di Monte S. Angelo, di Castel del Monte, d’Andria e di Ravenna, ma fa entrare in scena vicende epocali, personaggi che hanno determinato la storia (re, imperatori, papi, cardinali, ecc.), moti rivoluzionari e di riscatto, repressioni e oppressioni, incontri straordinari (come quello d’un sanseverese don Matteo con un meolese sior Cappello), utilizzando così le sue svariate conoscenze di nativo di Jesi (AN), il paese di nascita anche dell’imperatore Federico II di Svevia, di sposato con una pugliese e infine di residente a Meolo (VE). In quest’opera il Gemmellaro all’occorrenza si dimostra storiografo (trascorrendo dalla storiografia minore a quella maggiore), linguista (onomasta ed etimologista), folclorista. A volte egli stesso s’esprime in varie lingue e dialetti (con la relativa terminologia sempre doverosamente in corsivo); a volte approfitta per discutere su problemi storici, letterari, religiosi (questioni dottrinarie come il Limbo e abusi ecclesiastici come l’Inquisizione), infondendo nella sua produzione anche un impegno sociale; e cita personaggi come Eleonora Fonseca Pimentel e Dante, sul quale per bocca d’un carbonaro esprime un giudizio esemplare: “Coi suoi versi, secoli addietro, aveva già imposto una lingua unificatrice della nostra nazione dalle Alpi alla Sicilia, meglio di quanto abbiano fatto i regnanti, e con la fervida fucina dell’immaginario ha suggerito ai potenti delle regole di comportamento...”. Complessivamente questo libro, che si apre con un’utile prefazione di Leonardo Vecchiotti, è un testo variegato e ad ogni modo molto interessante, perché scorrevole e fervido di passione.

In La mercenaria / da Bianca Cappello ad Alvine Cassier (Piazza, Treviso, 2005, pagg. 126, euro 10) praticamente riprende un filo del precedente romanzo — quello della famiglia Cappello e della sua villa a Meolo — e avvia la narrazione in un ambiente impregnato di venezianità, con frequenti espressioni in dialetto locale, del quale si dimostra attento conoscitore. Con quest’avvio il Gemmellaro probabilmente vuole rendere omaggio alla comunità veneta in mezzo alla quale ora risiede, perfettamente integrato. Ma dopo la narrazione passa ad altre regioni, per ognuna delle quali fioriscono tipiche espressioni dialettali (anche qui con la relativa terminologia sempre doverosamente in corsivo); e quando tocca la Francia e personaggi francesi l’autore usa espressioni in francese. Egli coglie l’occasione per fare un’analisi appassionata delle condizioni storiche e politiche dei vari Stati italiani, esprimendo personali valutazioni che spesso fanno di lui un polemista. Ritornano anche accenni a personaggi già citati nel precedente romanzo, come la Fonseca Pimentel e Dante. Sullo sfondo agiscono signori e regnanti anche di Stati non italiani, con le guerre e paci da loro imposte; e sul sistema di determinare la storia anche qui l’autore esprime la sua opinione, infondendo ancora nella sua produzione un’impronta sociale. Infine, dopo varie peregrinazioni, per un nuovo omaggio alla sua comunità, la narrazione stessa “approda” a Meolo e là svanisce come la fantasima sua protagonista. Nelle dotte note e in appendice, poi, l’autore aggiunge altre utili informazioni culturali su questioni particolari, specialmente storiche e linguistiche. In definitiva si tratta d’un testo che si legge volentieri, nonostante le sporadiche sviste, non solo per il movimentato contenuto, in cui si notano personaggi e dialoghi ben costruiti, ma anche per lo stile inframmezzato da periodi in prosa poetica sul modello omologistico ideato dallo stesso Gemmellaro. La prefazione di Leonardo Vecchiotti e la postfazione d’Elvira Saccotelli aiutano a capire meglio la validità di quest’opera.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-lug. 2007]


Ferruccio Gemmellaro L’amante italiana di Annibale: Iride la salapina, Helicon, Arezzo, 2010, p. 134, € 12.

“L’amante italiana di Annibale: Iride la salapina” di Gemmellaro

U n a b i o g r a f i a s t o r i c o - e p i c a s u l c o n d o t t i e ro r o m a n z a t a f r a n a r r a t i v a e s a g g i s t i c a

Il romanzo storico-epico del marchigiano Ferruccio Gemmellaro L’amante italiana di Annibale: Iride la salapina (Helicon, Arezzo, 2010, p. 134, € 12), che si collega ad una precedente trilogia, inizialmente si legge con difficoltà per il fatto che è scritto con un linguaggio misto d’italiano e lingue antiche, nonché in uno stile in cui mancano differenziazioni tipografiche (corsivi, grassetti) fra le varie lingue: e perciò la lettura abbisogna del sostegno di vocabolari, enciclopedie e calepini vari, come ad esempio nel caso di fiumi e monti indicati in latino o greco. Inoltre l’italiano di quest’autore non è la lingua corrente, ma una lingua arcaica o aulica, che ci ricorda D'Annunzio e i futuristi, ed è tesa a far rivivere i tempi e il clima della vicenda narrata, per giunta con periodi senza proposizione principale, con proposizioni nominali e con frequenti trasgressioni che sono vere e proprie forzature lessicali, grammaticali e sintattiche, come ad esempio nella costruzione transitiva o riflessiva di verbi intransitivi (cfr. “coincidendo il proprio allo sguardo del compagno” a p. 58-59, “il tardarsi della comunicazione” a p. 78, “combaciarsi nell'eternità” a p. 88 e 95).

Trascurando altro, stranezze linguistiche — per definirle così — sono: “sovrintendeva la giustizia” a p. 19, “animali dicibili” a p. 23, “postulare gli dei” a p. 27, “Iride converse su di sé un aspetto paterno invecchiato” a p. 28, “aglio di docenza egizia” a p. 37, “condisceso dagli occidentali” a p. 50, “incignare un conflitto” a p. 54, “Iride nondimeno censurò lo sbalzo di assidersi sul seggio” a p. 54, “si allibirono nell'occhiare il conquistatore” a p. 55, “trafelò in camera” a p. 62, “attillandosi di politica” a p. 65, “Iride annoverò che” a p. 65, “Il corriere lo ricamò ai limiti della Daunia con la Peucezia” a p. 66, “la donna ne dipanò il tramandamento” a p. 67, “sciarpa da lei fregiata” a p. 72, “si risanò dal giaciglio e appellò i portaordini” a p. 82, “In lei deflagrava l'eredità di un percorso genetico” a p. 87, “l'avrebbe laudata” a p. 87, “spicciolatisi da ognidove” a p. 91.

Ma occorre tener presente che questo è il linguaggio consueto di Ferruccio Gemmellaro, il suo modo d'esprimersi in letteratura: il quale alla resa dei conti finisce col diventare familiare e magari gradevole.

L’opera, che nelle intenzioni dell'autore doveva essere una biografia romanzata, in realtà oscilla fra narrativa e saggistica: continuamente l’autore interrompe la narrazione per introdurre notizie — spesso vere e proprie trattazioni — geografiche, storiche, archeologiche, mitologiche, gastronomiche e linguistiche (con particolare riferimento alla semantica, all’onomastica e all’etimologia), che denotano l’urgenza d’estrinsecare una vasta erudizione, acquisita nei diversi campi dello scibile con grande passione. Non manca la presentazione di credenze, usi (ad esempio la transumanza, funerali e cerimoniali vari), tradizioni e feste, pagane e cristiane.

L’ambiente è quello della Puglia, o meglio della sua parte allora detta Daunia, ai tempi della seconda guerra punica; ma numerosi sono i riferimenti a persone e fatti precedenti e successivi. Per il racconto d’Annibale che, pur sposato, s’innamora e convive con l’indigena Iride, la quale finì lapidata dopo la partenza dell'amante sconfitto, il Gemmellaro attinge sì a leggende popolari tramandatesi fino ai nostri giorni, ma soprattutto alla sua fantasia. Ne risulta un racconto variegato ma robusto, in cui emergono personaggi ben delineati e sentimenti forti, fra cui — oltre all’amore — l’avversione dei due protagonisti (e sembra dell'autore stesso) per tutto ciò ch’è romano, nell'auspicio della formazione d'un regno autonomo nell'Italia Meridionale. E quindi il libro si configura come una rivisitazione della storia romano-punica, con sottolineatura della carneficina di Canne.

Il lettore può apprendere o ricordare informazioni che sicuramente arricchiscono la sua cultura, quali: Settentrione = Septen triones = “Sette buoi”, Daunia = terra di lupi, Jader = Zara, tratturo = (iter) tractorium = “(itinerario) tracciato”, Tavoliere da 'Tabulae (censuarie)', rosmarino = ros marinus = rugiada marina, stratum = lastrico = strada, chianche = piastroni per pavimenti, regalo = offerta degna d'un re, Barca (soprannome della famiglia d'Annibale) = Barak = fulmine, Annibale = Dono di Baal (dio fenicio), papyros = carta regia = Cartagine, asilo = a-sylos = luogo sacro, non devastabile, Salapia = Salpi = Trinitapoli, Sipius = Sipontum = Manfredonia, Argos = Arpi = Foggia. Inoltre può apprendere o ricordare che il dio Hymen ha imposto alle fanciulle l'illibatezza “prima della consacrazione matrimoniale”; che, forse incredibilmente, la festività di Ferragosto deriva dalla commemorazione di Giano-Ianuarius-Gennaio in quel periodo; e — nel 150° dell'Unità — che il nome Italia proviene dalla Calabria.

Perciò questo libro è originale e interessante; e, a parte il resto, va letto e apprezzato specialmente per la serietà con cui l'autore s'è documentato e posto al lavoro. C'è da aggiungere poi che nei passaggi erotici egli non adopera mai termini volgari, oggi di moda; e trattando di saline, ipogei, musei, monumenti e paesaggi, egli fa anche un'opera di promozione turistica, tanto che chi volesse potrebbe approfondire la conoscenza della regione mediante la visione del DVD su Trinitapoli (FG) e dei pieghevoli allegati.

La forma grafico-editoriale è elegante, con buona impaginazione e paragrafi bene scanditi. Oltre a quanto detto sopra circa l’espressione linguistica, sono presenti alcune sviste, quali: “Viepiù” alle pp. 10 e 49, “rommanzi” a p. 11, “terre dei Lupi, da sempre intersecata” a p. 28, “crepedines” anziché “crepidines” a p. 34, “le Diversoria” anziché “i diversoria” alle pp. 34, 62 e 67, “Termopolium” anziché “Thermopolium” a p. 34, “varie regio” anziché “varie regiones” a p. 34, “irruzioni banditesche che avrebbe fatto” a p. 35, “terribile est locus” anziché “terribilis est locus” a p. 47, “Maluentum” anziché “Maleuentum”a p. 50, “Predispose un drappello per scortare la signora a domicilio e di approntare i regali” a p. 53, “il dubbio che [...] è la chiave” anziché “il dubbio che [...] sia la chiave” a p. 78, “pacarlo” anziché “placarlo” a p. 79, “anatematismo” anziché “anatema” a p. 91; e infine a p. 23 la Calabria non poteva essere “distinta in Brutium” e basta, ma in più denominazioni, altrimenti non era distinta.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, febbr.-marzo 2012]


Alfredo Giacomelli, Nel segno del tempo, Debatte, Livorno, 2002, pagg. 78, s. p.

Nella dichiarazione finale questo libro risulta stampato in 250 copie numerate e firmate dall’autore, ma la copia regolarmente firmata che ha dato luogo a questa recensione richiesta reca il numero 268 (quindi molto oltre le 250 dichiarate).

L’aspetto grafico-editoriale del libro, pur nella sua modestia, è accettabile e quindi invoglia alla lettura, anche se l’assunto potrebbe fare arricciare il naso a chi non ha dimestichezza con questo genere di prosa. Infatti si tratta d’una narrazione lirico-filosofica, oscillante fra autobiografismo e saggistica, in cui l’io narrante mette a nudo sé stesso in una lunga indagine dentro di sé, alla ricerca della verità. In tale ricerca è dato rilievo al ruolo del tempo e della memoria.

Implicitamente c’è nel libro Nel segno del tempo d’Alfredo Giacomelli il bisogno escatologico di trovare risposte a gravi interrogativi concernenti il mistero dell’universo, la rifiutata trascendenza, il destino dell’uomo. Le fasi del ragionamento addotto sono alterne, passando dalla disperazione foriera di suicidio alla speranza finale. In sostanza dall’imperante buio di molte pagine si passa alla trepida luce dell’epilogo. La speranza si localizza nel favoloso mondo del passato, e specialmente dell’infanzia, che coi suoi ricordi e le sue illusioni si colora di poesia: mondo in cui consiste la poesia stessa. E finalmente l’autore può acquietarsi andandosene incontro al suo destino.

Fin dalle prime pagine si nota la profonda serietà dell’autore, che porta avanti il suo discorso con convinzione e passione, riuscendo a coinvolgere il lettore fino alla fine. Il titolo del libro, il tipo di confessione e perfino lo stile farebbero pensare alle Confessioni di S. Agostino, ma questo santo non è mai nominato e in ogni caso il testo resta lontano da intenti apologetici. È ovvio che in un lavoro siffatto siano frequenti termini come tempo, infinito, verità, eternità, nulla: eppure l’autore sa evitare l’astrusità; e, anche quando si è in presenza d’uno zampillio continuo di elucubrazioni in stile secco, asciutto, l’autore sa suscitare quell’interesse necessario alla prosecuzione della lettura.

Soprattutto c’è nel libro un succedersi di riflessioni e massime che lo trasformano in un massimario utile a scuotere il lettore e a distoglierlo dalla superficialità, dall’indifferenza, dall’apatia. Perciò in una lettura attenta ed efficace tutte queste massime dovrebbero essere estrapolate o sottolineate, perché meritano considerazione:

• “Ascoltare la voce dalla natura significa trovarla dentro di me, trasferendo in essa la sua stessa ambiguità, quella doppiezza che viene colta come un tratto tangibile dell’identità.” (pag. 39-40)

• “La natura, contiene in sé qualcosa di eterno e di transitorio, di assoluto e di particolare, nelle sue innumerevoli metamorfosi, in cui si intrecciano passaggi e mutamenti.” (pag. 40)

• “Per giungere all’estasi è necessario attraversare l’angoscia del divino.” (pag. 40)

• “La liricità vuol dire anzitutto contemplazione di un volto, della nostra memoria, delle nostre sorti, poiché essa è esposizione essenziale e narrazione dei nostri giorni, nella coralità che le appartiene.” (pag. 47)

• “La poesia non è altro che ricerca dell’anima, laddove l’anima aspira alla poesia.” (pag. 49)

• “La fiaba è, in altri termini, la favella originale, la parola edotta.” (pag. 50)

• “Cos’era la verità? Forse una forma d’incapacità a far coincidere l’inesperienza con la sensazione misurata delle mie colpe...” (pag. 69)

E probabilmente è per la necessità di far risaltare la solennità di questi concetti che l’autore ha isolato ogni periodo in un singolo capoverso, anche se ciò dà l’impressione d’un frammentismo ideologico e per giunta — a causa delle numerose frasi nominali, sintatticamente lasciate in tronco — produce un effetto di sospensione, d’incertezza, d’indecisione. Nel libro poi ci sono alcuni difetti di punteggiatura, certe ravvicinate ripetizioni di parole e qualche sconcordanza, che tuttavia hanno carattere di sporadicità.

Certamente Alfredo Giacomelli, che ben si connota come pensatore, è una persona dotata di grande interiorità; e in questo libro, che si può definire un monologo o un colloquio con sé stesso e con fantasmi, egli vuole portare a conoscenza di tutti il suo tormento interiore, unitamente alla soddisfazione di confessarsi in pubblico.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, mag. 2006]

Giancarlo Gianazza – Gian Franco Freguglia, I custodi del messaggio / Dalla Divina Commedia al Cenacolo, la mappa segreta del viaggio di Dante sulle tracce del Graal, Mondolibri, Milano, pagg. 280, € 18.

La prima stranezza di questo libro, che non si sa se definire un saggio o un romanzo fantascientifico, è il fatto che, sebbene in copertina risultino indicat due autori (plurale), la stesura è svolta in prima persona, con soggetto io (singolare). Infatti alla fine (pag. 222) si firma un solo autore: il Gianazza. E così sfugge il motivo per il quale in copertina risultino due autori.

Se sono davvero due, questi autori (il Gianazza ingegnere appassionato di filosofia e astronomia e il Freguglia docente liceale appassionato di dantistica) si sono spinti ad inconsuete e strane interpretazioni dantesche; e, talora rifacendosi ad altrettanto strani studiosi quali Robert L. John ed Edi Minguzzi e collegandosi a celebri dipinti d’eccellenti artisti come Botticelli, Leonardo e Raffaello, con una serie di minuziosi rilevamenti e calcoli di congiunzioni astrali, date (misteriosa la presunta data 14 Marzo 1319), contorni e profili di personaggi, quantità e direzione delle dita raffigurate, figure geometriche o cartografiche, coordinate geografiche e minuti primi e secondi, ricavati dai numeri di versi e sillabe di certe parole della Divina Commedia, in queste “elucubrazioni” (così a pag. 81) — magari con visite e riscontri in loco — arrivano a ipotizzare presenze di Dante in impensabili località, quali Gerusalemme, Citera (isola greca in cui secondo il mito nacque Venere), Mont Cardou (monte della Francia, nella leggenda legato al sepolcro di Cristo, nonché a catari e templari) e Islanda, nelle quali sarebbero ambientati paesaggi e passi del poema sacro, in ciò coinvolgendo anche la stele di Rosetta. Perfino l’enigma forte di Purg, XXXIII 43-50, cioè il famoso cinquecento diece e cinque — comunemente trascritto in DXV, anagramma di DVX (duce, condottiero), e inteso come rimando al veltro d’Inf. I 101 — viene immaginato criptato da Leonardo nel suo Cenacolo, dove però sopra il DVX appare una M, che darebbe un misterioso anno 1515.

Già la sovracopertina presenta un dettaglio delle tre Grazie della cosiddetta Primavera del Botticelli, opera poi riprodotta per intero insieme con altre in un inserto a colori, della quale si dà un’incredibile interpretazione, fra l’altro indicando Dante nella figura di Mercurio e Beatrice in quella di Venere. Al riguardo gli autori ignorano il libro di C. Ciccia Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte: con testo e traduzione del Pervigilium Veneris e nuova interpretazione della Primavera del Botticelli (Pellegrini editore, Cosenza 1998, pp. 120, con illustrazioni), nel quale si dimostra che la cosiddetta Primavera altro non è che l’Ibla del Pervigilium Veneris, anonimo inno o poemetto latino dei primi secoli dopo Cristo.

Non mancano altri fantasiosi collegamenti: con Maria Maddalena — intravista come controfigura dell’apostolo Giovanni nel Cenacolo di Leonardo e che secondo una leggenda approdò misteriosamente a Marsiglia, stabilendosi in Provenza — e col santo Graal, qui inteso non come calice o altro oggetto materiale, ma come “nucleo primitivo del messaggio di Cristo, un «corpo» dottrinale originario tramandato segretamente lungo i secoli” e trasferito nella stessa Islanda (pag. 215). Le corpose note finali, poi, sono ricche di puntuali notizie, sviluppi e approfondimenti, sempre in linea con l’impostazione esoterica del volume.

A parte tutte le elucubrazioni e forzature interpretative, quello che resta di realmente positivo e accessibile al pubblico è la buona conoscenza della Divina Commedia, spesso parafrasata o riassunta con citazioni e commenti che danno l’occasione per un piacevole ripasso del poema.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2021]

Filippo Giordano, Rami di scirocco, Il centro storico, Mistretta, 2000, pagg.136.

LA POESIA DI FILIPPO GIORDANO

Filippo Giordano s’è affermato in quest’ultimo quarto di secolo come poeta e animatore culturale, pubblicando vari libri, producendo alcune videocassette poetiche e ottenendo alcuni premi letterari, quali il “Quasimodo” d’Augusta (SR), il “Città di Marineo” (PA) e il “Bizzeffi” di Limina (ME) per la poesia in dialetto siciliano. Il suo nuovo libro di poesie dal titolo Rami di scirocco (Il centro storico, Mistretta, 2000, pagg.136) di fatto è una riproposizione delle sue precedenti raccolte, con l’aggiunta d’una nuova raccolta dal titolo Minuetti per quattro stagioni.

Ecco dunque che per chi conosce la sua produzione, meglio ancora se ha visionato e ascoltato le sue videocassette, sarà bello ritrovare la suggestione delle raccolte Se dura l’inverno (1980) e Del sabato e dell’infinito (1992). Ma anche chi non ha mai letto nulla di quest’autore potrà apprezzare la straordinarietà di Se dura l’inverno, che è in assoluto la migliore raccolta dell’intera sua carriera e una delle migliori della poesia italiana, meritevole anche d’entrare nelle scuole. Con vibrante partecipazione e profonda amarezza il Giordano ha espresso in essa le gravi tensioni personali e quelle della travagliata società di quegli anni: documenti ancor oggi raccapriccianti, ma composti con la necessaria perizia tecnica d’un autore che si è dimostrato capace d’elevarsi alla catarsi poetica. Anche Del sabato e dell’infinito è una raccolta apprezzabile, specialmente per l’impiego della metrica, che dispiega come in una sinfonia quadretti e pensieri d’una ritrovata serenità.

Invece la nuova raccolta Minuetti per quattro stagioni, fatta di brevi composizioni di due terzine ciascuna con osservazioni e pennellate coloristiche, non solo non ha la suggestione delle due citate, ma è inferiore anche alle altre comprese nel libro. Tuttavia essa si colloca sul piano d’un gradevole poetare ed è prova del continuo attaccamento dell’autore alla poesia: cosa per la quale egli merita l’apprezzamento dei lettori.

Il libro, editorialmente accettabile anche se con alcuni refusi, si conclude con una sintesi di recensioni in precedenza ottenute dal Giordano, fra cui nell’ordine quelle di Giorgio Bàrberi Squarotti, Carmelo Ciccia, Salvatore Di Marco, Giorgio Santangelo, Carmelo Pirrera, Rino Giacone, Federico Hoefer, Vincenzo Rossi, M. Giovanna Cataudella e Nat Scammacca. A questi seguono altri interventi critici.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta rossazzurra di Sicilia”, Paternò, 3.VI.2000]


Filippo Giordano, Il sale della terra, Il centro storico, S. Agata di Militello, 2004, pagg. 32, s. p.

L’infaticabile attaccamento del siciliano Filippo Giordano alla poesia ha prodotto questo nuovo libretto di versi, in cui la cosa che d’acchito colpisce il lettore è la musicalità: e ciò conferma la vocazione ritmica dell’autore, già manifestata nelle precedenti sillogi poetiche. Il Giordano, fra l’altro, oltre che indiscusso poeta, è anche studioso e autore di libri di matematica, nei quali lo studio dei numeri va ricondotto a quel senso del ritmo insito non soltanto nel numero ma in tutto l’universo; e perciò la sua poesia acquista un respiro cosmico, anche perché gli aspetti della natura sono da lui prediletti.

Il paesaggio che fa da sfondo è per lo più quello della sua terra, da Mistretta a Floresta, dal monte Soro al mare di Capo d’Orlando; ma ciò che più conta è l’implicita affabulazione, che lo colloca in un clima di magia. Così in questa poesia colline, alberi, frutti, neve, ecc. escono dalla contingenza per assurgere al valore del mito. E non è senza significato il fatto che il titolo di questo libretto, oltre che ad una frase di don Fabrizio pronunciata nel Gattopardo (fine del cap. 4) e riferita al carattere dei siciliani, ci conduce ad un’espressione di Gesù riferita ai discepoli (discorso della montagna, nel vangelo di Mt V 13): quel Gesù d’una fede ritrovata che ora ha ispirato l’acrostico “Parola di Gesù” (pag. 15) e probabilmente una nuova serenità spirituale e materiale.

E non è da fa passare sotto silenzio neppure il fatto che la silloge, anche se non detto esplicitamente, è stata scritta sotto l’emozione della morte della madre del poeta, alla quale è dedicato un ricordo finale, che la vede unita ad un suo fratello perito in Russia, “agnello con divisa da invasore”: la morte, e quella della madre in particolare, è un evento naturale e ineluttabile in ogni famiglia, ma che soltanto quando si verifica travolge le coscienze dei superstiti, specialmente se questi hanno la sensibilità dei poeti.

Oltre a queste, nel libretto affiorano varie altre riflessioni: da certe scoperte (fuoco, parola, scrittura, canto, poesia, musica) a certi personaggi come Copernico, Colombo, Marconi, i fratelli Wright e Lumière, Meucci, Edison, e ad altre scoperte, che, se da una parte documentano il costante progresso dell’uomo, dall’altra ne sottolineano la persistente precarietà, come nel caso dell’oscuramento totale, il cosiddetto black-out del 2003.

Non manca una singolare deflorazione: quella della luna da parte dei primi astronauti che nel 1969 infilarono la loro asta “nella molle sabbia virginale”.

Per la qual cosa, pur con tutto questo progresso, varcando la soglia del terzo millennio cristiano il poeta non può non riconsiderare il destino degli uomini, che a volte credono d’essere immortali eroi; e con il linguaggio a lui caro della matematica scrive: “noi, piccoli segmenti / votati ad esser chiusi da due punti: / la nascita, la morte; / scioccanti scintille che decretano / i confini delle albe e dei tramonti”.

Dunque, anche questo è un libretto denso, capace di far riflettere con alti pensieri e d’attrarre con riusciti espedienti tecnico-formali.

Carmelo Ciccia

[“Centonove”, Messina, 15.X.2004; “Nuovo frontespizio”, Rimini, dic. 2004]


Autori vari, Girare attorno al piccolo per evocare il grande / 50 schede critiche su poesia e prosa di Filippo Giordano, Vitale, Sanremo, 2006, pagg. 116, s. p.

La rivista “Vernice” di Torino nel suo numero 33/34 di giugno 2006 ha pubblicato un ampio inserto relativo a Filippo Giordano che di fatto — fra scritti del Giordano stesso, giudizi di critici e fotografie personali e familiari — ha costituito un importante documento sulla formazione, produzione ed evoluzione umana e letteraria di questo scrittore di Mistretta (ME) che nel giro d’una trentina d’anni ha saputo ritagliarsi un considerevole posto nel panorama letterario italiano.

Ora questo volume presenta all’attenzione dei lettori una cinquantina di schede sul Giordano, che sono a volte recensioni vere e proprie, a volte note, lettere o interventi vari di personalità del mondo della cultura più o meno rinomate. Al riguardo, però, osserviamo che il titolo, tratto dalla nota d’uno dei critici, se andava bene per quella nota, non va bene per questo volume, per il quale risulta vago, mentre più opportuno ed efficace per il suo immediato significato sarebbe stato come titolo quello che ora è il sottotitolo, e cioè 50 schede critiche su poesia e prosa di Filippo Giordano.

Queste schede contengono commenti ai libri «Rami di scirocco», «Voli di soffione», «Scorcia ri limuni scamusciata» e «Il sale della terra»; però, considerando che quasi tutti i libri del Giordano ripropongono anche scritti precedentemente pubblicati, in realtà i lusinghieri giudizi qui raccolti investono tutta la produzione di questo scrittore: il quale svolge un autorevole ruolo culturale nella sua località, ma specialmente grazie alla poesia — una poesia così ricca di pregnanza e musicalità — si è affermato anche in Italia.

C’è da aggiungere che la contestuale presenza di svariati critici, d’alcuni dei quali si potrebbe dire che fanno tendenza, fornisce al lettore la gradita occasione non soltanto per rapportarne le voci, ma anche per saggiarne le problematiche linguistico-letterarie da loro incidentalmente sollevate nell’ambito delle stesse recensioni, lettere, note o interventi vari.

Da questo volume, per chi non lo sapesse direttamente dai testi, risulta evidente che in questi ultimi anni gl’interessi del Giordano si sono rivolti al dialetto, di cui egli s’è fatto esponente in alcuni volumetti di versi. Ciò, se da una parte rappresenta la riappropriazione dell’innocenza nativa e la valorizzazione delle radici culturali della comunità d’appartenenza (e pertanto indubbiamente è degno di lode), tuttavia dall’altra, qualora il poeta dovesse trascurare l’espressione in italiano, potrebbe portare ad un fenomeno d’emarginazione o isolamento letterario, con la conseguente uscita dai circuiti nazionali, dato che il dialetto per sua natura cambia da regione a regione, da provincia a provincia, da comune a comune e spesso da parlante a parlante; e quell’idioma affascinante per un lettore di Mistretta può riuscire estraneo, ostico o addirittura ridicolo per un lettore d’altra località della stessa Sicilia: per non parlare d’altre regioni.

Dal punto di vista grafico-editoriale questo volume è elegante e maneggevole, pur nella semplicità dell’impaginazione, ma non mancano i refusi. Ad esempio, a pag. 86 la parola “Lumières” va corretta in “Lumière” e la frase “che fa riflettere con alti pensieri e d’attrarre” va corretta in “capace di far riflettere con alti pensieri e d’attrarre”, mentre a pag. 90 la parola “infintà” va corretta in “infinità”. Inoltre mancano alcuni corsivi.

Infine è degna d’essere qui menzionata anche l’attività saggistica di Filippo Giordano, il quale fra l’altro nel giornale messinese “Centonove” del 27.X.2006 ha riportato alla ribalta la figura di Maria Messina: una prolifica scrittrice verista, nata ad Alimena (PA) nel 1887, vissuta a Mistretta e altrove, e morta a Pistoia nel 1944, la quale, sebbene sia stata in lunga corrispondenza col Verga (documentata da Giovanni Garra Agosta) e abbia pubblicato con le più importanti case editrici del Nord, poi è ingiustamente caduta in oblio.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, febbr. 2007]


Filippo Giordano, Minuetti per quattro stagioni, Il centro storico, Messina, 2007, pagg. 30, s. p.

A questa pubblicazione fuori commercio, degnamente introdotta da un saggio di Vincenzo Rossi, volentieri si può dare la definizione di libriccino per la graziosità dell’aspetto grafico-editoriale, per la piccola quantità di pagine e quindi di componimenti, per la brevità di questi ultimi, che spesso si riduce all’essenzialità e che in ogni caso favorisce la lettura. Diciamo subito che sono questi i libri di poesie preferiti, perché non hanno la prolissità, le ripetizioni, i vaniloqui e le fuorvianti divagazioni di certi mattoni. D’altronde un libriccino come questo ha il vantaggio d’essere tascabile e quindi di poter essere tenuto come un vademecum.

Il fatto è che il Giordano in molti anni d’esercizio della poesia s’è scaltrito abbastanza e sa usare dettati e tecniche che colpiscono positivamente il lettore. È il caso di questi Minuetti che avevamo letto a chiusura della raccolta Rami di scirocco (2000), dove per la loro esiguità apparivano di qualità inferiore rispetto al resto del volume, e che ora qui vengono riproposti con una forma e una consistenza che li fanno apparire nuovi, grazie anche alla migliore disposizione e alla nitidezza dell’impaginazione.

Si tratta di componimenti che per lo più s’assimilano agli haiku, conservandone la sinteticità e la freschezza, mentre qualche altra volta s’estendono con alcuni versi in più, assumendo quasi un aspetto narrativo e anzi favolistico. Oltre al ricercato ritmo, c’è in questi versi uno scorrere di paesaggi che si sostanziano in “pennellate di colori”, mentre alle descrizioni s’accompagnano brevi o brevissime riflessioni, ora romantiche ora realistiche, che hanno il sapore degli epifonemi: “Mare, miraggio / di fluide carezze, / amaca azzurra” (pag. 19). Ed è ovvio che in una poesia del genere abbondano ellissi, anacoluti, anàstrofi e ipèrbati.

Certamente un libriccino siffatto “si colloca sul piano d’un gradevole poetare” ed è fonte d’opportune riflessioni — oltre che per l’autore — anche per il lettore non superficiale, il quale sappia cogliere nell’essenzialità dei componimenti il pulsare d’un cuore e la profondità d’una mente alla ricerca del bello, del saggio, dell’infinito, com’è esplicitato nei versi “Ritorna spesso / ad evocare il cielo / della montagna. // Talvolta trova, / a punger la poesia, / spine di cardo” (pag. 28).

Infine qui merita d’essere ricordata l’intensa attività culturale e giornalistica svolta dal Giordano nel suo comune e della quale è una testimonianza la recente raccolta d’articoli intitolata Ritagli di Mistretta dall’Unità d’Italia ai nostri giorni (Il centro storico, Messina, 2007).

Carmelo Ciccia

[“Il Centro Storico”, Mistretta, ott. 2007]


Filippo Giordano, Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi, Il centro storico, Mistretta, 2011, pp. 52, € 10.

“Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi” di Giordano

Storia dei numeri in versi. Proprietà, combinazioni e distribuzione dei “primi

Il siciliano Filippo Giordano, che ha già pubblicato parecchie opere a cominciare dalla straordinaria silloge Se dura l’inverno del 1980, ha sempre abbinato la passione per la poesia a quella per la matematica: due attività che a prima vista potrebbero sembrare opposte e inconciliabili, ma che a ben guardare sono contigue, sia perché la poesia è stata per molti secoli basata sul ritmo e quindi sui numeri, sia perché in questo poeta esse convivono perfettamente.

Ora in questo libretto Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi (Il centro storico, Mistretta, 2011, pp. 52, € 10) l’autore ha voluto spiegare in versi la storia dei numeri, le loro proprietà e le loro combinazioni, annunciando anche una sua scoperta riguardante la distribuzione dei numeri primi. E, partendo dalla constatazione dell’ordine e della bellezza del cosmo, egli arriva a concludere che tutto ciò può essere frutto non del Caso o Caos che dir si voglia, bensì d’una Mente eccezionale chiamata Uno o Dio: una conclusione — questa — che potrebbe fare acquistare la fede a chi non ce l’ha o a chi l’ha perduta.

Ecco, dunque, che il contenuto di questo libretto spazia dalla poesia alla matematica, dalla filosofia alla religione, ambiti nei quali il Giordano si muove a suo agio. D’altronde il titolo binario parla chiaramente: nell’opera ci sono sussurri del cielo e mormorio di numeri primi.

Nella prima sezione l’autore esprime il suo stupore per l’incanto che la natura offre con l’immensità del cielo, la molteplicità d’astri e meteoriti, la luce soave, lo scorrere del tempo. Di fronte a ciò egli suppone che possa esserci un supremo piano preordinato “di planetarie geometrie elicoidali / numeri primi, quadratiche distanze” (p. 7); e quindi solennemente afferma: “Solo e soltanto Dio che sovrintende / i nostri passaggi correlati / essendo eterno È, senza divenire” (p. 9). Poi egli osserva che il mistero della divinità non può essere legato soltanto alle leggi fisiche dei moti dell’universo e della distribuzione dei numeri primi, altrimenti lui stesso, che ha scoperto una proprietà distributiva, sarebbe un profeta annunciante l’esistenza di Dio. Secondo lui, tutto ciò è possibile grazie alla poesia, la quale “di logica vestita / raccoglie essenze extra-ordinarie / nella scala numerica che fino al cielo sale” (p. 12).

Nella seconda sezione l’autore espone con semplicità le proprietà dei numeri, partendo dallo zero e soffermandosi sull’Uno, “capostipite genetico / del tutto e di ciascuno singolare / primo fra i primi, onnipresente / in ciascuno dei numeri a seguire” (p. 16). Dopo aver delineato le caratteristiche di vari numeri, singoli e insiemi, quasi personificandoli, dandone le definizioni, citando Euclide e portando esempi di moltiplicazioni e divisioni mediante un’originale metafora di passi e orme, egli accenna alla sua scoperta relativa alla distribuzione dei numeri primi, che neanche grandi matematici del passato avevano intuito.

Nella terza sezione, ritornando allo zero, l’autore si chiede come dal buio e dal nulla sia venuta la vita. Per lui ciò è dovuto al soffio magico dello Spirito, che infuse la vita e la regolò con vari cicli: rotazione di terra e pianeti, luna, settimane, mesi, stagioni, vegetali e animali, compresi gli uomini. E a conclusione della silloge l’autore scioglie un cantico a Dio, “sorgente di luce che abbaglia / tanto immensamente da impedire / la diretta visione dello Spirito” (p. 43).

Naturalmente in versi non è facile dimostrare il criterio della distribuzione dei numeri, che invece è chiarito dettagliatamente nell’appendice in prosa, nella quale l’autore parla del “sistema quadratico” con cui interpreta la distribuzione dei numeri interi e naturali. Inoltre egli informa che al riguardo ha pubblicato un libro dal titolo Origine e funzione dei numeri primi - Soluzione del più eccellente dilemma matematico, prenotabile anche attraverso la rete telematica, nel quale si trova spiegato il suo teorema, elaborato — a quanto egli afferma — grazie alla sua fantasia di poeta e all’aiuto di Dio.

Nonostante l’insolita trattazione in versi d’un argomento del genere, che peraltro nel Settecento era in uso (cfr. Francesco Algarotti, Carlo Castone della Torre di Rezzonico, Lorenzo Mascheroni, ecc.), l’autore sa unire la poesia alla scienza, dandoci dei versi che si leggono piacevolmente per l’affabulazione (a volte l’esposizione assume davvero l’andamento della favola) e per l’accuratezza tecnica (la quale include la musicalità scaturente dal ritmo). Anche questa, dunque, è una poesia di buona qualità: e ciò implica un doppio riconoscimento al Giordano, poeta e matematico.

Per quanto riguarda la forma grafico-editoriale, nel libretto si notano pochissimi refusi: numeri naturale (p. 45), a.c. (p. 45), qual è, l’altro sistema che (p. 46), questa linee (p. 47), oltre che ad essere costituito (p. 48), orizzontle (copertina posteriore).

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, genn. 2012]


Emanuele Giudice, Il viaggio la memoria il sogno, Ila Palma, Palermo, 1998, pagg. 137; e Una stagione di rabbie, idem, 1978, 78.

EMANUELE GIUDICE: FORTE SENTIRE E IMPEGNO LETTERARIO

Il siciliano Emanuele Giudice è un intellettuale molto impegnato dal punto di vista umano, sociale e politico, che esprime questo suo impegno anche nella sua intensa attività giornalistica e in libri di saggistica come La politica e così via, Mafia come solitudine e rifiuto, La scommessa democristiana, Il tempo della politica; di narrativa come Il viaggio la memoria il sogno; di poesia come Una stagione di rabbie.

Nei racconti di Il viaggio la memoria il sogno (Ila Palma, Palermo) quello che domina è sempre l’autore stesso, con la sua formazione ricca di profonda spiritualità e umanità, attinta ad un cristianesimo dottrinale e storico fortemente sentito e vissuto, trasfuso in cultura e sistema di vita. Nel libro si notano fertile humus, fervida fantasia e capacità d’introspezione e d’autointerrogazione. Un episodio anche di molti anni addietro è assunto a base per un’approfondita riflessione, in cui spesso emergono la precarietà della vita umana, un senso di difficoltà e disagio, la ricerca d’un approdo sicuro. È per questo che le sue prose sono autobiografiche, sono svolte in prima persona e volentieri si trasformano in colloqui con sé stesso e con Dio, nei confronti del quale l’autore manifesta grande familiarità e confidenza; ma ne vengono fuori anche scene di vita arcaica, semplice, patriarcale, con impliciti l’ingenuità, il senso del dovere e dell’indiscussa obbedienza, l’austerità e la frugalità dei tempi lontani. In questo contesto s’inquadrano episodi come l’usanza del bacio del tozzo di pane caduto a terra e poi mangiato, l’acquisto d’un modesto cappotto e dei testi scolastici, la guerra del ’43 in Sicilia, la festa tutta siciliana dei Morti con le sue credenze e tradizioni, l’inquinamento atmosferico e la paura di morte provenienti da Cernobil, l’immigrazione dei negri e i connessi problemi di coscienza, un colloquio con Dio a 8.000 metri di quota.

Nelle poesie d’Una stagione di rabbie, illustrate da Brunetto Bracciante (Ila Palma, Palermo) c’è l’esasperazione d’un uomo e d’un cittadino di fronte al dilagare del fenomeno mafioso, col suo triste retaggio di soprusi, violenze, omicidi e stragi, anche a danno di persone istituzionalmente impegnate nella lotta contro la mafia; ma non mancano quadretti idillici e frequenti riflessioni sul proprio essere. La rabbia così forte e sincera passa facilmente dalla passionalità alla poesia perché provata da un autentico poeta, che non soltanto concepisce elevati sentimenti ma sa esprimerli con adeguate tecniche. Queste rivelano una lunga dimestichezza con autori classici e moderni e quindi una capacità di modellare versi e strofe, fino ad ottenere effetti estetici sicuramente raffinati.

Infine, per completezza del quadro, va ricordato che Emanuele Giudice è fondatore e presidente del premio letterario “Ibla” e del premio “Un ponte per l’Europa” dedicato alla sicilianità, che si assegnano ad anni alterni a Ragusa.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 30.IX.1998]

Francesco Alberto Giunta, Karin è tra noi, Bastogi, Foggia, 2001, pagg. 182, £ 25.000.

Ancora un romanzo di viaggi di Francesco Alberto Giunta, uno scrittore che si può definire un viaggiatore del pensiero. Questo “romanzo d’idee” (com’è sottotitolato) è così corposo e complesso che si stenta a capire come l’autore riesca a tenerne i fili e a tessere un ordito che, in un succedersi di avvenimenti e situazioni sempre imprevedibilmente in evoluzione, pur essendo intrigato e intrigante, alla fine si palesa lineare, congruo e logico.

Il Giunta è insieme poeta, narratore e saggista, e si può dire che in quest’opera coesistano tutt’e tre queste sue qualità, dal momento che l’autore ora narra, ora si esprime poeticamente, come quando parla della sua terra, la Sicilia, ora espone pensieri che fanno riflettere. Ma l’opera si configura più che altro come un diario ragionato di viaggio, in cui confluiscono le osservazioni e gli appunti dei viaggi da lui stesso compiuti, non tanto per divertirsi in uno sterile turismo, quanto per studiare paesaggi e monumenti, popoli e nazioni, usi e costumi, meditandoci su e traendone idee da trasmettere ai lettori.

È evidente che tutto ciò comporta non solo capacità d’osservazione e descrizione, ma anche una profonda cultura, assimilata e fatta propria, quella cultura che rappresenta il sostrato di tutta la produzione del Giunta, il quale ha alle spalle una carriera scrittoria pressoché coincidente con la sua vita, unita alla passione per lo studio, con cui ha acquisito conoscenze vaste e minuziose (si direbbe in quasi tutti i campi dello scibile) che egli trasfonde nelle sue pagine.

L’attenzione del lettore è perciò continuamente attratta dalle caratteristiche dei personaggi, fra cui domina decisamente la protagonista Manuela, poi chiamatasi Karin, ma anche dallo snodarsi delle vicende e dagli espliciti messaggi che l’autore trasmette.

La protagonista, di madre curda, nata in Sud-America e cresciuta con la passione dell’archeologia e della storia preitalica che la spinge ad una serie di viaggi culturali, fa le sue esperienze d’amore in contrasto con la rigida morale trasmessale dai genitori, ha un figlio da un avventuriero che poi la sposa, ma che presto si rivela un avanzo di galera e non solo l’abbandona, ma probabilmente è lui stesso che rapisce il figlioletto sparito nel nulla. Alla grande frustrazione Manuela oppone altre avventure amorose; e quindi parte per l’Africa, per inseguire il suo ideale di pacificazione fra le varie etnie arabe, specialmente fra quelle che praticano il fondamentalismo e l’integralismo islamico.

Per capire meglio questo romanzo bisogna aver già letto il precedente Un giorno a Lipari. Avvenne (Tracce, Pescara, 1994), che fa da sfondo all’attuale: la drammatica storia allora narrata viene ripresa alla fine di Karin è tra noi, e se ne chiariscono certi particolari forse rimasti oscuri. Ma soprattutto si chiarisce che Manuela-Karin si collega a Elisa, misteriosa protagonista del precedente, è come una sua sorella, anzi in certo senso s’identifica con lei stessa nella ricerca della pace personale e sociale.

Altro messaggio è quello di non lasciarsi plagiare dai mezzi di comunicazione di massa.

Infine, per quanto riguarda la forma espressiva, a parte i refusi (possibili in ogni pubblicazione), a volte si notano delle irregolarità a livello di punteggiatura, morfologia e sintassi, ma forse l’autore stesso ha voluto ciò per rendere colloquiale il linguaggio di certi personaggi.

Carmelo Ciccia

[“Il sodalizio letterario”, Rimini, sett.-dic. 2001]


Francesco Alberto Giunta, Solitaire / Viaggio “clandestino” nell’infinito letterario e umano del Novecento, Kairós, Napoli, 2009, pagg. 400, € 16,00.

L’infinito letterario e umano del Novecento

Storia, arte, cultura, tradizioni in un libro di Francesco Alberto Giunta

Francesco Alberto Giunta è stato paternese per poco: nato a Paternò nel 1925, ancora piccolo è stato trasferito a Catania, ma si è trovato di nuovo a Paternò nei giorni dei bombardamenti aerei del 1943, per ritornare dopo a Catania. Da qui, dopo la laurea, è partito per conseguire una licenza all’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) e successivamente per altri studi di diritto internazionale a L’Aia; ma nel frattempo aveva fatto esperienze d’altre località al seguito del padre telegrafista; e poi la sua vita è stata tutto un girovagare per il mondo, anche dopo avere stabilito la sua definitiva residenza a Roma.

Ora il titolo di questo suo ennesimo (e poderoso volume), Solitaire / Viaggio “clandestino” nell’infinito letterario e umano del Novecento (Kairós, Napoli, 2009, pagg. 400, € 16,00), che oscilla fra autobiografia e saggistica, riflette questo genere di vita, a cui si potrebbe applicare una famosa terzina di Dante: “Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf. XXVI 118-120). Nella fattispecie — a quanto si desume — tale titolo deriva da un pensiero tratto da Les Paradis artificiels di Charles Baudelaire e qui riportato in apertura: “Tu verras dans ce tableau / un promeneur sombre et solitaire, / plongé dans le flot mouvant des multitudes.”

Ecco: l’autore s’è ritrovato in questo viaggiatore, che fra i tanti ci ricorda il tedesco Goethe, in realtà da lui stesso superato; e, anche quando era in compagnia di qualcun altro, egli si sentiva solo, alla ricerca d’arricchimento e di sempre maggiore maturazione di sé. In pratica egli è stato in molte località note, ignote e impensabili, venendo a conoscere tanti personaggi che non bastano queste righe per nominarli tutti; e all’estero ha fatto dei lavori manuali, anche umili. Quindi questo volume appare come ripresa del precedente Atupertu / Journal di luoghi, persone, vagabondaggi letterari (1993).

D’ogni località l’autore descrive aspetti paesaggistici, storia, cultura, arte, caratteri antropologici, tradizioni, credenze, religione, feste, curiosità e pratiche a volte orrende, quali il sacrificio umano e il cannibalismo. E sempre accanto all’osservatore affiora il poeta che estrinseca il modo in cui la sua anima viene emotivamente coinvolta.

Nella parte prima l’autore, dopo aver fatto un panorama storico del secondo dopoguerra, in cui risalta la presenza del blocco sovietico dittatoriale e ateo, informa che proprio al 1948 (anno in cui — a quanto egli riferisce — fu inventato un rudimentale calcolatore elettronico) risale l’inizio del suo andare per l’Europa e chiarisce la natura d’esso: “nel tempo ho calcato molte strade e del viaggio ho fatto una delle ragioni del mio intendere e comprendere il mondo” (p. 133); e più avanti afferma che il suo viaggio è alla ricerca sempre di “vie e visi nuovi” (p. 238). Qui c’è anche spazio per ricordi collegati alla natia Sicilia: ad esempio, l’altarino con la Madonna voluto sull’Etna da Nicola Cavallaro (allora presidente della Gioventù Italiana d’Azione Cattolica e poi deputato) in onore dei caduti in guerra e l’elenco dei giornali siciliani dell’epoca. Le località in cui l’autore è stato e che egli descrive sono innumerevoli: Lovanio-Louvain, città dei suoi studi; Liverpool e Leyton House; Parigi, con le sue meraviglie e celebri intellettuali che la vivacizzano, Praga, con le sue luci, i suoi colori e i ricordi degli scrittori Kafka e Rilke; la Polonia, con varie sue città (Danzica, la Torum di Copernico, Poznàn, la Zelazowa Wola di Chopin, Varsavia, Czestochova con

la sua Madonna Nera, Óświęcim-Auschwitz, Cracovia coi ricordi del suo arcivescovo poi papa); Londra, con la sua vita; Napoli, di cui sente il grande fascino e tesse un elogio per la sua “parlata dialettale che incanta, che seduce”, nonché per la sua arte e cultura, non senza il ricordo dei santi Gennaro e Giuseppe Moscati, quest’ultimo da lui ammirato nell’Azione Cattolica; Potenza, con le tracce della sua residenza d’un tempo; la Sicilia (Giardini-Naxos, Siracusa, Cassibile e le tracce dell’armistizio del 1943, Noto, ecc.), di cui fa un panorama della gastronomia più squisita, nota, apprezzata e ricercata; El Alamein, con una rosa per il mausoleo dei caduti; Tangeri, coi suoi locali caratteristici; la Terra Santa, con la commozione suscitata in un cavaliere del S. Sepolcro come lui; l’America del Nord con Boston, Cambridge e la sua prestigiosa università “Harvard”, le città baleniere, le cascate del Niagara, Chicago (dall’indigeno Checagua = “cipolla selvatica”) e la casa dello scrittore Hemingway, Saint Louis del blues, Philadelphia con la casa dello scrittore Poe, Newport con le sue numerose ville, che egli descrive in dettaglio, per poi concludere con l’elenco dei grandi scrittori nord-americani); il Guatemala, coi ricordi dei Maya; le Isole Vergini, visitate e descritte quasi una per una; la Cina (Pechino, Sciangai, ecc.) con la sua povertà ma anche la sua pulizia e la sua gentilezza per gli stranieri; l’Africa (Kenya, Zanzibar e la schiavitù, ecc. ), le Seychelles... E spesso c’è poesia nella descrizione dei paesaggi e nel ricordo d’una fanciulla amata o semplicemente incontrata, d’un profilo, d’un suono, d’un profumo, d’un aroma o d’un sapore, d’una luce o d’un colore.

Nella parte seconda l’autore riporta — magari in singoli ricordi o necrologi — una serie d’interviste a personaggi da lui incontrati, o appositamente o in occasione dei molti congressi e convegni a cui egli ha partecipato, in Italia e all’estero, e di cui stende le cronache, citando di volta in volta i vari partecipanti. Così sfilano Domenico Rea, l’inglese John Osborne, il serbo Ivan V. Lalic (il quale affermò: “Rileggere Dante è un esercizio spirituale che faccio regolarmente... Leopardi è uno dei miei autori preferiti sin dalla gioventù”), Danilo Dolci col suo impegno umano e sociale, i francesi Eugène Guillevic e Jean Guitton, Elio Filippo Accrocca, Rosario Assunto, l’algerino André Nathan Chouraqui (impegnato nella pacificazione fra giudaismo, cristianesimo e islamismo, tema caro anche al Giunta), Giuseppe Pontiggia, Dario Bellezza, padre Pio da Pietrelcina (poi santo) e il papa Giovanni Paolo II (dal carisma dei quali egli viene affascinato), padre Davide Maria Turoldo (sacerdote e poeta), i romeni Ovidio e Vintila Horia, una serie di scrittori africani fra cui spicca Léopold Sédar Senghor (che lanciò il concetto di negritudine) e gl’insigniti del premio “Nobel” Saul Bellow (canadese), Imre Kertész (ungherese sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti), Naghib Mahfuz (egiziano) ed Elfriede Jelinek (svedese). Nel parlare di

questi personaggi, per incontrare i quali ha fatto altri viaggi, l’autore li inquadra nei rispettivi ambienti: dei letterati riassume e commenta le opere e a volte traccia vere e proprie storie letterarie degli Stati d’appartenenza.

Nella parte terza presenta una serie di saggi, stesi anche in precedenza: sulla letteratura postsovietica, sulla morte del libro in presenza della cultura dell’immagine, sulla civiltà delle lettere e la cultura di massa; e qui opportunamente trascrive un pensiero di Giuseppe Giusti: “Fare un libro è meno che niente, se il libro fatto non rifà la gente” (p. 324). Tratta poi dei mestieri nobili come quello di telegrafista di suo padre e della tecnica della stenografia che il padre stesso gli fece imparare per futura utilità. Fra gli altri saggi sono notevoli la storia delle mostre dantesche organizzate da Corrado Gizzi nel castello di Torre de’ Passeri (Pescara) e quelli sul teatro cinese, sul gioco della pelota e sul sacrificio atzeco, sulla battaglia di El Alamein (in cui l’autore coglie l’occasione per proclamare orgogliosamente il suo patriottismo), sulla deriva dell’etica e della società. Il saggio sull’Eroismo rivela fin dalla maiuscola iniziale una buona dose di retorica, espressa anche nelle molte anafore, ma nel complesso appare positivo per lo stimolo che vuole infondere negli altri; mentre l’ultimo saggio fa rivivere le voci dei numerosi scrittori dall’autore incontrati, dei quali fornisce un lungo elenco. In mezzo ci sono anche due saggi in francese: il primo sul Pirandello, anche lui insignito del premio “Nobel”, sostiene delle cose interessanti, specialmente relativamente al cosiddetto cerebralismo, e perciò appare attento, veritiero e profondo

pur nella sua sinteticità; il secondo, risalente a molti anni prima, è una strana Lettre a personne, prolissa e ripetitiva. Ad ogni modo tutti questi saggi hanno anche memorie personali, oltre che personaggi, località e commenti.

Il volume contiene pure dei nobili ammaestramenti: “Per me il libro è stato ed è l’amico di

ogni tempo e di ogni circostanza; il fedele compagno di ogni viaggio dello spirito, della coscienza,

della confessione, ma anche il rifugio sicuro per l’introspezione nel profondo dei pensieri. È consolazione e molto altro il libro. Io vorrei essere un libro!” (p. 36)

Dunque, l’opera si configura come un coacervo di ricordi, informazioni, descrizioni, sentimenti, commenti e ammaestramenti, a vantaggio anzitutto dello stesso autore, che così ha avuto modo di presentare sé stesso nel migliore dei modi, facendoci conoscere la sua vastissima cultura, ma anche — e in modo consistente — dei lettori, i quali così possono apprendere tante cose sconosciute e ricavarne opportuni messaggi. La lettura può anche servire per gustare tante pagine di prosa poetica, da cui traspare un animo perennemente innamorato di tutto ciò che è bello, puro e sano. E alla fine si può veramente concordare che questo è un viaggio “nell’infinito letterario e umano del Novecento”.

A conclusione il Giunta ha apposto una sua lunga e dettagliata nota bio-bibliografica, contenente gli elenchi dei suoi scritti, dei principali critici ed intellettuali che si sono interessati a lui e degli scrittori ch’egli ha incontrato, intervistato o trattato: cosa che dà idea dell’imponenza della sua attività.

A documentare visivamente quanto sopra, il volume si correda di due inserti fotografici che servono non soltanto ad alleggerire la lettura, ma anche a trasportare i lettori in epoche passate, mettendoli davanti a diversi personaggi che hanno fatto grande la letteratura.

L’aspetto grafico-editoriale di questo volume è allettante, grazie al disegno di Henri Toulouse-Lautrec in copertina, alla carta paglierina, alla nitidezza dei caratteri e all’intelligente impaginazione. Invece ciò che lascia a desiderare è la forma dell’elaborato, che presenta numerosi refusi (molti di più dei pochi segnalati nel foglietto dell’errata-corrige), delle sviste anche grammaticali e una punteggiatura non sempre precisa. Inoltre affermare che nel 1900 ci sia stato un ciclo di tre guerre mondiali (p. 28) è singolare, tant’è vero che sulla prossima terza si sbizzarriscono i profeti di sventure. Risultano sbagliate pure certe date: ad esempio il trattato di Parigi fu firmato il 10 (e non 18).2.1947 (p. 24), il Rea morì nel 1994 e non nel 1944 (p. 205), la mostra del pittore Koch (nel libro erroneamente scritto Kock) fu fatta nel 1988 e non nel 198 (p. 337). I periodi, poi, non sempre sono chiari a causa delle proposizioni nominali (ellittiche); ci sono improprietà lessicali, pleonasmi e tautologie; e le numerose parole straniere (tranne qualcuna) non sono messe tra virgolette o in corsivo, come vorrebbe un uso rispettoso della lingua italiana. Perfino nelle espressioni o pagine in francese (lingua ben familiare a chi ha studiato in paesi francofoni), a parte le strane spaziature della punteggiatura, vi sono degli errori di grammatica, a cominciare dalla citata frase del Baudelaire in apertura del volume, nella quale erroneamente è scritto des multitude, anziché correttamente des multitudes; e infine certe correzioni suggerite nell’errata-corrige risultano esse stesse errate, inducendo i lettori a sbagliare a loro volta. Probabilmente ciò è dovuto alla mole del volume; ma è evidente che ci voleva una maggiore attenzione o una revisione da parte di terzi.

Infatti, quando un autore pubblica un libro, ipso facto s’espone a tutte le critiche, positive e negative, se non è lui stesso addirittura a sollecitarle con la richiesta di recensione ai critici; e la recensione ad un libro molto interessante come questo — per essere seria, completa e obiettiva — deve contenere anche i rilievi negativi, ai fini della propria credibilità, oltre che delle necessarie correzioni da far apportare in eventuali nuove edizioni.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, genn.-febbr.. 2010]


Francesco Alberto Giunta, Odisseus / Il secolo breve / Conoscenza e solitudine, Kairós, Napoli, 2011, pp. 338, € 16.

L’Odisseo di Francesco A. Giunta

Il nuovo libro Odisseus / Il secolo breve / Conoscenza e solitudine di Francesco A. Giunta (Kairós, Napoli, 2011, pp. 338, € 16) sembra il gemello del precedente Solitaire / Viaggio “clandestino” nell’infinito letterario e umano del Novecento: e ciò, non tanto perché uscito presso la stessa casa editrice, e quindi con analoga copertina, analoghi inserti fotografici, stessi colori e stessa impaginazione, quanto per il contenuto, il quale — nonostante che nel frontespizio interno il lavoro venga definito Saggio — in realtà presenta quasi interamente una serie di racconti autobiografici sulla linea di quelli del precedente libro e attinenti ai numerosi viaggi compiuti dall’autore nella sua lunga vita con tutti i mezzi possibili e immaginabili, fra cui spesso l’autostop. Questo fatto comporta parecchie ripetizioni — sia pure con varianti e arricchimenti — di quanto egli scrive nel presente libro e di quanto ha scritto nei precedenti.

Già la parola Odisseus (la cui traslitterazione esatta avrebbe dovuto essere Odysseus) è legata al concetto di viaggio; e Viaggio risulta scritto nel titolo del libro precedente e in quello della parte prima del presente, ma soprattutto esso è l’essenza della nutrita narrativa di quest’autore, il quale, con continue incursioni nel suo vissuto, porta alla ribalta la sua indiscutibile qualità di viaggiatore curioso, appassionato e attento, viandante o girovago o vagabondo impenitente come lui stesso si definisce qua e là.

Il primo e fondamentale viaggio da lui compiuto è quello — incredibile per quei tempi — che il Giunta effettuò partendo nel 1948 da Catania per Lovanio (in Belgio), dove si recò per proseguire gli studi: ma tutta la sua vita è stata un continuo peregrinare alla ricerca di “conoscenza e solitudine”, e quindi di sé stesso. Innumerevoli sono i luoghi — a volte i più impensabili — da lui visitati in tutte le parti del mondo: e forse sarebbe più facile elencare quelli in cui egli non è mai stato. Così in questo libro, come nei precedenti, si ripetono nomi, personaggi, vicende: il tutto dotato di spiegazioni e commenti, anche di natura politica.

Più volte si parla di Catania (città di residenza d’allora e della prima laurea), dell’Etna e di paesi circostanti, di Lovanio (città della seconda laurea), di Parigi (città del lavoro), di Roma (città di residenza d’ora) e via dicendo. Tornano più volte vicende come le attività lavorative anche umili e faticose espletate per mantenersi agli studi, diatribe fra fiamminghi e valloni, insulti agli emigrati italiani, specialmente siciliani (in Belgio ritenuti tutti mafiosi), incantevoli località storiche, archeologiche o semplicemente paesaggistiche, donne dai nomi cosmopoliti fluttuanti intorno all’autore, fra cui la fruttivendola Marie Légumineuse, la barbiera Jacqueline e l’aristocratica Nicole e in mezzo alle quali egli, come novello Ulisse che incontra nuovi miti e nuove sirene, riesce a barcamenarsi.

Nel libro si parla anche dell’incanto/inganno del Fascismo, della seconda guerra mondiale, di battaglie come quella di El Alamein, di bombardamenti aerei come quelli di Sicilia del 1943 e stragi come quella di Cefalonia, di povertà del dopoguerra, di speranze illusioni delusioni, di guerra fredda, della nascita dello Stato d’Israele e dell’idea d’Europa Unita, d’emigrazione, di logorio umano nelle miniere, d’istruzione e cultura, di libri letti: tutte cose su cui l’autore esprime di volta in volta personali informazioni, opinioni, pareri. E se possono riuscire stancanti gli elenchi di letterati, pittori e musicisti, nonché i dettagli storico-geografici relativi a città, vie e monumenti, non si può negare che siano molto belle ed efficaci certe descrizioni di paesaggi, sentimenti e passioni, come quelle liricizzate di Catania e Roma, che rivelano le qualità di poeta del Giunta e sono intrise di scioltezza e scorrevolezza.

L’urgenza autobiografica è tale che a volte invade quelli che avrebbero dovuto essere saggi veri e propri, quali “L’italiano oltre frontiera” e “L’errore di moda e la moda dell’errore”, nei quali tuttavia sono espresse considerazioni molto interessanti relativamente all’uso della lingua italiana, della cui purezza e correttezza il Giunta si dichiara amante e difensore: ad esempio, afferma giustamente che lo Stato, prima di tutelare le lingue di minoranza, deve tutelare — con decisione e serietà — la lingua nazionale. Peccato, però, che egli non accenni alla mania per le parole anglo-americane imperversante in Italia: una mania che sta snaturando la lingua italiana e di cui lui stesso nel discutere di moda dell’errore dà esempio scrivendo “i media” (p. 319 e prima a p. 153).

Quest’urgenza autobiografica scaturisce da un’intima esigenza di rivedere continuamente il suo passato, dal Giunta stesso ritenuto straordinario, e di renderlo noto agli altri, dato che i giovani, compresi i propri congiunti, non mostrano interesse a recepire la saggezza acquisita dagli anziani nelle multiformi esperienze. Quindi sono notevoli i meriti di questo libro per gl’insegnamenti che vengono elargiti alle nuove generazioni.

La parte prima, relativa ai viaggi risulta piuttosto pesante per la prolissità dei racconti e il periodare poco scorrevole. La parte seconda si legge meglio per la brevità dei testi ed è la più pregnante dal punto di vista culturale, perché contiene una rassegna (a volte con interviste) di scrittori vincitori o no del premio “Nobel” e resoconti giornalistici di convegni letterari, come quello di Penne (PE) sul Leopardi, da cui emerge il grande amore dei cinesi per il poeta di Recanati. Infine la parte terza presenta altre composizioni, come quella relativa al cappotto paterno affidato al fiume (vicenda precedentemente riferita) e una “Scrittura appo siculoitaliana per vive ricordanze”, in cui “appo” sembra stare per “pressoché” e che, pur facendo piacere a chi si ritrova in quella parlata, può essere capita appieno soltanto da chi parla e capisce lo stesso dialetto.

Complessivamente il libro si legge con una certa difficoltà, soprattutto a causa dell’incostanza dei tempi verbali, di proposizioni nominali (senza predicato) e di periodi privi di proposizione principale. Oltre a ciò ci sono numerose sviste ed errori veri e propri, di punteggiatura, morfologia e sintassi, nonché molte parole straniere non messe in corsivo o fra virgolette.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, sett.-dic. 2011]


Francesco Alberto Giunta, Pensando a Paternò / Racconti fugaci, Edizioni Fermenti, [Roma?] 2012, pp. 56, € 10.

“Pensando a Paternò / Racconti fugaci” di Francesco Alberto Giunta

Fotografie d’epoca, personaggi, angoli, processioni, cartoline e vedute varie della cittadina etnea

Il libretto Pensando a Paternò / Racconti fugaci di Francesco Alberto Giunta (Edizioni Fermenti, [Roma, ?] 2012, pp. 56, € 10) ha un contenuto interessante, specialmente per gli anziani paternesi che vivono lontano. Esso nella copertina presenta un’emblematica serigrafia del compianto ed indimenticabile pittore paternese Adamo Impallomeni (1939-1989), la quale induce a considerazioni geografiche, storiche ed affettive su Paternò. Ma, oltre a questa, numerose sono le illustrazioni, tutte in bianco e nero (un nero piuttosto intenso), che — seppur di ridotte o ridottissime dimensioni — costellano le pagine, a volte incorniciate nel contesto: si tratta di fotografie d’epoca, di personaggi, angoli e vedute varie di Paternò, processioni, cartoline... Alcune d’esse (come quelle dell’abbeveratoio di piano Cesarea e dell’antica chiesa della Madonna della Consolazione, ora inesistenti, e quella della banda dei carabinieri e del suo direttore nel concerto del 1947 a Paternò) sono preziose perché oggi non facilmente reperibili. E per avere tali fotografie l’autore s’è avvalso della collaborazione d’un fratello.

Nato a Paternò nel 1925, Francesco Alberto Giunta vi ha abitato ben poco: per la maggior parte della sua vita è stato in giro per il mondo, simile ad un nuovo Ulisse in cerca di sirene ed altri miti. In Italia è vissuto anche a Catania, a Potenza e a Roma, città nella quale attualmente risiede. La sua vasta produzione letteraria è incentrata principalmente su ricordi di viaggio, descrizioni di particolari inusuali, interviste a scrittori e ad altri personaggi famosi. I suoi numerosi libri, nei quali l’autore inevitabilmente ripete cose in precedenza scritte, escono frequentemente, quasi ogni anno: ad esempio, prima che si potesse recensire il presente libretto, è già arrivato il libro successivo, intitolato L’uomo dalle trasparenze (Kairòs, Napoli, 2012).

La sua città natale, nonostante la brevità della presenza, ovviamente gli è rimasta nel cuore: non soltanto perché gli ha dato i parenti, la lingua materna e la prima formazione, ma anche perché in essa il Giunta ha trascorso i momenti più drammatici della sua vita, consistenti nei feroci bombardamenti anglo-americani del 1943.

Delle sue vicende paternesi egli aveva parlato in alcune sue opere, ma ora vi ritorna più diffusamente in questo libretto.

Oltre ai bombardamenti, l’autore ricorda vie e piazze, edifici, personaggi, feste (particolarmente quelle di S. Barbara, Natale, Carnevale e Pasqua), mestieri, usi particolari (come quello di mascherarsi e “impegnare” per Carnevale), visite ai parenti, dialetto, cibi e dolci. Particolarmente interessanti i cenni ai mulini e ai pastifici d’una volta: in piazza S. Antonio un pastificio stendeva gli spaghetti su canne sostenute da trespoli per farli asciugare al sole (e la stessa cosa avveniva in piazza S. Francesco di Paola e altrove); come pure sono interessanti la rievocazione del teatro dell’opera dei pupi di don Alessandro Librizzi col suo colorito linguaggio, un pellegrinaggio al santuario con la tonaca da monachello, un’impressionante visita all’antico macello e certi giochi da osteria presto scomparsi.

In tutto ciò l’autore rivela il suo animo fortemente sensibile, rimasto legato a tante cose che compendiano la sua infanzia e la sua giovinezza; e nel rievocarle con viva partecipazione in realtà egli vuole riappropriarsi d’esse, della sua infanzia stessa e del suo modo d’essere stato. Egli non ignora che — se pur è stato un privilegiato viaggiatore e cittadino del mondo, il quale ha acquisito delle esperienze straordinarie — anzitutto è stato un cittadino del comune di Paternò, ricco di bellezze paesaggistiche (come l’Etna e la Piana di Catania), di storia, di costumi locali e di grande vivacità. Pertanto questo lavoro si configura come un modesto omaggio alla città natale e a tutti gli amici che in essa l’autore conserva. E sotto questo punto di vista certamente esso è ammirevole e apprezzabile.

Il libretto s’apre e si chiude con un’affettuosa presentazione di Pippo Virgillito, benemerito cultore di storia paternese, promotore e patrocinatore della valorizzazione del Giunta a Paternò, città in cui fra l’altro nel 2004 è stato conferito al Giunta stesso il premio “Tirsi Etneo”, andato ad aggiungersi agli altri da lui ottenuti altrove.

Dal punto di vista linguistico-letterario, anche questo volume — come i precedenti dello stesso autore — non sempre è corretto, scorrevole e chiaro, a causa di periodi lunghi, contorti e confusi. Basta vedere a p. 43 il secondo periodo di quasi 16 righe (compresa la riproduzione miniaturizzata d’una cartolina) e a p. 47 il primo periodo di quasi 14 righe (compresa la piccola immagine del Risorto). Inoltre la lingua presenta maiuscole e virgolette indebite, incostanza dei tempi verbali, improprietà lessicali ed altri errori di grammatica e di punteggiatura. Infine l’elaborazione grafica, sebbene l’impaginazione sia buona, è difettosa nelle spaziature.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, marzo 2013]


Corrado Gizzi, La Monarchia di Dante Alighieri, Edigrafital, S. Atto, 2005, pagg. 334, s. p.

LA MONARCHIA DI DANTE CURATA DA CORRADO GIZZI

Il poderoso volume di Corrado Gizzi «La Monarchia di Dante Alighieri illustrate da...» (Edigrafital, S. Atto, 2005, pagg. 334, s. p.) va segnalato almeno per quattro buone ragioni: l’attualità di gran parte del messaggio dantesco, l’opportunità del corredo critico, l’originalità del corredo iconografico e la qualità della forma grafico-editoriale.

Forse a qualcuno può fare arricciare il naso la pretesa che la Monarchia di Dante possa essere considerata attuale: l’impero universale sotto un unico imperatore che, non avendo più nulla da conquistare, potrebbe mantenere il mondo in pace — aspirazione vivissima di Dante — è stato sempre giudicato un’utopia. Inoltre Dante nel 1300 riteneva deviazioni politiche, rispetto alla monarchia universale, anche le democrazie, oltre che le oligarchie e le tirannidi. Eppure nella Società delle Nazioni Unite e nell’Unione Europea si può vedere una forma d’avvicinamento alle idee di Dante per lo sforzo di superare i nazionalismi ed erigere un’autorità e una forza militare al di sopra delle singole nazioni. C’è poi da tener presente il fatto che Dante in quest’opera e in altre ha esaltato i valori dell’Occidente, che sono la romanità e il cristianesimo; e quindi egli può essere considerato attuale in un momento particolare come il nostro in cui l’Europa è incalzata — se non minacciata — dall’Islam; e Dante stesso, dopo essere stato posto a simbolo dell’Italia, può quindi assurgere anche a simbolo dell’Europa. Infine non si dimentichi tutto il discorso dantesco relativo alla divisione dei poteri, il civile e il religioso, che fanno apparire il divino poeta come il pioniere della laicità dello Stato: un principio oggi pacifico e acquisito da tutti gli Stati occidentali, ma che a quei tempi fruttò alla Monarchia la condanna al rogo e all’Indice dei libri proibiti fino al 1881, dato che la Chiesa non riusciva ad accettare la sollecitazione dantesca ad abbandonare il potere temporale per il suo stesso bene: sollecitazione ribadita dai nostri patrioti durante il Risorgimento, i quali in cambio ricevettero dall’autorità pontificia scomuniche, cannonate, pene corporali e capitali. E questo è in estrema sintesi il messaggio di quest’opera dantesca, che, nonostante l’elevatezza del pensiero, si legge volentieri anche per i numerosi echi della Divina Commedia percepibili in concetti e perfino parole: un messaggio qui reso accessibile a tutti grazie all’eccellente traduzione in italiano (della quale purtroppo non è indicato l’autore) a fronte dell’originale testo latino.

L’opportuno corredo critico contiene saggi di Corrado Gizzi, che riassume il pensiero di Dante, sottolineandone i motivi pregnanti; di Carlo Fabrizio Carli e Renato Civello, che s’occupano della parte figurativa; di Mario Marti e Francesco Mazzoni, nella cui giustificazione del culto di Dante e della conseguente sterminata bibliografia s’avverte subito la mano degli addetti ai lavori. In particolare non può essere passata sotto silenzio l’affermazione del Marti secondo cui per impostare un buon ciclo di lecturae Dantis “basta una persona di buona volontà, che sappia operare efficacemente nell’ambito di un qualsiasi ‘circolo culturale’ o di una qualsiasi scuola”. E con ciò evidentemente si danno indicazioni per la doverosa prosecuzione di questo stesso culto.

Una segnalazione particolare merita l’originalità del corredo iconografico, perché, se è già ardito ripubblicare oggi un testo come la Monarchia di Dante, ancor più ardito è far sì che tale testo possa essere illustrato, data la concettosità del contenuto, in cui scarsi sono gli elementi narrativi. Un conto è illustrare la Vita Nuova o la Divina Commedia, per le quali esistono illustrazioni a non finire, spesso ad opera degli artisti più significativi dei vari secoli, un altro conto è pretendere d’illustrare la Monarchia, per la quale non esistono precedenti illustrazioni. Possono mettersi su tela i postulati, i sillogismi e i corollari di Dante, la Politica d’Aristotele o la Summa di S. Tommaso? I sei eminenti artisti che ora hanno illustrato la Monarchia (Andrea Volo, Piero Vignozzi, Luca Vernizzi, Robert W. Carroll, Giovanni Iudice e Claudio Bonichi) ci hanno provato; e in ogni caso i loro tentativi sono ammirevoli, non soltanto quando le immagini con la loro vivezza e la loro aderenza al testo ne illuminano il senso, ma anche quando alcune, a parte l’astrattismo, sembrano non avere nulla a che vedere con l’opera dantesca e per giunta le spiegazioni fornite dagli stessi artisti ad integrazione delle illustrazioni sembrano arrampicarsi sugli specchi per la loro genericità o astrusità; e in certi casi sembra potersi concludere che la Monarchia sia servita agl’illustratori piuttosto che le illustrazioni siano servite al testo. Tuttavia c’è da sottolineare una frase emblematica del Bonichi, il quale vede nella Monarchia “il sogno di un esule stanco, malato di rancore e di nostalgia”.

Un elogio va poi alla prestigiosa edizione: oltre 300 pagine grandi quasi come una cartella, con copertina rigida, robusta carta patinata, caratteri nitidi, una quarantina di tavole e relative didascalie, anche se nell’opera non mancano dei refusi, date sbagliate, periodi poco scorrevoli e sviste varie, particolarmente presenti in alcuni degl’interventi inclusi. Inoltre d’acchito colpisce il lettore l’errata intitolazione «La Monarchia di Dante Alighieri illustrate...» (che si ripete nel frontespizio di copertina, nel dorso e nella prima pagina, mentre soltanto nel frontespizio interno il participio passato risulta corretto in Illustrata).

Ovviamente il principale merito dell’iniziativa editoriale spetta all’infaticabile Corrado Gizzi, che ha fondato e gestisce la Casa di Dante in Abruzzo (della quale è data ampia documentazione nelle pagine finali), organizzando da decenni convegni e mostre e pubblicando volumi, anche se come autore di questo volume indebitamente figura lui (che ha firmato soltanto il sia pur cospicuo saggio d’apertura), mentre avrebbe dovuto figurare come curatore. Infatti nel catalogo telematico dell’Istituto Centrale per il Catalogo Unico (ICCU) come autore di quest’opera risulta Alighieri, Dante; ed essa è schedata nel modo seguente: Alighieri, Dante - La Monarchia di Dante Alighieri / [a cura di] Corrado Gizzi...

La stessa cosa il Gizzi aveva fatto precedentemente, indicando sé stesso come autore del volume «La Vita Nuova di Dante Alighieri» da lui curato nel 1993.

Carmelo Ciccia

[“Miscellanea”, S. Mango Piemonte, nov.-dic. 2006]


Mario Grasso, La crescenza / romanzo di misteri italiani, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2005-2006, pagg. 212, s. p.

. Alla già cospicua produzione di Mario Grasso, scrittore siciliano che da parecchi anni domina la scena letteraria con libri e articoli (questi ultimi frequentemente apparsi sul quotidiano “La Sicilia” di Catania) s’aggiunge ora questo volume che fin dal titolo si rivela allettante. E se, attratto dal titolo, il lettore probabilmente comincia la lettura dal racconto omonimo, verso la fine della raccolta, allora si rende subito conto della particolarità di questa narrativa, che affonda le sue radici nell’humus siciliano, o meglio in certa mentalità siciliana, forse per la sua contiguità col mondo greco-antico portata al mito come racconto di cose straordinarie, mirabolanti, assurde.

Ciò potrebbe farci pensare al Pirandello; ma l’assurdo pirandelliano porta alla ribalta situazioni che ¾ per quanto strane o paradossali ¾ sono comunque riscontrabili nella realtà della vita umana, perché questa è fatta anche di tali cose. Nel caso del Grasso, invece, esse sono un prodotto dell’accesa fantasticheria dell’autore, spinta ¾ secondo i casi ¾ all’eretismo mentale, all’elucubrazione, al parossismo, all’allucinazione, al surreale. Se a tutto ciò aggiungiamo lo stile palesemente ironico dell’autore, con frequenti allusioni, allora abbiamo un quadro piuttosto chiaro di questa narrativa. E quel che meraviglia è forse il fatto che ad una vicenda incredibile, sia pure raccontata e giurata per vera, ne subentra subito un’altra più incredibile; e a questa un’altra ancora, come in uno spettacolo di fuochi d’artificio la cui conclusione sembra non arrivare mai. Insomma all’incredibile non c’è fine.

Nella prima parte (intitolata Magistrati), dominano vicende giudiziarie e mafiose (o presunte tali), sempre in chiave di paradosso, oltre che di giallo e di horror (vedi ascensori con pulsanti magici, ghigliottine, stragi, sedute spiritiche e maxilenzuola in cimitero che si dissolvono come bolle di sapone). Nella seconda (intitolata Fantasmi) l’autore si sbizzarrisce ad inventare “La banca del braccio” (in analogia con la banca del sangue, quella del seme, ecc.), in cui i donatori fanno a gara per farsi asportare braccia da donare; per non parlare del vaccino che riduce la vista ai vedenti e la dà ai ciechi, di mostri acquattati nelle profondità d’un laghetto, d’un imperatore che appare-sparisce-riappare, di fantasmi e crozze (= “teschi”) a Noto e di spirdi (“spiriti, spettri”) a Comiso. Nella terza (intitolata Sortilegi) il racconto d’apertura “La crescenza” è impostato su una casuale escrescenza, all’inizio grande come una lenticchia, la quale, oltre ad essere fonte di crescente ansietà, continua a crescere fino a quando si trasforma in un altro individuo, si direbbe gemello, attaccato al protagonista, che a sua volta si riduce ai minimi termini. In quest’ultima parte inoltre ci sono: i misteri d’Ustica, che con la sua Fossa del Tirreno dà l’occasione per evocare anche l’annegamento d’Ippolito Nievo, miliardi di lire che girano ad Acireale (città dell’autore), messaggi in bottiglia, vetri e indumenti che si polverizzano al tocco d’una mano, la sirena adriatica Anzella che s’accoppia con uomini, dando origine alla stirpe del protagonista, e che ci ricorda la Lighea del Tomasi di Lampedusa, nonché assalti di lupi che però sanno anche rendere onori militareschi a chi torna indietro e li lascia in pace.

Un’apposita considerazione merita l’espressione linguistica di quest’autore. Per quanto riguarda il lessico, infatti, l’inventiva s’estende dai fatti ai nomi: si resta sbalorditi dal pullulare di nomi inventati o storpiati (di luoghi, persone, animali, cose), quali Blebèa, Bobonìa, pamparissi, vriclastina, suecicquascicqua, medianta, slaliuloe… Tuttavia, oltre al fatto che la prima parte abbonda di termini del gergo forense e che ci sono anche espressioni in latino, l’intero libro è pieno di vocaboli (a volte intere righe) in dialetto siciliano, che solo qualche rarissima volta vengono tradotti in italiano e che solitamente non sono né fra virgolette né scritti in corsivo. Ciò, però, se da un lato dà il sapore d’una forte sicilianità, con una specie di piena immersione in essa, dall’altro costituisce un limite alla comprensibilità generale; e quindi sarebbe stata necessaria la traduzione almeno in nota. Un’opera interamente in dialetto può benissimo raggiungere l’arte, anche se aprioristicamente è rivolta ad un pubblico più o meno circoscritto e predeterminato: ma una linguisticamente ibrida costringe i lettori a fare dei salti mentali.

Al riguardo è il caso di ricordare che il Verga ottenne notevoli effetti linguistici di sicilianità senza adoperare parole dialettali, ma soltanto assumendo moduli espressivo-strutturali dal dialetto; e che in ogni caso il disinvolto miscuglio di parole appartenenti alla lingua italiana e d'altre estranee ad essa (latine, straniere, gergali, dialettali o semplicemente inventate dall’autore stesso), specialmente quando mancano le differenziazioni tipografiche e si usano espressioni tipiche d’un’area linguistica (quella etnea) sconosciute in altre aree della stessa Sicilia, se ad alcuni lettori può far piacere (per colore locale, valorizzazione di lingue materne o analogo modo di procedere di scrittori quali A. Fogazzaro, G. D’Annunzio, C. E. Gadda, S. D’Arrigo, A. Camilleri, ecc.), a molti altri provoca fastidio a causa delle zone d’ombra e quindi d’incomprensione che può suscitare.

Però, superate queste difficoltà, complessivamente il testo risulta scorrevole, anzi in certe pagine assume un andamento ritmico e a volte lirico, quasi mutando le righe in versi di poesia, anche se in certe pagine avrebbe avuto bisogno d’un maggior controllo delle ellissi, della punteggiatura, dei refusi e delle sviste varie.

A proposito di traduzioni, poi, a pag. 126 l’autore non sa spiegarsi l’espressione dialettale “trona di fimminuna” in una traduzione in cui trona è inteso per “tuoni”. In realtà in questo caso trona appare piuttosto come una femminilizzazione del maschile tronu (dal greco thrónos = “trono, dignità regale”), e qui è riferito all’aspetto maestoso d’una bella donna, simile all’altra più avanti descritta come “una grandama, uno stendardo di femmina rossa” (pag. 146).

In chiusura d’un lavoro siffatto che pure fa divertire, l’autore, il quale tende ad identificarsi con quell’“ironico narratore solitario, che si rifiutava di proporre storie d’amore nei suoi libri, prediligendo vicende surreali”, cerca di dare una risposta a chi si dovesse chiedere il perché d’una simile narrativa: “assurdi sortilegi, inesplicabili fantasmi, come allegorie di quelle subdole angosce collettive capaci davvero di avvelenare le stesse gioie eterne dell’amore” (pag. 209).

È attendibile questa conclusione? Mistero anche questo, in un libro che come sottotitolo reca la precisazione “romanzo di misteri italiani”.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag. 2007]


Alfredo Grimaldi, Le zitelle, Todariana, Milano, 1972, pagg. 152.

Sulle orme del Palazzeschi

L’IRONICA NARRATIVA DI GRIMALDI-MASI

Giuseppe Masi, nato a Firenze nel 1915, fu docente di storia e filosofia nei licei di Bologna, città in cui visse fino alla morte, avvenuta nel 2007. In tale veste pubblicò una serie di trattati filosofici, che gli procurarono anche la cattedra di storia della filosofia antica nell’università della stessa Bologna. Ma dalla personalità del Masi fiorirono un narratore e un poeta che assunsero i nomi di Sirio Stella e più diffusamente d’Alfredo Grimaldi, tanto che proprio con lo pseudonimo d’Alfredo Grimaldi lo scrittore brilla come autore d’una serie di sapide narrazioni a sfondo ironico, molto raffinate e ricercate, quali si hanno nei seguenti libri: Le zitelle (1972), Il cane cinese (1982), Il gatto siamese (1984), Il figlio dell'ufficiale (1985), Marta (1985), L’ultima estate (1987), La carriera di un libertino (1987), La dea bambina (1991), Oltre le dune (1992), Le donne (1999), L’ignoto. Il sogno (2001), Tra le quinte del liceo. L’orologio a pendolo (2002), Il palloncino rosso e altri racconti (2002), La partenza (2003), Il sogno (2004), Angelina e altri racconti (2004), La croce di Sant’ Elpidio. Il lupo di Sestola (2005).

In questa sede non prendiamo in esame il Masi filosofo, che certamente riscosse notorietà per l’importanza degli argomenti trattati, riguardanti filosofi e filosofie del passato e del presente; come pure non accenniamo alle opere di poesia, perché ciò che più urge è l’ironica narrativa d’Alfredo Grimaldi. E, per esemplificare i caratteri di tale narrativa, ci soffermiamo sulla prima sua opera, e cioè il libro di racconti Le Zitelle (Todariana, Milano, 1972, pagg. 152), perché questo in realtà è il suo capolavoro: un classico dell’umorismo.

Anzitutto c’è da chiedersi: ma che diavolo hanno fatto di male le zitelle ad Alfredo Grimaldi, perché costui s’accanisca contro di loro? Francamente è il caso di porsi questa domanda. Eppure questo libro interessa di più per un altro motivo: esso è uno dei migliori testi di narrativa del Novecento. In una serie di quadri, ora di piccole ora di grandi dimensioni — che sembrerebbero racconti a sé stanti, ma sono collegati da unità di logica, tono e carattere — l’autore ci presenta alcuni esemplari di zitelle, ne coglie i tratti somatici, ne segue i movimenti, ne descrive la vita e le immancabili delusioni.

C’era un precedente illustre in questo campo: il romanzo Sorelle Materassi d’Aldo Palazzeschi, fiorentino anche lui e anche lui, all’anagrafe Aldo Giurlani, usante uno pseudonimo per le sue pubblicazioni. Ed è a questo autore che si collega il Grimaldi, il quale dedica al suo concittadino uno di questi racconti, superando a volte il maestro stesso.

Il Grimaldi ha dei toscani l’arguzia, la rapidità delle pennellate, la ricchezza dei colori. Egli si è ispirato alle “signorine” della terza (e quarta) età; ma se quest’età dovrebbe suscitare in tutti rispetto, compatimento e solidarietà, le zitelle per lui meritano beffe soltanto perché non ce l’hanno fatta a sposarsi e a volte mostrano vanagloria e falsità o si dibattono nei problemi del loro stato, afflitte come sono dal naturale e mai estinto bisogno d’essere femmine e madri.

Guardàtene i lineamenti, i movimenti, gli atti così come li descrive l’autore: per lui tutto è goffo in loro; per lui tutte sono maschere di Carnevale, marionette, mentecatte. E invariabilmente finiscono nelle chiese: chiamate sempre in modo spregiativo (beghine, pinzòchere, bigotte, befane), passano la loro esistenza innamorandosi di preti e santi, pulendo altari, recitando meccanicamente rosari e giaculatorie, pettegolando, storpiando le parole latine (di cui nulla capiscono). E qui l’autore dimostra d’avere una perfetta conoscenza della liturgia ecclesiastica (tranne un introibo a pag. 98 che sta per “introito”, ma forse è un refuso). Litanie e formule anche in latino, riti, misteri, oggetti, paramenti, genuflessioni e altri gesti sacri: tutto ci fa pensare ch’egli sia stato un chierico, un sacrestano, un prete mancato o spretato, che con fredda cattiveria spara a zero contro le povere beghine, pardon! “signorine”. E nel far questo è freddo e malvagio, ripetiamo. Ma a lui che importa di ciò che la gente dice di lui stesso? Importa soltanto la riuscita dei suoi quadri. Infatti, non per nulla l’autore nella sua casa collezionava buoni quadri d’arte. E ne nasce un libro che per vivacità, astuzia e sapidità, per correttezza grammaticale, ricchezza lessicale e articolazione strutturale è un‘opera straordinaria. Finalmente un libro d’autore toscano, si direbbe, quindi un buon libro linguisticamente parlando, un libro che attinge ad una millenaria tradizione linguistico-letteraria.

In questo libro ci sono le zitelle che vanno a confessarsi più volte al giorno convinte di far peccato in tutto, ma sognando sempre un uomo nudo che poi veramente incontrano; quella che fruga nella spazzatura; quelle che rassettano chiese e cappelle, poi litigano perché una ha avuto un figlio clandestinamente e poi si rappacificano pensando al valore d’un figlio; quella (sguattera) che riceve per sbaglio un biglietto d’amore e ci fantastica su; quella che combina matrimoni; quella che s’innamora d’un santo di cartapesta e se lo rovescia addosso per abbracciarlo; quella che fa da guardiana ai cessi pubblici; quella che s’innamora del suo cane fino a morire con esso; quella che porta disgrazia; quella che spinge la carrozzina prima con la mamma paralitica e poi con bambini non suoi; quella che fa da madre ai gatti; quelle (suore) innamorate che si contendono l’amore di Gesù, particolarmente di Gesù Bambino; quella dalle gambe paralitiche; quelle che in chiesa hanno a che fare con una prostituta e temono-sperano d’essere amate-violentate dai “clienti” di lei; quella nana, gobba davanti e di dietro, lussata all’anca, che adora i bambini e quando può ne bacia qualcuno; quelle che s’innamorano d’un frate rosso (che poi per diabolica metamorfosi appare come un diavolo vero e proprio) e con blasfeme invocazioni vanno implorando Satana, con cui vogliono accoppiarsi e a cui cedono le loro anime; quella che ha un tale pudore da rifiutare di farsi visitare dai medici, ma alla fine esibisce ai chirurghi la sua verginità; quella che non tollera la gioventù spensierata e sprezzante e trama un misfatto contro una ragazza-madre; quella che accompagna tutti i morti ai funerali; quella magra e quella grassa che s’innamorano del padrone; quella che venera una ciabatta; quelle (tre grazie) che, rovinate dall’alterigia per la loro divina bellezza, si rodono il fegato perché una donna brutta trova marito; quelle che si recano in villeggiatura e alla stazione o in treno costituiscono uno squallido quadro; e a conclusione quella emblematica che a nome di tutte si lamenta in versi per la sua condizione di zitella e chiede il cambio della vita: “Padre, mio Dio, perché / tu mi facesti donna? / E perché mai in questo scempio / mi lasci? Non ho figli / né marito né amanti...”

Quelle, quelle, quelle; sempre zitelle, più o meno stagionate. Il Grimaldi è verso di loro impietoso e graffiante; altro che le sorelle dei romanzi di Cechov, Palazzeschi e Tomasi di Lampedusa! Il Grimaldi per fare un libro ironico e umoristico fissa espressioni e scene, calcando la mano con spregiudicatezza e senza preoccupazioni morali: e con ciò spesso raggiunge esiti d’alto lirismo. Bastano poche pennellate e i quadri sono fatti.

I personaggi del Grimaldi sono delle masse, delle sagome informi prive d’umanità nell’apparenza e nella sostanza; non esseri umani, quindi, ma oscene marionette le quali destano più raccapriccio che commiserazione. Nelle caricature grimaldiane gli elementi iconografici più frequenti sono: eccesso di grasso o di magro, bocche sdentate, capelli irti, manone, gobbe davanti e di dietro, piedoni, vestiari d’altri tempi e per giunta consunti, colori lugubri, portamento goffo, voci stridule; e poi immaginette sacre, corone di rosario, mantelle da spaventapasseri, cappelli come tubi o pignatte o caffettiere.

Insomma, Le zitelle d’Alfredo Grimaldi, pur non essendo un libro di barzellette, sono un libro che fa divertire, ma nella sua comicità fa pensare: dobbiamo prendere la vita così come viene, perché la vita, nella sua serietà/seriosità, ha dei lati comici che la rendono gradevole anche nelle disavventure. Soprattutto ci fa pensare che è insopprimibile il bisogno della donna di vivere da femmina e madre. Ogni donna ha il diritto di realizzare la sua sessualità, perché così la natura comanda: sicché ogni freno o impedimento — provenga da lei stessa o da altri, da necessità o virtù, da condizioni economiche o convenzioni sociali — è un andare contro natura.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2009]


Antonia Izzi Rufo, Per una lettura della Vita Nuova di Dante, Accademia “Il convivio”, Castiglione di Sicilia, s.d., pagg. 48, s.p.

L’elegante forma grafico-editoriale, i caratteri nitidi, la buona impaginazione, la brevità e l’assenza di refusi ed altri errori fanno sì che quest’opuscolo si legga piacevolmente e che il messaggio dell’autrice venga agevolmente recepito. Non è che lei dica chissà che di nuovo: soltanto inquadra e presenta la Vita Nuova di Dante sulla scorta dei critici indicati in bibliografia. Eppure il saggio, classificatosi al 2° posto in un concorso letterario indetto dall’accademia siciliana “Il convivio”, si rivela molto interessante, accattivante e utile, nonostante alcune ripetizioni di parole e di concetti; per la qual cosa potrebbe essere consigliato specialmente agli studenti.

Originale narrazione è anzitutto la “libera interpretazione” iniziale, che si sostanzia di elementi ora fantastici ora dottrinali. Successivamente il commento, la trama, le citazioni e la scelta dei brani concorrono alla validità del lavoro, che nel suo piccolo si configura come un sintetico vademecum da allegare all’opera dantesca. Forse l’autrice, che si è già imposta all’attenzione dei lettori per numerose opere di vario genere, ha trovato in questo saggio una sua congenialità. D’altronde esso riguarda un grande poeta: e lei è particolarmente versata nella poesia, nella quale ha già avuto parecchi riconoscimenti.

Infine alla gradevolezza dell’opuscolo Per una lettura della Vita Nuova di Dante d’Antonia Izzi Rufo contribuisce il modo di porgere, cioè la semplicità dello stile e la chiarezza del dettato, certamente più accessibile d’un minuzioso e pesante trattato.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, genn.-apr. 2006]


Alessandra Jesi Soligoni, L’eredità dei Bisnenti (De Agostini, Novara, 1998, pagg. 208, € 8, 1^ ediz. 1983, ultima 2010).

Da un quarto di secolo e oltre Alessandra Jesi Soligoni si dedica alla narrativa per ragazzi, pubblicando non soltanto con case editrici locali, ma anche con altre case importanti, quali AMZ, De Agostini, Le Monnier, Mondadori, Salani, San Paolo, ecc.

Nel romanzo L’eredità dei Bisnenti la scrittrice veneta ambienta la sua narrazione fra la campagna del Montello (TV) e la città di Torino. Premesso che — a quanto l’autrice stessa spiega — i bisnenti nel dialetto locale erano coloro che, assolutamente privi di mezzi di sussistenza e quindi “due volte niente”, s’erano installati nel bosco e vivevano di legna, funghi, frutti selvatici e selvaggina, fino a quando con l’unità d’Italia non furono snidati e immessi nei centri urbani, l’autrice narra che il vecchio Giacomo Bisnenti vive e lavora in una tenuta chiamata Boschetta, mentre cercando migliori condizioni di vita suo fratello Antonio è emigrato in Brasile e suo figlio Giuseppe a Torino con la moglie Leonilde e il figlio Vincenzo. Costui, però, è finito nel giro della droga, costituendo un serio problema per i genitori e per il lontano nonno.

Nasce quindi un confronto fra la vita stentata ma serena della Boschetta e quella agiata ma inquieta di Torino. Quando viene a sapere che il nipote è ricoverato in un ospedale, Giacomo si reca a Torino, ma con risultati non immediatamente tangibili: egli riesce a seminare il bene tramite un’ex amica di Vincenzo e ritorna deluso al paese, accolto dal fedele cane Bul. Ma la sua morte — da lui accettata con naturalezza e prima della quale egli ha venduto la Boschetta per fornire al figlio i soldi necessari alla cura del diciassettenne e lasciato in eredità la casa allo stesso — fa sì che il giovane, scappato dall’ospedale e appresa la notizia della morte del nonno, si rechi come un moribondo pidocchioso a salutarne la salma e si rappacifichi con quel mondo prima aborrito, addirittura “scortato” dal rumore degli zoccoli del defunto, che qui assurgono al ruolo d’incoraggiante simbolo, proprio com’era negli auspici del defunto.

Come si vede, molti sono i problemi evidenziati: l’abbandono delle campagne, l’urbanesimo, l’alienazione della vita cittadina, lo scontro o taglio netto fra due generazioni, le difficoltà educative dovute al fatto che gli anziani non si rendono conto che il mondo gira e cambia, il ruolo della donna che ad ogni modo l’autrice più volte difende. Sembra che i giovani si droghino per non essere da meno degli altri, ma ci sono altre motivazioni. A Torino il vecchio nota una concezione disumana dell’esistenza e nei giovani incontrati per le strade “una barbarie di modi, di parola, che lo colpivano, l’offendevano...”; essi gli sembrano senza futuro perché senza fede: “Strani bambini, prepotenti, sfacciati, sfrenati, che quasi incutevano paura”. E l’autrice afferma: “Una società che uccide i propri giovani […] è una società sterile” (p. 68).

Ne emerge che i genitori non sanno più dare ai figli ideali e valori (famiglia, amicizia, lavoro, ecc.). Alle cause della deriva della gioventù prospettate dall’autrice, si potrebbero aggiungere l’assenza d’una vera religiosità e l’effetto corrosivo della televisione e d’Internet, queste ultime divenute diseducatrici ufficiali della gioventù, senza che chi ne ha il potere faccia alcunché per la migliore formazione di quella che sarà la società di domani.

Ma oltre che nella trama, a volte emozionante se non commovente, e nei problemi sollevati, la validità del libro consiste anche nel largo apparato didattico, curato dalla stessa autrice: le note esplicative recano costantemente l’etimologia dei termini (dal latino, dal greco e dal dialetto); gli approfondimenti presentano varie questioni, come il paesaggio rurale fra Ottocento e Novecento col sottosviluppo di certe regioni, l’emigrazione, la prima guerra mondiale, i bisnenti, i rapporti campagna-città, il senso della tradizione, la droga e i giovani; e sedici schede, corrispondenti ai sedici capitoli (e ciascuna suddivisa in “L’ambiente”, “I personaggi”, “L’epoca”, “La trama” e “Osserviamo la lingua”) chiariscono il testo, ne facilitano la comprensione e propongono esercizi e nuove soluzioni. L’autrice arriva anche a chiedere ai lettori di scrivere a lei e di fare una recensione del libro medesimo, per la quale in apposita scheda fornisce i parametri dell’esecuzione.

E non mancano note di poesia, come quando l’autrice descrive i colori cangianti del Montello, noto proprio per il paesaggio autunnale, oltre che per le battaglie e gli atti d’eroismo nella prima guerra mondiale.

Nonostante qualche rara svista, la forma grafico-editoriale è elegante e curata, con caratteri nitidi ed ottima impaginazione. Il periodare è chiaro, scorrevole e invitante, tanto da avvincere il lettore e condurlo presto al termine della narrazione. I personaggi sono ben delineati nelle loro caratteristiche fisiche e psicologiche, specialmente i protagonisti, e le vicende narrate sono vive e presenti. Nella comprensione della psicologia adolescenziale l’autrice è stata certamente agevolata dalla sua professione d’insegnante nelle scuole medie.

In conclusione, Alessandra Jesi Soligoni si dimostra una scrittrice provetta, capace di coinvolgere i lettori e di fare del bene alla gioventù e alla società. Infatti l’opera è d’alto profilo letterario, umano e sociale; ed è consigliabile non soltanto ai ragazzi, ma anche ai genitori, ai docenti e a quanti amano le buone letture.

Carmelo Ciccia

[ “Talento”, Torino, n° 3/2010]


Alessandra Jesi Soligoni, Centauro di carta, Aurelia, Asolo, 2012, pagg. 120, € 13,50.

“Centauro di carta” di Alessandra Jesi Soligoni

Figli morti in incidenti stradali e genitori straziati dal dolore

La trevigiana Alessandra Jesi Soligoni, nota scrittrice per l’adolescenza, ha prodotto una serie di fortunati romanzi, a volte usciti in più edizioni, in cui ha affrontato varie tematiche relative a quest’età certamente difficile per l’educazione e la crescita. Ora lei nel romanzo Centauro di carta (Aurelia, Asolo, 2012, pp. 120, € 13,50) non soltanto è tornata su queste tematiche con un sedicenne appassionato di motociclette e presto morto in un incidente, ma ha anche scandagliato con fine analisi psicologica le figure dei dolenti genitori, e in particolare quella della madre.

In varie pagine il giovane Marco è definito viziato, prepotente, tiranno, invasato. Disubbidiente come Icaro, egli non ascolta le parole dei genitori e fa tutto di testa sua. Bocciato a scuola, coltiva la passione per il motociclismo, ammirando in camera sua un grande affisso riproducente un centauro, fino a farsi acquistare una potente motocicletta dal padre, nonostante l’opposizione della madre che ne paventa i pericoli. Ma egli poco dopo trova la morte nel tentativo d’emulare un corridore su un percorso di gara che il padre pur gli aveva proibito di tentare subito. E così il centauro di carta dell’affisso murale rappresenta la fragilità d’un principiante che nella sua presunzione si sbriciola per imprudenza e imperizia.

Dopo l’incidente la madre si barcamena fra realtà, fantasia e follia, costringe il marito ad una lunga vacanza solitaria e nella solitudine d’una città agostana entra in una dimensione surreale, farneticando col figlio morto e cercando ambienti, cose e persone che il figlio stesso frequentava, fra cui la fidanzatina Luisa. Fra gli ambienti ovviamente c’è la scuola, che in Settembre si rianima e pullula di vita. E quando lei si fa condurre al luogo dell’incidente, la croce posta da qualche pia mano non le dice niente, perché lei ha perso la fede e le riesce difficile incontrarsi con Cristo. Il vuoto domina e nemmeno la magia dei colori autunnali ha più qualcosa da esprimere, perché nell’opinione della madre il figlio è morto volando in cerca della bellezza e dell’armonia dell’universo e nel vano tentativo di conquistarsi l’attenzione d’un amico.

A questo punto forse i lettori s’aspetterebbero una decisione di divorzio dei coniugi, ognuno dei quali imputava all’altro la responsabilità dell’accaduto. Ma non è così: dopo un periodo di tensioni e dopo che la madre ha scoperto nel diario di Marco l’inquietante frase “Perché mi hanno messo al mondo?”, ognuno dei due riconosce la sua responsabilità e aiuta l’altro a venirne fuori; la coppia si ricompatta e alla fine la madre ad un compagno del figlio invitato a casa non soltanto regala un oggetto fra quelli di Marco a lui piacente, e nella fattispecie il famigerato centauro di carta dell’affisso murale (che così viene rimosso da quella casa), ma addirittura gli annuncia in un pianto di liberazione la prossima nascita d’un fratello del defunto.

In conclusione non si può non sottolineare la molteplice positività di questo lavoro: l’autrice, che ha partecipato da esperta a convegni e seminari sull’educazione giovanile, lancia un messaggio importante affinché i genitori non siano sempre condiscendenti coi figli e non facciano sì che per loro, come per il protagonista di questo romanzo, i sogni, gl’ideali e lo scopo stesso della vita si riducano al binomio “una moto e una ragazza”. Altro messaggio importante consiste nel mantenimento e anzi nel rafforzamento del vincolo coniugale in situazioni così drammatiche, al di là del ricorso al facile divorzio. A quest’ultimo riguardo, questo romanzo richiama Piccolo mondo antico d’Antonio Fogazzaro, in cui c’è una figlia che muore in tenera età, mentre i genitori, dopo un periodo d’incomprensioni e di distanza, nonché di perdita della fede da parte della madre, si ricompattano e nella nuova intesa concepiscono un altro figlio.

La forma grafico-editoriale di questo libro è elegante, pur con qualche capoverso non rientrante, e il romanzo si legge piacevolmente, nonostante qualche svista (ad es. a p. 75 Luisa deve intendersi Eleonora) e una punteggiatura carente nei vocativi, che può suscitare equivoci d’interpretazione. Le parole straniere non sono tipograficamente differenziate, ma l’autrice biasima la mania d’imporre nomi stranieri ai figli (ad es. a p.77 scrive: “Strano nome Rudy. Meglio Rodolfo”).

Con tutto ciò il romanzo Centauro di carta d’Alessandra Jesi Soligoni va consigliato non soltanto ai figli, ma anche ai genitori e ai docenti, dato il delicato compito a cui sono chiamati.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, ott. 2014]


Mario Landolfi, La famiglia nel teatro di Eduardo, Laceno, Atripalda (AV), 2005, pagg. 96, euro 8.

Mario Landolfi ha al suo attivo vari saggi di critica letteraria su scrittori del Novecento e qualcuno anche sulla realtà storico-culturale del Meridione. A quest’ultimo riguardo molto interessante è il suo recente saggio “L’antico splendore della Magna Grecia” che apre il numero di apr.-giu. 2005 della rivista “La procellaria” di Reggio di Calabria, anche se esso contiene l’erronea affermazione che Caronda fosse nato a Reggio: un’affermazione — questa — che non risulta in nessuno degli autori classici che trattarono di quel personaggio, il quale a Reggio era un immigrato che poi diventò legislatore anche di quella città. (Cfr. C. Ciccia, Caronda, l’antico legislatore catanese, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2001).

Ora il Landolfi ha rivolto la sua attenzione al teatro di Eduardo, soffermandosi in particolare sul ruolo della famiglia in tale teatro. Però è chiaro che, trattando della famiglia, egli non si limita alla specifica commedia intitolata Mia famiglia del 1955, ma scandaglia l’intero teatro d’Eduardo nella sua successione temporale e in tutte le sue componenti, facendone perciò un’analisi completa fortemente orientata alla socialità.

Premesso che lo stesso Eduardo pose la seconda guerra mondiale a discrimine della sua produzione, il Landolfi riconosce che trattare della famiglia nel teatro d’Eduardo significa trattare della famiglia nella società italiana a cavallo di questa guerra: perciò questo saggio oscilla fra critica letteraria e indagine sociologica. A quest’ultimo riguardo particolare importanza hanno i capitoli iniziali in cui l’autore indaga sui mutamenti della famiglia nel corso del sec. XX, sul teatro italiano prima d’Eduardo e sull’approccio al tema della famiglia.

Nel saggio del Landolfi il teatro d’Eduardo appare come specchio delle condizioni della società dell’epoca, che ne possiede le tensioni e le contraddizioni, in un mutamento continuo causato dal mutare dei costumi, dei valori, degli obiettivi: dall’acquiescenza a codificate regole di vita alla trasgressione d’esse indotta da nuovi fermenti ed aspirazioni. Inoltre in un certo periodo esso risente anche delle tensioni internazionali dovute alla “guerra fredda” e alla paura d’un’altra disastrosa guerra, stavolta atomica. In quest’evolversi di condizioni, sentimenti e passioni, una funzione rilevante è svolta dalla donna: le figure femminili d’Eduardo passano dal tipo casa-chiesa, con rispetto delle tradizioni e cieca obbedienza, al tipo indipendente, che opera con autonomia di giudizio e di comportamento in parità uomo-donna. E l’autore sa cogliere la famiglia del teatro d’Eduardo nel suo impatto con la modernità.

Nel far ciò il Landolfi dimostra d’essere in possesso d’un notevole bagaglio culturale, oltre che delle necessarie doti d’analisi e sintesi, nonché di corretta ed efficace espressione linguistica. Il teatro d’Eduardo è praticamente passato in rassegna, commedia per commedia, esponendone il contenuto, operando i necessari raffronti con altri autori di teatro e commentandone certe situazioni, anche sulla scorta dei giudizi d’altri critici e studiosi, citati ora nel contesto ora in nota.

Infine una ricca bibliografia sull’argomento conclude questo libretto, che certamente potrà riuscire utile a molti.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2006]

Charles Largot-Rosanna Spolaore, Sinergie, Acta, Conegliano, 1998, pagg. 46, s. p.

SINERGIE POETICHE in un libro poliglotta

“Una foglia, / soltanto una foglia / a mille altre simile, / mille universi verdi, / mille cespugli fruscianti / ... e il vento ! ” È questa la lirica “Natura” che apre la raccolta intitolata Sinergie di Jean Charles Largot-Rosanna Spolaore, recentemente curata ed edita dallo studio di traduzioni Acta di Conegliano, fondato e diretto da Rosanna Spolaore. Questo libro in copertina non reca il nome dell’autore, perché è frutto di vari collaboratori, capitanati dalla stessa Spolaore, la quale, dopo una lunga permanenza in Australia, ora dedica la sua vita e la sua attività lavorativa alle lingue straniere.

Certo, anzitutto bisogna dire che l’autore delle dodici liriche è Jean Charles Largot, che lavora nello stesso studio e a cui va il merito d’aver prodotto delle composizioni semplici ma profonde, ricche d’osservazioni e di pensosità, lievi e fragili come quella foglia della citata “Natura” che fin dalla copertina è il simbolo di tutta la raccolta. Ma non può passare in secondo piano il lavoro di traduzione e presentazione al pubblico, frutto di spirito di collaborazione, salde intese, afflato poetico e capacità di padroneggiare sentimenti e parole.

Se poi si considera che le traduzioni dall’originale francese sono nelle lingue più svariate (italiano, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese, fiammingo, neo-greco, danese, svedese, serbo-croato, bulgaro, ungherese, ceco, polacco, giapponese, cinese, arabo, persiano, turco, rumeno e russo) allora si ha un quadro esatto del lavoro compiuto dalla folta schiera di traduttori e si apprezza maggiormente il valore di queste poetiche Sinergie.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 24.VI.1998]


Vincenzo La Russa, Frizzino di Selz, Edizioni del Roma, Napoli, 1999, pagg. 228, £ 19.000.

I FRIZZINI DI VINCENZO LA RUSSA

Vincenzo La Russa è un noto avvocato e uomo politico milanese, ma nativo della Sicilia, dove tuttora ha saldi legami e dirige un centro culturale. A Milano, dove si laureò alla Cattolica, si impose fin da giovane per le sue spiccate qualità umane, intellettuali e professionali, non solo partecipando al dibattito politico, ma collaborando attivamente a giornali e riviste. Già consigliere comunale di quella città e per tre volte senatore e deputato della Democrazia Cristiana, è stato anche vicepresidente dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa a Strasburgo.

Nel 1981 ha pubblicato il libro Franco Verga: uno scandalo cristiano (Cavallotti, Milano), appassionata biografia e difesa d’un uomo politico che con vero spirito cristiano aveva dedicato tutta la sua vita ai bisognosi, finendo col rimettercela.

In seguito allo scioglimento della D.C. e dopo qualche comprensibile incertezza dovuta ai nuovi scenari politici, il La Russa è passato al raggruppamento di Forza Italia, di cui è esponente regionale. Da alcuni anni collabora al quotidiano “Roma” di Napoli, con una rubrichetta intitolata “Frizzino” e firmata Selz. Ecco dunque che ora i “frizzini” più significativi e attuali sono stati scelti e pubblicati in un volume dal titolo Frizzino di Selz (Edizioni del Roma, Napoli, 1999, pagg. 228, £ 19.000).

Forse il La Russa in questa rubrichetta si è ispirato ai “Controcorrente” del “Giornale” di Montanelli o a certi corsivi di altri giornali politici, come “L’Unità” e l’“Avanti!”, ma questi moduli di 30-40 parole in una diecina di righe fanno venire in mente anzitutto certi epigrammi di Marziale, di cui hanno la brevità e l’intensità.

Si sa che i frizzi sono motti arguti e battute pungenti con cui si vuole punzecchiare qualcuno, e che la loro maggiore efficacia consiste nella concisione. Questi del La Russa sono “frizzini”, in cui il diminutivo rappresenta non solo la brevità dell’estensione, ma anche l’acutezza delle frecciatine, le quali per il fatto stesso di essere così acuminate e magari cosparse di veleno (comunque leggero e mai mortifero), sono più pungenti e più fastidiose per i destinatari.

In questo dopoguerra la satira politica si è generalmente espressa in vignette disegnate su giornali e riviste e in programmi radiotelevisivi: in questo campo Forattini insegna. Ma scarsi sono gli esempi di satira scritta; e questo del La Russa ne è uno dei più efficaci. Destinatari delle frecciate, sempre legate alla cronaca o all’attualità, sono ovviamente gli avversari politici, per i quali — si può dire — ce n’è una al giorno, ma anche industriali, bancari. sindacalisti, ecc. L’espressione, solitamente di garbata ironia, raggiunge la maggiore efficacia nel doppio senso, nell’ambiguità, anche se può risultare spinta. A volte il “frizzino” sembra snodarsi fiaccamente, ma alla fine riguadagna e si esprime totalmente come una folgorazione nella sua bruciante conclusione.

Certamente in questo libro c’è non soltanto lo spirito della satira (e perciò le battute sono sicuramente spiritose), ma anche una buona conoscenza della storia presente e passata, una profonda cultura (che si estrinseca nelle citazioni anche in latino), la capacità stilistica di scegliere le parole più adatte e di condensare in poche righe delle idee, fino a ricavarne delle macchiette. Casi tipici possono essere quelli della Irene che si sposa, della Rosy che non si sposa, della Rosa che si sdilinquisce, del Massimo spesso ottenebrato, di “Veltroni, cui tutto piace d’oltre Atlantico”: e per questo l’espressione più volte ripetuta assume la configurazione d’una fissità ideologica, ancor più ironica se si considera il pluridecennale anti-americanismo e anti-atlantismo, inveterato e viscerale, di quella parte politica.

Per un libro del genere, così denso, è difficile fare delle citazioni. Si può dire che ce n’è per tutti; e il vastissimo indice alfabetico dei nomi di persona posto alla fine è un documento eloquente. Ma ad un cultore della lingua italiana non può sfuggire un “frizzino” relativo al “barbaro” (linguisticamente) sen. Di Pietro, ribelle a chi lo ha candidato e appoggiato: “L’hanno incoraggiato, l’hanno difeso, l’hanno votato. Ora devono tenerselo il Tonino. D’Alema però è preoccupato: dobbiamo dargli un incarico. Andreotti propone di mandarlo a Palermo come prefetto. Prodi, più prudente, vuole nominarlo, per migliorare la lingua, Presidente dell’Accademia della Crusca.”

In conclusione, questo libro di Vincenzo La Russa è senza dubbio divertente perché può suscitare il riso, ma non deve essere visto come un album di barzellette: piuttosto — e questo certamente vuol essere lo scopo dell’autore — esso nella frizzante effervescenza del selz è un testo per un’opportuna riflessione.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 25.XII.1999]


Vincenzo La Russa, Il Ministro Scelba, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2002, pagg. 188, € 16.

LA BIOGRAFIA DEL MINISTRO SCELBA SCRITTA DA VINCENZO LA RUSSA

In elegante veste grafica ed editoriale è uscito il libro Il Ministro Scelba di Vincenzo La Russa, avvocato, senatore e deputato in tre legislature, vice-presidente dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa di Strasburgo e autore di precedenti libri, il quale già s’era cimentato nella biografia del discusso politico Franco Verga e ora affronta e risolve in modo egregio una questione davvero spinosa, relativa ad un personaggio più che discusso. Perciò in un libro del genere, corredato anche d’interessanti fotografie d’epoca pubbliche e private, nonché d’un opportuno indice dei nomi, più che alla forma si deve guardare alla sostanza: e di sostanza qui ce n’è molta.

Mario Scelba (Caltagirone 1901-Roma 1991) dagl’italiani che hanno superato i 60 anni è ricordato ora come chi era capace di mandare in dono una bicicletta ai bambini poveri che si rivolgevano a lui, ora come chi ordinava di sparare sulle folle di braccianti e operai. Diciamo di più: i comunisti e post-comunisti, di cui nessuno fu presente ai funerali (esclusa la presidente della Camera Nilde Iotti, per ragioni di rappresentanza istituzionale) nutrirono per lui un odio mortale: e quando la D.C. per convenienza politica strizzava l’occhio al P.C.I., Mario Scelba fu emarginato con una specie d’ostracismo e non poté più avere né incarichi importanti né titoli di prestigio (come quello di senatore a vita, ad altri regalato): eppure molti lo considerano il salvatore della patria.

Il compito di far piena luce assunto da Vincenzo La Russa non era né semplice né comodo, ma Vincenzo La Russa (nato a Paternò nel 1938, ma da oltre 40 anni residente e operante a Milano), sulla scorta d’inoppugnabili documenti ha illustrato e motivato la determinante e complessa funzione storica di questo ministro di Caltagirone, partendo dalle sue origini contadine e soffermandosi in modo significativo sul periodo della sua formazione nell’ambiente calatino dominato dalla possente figura di don Luigi Sturzo, di cui il futuro ministro e capo del governo fu figlioccio, figlio spirituale e allievo, e che poi divenne suo costante punto di riferimento in ogni azione.

Da una parte l’autore traccia un dettagliato quadro del fecondo periodo di nascita del Partito Popolare Italiano e della Democrazia Cristiana, ricco di fermenti politici e culturali, di dottrine sociali, di lotte antifasciste e di aspirazioni democratiche; dall’altra egli annette una fondamentale importanza ai rapporti con lo Sturzo, sempre improntati alla massima sincerità, da cui fa derivare tutta la condotta di Mario Scelba: chi è stato alla scuola di cristianesimo e di democrazia di don Luigi Sturzo non poteva né avere mire dittatoriali né essere cinico fuciliere.

È vero che in certe località del Nord, in occasione della morte di Mario Scelba (peraltro avvenuta quando da molto tempo lui era assente dalla scena politica), furono affisse delle epigrafi funerarie in cui si rammentava lo Scelba nemico degli operai e fuciliere; ma solo trattando la storia con obiettività si possono capire certe cose. Del resto — precisa l’autore — l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine in caso di sommosse, resistenze e assalti alla polizia è previsto dalle leggi di pubblica sicurezza, prima e dopo del ministro Scelba: e ciò ovviamente può provocare delle vittime.

Vincenzo La Russa ricorda qui il clima in cui nacque la repubblica italiana e che Mario Scelba, sempre mandato avanti da Alcide De Gasperi, agì quando essa muoveva i primi passi, tra varie insidie d’opposti estremismi: da una parte gli ex- fascisti che miravano ad una restaurazione e dall’altra i comunisti che ricevevano da Mosca gli ordini della sovversione per costituire un regime sovietico. Quale delle due parti fosse di maggior pericolo per la democrazia non si sa: però si sa che Mario Scelba le combatté entrambe, sempre per salvare la democrazia stessa. L’autore ricorda anche che le masse italiane, quando venivano spinte alla rivolta, ignoravano d’essere strumento dell’Unione Sovietica, alla quale non importava nulla dell’occupazione bracciantile delle terre feudali e delle rivendicazioni operaie di salario, bensì importava creare il caos in Italia, in un disegno sovversivo teso ad instaurare un altro Stato satellite dell’U.R.S.S. Tuttavia, mentre il P.N.F. fu dichiarato fuori legge, al contrario il P.C.I. non lo fu mai, anche quando si trovarono suoi depositi d’armi in varie località, perché — come ebbe a dire lo stesso Scelba ad un esponente degli S. U. d’A. — non si può dichiarare fuori legge una parte così consistente del popolo italiano.

Questo libro non è solo una biografia, ma soprattutto il tentativo di ristabilire la verità storica; e, scrivendolo, l’autore praticamente passa in rassegna quasi un secolo di storia italiana, dagli episodi più importanti come guerre, caduta del fascismo, nascita della democrazia, istituzione della repubblica, filo-americanismo, ricostruzione materiale e morale, attentato a Palmiro Togliatti, ritorno di Trieste all’Italia, unione europea, ad altri meno importanti, eppure significativi come il “milazzismo” siciliano, il dibattito sul divorzio, fatti di costume, avvenimenti culturali. Nella sua obiettività egli non trascura di riferire le beghe e lotte intestine dei partiti ed in particolare della D. C., mettendo in risalto che Mario Scelba fu sempre estraneo ad esse, perché aveva come obiettivo esclusivamente il bene supremo dell’Italia, intesa come patria e democrazia, a cui sacrificò i suoi interessi personali, tanto che, per avere con la sua linearità sempre odiato compromessi, camaleontismi, accomodamenti e pasticci, si trovò ad essere a lungo emarginato e a morire pressoché ignorato. Eppure, costui era stato non solo ministro dell’interno e presidente del consiglio dei ministri, ma anche presidente della D. C. nazionale, di commissioni parlamentari e del parlamento europeo; e soprattutto colui che — con Alcide De Gasperi e altri uomini politici, veri patrioti, che pure degnamente figurano in questo libro — aveva decisamente contribuito a salvare la democrazia, consentendo all’Italia di crescere e diventare quello che ora è: uno Stato libero, né fascista né comunista, che ha un posto di riguardo nel mondo.

E l’autore aggiunge che, in tempi d’arrivismo politico e d’arrampicamento economico, Mario Scelba seppe conservarsi onesto e leale, trovandosi poi, se non povero, sicuramente non arricchito, tanto che ad un certo punto dovette riaprire il modesto studio legale.

Dunque, questo lavoro va tenuto in debita considerazione per l’obiettività e lo scrupolo: lodevole è da una parte la pazienza certosina dell’autore, che è andato a frugare negli archivi pubblici e nelle case d’importanti uomini politici, riportandone documenti e dichiarazioni a volte scottanti, dall’altra l’ammirazione per Mario Scelba, che non è mai pedissequa devozione, ma ragionata ricerca della verità. Ecco il motivo per il quale il libro alla sua prima presentazione al “Lingotto” di Torino è riuscito a mettere d’accordo personaggi di varia estrazione politica, compresi gli ex-comunisti, tutti sinceramente interessati alla verità e all’obiettività.

Di ciò va dato atto a Vincenzo La Russa, il quale fra l’altro, pur trattando argomenti specialistici, a volte delicati, complicati e compromettenti, con la sua prosa chiara, scorrevole e corretta si fa leggere agevolmente, avvincendo il lettore anche con uno stile a volte brioso, ironico, frizzante, alla ricerca d’una verità che sicuramente è utile alla storia: infatti, ora ch’è caduto il muro di Berlino e s’è riconosciuto universalmente il vero volto del comunismo sovietico (peraltro ripudiato in quasi tutto il mondo), sarebbe ora che si riconoscesse anche il merito di chi il comunismo l’ha arginato, pur consentendogli la necessaria dialettica democratica, e fra i primi quello del ministro Scelba, così consapevolmente impegnato nella salvaguardia della nuova e fragile democrazia italiana. Ed è questo che, pur senza agiografie e panegirici, implicitamente l’autore auspica. Non per nulla egli stesso nel 1994 è stato eletto senatore del C.C.D. proprio nel collegio di Caltagirone e si è proposto come seguace della dottrina sociale di don Sturzo.

Carmelo Ciccia

[“Sicilia mondo”, Catania, sett.-ott. 2002; “Ricerche”, Catania, lug.-dic. 2002]


Vincenzo La Russa, Amintore Fanfani, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, pagg. 446, € 20.

LA LUNGA STORIA DI FANFANI E DELLA DC IN UNO STUDIO DI VINCENZO LA RUSSA

Il grande filosofo greco Aristotele nella sua omonima opera assegnò alla politica la funzione d’arte di sapere ben governare, intendendo ciò come servizio pubblico, a favore della collettività; ma al riguardo si potrebbero ricordare anche opere di Platone, di Cicerone e d’altri autori. Per i filosofi antichi, politica ed eunomìa, cioè “buon governo”, erano la stessa cosa, almeno in teoria. Oggi invece un proverbio afferma che “la politica è sporca”.

Non sappiamo quale delle due definizioni vada meglio nel caso d’Amintore Fanfani (Pieve S. Stefano, AR, 1908 - Roma 1999), il politico che dominò la scena interna ed internazionale — con alterne fortune — per oltre mezzo secolo, occupando più volte due o tre cariche insieme: segretario politico, ministro, presidente del consiglio dei ministri (cinque volte), presidente del senato, presidente di commissione parlamentare; tanto che, quando spuntava o rispuntava lui in un posto, alcuni esclamavano: “Il solito Fanfani!”. Egli da una parte portò l’Italia ad un notevole progresso e prestigio, dall’altra operò — spesso con alterigia e arroganza, ma negli ultimi anni anche con modestia e pacatezza — in mezzo agl’intrighi e maneggi di quell’epoca, in cui abbondavano raccomandazioni, veti, dispetti, sgambetti, ripicche, giochini e manovre varie, per di più con celata o palese ingerenza degli ecclesiastici.

Tutto ciò emerge dal poderoso e documentato libro di Vincenzo La Russa intitolato Amintore Fanfani (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, pagg. 446, euro 20), che, sulla scia del precedente intitolato Il ministro Scelba (id, 2002), segue passo passo la vicenda umana e politica del personaggio in oggetto. È evidente che in questo studio la figura del personaggio s’intreccia con quelle d’una miriade d’altri personaggi che hanno determinato la storia italiana e che elencare qui sarebbe impossibile, anche perché sono ben conosciuti.

Dunque Vincenzo La Russa, ora docente di storia delle istituzioni politiche all’università di Messina, ma già vicesegretario provinciale della DC di Milano, parlamentare in tre legislature e vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa a Strasburgo, si è specializzato nelle biografie dei politici; e qui bisognerebbe ricordare anche i suoi libri intitolati Franco Verga del 1981 e Frizzino di selz del 1999.

Per sgombrare il campo da eventuali equivoci, diciamo subito che questo libro non è un’agiografia del personaggio e d’altri che ruotano attorno a lui, ché anzi tutti sono visti con atteggiamento critico e di superiore distacco, nonostante che l’autore facesse parte delle loro file. Raccontando la storia d’Amintore Fanfani, in realtà Vincenzo La Russa, al di là dei dati biografici e caratteriali, ha tracciato la lunga storia della Democrazia Cristiana fino alla morte d’un suo grande protagonista, il quale, dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo, è sopravvissuto per alcuni anni alla fine di quel partito, che è stato travolto — come altri partiti — dallo scandalo di Tangentopoli. E anche su questa fine Vincenzo La Russa discute obiettivamente, addebitando lo scioglimento ad una non condivisa decisione del segretario Martinazzoli, mentre poi capisce che a ciò ha contribuito la mancanza d’uomini dalla statura di De Gasperi, Moro, Fanfani.

Nella storia di quei difficili anni sfilano, sotto la lente d’osservazione di Vincenzo La Russa, avvenimenti di rilievo come il piano-casa, la riforma agraria, la legge sulla montagna (con relative feste della montagna), la riconquista di Trieste, il giallo della morte di Wilma Montesi, la Comunità Europea di Difesa, i Comitati Civici, il “milazzismo” siciliano, i “franchi tiratori”, l’orientamento del voto dei cattolici e la scomunica ecclesiastica per le sinistre, la “legge truffa”, la rivolta popolare contro il governo Tambroni, la costruzione del muro di Berlino, la nascita dell’ENEL, la congiura dei “dorotei”, il disgelo fra Est ed Ovest, l’attuazione delle regioni amministrative, il ritiro del presidente Segni per grave malattia, la presidenza di Fanfani all’ONU e la visita di Paolo VI a quell’organismo, la battaglia per il divorzio, il “sorpasso” del PCI, l’“eurocomunismo” di Berlinguer, le Brigate Rosse e il terrorismo, il rapimento e l’uccisione di Moro e della sua scorta (delle cui motivazioni l’autore discute), lo scandalo Sindona, la morte d’Umberto II in esilio, la loggia massonica P 2 e il caso Gelli, la successione di vari papi, gli arresti e i processi dei politici, la nascita dei partiti succedanei della DC, l’arrivo dell’ex PCI al governo.

Tornano alla ribalta, poi, certi episodi curiosi, come l’energica tirata d’orecchie (in senso non metaforico) che Amintore Fanfani subì in una chiesa da parte d’un democristiano dissidente; le defatiganti elezioni per certi presidenti della repubblica, che a volte superavano i venti scrutini, con l’affermazione di presidenti imprevisti; il reiterato fallimento del sogno di Fanfani di sedere al Quirinale (che in cambio dovette accontentarsi del laticlavio a vita), una volta addirittura in seguito ad intervento della Santa Sede (per la qual cosa su certe schede di Montecitorio apparve il nome di Montini); l’alterna egemonia — all’interno del partito — di correnti, gruppi e fazioni, facenti capo ad alcune riviste; certe frasi famose come “Progresso senza avventure”, “Convergenze parallele”, “Compromesso storico”.

Fra le curiosità si nota che l’allora deputato comunista Napolitano, poi senatore a vita DS e presidente della repubblica, verso la fine degli anni ’70 intendeva privilegiare il PSI di sinistra rispetto alla DC. E, se da una parte s’ammirano i primi politici come De Gasperi, Scelba e Fanfani che vivevano alla spartana, avendo bisogno talora d’un maglione o d’un mantello per ripararsi dalle intemperie, dall’altra risalta il disinvolto benessere in cui guazzavano i politici della seconda ora, magari con compensi stratosferici e affari poco puliti, e a volte distribuendo posti, prebende e altri privilegi a propri accoliti, galoppini e faccendieri. Perciò, leggendo questo libro, che è come un caleidoscopio, veniamo a conoscenza dei reali motivi, a volte strani e frutto di scambi, ricatti o compromissioni, che spesso hanno portato alla nomina di questo o quel ministro, segretario o presidente.

Né può passare in secondo piano il ruolo svolto dall’Università Cattolica di Milano (ed in particolare dal suo rettore, padre Agostino Gemelli), che sfornò, seguì e indirizzò una serie di suoi “professorini” destinati a diventare i bei nomi della politica italiana. E qui va ricordato che anche Vincenzo La Russa fu allievo della Cattolica, in cui poté assistere a certi episodi descritti e poi accedere agli archivi dell’ateneo.

A quest’ultimo riguardo va detto che questo lavoro poggia su una serie di fonti inoppugnabili e sempre minuziosamente indicate (diari, memorie, epistolari, agende, atti e verbali, a volte anche confidenze di familiari, di cui Vincenzo La Russa ha potuto usufruire).

Questo libro poi è corredato d’un album fotografico che riguarda tanto la vita privata di Fanfani quanto la storia interna ed internazionale; e per maggiore comodità di consultazione alla fine presenta un pratico indice dei nomi.

Ecco dunque che Vincenzo La Russa si conferma ancora una volta attento osservatore, storico e commentatore della vita politica italiana; e questa pregevole monografia su Fanfani, insieme con quella su Scelba, aiuta sicuramente a ben capire un importante periodo della vita politica, economica e sociale italiana.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-lug. 2006; “Il Salernitano”, Salerno, 9.VII.2006]

Vincenzo La Russa, Giorgio Almirante / Da Mussolini a Fini, Mursia, Milano, 2009, pagg. 256, € 17.

“Giorgio Almirante / Da Mussolini a Fini” / Un’attenta biografia su Giorgio Almirante scritta da Vincenzo La Russa

IMPORTANTE BIOGRAFIA DI GIORGIO ALMIRANTE SCRITTA DA VINCENZO LA RUSSA

Vincenzo La Russa si è specializzato nelle biografie d’uomini politici: e ora, dopo Franco Verga (1981), Mario Scelba (2002) e Amintore Fanfani (2006), è la volta di Giorgio Almirante / Da Mussolini a Fini (Mursia, Milano, 2009, pagg. 256, € 17); ma, mentre i primi tre erano del suo stesso partito, il terzo era d’un partito avversario. Eppure ci si chiede chi meglio di lui avrebbe potuto stendere una biografia così documentata: infatti egli fa parte d’una famiglia di missini, cioè fortemente radicata nel neofascismo — come lui stesso espressamente definisce più volte il Movimento Sociale Italiano — e fra gli orfani della Repubblica Sociale Italiana, essendo parlamentari suo padre (il noto avvocato Antonino La Russa) e i fratelli Ignazio (attualmente ministro) e Romano, tutt’e tre appartenenti al M. S. I., poi diventato M. S. I. - Destra Nazionale e infine Alleanza Nazionale. Tuttavia in tale ambiente egli non s’è fatto influenzare dalle convinzioni e dalla militanza dei suoi congiunti, svolgendo invece la sua carriera politica (di consigliere comunale, parlamentare e vicepresidente d’assemblea del Consiglio d’Europa a Strasburgo) prima nella Democrazia Cristiana e poi — al suo scioglimento — nel Centro Cristiano Democratico, per approdare infine a Forza Italia, ora (con A. N. e altri) Partito della Libertà.

Così per questa ricerca egli s’è avvalso — oltre che della sua personale memoria — delle testimonianze e altre informazioni provenienti dai suoi congiunti e da altri missini conosciuti, delle dichiarazioni e documentazioni fornite dalla signora Assunta, di monografie attinenti al tema, di documenti della Camera dei Deputati, d’articoli di giornali e riviste.

Con sperimentata perizia l’autore passa in rassegna la vita, il pensiero e l’azione di Giorgio Almirante (Salsomaggiore 1914 - Roma 1988), cominciando dalla sua nascita, avvenuta in una bisecolare famiglia d’attori, attrici, registi, sceneggiatori, capocomici, che girovagavano, si sposavano fra di loro e generavano figli dove capitava. Quindi egli ci presenta l’Almirante laureato in lettere, appassionato di Dante e giornalista, particolarmente impegnato nel giornale “La difesa della razza”, che seguiva le indicazioni della commissione mussoliniana per lo studio e la difesa della razza italiana, e dopo l’8 Settembre 1943 capo di gabinetto del ministero della cultura popolare della Repubblica Sociale Italiana: carica che dopo la Liberazione gli procurò un processo per aver firmato su mandato del suo ministro un bando in cui si comminava la pena di morte agli sbandati che non si fossero presentati alle autorità italiane o germaniche. E siccome il comunista Longo aveva dato l’ordine d’uccidere a vista i fascisti, Almirante dovette celarsi: prima si nascose nella casa d’un ebreo, che egli a sua volta (nonostante l’antisemitismo professato) aveva già nascosto e salvato, e dopo fece il venditore ambulante di saponette e altri prodotti, sotto falso nome.

L’autore prosegue raccontando la nascita del M. S. I. e la pluriennale — anche se a volte interrotta — segreteria politica retta da Almirante (il quale fu anche imputato di ricostituzione del Partito Nazionale Fascista), fino a quando a causa del suo stato di salute, ma anche perché auspicava un rinnovamento del partito passò il testimone a Gianfranco Fini, un giovane scelto da un gruppo di “saggi” (di cui faceva parte anche il padre dell’autore). Dalle pagine di Vincenzo La Russa il M. S. I. appare come un partito in perenne ricerca della sua identità e del ruolo da svolgere, con varie correnti o anime sempre impegnate in divergenze, sfide, congressi, discussioni, diatribe.

Nel libro l’autore descrive l’evoluzione del partito nell’arco di mezzo secolo, sempre ghettizzato e tuttavia determinante in certe situazioni (si pensi alle elezioni dei presidenti della Repubblica) e riconosce ad Almirante, che pure era stato per tutta la vita un grande nostalgico di Mussolini e della R. S. I. — del resto come la quasi totalità degl’iscritti a quel partito — , il merito d’aver tracciato al nuovo segretario Fini la pista per fare uscire il M. S. I. dall’isolamento e portarlo verso una destra democratica, europea e occidentale: fra l’altro, da segretario politico egli aveva vietato saluti romani, canzoni fasciste e inni al Duce. L’autore fa emergere aspetti positivi e negativi di questo personaggio amato-odiato, pregi e difetti, cose giuste e cose sbagliate, mettendo in risalto però la storica funzione da lui svolta, le scelte a volte contestate dai suoi stessi seguaci, l’ammirazione avuta dai “camerati” e da certi avversari, la distinzione nel vestire e nell’agire, la brillante oratoria (una volta alla Camera egli parlò a braccio per otto ore consecutive).

Vincenzo La Russa poi sottolinea l’avvedutezza di certe proposte di quel partito, ripescate e/o applicate da parte d’altri partiti e governi successivi: nuova Costituzione, elezione diretta del Capo dello Stato (che abbia anche funzioni di capo del governo), dei sindaci e dei presidenti di provincia e regione, nonché riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e istituzione del difensore civico.

Particolare rilievo nel libro hanno le guerriglie scatenatesi a Milano fra i giovani di destra e quelli di sinistra che avevano come campo di battaglia la piazza San Babila, “trincea” del neofascismo milanese, dove qualsiasi passante rischiava d’essere aggredito, magari con spranghe o altre armi, e dove anche i fratelli Ignazio e Romano La Russa vennero picchiati dai carabinieri: il primo fu arrestato, fece sei giorni di carcere e, processato, venne condannato a quattro mesi di reclusione, ma poi fu assolto in appello.

Nella sua obiettività l’autore non trascura la “faccia nera” del terrorismo italiano ad opera di fanatici estremisti di destra che, facendo esplodere bombe specialmente sui treni, poi incolpavano delle stragi quelli di sinistra, mentre Almirante esigeva un partito senza violenza; come pure non trascura le violenze e vendette dei “rossi” contro i missini in varie parti d’Italia, che ebbero parecchi morti e feriti: e al riguardo ricorda che lo stesso Fini in uno scontro a Roma fu ferito ad un ginocchio da un carabiniere.

Fra gli altri episodi sono menzionati l’unione d’Almirante con la signora Assunta (la donna della sua vita), l’improvviso sciopero dei camerieri dell’autogrill di Cantagallo (BO), che si rifiutarono di dare da mangiare al gerarca e al suo seguito, e i solenni funerali d’Almirante e Romualdi (con vistosi saluti romani), trasmessi in diretta dalla RAI, mentre qualcuno intravedeva in cielo — fra gli altri venuti ad accoglierlo — lo spirito di Mussolini con le braccia conserte.

In conclusione, questo libro di Vincenzo La Russa, che contiene anche un interessante inserto fotografico in bianconero, si rivela un testo fondamentale per conoscere e valutare la storia d’un uomo, quella d’un partito e quella della nostra repubblica. Va ribadito che, nonostante la parentela con esponenti di rilievo di quel partito, quali il padre e i fratelli, l’autore riesce a scrivere col debito distacco, tanto da dare la certezza d’una puntuale aderenza ai fatti. Ciò lo ha tenuto lontano dal fare qualsiasi panegirico; ma è certo che da questa ricostruzione la figura d’Almirante esce ben delineata e illustrata.

Il libro (che si presenta in elegante aspetto grafico-editoriale per copertina, carta, caratteri e impaginazione) si legge facilmente, grazie allo stile piano, scorrevole e corretto, che a volte appare anche brioso e ironico nell’uso di certe virgolette come in “camerati”, “federali”, “moderato” (aggettivo fra virgolette riferito a suo fratello Ignazio, allora responsabile del Fronte della Gioventù, carica poi passata a Fini). Anche la punteggiatura è curata ed efficace. Per una ristampa o riedizione segnaliamo qualche refuso o svista da eliminare: Ciriò (p. 113), vari espressioni (156), volersi [...] inserirsi (p. 181), capeggiava questa scritta (p. 183), Fronte cui fa parte (p. 192); inoltre, per rispetto della lingua italiana, le parole straniere andrebbero messe in corsivo o fra virgolette.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, dic. 2009; “Ricerche”, Catania, lug.-dic. 2009]


Salvatore Latora, Mario e Luigi Sturzo. Per una rinascita culturale del Cattolicesimo, Greco, Catania, 1991, pagg. 359.

GLI STUDI DI SALVATORE LATORA SUI FRATELLI STURZO

Sono generalmente note la figura e l’opera di don Luigi Sturzo (1871-1959) per la dottrina sociale, l’antifascismo e la fondazione del partito popolare, nel secondo dopoguerra divenuto democrazia cristiana sulla base della denominazione d’un precedente movimento politico di Romolo Murri (1870-1944); ma del fratello mons. Mario Sturzo (1861-1941) pochissimi sanno qualcosa (perché le enciclopedie non lo citano se non raramente) e se entrano nella cattedrale di Piazza Armerina (EN), dov’egli fu vescovo nei 38 anni finali della sua vita, e ne vedono il gran mausoleo a sinistra dell’entrata magari non sanno che questo Sturzo fu il fratello maggiore del noto Luigi. Eppure questi due fratelli vissero, pensarono, scrissero e operarono in sintonia e in sinergia.

Un’attenzione particolare a questi due religiosi-pensatori sta dedicando da alcuni anni Salvatore Latora, docente di filosofia nello studio teologico “San Paolo” di Catania e nell’istituto superiore di scienze religiose “San Luca” della stessa città, il quale con una serie di saggi, commenti e antologie sturziane ha fatto gli opportuni accostamenti, ponendo in debita luce soprattutto il poco noto mons. Mario. Del Latora al riguardo vanno citati almeno i libri Mario e Luigi Sturzo. Per una rinascita culturale del Cattolicesimo (Catania 1991) e Itinerari alla santità secondo Mario e Luigi Sturzo (Catania 1998), alcuni saggi apparsi nella rivista “Synaxis” edita dallo stesso “San Paolo” (Primo Congresso della parrocchialità. Organizzato da Mario Sturzo nel 1937 nel n° 6/1988, La filosofia in azione di Mario Sturzo nel n° 8/1989, Una fonte bibliografica: la rivista di Autoformazione nel n° 9/1991, Religione popolare negli scritti dei fratelli Sturzo, nel n° 2/1998) e il saggio Per una teologia del laicato nei fratelli Sturzo apparso nella rivista “Laòs” V /1998/I.

Dagli studi del Latora emerge che Mario Sturzo, che fu anche segretario della conferenza episcopale sicula, nei suoi scritti di pensiero arrivò ad elaborare un suo sistema filosofico, detto “neo-sintetismo”, secondo cui il problema principale d’ogni indagine filosofica è quello gnoseologico; e in quelli di dottrina sociale, nonché nelle opere drammatiche e nelle poesie e preghiere-poesie che tuttora si recitano in quella diocesi, perseguì un intento pedagogico ed educativo, peraltro seguendo e alimentando la religiosità popolare, meglio chiamata pietà o religione popolare. Una rivista da lui fondata s’intitolava “L’angelo della famiglia” (eco mazziniana?), mentre l’altra s’intitolava “Rivista di Autoformazione Filosofica e Letteraria”, che poi dovette chiudere perché, accusato di modernismo e crocianesimo, egli fu costretto a ritrattare pubblicamente il contenuto di certi suoi scritti.

Complesso e variegato è a sua volta il pensiero di Luigi Sturzo, che conobbe anche la vita dell’esilio e venne a contatto con numerosi pensatori anche stranieri. Conosciuto essenzialmente come uomo politico, egli fu autore di drammi e composizioni musicali, ma soprattutto d’opere teoretiche in cui dimostrò una solida preparazione, in sintonia col fratello per quanto riguarda sia il “neo-sintetismo” sia la religione popolare. Sulla scia di Giuseppe Toniolo e d’altri pensatori cattolici affermò che la religione è radice della civiltà e fattore del suo sviluppo e soffermò la sua attenzione sui concetti di popolo e popolarismo, definendoli in modo diverso dai romantici: per la qual cosa il Latora parla d’attualità del pensiero di Luigi Sturzo. Un carteggio di 2.000 lettere dimostra poi la consonanza dei due fratelli anche su altre idee e sentimenti personali; e il Latora attribuisce ai due l’affermazione dei principi d’una teologia del laicato.

In conclusione il Latora fissa in tre il numero delle principali passioni dei fratelli Sturzo, che poi sono o dovrebbero essere quelle dei bravi sacerdoti: la profonda cultura, l’impegno sociale e l’aspirazione alla santità; e osserva che i due rigettarono tanto il concetto romantico di popolo quanto quella visione marxista e laicista che vedeva nella religione l’instrumentum regni: e qui c’è un riferimento particolarmente al Croce, che in Uomini e cose della vecchia Italia (Bari, 1956) considerava il devozionalismo meridionale uno strumento dei regnanti e dei ceti dominanti per mantenere tranquilla la gente.

Perciò gli studi sturziani di Salvatore Latora, che certamente si pone come un esperto del settore, sono importanti ed opportuni non solo per quanto ci dicono dei fratelli Sturzo, ma anche per l’indagine che operano sulla società siciliana e sulla politica italiana di quel tempo e sui fermenti ecclesiali che poi portarono al concilio Vaticano II.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 15.V.1999]


R. W. B. Lewis, Dante Alighieri, Fazi, Roma, 2002, pagg. 196, € 17.

LA BIOGRAFIA DANTESCA DI R. W. B. LEWIS

È impressionante quanto sia vivo il culto di Dante all’estero: non soltanto ci sono studiosi che si danno anima e corpo al divino poeta italiano, ma in molte località si sono create fucine di ricercatori che fanno della vita e della parola di lui lo scopo primario dei loro interessi. Al riguardo basti ricordare le università statunitensi “Harvard” di Cambridge, nel Massachusetts, e “Yale” di New Hawen, nel Connecticut, peraltro notissime nel campo della ricerca scientifica, che tengono su Dante corsi e seminari in biblioteche ricche di specifici testi; ma troppo lungo sarebbe l’elenco dei centri danteschi nel mondo. Ciò conferma — come disse l’inglese John Ruskin (1819-1900), ripetendo lo statunitense Ralph Waldo Emerson (1803-1882) — che Dante è la “figura centrale dell’intero universo”, il cui studio fa onore a chi lo coltiva e risulta esemplare anche per gl’italiani.

Fra questi dantisti esteri c’è anche Richard Warringhton Baldwin Lewis (1917-2002), a lungo docente nella predetta università “Yale”, il quale nel 2001 pubblicò in America una singolare biografia dantesca, la cui traduzione italiana è stata poi curata da Giuseppina Oneto (R. W. B. Lewis, “Dante Alighieri”, Fazi, Roma, 2002). Per questo lavoro il Lewis era venuto anche in Italia: a Firenze aveva percorso gli antichi sestieri che avevano visto passare Dante e che ora esibiscono numerose lapidi con versi danteschi, aveva conosciuto studiosi italiani, aveva frequentato gloriose istituzioni come la Casa di Dante e il Gabinetto Vieusseux; a Ravenna aveva visitato la tomba di Dante e l’annesso Centro dantesco dei frati minori; a Gargnasco di Valpolicella (VR) era stato ospite nella tenuta e cantina (oggi centro di cultura dantesca) dei conti Serego-Alighieri, fondata da Pietro, figlio di Dante, del quale essi sono discendenti.

La singolarità di questa biografia consiste nel fatto che essa è narrata utilizzando frequenti incisi virgolettati che riportano parole tratte da tutte le opere di Dante, le quali in questo modo vengono passate in rassegna: sicché il lavoro è sì una biografia, ma è anche una “summa” della produzione dantesca, qui presentata e illustrata anche con opportune citazioni d’altri studiosi italiani e stranieri, configurandosi quindi anche come opera di critica letteraria. E, se è relativamente facile riassumere e analizzare le opere minori di Dante, difficile e impegnativo è riassumere e analizzare l’intera “Divina Commedia”: il Lewis è riuscito egregiamente in quest’ardua impresa, conservando e sottolineando i tratti caratteristici del “poema sacro, / al quale ha posto mano e cielo e terra” (Par. XXV 1-2) e continuamente collegando la composizione dell’opera ai momenti di vita che, volontariamente o involontariamente, sono riflessi nei vari canti.

A chiusura del suo lavoro, poi, il Lewis ha menzionato vari scrittori stranieri che hanno riecheggiato Dante nelle loro opere o hanno apposto versi di Dante in epigrafe ad esse.

Infine i ringraziamenti pieni di preziose informazioni, le dettagliate note, l’essenziale bibliografia e l’utile indice dei nomi contribuiscono a fare di questo testo un importante strumento per studiosi, studenti e appassionati in genere.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albanese, Albona-Labin, lug.-dic. 2007”]


Pasquale Licciardello, La Grande Menzogna, Fabliaux, Firenze 1993, pagg. 126, £ 21.000.

“La Grande Assenza” del poeta Pasquale Licciardello

Nel libro di versi La Grande Assenza (Fabliaux, Firenze 1993, pagg. 126, £ 21.000) Pasquale Licciardello presenta una poesia senza speranza.

Pasquale Licciardello, per molti anni discepolo e seguace del filosofo Gino Raya, ne ha ben assimilato teorie e sistemi, che ha anche divulgato in numerosi articoli e saggi. Al riguardo qui si ricorda Il famismo nella cultura contemporanea una delle opere di “appoggio” alla teoria famistica del Raya. L’autore ora torna su teorie e temi rayani, anche se il nome di questo suo maestro non figura mai: il corpo, il sesso, la fame, la lotta alle Maiuscole e alla Metafisica la fisiologia.

Dotato di profonda cultura e di notevole senso critico, e per questo libro si deve anche aggiungere di notevole senso estetico, il Licciardello fa sua e dimostra in questa raccolta di poesie una massima di Stendhal (autore caro al Raya): “Dio ha la sola scusa di non esistere”. Ecco dunque la spiegazione del titolo del libro: la grande Assenza è proprio quella di Dio, ed è più della Divina Indifferenza del Montale. Nel più bello della natura o della vita familiare e sociale irrompono mali e ingiustizie di ogni tipo: terremoti, guerre, incidenti vari, malattie e morti in tenera età, sofferenze e crudeltà…

La bellezza femminile attira sempre il poeta; ma, osservando corpi giovanili stesi sulla sabbia o guizzanti per le strade con aria civettuola, il poeta pensa a quanti malvagi geni si annidano nelle cellule di quei corpi, molti dei quali saranno disfatti dal cancro, che già circola nel sangue, in tempi brevi e insospettati. E allora, secondo il poeta, Dio non esiste ovvero è crudele, ovvero commette errori, ovvero è distratto: comunque è la grande Assenza. E non si venga a dire che tante cose sono colpa della Natura, perché — fa capire il poeta, con Spinoza — “Deus sive Natura”.

L’autore è portato ad abbracciare i diritti di quanti sono sopraffatti da crudeli leggi naturali: il pescatore è contento dei pesci pescati, ma questi sono contenti di essere uccisi? E il coniglio intrappolato e poi ucciso è contento di questa sua sorte? L’uccisore lo mostra contento ai suoi figli, ma il coniglio nel suo sguardo velato svela “l’orrore del mondo, l’errore di Dio”: un’immagine —questa del coniglio ucciso e con lo sguardo velato — che c’era anche nel Gattopardo. Perciò chiese, preti, prediche e campane illudono e mentiscono.

Stilisticamente il libro è riuscito: metrica e rime accarezzano l’orecchio e la vista. Ma è un libro forte, drammatico, pieno di sconforto, che fa profondamente riflettere.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 28.2.2002]


Pasquale Licciardello, La Grande Menzogna, Eura Press, Milano, 1999, pagg. 160, £ 24.000.

La grande Menzogna / NUOVO LIBRO DI LICCIARDELLO

Un quadro di Renato Guttuso con l’impressionante eruzione etnea del 1983 illustra la copertina del corposo libro La Grande Menzogna di Pasquale Licciardello (Eura Press, Milano, 1999, pagg. 160, £ 24.000), che fin dalla veste grafico-editoriale ben curata si presenta interessante. Nell’illustrazione risaltano alcune persone in primo piano, poste tra lingue di fuoco e quasi lambite dalla lava, le quali vogliono dare l’impressione dell’assenza della divinità nell’imprevedibilità della natura. Con ciò si preannuncia il contenuto del volume, che definire di poesia è riduttivo o parziale, perché in realtà si tratta di filosofia con/in poesia: un volume che s’allaccia strettamente al precedente intitolato La Grande Assenza e dovrebbe riallacciarsi ad un prossimo volume dal titolo La Grande Rimozione.

Già la dedica “A tutte le vittime del fanatismo religioso”, le note di copertina, la prefazione, le varie epigrafi, dediche, citazioni e integrazioni a pie’ di pagina più o meno dotte fanno da sostegno e contorno alle singole composizioni e all’intero volume. Per capire meglio questo, sarebbe opportuno conoscere la storia umana e culturale di Pasquale Licciardello, la sua laurea, il suo lungo insegnamento di filosofia, l’altrettanto lunga militanza nella scuola del filosofo Gino Raya (alle pag. 33 e 93 si accenna al “famismo”), i libri e gli articoli di pensiero apparsi in numerose testate. Infatti egli è un ateo convinto, incallito e impenitente, che respinge l’accusa d’esserlo per convenienza o moda.

La lunga prefazione è un vero e proprio saggio, articolato in paragrafi, in cui risaltano la vasta e profonda preparazione dell’autore, il linguaggio preciso, la padronanza di diverse lingue antiche e moderne. In tale dichiarazione d’intenti l’autore — dopo aver narrato alcune disavventure editoriali, difendendo la propria scelta dell’uso della metrica e sostanzialmente la preferenza per la poesia classica, con un conseguente netto rifiuto della lirica moderna e contemporanea — fa una dissertazione di storia e filosofia della poesia. E su questa lunghezza d’onda si collocano tutte le composizioni, le quali vengono a trovarsi incastonate fra le ricorrenti esposizioni di pensiero ed esse stesse spesso lo compendiano, lo integrano o lo completano, dando al contesto l‘impronta d’un continuum filosofico, non semplicemente limitato all’epifonema e alla sentenza.

L’assunto del libro è ancora una volta l’inesistenza di Dio, che l’autore chiama “Dio” quando riporta il pensiero altrui e “dio” o “povero diuccio” quando esprime il pensiero suo. Egli attacca le classiche prove della di lui esistenza, come la bontà infinita, la bellezza del creato, ecc., a cui contrappone l’ingiustificato accadere di mali, interni (gravi malattie, mutilazioni, minorazioni, ecc.) ed esterni (alluvioni, eruzioni, terremoti, ecc.) all’uomo. Da ciò gli deriva lo “schifo discreto per la Gran Menzogna / che la viltà comune vuole imporre” (pag. 62). Presi di mira sono tutti i “religiosi testi in riti e gesti” (pag. 46), “la ferocia islamica” (pag. 53), gli “eccidi di Mosè” (pag. 71), ma in primis la religione cattolica, a cominciare dal suo “capo bianco itinerante” (pag. 68), i miracoli, le apparizioni, i santuari e il “turismo opulento” dei pellegrinaggi (68), i “preti assassini” (pag. 75), l’“Azione Cattolica invadente” (pag. 155). Perfino Roma, la “Roma ladrona” di Bossi (pag. 105), nonostante la sua plurimillenaria storia di civiltà, non si salva dalla furia iconoclasta dell’autore a causa dell’“esecrando potere” e diventa “palazzinara” e “corrotta” (pag. 107), mentre la Democrazia Cristiana (emanazione del potere religioso) è detta “criminale” (pag. 44). Insomma l’autore con un curioso neologismo biasima aspramente “il teo-inquinamento universale” (pag. 151).

Nella sua ubris egli non si preoccupa minimamente delle “preghiere / di miti suore e materne parenti / spaventate / di doverlo, nel dopo senza tempo, / guardare dal balcone Paradiso / giù nell’abisso di fiamme perdute” (pag. 62).

Certamente è difficile tracciare una netta distinzione fra poesia e non poesia: il Croce ci provò, ma con risultati discutibili, non univocamente accettati. Tuttavia, considerato quanto sopra, in un lavoro come quello attuale del Licciardello la poesia deve fare i conti con l’urgenza del raziocinio, con l’esposizione e dimostrazione dei pensieri filosofici, con la foga polemica, col piglio oratorio e con frequenti posizioni ironico-sarcastiche: e, a lettura finita, potrebbe avvertirsi più la pesantezza del saggio che la levità della poesia. Lo stesso problema di valutazione si è posto per il Leopardi (autore frequentemente citato dal Licciardello) in cui la poesia scade o è assente nei canti o brani d’essi in cui dominano l’elucubrazione, il raziocinio, la retorica, l’interrogatorio. E ciò, anche se il Licciardello offre non la poesia leggera e frivola del cuore-amore, ma una poesia concettosa.

È vero che anche in La Grande Assenza il poeta aveva trattato pressappoco gli stessi argomenti, ma gli esiti erano stati più soddisfacenti per l’afflato lirico che — tutto sommato — permeava la silloge: per il prevalere dei sentimenti, il largo respiro delle osservazioni e delle notazioni, il sottile palpito d’infinito che sottendeva e (non ultima cosa) la risonanza melodica che quel libro aveva in misura decisamente maggiore di La Grande Menzogna. Tuttavia non si può affermare che in questo la poesia non ci sia affatto: in notevole misura essa c’è. Quella che c’è è una poesia robusta, fatta di contenuti e opposta alla vacua poesia contemporanea, anche se potrebbe essere sgradita a molti.

Probabilmente in questo libro la poesia migliore, perché rasserenata, si trova nella parte finale, quando l’autore tratta memorie personali e familiari, sentimenti delicati, fenomeni naturali e paesaggi spettacolari della sua Riviera dei Ciclopi. Si trova anche in certi frizzi ironico-sarcastici (al riguardo si vedano i simpatici riferimenti all’“empireo dotto” di Gentile, Severino, Martini, Eco, ecc.), in variazioni intelligenti come “Luna puttanella” (che ricorda L’uva puttanella dello Scotellaro), in echi della poesia classica come “Cantami, o Sole che giochi col mare” (Omero-Monti, pag. 142) e “Soli eravamo” (Dante, ibid.), in soluzioni metriche che ricordano Anacreonte, Metastasio e Giusti. E anche i pruriti o rigurgiti di sensualità d’“un semivecchio dannato a Platone” (pag. 133), che vorrebbero contrapporre la natura trionfante alla divinità assente, possono essere accolti con divertito interesse, nonostante l’insistita replica e il linguaggio a volte eccessivamente realistico.

Dunque, questo libro di Pasquale Licciardello, che per i suoi fini s’appoggia a numerosi autori italiani e stranieri, è un lavoro di grande impegno, anche se v’abbondano la passione di parte, lo spirito archilocheo, la filippica. L’autore vi rivela principalmente — oltre che la sua immensa cultura — la sua logica ferrea che ne fa un loico (cioè logico rigoroso) più di quel dantesco nero cherubino che riuscì a scornare addirittura S. Francesco d’Assisi (Inf. XXVII, 123). E, come il precedente, anche questo è un libro che fa lungamente riflettere.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2002]


Pierfrancesco Listri, Grande dizionario storico dell’unità d’Italia, Bonechi, Sesto Fiorentino, 2010, pp. 480, € 23,50.

“Grande dizionario storico dell’Unità d’Italia”

Dossier e luoghi della memoria raccontati da Pier Francesco Listri

Il 150° dell’Unità d’Italia ha prodotto diversi testi che illustrano tale importante ricorrenza o semplicemente la richiamano: dopo del mio Gli scrittori che hanno unito l’Italia (Libraria Padovana Editrice), è stato stampato il Grande dizionario storico dell’unità d’Italia di Pier Francesco Listri, giornalista fiorentino e autore di guide su Firenze (Bonechi, Sesto Fiorentino, 2010, pp. 480, € 23,50). Come specificato sotto il titolo, l’opera tratta eventi, luoghi e personaggi, con oltre 500 voci e oltre 100 fra approfondimenti, “dossier” e “luoghi della memoria”. Ci sono guerre, battaglie, esercito e corpi militari, Stati, mezzi, giornali e libri, inni e canzoni, ideologie, realtà sociali ed economiche, associazioni, gruppi e movimenti, istituzioni, leggi, decreti e codici.

Da tutto ciò si desume la presunta grandiosità dell’opera, per la quale a p. 2 si ringrazia quanti hanno collaborato al fine “di raggiungere la complessa e ricca veste con cui si propone”. A p. 3 s’afferma che si tratta d’una “opera seriamente informata”; e non si lesinano autoapprezzamenti nemmeno nell’ultima di copertina, dov’è scritto che in questo dizionario “ogni voce, facilmente reperibile in ordine alfabetico, costituisce un piccolo gioiello narrativo” e che si tratta di “una guida storica completa arricchita da speciali inserti tematici e illustrata da migliaia di immagini, d’epoca e a colori, per ricostruire l’ambiente storico, umano e culturale in cui è nata l’Italia che oggi conosciamo”.

Invece, sfogliandolo, ci s’accorge che le buone intenzioni non hanno sortito buoni risultati: non si sa chi ha avuto l’infelice idea d’infarcire la trattazione alfabetica del dizionario con quei numerosi inserti definiti “dossier”, “luoghi della memoria” e simili, i quali a loro volta sono infarciti di caselle con approfondimenti, fotografie e didascalie, con la conseguenza di rendere pressoché totalmente inutilizzabile l’ordine alfabetico del dizionario e d’infliggere al lettore ricorrenti interruzioni, frammentazioni e confusioni (sia pure addolcite dall’indicazione “continua a pag.” ), che avrebbero potuto benissimo essere evitate collocando i “dossier” e simili alla fine del dizionario o meglio ancora impostando il dizionario secondo l’indice tematico posto alla fine dell’opera.

Oltre alla lamentata disorganicità e farragine, che di fatto lo rende inutilizzabile, il dizionario contiene una moltitudine di refusi, sviste ed errori storici e d’altro genere. Sorpassiamo sulle ripetizioni, sui refusi e sulle sviste che ogni lettore può correggere da sé, ancorché numerosi (ad esempio punteggiatura, maiuscole, improprietà, nonché la costante mancanza del trattino d’unione in espressioni quali “franco piemontesi”, “Sainte Beuve”, “storico filosofica”, “franco pontifici”, “Lombardo Veneto”, “Austro Ungarico”, “auto carcerazione”, ecc.), mentre qui di seguito segnaliamo fra i tanti soltanto alcuni errori che possono ingannare il lettore e fargli credere una cosa per l’altra.

A p. 102 scrive che il Cavour aveva sullo stemma “un doppio moto”, anziché “un doppio motto”; a p. 103 scrive “c’è fu” anziché “ci fu”; a p.128 chiama “ Perroul” lo scrittore francese Perrault; a p. 152 il romanzo Cuore di De Amicis è definito “epistolare”, anziché “diaristico ed epistolare”; la parola eco è usata sempre al maschile, anziché al femminile (pp. 153 e 251 “eco mazziniano”, p. 279 “eco parigino”); a p. 156 scrive “Deprestis” anziché “Depretis”; a p. 158 scrive “sebbene non si poteva” anziché “sebbene non si potesse”; a p. 194 d’Eleonora Fonseca Pimentel non dice che morì di condanna a morte da parte dei borbonici; a p. 212 scrive “congedare il ministero” anziché “congedare il ministro”; a p. 233, parlando del Gramsci, attribuisce uno scritto sul Pisacane a Carlo Rosselli, anziché a suo fratello Nello; a p. 381 la canzone Addio, mia bella, addio di Carlo Alberto Bosi è attribuita ad Arnaldo Fusinato (fra l’altro a p. 283 detto Frusinato), l’Ode a Venezia del Fusinato è attribuita a Luigi Mercantini e La spigolatrice di Sapri del Mercantini è attribuita a Teobaldo Ciconi; a p. 342 si dice che il Nievo, morto annegato nel 1861, era rimasto in Sicilia alla fine della spedizione dei Mille, mentre in realtà era stato rimandato in Sicilia dal Garibaldi l’anno dopo, e alle pp. 342, 343 e 458 il suo celebre romanzo Confessioni di un Italiano è detto Memorie di un Italiano; a p. 391 la guerra del generale Radetzky contro i turchi è datata al 1888-1889 anziché al 1788-1789 e la sua difesa di Mantova al 1896 anziché al 1797; a p. 393 trattando del Regno d’Italia non cita quello napoleonico (detto anche Regno Italico) del 1805-1814 e inoltre dice che il re Umberto II regnò dal 1944 al 1946 anziché nel solo 1946 per circa un mese, dopo che era stato luogotenente generale del regno dal 1944 al 1946; a p. 394 trattando della Repubblica Italiana non cita quella napoleonica del 1802-1805 succeduta alla Repubblica Cisalpina, a sua volta succeduta alla Repubblica Cispadana; a p. 397 dice che con la Restaurazione “la Francia vide tornare sul trono Luigi XVII” anziché “la Francia vide salire al trono Luigi XVIII” (dato che in realtà Luigi XVII morì in prigione e Luigi XVIII non tornò sul trono ma salì al trono); a p. 399 nella trattazione cronologica del Risorgimento mancano la spedizione dei Mille e la proclamazione del Regno d’Italia, anche se poi se ne parla in un’apposita casella laterale; a p. 434 in una casella dice che il Tommaseo nacque a “Sebrenico”, anziché a “Sebenico”; a p. 447 scrive che il primo re d’Italia “assume il nome di Vittorio Emanuele II” anziché “mantiene il nome di Vittorio Emanuele II”; a p. 450 scrive “Terodoro Correr” anziché “Teodoro Correr”; a p. 456, accennando all’atto I, scena II del melodramma La traviata di Piave-Verdi, scrive “bevian nei lieti calici” anziché “Libiam ne’ lieti calici”; a p. 465 scrive “lo ebbero a caro” anziché “lo ebbero caro”; a p. 473 scrive che Yorick “collabora, con il suo stile ironico e vivace, con il ‘Gionale [sic] Napoletano’ e con la ‘Nuova Antologia’” anziché “collabora, con il suo stile ironico e vivace, al ‘Giornale Napoletano” e alla ‘Nuova Antologia’”.

Infine l’opera contiene sì una notevole quantità di belle illustrazioni per lo più a colori, ma qualcuna di quelle indicate nelle didascalie manca o si trova in altra pagina; e di quelle riproducenti monumenti e ritratti spesso non si precisa dove essi si trovano.

Come si vede, una migliore organizzazione e cura dell’opera avrebbe potuto dare un significativo contributo alla celebrazione, dato che qua e là si trovano delle cose ben fatte. Soltanto per fare qualche esempio, buoni risultano i profili di vari personaggi, quali Cavour, Garibaldi, Gioberti, Mazzini, Pio IX, Rosmini, Spadolini, Verga, Vittorio Emanuele II, Zanardelli, nonché di città quali Firenze e periodi quali il Risorgimento con i suoi moti liberali e gli Stati preunitari. Fra le curiosità, per quanto riguarda i giornali s’apprende (pp. 259 e 268) che a Firenze nel 1847-48 il messinese Giuseppe La Farina fondò e diresse il giornale democratico “L’alba”. Si può aggiungere che tale giornale, prima settimanale e poi quotidiano, a cui collaborò anche il palermitano Michele Amari, visse fino al 1849, e il suo titolo poi è stato ripreso da Carlo Cocchetti per il settimanale “L’alba” di Brescia nel 1858-59: a parte il fatto che esistettero anche “L’alba”, giornale socialista di Potenza (1898), “L’alba agricola”, quindicinale di Pavia (1903-38), “L’alba”, periodico di Foggia (1918), “L’alba”, giornale comunista di Mosca (1943), “L’alba repubblicana”, settimanale di Roma (1944).

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, apr. 2011]


Maria Teresa Liuzzo, Eutanasia d’utopia, Jason, Reggio di Calabria, 1997, pagg. 272, £ 30.000.

SOGNO E UTOPIA NELLA POESIA DI M. TERESA LIUZZO

Che cosa si può scrivere su questa voluminosa raccolta di liriche di Maria Teresa Liuzzo dall’emblematico titolo Eutanasia d’utopia (Jason, Reggio di Calabria, 1997, pagg. 272, £ 30.000), dopo l’ampia e profonda prefazione — vero e proprio saggio letterario — d’un critico quale Vincenzo Rossi, dopo tutto quello che spesso si legge d’essa sui giornali e le riviste e dopo il nutrito corredo d’entusiastiche presentazioni, recensioni e altri giudizi sulla poesia e la personalità dell’autrice da parte di critici più o meno autorevoli? In un caso del genere il compito d’ogni nuovo critico si presenta quanto mai difficile, per il rischio o di ripetere cose già dette o di apparire come una nota stonata. La via dell’adeguamento e della ripetizione certamente appare la più comoda, ma è nostro costume seguire quella dell’autonomia: e quindi scriviamo la presente nota in totale autonomia e come se non avessimo mai sentito parlare di Maria Teresa Liuzzo.

A prima vista rileviamo la ponderosità del volume: quasi trecento pagine, di cui duecento occupate dalle liriche: troppe per un libro del genere, che potrebbe essere preso per un classico mattone, sfavorito anche da caratteri e inchiostro poco risaltanti. Perciò, per una migliore “degustazione” della sua produzione, la poetessa avrebbe potuto dividere questa raccolta in quattro-cinque volumetti e diluirli nel tempo. Si aggiunga che le liriche sono di notevole lunghezza, inconsueta ai giorni nostri, alcune arrivando quasi a cento versi, e quasi tutte sono connotate dall’ipèrbato, peculiarità dello stile della Liuzzo. È vero che questa figura sintattica è frequente nella poesia, specialmente classica, per mettere in rilievo certe parti piuttosto che altre: ma un uso pressoché costante d’essa, consistente nell’abituale posposizione del soggetto al suo predicato e del predicato al suo complemento, può rendere difficile l’immediata comprensione dei testi. Eppure queste difficoltà iniziali non devono scoraggiare il lettore, il quale, una volta resosi conto della peculiarità e abituatosi ad essa, troverà in questa poesia, spesso scandita da massime ed epifonemi, motivi di vero godimento estetico e spirituale.

Anzitutto la musicalità. Il libro Eutanasia d’utopia scorre sull’onda d’una sottesa musicalità abilmente ottenuta con la metrica e con la giusta scelta e collocazione dei vocaboli. Non occorrono riletture minuziose per rilevare quest’effetto: basta una lettura attenta e non distratta. E poi c’è il tono generale della confessione, sommesso e apparentemente dimesso, cui probabilmente contribuisce il non sempre gradito ipèrbato: tono che avvicina la poetessa al lettore e ne fa quasi la confidente. È così che lei ci apre il suo animo e noi possiamo apprezzarne la sincerità, l’onestà, il coraggio, magari pensando d’esserle vicini, di comprenderla e di darle la nostra amicizia, quando lei sui fili della sua poesia o-stende delusioni, incomprensioni, amarezze, sofferenze, dubbi, paure, sconforti. Sì, perché questo è la poesia di Maria Teresa Liuzzo, ed altro ancora, come la forza d’andare sempre avanti, nonostante tutte le avversità e asperità: cosa che, in un contesto chiaramente pessimistico, non può non ricordarci il titanismo leopardiano del poemetto “La ginestra”.

Perciò a volte crediamo d’essere in pieno romanticismo, quando vediamo che protagonista assoluta delle sue liriche e delle sue pagine è sempre lei, Maria Teresa Liuzzo, con la sua individualità, il suo intimismo, i suoi sogni, le sue ansie, le sue frustrazioni. La poetessa ha trovato nella poesia una valvola di sicurezza delle sue tensioni: delicatamente ci prende per mano per portarci nel suo mondo interiore; e se all’inizio ciò può lasciarci perplessi, dopo, quando abbiamo “assaggiato” la sua poesia, restiamo volentieri con lei. Forse ci sono delle affinità che attraggono e trattengono.

A volte invece il tono sommesso ci fa credere d’essere in pieno decadentismo, mentre certe composizioni oscure ci richiamano l’ermetismo; e ci vengono in mente poeti ora come Baudelaire e Mallarmé, ora come il primo D’Annunzio e Ungaretti, ora come Pérez de Ayala e Jiménez. Ecco allora che appena colta l’essenza della poesia della Liuzzo non ci stanchiamo della lunghezza delle liriche né della numerosità delle pagine, ché anzi alcune liriche vogliamo leggerle più volte e altre speriamo di ritrovarle più avanti, se non uguali almeno simili. Indubbiamente restiamo colpiti non soltanto dal candore e dalla delicatezza della poetessa, ma anche dall’abilità con cui lei sa elaborare le sue composizioni: sicché non ci poniamo il problema se c’interessa di più la donna o la poetessa, essendo evidente che c’interessa insieme la donna-poetessa, alla quale non possiamo non dire grazie per averci offerto lo scrigno del suo cuore e della sua intelligenza.

Enucleiamo ora alcuni temi e motivi d’Eutanasia d’utopia, servendoci delle stesse parole della poetessa.

Vita, solitudine, dolore, morte: “Estranea tra gli estranei / [...] / Chi sono? Non lo so. / Forse uno spago di vento / che annoda chiome di fuoco.” (pag. 33). “Null’altro sono / che stelo inaridito / nell’aurora del silenzio.” (pag. 39). “Di certo già sapevi / che solo l’inganno / è l’ora del tramonto / e i ricordi pianto.” (pag. 45). “Siamo solo voci / trascinate dal tempo, / commemorate dalle acque.” (pag. 49). “Nube sono / di sabbia / nell’avorio dei venti / e cado come la morte.” (pag. 53). “Ambiguo non sarà oltre foschia / il sonno rutilante della vita.” (pag. 56). “Il ritmo seleziono del respiro / nell’inventare un’immagine / che mi faccia sentire meno sola. / L’ansia dell’attesa / è l’attesa dell’ansia.” (pag. 101). “Cerco nell’impossibile / il bandolo della ‘probabilità’ / di questa vaga esistenza.” (pag. 102). “Erba siamo del giorno / ed uragano s’abbatte sulla sciagura. / Nati siamo per morire: / nessuno ode la pietà del fango. / L’attimo è morte.” (pag. 115). “Sono una pietra vivente / dove l’astro batte / a mezzanotte / perché rivedere io possa / tutti i fantasmi nati / nell’arco sventurato / di una vita.” (pag. 135). “E mi chiedo / che cosa sia la Morte / e l’uomo: / [...] / Appaiono i loculi del passato / e noi umani / come panni smessi / appesi siamo / al filo arrugginito / della malinconia: / pupazzi senza parola, / ossa senza rumore: / occhi vitrei / gettati nella ‘rotula’ del niente.” (pag. 151). “Noi uomini siamo, / figli del male / che incarniamo il Verbo / nella prigione di una cornice.” (pag. 170). “L’amore amaro e triste della vita” (pag. 174). “Come fiume si corre / tra finito e infinito / [...] : con la nostra pena d’accanto.” (pag. 174). “Anche il sonno / è un nemico da combattere.” (pag. 191).”Respiro la luce amara del dolore.” (pag. 194). “Dai chiodi del tempo crocifissa” (pag. 199). “Il male è un formicaio.” (pag. 200). “Aria siamo / erba / che la ‘memoria’ trafigge e nulla ha importanza / ora che tutto è unico punto / nell’eterna illusione del sacro ritrovarci. / Amami DÀIMON / sino a che la polvere / giustizia al giorno renda. / Sono la tua ombra, / quella di sempre.” (pag. 216).

Aldilà: “E nulla mi attende / nella piaga di quell’‘oltre’ / se non quel raggio finito / di vita / in quest’atroce immenso / che disgiungendo attrae.” (pag. 111). “L’attesa è una bambola rotta / che nell’abisso geme / di questo viaggio.” (pag. 129).

Dio, religione: “Alla ricerca sono / disperata di un Dio / che lontano trovo.” (pag. 20). “Mostrati o Signore / prima che la notte mi sorprenda.” (pag. 35). “Grazie o Signore! / [...] / Cerchiamo quel Dio / che ci faccia sentire ancora ‘Fratelli’!” (pag. 37). “Natale ’95 / [...] / la nenia dei pastori / dove scarlatto s’accese / il divino vagito / del Tempo.” (pag. 58). “Migliori saranno / i nostri giorni / se perdonare sapremo. / Accordaci Padre / il beneficio del dubbio” (pag. 112).

Speranza e fiducia: “Tu anima bussi / alle scogliere della calma.” (pag. 53). “Non ho voluto ribellarmi / all’intimo ‘crudele’.” (pag. 89). “Solo luce di pensiero / è l’eden che respiro.” (pag. 155). “Nella misera luce / l’arcobaleno colgo della terra / su cui poggiare il capo, / in cima alla speranza.” (pag. 162). “La fiducia è una ‘croce’ leggera: / a furia di portarla / non se ne avverte il peso / e non potrei liberarmene.” (pag.188).

Altri temi: paesaggio silenzioso e triste (pagg. 42, 50, 97), donna d’Aspromonte (pag. 70), memoria (pag. 97), loculi, crani, teschi sanguinanti, vermi (pagg. 104, 151, 177, 200), progresso-regresso (pag. 127), guerra (149), madre (pag. 151), affamati e consumisti (pag. 174)...

Molte sono le liriche che andrebbero interamente citate e commentate; ma per impossibilità di spazio ne abbiamo scelto una molto valida, che sicuramente lo merita:

LA MEMORIA

Consunto il lutto

fiorisce la memoria

altre sembianze.

Quel mare calmo

che ci trascina al nulla

è silenzio che adorna

l’eternità delle cose.

La vena avvolgere sento

lo stelo di ogni vita.

Il mondo ripercorro delle favole

in quest’ultima sera

dove l’onda s’annulla

a ogni precipizio

in questa terra che trema

al vento che fugge

e queste mani

strette nella polvere

rammenderanno il senso

del finito.

Ad un’analisi semantica le espressioni negative (consunto, lutto, nulla, silenzio, la vena avvolgere, stelo di ogni vita, ultima sera, annulla, precipizio, terra che trema, vento che fugge, mani strette nella polvere, senso del finito) superano di gran lunga quelle positive (fiorisce, altre sembianze, mare calmo, adorna, eternità delle cose, favole). Ma ciò che ci attira non è tanto il contenuto della lirica, che è perfettamente in linea con quello di quasi tutte le altre del volume, quanto l’abilità e la finezza con cui essa è elaborata. L’andante musicale del primo periodo esalta una moderata euforia o perlomeno sicurezza, mentre nel secondo periodo la sicurezza si trasforma in consapevolezza, a volte ironica, dell’ineluttabilità del fato; e, dopo il ricordo di momenti fiabeschi, con la riaffermazione del nulla, la lirica procede in modo concitato in una serie di negatività che trovano la loro sublimazione nelle mani strette nella polvere e nella generale finitezza.

In questa lirica, come in tutto il libro, c’è davvero l’eutanasia d’utopia: la dolce morte, lenta e inesorabile, del sogno di felicità della poetessa e d’ogni essere umano; sogno che pertanto ad una visione disincantata, esperta, scaltrita e realistica, si rivela utopia. La successione dei concetti, le inferenze, la costruzione dei versi, le giuste pause e la lene musicalità conferiscono al complesso un’aura di struggente malinconia e di solenne meditazione e rivelano l’intelligenza, la competenza e soprattutto la dolcezza della poetessa, che ha saputo produrre con grazia ma con fermezza questi pensieri e queste espressioni, offrendoci non solo belle immagini ma anche occasioni di profonde riflessioni.

E a lettura finita il grosso volume, con le 200 pagine occupate dalle liriche e la settantina dalle presentazioni e dai giudizi critici, si configura come un traguardo vittorioso, ambito e raggiunto, che meritamente laurea Maria Teresa Liuzzo fra le principali poetesse del nostro tempo.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 30.IX.1998; “Pomezia notizie”, Pomezia, genn. 1999; “Il ponte italo-americano”, New York, genn.-febbr. 2000]


Maria Teresa Liuzzo, L’acqua è battito lento, Lineacultura, Milano, 2001, pp. 46, s. p.

MARIA TERESA LIUZZO POETESSA D’INQUIETUDINE

Nel 1997 Maria Teresa Liuzzo pubblicò la raccolta di liriche Eutanasia d’utopia, di cui a prima vista colpivano negativamente la ponderosità del volume e la lunghezza delle composizioni; ma, a parte ciò, per l’intelligenza, la competenza e soprattutto la dolcezza dei versi l’autrice dimostrava d’essere una delle poetesse più capaci del nostro tempo.

Con prefazione di Vincenzo Rossi e giudizio critico di Giorgio Bàrberi Squarotti è uscita ora una sua nuova silloge dal titolo L’acqua è battito lento (Lineacultura, Milano, 2001, pp. 46, s. p.), che, sempre a prima vista, colpisce per l’esiguo numero di composizioni (25) e per la brevità delle stesse, in nessun caso superiori ad una pagina. Questo, dunque, è già un titolo di merito, se non ci fossero in essa altri pregi.

Occorre subito dire che questa silloge, in cui a volte ritornano motivi e parole della precedente, non è di facile lettura; e spesso il lettore si chiede che cosa voglia dire esattamente l’autrice. Ma è certo che anche quando sfugga il senso complessivo rimangono impressi nel lettore qualche immagine, qualche suono, qualche costrutto, il significato profondo di molte enunciazioni. Dall’accostamento di questi tasselli, che brillano come lapislazzuli, deriva un prezioso mosaico d’arte e di vita, che, se dal punto di vista formale ci porta in pieno ermetismo (e a volte si sentono gli echi di Ungaretti, Quasimodo e Montale), dall’altra sottende una serie di problemi esistenziali che inducono a profonde riflessioni.

Perciò è notevole la fissità ideologica dell’autrice, che spesso si trasforma in epifonema, senza mai assumere il tono della sentenziosità. Già il titolo della precedente raccolta è ripreso nel “tramonto dell’utopia” (p. 20). La poetessa riconosce d’essere “un sogno... di porcellana” (p. 32), l’arcobaleno è fatto di “frammenti di sogno” (p. 40), la fiaccola della poetessa “è accesa d’un sogno lunare” (p. 43). Poi ci sono: “brandelli d’acqua” (p. 17), “l’acqua è battito lento” (p. 22) e “roseto d’acqua” (p. 34); come pure “agave di luce” (p. 21), “semi di luce” (p. 21), “bufere di luce” (p. 24), “un feretro di luci” (p. 25), “rovi di luce” (p. 27), “luce è la parola” (p. 28), “luce del dubbio” (p. 33) e “ciglia / guizzi di luce” (p. 35).

Pessimismo e fatalismo si colgono in espressioni come “correnti mi sospingono” (p. 19), “seno prosperoso e arido” delle donne d’oggi (37), “apparenza di passi siamo / e spento mormorio di ruscelli” (p. 22), “l’attesa orla le illusioni del finito”, che sa del leopardiano sabato del villaggio (p.24), “alga sono / attratta dagli abissi” (p. 27), “cercano orizzonti le mani” (p. 29). Tali espressioni rivelano l’inquietudine e il travaglio esistenziale della poetessa, la cui produzione s’inscrive in una ricerca teleologica, se non proprio escatologica della vita, che, pur non avendo nulla della pesantezza della filosofia, esprime il comune pensare della persona di buonsenso che esige di conoscere ogni perché del cosmo, dell’uomo, del vivere e del morire, del soffrire e del gioire. Il titolo stesso della silloge rientra in questo clima pessimistico: “L’acqua è battito lento / dell’uomo, / onda che la sabbia dissolve” (p. 22).

Eppure, in questo quadro desolante a volte irrompono immagini di quiete come “La stagione è arazzo di neve” (p. 20), “Sporgersi al di là del muro / per scorgere un sorriso di vela, / ascoltare vagiti di spume / sulla sabbia e il tempo che ruota / intorno all’ombra di un’isola sommersa” (p. 21) oppure “si ripetono stupori / e va la gioia in ghirlande di fanciulle / sulle rive di isole e palmeti, / su arazzi...” (p. 29).

Alla fine della lettura, una lettura magari ripetuta alcune volte, al lettore accorto e non superficiale non può sfuggire la delicatezza della trama ordita dalla poetessa, la quale, nell’esprimere le ansie e paure, delusioni e frustrazioni, speranze e disperazioni del suo forte sentire, ci lascia l’incanto del verso, che, pur nella sua vaghezza (e il Leopardi ci aveva insegnato che la poesia consiste anche nel vago), sa accogliere ritmo e musicalità, umori e colori, costrutti arditi e sicuramente d’effetto, risonanze d’infinito che si ripetono nell’animo.

Tutto ciò denota che la Liuzzo non è una poetessa improvvisata, ma una che sa elaborare un’arte raffinata, frutto di proficue letture, frequentazioni ed esercitazioni. In un certo senso si può dire che da allieva è diventata maestra di poesia, collocandosi sulla scia dei famosi maestri già citati. È poetessa nel senso etimologico del termine, cioè creatrice, persona che sa forgiare la parola e costruire reticoli di suoni e di colori.

E perciò questo libretto (il diminutivo indica non solo la brevità ma anche la dimensione affettiva) si configura come un vademecum quotidiano che può benissimo essere messo sul comodino e riaperto quando si ha voglia d’infinito, di luce, di riflessione.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 30.X.2001; “Talento”, Torino, nov.-dic. 2001; “Calabria sconosciuta”, Reggio di Calabria, genn.-marzo 2002]


Maria Teresa Liuzzo, Autopsia d’immagine, A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2002, pagg. 224, € 25,82.

L’AUTOPSIA POETICA DI M. T. LIUZZO

A poca distanza dalle due raccolte di versi Eutanasia d’utopia (Jason, Reggio di Calabria) e Lacqua è battito lento (Lineacultura, Milano), la nuova raccolta della poetessa calabrese Maria Teresa Liuzzo dal titolo Autopsia d’immagine (A.G.A.R., Reggio di Calabria) non solo riprende temi, contenuti e forme delle precedenti, ma a volte ne ripete interamente o parzialmente alcune composizioni.

Come i latini diciamo subito che repetita iuvant, cioè che queste ripetizioni avvalorano la presente pubblicazione, perché si tratta di quelle più riuscite e quindi meritevoli d’essere lette e rilette, non solo per una migliore fruizione delle stesse, ma anche perché se ne possa fissare i tratti caratteristici nella mente del lettore non superficiale.

Autopsia d’immagine ci riporta al delicato lavoro del perito anatomista che seziona il cadavere per scoprirne i mali; ma dal punto di vista etimologico “autopsia” è un osservare coi propri occhi per studiare e ricavare delle plausibili conclusioni. In quest’ottica la poetessa osserva sé stessa, ponendosi in una posizione d’autocritica e sezionando la sua stessa immagine — che poi è il suo io — per rilevarne il bene e il male che ci può essere quando si ha una forte personalità non facilmente appagabile ma desiderosa di luce infinita: una personalità posseduta da un demone ambiguo.

L’idea di questo demone non è nuova: c’era già nelle precedenti pubblicazioni della Liuzzo. È un’idea che rimanda alla psicanalisi e ai tanti studiosi che se ne sono occupati e ne hanno parlato. Qui il demone-Dàimon ora sorride fra le curve d’un fiore (pag. 53), ora è cercato perché il suo soffio dissolve le ansie e veste i sogni di speranza (pag. 70), ora regola il tempo di ragione e sentimento (pag. 71), ora si rivela come illusione della mente e del desiderio nella prospettiva del memento homo di liturgica memoria (pag. 81), ora con volto bifronte attira la poetessa, frutto della sua conchiglia (pag. 88), ora s’aggira fra gioiose bufere... (pag. 148). Un’idea fissa, dunque, come altre idee fisse nel libro vi sono: per esempio quella dell’utopia, che dava titolo ad una precedente raccolta: “naufraga / ogni utopia” (pag. 46), “una goccia di speranza / l’eternità racchiude / del mio infinito: / la parola / che salva l’utopia” (pag. 55), “lo sguardo / declina nel tramonto/ dell’utopia” (pag. 71), “Tornata tra i morti, / giungere non sento / l’utopia dei vivi” (pag. 72), il muto occhio “il dolore riflette e le tempeste / dell’utopia” (pag. 73); siccome la solitudine ha il colore del tempo e sono trappole immaginazione e senso “nell’acqua / dell’utopia mi immergo” (pag. 87); poi c’è “l’utopia del risveglio” (pag. 110) e la poetessa vuole sentirsi “utopia... dell’attimo” (pag. 148).

La realtà è che Maria Teresa Liuzzo, dotata d’un animo profondamente sensibile, non ha avuto dalla sorte quello che si aspettava: magari sarà stata troppo pretenziosa, ma ha avuto “la tragedia di credere al domani” (pag. 29), perché “siamo l’attimo / senza domani né ieri” (pag. 58) e lei si sente “vela stracciata / e alla deriva...” (pag. 63). Perciò la delusione è grande, ovvero i momenti di quiete sono come quelli della leopardiana quiete dopo la tempesta. Da ciò scaturisce una poesia che scandaglia il proprio io alla ricerca di sensazioni e di semplici emozioni, che lei, con consumata capacità tecnica, mette a disposizione del lettore non solo per aprirgli i più reconditi recessi del suo cuore ma anche perché ne faccia tesoro per sé stesso. E il lettore accorto non può non essere grato per questa duplice occasione che gli viene fornita in nome della poesia e della solidarietà.

In questo corposo volume, che comprende più di cento liriche, risaltano subito parecchie massime: “La vita è un treno d’estranei vagoni” (pag. 37), “Invisibile rosa / è il dubbio” (pag. 104), “Consistiamo / in un sogno di creta” (pag. 108), “Inesprimibile luce è la parola” (pag. 114), “Dilava l’onda / lo scoglio della memoria / come luce del dubbio / la ragione” (pag. 122), “Nel sonno delle felci / è il respiro del mondo / e fra silenzi e tumulti / si consuma la storia dell’uomo” (pag. 129), “E siamo madri / dal seno prosperoso / e arido, / perché più crudele / sia l’inganno” (pag. 145).

Così anche questo si configura come un libro di meditazione, in cui le massime assurgono al valore di folgorazioni e s’imprimono nella mente non solo a futura memoria ma anche a conseguente azione. Le pagine scorrono come quelle d’uno spartito musicale e fra i versi s’avverte una musica come quella dei notturni di Chopin, col cui mondo interiore ed artistico la Liuzzo rivela notevoli consonanze. E le varie illustrazioni d’autori passati e presenti, quasi inquiete acquetinte dal tenue color sanguigno e stazioni di sofferta via crucis, costituiscono delle pause di riflessione che molto fanno pensare.

È vero che il dettato non sempre risulta chiaro; e ciò, non solo per l’ipèrbato, caratteristica della Liuzzo tuttora persistente sia pure in quantità ridotta rispetto a prima. A volte l’espressione tende all’ermetico, ma questo non avviene troppo frequentemente, e inoltre per chi conosce la poetessa non è difficile capirne l’animo. In cambio la brevità o media lunghezza delle composizioni, la carta paglierina, i caratteri nitidi e di consistente dimensione, l’assoluta correttezza grammaticale (compresa la punteggiatura) e l’assenza di refusi rendono l’opera di facile lettura e quindi di grande godibilità. Alla comprensione della quale poi certamente influiscono l’intelligente e profondo saggio introduttivo d’Antonio Crecchia e i numerosi giudizi critici che chiudono il volume.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 15.V.2002]


Maria Teresa Liuzzo, ... ma inquieta onda agita le vene, A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2003, pagg. 42, € 15.

Questa nuova silloge di liriche di Maria Teresa Liuzzo, dono di Pasqua ai lettori, costituisce un poemetto in cui le varie strofe rappresentano come delle stazioni d’osservazione e di riflessione, pietre miliari d’un nuovo itinerario all’esterno e all’interno della poetessa. Perciò l’opera diventa il poema d’un’anima in cerca di luce, di quella luce cui soltanto ogni anima particolarmente sensibile come quella della Liuzzo può anelare. Nel libretto, quindi, non c’è solo la consumata perizia d’un’artefice di poesia già per molteplici prove nota al pubblico e alla critica, ma anche e soprattutto un’ardita confessione di sentimenti, paure, ansie e speranze tra cui vaga l’uomo contemporaneo, compresa la poetessa stessa.

Così nella scansione dei versi dominano solitudini e amarezze, malvagità e insidie, incertezze e pericoli, “rebus irrisolti”, giorni sostanzialmente oscuri anche se inframmezzati da sprazzi di speranza: “Nel mutevole vento della notte / miraggi di sillabe ignorano / le parole morte, ma noi siamo / ancora nella vena che s’agita, / equorea luce mobile che vince / la solitudine dell’alba” (pag. 31).

Il canto della poetessa sembra accordato con l’armonico suono d’un’arpa: e ne nasce una melodia mesta e commovente, mentre il suo sguardo si spinge su visioni paradisiache: “Danzano fanciulle / su arazzi lunari, / rondini notturne garriscono / verso innocenza d’astri” (pag. 42). Finalmente agl’incubi notturni succede la calma e allora “... L’anima / rinasce fra le spume / nella casta / nudità dell’alba” (ibidem).

Tutto ciò potrebbe sembrare ovvio e scontato se non si considerassero la profonda serietà da cui scaturisce il libretto, la preparazione, la capacità di modularne i versi e di corredarli d’una serie d’immagini ora paesaggistiche ora intimistiche ora avveniristiche. A ciò s’aggiunge il bisogno della Liuzzo di trasmettere agli altri le sue intense emozioni e di coinvolgerli in esse, allo scopo non soltanto di godimento estetico, ma anche di solidarietà umana e sociale.

E di ciò dobbiamo sinceramente ringraziarla, nella speranza-certezza che lei saprà regalarci ancora preziose schegge della sua anima.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2004]


Maria Teresa Liuzzo, L’ombra non supera la luce, A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2006, pagg. 224, € 40.

Il poderoso volume di Maria Teresa Liuzzo L’ombra non supera la luce si configura non soltanto come silloge di liriche, ma anche come importante testo di documentazione sulla vita e l’attività della poetessa Maria Teresa Liuzzo. Infatti circa metà d’esso è occupata da note bio-bibliografiche, estratti dei giudizi più significativi, elenco delle pubblicazioni e della antologie in cui la poetessa è inclusa, elenco dei quasi 400 critici e recensori che si sono occupati di lei, nota di presentazione dell’editore, lettere di beneplacito di Giorgio Bàrberi Squarotti, prefazione di Stefano Mangione, postfazione di Mauro Decastelli e corposi saggi di altri sei critici (Peter Russel, Paolo Arecchi, Pasquale Matrone, Carmelo Puntorieri, Sandro Allegrini e Rino Cerminara). Giorgio Cadoni a sua volta ha dedicato alla poetessa una sua poesia.

Da questa cornice, in mezzo a cui è posta la silloge di liriche, si ha la garanzia che la Liuzzo è una poetessa fuori dal comune, la quale ha conquistato un notevole posto nel panorama letterario a cavallo fra secondo e terzo millennio; ed è leggendo attentamente la silloge, e meglio ancora rileggendola, che anche il critico autonomo e scrupoloso, cioè quello che non si fida dei giudizi altrui, può trovare conferma a quanto affermato nei giudizi allegati.

Fin dalla prima lirica si coglie il carattere eminente dell’opera, che poi rimarrà costante: un senso di serietà, sensibilità e capacità espressiva, un tono lievemente malinconico (si direbbe mesto) che accarezza e lenisce, un bisogno d’esprimere ma anche donare la propria interiorità, proponendo nel contempo qualcosa d’utile agli altri. La capacità espressiva si manifesta anche con una collaudata esperienza nel taglio dei versi, nella scelta del lessico e nell’organizzazione sintattica. E se a volte il dettato si fa arduo, allora il lettore viene chiamato a proseguire lui stesso la poíesis, dando una sua possibile interpretazione e soluzione ai quesiti espliciti o impliciti.

Questa silloge si presenta come una successione di composizioni senza titoli, perché ha un’unicità nel discorso di fondo: ecco perché, non avendo neanche divisione in parti, si può parlare di continuum più che d’excursus in questa carrellata di parole e pensieri, che poi sono anche riflessioni d’elevato tenore, tant’è vero che se ne può dedurre subito l’aspetto gnomico nei frequenti epifonemi, specialmente — ma non soltanto — nella nutrita serie di haiku. Ecco perché spesso i periodi sono brevi, ma incisivi, ed espressi con verbi all’infinito. Alcuni di questi epifonemi, per loro natura lapidari, restano impressi nella mente del lettore e accompagnano a lungo la successiva lettura, rivelando salda la loro identità e verità: “Nei fondali profondi / non giunge la luce / e l’occhio si arrende, / ma la mente e il cuore / possono più d’ogni sole” (p. 78); “Nella maternità / si ricompone il tempo / e acquista senso / fra calore umano / e palpito divino” (p. 81); “La vita nasce dal sogno / e ha come seme la parola” (p. 95); “... del tempo / infinito, è solo un punto / il tempo dell’uomo” (p. 127). E certe immagini lapidarie sono come icastiche pennellate di colori in cui l’anima della poetessa vibra con un cauto ottimismo: “Visioni d’acquerelli / tra i pensieri” (p. 35); “Torneremo fanciulli: / nel riso e nel pianto / pastelli dipingono il cielo; nella conchiglia, oceani d’amore” (p. 113).

Ma, oltre a quelli lirico-intimistici, la poesia della Liuzzo ha anche aspetti sociali: si condannano campi di concentramento, croci uncinate e diaspore; si rievoca con raccapriccio il terremoto molisano del 2002; s’invoca acqua, grano e amore per le disagiate popolazioni africane; si stigmatizzano lo schianto delle carrette dei clandestini contro le scogliere e la condizione degli extracomunitari costretti a lavare i vetri delle automobili ferme ai semafori per poi chiedere l’elemosina a non sempre cortesi persone; si decantano le bellezze del Sud, da cui spesso gli emigranti portano con sé sogni e rimpianti su treni diretti verso l’ignoto, mentre solo quando finisce la stagione turistica qualche disoccupato — si direbbe un poeta — può estasiarsi con la magia delle lampare nelle notti stellate; si sottolinea l’appariscenza e l’alterigia delle campagne elettorali, gravide spesso di menzogne e delusioni; si deplorano la schiavitù, la miseria e il terrorismo, i fili spinati, i campi minati, i bombardamenti e le macerie.

Alcune composizioni prendono in considerazione la maternità, il maschilismo, la funzione della donna e le sue attività lavorative, pesanti non solo quando deve mietere il grano, ma anche quando deve fare la casalinga. Una scheletrica lista di spesa alimentare dall’aspetto futuristico o sperimentale (p. 104) diventa una specie di divertissement (l’autrice ci dimostra che all’occorrenza sa fare anche questo) che sembra contrastare con lo stile di tutta la silloge; ma si riscatta alla fine, con una conclusione in cui l’amarezza ha il sopravvento sull’ironia.

Dal punto di vista grafico-editoriale siamo in presenza d’un’edizione prestigiosa, impreziosita anche dalle illustrazioni riproducenti opere di noti pittori quali Caravaggio, Vale, Gauguin (erroneamente scritto Goguin), Leonardo e Picasso. L’adeguata impaginazione, la bella carta e i grandi caratteri tipografici delle liriche fanno sì che questo volume di Maria Teresa Liuzzo, nonostante alcune sporadiche sviste, si legga volentieri, non soltanto per gustare la valenza della sua poesia, ma anche per avere una documentazione della sua risonanza.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, nov. 2006]


Maria Teresa Liuzzo, Genesis, A. G. A. R., Reggio di Calabria, 2007, pagg. 360, € 40.

Francamente riesce imbarazzante scrivere una recensione a questo nuovo libro di Maria Teresa Liuzzo, dopo la prefazione di Mauro Decastelli. A parte il fatto che lo stesso Decastelli con la prefazione, una sintesi in inglese, una postilla, una sua nota bio-bibliografica e una testimonianza, occupa quasi 120 pagine (e quindi molto di più del testo italiano della silloge in esame), una prefazione siffatta, esulante dalla normalità, è un saggio che costituisce un libro nel libro: e qualcuno potrebbe pensare che tale saggio avrebbe meglio potuto essere pubblicato in un volume a parte. Però tale ragionamento nella fattispecie non è esatto: infatti l’ampio saggio del Decastelli si configura come una dettagliata analisi, interpretazione e guida per i lettori di Genesis. Quindi il suo posto va bene dov’è, dato che funge da introduzione: e introduzione (anziché prefazione) forse avrebbe potuto meglio essere chiamato. Senza dubbio del Decastelli stupiscono la profonda dottrina, la conoscenza di varie lingue e culture, l’idoneo linguaggio adoperato e l’elevato stile; e per tutto ciò il suo saggio, che s’arricchisce di dotte note a pie’ di pagina, risulta nell’insieme critico-letterario, filosofico, psicologico.

Questo ponderoso volume italo-inglese, che rappresenta una notevole impresa editoriale dell’A. G. A. R., è scevro di refusi e d’altre sviste e si presenta in forma elegante. Esso reca in copertina un prezioso dipinto del Botticelli e all’interno molte fotografie di presentazioni e d’altri eventi riguardanti la Liuzzo, il Russel, il Decastelli, ecc. Oltre a quanto sopra, vi si trovano una nota dell’editore, una dell’autrice, testimonianze e note critiche di vari autori, note bio-bibliografiche, un elenco delle pubblicazioni della Liuzzo ed uno di critici e recensori. Si chiarisce che la forma inglese nasce dalla traduzione e presentazione da parte del compianto poeta Peter Russel, grande amico dell’autrice e dell’editore.

Venendo specificamente alla silloge Genesis di Maria Teresa Liuzzo, notiamo che dalla lirica “Noi siamo” (pag. 224) si può dedurre l’essenza di tutta la sua poesia: la poetessa riconosce che siamo soffi di vento, riflesso ansioso d’ossa, forse (ma non lo sa neanche lei) l’inizio d’un punto che non conclude a niente, l’orma della polvere nel cantiere dei misfatti. E in “Nettare d’azzurro” (pag. 140) aveva detto: “Sabbie siamo / che roteando affioriamo / l’eterno di un istante / per sprofondare poi / entro anelli di silenzio”. Ecco, dunque: la poesia della Liuzzo appare come un’introspezione, un viaggio dentro e intorno a sé stessa, alla ricerca ed estrinsecazione di immaginazioni, elucubrazioni, delusioni, ansie, paure. La poetessa si confessa con sincerità e trasporto, in un abbraccio di solidarietà. Ne scaturisce un senso di gracilità e transitorietà, vanitas vanitatum, che giocoforza conduce all’idea della morte e del nulla, i due concetti ricorrenti nella silloge, anche se in “La città delle ombre” (pag. 260) “ancora lontana m’apparve / la città delle ombre” e in “Autopsia d’immagine” (pag. 276) lei s’illude che “Forse un giorno sapremo / scorgere il nido dell’aquila”.

Fra le sue riflessioni ci sono anche il tempo, che in “Umani irriflessi” (pag. 286) è per lei “materia sconosciuta / ed inclemente / con la ‘fuggiasca carne’”; per la qual cosa in “Anatomia del ciclo” (pag. 300) invita a guardarsi “ancora una volta / nello specchio dei giorni / smarriti e complici”. Ma considerazioni importanti la poetessa fa anche su gravi avvenimenti d’attualità, quali la guerra in Cecenia, la strage con gas nervino in Giappone, il massacro in Ruanda, l’attentato a Rabin in Israele, l’arroganza dei nuovi imbonitori e il razzismo.

A proposito di quest’ultimo fenomeno, in “Arroganza e dispotismo” (pag. 304) la poetessa – fra l’altro – afferma: “Razzismo d’altri tempi / riaffiora nel fiele dei secoli / come cadavere estinto / da lupara bianca”. Questa composizione è collocata a conclusione dell’intera silloge, quasi affinché il messaggio possa rimanere più impresso nel lettore: infatti la Liuzzo in Genesis partecipa al dibattito sociale, manifestando la sua opinione talora con parole forti, allo scopo di deplorare e spronare, dando così alla sua silloge anche un’impronta sociale e gnomica, oltre a quella intimistica dominante. E tra le espressioni più icastiche vanno ricordate: “trame pagane” (pag. 132), “vuoto monarca” (pag. 133), “sanguisughe accattone” (pag. 170), “adulterio massonico” (pag. 286), “vivere massonico e sleale” (pag. 304).

Va detto con onestà che il dettato della Liuzzo non sempre è chiaro, anche a causa della consistente lunghezza delle composizioni: e ciò, non tanto per l’ipèrbato, che caratterizza tutta la sua produzione e che anzi può risultare gradito, ma perché lei talora pende verso l’ermetismo. Così la poetessa coinvolge di più il lettore nell’interpretazione dei suoi testi: il quale in ogni caso non può non restare colpito dall’abilità compositiva, dal taglio dei versi, che sembrano fatti su misura per la recita e che contengono analogie, parallelismi grafici e fonici, ritmi e onde musicali.

Insomma, quella di Maria Teresa Liuzzo è una poesia d’alto livello, che merita l’apprezzamento di quanti la intendono e sanno riconoscere la creatività artistica.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 3/2008]


Maria Teresa Liuzzo, Miosòtide - (Non ti scordar di me), A. G. A. R., Reggio di Calabria, 2009, pp. 208, € 40.

RECENSIONI A LIBRI DI ANGELONE, LIUZZO, SARTOR

Guardando il titolo e la relativa immagine in copertina e a p. 97 di questo libro della poetessa calabrese Maria Teresa Liuzzo, anzitutto ci ricordiamo d’una leggenda austriaca ispirata a questo fiore, secondo la quale un giovane innamorato, mentre coglieva qualche esemplare di questo fiore lungo una riva del Danubio per donarlo alla sua amante, precipitò nel fiume e gridò “Non ti scordar di me!” per auspicare un amore eterno, che può e deve oltrepassare la morte.

Anche in questo libro il grido della poetessa è rivolto all’amante segreto, che lei afferma essere la poesia; ma i tratti dell’amore e dell’amante sono talmente concreti e a volte realistici che si stenta a credere ad un amore-pensiero. Le liriche sono tutte senza titolo; e da ciò si può dedurre che lei abbia voluto comporre un articolato poema d’amore: e ad un’attenta lettura questo appare intriso di ritmo e musicalità, rime anche interne, simboli, metafore, altre figure e strutturazione dei versi (alcuni endecasillabi) tale che spesso i lettori restano incantati. In certi momenti si percepiscono echi di Baudelaire, D’Annunzio e Pascoli; ma il tessuto di questo poema è tutto personale.

Cielo, terra, mare: la poetessa ha convocato qui tutti gli elementi del creato per significare le manifestazioni, le sensazioni e le emozioni del suo amore, che a volte è paradiso ma più spesso inferno. Concorrono a ciò il sole e le altre stelle, la luna, il vento, le albe e i tramonti, la superficie e le onde del mare, la bonaccia e la tempesta, i prati e le valli, gli uccelli e le farfalle, ma soprattutto i fiori, tanti fiori dai diversi colori e profumi, in una piena immersione nella natura, con cui s’esprimono tutte le sfumature di questa passione, dal semplice desiderio erotico al bacio, dall’amplesso parossistico allo spasmo sofferto-goduto, in un’estasi in cui lei vorrebbe morire, perché — secondo lei — non ci sarebbe morte migliore di questa. E quando si parla di grilli, cicale e Principe Azzurro sembra di trovarsi in una fiaba.

Allora ci viene in mente il catulliano carme LI che comincia col verso “Ille mi par esse deo videtur” (traduz. di Mario Marzi: “Colui mi sembra esser pari a un dio”), nel quale il poeta latino rielaborò quel carme di Saffo tramandatoci dallo Pseudo-Longino (sec. I) a dimostrazione della sua teoria del Sublime, su cui nei secoli hanno discettato grandi filosofi; come pure ci viene in mente il sonetto della dantesca Vita nova (cap. XXVI) che comincia col verso “Tanto gentile e tanto onesta pare”. E il poema della Liuzzo è una prova che il Sublime può esistere ed essere a portata di mano: eccolo in tante di queste liriche. Però, in esso, platonismo e stilnovismo sono lontani: vi dominano corporeità e sensualità. Non si può supporre che questo trasporto amoroso sia soltanto un sogno, un’elucubrazione, un’ebbrezza, un delirio.

Perciò non si sa dove e fino a quando possa reggere l’affermazione della poetessa che il suo amante è la poesia, come lei scrive anche nella penultima pagina in una meditazione trascendentale: “La morte ci sfiora e noi siamo / farfalle e fiori nei suoi occhi / e il suo sguardo ali e petali / ci strappa e disperde”. Lei non riesce a trovare il necessario orientamento senza bussola e senza stella polare in mezzo alla nebbia, e conclude: “In questo / dormiveglia, tra la vita e il sogno, / sento il tuo corpo caldo. / M’ingravidi di fantasie, di sensi, / amore mio segreto. Poesia.” (p. 125).

La morte è presente anzitutto nell’attesa di Dio: “La morte / allora è vinta dai rossi tramonti, / dagli acquerelli della fantasia, / dall’attesa dell’alba che annuncia / il tuo arrivo, mio Dio: in Te è la storia / da vivere e da scrivere nel tempo” (p. 26). Inoltre è presente nell’immaginazione di ciò che avverrà dopo d’essa; e al riguardo, premesso che non vuole essere dimenticata (e quindi grida “Non ti scordar di me”), lei s’immagina forse più viva e presente dopo la morte, “quando sarò la sedia vuota, / il letto intatto, i gerani / senza la cura delle mie mani e i fogli bianchi, / la penna senza scrittura” (p. 47). Ma ora lei vuole la realtà del corpo e il carpe diem, anche se sa che tutto è vano: “È vano tutto quello / che sorge e che tramonta, / su cui sprechiamo il fiato” (p. 48). E questo ci ricorda le parole del biblico Qohèlet in apertura del suo libretto d’amare riflessioni: “Vanitas vanitatum, dixit Ecclesiastes, / vanitas vanitatum et omnia vanitas / [...] / Nihil sub sole novum.” (traduz. della C. E. I.: “O vanità immensa, ha detto Qohèlet, / o vanità immensa: tutto è vanità. / [...] / Niente di nuovo sotto il sole.”).

A tali riflessioni se ne collegano altre che hanno sapore di massime ed epifonemi, quali: “ed il mattino è mandorlo fiorito” (p. 31); “Sorge dal cuore dell’amore / il senso profondo della vita” (p. 51); “sono come una vela / che la brezza spinge / sono l’ala / gioiosa che dipinge / l’azzurro e si fa stormo” (p. 85); “Ma ogni età / è come la prima / se amore nell’ideale / serra dell’anima fiorisce” (p. 99); “forse dopo essere / stati sommersi dalle nebbie, / può ritornare il sole” (p. 104); “È il tempo della nostra giovinezza / un frammento di eterno, / che per te mi possiede, a ritornare nelle molteplici linfe della vita.” (p. 126). E lo spasmo della poetessa è tale che a volte lei s’identifica con la Madonna Addolorata. (p. 95)

Come abbiamo visto, nel poema è presente anche Dio, a cui la Liuzzo s’affida con sincera e totale dedizione (pp. 26, 27, 46), come sono presenti istanze etico-sociali quando la poetessa deplora l’altruismo proprio e la solitudine altrui: “E siamo ciechi / per le ferite altrui, / di chi ci ama, e sordi / ad ogni richiamo, / non d’aiuto, ma d’attenzione” (p. 36).

Maria Teresa Liuzzo, pur operando nelle alte sfere della creatività artistica, forse non aveva raggiunto una vetta così elevata: segno di maturazione e di progressivo affinamento. Così, a lettura finita, ciò che rimane più impresso è non la bella tecnica espressiva che ci accarezza e ricrea, bensì il crescendo delle sempre nuove modalità e caratterizzazioni dell’amore, che s’estrinseca nelle molte pagine del libro e che sapientemente coinvolge il lettore.

Quale che sia quest’amante, nel poemetto spicca l’esaltazione della parola, della scrittura e della poesia: e ciò è importante, specialmente per le nuove generazioni.

Ora si potrebbe rilevare che nel libro ci sono alcuni refusi e sviste: qualche carattere-spazio talvolta è doppio e talaltra assente, come anche qualche punto fermo; lo stile grassetto talvolta è presente dove non dovrebbe esserlo e talaltra è assente dove dovrebbe essere presente; idem per la dimensione dei caratteri; qualche virgola è in più o funge da due punti; le poche parole straniere non sono messe né tra virgolette né in corsivo. E poi s’incontrano: qual’é (p. 24) e qual’è (p. 104) al posto di qual è, al posto di fa (p. 27) e di fa’ (pp. 73 e 108); Si al posto di Sí (p. 31); fa’ al posto di fa (p. 91); chè al posto di ché (p. 103). Ma questi difetti formali incidono poco sul complessivo valore del poema.

Il libro s’apre con la prefazione di Mauro Decastelli e si conclude con recensioni, giudizi e note critiche, nonché con un elenco alfabetico di tutti i recensori della poetessa. Non mancano immagini d’eventi e riconoscimenti conseguiti dalla stessa.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, lug.-dic. 2009]


Maria Teresa Liuzzo, …E adesso parlo!, A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2019, pagg. 160.

DOLOROSE MEMORIE, CORAGGIO E DENUNZIA IN UN ORIGINALE ROMANZO DI M. T. LIUZZO

Conoscevamo Maria Teresa Liuzzo come poetessa di notevole valore, pluripremiata in Italia e all’estero, oltre che come fondatrice e direttrice della rivista “Le Muse” di Reggio di Calabria ed esponente culturale in relazione con importanti enti e personalità del mondo. Ora veniamo a conoscerla come narratrice che continua ad essere poetessa in un romanzo in cui molte pagine sono intrise d’alto lirismo.

Il romanzo …E adesso parlo! di Maria Teresa Liuzzo (A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2019, pagg. 160), presentato con un’accattivante copertina, è un autentico cahier de doléances. In questo “quaderno di doglianze” queste occupano l’intero romanzo, magari più volte rievocate, fino all’ultimo capitolo, nel quale si fa una rassegna delle stesse: e preferiamo la parola doglianze alla parola geremiade, la quale ultima potrebbe sottintendere l’infondatezza delle lagnanze.

Che tenerezza ci fa — per l’interminabile sequela d’umiliazioni, maltrattamenti, violenze, tentativi di stupro e d’omicidio, sequestri di persona, tradimenti, ingratitudini, ingiustizie, inganni e truffe — questa Mary, bambina e adulta, figlia e madre! (Della quale però ci meraviglia il nome anglo-americano impostole in una regione, che per quanto riguarda l’onomastica all’epoca della nascita della protagonista era fortemente legata a nomi devozionali espressi in italiano, dato che non era ancora arrivata l’imperversante moda delle parole anglo-americane.)

Mary è capitata in un ambiente di delinquenti che abitualmente trasgrediscono gli obblighi della legge, oltre che quelli della religione, della morale, della riconoscenza, della genitorialità, della fratellanza, della figliolanza e del buonsenso: assassini, aguzzini, pedofili, incestuosi, adulteri, truffatori, ladri… E questi delinquenti sono i suoi genitori, il primo marito, la figlia (nata dal primo matrimonio), i parenti, gli affini e altre persone dell’ambiente, alcune delle quali collegate all’organizzazione delinquenziale dell’andràgata (per usare una parola greca), a cui a volte sottostanno perfino le forze dell’ordine. Si tratta della feccia della società: e sembra che al peggio non ci sia fine. Soltanto il secondo marito dapprincipio e il figlio (nato dal secondo matrimonio), oltre che qualche vecchio conoscente, qualche sindaco e medico, la trattano con comprensione e rispetto. Ma è al di fuori dell’ambiente familiare che Mary è riconosciuta ed apprezzata a pieno, fino ad occupare i primi posti nella vita sociale e culturale per l’affetto e la stima riscossi.

Questa vicenda per certi aspetti potrebbe risultare orripilante e deprimente ad alcuni lettori. Eppure essa vive e s’impone grazie alla poesia che v’è infusa: ed è grazie a questa poesia che molte pagine assurgono a livelli di sublimità ed incanto, considerando anche che l’immaginario Raf vive in un mondo di sogno ed è ispiratore e portatore di poesia.

Con fine analisi psicologica l’autrice scandaglia l’animo della protagonista e ne mette in evidenza le doti di purezza, resistenza e sopportazione in siffatto ambiente di turpitudini e nefandezze, facendone un’eroica martire che grandeggia per un intero libro, fiduciosa in Dio e nei santi, fra cui santa Maria Goretti (emblema della purezza fino al martirio) e san Pio da Pietrelcina (taumaturgo dai numerosi prodigi). Inoltre fa di lei un esempio vivente del precetto evangelico del perdono, in ciò seguendo il magistero della Chiesa: cosa per la quale questo romanzo assume anche un carattere parenetico, diffondendo questi ed altri insegnamenti religiosi e morali.

E per sua fortuna Mary ha dalla sua parte Raf e la poesia: lei spesso ricorre a questi ideali, si rifugia in essi e in essi trova la forza di continuare a vivere, nonostante qualche tentativo di suicidio.

Il pittore Raf è un dàimon, come l’autrice stessa l’ha definito alla greca, cioè un essere soprannaturale immaginato dalla protagonista e col quale lei vive una straordinaria storia d’amore in una seconda vita parallela e paranormale. Con lui lei parla, ascolta, dialoga, ama, freme, spera, progetta l’avvenire e soprattutto trova la sua pace. Nel suo excessus mentis, come dicevano gli antichi mistici definendo l’estasi, Mary si congiunge con lui, prova piacere e riesce perfino ad avere un figlio. E c’è di più: per un trasferimento mentale, quando va ad abitare nella villa “Destina” donatale da un ammiratore, Mary apprende da una telefonata ricevuta che precedentemente la casa era abitata da due artisti follemente innamorati l’uno dell’altra: un pittore già avvocato e una poetessa di nome Maria (ora Mary è in italiano Maria), che avevano un cane della razza “labrador” come quello posseduto da Mary, fedele compagno di lei. E allora è il caso di domandarsi se la vita è sogno come affermava Pedro Calderón de la Barca e negava Salvatore Quasimodo.

Certamente tutto ciò è surreale, ma denota l’abilità dell’autrice, che è riuscita a rendere verosimile l’irreale e a costruire una fantastica vicenda d’amore alla quale ha dato la concretezza della realtà. E in ciò sta l’originalità di questo romanzo.

Oltre alla trama, che si può definire anche storia d’un’anima tormentata e vilipesa, quello che interessa in questo romanzo è pure lo stile, fatto d’evocazioni, riflessioni, ricordi e soliloqui che scorrono per pagine e pagine, suscitando pensieri ed emozioni. In questo romanzo ci sono delle vere e proprie lettere d’amore, tanto belle che non se ne trovano uguali neppure negli appositi prontuari di lettere d’amore d’una volta; e, se l’orizzonte della quotidianità è buio, grazie alla poesia esso s’apre a squarci di sole e di luce. Bellissimi paesaggi e fulgide speranze intervengono a colorare la vita, a dare fiducia.

Il romanzo è preceduto da una prefazione di Mauro Decastelli e seguito da una postfazione di Teresa Laterza; e le pagine finali sono occupate da un’imponente nota biografica che attesta l’attività e i riconoscimenti dell’autrice, nonché il suo ruolo di primo piano nella cultura contemporanea. Ma non sono da ignorare né la bella poesia del risvolto della copertina indirizzata alla mamma, alla quale s’attribuisce un’“anima di ghiaccio” e si contesta di non aver ascoltato “il grido del mio aiuto”, né la lunga, appassionata e commossa dedica al figlio Davide (pag. 2) di “questo romanzo, che è di dolorose memorie, ma anche di coraggio, di riscatto e di salvezza, al di là della sacrosanta denunzia”: queste due cose, meglio di qualsiasi recensione, aiutano a capire situazioni e stati d’animo della narrazione e — anche se ciò è ininfluente ai fini del già evidente valore artistico dell’opera — ad identificarne sia pure parzialmente alcuni personaggi, nonostante la dichiarazione finale che “Ogni riferimento […] è da considerarsi puramente casuale” (pag. 160). E tutto il contesto non può non coinvolgere i lettori più sensibili ed indurli a manifestare in modo affettuoso e tangibile alla vittima innocente la propria umana e sincera solidarietà e nel contempo le più vive e calorose congratulazioni per il coraggio, il riscatto e la salvezza.

L’espressione linguistico-espressiva è chiara, scorrevole e corretta; e se non fosse per qualche virgola mancante e qualche parola straniera tipograficamente non differenziata, il linguaggio altamente poetico si direbbe perfetto, nonostante alcuni refusi. A sua volta la forma grafico-editoriale è elegante e l’impaginazione ordinata e ben disposta, anche se per una migliore fruizione dell’opera sarebbero stati opportuni margini laterali più larghi e un’inchiostrazione più scura.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2019]


Maria Teresa Liuzzo, Non dirmi che ho amato il vento!, A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2021, pagg. 208

Il secondo romanzo di Maria Teresa Liuzzo

di Carmelo Ciccia

Leggendo le prime pagine del secondo romanzo di Maria Teresa Liuzzo Non dirmi che ho amato il vento! (A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2021, pagg. 208), si nota subito che ritornano personaggi, ambienti e scene del precedente …E adesso parlo!; ci sono gli stessi parenti serpenti, le stesse e altre spregevoli “vipere” e “megere”, coi soliti maltrattamenti, tradimenti, inganni, truffe, imbrogli, ecc., anche fra madre e figlia, sorella e sorella e altri congiunti: e meno male che il padre era morto, dopo aver violentato la figlia e poi tentato d’ucciderla. Tutto a danno della mite, candida, paziente e altruista Mary, protagonista dallo strano nome esotico in una Calabria vilipesa da delinquenti e malavitosi, l’abbrutimento dei quali risalta — ad esempio — anche nel costringere i bambini ad assistere agli accoppiamenti sessuali degli animali. Qui ora non soltanto continua la saga di questi parenti serpenti, ma ad essa s’aggiungono altri tradimenti e inganni da parte di personaggi già numi tutelari della stessa protagonista, quali “nonno” Silvio che la pugnala alle spalle e Raf che la prende in giro.

Quello che si rimprovera alla protagonista, in particolare da parte della madre, è d’avere pubblicato un romanzo ritenuto un pubblico atto d’accusa per tutto il parentado: un atto tanto più grave quanto più il libro è diffuso. E per questo lei riceve intimidazioni e minacce affinché la smetta di scrivere, specialmente di scrivere quelle cose infamanti, nonostante che per lei stessa lo scrivere sia un mezzo per evadere da quella tetra situazione e salvarsi. In sostanza in questo romanzo ritorna il clima del precedente, nel quale la protagonista stessa non sapeva a quali santi votarsi per sfuggire alle persecuzioni.

Ma per fortuna, superate le prime pagine, ci s’accorge che il romanzo prende un’altra piega: quella d’un amore sognato, travagliato e presto finito. Questo fra la scrittrice e il pittore è un amore altalenante, ora travolgente ora deludente, tanto che Raf alla fine sparisce, dopo essersi sposato con Mary, aver avuto un figlio da lei, averla tradita e aver commesso altre nefandezze: e per fortuna il figlio viene adottato da un misterioso e miracoloso principe. Quello con Raf, però, è un amore che si svolge nella dimensione dello spirito: la protagonista afferma che “— […] la nostra vita è sogno e segreto dell’Oltre” (p. 166) e che “nel sonno, visse il suo sogno nel sogno” (p 172). La stessa “viveva catapultata in secoli lontani, addirittura parlava in lingua etrusca” (p. 175). Tuttavia, dopo che la protagonista ha manifestato allo stesso Raf nostalgia e rimpianto per i dolci momenti trascorsi insieme, la situazione si capovolge e precipita: lei accusa il suo demone d’essersi mutato in serpente (p. 116), rompe un ritratto di lui (p. 140), amaramente riconosce d’aver amato il vento (p. 179), chiama lui “balordo dell’ipocrisia” (p. 193) e “falso profeta” (p. 195); e quindi con un dialogo fra madre e figlioletto (dal quale è pronunciata quest’ultima definizione) esegue quasi un epicedio. Già l’atmosfera funeraria è presente nel “feretro del mutismo” di Raf (p. 187); ma qui si tratta d’un epicedio a rovescio, cioè nel quale, invece di decantare i pregi dello scomparso come s’usava presso gli antichi greci, ora gli si dà l’addio deplorando i difetti di lui: il tutto in una poesia visiva — questa finale — che si conclude con la parola Croce, scritta in lettere sovrapposte, quasi a scandire l’immensa sofferenza della protagonista (pp. 194-196).

Come si vede, la parte prettamente narrativa dell’opera è esigua e s’esaurisce presto, mentre quella lirica è sovrabbondante, dato che l’autrice è una poetessa nota e apprezzata in tutto il mondo, la quale in questo romanzo — come in una certa parte del precedente — s’esprime in prosa. Peraltro vari scrittori hanno prodotto poesia nelle loro opere scrivendo in prosa: al riguardo si ricordano il Manzoni di certe pagine dei Promessi sposi, il Verga d’altre dei Malavoglia e così via.

Trattandosi quindi di prosa lirica, la maggior parte del contenuto si basa su un linguaggio allusivo, ricco di metafore, sineddochi, metonimie ed altre figure retoriche tipiche della poesia: quindi esso talora è aulico e desueto o inconsueto, tale da apparire non raramente ermetico. Negl’incontri, nelle lettere (lettere esemplari, da prontuari di corrispondenza amorosa), nei dialoghi e nei monologhi la vicenda di Mary e Raf si risolve in una successione di sprazzi lirici esprimenti passioni, estasi, speranze, paure, delusioni, a cui fa da sfondo un adeguato paesaggio, non sempre ameno, in una specie di delirio d’amore/morte intriso d’elucubrazioni e fantasticherie dall’andamento monodico-melodico, frutto d’una forte ed esperta tecnica poetica, tanto che la protagonista ad un certo punto esclama: “— Oh mia Scrittura, melodia egoica di culla e di Morte!” (p. 165).

Oltre a quanto detto sopra, si rileva che il tessuto linguistico-espressivo spesso è costituito da periodi semplici, cioè consistenti in sola proposizione, magari nominale e sentenziosa e magari formante un capoverso a sé, il cui contesto viene ad assumere un carattere apodittico e parenetico; e che il frequente ricorso ad un nuovo capoverso soltanto dopo poche parole, più che creare frammentismo, non soltanto ricalca il verseggiare della poesia, ma di fatto produce un risalto espressivo e favorisce la lettura e la fruizione del dettato stesso. Esempi: “Fuori pioveva. Le ombre erano appese ai loro ombrelli. / Mia scorse Raf di lontano. / Anche Mary era diventata un’ombra” (p. 95); “— Chissà se troveremo mai nell’autunno inoltrato della Vita un caldo raggio di sole; gli anni vanno vissuti per non aver rimpianti, e non giova contarli, si sentirebbe solo la brevità del tempo, e l’ora diventare nella clessidra più sottile dell’ebbro volo di uno sciame allo sbando.” (p. 97); “— Non si cancella la Vita dei giorni amati e dimenticati. […] —Tra màrtiri ed eroi, si consuma la storia.” (p. 178). E, mentre si nota l’elevata preparazione letteraria e psicologica, con implicita conoscenza della cultura antica e moderna, si pongono in evidenza la lingua finemente elaborata e la correttezza del dettato, in cui le parole straniere sono messe in corsivo (tranne qualcuna dimenticata), la punteggiatura è curata e quasi sempre a posto e le frequenti iniziali maiuscole di nomi comuni sono segnacoli di pensiero subliminale.

Infine le due fotografie presenti in copertina, davanti una giovane bella e fiera e dietro una fanciulla pensierosa (con accanto la bambola impaurita di cui più volte si parla), sembrano raffigurare l’autrice e costituire un indizio della sovrapposizione della protagonista all’autrice stessa, mostrandone due momenti della vita e della vicenda.

Questo romanzo, come altre opere della stessa scrittrice, è preceduto da un’introduzione di Mauro Decastelli, profonda, dettagliata e lunga quasi metà del romanzo stesso. Essa meglio avrebbe potuto stare dopo il romanzo quale postfazione (quindi in modo da essere letta dopo aver letto il romanzo) o meglio ancora in un libro a sé stante: fra l’altro una prefazione, essendo stata scritta prima della pubblicazione dell’opera, non contiene i numeri delle pagine di riferimento e quindi da parte dei lettori non è possibile fare alcun riscontro testuale. In ogni caso si consiglia di leggerla dopo il romanzo, perché in tal modo non soltanto viene compreso meglio il corposo saggio del critico, ma si può comprendere e valutare meglio l’originale romanzo della poetessa-narratrice.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2021]


Maria Teresa Liuzzo, L’ombra affamata della madre, A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2022, pp. 140

Il terzo romanzo di Maria Teresa Liuzzo

di Carmelo Ciccia

C’era da aspettarselo ed è avvenuto: ai primi del 2022 è uscito il terzo romanzo di Maria Teresa Liuzzo: L’ombra affamata della madre (A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2022, pp. 140), che nel titolo rimanda ad una lupa affamata e minacciosa o meglio minacciosa perché affamata: non per nulla si dice “fame da lupi”. Certamente la base della trama è nota e se ne prevedevano gli sviluppi; ma, a prescindere da ciò, ci si ritrova nell’onda melodica di questo tipo di narrazione, essendo la Liuzzo una consolidata poetessa, tanto che la sua prosa è poetica e in parecchie pagine s’incontrano dei brani in versi. E ora, completata questa trilogia poetico-narrativa di sapore dannunziano, per non dire classico-greco, è probabile che l’autrice non torni più su questa martoriata vicenda così coinvolgente.

Eppure per quanto riguarda la trama non è che ci sia tanto da dire. Richiamate le angherie inflitte alla protagonista dai suoi parenti-serpenti — a causa delle quali la pur religiosa protagonista in un momento di sconforto si chiede “Dio dov’era?” (p. 118) — l’attenzione si concentra sull’altalenante rapporto d’amore fra quest’ultima e il pittore Raf, un individuo oltremondano che vive in una dimensione spirituale e che qui manifesta ancora una volta il suo contraddittorio comportamento, oscillante tra fedeltà e tradimento, da cui poi dipende tutta l’inquietudine della protagonista stessa. Perciò meritatamente egli si guadagna gli appellativi di fellone, mastino, lestofante, boia e demonio: un termine negativo — quest’ultimo — in cui s’è evoluto il positivo dàimon (alla greca) a lui attribuito nel primo romanzo.

Per inciso, considerato che il compianto Paolo Borruto, marito dell’autrice, è stato a lungo impegnato come regista nel mondo del cinema, può anche darsi che il nome di questo Raf possa essere stato preso dall’indimenticabile Raf Vallone, attore (calabrese anche lui) e interprete di stupefacenti avventure (Tropea 1916 - Roma 2002).

L’autrice coglie questi spunti per sciogliersi in un flusso lirico d’alta suggestione, costituendo quell’onda melodica di cui sopra, che è la caratteristica del romanzo: e dal contesto si può capire la genesi e l’urgenza della sua arte scrittoria. La protagonista è fatta passare per pazza dalla madre, la quale afferma: “Alla scrittura si prostituisce […] Con carta e penna sempre va di fretta […] Il demone la possiede della scrittura” (p. 56). Più avanti la protagonista stessa dichiara: “Il verso mi cercò, poi mi sedusse, mi incoronò regina e mi sposò” (p. 66). Più avanti ancora si narra che costei “Alla scrittura la vita tutta consacrava” (p. 85); e verso la conclusione lei confessa: “Non ti lascerò mai andare Poesia, sei il solo amante che ancora mi rimane […] Novizia, nel monastero entrai della clausura, i voti presi, al sacro mi votai della scrittura” (p. 120).

Ricordiamo inoltre che, sempre verso la conclusione, la madre è definita con icastica efficacia “manipolatrice cinica e ignobile, spietatamente spietata alla prova dei fatti” e “boss” (p. 118), e che poco dopo la protagonista vede “l’ombra affamata della madre” (p. 123).

Perciò — anche se la trama di questo romanzo è esile e surreale, limitandosi al rapporto con Raf, alle malefatte degli aguzzini e a qualche divagazione o cenno (forse non proprio pertinente) a problematiche storiche, sociali e attuali, quali l’olocausto degli ebrei, la pandemia e i vaccini, la condizione degli anziani e i casi di suore corrotte e preti inosservanti dei loro doveri — il valore di questo romanzo, come dei due precedenti, si fonda sullo stile dell’autrice, basato su ogni espediente teso a colpire il lettore: linguaggio spesso aulico, figure retoriche, richiami storico-letterari (fra cui Dante), ammiccante ermetismo.

Dal punto di vista grammaticale la forma è rigorosamente curata, tranne che per qualche sporadica svista, la quale — anche se voluta forzatura linguistica — è possibile in qualsiasi autore. In questo lavoro l’autrice rivela una profonda cultura in tutti i campi dello scibile, certamente frutto di seri studi e continui aggiornamenti. Ad un certo punto Raf dice a Mary: “La parola nasce dal tuo petto e, quasi a compenso della ruvida realtà, del suo peso inerte, del suo nero bosco o «selva oscura», mette sacre radici nel tuo cuore, biancoincise sopra quella nerezza” (p. 67).

La parola è culta, ricercata, raffinata, e la frase configura modulazioni in linea con criteri di logica ed estetica, che talora si sublimano in lapidari aforismi: “La dignità non va mai pregiudicata / e sino alla fine il dovere va onorato” (p. 66), “L’essere umano è solo un cencio polveroso, canto e tragedia della vita nel suo inattingibile mistero” (p. 118), “L’amore è come l’acqua, il vento, il mare, non si può imprigionare” (p. 126). Ecco perché questo romanzo si può definire poema dell’amore, di quell’amore vero che scuote l’anima, la penetra nel profondo e la condiziona per tutta la vita.

Perfino le pagine finali, intrise del pathos derivante dalla dissolvenza della protagonista camminante nel vuoto, presentano una ninna nanna d’addio in cui la forma epigrafica dell’impaginazione con allineamento al centro (solitamente disdicevole per le composizioni liriche, le quali dovrebbero essere allineate a sinistra) sembra giustificarsi per il contenuto assiomatico-didascalico, oltre che testamentario, simile a quello delle epigrafi. Tale ninna nanna — secondo M. D’Castelli “malinconico canto del cigno” (p. 23) — sembra piacevolmente riproporre la canzone di Cesare Andrea Bixio “Torna piccina mia / torna dal tuo papà / egli t'aspetta sempre con ansietà. / Fra le sue braccia, amore / egli ti stringerà / la ninna nanna ancora ti canterà […]”, che negli anni 40-50 dello scorso secolo era cantata da celebri tenori.

Questa trilogia non è un’autobiografia sic et simpliciter, ma ha molto d’autobiografico: basta vedere certe pagine in cui la narrazione è condotta in prima persona e soprattutto tener presente la dedica del libro al figlio Davide, nella quale l’autrice adopera per sé le espressioni “deserto dell’anima” e “silente dolore” indicanti stati d’animo che nel romanzo sono riferiti alla protagonista. Per la qual cosa non ci resta che sinceramente esprimere a Maria Teresa Liuzzo solidarietà per le umiliazioni, sofferenze e traversie affrontate, ma anche compiacimento per gli eccellenti risultati raggiunti in campo artistico-letterario.

Questo romanzo è preceduto da una dotta ed acuta introduzione di Mauro D’Castelli, ampia dissertazione su varie tematiche, che, ai fini della piena comprensione del pensiero e dell’arte della Liuzzo, è utile prendere in considerazione nonostante la sua lunghezza di quasi metà del romanzo stesso, magari — come le precedenti con firma Mauro Decastelli — leggendola a posteriori, quindi come una postfazione, per migliore fruizione.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr. 2022]


Maria Teresa Liuzzo, La luce del ritorno, A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2022, pagg. 184.

Il quarto romanzo di Maria Teresa Liuzzo

di Carmelo Ciccia

Si riteneva che, completata la trilogia narrativa con la morte della protagonista, non dovesse esserci un quarto romanzo di Maria Teresa Liuzzo; ma invece eccolo qua: La luce del ritorno (A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2022, pagg. 184). E addirittura se ne preannunciano altri.

Anzitutto ciò che sembra opportuno segnalare è la difficoltà di recensire tutti i libri di quegli autori che ne pubblicano in continuazione, magari uno ogni cinque-sei mesi. Ecco perché certi recensori si limitano a recensire al massimo due libri per ogni autore/autrice richiedente. Infatti nei casi di pubblicazioni a getto continuo di libri poetici (e tali sono i romanzi della Liuzzo, fondamentalmente poetessa), s’è costretti a ripetere giudizi e dettagli già espressi.

Nel caso di questo romanzo tocca ripetere quanto in precedenza detto relativamente alla trama esile, surreale ed evanescente (dato che il contenuto per la maggior parte si risolve in pensieri, ricordi, confessioni e trepidazioni), alla prosa poetica, all’alternanza prosa-versi che ne fa un prosimetro, al linguaggio colto, ricercato e raffinato che talora riesuma parole e locuzioni arcaiche e desuete (ad esempio, avvegna dio che di p. 42, che si può rintracciare nel dizionario di Tommaseo-Bellini del 1861), esige l’uso di dizionari di diverse lingue, ma non sempre con successo (ad esempio, per adynata, drachìgelo, sugillazione, quiàbita, fantasimo: rispettivamente alle pp. 36, 37, 43, 55, 60), e spesso ricorre all’anastrofe e all’iperbato, alla musicalità del testo, alle rime ed assonanze, alle numerose figure retoriche, ed in particolare alle metafore, sineddochi e metonimie: tutte cose che ad ogni modo dovrebbero incentivare la lettura d’opere così congegnate, anche se talora vi si trovano espressioni poco chiare che richiamano il “trobar clus” degli antichi trovatori provenzali e l’ermetismo dei moderni poeti italiani, come ad esempio nel sottotitolo “Dopo tanto buio fuoco un’alba di luce” (copertina e pp.1 e 15) e nel verso “E ora reggimi come un luna sguardo” (p. 67).

La verità è che la Liuzzo possiede un notevole bagaglio culturale e un variegato mondo fantastico, i quali urgono per essere estrinsecati, a beneficio dei lettori e di lei stessa personalmente. Per questo non deve passare inosservato questo quarto romanzo dell’autrice, e anzi dev’esserne raccomandata la lettura come per i tre precedenti, in considerazione dei vantaggi culturali e spirituali che ne derivano: una lettura che per riuscire meglio dev’essere lenta, senza fretta di giungere alla fine, in modo da poter apprezzare meglio gli elementi costitutivi e la tecnica impiegata nel testo.

Dunque questo romanzo continua la saga della figlia maltrattata e perseguitata da genitori degeneri, ai quali s’associano altri loschi individui appartenenti o no allo stesso nucleo familiare. I cicli narrativi non sono una novità nella letteratura, cominciando da quello d’Omero (o prima) e proseguendo — soltanto per fare qualche nome — con quelli di Dante, Balzac, Verga, Fogazzaro, Proust, ecc. Il termine saga s’adatta bene al ciclo svolto dalla Liuzzo, perché in questo romanzo ci sono riferimenti, suggestioni e termini appartenenti alla mitologia nord-europea; c’è l’impiego d’una sbrigliata fantasia, fantasiosità e fantasticheria, con leggende, fiabe e filastrocche, elfi, orchi, streghe, gatti neri, sonnambuli, spiriti e fantasmi dell’Orrore, cimiteri e scheletri, tanto che a volte si ha l’impressione di leggere proprio un racconto epico d’area celtica o norrena.

Già all’inizio è la sua bambola animata che rievoca la protagonista Mary (entrambe nell’immagine di copertina), ne elenca i torti inflittile (in particolare dalla madre snaturata, che continua a parlar male di lei anche dopo la sua prematura morte e il suo funerale) e chiama in scena personaggi del passato a far da contorno al suo spirito rivitalizzato in un ambiente ripristinato con frasi, vicende e sentimenti pregressi. La bambola Mia, proiezione o estensione della protagonista e quindi dell’autrice stessa, potrebbe rimandare all’omonima filosofa di Crotone Mya/Μυῖα/Myía/Mia, figlia di Pitagora (sec. VI a. C.), vissuto e morto nell’attuale Calabria, e moglie del condottiero e lottatore Milone, la quale ha elevato la dignità delle donne ed è citata nell’elenco delle diciassette donne pitagoriche illustri formulato da Aristosseno di Taranto (sec. IV a. C.).

A sua volta la protagonista Mary rievoca alcune delle violenze subite, fra cui il tentato omicidio da parte del padre e la rasatura a zero dei capelli, in modo che essa potesse sembrare un maschio e così mascolinizzata essere messa a disposizione in una cascina di due zii pedofili, che ne abusavano sessualmente (e di cui uno tenterà di fare di lei la sua concubina addirittura nell’inferno). Inoltre il divieto impostole di parlare con estranei serviva a non far riconoscere dalla voce che si trattasse d’una femmina, facendo invece credere agli altri che si trattasse d’un ragazzo venuto da lontano a lavorare in quelle campagne. Ecco perché lei racconta che “Il profilo da mostro di mia madre apparve, / vampiresco…” (p. 99); e rievoca anche una zia che le dava da mangiare pane con escrementi d’uccelli, due feroci sorelle gelose che le propinavano urina di lupo e funghi allucinogeni, un graduato delle forze dell’ordine corrotto e falso in tribunale e un fratello dapprima onesto e fedele ma alla fine anche lui traviato.

Insomma in questo quarto romanzo della Liuzzo ci sono sì persone, vicende e situazioni già descritte, ma ci sono anche delle novità e delle sorprese che invitano a leggerlo con interesse e piacere. La prima novità è ch’esso si svolge dopo la morte della protagonista e quindi in un mondo che nella realtà non esiste, ma esiste soltanto nella mente umana; perciò i suoi personaggi sono — dantescamente parlando — “ombre” e come tali si muovono, parlano e agiscono. Tramontato Raf padre, il cui spirito qui fa pure una breve apparizione, emerge Raf figlio; a sua volta il Principe, che all’inizio rivolge un commosso epicedio alla defunta, assume un ruolo da coprotagonista (praticamente sostituendo Raf padre); e spunta lo spirito d’una sconosciuta sorella gemella, che, perita in un incidente aereo, prima si è materializzata nella suddetta bambola e dopo si sostituisce a Mary nella bara. Ma alla fine la bambola Mia, come avvenuto a Pinocchio, si trasforma in una bellissima bambina, mentre Mary trova la felicità col suo Principe e il romanzo si chiude con diverse prospettive.

La narrazione è condotta ora in terza persona ora in prima (io, me, mio…), confermando la sovrapposizione dell’autrice alla protagonista e viceversa, in un’identificazione almeno parziale delle due figure. Ai fini della percezione visiva, poi, risulta utile l’alternanza dei caratteri tondo e corsivo ed è apprezzabile l’allineamento a sinistra dei componimenti in versi (anziché al centro, come nell’insensata moda epigrafica ora invalsa), mentre continuano ad essere disagevoli la scarsa inchiostrazione delle pagine e l’esiguità dei margini bianchi di molte d’esse. Le sviste sono rare: qualche virgola fuori posto, qualche termine straniero non in corsivo, “Nàufragi” (p. 24), “alcun stipendio” (p. 34), “vìrida” (p. 51), “sulle tua calde labbra” (p. 53), “bel arcobaleno” (p. 76).

Quanto alla forma linguistico-espressiva qui tocca ripetere anche quanto detto in precedenza sui periodi brevissimi dell’autrice, magari costituiti da una sola proposizione nominale, a carattere lapidario o apodittico. In certe pagine l’assenza d’un ampio respiro, e quindi il susseguirsi di frasi non collegate sintatticamente le une alle altre per mancanza di periodi complessi (con proposizioni principali, subordinate e coordinate), sembra riprodurre il frammentato delirio d’un’agonizzante, per giunta avvilita dalle violenze, umiliazioni e crudeltà varie per lungo tempo subite.

Infine non si può trascurare il fatto che circa metà del libro è occupata dal critico Mauro D’Castelli, da vari anni autorevole guida e collaboratore della Liuzzo, il quale con la sua ben nota acribia ha steso la prefazione, le note, la postfazione e il glossario, sviscerando ed esaltando questo come anche i precedenti lavori dell’autrice, di cui certamente facilita e ottimizza la fruizione.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2022]


Maria Teresa Liuzzo, In veglia d’armi e parole, A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2023, pp. 150.

La multiforme attività di Maria Teresa Liuzzo s’è estrinsecata per molti anni mediante libri, riviste, incontri culturali e relazioni con personaggi della cultura di tutto il mondo. Pur avendo pubblicato opere sia di poesia sia di narrativa, in realtà il mondo interiore dell’autrice è essenzialmente poetico, tant’è che anche le opere in prosa sono poetiche. Infatti anche in questo lavoro la poetessa manifesta la sua vocazione alla poesia: già il titolo In veglia d’armi e parole evoca la veglia durante un combattimento fatto con parole nell’agone poetico: infatti l’endìadi armi e parole potrebbe sciogliersi in “parole armate [di poesia]”). E ad un certo punto lei dice esplicitamente: “Poesia, tu che il mio cuore possiedi, / facendo primavera ogni deserto; / tu madre, padre, giaciglio, focolare e morte, / quando per cielo mi fu dato un pozzo.“ (p. 71).

Ora questo lavoro sembra un poema, ma non lo è, poiché non ha né suddivisione in canti o parti numerate e/o intitolate, né vicende, né personaggi; anzi l’unico personaggio o protagonista è l’autrice stessa, che si profonde in una successione di strofe, definita nell’introduzione “filza di versi”. Questi talora sono oscuri o senza senso e non sempre logicamente connessi ai precedenti, ma tuttavia fanno riflettere. L’autrice ripete temi e stilemi delle precedenti opere: ed è sempre forte l’attrattiva di questa poesia, che culla, accarezza e fa meditare. Si tratta di pennellate con pensieri e sensazioni, elucubrazioni ed immagini, che scorrono veloci grazie alla musicalità dei versi, spesso endecasillabi corroborati dalle rime. E non si può negare ad una poetessa il diritto di palesare ancora il suo stato d’animo, sia pure riproponendo parole e concetti, con nuove confessioni che soddisfino il suo bisogno di comprensione e condivisione.

Anche questo lavoro della Liuzzo, dunque, ha carattere intimistico, esternando una serie di dubbi, incertezze, timori. Oltre agli accenni al coronavirus, di cui la poetessa ricorda tamponi, morti e cadaveri, e oltre alla crudeltà d’una madre, già discussa e deplorata in varie opere, nel testo domina un senso di pacata mestizia: traccia d’una vita intrisa d’una sofferenza non riuscita a riscattare, almeno del tutto. La poetessa parla anche d’ossa di morte; e sulla morte, parola che ritorna più volte, così scrive: “La morte è parte viva di me stessa / sostanza che abito, carne e terra, / pietra viva cui m’appoggio” (p. 47).

Con ciò, non mancano momenti di serenità: “Ti giunga per Natale una carezza in dono / e tra fogli stropicciati il mio perdono. / Al buio questo amore reincarnato / il tepore conosce delle mie mani e del mio fiato.” (p. 32); ma non mancano passi in cui s’incontrano pure spunti ironici e giocosi, utili a variare il contesto, magari con giochi di parole come il seguente: “Non trova pace la lampada a petrolio, / sconfitta la soffitta.” (p. 67-68). Di tanto in tanto affiorano dichiarazioni e fantasticherie, che rivelano un animo sognatore: “Castelli non possiedo, né una patria / se non la luna coi suoi mulini a vento, / presi in affitto e senza alcun profitto.” (p. 92); mentre frequenti sono gli epifonemi che imprimono al discorso un tono di sentenziosità, come in questo caso: “Puri ci rende la morte / e la pietà felici” (p. 60). E certe lapidarie frasi sembrano sassi lanciati al vento affinché esso li sparga di qua e di là colpendo e scuotendo le persone di buona volontà.

La forma linguistico-espressiva è del tutto corretta, sia pure con vocaboli dotti e ricercati, talora desueti o non consueti, che, anche se non riescono chiari, ad ogni modo rivelano una consolidata maestria nell’arte poetica e una grande cultura attinta a tutti i campi del sapere. Il periodare è semplice, asciutto e conciso, con proposizioni spesso nominali. I versi scorrono come grani di rosario e le strofe come sue poste. Frequenti sono le figure retoriche: oltre all’endìadi e all’epifonema, abituale è l’ipèrbato e occasionali sono la metafora, la metonimia, l’ossimoro e altre, che costituiscono l’intreccio di questo lavoro.

Come al solito, anche buona parte di questo libro è occupata da Mauro D’Castelli, che al riguardo ha scritto l’introduzione, le note al testo e un lungo saggio critico-filosofico; mentre Wafaa El Beih ha scritto la postfazione.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2024; "Le Muse", Reggio di Calabria, dic. 2024]


Maria Teresa Liuzzo, Piogge verdi di smeraldi, A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2024, pp. 376

Il quinto romanzo di Maria Teresa Liuzzo

di Carmelo Ciccia

La saga della famiglia di Mary, protagonista di quattro precedenti romanzi di Maria Teresa Liuzzo, continua nel suo quinto romanzo di quasi 400 pagine Piogge verdi di smeraldi, che alle pp. 5 e 41 reca il sottotitolo La coscienza di Mary (A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2024, pp. 376). L’opera è strutturata in forma di prosìmetro, quindi con un’alternanza di prosa e versi: genere letterario di cui un famoso esemplare è La vita nuova di Dante, composta intorno al 1294. (1)

Già l’immagine di copertina — La rebelde, cioè “La ribelle”, del pittore spagnolo Antonio Fillol Granell (1870-1930) — ci riporta al rustico clima di violenza e persecuzione imperante in tale famiglia, a cui non vuole sottostare la protagonista/autrice, così ribellandosi; e questa nelle riflessioni finali ammette d’aver fatto “la ribelle” (p. 353).

Certi versi in un crudo dialetto sembrano dare l’impressione dell’attaccamento della suddetta famiglia alla peggiore tradizione della malavita regionale (arretratezza, malaffare, delinquenza, criminalità, andràgata). E l’autrice così scrive della madre: “L’inferno batteva nel suo petto, / la malvagità incalzava nella sua gergalità” (p. 151), mentre più avanti, fra i vari epiteti attribuitele nel corso di quest’opera, la chiama “piovra-mamma” (p. 194) e “matri carnivura”, mentre questa a sua volta chiama la figlia “bastarda” (p. 296).

Proprio di questo lavoro è l’interscambio stilistico fra prosa e poesia: talvolta certi brani in prosa assumono tecniche e movenze della poesia, così divenendo poetici, mentre certi brani in versi assumono quelle della prosa, così divenendo prosastici. In ogni caso la presenza del dialetto in parecchie pagine, anche se arcaico, potrà fare piacere a quei lettori che, magari per la lontananza dalla terra natia, non lo praticano da molto tempo e così possono ritrovare il linguaggio della loro infanzia.

Quindi la Liuzzo qui si presenta anche come poetessa in dialetto siculo-calabrese e in merito rimanda a rinomati vocabolari siciliani. A sua volta il presentatore D’Castelli precisa che si tratta d’un dialetto calabrese simile al siciliano, dato che la zona d’ambientazione è dirimpetto alla Sicilia, con in mezzo lo stretto di Messina (p. 31), mentre il postfatore Catalfamo afferma che si tratta d’un siciliano vero e proprio, dato che la madre della Liuzzo era siciliana di Messina e l’autrice ha voluto recuperare e usare il dialetto materno (p. 362). E alla Sicilia (più volte ricordata in questo lavoro) l’autrice pensa quando parla di “quell’antica terra dei Ciclopi” (p. 85). In ogni caso il dialetto della Liuzzo è ora quello antico delle persone incolte, genuino e rude, ora quello moderno delle persone colte, accessibile a tutti, praticamente un italiano dialettalizzato.

Tuttavia, forse sarebbe stato meglio pubblicare in un apposito libro a sé stante la parte in prosa italiana, in un altro la parte in versi italiani, pur conservando in ambedue alcune espressioni tipiche del dialetto, e in un altro ancora la restante parte (prosa e versi) in dialetto. Ciò avrebbe non soltanto ridotto la quantità di pagine di questo libro, snellendolo e alleggerendolo, ma anche consentito una migliore fruizione dei singoli registri.

A proposito di malavita e malvagità l’autrice ci tiene a precisare che qui descrive soltanto una piccola fetta così deplorevole della realtà calabrese, mentre per il resto — come tutti ben sappiamo — la Calabria è molto apprezzabile e apprezzata per svariati motivi, tanto che lei ad un certo punto si sente in dovere d’intonare un peana per la sua regione: “Calabria, tu solo amore, / figura leggendaria nei sogni degli antichi / - dove il mio cuore ha messo radici - . / Sei un prato ricamato di farfalle, / il sentiero dove le braccia mi apre / una rossa siepe d’amarene.” (p. 180).

Più volte la Liuzzo esalta i fasti della Magna Grecia, le sue coste, i bronzi di Riace e altri pregi della Calabria, pur deplorando gli scempi del territorio che certi calabresi provocano mediante incendi, disboscamento, cementificazione e altro, tanto che ad un certo punto esclama: “Povira Calabria, amar’a cu resta!” (p. 260). E poco prima lei stessa ha significativamente scritto così della Calabria: “I billizzi sulu Diu ci misi, / non sunnu certu meriti di calabrisi. / Genti tranquilla, ma puru ‘mbidiusa, / ipocrita, di malaffari, pochi l’onesti / chi lavurunu, e tirunu a campari” (p. 254). E in questo quadro desolante solo “’A cultura è spiranza e amuri”, come l’albero in fiore, che nessuno vede e nessuno dice… (p. 246).

Ecco dunque che ritorna la Mary della precedente narrativa liuzziana: e perciò il libro si mostra interessante fin dall’inizio, anche se alcune caratteristiche grafico-editoriali non ne facilitano la lettura: rilegatura rigida che rende difficile l’apertura, carta grigia, caratteri piccoli, alinea appena accennati, interlinee e margini laterali stretti. Per fortuna ogni tanto ci sono asterischi divisori ed interlinee doppie che servono a creare i necessari stacchi in pagine troppo dense.

Con un riepilogo iniziale dei fatti precedenti, qui Mary appare dopo morta: “Io ero una dei morti che ritorna” (p. 210). In distanze “oltreoceaniche” e “circhi glaciali” con ambienti spettrali, e fantasmi ritornano anche altri noti personaggi, come il Principe, Raf e la bambola-bimba Mia, copia e poi reincarnazione della madre Mary, praticamente in una realtà che con un ossimoro si potrebbe definire irreale. E in questa realtà irreale con una Notte dei Morti ed eventi soprannaturali Mia si domanda: “Sono esistita davvero? O forse non sono mai esistita?” (p. 215). E alla fine Mary, ridestata come da un sonno profondo, dall’iperuranio ritorna alla propria vita e alla propria casa.

C’è ancora la madre-matrigna “acida e disumana” (p. 61) e crudele anche contro la propria madre (p. 92): essa è la solita belva, che al cimitero frantuma la lapide della tomba della figlia per vilipenderla e invece della bara trova una ciocca di capelli su cui sputa animalescamente, ma lo sputo ritorna in faccia a lei stessa: sicché la narrazione scorre fra paure, maledizioni e malefici.

In una lunga serie di crudeltà e dispetti (in cui ci sono anche adultèri, incesti, aborti procurati in casa, figli bastardi e/o venduti), tutti i parenti sembrano coalizzati per fare la guerra a Mary, ma nell’abiezione generale spicca il padre, che, addirittura senza giustificato motivo, tenta di sparare a lei assolutamente incolpevole, come ha tentato di sparare al proprio padre, le dà calci e morsi, la trascina per i capelli, la costringe a lavorare sotto la pioggia e arriva a farle proposte indecenti. Infatti senza giri di parole il depravato ad un certo punto d’un concitato dialogo dialettale le comunica che la vuol portare in campagna non soltanto per inebriarsi di profumi e cogliere fiori e frutta, ma perché “poi futtemu” (p. 111): esplicita “dichiarazione d’amore” che ritorna più avanti, dopo un pesante corteggiamento di Mia-Mary da parte del violento e snaturato padre (p. 135). Nella sua boriosa e dissennata tracotanza egli invita la figlia a togliersi i pizzi dalla gonna e sentenzia: “vuiautri fimmini siti tutti buttani”, così dando della prostituta ad ogni donna (p. 118); e poi è lui stesso l’Innominato che insidia la figlia Mia: “L’Innominatu ‘mcuminciò a tastari ‘i natichi a Mia”.

Il tutto avviene con la connivenza della madre e con la non capacità o non volontà delle forze dell’ordine d’intervenire, in un ambiente in cui alcuni preti moderni incredibilmente ricevono le confessioni dei fedeli tramite segreteria telefonica, nella quale anche gli estranei possono ascoltarle: a parte il fatto che certi preti e prelati ben pasciuti sembrano amanti più delle comodità e della buona tavola che dei doveri religiosi (p. 86). E ci sono anche dei medici, magistrati e politici disonesti, corrotti e omertosi.

Per quanto riguarda la forma linguistico-espressiva si nota che l’andamento della narrazione a volte ha un tono favolistico, specialmente quando vengono introdotti elfi, folletti e altri elementi di varie mitologie: e occasionalmente non mancano filastrocche, scioglilingua, proverbi e altre espressioni fanciullesche o popolaresche. Inoltre — premesso che diverse pagine sono composte in prima persona, denotando anche qui la presenza d’un dominante autobiografismo — pure in questo romanzo sono presenti rime e allitterazioni, metafore e iperbati, ritmo e musicalità, nonché altri espedienti artistici che adornano il testo. Non mancano massime, come quella che chiude il lavoro: “Tutto è unità e l’unità è luce” (p. 353); e c’è anche un adattamento del verso 23 del dantesco Inf. I (p. 258), come ci sono citazioni virgiliane (“viresque acquirit eundo”, cioè “acquista forze andando”, d’Eneide IV 175, e altre). Tuttavia questo lavoro, pur rivelando una grande cultura si direbbe in tutti i campi dello scibile, testimoniata da queste e altre numerose citazioni letterarie di famosi autori, in alcuni passi riesce oscuro a causa del costrutto o di vocaboli dotti e inconsueti (2) , dialettali o dall’autrice stessa coniati.

È il caso dell’espressione dialettale sciàtara-e-màtara (p. 128), che l’autrice non spiega e che il presentatore D’Castelli intende come “ohibò”. Eppure essa, priva di trattini, si trova anche nel cap. X del romanzo I Malavoglia del Verga, scrittore per altro motivo ricordato più avanti (p. 149). In tale capitolo lo scrittore siciliano narra che, a detta della Zuppidda, padron ’Ntoni aveva una forte fibra e, morendo dopo di loro, avrebbe seppellito la Zuppidda stessa e le altre comari, così provocando per reazione lo scongiuro “Sciatara e matara! Tuono dell’aria e vino solforoso!” (3) .

Al riguardo in una monografia di quasi sessant’anni fa sul Verga questa formula di scongiuro (che segue il nome della Madonna, poco prima ricordata come madre sua da una sedicente “figlia di Maria”, e che è definita dal Verga stesso in una lettera al suo traduttore francese Édouard Rod ‘esclamazione plebea siciliana’) è ampiamente spiegata così: “Il Russo, nel suo commento alle opere verghiane, af­ferma che le parole sciàtara e màtara (I Malavoglia, pa­g. 165) non abbiano significato. Secondo me, invece, po­trebbe trattarsi di un volgarizzamento storpiato dei vocativi greci sôter e màter, cioè «Salvatore» e «Madre»; 1’espressione quindi sarebbe all'origine una delle tante formule d'invocazione a Gesù e Maria. In proposito si veda l'opinione che anche il Pitré sembra accogliere in Proverbi, motti e scongiuri del popolo siciliano, Torino, Clausen, 1910, pag. 247. Ma meglio potrebbe trattarsi di un volgarizzamento storpiato dei vocativi greci sóteira e màter, cioè «Salvatrice» e «Madre», appellativi rivolti soltanto alla Madonna: qui è il caso di ricordare che per i greci antichi sóteira era appellativo della dea Artèmide, con questo titolo venerata in un tempio di Mégara; e col cristianesimo il titolo potrebbe essere passato alla Madonna. Non credo, però, che possa essere accettato 1’altro significato delle due parole, che lo stesso Pitré riporta in Usi costumi, ecc., già cit., vol. II, pag. 59, e che io non indico per ragioni di decenza.”. (4)

Sempre per quanto riguarda la forma linguistico-espressiva, pur non dando peso alle sporadiche sviste e a qualche virgola mancante o fuori posto, la lettura è disturbata dalle parole volgari e triviali, inserite per caratterizzare ambienti e personaggi, ma che sembrano inopportune in un testo spesso d’elevata drammaticità: come inopportuno sembra il soffermarsi con eccessivo realismo sui dettagli del corteggiamento amoroso.

Talora i “fiumi di parole” in piena della Liuzzo, straripando a causa della loro “inarginabilità” (per usare un vocabolo coniato dall’autrice stessa a proposito del Male, a p. 200), sfociano in digressioni/divagazioni più o meno lunghe che sembrano lontane dalla tematica principale; ma a ben guardare ci s’accorge che anche queste concorrono a delineare l’ambiente, almeno alcune, mentre altre sono prodotte dall’estro o dalla foga creatrice, quali divertissements o excessus artis (5) , intermezzi o ideazioni artistiche, insomma licenze poetiche: sicché nel volume c’è anche un caleidoscopio di temi minori o minimi, i più svariati, o ampiamente trattati o appena accennati. Certi capitoli contengono poemi veri e propri, in cui, oltre alle solite confidenze e notazioni sulla famiglia trattata, ce ne sono altre su questioni e problematiche sociali d’oggi, quali violenze, guerre, armi che procurano morte e infermità o invalidità permanente, ecc. Invece per un ambiente arretrato e grezzo appaiono fuori luogo i nomi personali anglo-americani (Mary, Tessy…).

Quest’opera va letta piano (senza l’assillo di voler giungere presto alla conclusione), per poterne soppesare e apprezzare tutte le sfaccettature e implicazioni. Vista la voluminosità, probabilmente essa risulta dall’assemblaggio dei materiali di due o più libri in preparazione, con connessioni logiche non sempre percepibili d’acchito. Ad ogni modo non si può non riconoscere l’impegno, la ricercatezza e la raffinatezza che altamente qualificano il tessuto lessicale delle parti in lingua italiana.

Come nei precedenti romanzi, la presentazione e le note sono di Mauro D’Castelli, mentre qui c’è anche una postfazione scritta da Antonio Catalfamo: entrambi saggi ricchi d’acute osservazioni, informazioni e valutazioni, oltre che di profonda cultura.

Carmelo Ciccia

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1) Una recente pregevole edizione è quella di Corrado Gizzi: La vita nuova di Dante Alighieri tradotta da Dante Gabriel Rossetti, con illustrazioni dello stesso Rossetti e altri celebri artisti, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2003, pp. 250.

2) Un esempio fra i tanti è “l’àlica, / del bolgame siciliano che corre a mare e s’inabissa” (p. 293).

3) Giovanni Verga, I Malavoglia, La Scuola, Brescia, 1984, p. 254.

4) Carmelo Ciccia, Il mondo popolare di Giovanni Verga, Gastaldi, Milano, 1967, p. 115, nota 61: ora leggibile anche in http://www.literary.it/dati/literary/c/ciccia/il_mondo_popolare_di_giovanni_ve.html dove però bisogna cercare la nota 107 e non la 61.

5) Si veda ad esempio l’equivoco dei fichi procurato ad un serio ed imbarazzato Principe da alcune donne volgari e spavalde (pp. 314-316).

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr. 2024]


Anna Lo Giudice, Dell’altra emigrazione / Paternò. Riflessi e casi di Sicilia, Bulzoni, Roma, 2012, pp. 240, € 20.

“Dell’altra emigrazione / Paternò. Riflessi e casi di Sicilia”

Un racconto-saggio di Anna Lo Giudice attraverso una finzione narrativa

Anna Lo Giudice, autrice del racconto-saggio Dell’altra emigrazione / Paternò. Riflessi e casi di Sicilia (Bulzoni, Roma, 2012, pp. 240, € 20), è nata a Catania, è docente di francese nell’università della Tuscia di Viterbo e ha pubblicato parecchi saggi e articoli inerenti alla sua materia.

Per questo libro anzitutto bisogna chiarire un equivoco. A p. 13 nell’incipit si legge: “Mi chiamo Barbaro Lo Giudice. Il mio nome di battesimo, alquanto insolito, è fra le ragioni che mi hanno spinto a scrivere questo libro.” Ma allora chi ha scritto il libro? Anna Lo Giudice che risulta in copertina o Barbaro Lo Giudice che a p. 13 dichiara d’averlo scritto e più avanti fornisce altri suoi dati (titolo di studio, professione, località di residenza, ecc.), apparendo proprio come reale autore? Soltanto alla fine del libro stesso, e cioè nell’Epilogo (p. 238), la Lo Giudice afferma d’aver preso in prestito l’identità d’un nipote narrante e di voler ora uscire dalla finzione, riprendendo la propria identità di scrittrice.

Tuttavia questo artificio, protratto fino a quasi l’ultima pagina, non appare giustificabile; sminuisce la serietà della ricerca e genera disorientamento nel lettore: ad esempio non è chiaro se i vari bisnonni, nonni, genitori, fratelli, zii, cugini, ecc. citati siano tali rispetto ad Anna o rispetto a Barbaro, come non è chiaro se la dedica di p. 7 sia rivolta al papà d’Anna o a quello del Barbaro di p. 7. La difficoltà di raccapezzarsi per chi non conosca la genealogia di questa famiglia è causata anche dal ripetersi degli stessi nomi personali, che per antica usanza passano dai nonni ai nipoti: e qui ci sono vari Barbaro Lo Giudice.

Dunque questo libro è la saga della famiglia Lo Giudice, di cui si riferiscono nascite, battesimi, matrimoni, avventure sentimentali, concubinati (specialmente con le cameriere), lauree, attività professionali, vacanze, morti e funerali. Ma nel libro ci sono tante altre cose relative a Paternò: la lingua (il dialetto allarunchiatu, tipico fra i molti dialetti siciliani e lodato da Giambattista Nicolosi nell’Ercole Siculo), i proverbi e modi di dire, la storia, le tradizioni, le usanze (fra cui la rituale bomba di mezzogiorno), le feste, la gastronomia, la pasticceria (fra cui le squisite “ossa dei morti”), i giardini, l’emigrazione...

Attraverso figure e vicende d’emigrati eccellenti (vari Lo Giudice, il finanziere Michelangelo Virgillito, il costruttore Salvatore Ligresti, i politici La Russa) l’autrice ha inteso delineare la sostanza della sicilianità citando brani di parecchi scrittori siciliani (Capuana, Verga, De Roberto, Martoglio, Tomasi di Lampedusa, Pirandello, Quasimodo, Brancati, Vittorini, Bufalino, Sciascia, Camilleri, Consolo) relativamente ad avvenimenti, sentimenti, passioni, lingua, onomastica, feste e tradizioni varie, ecc.: ed in effetti sotto questo aspetto c’è riuscita, producendo un libro che per ogni lettore rappresenta una piena immersione nella sicilianità. Con ciò lei ha voluto dimostrare quale sia il fardello che ogni emigrato siciliano porta con sé, spesso anelando al ritorno con grande nostalgia, anche se apparentemente fuori della Sicilia ha trovato buona sistemazione e una nuova patria. Ma le continue interruzioni del tessuto narrativo per introdurre citazioni letterarie e culturali in genere — a volte per interi paragrafi e capitoli — finiscono col rendere difficoltosa la lettura. C’è uno squilibrio fra la parte letteraria e il resto. E perciò il libro, per com’è impostato, risulta piuttosto pesante.

Considerato che le vicende della famiglia Lo Giudice interessano a pochi, l’autrice avrebbe potuto scrivere un libro a sé stante sulla cultura siciliana, sulla quale rivela ampia preparazione e buona attitudine alla critica letteraria, e un altro sul politico Barbaro Lo Giudice, la cui rievocazione in definitiva sembra lo scopo principale di questa pubblicazione. In questo caso lei avrebbe fatto una vera e propria biografia del personaggio, magari con aggiunta del suo Diario, più volte citato, e avrebbe potuto approfondire gli aspetti storico-politici del periodo aureo della Democrazia Cristiana e della politica paternese, ponendosi sulla scia della monografia Dai normanni ai democristiani di Nino Lombardo del 2009.

L’on. Barbaro Lo Giudice (1917-2010) fu un mitico e carismatico uomo politico, ammirato dalla grande maggioranza dei cittadini per la distinzione nel parlare e nel vestire, la preparazione, le idee che portava avanti, le realizzazioni compiute, l’entusiasmo e le speranze che suscitava. Con lui — assessore e vicepresidente della Regione Siciliana, sindaco di Paternò, senatore e sottosegretario di Stato — Paternò visse la sua più fulgida stagione politica. Nella prima seduta del consiglio comunale toccò a lui, quale membro più anziano per voti ricevuti dai cittadini, presiedere la votazione per l’elezione del sindaco da parte dei consiglieri e proclamare sé stesso sindaco, pronunciando le parole: “Visto l’esito della votazione, mi proclamo eletto sindaco di Paternò”. Sebbene denigrato dai comunisti (famosa è la raffigurazione della sua testa come turacciolo d’una bottiglia d’acqua Pozzillo, alludente ad una presunta corruzione del valore di 20 milioni di lire), egli poté sempre dimostrare il suo elevato profilo morale e civile. Fu un peccato che egli ad un certo punto abbia deciso di scomparire da Paternò, dalla Sicilia e dalla scena politica, provocando delusione nella maggioranza dei paternesi e fissando la sua residenza a Roma, dove poi morì in tarda età.

In questo libro s’accenna anche a vari altri personaggi: presidenti della Repubblica e della regione Siciliana, presidenti del consiglio dei ministri a partire da Alcide De Gasperi e prima, uomini politici nazionali e locali a partire da don Sturzo, il sen. Domenico Magrì, l’on. Nino Lombardo, il preside Filadelfo Pulvirenti, i tenori fratelli Lo Giudice e il musicista Riccardo Zandonai, il cav. Gaetano Lo Giudice (a lungo presidente dei combattenti), i giornalisti Enzo Castorina e Angelino Cunsolo, ecc. Del sindaco Gaetano Pulvirenti l’autrice ricorda a p. 69 che fu fidato collaboratore del comm. Virgillito e a p. 147 che tenne un discorso al funerale dell’impresario Barbaro Lo Giudice (durante l’accompagnamento nel 1950 prese la parola dalla soglia della chiesetta di S. Giacomo il can. Giuseppe Ianni, il quale definì il defunto un pioniere dell’arte cinematografica per averla introdotta a Paternò: e ciò, davanti ad una discreta folla, certamente inferiore — ad esempio — a quella che due anni prima c’era stata ai funerali del can. cantore Antonio Vitale, quando sulla scalinata della matrice l’avv. Giuseppe Caruso aveva parlato davanti ad una marea di gente); e dello stesso Pulvirenti in nota lei ricorda anche la lunga sindacatura (1947-1955), ma nulla dice della sua defenestrazione dall’ufficio e della sua espulsione dalla D. C.; come nulla dice del fatto che le funzioni del sindaco Lo Giudice in città erano svolte quotidianamente dal vicesindaco cav. Giuseppe Fallica (il quale non è nemmeno nominato), dato che allora in alcuni comuni era invalso l’uso di mettere come sindaci certi parlamentari regionali o nazionali, mentre poi di fatto erano i vicesindaci che ne espletavano le funzioni.

Naturalmente nel libro ci sono anche vari personaggi esteri, come papi, capi di Stato e ministri rinomati.

Per quanto riguarda la forma, la copertina — col disegno grigiastro che offusca le parole — è d’aspetto lugubre e non accattivante; invece sono di buona qualità la carta, i caratteri e l’impaginazione, anche se manca l’indice dei nomi propri che avrebbe potuto essere utile.

Ovviamente a tutti gli scrittori e giornalisti può capitare di farsi scappare refusi nei propri scritti; lo stesso Bufalino nel brano “L’inchiostro del diavolo” incluso in Cere perse ironicamente implora: “Signore Iddio, signor diavolo, signor compositore, pietà”. Ma per questo libro ci sono stati due “supervisori del testo”, nominati e ringraziati a p. 238; e ciononostante numerosi sono i refusi, le sviste e gli errori veri e propri che disturbano la lettura: a cominciare dalla copertina, nel cui dorso la casa editrice è detta Buzoni anziché Bulzoni e in ultima c’è Tommasi anziché Tomasi. All’interno del libro, poi, si trovano: sicilennes anziché siciliennes (p. 7), Pœter anziché Pater (p. 13), una devozioni anziché una devozione (p. 18), dei Monterossi anziché dei Monti Rossi (p. 22), belata anziché gelata (p. 23), i lori ricordi anziché i loro ricordi (p. 24), aria di provenienza anziché area di provenienza (p. 29), soddisfò anziché soddisfece (p. 66), paventare guadagni nettamente superiori anziché intravedere guadagni nettamente superiori (p. 69), né Il mio giardino…. anziché ne Il mio giardino… (p. 71), indole allo sproloquio anziché tendenza allo sproloquio (p. 73), mette il luce anziché mette in luce (p. 75), improperie anziché improperi (pp. 81, 104), vice versa anziché viceversa (p. 82), grimolo anziché grumolo (p. 83), da egli anziché da lui (pp. 84, 163, 208), mi lanciato anziché mi ha lanciato (p. 89), prediligeva a tutti anziché preferiva a tutti (91), L’osservazione […] rasserenavano anziché L’osservazione […] rasserenava (p. 92), lo lasciare fare anziché lo lasciava fare (p. 110), Rivoluto anziché Ruvolito (p. 113), intimava Librizzi anziché invitava Librizzi (p. 118), le ultima gesta anziché le ultime gesta (p. 123), pò anziché po’ (p. 139), rilevarono anziché rivelarono (p. 159), perpetrare la sacralità anziché perpetuare la sacralità (p. 187), non si riconosceva nel […] e al […] anziché non si riconosceva nel […] e nel […] (p. 189), Bàaria anziché Baarìa (pp. 223, 224), quanti sono le persone anziché quante sono le persone (p. 227), eperi (p. 231), ai strepitosi anziché agli strepitosi (232), Intivista con Camilleri anziché Intervista a Camilleri (p. 232, nota 26). Questo è soltanto un piccolo campionario: l’elenco completo sarebbe troppo lungo. Infatti il testo — dal punto di vista linguistico — è carente in ortografia, punteggiatura, proprietà lessicale, morfologia e sintassi.

Inoltre l’autrice afferma che la popolazione odierna di Paternò sia d’oltre 70.000 abitanti (p, 16), un numero mai raggiunto dal comune, in cui alla fine del 2010 gli abitanti risultavano meno di 50.000; italianizza in Tornatore il cognome dialettale del deputato catanese Francesco Turnaturi (p. 68) e in Lusso quello del cagliaritano Emilio Lussu (p. 137); cita più volte un libro d’Alfio Ferrisi dal titolo Il mio giardino. Ritratto di famiglia, accorpando in esso i titoli di due diversi libri di lui, e cioè Il mio giardino (Società Artistico-letteraria, Trieste, 1^ ediz. 1969 e 2^ ediz. 1970) e Ritratto di famiglia (Lorenzini, Udine, 1985), al quale ultimo appartengono i brani da lei riferiti (pp. 17 e 71, anche nelle note); afferma che l’invasione ed occupazione della Sicilia da parte delle forze alleate sia avvenuta “dal primo luglio” del 1943 (p. 137), mentre in realtà lo sbarco avvenne il 10 dello stesso mese; scrive che il candidato sindaco Lo Giudice preparò per le elezioni “una lista di cinque socialdemocratici e tre indipendenti” (p. 163), dimenticando che la lista conteneva anzitutto i democristiani, fino ad un totale di 40 candidati. Infine lei parla sempre di Tommasi di Lampedusa (più d’una dozzina di volte) anziché di Tomasi di Lampedusa; e di qualche altro autore indica il libro genericamente, senza titolo e senza le altre consuete indicazioni bibliografiche.

Nondimeno bisogna riconoscere il notevole impegno dell’autrice nell’acquisire le molte conoscenze qui esposte, nell’ordinarle e nello stenderle. Bisogna anche considerare che questo libro percorre vari secoli e fornisce notizie e giudizi inerenti a diverse discipline: storia, letteratura, archeologia, arte, sociologia, psicologia, politica, costume, tradizioni popolari, teatro, opera dei pupi… E le numerosissime citazioni letterarie, se estrapolate, potrebbero costituire una ricca ed originale crestomazia della letteratura siciliana.

Perciò è positivo il quadro generale delineato dall’autrice: Fascismo, guerra, bombardamenti, Resistenza, Regione Siciliana, Repubblica Italiana, successione di governi, guerra fredda, disgelo, Vajont, contestazione studentesca, autunno caldo, crisi agrumaria, strage in una banca di Milano, Brigate Rosse, istituzione del divorzio, rapimento e uccisione dell’on. Moro con tutta la sua scorta, su cui si sofferma… Ci sono poi date, percentuali, statistiche, situazioni economico-finanziarie e perfino lo sbarco sulla luna. E non mancano tratti di poesia, come quando viene descritta l’antica simpatia dell’autrice per il futuro ministro Ignazio La Russa.

Infine è molto apprezzabile l’amore manifestato dall’autrice per la Sicilia, che lei esalta costantemente con nostalgia, facendo provare ai lettori l’emozione che lei stessa prova per essa scrivendo questo libro, al cui termine confida il sogno d’un ritorno definitivo nella terra natia.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, apr.-mag. 2012]


Nino Lombardo, Dai normanni ai democristiani / Storia di un Gruppo dirigente (Paternò 1943—1993), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009, pp. 374, € 24. (1)

CINQUANT’ANNI DI STORIA E ALTRO IN UN LIBRO DELL’ON. NINO LOMBARDO

Il lettore del poderoso libro di Nino Lombardo intitolato “Dai normanni ai democristiani / Storia di un Gruppo dirigente (Paternò 1943—1993)” (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009, pp. 374) resta meravigliato dalla quantità di notizie in esso contenute: eventi, date, personaggi, numeri... Non si spiega come l’autore abbia potuto raccogliere e annotare tanto materiale, se non tenendo un diario, fotocopiando documenti, ritagliando pezzi di giornali. E tutto ciò per cinquant’anni e oltre.

L’autore dichiara che l’oggetto esclusivo del lavoro è Paternò (p. 235); ma, vista la quantità di riferimenti a Catania, alla Sicilia e all’Italia tutta, nonché visti gli altri argomenti trattati, in realtà Paternò diventa l’oggetto principale, ma non l’esclusivo. Infatti qui c’è insieme una storia personale, familiare, cittadina, provinciale, regionale e nazionale. E per questo non si sa se definire il libro autobiografia o memoriale o narrazione. L’autore porta alla ribalta gli eventi politici d’un così lungo arco di tempo, ma nel contempo presenta retroscena d’ambizioni, condizionamenti, picche e ripicche, vere e proprie vendette incrociate, che spesso hanno determinato continue dimissioni, rientri e conseguenti immobilismi.

Per chi non lo sapesse, è opportuno dire subito chi è l’autore, ricordando che per molti anni a Paternò si diceva che non si muoveva foglia senza che l’onorevole Lombardo, o semplicemente Nino Lombardo, non volesse. Infatti egli, nato a Paternò nel 1927, nel suddetto arco di tempo è stato avvocato ed esponente della Democrazia Cristiana: delegato, segretario politico, consigliere e assessore comunale e provinciale, deputato regionale e nazionale, capogruppo o presidente di gruppo parlamentare, membro o presidente e vicepresidente di commissioni legislative; e in più componente della Commissione provinciale di controllo sugli enti locali e presidente della Confcooperative.

In tutte queste cariche — come riferisce lui stesso e conferma lo storiografo palermitano Salvo Di Matteo — egli s’è impegnato a fondo per la moralizzazione della vita politica, per nuove opere pubbliche, per lo sviluppo di migliori condizioni di benessere sociale e culturale. È vero che spesso s’è parlato d’affarismo e corruzione nella politica, ma il Lombardo tiene a precisare che né lui né il suo gruppo si trovarono implicati in tali pratiche; e anzi, avendo egli da sempre preteso la correttezza e la trasparenza degli atti amministrativi mediante metodologie e strumenti amministrativi a ciò necessari, per questo non soltanto nel 1970 si dimise, ma addirittura rischiò d’essere ucciso dalla mafia (p. 323).

Purtroppo però i personalismi e le disparità di vedute non sempre si potevano superare; cosicché l’esposizione del Lombardo, eccezion fatta per poche amministrazioni, è un susseguirsi di lotte intestine, ambizioni smodate, giochi, sotterfugi, defatiganti lungaggini certamente nocive alla città. Questa situazione s’aggravò dagli anni ’80 in poi, quando in tutt’Italia cominciò ad affermarsi il sistema delle “tangenti”, con indebiti arricchimenti personali. Negli organismi politici, da una parte c’erano sempre militanti che pretendevano le cariche a vita e dall’altra avversari che avevano come interesse precipuo quello di rovesciare la maggioranza per impossessarsi del potere: e così non era facile trovare gli accordi, nonostante la pazienza del Lombardo, che qui appare come un sapiente tessitore. Le ricorrenti crisi amministrative, con vorticosi cambiamenti di sindaci e assessori, erano dovute prima alla cosiddetta rotazione delle cariche, istituita per cercare d’accontentare tutti quelli che ambivano al potere (nonostante la negatività di tale operazione per la cittadinanza), e poi ad una certa insofferenza nei confronti dei politici di lungo corso.

Praticamente quest’ultimo fenomeno, per una specie di nemesi storica, era simile alla sfiducia ai danni del sindaco Gaetano Pulvirenti (peraltro più volte lodato dall’autore come amministratore corretto, onesto e galantuomo), tenacemente perseguíta dallo stesso Lombardo che lo fece cadere, anche se allora il movente sembrava essere una spinta ideale per il rinnovamento dei metodi d’amministrazione ai fini del progresso cittadino, mentre negli anni ’80 e ’90 erano prevalenti le ambizioni personali, con una guerra intestina fino all’ultimo sangue: tanto che a causa dell’inerzia dell’ultima amministrazione della vecchia classe dirigente s’ebbero cortei popolari e altre manifestazioni di protesta, e perfino le autorità ecclesiastiche intervennero pubblicamente per lo sblocco della situazione politico-amministrativa. E nel frattempo era scoppiato il caso nazionale di “Mani pulite”, con l’incriminazione di vari esponenti politici, ritenuti intoccabili, e il dissolvimento di tutti i partiti storici, dato che le tessere venivano pagate dai capicorrente con le tangenti ricevute; mentre anche nella Democrazia Cristiana locale e nazionale c’erano dirigenti affiliati alla massoneria: fenomeno minimizzato dal Lombardo (p. 259).

Subito dopo la caduta del sindaco Gaetano Pulvirenti, con l’arrivo del commissario Gasparri e poi delle giunte Lo Giudice e successive, si ebbero a Paternò notevoli realizzazioni in campo edilizio, stradale, urbanistico, sociale: il periodo d’oro sembra essere stato quello del Festival Roccanormanna, che diventò il fiore all’occhiello delle amministrazioni e, insieme con altre iniziative artistiche e culturali, diede lustro alla città, portandola all’attenzione dell’intera Sicilia e oltre. E non si deve dimenticare la Paternò nuova, costruita nel feudo Ardizzone.

Di quasi tutti i personaggi citati il Lombardo parla bene: trova sempre parole d'elogio non soltanto per i suoi stessi compagni di partito, ma anche per gli avversari. Soltanto per la sindaca Ligresti, eletta al crollo della D. C., ha parole di biasimo. Eppure nelle amministrazioni di quest’ultima ci fu una notevole ripresa operativa a favore di Paternò, con importanti realizzazioni, anche se si verificarono i soliti dissensi e difficoltà gestionali dovute a lotte intestine. Tuttavia il Lombardo, che più volte riconosce onestamente anche errori propri e del proprio gruppo, nel 2009 conclude il libro con una nota d’ottimismo nei confronti della stessa città.

Naturalmente spetta agli storiografi e ai politici non faziosi verificare le asserzioni prettamente politiche e il rendiconto della cinquantennale azione dell’on. Nino Lombardo. Certamente alcuni non approveranno molte cose o addirittura tutto: ma questo rientra nel gioco delle parti. Al critico invece compete esprimere una valutazione meramente letteraria del libro.

Un lavoro limitato a quanto finora detto sarebbe riuscito pesante e stancante, risultando una successione di personaggi ed eventi politici, con complicati o aridi programmi, ordini del giorno, bilanci, riunioni, delibere, opposizioni, appalti, elezioni, numeri di voti e di seggi, ecc. Ma fortunatamente l’autore, deviando dal titolo del libro, ha inframmezzato l’esposizione con squarci di cronaca culturale, artistica, religiosa, sportiva e di costume, arrivando addirittura a riferire aneddoti e pettegolezzi. E c’è di più: tutta la parte iniziale, piuttosto lunga, è un vero racconto autobiografico riguardante anche la Paternò d’una volta: nascita, infanzia, adolescenza, quartieri popolari, scuole, studi, insegnanti (tutti ben presentati e quasi sempre elogiati), chiese, azione cattolica, figure caratteristiche spesso chiamate con ipocoristici e soprannomi o nomignoli in dialetto (Ciccio “ca bola”, “Pinnasicca”, Mariano Gennaro, Emanuele Bonanno, “a signurina da chiazza”, ecc.); ci sono amori e pulsioni sessuali; e c’è anche un colorito approccio con la meretrice dei ragazzi “dal nomignolo irripetibile” (p. 48).

In quest’amarcord vengono alla ribalta, oltre a vari sacerdoti, il maestro Vincenzo Impallomeni, il preside Filadelfo Pulvirenti (segretario D. C., consigliere e assessore), professori quali Salvatore Spoto (scrittore), Giuseppe Carmeni (sindacalista, assessore, pittore), Salvatore Distefano (assessore), Francesco Bisicchia, Vincenzo Puglisi (primo sindaco), i fratelli Alessandro e Barbaro Rapisarda (scrittori), Angelino Cunsolo (giornalista e scrittore più volte citato), Barbarino Conti (poeta, paleografo e storiografo) e altri, i quali rappresentavano le colonne della scuola di Paternò.

C’è il ricordo di vicoli come “il tre palmi”, di feste grandiose come quella di S. Barbara: e poi il fascismo, la guerra, i terribili bombardamenti aerei del 1943 (e al riguardo l’autore smentisce la diceria secondo cui il commissario prefettizio Federico Ciancio fosse stato preavvisato con telegramma e si fosse allontanato sano e salvo lasciando perire i concittadini), il difficile dopoguerra, la crisi annonaria, la rivolta popolare a causa della fame. Si ricorda anche la venuta del re Vittorio Emanuele III (4 dicembre 1942), che però non entrò nella chiesa di S. Barbara, dov’era atteso, e poi quella del figlio Umberto per il referendum del 1946. E non mancano riferimenti al ruolo culturale del salotto della casa degli avvocati Caruso, al nuovo santuario della Consolazione e alla figura del comm. Michelangelo Virgillito, ai giornali locali “Il fuoco”, “Il santuario...”, “Tribuna Etnea”, “Il giornale dell’Etna”, “La gazzetta dell’Etna” e “La gazzetta rossazzurra di Sicilia”, cui si potrebbero aggiungere “Il simpaticone”, “L’eco di Paternò”, “Paternò nuova”, ecc.

In campo paternese, fra i personaggi non vengono dimenticati Enzo Castorina, Orazio Greco e i cantastorie; e fra gli avvenimenti culturali l’attribuzione d’un quadro alla pittrice cremonese Sofonisba Anguissola. In campo nazionale c’è un ricordo personale del terrorismo e del sequestro e dell’assassinio dell’on. Aldo Moro, mentre l’on. Ugo La Malfa invocava la pena di morte.

È ovvio che fra questa miriade di notizie qualcosa potesse sfuggire all’autore: ad esempio, prima di quella della prof.ssa Naselli del dicembre 1965, il 26 settembre dello stesso anno e nello stesso salone della Biblioteca Comunale c’era stata la commemorazione dantesca organizzata dal circolo “Benedetto Croce”; e lo stesso circolo organizzò poi altre conferenze e presentazioni di libri, anche con interventi d’assessori, che non risultano in questo libro: come non risulta nemmeno una presentazione organizzata dal Comune e svoltasi nella sala consiliare il 20 aprile 1978, con interventi del sindaco Sinatra e dell’assessore Virgillito, relazione del prof. Conti, letture di racconti da parte d’attori del Piccolo Teatro “Città di Paternò” e sottofondi musicali.

Ad ogni modo, sono queste le parti che danno linfa all’esposizione, alleggeriscono il libro e lo trasformano in un romanzo di piacevole lettura: fra l’altro, l’autore racconta che — come allora s’usava — anche lui da ragazzo fece il garzone apprendista (verduraio, falegname, calzolaio, barbiere). Da ciò emerge che l’on. Nino Lombardo era sì un politico seriamente impegnato, ma pure una persona comune, simile a tante altre; e — anche per le note bio-bibliografiche e i giudizi sugli scrittori e artisti paternesi che costellano l’opera — appare uno scrittore dalla facile penna, robusto, sapido e a volte brioso.

La forma grafico-editoriale è decorosa e attraente, i caratteri sono chiari e i corsivi rispettati; però nel testo — oltre a qualche accento e virgola fuori posto, qualche maschile invece del femminile, qualche ripetizione di concetti già espressi e taluni tempi verbali incostanti — si notano alcuni refusi e sviste varie: per le successive edizioni segnaliamo che qui i bomboloni sono detti “bambolotti” (p. 16), i maestri quasi sempre vengono chiamati professori, confondendosi coi veri professori, il cinema Palumbo risulta Palombo (p. 104), un musicofilo è detto musicomane (p. 184), quella che dovrebbe essere Gangia/Gancia (p. 246), forma peraltro più vicina all’italiano grangia o grancia, a volte è detta Gangea (pp. 157 e 161), le gride manzoniane risultano “grida” (p. 195), lo scrittore Alfio Ferrisi risulta sempre Ferlisi, il sacerdote Di Mattea risulta Di Matteo, Zirna una volta appare Zinna (p. 337) e la contrada Petulenti una volta appare Petulanti (p. 354). Inoltre per la lista Castello Normanno del 1952 risultano eletti 5 consiglieri, anziché 4, portando il totale dei consiglieri a 41, anziché 40 (p. 109); mentre per le elezioni del 1956 i 30 seggi della lista vincente sono definiti due terzi, anziché tre quarti, del totale 40 (p. 125).

A parte questi rilievi, il testo è piano, scorrevole e facilmente comprensibile. Gli avvenimenti sono scanditi per anno (e forse sarebbe stato opportuno dividere per paragrafi i singoli anni, evidenziandone i numeri come titoli degli stessi paragrafi) e la lettura riesce così avvincente — almeno per coloro che conobbero i personaggi e vissero anche parzialmente gli eventi — che non soltanto non stanca, ma non si vede l’ora di giungere alla fine per acquisire sviluppi e conclusioni, riservandosi magari di rileggere quelle pagine personalmente più interessanti. E alla fine della lettura resta l’impressione d’un grande affresco o mosaico di storia (politica e non) paternese, siciliana, italiana, con al centro la forte personalità dell’on. Nino Lombardo che per mezzo secolo ha dominato la scena politica e ha contribuito in modo così preponderante a determinarla.

C’è da concludere ricordando che l’attività del Lombardo a favore di Paternò non si è esaurita: anche da pensionato egli lavora per la sua città natale, dando suggerimenti ai nuovi amministratori e gestendo il sito telematico paternogenius.com in cui offre visibilità e spazio ai paternesi più eminenti della letteratura, dell’arte e della cultura popolare. Basti dire che — fra l’altro — in tale sito si può consultare il dizionario del dialetto paternese compilato dal compianto prof. Franco Rosario Corsaro e soprattutto ascoltare la sua voce nella dizione della Divina Commedia da lui tradotta nello stesso dialetto, della quale si possono anche leggere i singoli canti. E ciò dà una grande soddisfazione.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, lug.-ag.2009]


Nino Lombardo, Dai normanni ai democristiani / Storia di un Gruppo dirigente (Paternò 1943—1993), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2009, pp. 374, € 24. (2)

Libri & Impressioni

DUE VOLUMI SULLA CITTÀ DI PATERNÒ

DI SALVO DI MATTEO E NINO LOMBARDO

…Il lettore di questo poderoso libro dell’on. Nino Lombardo resta meravigliato dalla quantità di notizie in esso contenute: eventi, date, personaggi, numeri... Non si spiega come l’autore abbia potuto raccogliere e annotare tanto materiale, se non tenendo un diario, fotocopiando documenti, ritagliando pezzi di giornali. E tutto ciò per cinquant’anni e oltre.

L’autore dichiara che l’oggetto esclusivo del lavoro è Paternò (p. 235); ma, vista la quantità di riferimenti a Catania, alla Sicilia e all’Italia tutta, nonché visti gli altri argomenti trattati, in realtà Paternò diventa l’oggetto principale, ma non l’esclusivo. Infatti qui c’è insieme una storia personale, familiare, cittadina, provinciale, regionale e nazionale. E per questo non si sa se definire il libro autobiografia o memoriale o narrazione. L’autore porta alla ribalta gli eventi politici d’un così lungo arco di tempo, ma nel contempo presenta retroscena d’ambizioni, condizionamenti, picche e ripicche, vere e proprie vendette incrociate, che spesso hanno determinato continue dimissioni, rientri e conseguenti immobilismi.

Per chi non lo sapesse, è opportuno dire subito chi è l’autore, ricordando che per molti anni a Paternò si diceva che non si muoveva foglia senza che l’onorevole Lombardo, o semplicemente Nino Lombardo, non volesse. Infatti egli, nato a Paternò nel 1927, nel suddetto arco di tempo è stato avvocato ed esponente della Democrazia Cristiana: delegato, segretario politico, consigliere e assessore comunale e provinciale, deputato regionale e nazionale, capogruppo o presidente di gruppo parlamentare, membro o presidente e vicepresidente di commissioni legislative; e in più componente della Commissione provinciale di controllo sugli enti locali e presidente della Confcooperative.

In tutte queste cariche — come riferisce lui stesso e conferma lo storiografo palermitano Salvo Di Matteo — egli s’è impegnato a fondo per la moralizzazione della vita politica, per nuove opere pubbliche, per lo sviluppo di migliori condizioni di benessere sociale e culturale. È vero che spesso s’è parlato d’affarismo e corruzione nella politica, ma il Lombardo tiene a precisare che né lui né il suo gruppo si trovarono implicati in tali pratiche; e anzi, avendo egli da sempre preteso la correttezza e la trasparenza degli atti amministrativi mediante metodologie e strumenti amministrativi a ciò necessari, per questo non soltanto nel 1970 si dimise, ma addirittura rischiò d’essere ucciso dalla mafia (p. 323).

Purtroppo però i personalismi e le disparità di vedute non sempre si potevano superare; cosicché l’esposizione del Lombardo, eccezion fatta per poche amministrazioni, è un susseguirsi di lotte intestine, ambizioni smodate, giochi, sotterfugi, defatiganti lungaggini certamente nocive alla città. Questa situazione s’aggravò dagli anni ’80 in poi, quando in tutt’Italia cominciò ad affermarsi il sistema delle “tangenti”, con indebiti arricchimenti personali. Negli organismi politici, da una parte c’erano sempre militanti che pretendevano le cariche a vita e dall’altra avversari che avevano come interesse precipuo quello di rovesciare la maggioranza per impossessarsi del potere: e così non era facile trovare gli accordi, nonostante la pazienza del Lombardo, che qui appare come un sapiente tessitore. Le ricorrenti crisi amministrative, con vorticosi cambiamenti di sindaci e assessori, erano dovute prima alla cosiddetta rotazione delle cariche, istituita per cercare d’accontentare tutti quelli che ambivano al potere (nonostante la negatività di tale operazione per la cittadinanza), e poi ad una certa insofferenza nei confronti dei politici di lungo corso.

Praticamente quest’ultimo fenomeno, per una specie di nemesi storica, era simile alla sfiducia ai danni del sindaco Gaetano Pulvirenti (peraltro più volte lodato dall’autore come amministratore corretto, onesto e galantuomo), tenacemente perseguíta dallo stesso Lombardo che lo fece cadere, anche se allora il movente sembrava essere una spinta ideale per il rinnovamento dei metodi d’amministrazione ai fini del progresso cittadino, mentre negli anni ’80 e ’90 erano prevalenti le ambizioni personali, con una guerra intestina fino all’ultimo sangue: tanto che a causa dell’inerzia dell’ultima amministrazione della vecchia classe dirigente s’ebbero cortei popolari e altre manifestazioni di protesta, e perfino le autorità ecclesiastiche intervennero pubblicamente per lo sblocco della situazione politico-amministrativa. E nel frattempo era scoppiato il caso nazionale di “Mani pulite”, con l’incriminazione di vari esponenti politici, ritenuti intoccabili, e il dissolvimento di tutti i partiti storici, dato che le tessere venivano pagate dai capicorrente con le tangenti ricevute; mentre anche nella Democrazia Cristiana locale e nazionale c’erano dirigenti affiliati alla massoneria: fenomeno minimizzato dal Lombardo (p. 259).

Subito dopo la caduta del sindaco Gaetano Pulvirenti, con l’arrivo del commissario Gasparri e poi delle giunte Lo Giudice e successive, si ebbero a Paternò notevoli realizzazioni in campo edilizio, stradale, urbanistico, sociale: il periodo d’oro sembra essere stato quello del Festival Roccanormanna, che diventò il fiore all’occhiello delle amministrazioni e, insieme con altre iniziative artistiche e culturali, diede lustro alla città, portandola all’attenzione dell’intera Sicilia e oltre. E non si deve dimenticare la Paternò nuova, costruita nel feudo Ardizzone.

Di quasi tutti i personaggi citati il Lombardo parla bene: trova sempre parole d'elogio non soltanto per i suoi stessi compagni di partito, ma anche per gli avversari. Soltanto per la sindaca Ligresti, eletta al crollo della D. C., ha parole di biasimo. Eppure nelle amministrazioni di quest’ultima ci fu una notevole ripresa operativa a favore di Paternò, con importanti realizzazioni, anche se si verificarono i soliti dissensi e difficoltà gestionali dovute a lotte intestine. Tuttavia il Lombardo, che più volte riconosce onestamente anche errori propri e del proprio gruppo, nel 2009 conclude il libro con una nota d’ottimismo nei confronti della stessa città.

Naturalmente spetta agli storiografi e ai politici non faziosi verificare le asserzioni prettamente politiche e il rendiconto della cinquantennale azione dell’on. Nino Lombardo. Certamente alcuni non approveranno molte cose o addirittura tutto: ma questo rientra nel gioco delle parti. Al critico invece compete esprimere una valutazione meramente letteraria del libro.

Un lavoro limitato a quanto finora detto sarebbe riuscito pesante e stancante, risultando una successione di personaggi ed eventi politici, con complicati o aridi programmi, ordini del giorno, bilanci, riunioni, delibere, opposizioni, appalti, elezioni, numeri di voti e di seggi, ecc. Ma fortunatamente l’autore, deviando dal titolo del libro, ha inframmezzato l’esposizione con squarci di cronaca culturale, artistica, religiosa, sportiva e di costume, arrivando addirittura a riferire aneddoti e pettegolezzi. E c’è di più: tutta la parte iniziale, piuttosto lunga, è un vero racconto autobiografico riguardante anche la Paternò d’una volta: nascita, infanzia, adolescenza, quartieri popolari, scuole, studi, insegnanti (tutti ben presentati e quasi sempre elogiati), chiese, azione cattolica, figure caratteristiche spesso chiamate con ipocoristici e soprannomi o nomignoli in dialetto (Ciccio “ca bola”, “Pinnasicca”, Mariano Gennaro, Emanuele Bonanno, “a signurina da chiazza”, ecc.); ci sono amori e pulsioni sessuali; e c’è anche un colorito approccio con la meretrice dei ragazzi “dal nomignolo irripetibile” (p. 48).

In quest’amarcord vengono alla ribalta, oltre a vari sacerdoti, il maestro Vincenzo Impallomeni, il preside Filadelfo Pulvirenti (segretario D. C., consigliere e assessore), professori quali Salvatore Spoto (scrittore), Giuseppe Carmeni (sindacalista, assessore, pittore), Salvatore Distefano (assessore), Francesco Bisicchia, Vincenzo Puglisi (primo sindaco), i fratelli Alessandro e Barbaro Rapisarda (scrittori), Angelino Cunsolo (giornalista e scrittore più volte citato), Barbarino Conti (poeta, paleografo e storiografo) e altri, i quali rappresentavano le colonne della scuola di Paternò.

C’è il ricordo di vicoli come “il tre palmi”, di feste grandiose come quella di S. Barbara: e poi il fascismo, la guerra, i terribili bombardamenti aerei del 1943 (e al riguardo l’autore smentisce la diceria secondo cui il commissario prefettizio Federico Ciancio fosse stato preavvisato con telegramma e si fosse allontanato sano e salvo lasciando perire i concittadini), il difficile dopoguerra, la crisi annonaria, la rivolta popolare a causa della fame. Si ricorda anche la venuta del re Vittorio Emanuele III (4 dicembre 1942), che però non entrò nella chiesa di S. Barbara, dov’era atteso, e poi quella del figlio Umberto per il referendum del 1946. E non mancano riferimenti al ruolo culturale del salotto della casa degli avvocati Caruso, al nuovo santuario della Consolazione e alla figura del comm. Michelangelo Virgillito, ai giornali locali “Il fuoco”, “Il santuario...”, “Tribuna Etnea”, “Il giornale dell’Etna”, “La gazzetta dell’Etna” e “La gazzetta rossazzurra di Sicilia”, cui si potrebbero aggiungere “Il simpaticone”, “L’eco di Paternò”, “Paternò nuova”, ecc.

In campo paternese, fra i personaggi non vengono dimenticati Enzo Castorina, Orazio Greco e i cantastorie; e fra gli avvenimenti culturali l’attribuzione d’un quadro alla pittrice cremonese Sofonisba Anguissola. In campo nazionale c’è un ricordo personale del terrorismo e del sequestro e dell’assassinio dell’on. Aldo Moro, mentre l’on. Ugo La Malfa invocava la pena di morte.

È ovvio che fra questa miriade di notizie qualcosa potesse sfuggire all’autore: ad esempio, prima di quella della prof.ssa Naselli del dicembre 1965, il 26 settembre dello stesso anno e nello stesso salone della Biblioteca Comunale c’era stata la commemorazione dantesca organizzata dal circolo “Benedetto Croce”; e lo stesso circolo organizzò poi altre conferenze e presentazioni di libri, anche con interventi d’assessori, che non risultano in questo libro: come non risulta nemmeno una presentazione organizzata dal Comune e svoltasi nella sala consiliare il 20 aprile 1978, con interventi del sindaco Sinatra e dell’assessore Virgillito, relazione del prof. Conti, letture di racconti da parte d’attori del Piccolo Teatro “Città di Paternò” e sottofondi musicali.

Ad ogni modo, sono queste le parti che danno linfa all’esposizione, alleggeriscono il libro e lo trasformano in un romanzo di piacevole lettura: fra l’altro, l’autore racconta che — come allora s’usava — anche lui da ragazzo fece il garzone apprendista (verduraio, falegname, calzolaio, barbiere). Da ciò emerge che l’on. Nino Lombardo era sì un politico seriamente impegnato, ma pure una persona comune, simile a tante altre; e — anche per le note bio-bibliografiche e i giudizi sugli scrittori e artisti paternesi che costellano l’opera — appare uno scrittore dalla facile penna, robusto, sapido e a volte brioso.

La forma grafico-editoriale è decorosa e attraente, i caratteri sono chiari e i corsivi rispettati; però nel testo — oltre a qualche accento e virgola fuori posto, qualche maschile invece del femminile, qualche ripetizione di concetti già espressi e taluni tempi verbali incostanti — si notano alcuni refusi e sviste varie: per le successive edizioni segnaliamo che qui i bomboloni sono detti “bambolotti” (p. 16), i maestri quasi sempre vengono chiamati professori, confondendosi coi veri professori, il cinema Palumbo risulta Palombo (p. 104), un musicofilo è detto musicomane (p. 184), quella che dovrebbe essere Gangia/Gancia (p. 246), forma peraltro più vicina all’italiano grangia o grancia, a volte è detta Gangea (pp. 157 e 161), le gride manzoniane risultano “grida” (p. 195), lo scrittore Alfio Ferrisi risulta sempre Ferlisi, il sacerdote Di Mattea risulta Di Matteo, Zirna una volta appare Zinna (p. 337) e la contrada Petulenti una volta appare Petulanti (p. 354). Inoltre per la lista Castello Normanno del 1952 risultano eletti 5 consiglieri, anziché 4, portando il totale dei consiglieri a 41, anziché 40 (p. 109); mentre per le elezioni del 1956 i 30 seggi della lista vincente sono definiti due terzi, anziché tre quarti, del totale 40 (p. 125).

A parte questi rilievi, il testo è piano, scorrevole e facilmente comprensibile. Gli avvenimenti sono scanditi per anno (e forse sarebbe stato opportuno dividere per paragrafi i singoli anni, evidenziandone i numeri come titoli degli stessi paragrafi) e la lettura riesce così avvincente — almeno per coloro che conobbero i personaggi e vissero anche parzialmente gli eventi — che non soltanto non stanca, ma non si vede l’ora di giungere alla fine per acquisire sviluppi e conclusioni, riservandosi magari di rileggere quelle pagine personalmente più interessanti. E alla fine della lettura resta l’impressione d’un grande affresco o mosaico di storia (politica e non) paternese, siciliana, italiana, con al centro la forte personalità dell’on. Nino Lombardo che per mezzo secolo ha dominato la scena politica e ha contribuito in modo così preponderante a determinarla.

C’è da concludere ricordando che l’attività del Lombardo a favore di Paternò non si è esaurita: anche da pensionato egli lavora per la sua città natale, dando suggerimenti ai nuovi amministratori e gestendo il sito telematico paternogenius.com in cui offre visibilità e spazio ai paternesi della letteratura, dell’arte e della cultura popolare. Basti dire che — fra l’altro — in tale sito si può consultare il dizionario del dialetto paternese compilato dal compianto prof. Franco Rosario Corsaro e soprattutto ascoltare la sua voce nella dizione della Divina Commedia da lui tradotta nello stesso dialetto, della quale si possono anche leggere i singoli canti. E ciò dà una grande soddisfazione.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, lug.-dic. 2009]


Luciano di Samosata, Storia vera, traduz. d’Ugo Montanari con testo greco a fronte, Newton, Roma, 1994, pagg. 98, £ 1.000..

ANALOGIE FRA DANTE E LUCIANO DI SAMOSATA

Questioni dantesche: IL FOLLE VOLO D’ULISSE ANTICIPATO DA LUCIANO

Ambrogio e Gregorio Magno ebbero l’idea d’un terzo stato oltremondano in cui scontare pene temporanee. In antichi commenti della Bibbia (ad esempio quelli di Girolamo, Agostino, Beda e Bernardo) tale luogo di purificazione era stato collocato su un altissimo monte, quindi nell’anticamera del cielo. Dante per la sua seconda cantica ha ripreso questa collocazione, ideando un’isola-montagna nell’oceano.

Quest’idea non era nuova. Il filosofo, scrittore e retore greco Luciano di Samosata (sec. II d. C.) nella sua Storia vera, opera che ante litteram si potrebbe definire di fantascienza, aveva raccontato il suo straordinario viaggio verso occidente, oltre le Colonne d’Ercole, con particolari narrativi e linguistici molto simili o addirittura identici a quelli del “folle volo” dell’Ulisse dantesco: la curiosità e il desiderio di cose nuove, i preparativi, l’opera di persuasione dei compagni, l’isola alta e boscosa, la tempesta. In quest’opera — fra assurdità, allegoria e ironia — si trovano varie anticipazioni della Divina Commedia finora ignorate o trascurate dalla critica dantesca e dallo stesso Le Goff (che invece stranamente ad un certo punto identifica o scambia il monte Parnaso, su cui risiedono le Muse e a cui si riferisce Dante per bocca di Virgilio al verso 103 del canto XXII della seconda cantica, con la montagna del Purgatorio1).

In questa Storia, oltre allo straordinario viaggio, ci sono una zona aristocratica come quella del nobile castello del limbo, certe somiglianti pene di dannati, l’isola dei beati, una specie di Gerusalemme celeste ricca d’ogni bellezza e piacevolezza (sette porte, azzurro intenso, brezza dolce e fragrante, fiori, canti degli usignoli, ecc.), un seggio vicino agli eletti preparato per lo scrittore-protagonista. E per chi conosce la Divina Commedia questa Storia, piena di sorprendenti coincidenze, andrebbe letta in chiave pre-dantesca: infatti ci si possono trovare analogie, oltre che col folle volo d’Ulisse, con l’inconsistenza materiale delle anime, con gli annunci del definitivo ritorno di Dante fra i beati e del seggio riservato fra costoro all’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, con lo scenario dell’Inferno dantesco. Ecco — qui riportati o sintetizzati — i brani somiglianti, pur con qualche differenza.

Il folle volo. “Un giorno, partito dalle Colonne d’Ercole e spintomi nell’oceano verso occidente, filavo con il vento in poppa. Gli scopi fondamentali del mio viaggio erano la curiosità e il desiderio di cose nuove, saper qual è il termine dell’oceano e quali genti vivono dall’altra parte. A tal fine imbarcai gran dovizia di cibi e misi nella stiva acqua sufficiente. Conquistai poi alla mia causa una cinquantina di amici che la pensavano come me e procurai una quantità davvero incredibile di armi. Riuscii anche, dietro forte compenso, ad avere il pilota migliore e rinforzai la nave, che era leggera, in vista di una navigazione lunga e difficile. Un giorno ed una notte navigammo con il vento in poppa senza avanzare molto: la terra era ancora in vista. Ma il giorno seguente, all’alba, il vento rinforzò, s’alzarono le onde e sopraggiunse l’oscurità: non si poteva più neanche ammainare la vela. Ci abbandonammo così al vento, rimanendo per settantanove giorni in mezzo alla burrasca: all’ottantesimo, tuttavia, apparve il sole all’improvviso e potemmo scorgere, non lontano, un’isola alta e boscosa, lambita da onde che leggermente si frangevano tutt’intorno: il grosso della tempesta era già passato. [...] Verso mezzogiorno, quando l’isola non era più in vista, sorse improvvisa una tempesta che sollevò la nave in un vortice a quasi tremila stadi senza più deporla in mare; anzi, la portava, sospesa com’era nell’aria, un vento che con forza soffiava nelle vele fino a gonfiarle.” (I, 5-6 e 9)

Le anime. Qui la barca non s’inabissa, ma vaga per il cielo fino ad incontrare l’isola dei beati, specie di Gerusalemme celeste i cui abitanti “non hanno corpo, sono impalpabili, senza carne e con solo una parvenza di forma; e pur senza corpo hanno consistenza e si muovono e pensano e parlano”. È sempre primavera, con luce d’alba e venticello di zefiro; e al banchetto delle anime, nel Piano Elisio, fra una moltitudine di saggi, poeti ed eroi dell’antichità (con esclusione di Platone, residente nella sua città ideale), accanto ad Omero c’è proprio Ulisse. (II, 12)

Il seggio riservato. Lo scrittore-protagonista piange al pensiero di dover lasciare quel luogo di delizie, ma i beati lo confortano. “Essi invece cercavano di consolarmi, dicendo che entro pochi anni sarei di nuovo tornato presso di loro e mi mostrarono già allora il mio futuro seggio e il mio posto vicino agli eletti.” (II, 27)

L’isola dei dannati. Partito da quella dei beati, lo scrittore-protagonista approda all’isola dei dannati, in cui le pene somigliano a quelle dell’Inferno dantesco: terreno scosceso e duro, sentiero strettissimo e pieno di spine, dirupi, mancanza d’acqua e d’alberi, tenebre, fuoco, arrosti a fuoco lento, cattivi odori, frustate, scorticamenti, sospensione per i testicoli. “C’eravamo appena lasciata dietro quell’aria profumata, quando ci assalì un fetore tremendo come di bitume, zolfo e pece che bruciassero insieme; inoltre si avvertiva un’esalazione cattiva e insopportabile, come da corpi d’uomini messi sul fuoco: l’atmosfera era tenebrosa e densa di caligine e pioveva una rugiada di pece. S’udivano anche, misti alle frustate, i pianti di molti uomini. [...] Dal suolo spuntavano in ogni parte, come in un campo di fiori, spade e punte aguzze; tutt’intorno scorrevano tre fiumi, uno di fango, l’altro di sangue, e il terzo, all’interno, di fuoco.” (II, 29-30)

Siti e condizioni dell’aldilà erano stati immaginati e descritti da autori antichi, quali — solo per fare gli esempi più illustri — Omero e Virgilio, a cui sia Luciano sia Dante attinsero; ma le suesposte analogie sono sorprendenti. Luciano, oltre agli autori classici lesse anche i primi autori cristiani e i vangeli stessi, da cui derivò alcuni elementi per le sue narrazioni, a volte con intento satirico, teso com’era a denigrare superstizioni, false credenze e religioni. Dante — è risaputo — non conosceva il greco, ma poté benissimo conoscere il contenuto di certi scritti di Luciano, come di altri autori greci, attraverso le citazioni o le epitomi che frequentemente nel Medioevo si facevano.

Carmelo Ciccia

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1 Jacques Le Goff, La nascita del Purgatorio, traduz. d’Elena De Angeli, Einaudi, Torino, 1982, pag. 384.

[“Talento”, Torino, n¡ 1/2002; “L’alba”, Belpasso, apr. 2008]


Maria Rosaria Luongo, Qualche peso di troppo, Bibliograf, Rimini, 1993, pagg. 64.

Il lirismo poetico di Maria Rosaria Luongo

Nel libro di versi Qualche peso di troppo (Bibliograf, Rimini, 1993, pagg. 64) l’itinerario poetico di Maria Rosaria Luongo, figura ben nota negli ambienti dei premi letterari, si snoda fra passato, presente e futuro, i tempi verbali dell’esistenza umana. Dal mondo dell’infanzia e dei ricordi, così ricco d’esaltanti ricordi d’ingenuità ed innocenza, la poetessa passa ad un presente pervaso da sensi di solitudine e d’inquietudine, con sogni di pace e armonia. Ma anche con brividi di declino, morte aldilà. Perciò la poetessa invoca più luce, come il morente Goethe che cercava il sole; e per fortuna la luce c’è ed è la poesia. Poesia, dunque, per vivere, per crescere, per sognare, per sperare e infine per morire,

La poetessa soffre d’incontinenza: “incontinenza di poesia” (p. 12); per lei la poesia è “un hobby, un / gioco un segreto vizio… “; e perfino nel momento del trapasso “il lungo canto dell’acqua per te / avrà un senso, sarà pace e armonia” (p. 6). E la poetessa esclama: “Poesia, ora posso anche / dormire a lungo (o per sempre) / nel verde abbraccio dell’erba / ancora forestiera, ma per scelta” (p. 11), ripetendo poi lo stesso concetto con la malinconia del declino: “la poesia è fatta per la giovinezza / o per la morte” (p. 21).

Ma la poesia è anche “questo sperimentare / il fondo oscuro della vita…” (p. 42). Perciò è un peccato la vita senza poesia per chi non sa cogliere il fascino che promana da mille occasioni: sentimenti, speranze, desideri, dubbi, attimi, gesti… (p 19). Tutto ciò trova compendio nella lirica intitolata appunto “Poesia”: “Senza questo specchio / delicato e segreto / di ciò che mi passa / dentro l’anima sarebbe / tempo perduto / la mia vita / sepolta sotto il cumulo di pietre / d’una banalità senza riscatto / e senza voce / la gioia di ricerca / i dubbi, i sogni” (p.56).

Queste esemplificazioni servono a dare un’idea di quale sia l’afflato poetico di Maria Rosaria Luongo, che si può dire essere una donna votata alla poesia. C’è chi ha altri ideali, magari più pratici, materiali, economici, redditizi: la Luongo ha la poesia. Essa è la sua fede, la sua speranza, il suo amore; e lei la coltiva con trasporto, con passione, con competenza e con tanto entusiasmo che prima o poi riesce a coinvolgere anche il lettore più sprovveduto o più insensibile.

L’urgenza del sentimento poetico è tale che il testo non sempre riesce adeguatamente chiaro: una migliore razionalizzazione della punteggiatura, delle spaziature e del taglio dei versi avrebbe forse reso più godibile la silloge, che comunque si attesta su livelli abbastanza apprezzabili,

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 28.II.2002]


Francesco Lusciano, Dov’è Franz Kafka? Marienbad-Praga •1977•2012•, La Versiliana, Fucecchio, 2013, pp. 272, € 6.

“Dov’è Franz Kafka? Marienbad-Praga 1977•2012” di Francesco Lusciano

Un romanzo “rosa-giallo” incentrato sulla forte passione del protagonista per una donna

Il libro Dov’è Franz Kafka? Marienbad-Praga •1977•2012• di Francesco Lusciano (La Versiliana, Fucecchio, 2013, pp. 272, € 6), in copertina definito romanzo, in realtà è nell’insieme un romanzo “rosa-giallo”, un saggio letterario sullo scrittore Kafka, un saggio politico sul comunismo sovietico, una guida turistica di Praga. Come dichiara l’autore stesso — impegnato in vari cenacoli culturali, già docente di scienze umane e storia che ha pubblicato libri di filosofia e assessore alla cultura di Chioggia (VE), città in cui risiede — nel libro ci sono riflessi autobiografici: sicché autore e protagonista si confondono nella narrazione in prima persona pronominale-verbale.

Un militante veneziano del Partito Comunista Italiano, ammiratore di Franz Kafka, nel 1977 si reca in gita a Marienbad e Praga sulle tracce di questo scrittore, che però — in qualsiasi posto dallo stesso scrittore frequentato o descritto nelle sue opere e puntualmente visitato dal protagonista — nessuno ha mai visto, nessuno conosce, nessuno ricorda, tranne i dissidenti del regime, dato che la memoria di lui è stata rimossa dal “socialismo reale” e nessuna targa o lapide a lui dedicata si trova. Girando per la Cecoslovacchia egli nota piacevolmente che c’è una grande conoscenza e ammirazione per l’Italia: la musica italiana è gradita, la cantante Mina è preferita e Dante con la sua Divina Commedia è di casa. Egli cerca anche di recuperare le carte inedite dello scrittore ebreo e trasferirle clandestinamente in Italia, per poi valorizzarle e cercare di recare aiuto ai dissidenti cecoslovacchi; ma l’occhiuta e orecchiuta polizia politica, sguinzagliata un po‘ dappertutto, provvede ad eliminare con un “suicidio di Stato” le due donne che le conservavano in una soffitta e a fare sparire tali carte, mentre la madre dell’occasionale amante del protagonista viene strangolata non si sa da chi.

Però, dopo la caduta del muro si Berlino e quella dei regimi comunisti dell’Europa Centro-Orientale, la situazione è notevolmente cambiata. Nel successivo viaggio a Praga del 2012 il protagonista nota che tutto è cambiato: l’aeroporto è intitolato al presidente Havel e Franz Kafka è in auge. Tutti lo conoscono, e addirittura esistono delle guide turistiche per itinerari kafkiani, mentre ci sono piazze, musei, librerie, targhe, lapidi e monumenti che ricordano questo scrittore, la cui immagine è dappertutto: in scatole di fiammiferi, borse, tovaglie, scarpe, materiale scolastico; e al cimitero una freccia indica la tomba dello scrittore, alla quale nell’anniversario della morte si raduna una grande folla. Ora Praga s’identifica con Franz Kafka, onnipresente nella sua città, e di lui si fa un uso commerciale: cosa che il protagonista biasima.

Per quanto riguarda il romanzo “rosa-giallo”, questo s’incentra sulla forte passione del protagonista per una donna locale, di cui condivide le idee politiche e che lo aiuta ad entrare negli ambienti dei dissidenti del regime cecoslovacco, fra cui Václav Havel, che poi diventa presidente della Repubblica Ceca. In questa relazione il protagonista si rivela un focoso amante latino, che fa promesse da marinaio, con profferte da amore eterno, e invece dopo la fine della gita dimentica tutto. Dopo il suo divorzio, avvenuto nel 1992, egli passa da una compagna all’altra, senza pensare alla donna abbandonata in Cecoslovacchia; e dopo 35 anni ha l’ardire di tornare a Praga con una compagna diversa e d’andare con questa a cercare la sua amante d’allora: la quale — a quanto spiegato dalla nipote che l’assiste — dopo aver atteso per tanti anni quel “marinaio” veneziano che l’aveva fortemente illusa, nel frattempo ha avuto un ictus che l’ha paralizzata e resa inebetita e incosciente. A questo punto il protagonista, dopo il batticuore per l’ansia di rivedere la donna che tanto tempo fa gli aveva dato corpo e anima, per la prima volta avverte un senso di colpa per il comportamento non certo leale tenuto con lei.

Se questo è l’aspetto “rosa” del romanzo, quello “giallo” si coglie nelle strane morti di tre donne e nella sparizione d’un giovane, che, dopo le inconcludenti indagini della polizia comunista, soltanto alla fine del libro si chiariscono per espresso interessamento del presidente Havel, di cui fa un rapporto l’ex amante del protagonista in una lunga lettera a lui indirizzata e lasciata a sua nipote.

Per quanto riguarda il saggio letterario kafkiano, l’autore dimostra una vera predilezione per questo scrittore, di cui presenta un florilegio di pensieri e descrizioni, vera e propria antologia kafkiana, per la maggior parte tratta dai Diari. Ma oltre a ciò egli qua e là analizza o riassume con citazioni sparse molte opere kafkiane, particolarmente le principali, notandone l’originalità e le implicite caratteristiche. Di Franz Kafka egli mette in rilievo le tristi esperienze personali che gli causarono quello stato d’angoscia che ne caratterizzò la vita e le opere: fra queste non trascura il difficile rapporto col padre-padrone e la difficoltà di sposarsi. Nel contempo egli rileva la serenità che coglieva lo scrittore di fronte alla bellezza della natura, ad esempio in un bosco, o all’affetto delle donne amate: Felice, Julie, Milena, Dora. E c’è un passo del libro in cui egli ben espone i motivi della damnatio memoriae di questo scrittore: il regime comunista non voleva comprenderlo e onorarlo, “perché la propaganda non accetta la dimensione dell’angoscia, della infelicità, del dubbio, del tormento, della disperazione” (p. 169).

Per quanto riguarda il saggio politico sulla Cecoslovacchia, premesso che egli si dichiara ammiratore di Lenin e disprezzatore di Stalin e dei suoi scherani, il protagonista fa un’accurata disamina del comunismo sovietico, mettendone in rilievo le degenerazioni che hanno portato a vere e proprie tirannidi negli Stati soggetti, con abolizione delle più elementari libertà, come ad esempio quella di poter liberamente compiere viaggi all’estero e quella di poter fare alloggiare turisti stranieri nelle proprie case. Molti sono i cittadini arrestati, torturati, ricoverati forzatamente in manicomi o fatti sparire a causa del loro dissenso ideologico; e — se docenti — esonerati dall’insegnamento. L’autore usa parole forti nei confronti di quel regime: “prevaricazioni, prepotenza, arroganza, violenza psicologica... l’arbitrio, l’illegalità, il sopruso, il dispotismo” (p. 154). Forse non s’è visto mai un altro comunista italiano usare parole così forti ed esplicite per condannare la dittatura sovietica.

L’autore quindi esalta le rivolte popolari e i martiri (Palach e tanti altri), dei quali indica gli elevati numeri per categoria, condannando fermamente i pesanti interventi repressivi dell’Armata Rossa. E al riguardo cita il rapporto di Luigi Longo, segretario del PCI al comitato centrale del partito in data 27.8.1968, con cui si deplora l’intervento repressivo a Praga: una linea ribadita nel 1969 dai dirigenti comunisti italiani, che già tendevano all’eurocomunismo. Questo saggio politico continua analizzando le diverse condizioni dopo la “rivoluzione di velluto” con la pacifica divisione fra Ceca e Slovacchia anche se l’autore non può non rilevare gli aspetti negativi della raggiunta libertà, con il sopraggiungere di mali di stampo occidentale come disoccupazione, consumismo, corruzione, delinquenza, mafia, droga, ecc.

Infine, per quanto riguarda la guida turistica, mettendosi sulle tracce di Franz Kafka e girando per Praga, l’autore presenta i luoghi caratteristici della città, quali la piazza S. Venceslao, il ponte di Carlo IV, la piazza dell’orologio con la statua di Giovanni Hus, alcune chiese e altri edifici, l’isola di Kampa, il castello e il Vicolo d’Oro, quartieri come Malá Strana, Staré Mesto e Nové Mesto, i cimiteri ebraici, l’osteria del buon soldato Svejk, famoso personaggio letterario, ecc. In varie occasioni egli inserisce delle note storiche, come nel caso della defenestrazione di Praga del 1618 che portò alla Guerra dei Trent’anni (p. 196). E se da un lato ammira la parte antica della città — bellissima bomboniera barocca — dall’altra egli non può non rilevare la bruttura delle periferie, caratterizzate da enormi palazzi o casermoni di colore scuro (costruiti dal regime comunista e abitati da operai o piccoli impiegati), che incupiscono l’aria e l’animo. In questo modo egli suscita nostalgia in quanti hanno già visitato Praga e stimola a visitarla quanti non l’hanno ancora visitata.

Il libro si conclude con una ricca documentazione sul travaglio politico della Cecoslovacchia e con un prezioso album fotografico di quelle vicende storiche.

Come si vede, esso è avvincente per vari motivi: e se ne consiglia la lettura, specialmente alle giovani generazioni, anche se le pagine erotiche stonano per “fellatio”, “coito simbiotico” e particolari nauseanti quali l’imbrattatura delle lenzuola.

La forma grafico-editoriale è all’insegna dell’essenzialità, e nel testo sono numerosi i refusi, sviste ed errori veri e propri di vario tipo.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, dic. 2014]


Francesco Lusciano, Il senso della vita / Bíos Eros Thanatos, La Versiliana, Fucecchio, 2012.

Il senso della vita e della morte

in una ricerca di Francesco Lusciano

Sembrerebbe impossibile che chi provenga dalla militanza comunista possa preoccuparsi di spiritualità, dato che il marxismo propugna il materialismo. Eppure Francesco Lusciano, già militante comunista, oltre che docente di filosofia e pedagogia nei licei e autore di parecchi libri, nella sua ricerca intitolata Il senso della vita / Bíos Eros Thanatos (La Versiliana, Fucecchio, 2012) esprime una profonda spiritualità collegata al destino escatologico dell’uomo: a cominciare dalla riproduzione della solenne “Resurrezione” di Piero della Francesca che campeggia in copertina, sia pure contornata dai medaglioni di Nietzsche, Heidegger, Camus, Sartre, Russel e “Che” Guevara: i quali, dopo Gesù Cristo, sono i personaggi sul cui pensiero e sulla cui azione si basa la ricerca stessa.

Sebbene ciò possa sembrare inutile, si precisa che le tre parole greche del sottotitolo significano rispettivamente “Vita”, “Amore”, “Morte”.

Per meglio scandagliare la problematica oggetto della sua ricerca l’autore passa in rassegna i più noti filosofi e teologi dall’antichità ai nostri giorni, nei quali tale problematica ha costituito l’interesse precipuo: sicché questo lavoro è anche una storia della filosofia, in cui sfilano noti pensatori fra i quali — oltre a quelli raffigurati in copertina — Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro, S. Paolo, Seneca, Plotino, S. Agostino, S. Tommaso, Pascal, Kant, Fichte, Schopenhauer, Kierkegaard, Severino.

L’Eros di cui parla l’autore non è soltanto l’amore carnale, ma l’amore in tutte le sue sfaccettature, specialmente quello per il prossimo; e perciò questo lavoro, dedicato ai volontari dell’amore-carità e agl’immigrati scampati da guerre, persecuzioni e miserie materiali e morali, postula il dialogo, la pacifica convivenza e la collaborazione fra le varie religioni e fra credenti e non credenti, condannando energicamente il fanatismo religioso e le uccisioni in nome di Dio ed esaltando invece il sommo comandamento “Non uccidere!”.

L’autore esamina la posizione di due categorie di persone rispetto a questa problematica: credenti e non credenti in Dio e nell’aldilà.

Per la prima categoria il pensiero dell’autore va subito ai cristiani, ch’egli ritiene fortunati in quanto che hanno la fede e le Scritture che li sostengono e incoraggiano, annullando o riducendo sofferenze e paure. Esaminando dettagliatamente Antico e Nuovo Testamento con un’acribia che ne fa un ermeneuta, egli pone in risalto la figura di Gesù Cristo, per cui dimostra una grande ammirazione, definendolo il più grande rivoluzionario dell’umanità e precisando che tale rivoluzione senza uguali è consistita nell’aver promesso la beatitudine eterna agli umili, ai sofferenti, ai miti, agli oppressi, ai misericordiosi, ai puri, ai portatori di pace e ai perseguitati. Ecco perché all’antico comandamento d’amare Dio il Cristo ha aggiunto l’altro d’amare il prossimo come sé stessi: due comandamenti che per il cristiano s’intrecciano, facendo sì che in definitiva chi ama il prossimo ama Dio e che non si può amare Dio senza amare il prossimo. L’autore dichiara legge basilare del cristianesimo quella dell’amore dettata dal Cristo: amore per Dio, per il prossimo e per noi stessi, che così praticando la religione acquistiamo il paradiso. Da ciò s’evince che per un cristiano il senso della vita sta anzitutto nel fare del bene agli altri. E se di fronte alla terribilità della morte chicchessia può scoraggiarsi, tanto che secondo l’autore lo stesso Cristo gridando sulla croce “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!” ha espresso il timore dell’annullamento totale della sua esistenza, per i cristiani la morte è un passaggio ad un’esistenza migliore, grazie alla resurrezione che c’è stata per Gesù e ci sarà per tutti i credenti, tanto che essa costituisce il fulcro della trattazione ed è posta come emblema in copertina.

Sempre per la categoria dei credenti l’autore esamina poi la posizione d’ebrei, musulmani e seguaci d’altre religioni rispetto alla stessa problematica, di ciascuna religione dimostrando buona conoscenza dei libri sacri (ad esempio Torah e Corano) e delle pratiche religiose, deplorando in ogni caso il fanatismo o fondamentalismo religioso, che ha prodotto e continua a produrre con impressionante frequenza gli esecrandi suicidi-omicidi e stragi in nome di Dio e della propria religione ed auspicando la reciproca tolleranza e collaborazione fra le varie religioni, specialmente quelle monoteistiche. E riguardo all’intolleranza religiosa l’autore non può non ricordare che anche la Chiesa Cattolica in passato s’è resa responsabile di torture ed uccisioni in nome del Cristo, come ad esempio nelle Crociate e nell’Inquisizione.

Per la categoria dei non credenti l’autore si sofferma invece sui personaggi raffigurati nei suddetti medaglioni, dei quali esamina e commenta varie opere, particolarmente per quanto attiene all’esistenzialismo, e nota che per loro è più difficile dare un senso alla vita e alla morte, non avendo la prospettiva d’un aldilà e d’una retribuzione finale. Ma essi possono vivere e morire serenamente se hanno buona salute, lavoro adeguato e reddito dignitoso; se hanno la consapevolezza d’aver compiuto bene i propri doveri; se nutrono ed esercitano l’amore per il prossimo; se hanno il giusto appagamento dei sensi nei rapporti amorosi di coppia; se coltivano o praticano lodevoli passioni quali la letteratura, l’arte figurativa, la musica, il teatro, la danza, lo sport, il tempo libero e il divertimento; se perseguono ideali umanitari quali la libertà, l’uguaglianza economico-sociale, la fratellanza e la democrazia, per i quali siano disposti a lottare e perfino morire; se riescono a percepire il significato della bellezza sia nell’universo sia nell’uomo, in quest’ultimo caso però cercata non nell’esteriorità ma nell’interiorità (sentimento, intelligenza, sapienza, saggezza, nobiltà d’animo, ecc.). Solo seguendo questi percorsi la morte potrà non apparire in quella tremenda prospettiva o dimensione presentata da certi poeti: “Abisso orrido, immenso, / ov’ei precipitando il tutto oblia” (Leopardi, Canto notturno di un pastore errante per l’Asia, 35-36) e “La morte / si sconta / vivendo” (Ungaretti, Sono una creatura, 12-14). Tuttavia l’autore, riconoscendo la preziosità ed unicità della vita umana, sulla scorta di tanti personaggi autorevoli proclama la sua contrarietà al suicidio (pur ammesso da stoici quali Cicerone, Epicuro, Seneca, Nietzsche, Hume, Jaspers, Sartre, ecc.) e all’eutanasia, ma anche all’accanimento terapeutico.

Infine un notevole rilievo l’autore riserva al guerrigliero Ernesto “Che” Guevara, sul quale praticamente presenta un ampio saggio, manifestando viva ammirazione per lui ed esaltandolo quale modello da seguire. L’autore stesso però s’accorge d’una certa incongruenza nell’accostare questo personaggio ad altri da lui trattati, ed in particolare al Cristo; e in un’apposita pagina giustifica la sua scelta col fatto che il “Che”, pur essendo ateo, aveva lasciato il posto di ministro da lui ottenuto a Cuba (cosa rarissima fra i politici nostrani) per andare a morire nel tentativo di liberare i popoli oppressi dell’America Meridionale, cioè in totale dedizione al prossimo.

Il volume termina con cento pensieri e massime, in cui in sostanza si riassume e ribadisce quanto dettagliatamente esposto e commentato in precedenza, aggiungendo una ricca bibliografia.

In conclusione, nella visione idealistica di Francesco Lusciano, al fine di dare senso alla vita l’umanità dovrebbe darsi la mano quasi a formare un grandioso girotondo in cui tutti gli uomini sappiano comprendersi, volersi bene e aiutarsi l’un l’altro, come nel sogno di certi bambini sfollati in campagna durante i bombardamenti del 1943: “sognavamo di fare un girotondo coi bambini di tutto il mondo, orizzonti luminosi, viaggi lontani, paesi senza guerra, dove ognuno di noi potesse vivere in pace e senza miseria” (C. Ciccia, La brutta estate del ’43 e antologia di Storie paesane, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2004, pagina 16). Il che, in altre parole, significa amore, carità, pace, solidarietà, compartecipazione, condivisione: praticamente il messaggio del Cristo, divenuto pregnante anche in questa ricerca.

Tutto ciò configura l’opera sia come un testo di profonda cultura sia come un manuale d’altissima meditazione, particolarmente per il ruolo riconosciuto al cristianesimo quale guida sovrana e àncora di salvezza; e, nonostante i vari refusi e sviste, se ne consiglia non soltanto l’adozione nelle scuole, ma anche una frequente lettura da parte di quanti siano sinceramente interessati al proprio destino e a quello dell’umanità, affinché possano effettuare opportune riflessioni e scelte di vita.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, febbr. 2016]


Francesco Lusciano, Italia / Passeggiate / 1. Dal Veneto alla Campania, Tiozzo/Art&Print, Piove di Sacco, 2016.

Un’Italia da sogno quella percorsa da F. Lusciano nelle sue passeggiate

Il ponderoso volume Italia / Passeggiate / 1. Dal Veneto alla Campania di Francesco Lusciano (Tiozzo/Art&Print, Piove di Sacco, 2016) è frutto d’alta sensibilità, perspicace attenzione e profonda cultura, ma anche e soprattutto di grande amor di patria. Forse a prima vista esso potrebbe essere respinto da alcuni lettori a causa della sua mole di ben 608 pagine (seicentootto), ma chi facesse questo lo farebbe irragionevolmente, dato che l’opera si presenta d’un interesse tale che alla fine si desidererebbe averne altre pagine, altre parti e altri capitoli.

Certamente non è stata un’impresa facile e agevole quella di percorrere lento pede e lemme lemme, come dice l’autore, buona parte della nostra penisola alla ricerca, fruizione e descrizione di tutte le attrattive in essa presenti: paesaggi naturali, monumenti, memorie storiche, personaggi mitici, usi e tradizioni. Ci son volute centinaia o migliaia di chilometri… E c’è voluta una gran passione e pazienza: ma lo soddisfazione c’è stata, e grande, considerato che Francesco Lusciano — già docente di scienze umane e storia nei licei, assessore comunale alla cultura di Chioggia (comune in cui risiede) e autore d’interessanti libri — con la sua anima semplice vive e palpita per queste soddisfazioni, esultando come un candido bambino ad ogni bellezza vista e goduta.

Qualcosa del genere, ma limitatamente alla Toscana percorsa in automobile e in misura decisamente ridotta a poche pagine, si trova in: C. Ciccia, Vacanza culturale in Toscana, “Ricerche”, Catania, Gennaio-Luglio 2006, pagg. 13-20 (con fotografie).

In questo primo volume Dal Veneto alla Campania di quella che si preannuncia come una serie, ci sono: nella prima parte Pellestrina, Lido di Venezia, Venezia, Treviso, Vicenza, Padova, Verona, Trieste e Aquileia; nella seconda Torino, San Remo, Ferrara, Ravenna, Mantova e Sabbioneta; nella terza Fucecchio, Pisa, San Gimignano, Siena e Firenze; nella quarta Napoli, Santa Maria Capua Vetere, Caserta, Capua Nuova e Pompei scavi.

Il lavoro potrebbe sembrare una guida turistica, e in gran parte lo è; ma non è soltanto ciò. In esso c’è lo specchio della grande cultura dell’autore che a ogni pie’ sospinto (in senso metaforico ma anche reale) vi trasfonde infinite nozioni di geografia, storia, archeologia, arte, letteratura… Per avere un esempio di ciò basta soffermarsi su quelli che lui chiama incontri o ritratti o profili (utili approfondimenti, spesso riportando passi di storiografi e critici) coi personaggi di volta in volta evocati nei vari posti di pertinenza: Angelo Padoan a Pellestrina; Thomas Mann al Lido di Venezia; Antonio Vivaldi, Dante e l’Arsenale, Giacomo Casanova, Carlo Goldoni, Tiziano, Tintoretto, Carpaccio, Ugo Foscolo, G. B. Tiepolo, P. Longhi e Canaletto a Venezia; Giovanni Comisso a Treviso; Andrea Palladio, Antonio Fogazzaro, Guido Piovene, Goffredo Parise e altri a Vicenza; Ruzzante, Giotto, Galileo Galilei e Tito Livio a Padova; Giulietta e Romeo, Dante e gli Scaligeri e Paolo Veronese a Verona; Umberto Saba, Italo Svevo, James Joyce, Fulvio Tomizza e Massimiliano d’Asburgo a Trieste; i militi ignoti ad Aquileia; i Savoia a Torino; Italo Calvino a san Remo; Lucrezia Borgia, Ludovico Ariosto e Giorgio Bassani a Ferrara; Galla Placidia, Teodorico e Dante a Ravenna; Virgilio, i Gonzaga, Andrea Mantegna, Giulio Romano, Leon Battista Alberti e Isabella d’Este a Mantova; Indro Montanelli a Fucecchio; Dante e il conte Ugolino, Giuseppe Mazzini e Galileo Galilei a Pisa; santa Caterina a Siena; Dante, Cosimo il Vecchio, Lorenzo il Magnifico, Girolamo Savonarola, Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini, Michelangelo, Vasco Pratolini, Ugo Foscolo e gli altri grandi sepolti in Santa Croce a Firenze; san Gennaro e Benedetto Croce a Napoli; Spartaco, il dio Mitra, il punico Annibale ed Errico Malatesta a Capua; i Borboni e Garibaldi a Caserta.

Così ai lettori che non hanno ancora visitato alcuni dei posti descritti dal Lusciano sembrerà di vederli nella fantasia, con la speranza magari di vederli in futuro nella realtà; e a quelli che li hanno già visitati, anche se tanti anni fa (poniamo negli anni 50 dello scorso secolo), sembrerà di rivederli ancora, magari notando eventuali cambiamenti: ad esempio, nelle chiese monumentali una volta l’accesso era libero, mentre ora si deve pagare; il monumento a Dante di Firenze una volta era al centro della piazza di S. Croce, mentre dal 1971 è spostato a fianco della chiesa; e al lupanare di Pompei, a causa della sconcezza di locali e immagini, una volta potevano accedere soltanto gli uomini maggiorenni esibendo la carta d’identità (allora la maggiore età si conseguiva a 21 anni), mentre ora l’accesso è consentito anche alle donne.

E per i viaggiatori più esigenti ci possono essere delle sorprese: come la frazione casertana di San Leucio, oggi patrimonio mondiale dell’UNESCO, un’ex colonia fondata dal re Ferdinando IV di Borbone, che in principio costituiva il cercato romitorio del sovrano e che in seguito, arricchita d’imponenti opifici serici, comuni abitazioni e grandiosi palazzi, diede luogo ad una comunità formata da famiglie provenienti anche dall’Italia Settentrionale e dall’estero, per la quale il sovrano stesso aveva emanato uno statuto a stampo comunistico, fra l’altro abolendo dote e testamento.

Ammirevole poi è il fatto che l’autore, parlando della Campania, sua regione d’origine, con obiettività ne metta in evidenza le varie contraddizioni: da un lato paesaggio, arte, storia e cultura; dall’altro povertà, disordine, sporcizia e criminalità.

In mezzo ai racconti, alle descrizioni e ai commenti è sempre presente l’uomo Francesco Lusciano, che all’occorrenza esterna la sua soddisfazione (che solitamente è beatitudine), la sua cultura e la sua premura nel dar consigli e suggerimenti per una migliore convivenza e per una migliore gestione del patrimonio che la natura e la storia ci hanno consegnato e che noi abbiamo il dovere di tramandare ai posteri in ottimo stato di conservazione, sempre in una prospettiva di pace e fratellanza mondiale. Anche se spesso ha bisogno di fermarsi, di detergersi il sudore, di riposarsi e di rifocillarsi, l’autore è sempre bramoso di ripartire per continuare la sua meravigliosa avventura.

In tutto ciò è evidente il patriottismo dell’autore: c’è l’orgoglio di far parte di quest’Italia così ricca di tesori, che ha tanto lottato nei secoli per essere unificata e che bisogna preservare nella sua unità, integrità e indivisibilità, contro qualche eventuale tentazione di separatismo.

La forma espressiva del volume è chiara e scorrevole, anche se talora intrisa di termini dotti. L’enormità del lavoro giustifica la presenza di varie sviste ed errori veri e propri, anche se non si spiega l’uso di parole altisonanti invece delle comuni: è il caso della preposizione latina versus (ripresa e rilanciata dall’inglese) che l’autore sistematicamente adopera al posto di quella italiana verso per indicare una direzione di marcia. Così sembra strano che l’autore stesso chiami ripetutamente bel Giovanni quel battistero fiorentino che Dante chiamò bel San Giovanni (Inf. XIX 17).

Ai fini della ricostruzione storica una nota di particolare merito va invece all’impegno profuso dall’autore nel riportare i testi delle numerose lapidi da lui incontrate e ricopiate. E ovviamente alcune notizie qui soltanto accennate possono essere ampliate e approfondite attingendo a specifici libri ed enciclopedie, in modo da implementare la propria cultura, secondo la massima dantesca riportata nel risvolto di copertina: “fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf. XXVI 119-120); cosa a cui meritoriamente tende questo volume.

Infine appaiono interessanti ed utili la dedica del volume alla memoria di Khaled Asaad, l’archeologo siriano custode del sito di Palmira trucidato dai terroristi islamici per essersi rifiutato di mostrare alcuni preziosi reperti segreti, le varie massime italiane e latine presenti qua e là nel volume, la prefazione di Luigi De Perini e l’introduzione di Sergio Ravagnan. Peccato invece che le fotografie siano poche e non a colori, anche se ben riuscite, ma la cosa si giustifica con la natura stessa del lavoro, essenzialmente culturale piuttosto che turistico.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, febbr. 2019]


Francesco Lusciano, Metafisica Infinito Dio Uomo, Art & print, Piove di Sacco, pagg. 248, s. p.

L’interrogativo che fa da sottotitolo e l’illustrazione michelangiolesca della copertina (La creazione dell’uomo, dalla Cappella Sistina) bastano a dare un’idea dell’interessante contenuto di questo libro: Dio creò l’Uomo o l’uomo creò Dio? Questa è la domanda che si sono posta e si pongono moltissime persone da sempre. E da questa domanda, che fa da sottotitolo, si dipana il discorso del libro, intriso di storia, filosofia, teologia e scienza naturale, ma anche di grande umanità.

Insomma, l’uomo ha bisogno della metafisica, cioè del soprannaturale: lo riconosce anche Emanuele Kant, il quale aveva affermato “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”; ma la ragione gli dice che questa non può esistere come scienza, perché la ragione stessa non l’ammette. Ma come fa l’uomo a vivere senza d’essa, cioè senza infinito, Dio, anima, aldilà e immortalità? Sì, è vero, alcuni ci riescono; ma sono pochi. La grande maggioranza degli uomini non può farne a meno: e allora interviene la fede come dono, che attraverso l’idea della resurrezione garantisce l’immortalità. Ma siccome alla fede s’abbina la speranza, l’autore si domanda: è la fede che genera la speranza o è la speranza che genera la fede? Così ci si trova in un circolo vizioso e i dubbi rimangono. Credere o non credere? Questo è il problema!

Al riguardo l’autore interpella grandi filosofi del passato e del presente, all’esposizione delle cui teorie dedica parecchie pagine, riportando anche giudizi di storici e critici della filosofia: Platone, Aristotele, Kant, Locke, Hume, Fichte, Hegel, Schelling, Schopenhauer, Feuerbach, Marx e Nieztsche (il quale ultimo arrivò a teorizzare che “Dio è morto”) e poeti-pensatori quali Leopardi e Pessoa, fino a Nicola Abbagnano, per il quale egli ha simpatia e preferenza. Ma il risultato è sempre negativo. È vero che durante il Romanticismo s’ebbe un ritorno al soprannaturale, con infinito/indefinito, sentimento e idealismo, ma erano mere illusioni, come affermò anche Ugo Foscolo. E sotto i colpi dei ragionamenti perfino grandi teologi come S. Agostino e S. Tommaso d’Aquino con le loro prove dell’esistenza di Dio scricchiolano.

Crollando la metafisica, infinito, Dio, anima, aldilà e immortalità risultano inesistenti, l’uomo si riduce ad un ammasso d’elementi chimici e ogni sua azione dipende da reazioni chimiche e fisiche.

Verso la fine l’autore si dilunga sulle nuove teologie ed in particolare sulla teologia della liberazione, aggiungendo una corposa serie d’aforismi e citazioni ed esponendo il suo pensiero in un’appendice teoretica. Nutrita è poi la bibliografia, mentre manca un indice dei nomi che avrebbe potuto essere utile.

Pur essendo un’opera di filosofia, essa si legge facilmente perché presenta una forma scorrevole e piana, accessibile a tutti, nonostante alcune sviste, fra cui un’età “gioachita” (pag. 190) che deve intendersi “gioachimita” (concepita da Gioacchino da Fiore); mentre appare curiosa l’alternanza della preposizione latina versus e dell’italiana verso.

Francesco Lusciano, già docente di scienze umane e storia nelle scuole secondarie, e poi anche assessore alla cultura del comune di Chioggia, ha già pubblicato diversi libri di pensiero e si dibatte fra ragione e fede, scienza e religione. Il suo cuore vorrebbe fede e religione, e al riguardo egli cita numerosi passi della Bibbia, di cui sembra ammiratore e a cui dedica parecchie pagine scelte con entusiastico commento: ma la sua mente gli dice che in base a ragione e scienza ciò è impossibile. E allora, avvilito, egli continua ad interrogarsi, sempre vivendo in questo tormento.

In definitiva questo libro, che si collega al precedente del 2012 Il senso della vita / Bíos Eros Thanatos, per la rassegna di tanti personaggi e teorie può sembrare una storia della filosofia, ma si risolve nella storia d’un’anima inquieta, ovvero (per rispetto di chi non crede nell’esistenza dell’anima) nella storia d’un organismo vivente composto di qualche diecina d’elementi chimici a cui le insite reazioni (chimiche e fisiche) procurano un notevole logorio nella ricerca di sé, del suo essere e del suo divenire.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2021]


Lucilla Antonia Macculi, Di giorno in giorno, Ente Premio “Carlo Goldoni”, Venezia, 1974.

DUE SILLOGI PREMIATE DI PETTOROSSO E MACCULI

Nella collana riservata ai primi classificati del premio di poesia “Goldoni” di Venezia e pubblicata dall’Ente organizzatore s’incontrano due sillogi — sia pure per motivi diversi — discutibili…

La silloge Di giorno in giorno della pugliese Lucilla Antonia Macculi (1974), ha un tessuto poetico inestricabile, in cui non soltanto sono ignorate o sovvertite le regole della punteggiatura e della grammatica, ma tutto il periodare è oscuro.

La novità di questa silloge è che le varie composizioni hanno delle date per titoli; e pertanto essa ha l’aspetto d’un diario. Quanto al valore dei versi, anzitutto bisogna chiedersi che cosa debba intendersi per poesia: se essa, prima d’ogni altra cosa, sia espressione o informazione o comunicazione. In altri termini, se il poeta deve scrivere soltanto per sé (espressione) o soltanto per gli altri (informazione) o contemporaneamente per sé e per gli altri (comunicazione), cercando un punto d’incontro, cioè un dialogo, coi lettori.

È quest’ultima la risposta che appare più giusta; e pertanto chi scrive soltanto per sé di fatto esclude gli altri, cioè si serve d’un’espressione tutta per sé e inaccessibile agli altri. Questo è proprio il caso di quest’autrice, nella cui silloge si possono salvare soltanto due o tre liriche. Né serve il richiamo d’altri poeti ermetici nel titolo Di giorno in giorno, il quale rimanda a Giorno per giorno dell’Ungaretti e a Giorno dopo giorno del Quasimodo, perché questi poeti erano di tutt’altra statura.

In realtà l’autrice in quelle poche liriche accettabili mostra, sí, d’avere buone attitudini alla poesia, ma ciò che le manca è la capacità d’assestare le sue idee e i suoi sentimenti in una forma che, senz’essere sciatta o semplicistica, possa in certa misura essere accessibile agli altri, oltre che a lei stessa, dandole quindi la possibilità di trasmettere qualcosa di coinvolgente. Né si può accettare l’ipotesi che l’autrice abbia voluto fare così deliberatamente, con questo “suo” linguaggio, perché il poetare non dev’essere soltanto occasione di narcisismo.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag- 2009]


Franco Maria Maggi, Franz Kafka giornalista di Bolzano, Bastogi, Foggia, 2006, pagg. 116, € 12.

Il giornalista e scrittore Franco Maria Maggi, personaggio di spicco della cultura altoatesina, nel romanzo Franz Kafka giornalista di Bolzano ha voluto attribuire vicende sue personali allo scrittore boemo Franz Kafka (1883-1924), il quale per un breve periodo dimorò effettivamente a Merano (BZ) e fu autore di romanzi morbosi e allucinanti, oltre che fantastici. E sulla sua scia si pone il Maggi, che ora ha pubblicato quest’opera dal particolarissimo stile, fatto per lo più di periodetti semplici (cioè costituiti d’un’unica proposizione) e basati su una paratassi esasperante: infatti il continuo succedersi di punti fermi, magari dopo una o due parole, rende il fraseggiare sincopato — come l’autore stesso lo definisce in apertura — e ansimante, asmatico, affannoso. Probabilmente queste continue pause corrispondono a delle tirate di sigaretta e perciò le frasette sembrano dei mozziconi.

È vero che nella narrazione si riscontrano anche periodi composti e complessi, ma l’effetto della troppo ricorrente sincope è decisamente negativo. Del resto l’autore stesso in apertura teme che il lettore possa stancarsi subito per questo motivo e anche per l’oscenità, e lo esorta ad avere la pazienza di seguirlo fino alla fine, con ciò infliggendogli una penitenza piuttosto pesante, che probabilmente soltanto pochi eseguiranno.

Questo romanzo autobiografico si rifà alle esperienze del Maggi, redattore d’un quotidiano altoatesino intorno al 1960, quando nelle tipografie la stampa si faceva col piombo, con inchiostro oleato, di per sé stesso nauseante, e con macchinari antiquati. Nella narrazione, che indubbiamente ha anche dei momenti felici, c’è il sordido quadro dell’ambiente della redazione, fatto di illusioni e delusioni, simpatie e antipatie, rivalità e ripicche: uno squallore avvilente che sembra trovare il suo riscatto soltanto in un sesso rabbioso. Bisogna riconoscere che il Maggi sa alternare la trivialità in italiano a quella in latino: il suo lessico rivela un considerevole retroterra culturale. Contemporaneamente nella narrazione stessa c’è il riflesso della vita italiana (civile e politica) del secondo dopoguerra ed in particolare delle tensioni autonomistiche del Sud-Tirolo, sfociate anche in azioni violente.

Forse l’autore ha voluto trasferire in questo libro le sue frustrazioni d’allora e d’ora: il sistematico ricorso alla trivialità (più che boccaccesca) e alla descrizione d’atti corporali degradanti o aberranti non sono soltanto erotismo o condiscendenza al crudo realismo o emblema d’una mal intesa libertà d’azione e d’espressione, ma anche indice d’alienazione personale e sociale nonché manifestazione d’un grave disagio esistenziale; e certi episodi, se ieri potevano apparire effetti di furore sessuale giovanile, oggi, nella volontà di divulgare dopo quasi mezzo secolo un racconto del genere, appaiono come effetti di gallismo senile, celante delle ferite non ancora rimarginate. In uno scenario grigio, monotono e senza un briciolo di spiritualità, perché non sa spingersi al di là dell’orizzonte terreno, il protagonista di quest’opera, così intrisa di materialità, anzi d’animalità, appare come un nevrotico, un maniaco sessuale, un pervertito, che avrebbe bisogno dello psicanalista o meglio del neuro-psichiatra.

Per molto di meno nello stesso periodo di questa vicenda Pier Paolo Pasolini e il suo editore furono portati in tribunale per oscenità e offese al pudore. In questo romanzo del Maggi, oltre alle oscenità e offese al pudore, c’è una costante offesa al buonsenso.

Si potrà obiettare che in letteratura ci sono dei precedenti simili, magari di autori famosi; però ciò non esime il critico dallo sconsigliare d’intraprendere la lettura d’un libro siffatto: e ciò, non soltanto perché altamente diseducativo e spesso ripugnante, ma anche perché complessivamente stancante, deprimente e alienante, nonostante la pseudo-spiritosaggine di certe battute e la presunzione finale, sia pur dubitativa, che questa rievocazione possa giovare.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2006]


Giuseppina Martinuzzi, Ingiustizia / Canto storico-sociale, Mathias, Albona, 2001.

IL CANTO STORICO-SOCIALE DI GIUSEPPINA MARTINUZZI

Nel 1883 il poeta siciliano Mario Rapisardi (Catania 1844 - 1912), più noto forse per aver pubblicato i poemi Lucifero e Atlantide e per essere stato in polemica col Carducci, pubblicò una raccolta di poesie politiche e sociali dal titolo Giustizia. Ebbene, da questa raccolta prende le mosse anche nel titolo il libro Ingiustizia / Canto storico-sociale che l’istriana Giuseppina Martinuzzi (Albona 1844-1925) pubblicò nel 1906 e che nel 2001 è stato ristampato a cura della casa editrice “Matthias” di Albona e in parte sponsorizzato dalla Comunità Italiana di Albona a lei stessa intitolata.

Oltre che del Rapisardi (che era uno dei molti scrittori e giornalisti d’indirizzo democratico e socialista come il De Amicis coi quali la pasionaria Martinuzzi intratteneva dei legami particolarmente stretti) questo canto ha echi dello stesso Carducci, d’Olindo Guerrini-Stecchetti, d’Ada Negri, di Victor Hugo, di Massimo Gorkij, di Filippo Zamboni e d’altri letterati del tempo.

E al suo tempo bisogna rapportarsi quando si leggono le composizioni della Martinuzzi, perché d’esso è frutto la loro espressione formale: cioè lingua e stile praticamente sono quelli a cavallo dei due secoli, coi requisiti della metrica (endecasillabi, settenari, ecc.) e di certi paludamenti. Anzi, per essere sinceri, la forma della Martinuzzi è meno paludata di quella del Rapisardi stesso e quindi meno ostica e più accessibile.

La dedica del libro è chiara anticipazione del contenuto: “A quanti patirono ingiustizia, geni riviventi nella storia od oscuri lavoratori, sia omaggio il mio canto”. Così il libro si configura come una rassegna di secoli d’oscurantismo e di terrore, di sopraffazione, di frustrati, oppressi e vinti da ogni forma d’ingiustizia, i quali chiedono d’essere redenti dalla storia.

Se l’autorità civile commise gravi ingiustizie nei confronti d’innocenti (Alessandro Magno, Cesare, Nerone, Ezzelino da Romano, Napoleone Bonaparte, ecc.), arrivando perfino a crocifiggere Cristo e i cristiani, altrettanta ingiustizia ha commesso l’autorità religiosa con le sue inquisizioni, torture, roghi e capestri, dispensati con inaudita ferocia in nome di Dio e del Vangelo (anche se dopo ha chiesto tardivo perdono). In questa fosca rassegna di vittime il primo posto tocca ai liberi pensatori oppressi dalla Chiesa, in una lunga schiera che comprende Dante, Pietro Abelardo, Arnaldo da Brescia, Giovanni Huss, Giovanna d’Arco, Girolamo Savonarola, Tommaso Moro, Tommaso Campanella, Galileo, Copernico, Giordano Bruno e innumerevoli sconosciuti, fra cui molte donne accusate d’essere streghe.

Poiché questo canto vuol essere la “voce dei vinti”, l’autrice menziona anche schiavi come Euno e Spartaco, gladiatori romani e galeotti veneziani. Ovviamente ha un pensiero particolare per Cristo crocifisso, ma biasima il regime ecclesiastico scaturitone e l’alta legge cristiana trasformata in superstizione. Perciò un poemetto s’intitola proprio “Fra i roghi” e vi viene ricordato il Sillabo del pontefice Pio IX che impediva il libero pensiero.

L’autrice ricorda poi le ingiustizie subite dalle fanciulle ingannate da finti amanti, dai figli rifiutati, dai trovatelli, dagl’ignoti, dai lavoratori pesantemente sfruttati e sacrificati nelle officine, nelle miniere, nelle campagne, nei pozzi neri delle latrine; dai nomadi, dagl’indigeni delle colonie, dai soldati mandati ad uccidere e ad essere uccisi... Pur presa dall’urgenza di così alti problemi, essa, con delicato animo femminile, ha momenti di grazia e perfino di lieve sensualità quando parla del bianco seno delle donne innamorate, dei loro sogni, delle loro illusioni, del fiore dell’amore. E, se fosse vissuta di più e avesse conosciuto gli orrori della seconda guerra mondiale, a tali ingiustizie essa avrebbe aggiunto quelle subite dalle vittime del nazismo (particolarmente gli ebrei torturati e sterminati) e quelle subite dalle vittime del comunismo (particolarmente i dissidenti confinati in Siberia e gl’infoibati della Venezia Giulia); e, se poi avesse potuto assistere anche al crollo del muro di Berlino, allora — se non prima — certamente avrebbe abbandonato il partito comunista, di cui era dirigente.

Il panorama è desolante, ma non pessimistico. Fortunatamente il prologo aveva annunciato giorni migliori e manifestato a pieno l’intento del libro: concorrere al miglioramento della società, mediante lo sviluppo d’una più elevata coscienza sociale, cioè quella da cui potrà scaturire un vero progresso. Perciò l’autrice annuncia: “Cantiamo l’epicedio / ai morti ed ai morenti, / ma un sogno di giustizia, / siccome fior da zolla sepolcrale, / su dalla gran tristizia, / dalla notte si svolga e batta l’ale, / preludio e vaticinio ai dì venienti.”

Ed è questa nota di speranza che rende attuale il messaggio e fa sì che, trascurando i refusi tipografici, questo libro meriti d’essere letto anche oggi e conservato a testimonianza di così grande vilipendio da parte degli oppressori e di così grande amore per l’umanità da parte di Giuseppina Martinuzzi.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della “Dante’ albonese”, Albona-Labin, genn.-lug. 2002]


Osvaldo Martufi Bausani, Piercarlo Fayella / Un poeta sulle orme di Virgilio / Maestro della Natura all’aria aperta, Centro Diffusione Arte, Palermo, 2010, pp. 206, s. p.

LO STUDIO DI OSVALDO MARTUFI SUL PITTORE PIERCARLO FAYELLA

Il poderoso volume d’arte d’Osvaldo Martufi Bausani Piercarlo Fayella / Un poeta sulle orme di Virgilio / Maestro della Natura all’aria aperta (Centro Diffusione Arte, Palermo, 2010, pp. 206, s. p.) è nel contempo una monografia sul pittore eponimo e un trattato di pittura; e contiene poche pagine scritte dall’autore e molte pagine illustrate con le opere del Fayella.

L’autore, nativo di Latina, come critico d’arte e docente ha avuto occasione di risiedere in varie città italiane, ma è rimasto molto legato alla sua terra d’origine, l’Agro Pontino; e, dopo aver anche lui dipinto e aver pubblicato tre volumi dal titolo Leggere l’opera, in questo nuovo libro presenta anzitutto le caratteristiche — paesaggio, usanze, flora e fauna — di tale terra, che è anche quella in cui vive e opera il pittore Fayella. Ad esempio, in questo contesto egli riferisce una crudeltà nella mungitura delle bufale commessa ai danni dei bufalini (qui detti bufolini), prima attirandoli alle poppe e subito dopo staccandoli da esse con una legnata in testa, in modo da far lasciare il posto ad un’abbondante mungitura per scopi industriali, mentre poi alle poppe quasi vuote vengono riavviati gli stessi bufalini, i quali per la fame “aggrediscono” le poppe, costringendo le madri a scalciare ed allontanare violentemente gli affamati figlioletti.

Del pittore Fayella l’autore riferisce la nascita a Roma (1936), la vocazione artistica, gli studi, l’amore per la natura, l’insediamento nello stesso Agro Pontino, dove svolge anche una funzione sociale con la Cooperativa Laghi Costieri (di cui è presidente), viaggi per il mondo in cerca di bellezze da ritrarre. Si nota subito che c’è una notevole sintonia fra i due personaggi e che il Martufi Bausani ha una sincera ammirazione per il Fayella, del quale esamina una per una le opere, aggiungendo alla fine vari schemi geometrici e compositivi, in un’analisi “genealografica” dei meccanismi compositivi che seziona i campi grafici.

L’autore intravede come artisti antecedenti del Fayella il tedesco Caspar David Friedrich, l’inglese Charles Coleman, il francese Gustave Courbet, gl’italiani Giulio Aristide Sartorio e Giovanni Fattori. Soprattutto egli sottolinea le peregrinazioni del Fayella in mezzo alla natura per ricavarne impressioni, emozioni, ispirazione, grazie anche alla di lui passione per la caccia e la pesca, che lo pongono alla pari d’altri artisti quali il musicista Giacomo Puccini, operante sul lago di Massaciuccoli. E vede l’artista sulle orme di Virgilio, grande cantore della natura nelle sue opere.

In un’intervista fattagli dallo stesso autore il pittore dichiara: “L’Arte nella Pittura, oltre all’ispirazione dell’Autore, è essenzialmente disegno, colore ed atmosfera, elementi che riassumono in sé in una parola la Natura, cioè Dio […] Attraverso un’attenta osservazione, utilizzando molto anche la memoria, ho cercato di tradurre sulle tele la bellezza della Natura perché, come ho già detto, ho avuto la fortuna di sentirmi in comunicazione con essa per una vita: ho sempre cercato di ritrarla nella maniera migliore, spontanea e più reale, spinto dal mio desiderio e dalla mia passione per il disegno e poi per la pittura, in silenzio e con rispetto, avvertendo l’equilibrio e la potenza del suo Creatore.” (pp. 37-38). E con ciò il Fayella proclama la religiosità insita nella sua arte.

Alla fine del volume l’autore, dopo aver commentato certi particolari pittorici, si sofferma sui maestri del Fayella, di cui presenta opere e biografie, accomiatandosi poi da lui con parole affettuose e di grande rispetto. E nella sua espressione linguistica, nonostante alcuni refusi, si percepiscono accenti di poesia.

Ma una persistente aria di poesia si respira nelle molte pagine riproducenti le opere del pittore Piercarlo Fayella o loro particolari: perciò questo volume si potrebbe anche definire catalogo o album fotografico. Anzitutto ci s’accorge che il pittore (realistico con venature romantiche) vive in piena immersione nella natura fino ad assimilarla e farsene lui stesso elemento imprescindibile; ed è notevole l’impressione d’aria libera e d’infinito che se ne ricava. Paesaggi, alberi, fiori e animali, ritratti nelle pose più svariate o in movimento, danno una sensazione di serenità ed armonia che conquistano l’osservatore. C’è una cura meticolosa nelle linee e nei colori, nonché nei particolari, nelle dimensioni e nelle distanze: e, quando a dominare la scena sono cavalli o buoi, si percepisce quella solennità cantata pure dal Carducci nel suo celebre sonetto “Il bove”.

Significativi, ancorché strani, sono i titoli da lui dati alle sue opere, solitamente costituiti di varie proposizioni, che indicano non soltanto contenuti, ma spesso impressioni, momenti e sentimenti. Esempi di ciò possono essere fra i tanti i seguenti titoli:

• “Marina del Lago di Fogliano (LT). Inverno. Tramonto freddo. Nuvole sottili. Gabbiano comune. Illusione ottica” (p. 111)

• “Campagna romana. Testa di Lepre ‘Il Centrone’. Tramonto, si fa sera, con le ombre meno contrastate. Il fagiano si trova nel punto aureo di Euclide” (p. 113)

• “Lake Placid U. S. A. (NY). Particolare contrasto di luce. Arriva la neve. Il gatto aspetta la padrona! Oltre l’orizzonte l’infinito, cioè Dio” (p. 116)

• “Foce del Lago dei Monaci (LT). Luglio 1981 – Autoritratto: il Maestro della Natura nei pressi della foce con la ‘Lupa’, che lo seguiva sempre come un’ombra. Notare l’alto livello delle acque sulle paratoie, ottenuto con il pompaggio di acqua di mare, per evitare infiltrazioni dal Rio Martino” (p. 138)

• “Lago dei Monaci (LT). Disinquinato dalla Fogliano Pesca S. r. L., Migliaia di uccelli migratori in svernamento, in maggioranza lungo l’argine lato terra. Dicembre 1981. 113 uccelli/ha nel Lago dei Monaci: Censimento L. I. P. U. del 12.01.1982”. (p. 146)

Infine per quanto riguarda l’attenzione con cui il pittore tratta i dettagli, basta vedere certi uccelli e certi prati fioriti, i quali spesso rasentano la fotografia, arte — quest’ultima — ben familiare allo stesso pittore.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, genn.-apr. 2012]


Mario Marzi, Materia vivente, Unigraf, Dosson (TV), 1996, pagg. 98, s. p.

Copertina in tela, sovraccoperta elegante, pagine in carta robusta e dorata stampate alternatamente, caratteri e impostazione grafica di lusso: ecco gl’ingredienti esteriori di questa nuova raccolta di poesie di Mario Marzi, un poeta che è anzitutto un filologo di primo piano, traduttore e curatore di varie opere classiche per grosse case editrici come la UTET di Torino. Ma il valore di questo libro ovviamente non s’esaurisce nella forma esteriore, che pur costituisce la degna cornice del contenuto: in questa Materia vivente c’è tutto l’autore, con la sua cultura, la sua finezza, la sua umanità.

Pur senza geremiadi e speculazioni filosofiche, il poeta si volge indietro a riguardare la sua lunga vita e ne coglie ricordi e desideri, gioie e rimpianti: amaramente osserva che il tempo distrugge la gioventù, la bellezza e i sogni; che il passato non torna più e che ciò che può aspettarsi adesso è la conclusione del tutto. È vero che ora “rimpianti e desideri / si annidano nei sogni / e sfumano con l’alba”, ma guardando il cielo sconfinato il poeta sembra quasi andare in estasi e riflettendo lancia verso l’ignoto le sue speranze d’eternità. A volte la riflessione sul destino umano prende spunto dal funerale d’un amico che ormai conosce “il segreto del varco” senza poterlo comunicare a nessuno dei viventi, dalla fissità d’una salma in attesa d’autopsia e insieme d’un “punto di rimbarco”, da una visita alla madre defunta o dalla vista d’un gatto schiacciato. Allora l’esistenza umana viene a configurarsi come una transumanza: “Ci si trova incamminati / insieme con tanti altri / quieto gregge transumante, / anche se a tratti / qualcuno balza di lato / s’inerpica folle sulla scarpata / ad afferrare un ciottolo lucente / scordando ancora una volta / l’inganno della pirite.”

La sua visione del paradiso è personale: “Se penso il paradiso / non vedo santi annichilati / di fronte al pantocratore / ma rocce inverdite / da una vita paziente e tenace / silenzi appena rigati / dal grido della poiana / nubi tra cui folleggia / l’estro plastico del vento.”

Ma non sempre il tono della raccolta è così austero e impregnato del “profumo di saggezza”: spesso il poeta osserva e descrive dei semplici fatti comuni, i quali, se per gli altri potrebbero essere insignificanti, per lui che li ha vissuti non superficialmente hanno un significato recondito e possono costituire dei punti di riferimento. Essi hanno scandito la sua vita e adesso appaiono remoti soltanto perché entrati a far parte d’un mondo favoloso. È il caso di qualche immagine o fantasia amorosa, che viene alla mente anche con quel pizzico d’erotismo che rende sapida la vita.

Così la poesia di Mario Marzi si snoda fra profondità e semplicità, freschezza e musicalità, le quali denotano la presenza d’un autore che non per nulla è stato alla scuola dei classici, fino a diventare maestro di classicità.

Carmelo Ciccia

[“Il sodalizio letterario”, Rimini, marzo 2001]


Mario Marzi, Un cammino / Opera omnia, Unigraf, Preganziol, 2001, pagg. 328.

IL LUNGO CAMMINO DI MARIO MARZI

Il poderoso volume intitolato “Un cammino”, opera omnia di Mario Marzi (Unigraf, Preganziol, 2001, pagg. 328), è nel contempo la traccia profonda d’una vita dedicata alla cultura e il degno riconoscimento del suo merito. In esso c’è oltre mezzo secolo di pubblicazioni in versi e in prosa: ben sette sillogi di versi e tre di prose, che non potranno essere capite a pieno se non si terrà conto della robusta personalità dell’autore. Infatti Mario Marzi, nato a Padova nel 1921, è stato per molti anni docente di latino e greco nei licei, traduttore e curatore di classici per conto dell’UTET e d’altre editrici, prefatore e conferenziere, presidente provinciale dell’Associazione di Cultura Classica. Dunque la sua vita, in cui non mancò l’esperienza della guerra (egli fu anche combattente e partigiano), è stata all’insegna della cultura classica: e la sua produzione non può non risentire fortemente di questo fertile humus, tanto che parecchie sono le espressioni in latino o in greco, come quando variando Catullo egli definisce una fanciulla “puellarum ocelle”.

La classicità ha dato al Marzi la forma mentis: ordine, disciplina e correttezza ne sono le caratteristiche; e anche quando certi contenuti, per esempio certi ricordi d’infanzia o di vacanze (che pure molto interessano all’autore), sembrerebbero non interessare o interessare poco al lettore, quanto meno a tutti interessano gli esiti linguistico-letterari. Ciò vale particolarmente per la prosa, alla quale senza dubbio va la qualifica di prosa d’arte, essendo le sue pagine d’una rara e invidiabile esemplarità che ne fa modelli di scrittura per le scuole. Sicché oseremmo dire che il vero scrittore per essere tale dovrebbe provenire dagli studi classici, vista la correttezza, la lucidità, la proprietà e la chiarezza espressiva che vi s’acquistano.

Leggendo e — com’è opportuno — rileggendo queste numerose e dense pagine, anzitutto si vede risaltare la figura morale dell’autore, che non è certo quella d’un baciapile, ma che esprime fin dalla giovinezza un forte carattere, contrassegnato — oltre che dall’amore per i classici — dall’onestà e dalla libertà di pensiero. C’è poi un sottile erotismo, che pervade le opere e a volte sfocia in una vera e propria sensualità, senza tuttavia giungere mai alla volgarità. E non mancano istanze sociali: ad esempio, perché non lasciare sposare i preti? Infine l’agnosticismo dell’autore lascia uno spiraglio alla speranza: “Se ci fosse un di là, / te sola, mamma, / con le tue virtù che conosco / con le tue debolezze che amo, / te sola vorrei ritrovare.”

Le varie dediche di sillogi o di singole composizioni non solo rappresentano dei legami affettivi, ma anche servono a fissare delle idee. Le liriche sono per lo più quadretti di paesaggi e di sentimenti con rapide pennellate: l’autore sembra specializzato nella brevità e nella concisione, con cui raggiunge sicuramente una notevole efficacia. A volte in quattro-cinque versi c’è un concentrato d’osservazioni e di pensieri. La silloge “Ballate rustiche”, invece, presenta delle composizioni piuttosto lunghe e ci ricorda il verseggiare del Pavese: una poesia narrativa affidata alla musicalità dei versi e intrisa di rusticanità, spontaneità e naturalezza di modi ed espressioni. E ad un sano realismo si rifanno alcuni racconti del Marzi, quelli che più preferiamo per lo stampo quasi verghiano.

Non è facile qui esemplificare o sintetizzare mezzo secolo d’attività letteraria: quello che conta è la certezza della vocazione artistica e la serietà di Mario Marzi nello scrivere. Egli conosce i segreti della bella composizione ed è un maestro da tenere in grande considerazione specialmente in un’epoca come la nostra in cui molti s’improvvisano scrittori. Perciò questo volume intitolato “Un cammino” — realizzato grazie alla liberalità d’un mecenate quale Arnaldo Compiano — è una testimonianza d’arte e di vita, di passione e abilità stilistica, ma anche di grande umanità.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 30.IV.2002]


Grazia Marzulli, La luce Verticale / Percorsi liminari dello Spirito, Era Nova, Delia, 2001, pagg. 112, E. 10,33.

Titolo e sottotitolo di questa raccolta ne preannunciano — anche con l’uso di certe maiuscole — il contenuto e l’intento: la ricerca linguistico-espressiva d’un’ascesa verso l’Assoluto, cioè Dio. La poetessa barese Grazia Marzulli non è nuova a ciò: infatti la sua precedente produzione è caratterizzata dall’intreccio di misticismo e intellettualismo.

Questa raccolta praticamente sviluppa un’affermazione di Paolo VI — contenuta in Rinnovamento e Riconciliazione — che aiuta a capire il far poesia dell’autrice: “La dimensione verticale della vita assicura il riferimento di tutte le aspirazioni e le esperienze a un valore assoluto e veramente universale, senza del quale è vano sperare...” (pag. 15). E varie sono le citazioni, a volte in epigrafe e in latino, che rivelano la profonda cultura sedimentata in queste pagine.

Le premesse di questa poesia, dunque, sono d’ordine etico-religioso; la realizzazione però attinge ad una tecnica personale lungamente e finemente elaborata, in cui ogni verso sembra avere una matrice sua propria. È quasi del tutto assente l’intento lirico, mentre prevale quello formale e stilistico, il quale s’affida a tutta una serie di ritrovati per orchestrare il concerto poetico. Forse si potrebbero applicare alla sua poesia i versi da lei dedicati ad un sogno: “Corde d’angelico suono / l’archetto tentava proteso / da gorghi di vuoto / intonando note di ricordi / nell’etereo spiegar[s]i di forme / da radici inconsunte” (pag. 48). E quest’esempio potrebb’essere paradigmatico di tutta la raccolta.

I suoi elementi più significativi sono: il lessico selezionato, certe figure retoriche, i caratteri tipografici (ora tondo, ora corsivo, ora stampatello), l’organizzazione del verso e della strofa (quantità di parole e loro collocazione, capoversi, spaziature, ecc.). Ne deriva una poesia che è anche visiva ed esige dal lettore un’attenzione continua, perché non se ne lasci sfuggire ogni particolare e se ne sappia cogliere la valenza.

E non è un caso che le figure retoriche più frequenti siano il climax e la metafora. In greco la prima indica una scala e la seconda un portar oltre, trasferire: entrambe simboli (la poetessa direbbe “segnali”) di questa mistico-intellettualistica ascesa, la quale potrebbe ricordare in qualche modo l’ascesa di Dante dall’inferno al paradiso e la sua fruizione di Dio, che nel divino Poeta altro non era se non luce. Perciò facilmente l’ascesa si trasforma in ascesi, se già non coincide con essa, e il linguaggio s’adegua: “Apri un varco, Signore, / verso il luogo d’Assoluto / dove accade che l’alba e il tramonto / il Tu e l’Io / la parola e la vita / si fondono per noi / in armonia.” (pag. 54); e c’è posto in una pagina anche per una doverosa riflessione-sublimazione sulle virtù teologali (pag. 55).

La poesia della Marzulli si snoda fra sensi, doppi sensi e non-sensi, come quando scrive “ininterrotta-mente” (pag. 86) e “(talis)mani” o “mi ap-apparto” (pag. 87): il tutto, teso alla conquista dell’Assoluto e alla dimostrazione dell’ascesa-ascesi, di cui vuol rappresentare i gradi, cioè la gradazione. Perciò abbiamo parlato d’intreccio di misticismo e intellettualismo, un intellettualismo che anche quando si trasforma in elucubrazione rivela il suo fascino: basta saperlo cogliere nel sapiente registro espressivo. E se la poesia non è facile da cogliere, certamente si coglie subito la complessità dell’elaborazione e del registro stesso che la sottende.

Tutto sommato, la poesia della Marzulli, anche se a volte riesce oscura perché ne sfugge il significato letterale, evidenzia una forte tensione non solo etico-religiosa, ma anche creativa. Tuttavia la comprensione dei testi e dell’intero itinerario ascetico-creativo è facilitata dall’intelligente presentazione di Franca Alaimo, dalle dotte schede di Giovanni Amodio e dalla rassegna di giudizi critici che corredano l’opera.

Carmelo Ciccia

[“Punto di vista”, Padova, lug.-sett. 2002]


Alessandro Masi, Galateo italiano, Società Dante Alighieri, Roma, 2007, pagg. 50, s. p.

IL GALATEO ITALIANO D’ALESSANDRO MASI

Alessandro Masi, segretario generale della Società Dante Alighieri - Sede Centrale di Roma, aveva pubblicato in una rivista una serie d’articoli riguardanti la correttezza espressiva, i quali ora sono stati dalla stessa Società raccolti e ripubblicati nel volumetto intitolato Galateo italiano (Società Dante Alighieri, Roma, 2007, pagg. 50, s. p.). La raccolta è preceduta da un’introduzione di Giuseppe Patota, ordinario di storia della lingua italiana nell’università di Siena-Arezzo, dal Masi più volte consultato e citato. Il titolo della raccolta non è improprio, dato che essa tratta non solo di lingua italiana, ma anche di buone maniere connesse al comportamento personale.

Nell’opera ci sono: l’invito ad evitare l’abuso di certe parole come attimino, di cui è riportata l’etimologia, e l’avverbio isolato assolutamente; il corretto modo di fare le presentazioni di persone; l’invito a non usare la parola signora al posto della parola moglie; il corretto modo di firmare, anteponendo il nome al cognome, con le relative motivazioni; l’equivalenza fra “biglietto da visita” e “biglietto di visita”, nonché il modo di stampare le diciture su tale biglietto; il modo garbato di scrivere una lettera, datarla e scegliere gli adatti saluti conclusivi; la necessità d’usare titoli femminili per le donne (ambasciatrice, deputata, magistrata, ministra, prefetta, rettrice, senatrice; a cui se ne potrebbero aggiungere tanti altri). Insomma, è un’assurdità linguistica e logica, oltre che un’offesa alla dignità della donna stessa, chiamare una donna con titoli di genere maschile: infatti Dante usò “ministra” al femminile (Inf. VII 78 e XXIX 55); e nella celebre preghiera cattolica Salve Regina la Madonna è detta “avvocata” al femminile.

L’autore tratta poi dell’uso del plurale di maestà e di modestia, dell’evoluzione del termine casino, dell’abuso di parole straniere come gossip al posto di “pettegolezzi” o di “chiacchiere”, dell’errato uso della parola redarre al posto di “redigere” e dell’origine della parola paparazzo, che deriva dal cognome d’un personaggio del film felliniano La dolce vita (1961) e in dialetto abruzzese significa “vongola”, la quale s’apre e chiude alla maniera dell’obiettivo della macchina d’un fotografo. Il volumetto si conclude con una storia della “Dante” e con l’elenco dei dirigenti della stessa e dei relativi comitati sparsi in Italia e all’estero.

Naturalmente questi sono argomenti già trattati da tanti altri giornalisti e linguisti, ma in questo caso si può affermare che repetita iuvant e che è opportuno insistere su certi argomenti, considerata la persistenza d’errori e di cattive maniere fra gl’italiani, spesso e facilmente influenzati da mode insensate, provenienti dall’estero.

Alessandro Masi dichiara modestamente di non essere un linguista, ma semplicemente un ammiratore e amante della correttezza. In realtà questa condizione fa sì che il volumetto risulti più accessibile ai lettori, grazie alla chiarezza e alla scorrevolezza del testo, con cui si capisce meglio quanta verità c’è in quello che lui tratta.

Anche l’elegante forma grafico-editoriale contribuisce a facilitare la lettura, grazie all’uso di caratteri tipografici consistenti e nitidi. Sicché il volumetto va consigliato a quanti amano la lingua italiana e particolarmente agli studenti, che potrebbero tenerlo come un vademecum. E non resta che ringraziare il Masi e la “Dante” per quest’utile dono.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, lug.-dic. 2008]


Lorenzo Masuelli, Le Odi / Il Carme Secolare / Gli Epodi, Calabria, Patti, 1998, pagg. 480, £ 20.000

UNA NUOVA TRADUZIONE DI ORAZIO

Lorenzo Masuelli è un poeta piemontese ultranovantenne, dall’animo delicato, che Giorgio Bàrberi Squarotti ha definito “la voce altissima della poesia” e che ha basato il suo stile, oltre che sui sentimenti, su una rivalutata metrica, da cui ha ricavato una trasognata musicalità. Qui è il caso di ricordare almeno le sue raccolte del 1999: Il mio autunno (Poli Service, Torino) e Foglie sparse (Lorenzo, Torino). Ed è dalla sua consolidata esperienza di cultore della metrica che il poeta ha tratto lo spunto ad applicare la metrica anche alle traduzioni dal latino, rendendole più fedeli e vicine agli originali. Così sono nate prima la traduzione delle elegie di Tibullo e ora quella dei carmi d’Orazio nel suo libro Le Odi / Il Carme Secolare / Gli Epodi (Calabria, Patti, 1998, pagg. 480, £ 20.000).

La copertina di questo libro, però, è fuorviante: fa credere che l’autore delle opere indicate nel titolo sia Lorenzo Masuelli; e inoltre l’omissione della preposizione in fra le parole italiana e prosodia rende oscuro il sottotitolo “Versione poetica italiana prosodia latina con testo a fronte”. Ma appena si supera la copertina, il frontespizio interno dice tutto chiaramente, sia il nome dell’autore, che risulta Q. Orazio Flacco, sia il sottotitolo “Versione poetica italiana in prosodia latina con testo a fronte di Lorenzo Masuelli”.

Ecco, dunque, che il Masuelli è traduttore d’Orazio, ma non è un traduttore qualsiasi, essendosi sottoposto ad un lavoro si direbbe improbo: quello di produrre una traduzione che fosse nello stesso tempo lirica e prosodica. In realtà il suo lavoro è stato più difficile di quello del Carducci delle Odi barbare, perché egli doveva restare aderente ai testi latini, mentre il poeta toscano non aveva questo vincolo. E bisogna riconoscere che c’è riuscito pienamente, coniugando lirismo e prosodia.

Le prime pagine di questo poderoso volume trattano della vita, delle opere, della formazione e della poesia d’Orazio; presentano giudizi critici; suddividono i carmi in varie tematiche e ne sottolineano la poeticità; inoltre, con opportuni ed ampi dettagli, illustrano i vari sistemi della metrica usata da Orazio e i metodi di traduzione, fornendo numerosi esempi di scansione di versi e piedi, anche con guide grafiche di lettura. Ed è impressionante la corrispondenza di ritmo e musicalità che si nota fra i testi italiani e quelli latini, stampati in pagine speculari. Il volume, che comprende tutte le odi e tutti gli epodi, anche se stampati con caratteri di diverse dimensioni e a volte poco leggibili, si conclude con un glossario di pratica utilità, il quale svolge anche le funzioni delle note mancanti nelle rispettive pagine.

Di quest’opera ha scritto il citato Bàrberi Squarotti: “Ingegnosa nei metri e nel linguaggio è la sua traduzione di Orazio e molto efficace”: e non si può non essere d’accordo con lui in questo giudizio stringato ma veritiero.

Infine, una considerazione non secondaria: il Masuelli non è un addetto ai lavori, filologo e cattedratico d’università o di liceo, ma un medico. E ciò non solo fa passare in secondo piano qualche periodo poco chiaro e alcune sviste, ma rende l’autore degno di maggior apprezzamento, specialmente in un tempo come il nostro in cui la cultura classica è negletta e vilipesa.

Carmelo Ciccia

[“La voce del Cnadsi”, Milano, 1.IX.2000]


Lorenzo Masuelli, Occasioni di canto, Poli service, Torino, 2001, pagg.130, s. p.

Lorenzo Masuelli, medico umanista, sta per diventare centenario sempre coltivando la letteratura classica e la poesia; e si può dire che la prima sia la forma pregnante della seconda: infatti in questa raccolta sono parecchie le composizioni in cui i metri classici sono evidenti. Ma si può dire anche che egli — elegante traduttore di poeti latini come Tibullo e Orazio, dei quali ha pubblicato una traduzione lirico-prosodica, superando con essa il Carducci delle Odi barbare — abbia la poesia nel sangue e ne abbia fatto una ragione di vita, visto il numero dei libri finora pubblicati, nei quali le date indicano giorni immediatamente successivi o quasi.

Quest’urgenza espressiva, però, che pure si giustifica con l’età, non sempre depone a favore della produzione: sarebbe necessaria una cernita più severa e soprattutto sarebbe importante che l’autore non si facesse prendere dal panico di dover comunque pubblicare tutto ad ogni costo, anche se ha avuto apprezzamenti da poeti e critici di rilievo. Alla sua fortunata età il mondo e la vita dovrebbero di per sé stessi essere oggetto di poesia, una poesia anzitutto da percepire e di cui godere più che da esprimere con assillante frequenza.

Ad esempio, queste Occasioni di canto sono disturbate da prosaiche tirate e dissertazioni su guerra, rivoluzione, egoismo, inquinamento, prostituzione e contagio, delinquenza, mafia e immigrazione clandestina (che pure sono argomenti interessantissimi per la convivenza civile), nonché da forzature o sviste come la rima forzata di dileguono con cadono, s’accendono, si spengono (pag. 130). Così in una raccolta precedente l’autore inveiva contro Casa Savoia con accenti che nulla possono avere di poetico. Indubbiamente è importante il mondo morale dell’autore, ma certe composizioni troppo piene d’irruenza non dovrebbero entrare nelle raccolte di liriche.

L’autore invece raggiunge momenti di grazia quando descrive la serenità del paesaggio, aspetti della sua lontana infanzia e adolescenza, timori esistenziali, il suo mondo interiore. Perciò si distinguono certe composizioni come ad esempio: “Guardando al passato”, “Lunghe speranze”, “Brezza di sera”, “Anelito”, “Quadretti d’autunno”, “E sono”, “Vicenda di natura”, “Chiarori d’autunno”, “Viene primavera”, “Impressioni notturne”, “Ancora ricordi”, “Cielo di nubi”. In queste ci sono ora l’incantesimo di certi paesaggi e comunque la gioia di vivere, ora la trepida ansia dell’ignoto e la ricerca d’un’àncora di salvezza, che anzitutto è costituita dalla stessa poesia: “Ahimè, ora l’approdo è aspro e deserto / tra flutti alto scroscianti. / Ma attorno ancor mi canta, m’invita / l’eterna armonia / della poesia”. Insomma: un coacervo di sentimenti umani espressi con garbo, tecnica e musicalità, che basta a far definire poeta il Masuelli.

Evidenti infine sono gli echi di Foscolo, Pascoli, Carducci, D’Annunzio e altri autori; ma il Masuelli ha vari elementi d’identificazione che rendono personale la sua poesia.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, genn.-apr. 2002)


Lorenzo Masuelli, Parole tra cielo e terra, Poli Service, Torino, 2002, pagg. 160.

LORENZO MASUELLI: “PAROLE TRA TERRA E CIELO”

La prima impressione di lettura del libro Parole tra cielo e terra del medico-umanista Lorenzo Masuelli (Poli Service, Torino, 2002, pagg. 160) è negativa a causa della mancanza di scorrevolezza. E ciò, nonostante che il Masuelli, già autore di numerose pubblicazioni, abbia dato buone prove come traduttore dei classici latini. Ma forse l’inghippo deriva proprio dalla forma mentis del classicista: l’autore voleva ad ogni costo fornire moduli stilistici classicheggianti, riuscendovi solo con forzata apparenza; e la forzatura rende pesante la lettura. Probabilmente, se avesse scritto in prosa, egli avrebbe ottenuto risultati migliori, dato il buon bagaglio d’idee, spirito d’osservazione e correttezza. Nei suoi versi spesso si notano strutture ed echi d’autori classici e di quelli italiani a loro vicini, come — solo per fare un esempio — il Pascoli; ma le imitazioni sembrano superficiali e labili, prevalendo le forzature lessicali e metriche, tra frequenti iterazioni (di parole e di concetti), arcaismi, troncamenti, sincopi e simili paludamenti.

Ma poi, dopo la prima impressione, ci s’accorge che nel libro ci sono pure delle liriche riuscite: e sono quelle in cui l’autore sente meno l’urgenza d’imitare i classici, quando riesce ad essere sé stesso, a costruire versi non per forza classicheggianti e ad esprimere liberamente e personalmente i suoi sentimenti. Per lo più tali composizioni si trovano quando egli canta la sua veneranda vecchiaia, la gioia e la gratitudine per la vita ottenuta, l’incertezza dell’ignoto e soprattutto dell’oltre, affidandosi fiducioso ad un Dio che tutto comprende e tutti aiuta quelli che a lui ricorrono e che si ricoverano sotto le sue ali. Con commovente gesto poetico, l’autore riesce perfino a vedersi inumato in un piccolo cimitero, tra cipressi e fiori, e a rivolgersi ai posteri con significativi messaggi. Ed è in certuni di questi casi che la sua poesia, la quale sa attingere anche a belle immagini (come quelle sia pur consuete dell’autunno e delle foglie morte), si fa interessante e gnomica, avendo un palpito d’infinito che tocca la mente e il cuore di chi legge.

Allora, tutto sommato, si capisce che questo libro non è inutile, perché arricchisce e in qualche modo benefica il lettore. Questi, particolarmente ora che il novantaquattrenne Lorenzo Masuelli è morto nell’anno di questa pubblicazione, non può non apprezzarne il grande amore per la poesia, ricordando anche che lo stesso è stato un poeta dotato d’elevate qualità umane, il quale se non altro nelle traduzioni dei classici latini ha lasciato sicuramente una durevole impronta d’abilità.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 31.X.2003]


Michele Masutti, Funamboli ignari ,Nuova stampa, Pieve di Soligo, 1986, pagg. 48, s. p.

POESIE DI MICHELE MASUTTI

Michele Masutti, alla sua prima esperienza poetica, nel libretto di versi Funamboli ignari (Nuova stampa, Pieve di Soligo, 1986, pagg. 48, s. p.) riconosce d’avere dei limiti culturali, soprattutto nella formazione umanistica, ma ha fiducia nella poesia come momento di liberazione e di comunicazione. Ha studiato con profitto i nostri poeti classici: il Leopardi lo ha maggiormente impressionato per il contenuto e l’afflato dei suoi canti, oltre che per la sua malinconica vita; e di questo e d’altri poeti, come del Pavese, egli riecheggia alcune espressioni.

In effetti in questa silloge c’è dell’ingenuità, come ci sono degli arcaismi, delle improprietà e qualche altro errore. Si consideri, però, che alcune composizioni hanno un valore soltanto documentaristico, per dimostrare come l’autore sentisse la poesia fin da bambino: infatti la prima, con cui s’apre il libretto, risale addirittura agli otto anni d’età. Certamente per una migliore qualità del lavoro l’autore avrebbe dovuto operare una cernita, eliminando quelle che erano semplicemente delle esercitazioni; ma probabilmente nessuno gli ha dato un consiglio del genere. E probabilmente la sua più grave carenza consiste nel fatto che il Masutti per quest’opera non s’è avvalso dei consigli di qualche persona competente, affidandosi invece al suo spontaneismo e ai pareri di qualche amico.

Eppure dalla lettura della silloge traspare una personalità ricca e positivamente formata: la religiosità è una costante delle composizioni, anche se non tutte tecnicamente riuscite. C’è poi il pensiero della morte e quello dell’incerto cammino della vita umana, non senza un velato sentimento amoroso. Si percepisce che l’autore soffre e vuole trasmettere al lettore una parte di questo suo stato, per farlo emozionare, riflettere e ragionare. La fede in Dio è lo sbocco del suo travaglio e la conclusione delle sue ansie. Il titolo stesso ci richiama alla precarietà dell’esistenza umana, quella di noi ignari e miseri funamboli che procediamo in bilico su un esile filo di ragno.

Anche nella forma il Masutti dimostra di non essere del tutto sprovveduto: alcune composizioni sono ben congegnate e raggiungono l’acme in una massima, in una considerazione, in un pensiero profondo di valore universale. Non è che l’autore scriva grandi cose, cose clamorose, ma a volte le scrive con grazia: “Non ditemi dov’è la felicità. / La mia non è la vostra. / Sta in un brivido di musica / nell’alito di un bimbo addormentato / negli occhi asserenti d’una donna / in un lavacro di lacrime liberatrici / nel cuore di chi mi ama.” Oppure: “Vivere è rincorrere fugaci illusioni / baciare svaporanti chimere. / Vivere è attendere / ognuno in silenzio / la propria ora di morte.”

Nel complesso, dunque, Michele Masutti merita una lode e un incoraggiamento. Siamo certi che dopo questa silloge l’autore sappia darci poesie più valide.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, genn.-giu. 2009]

Vincenzo Maria Mattanò, La Basilica angioina di S. Chiara a Napoli: apocalittica ed escatologia, La città del sole, Napoli, 2003, pp. 178

Vincenzo Maria Mattanò, Dello spazio: Gioacchino da Fiore Dante Michelangelo / Prolegomeni ad una storia dell'architettura e della spazialità architettonica come tramandamento dell'eventuarsi dell'Essere in quanto Ereignis, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007, pp. 293

Vincenzo Maria Mattanò, Lo spazio nel Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore, Il Coscile, Castrovillari, 2012, pp. 137

L’ORIGINALE ESEGESI GIOACHIMITA DI VINCENZO MARIA MATTANÒ

Passano i secoli e Gioacchino da Fiore (circa 1130-1202) è sempre all’attenzione degli studiosi: si continua a scrivere e parlare di lui non soltanto in campo intellettuale e culturale, ma anche in campo nazional-popolare, oltre che religioso. Forse nemmeno Tommaso d’Aquino, che pur ha costruito un sistema teologico-filosofico fondamentale per la Chiesa Cattolica, ha avuto e continua ad avere tanti studi sulla sua figura e la sua opera espressi in libri, conferenze, convegni e congressi.

Fra i tanti libri su Gioacchino da Fiore usciti in questi ultimi anni si segnalano per originalità i seguenti di Vincenzo Maria Mattanò:

La Basilica angioina di S. Chiara a Napoli: apocalittica ed escatologia (La città del sole, Napoli, 2003, pp. 178);

Dello spazio: Gioacchino da Fiore Dante Michelangelo / Prolegomeni ad una storia dell'architettura e della spazialità architettonica come tramandamento dell'eventuarsi dell'Essere in quanto Ereignis (Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007, pp. 293).

Lo spazio nel Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore (Il Coscile, Castrovillari, 2012, pp. 137).

Vincenzo Maria Mattanò è un architetto e docente universitario di Lungro (CS) che, pure scrivendo d’altri argomenti inerenti alla sua professione, affronta il caso di Gioacchino da Fiore sotto un inedito ed interessante punto di vista: quello della funzione e del significato dello spazio nel suo pensiero e nella sua figurazione, tenendo conto che lo spazio implica il tempo dell’Essere, dei Tempi e delle Età, del formarsi e del rivelarsi del Dio Trinitario nella storia. Praticamente l’autore passa da osservazioni geometriche e architettoniche a considerazioni filosofico-teologiche, meglio spiegando il pensiero di Gioacchino in base ad un accurato esame di tutte le sue opere.

In quest’attività l’autore dimostra notevole acribia critica e preparazione interdisciplinare: tecnica, teologica, filosofica, letteraria, filologica ed esegetica. Non per nulla in una sua conferenza tenuta all’Università di Bologna, aula “Prodi”, il 16.5.1998, egli ha posto in evidenza l’etimologia greca della parola architetto, cioè “colui che dispone della téchne come arché”: e in questa chiave di lettura si giustifica l’inserimento d’un suo libro essenzialmente di pensiero in una collana editoriale di “Ingegneria edile e architettura”.

Esaminando lo spazio in tutte le figure di Gioacchino, l’autore ha notato che la tavola delle Sette Età del Liber figurarum è simile alla pianta della basilica napoletana di Santa Chiara (edificata qualche secolo dopo la morte dello stesso Gioacchino) e perciò classificabile come fondazione di spiritualità gioachimita. Come afferma l’autore, “dal confronto della Figura con la pianta del tempio angioino, si evince che secula e tempora, meticolosamente indicati, nella figura, con elementi policromi convessi, coincidono con gli elementi strutturali, portanti, che servono ad articolarne la spazialità”. Ma ci sono altre corrispondenze. E quindi qui si potrebbe osservare che l’abate calabrese, dopo avere — secondo varie fonti tradizionali — direttamente progettato i mosaici della basilica veneziana di San Marco, dirigendone anche i lavori d’esecuzione, avrebbe indirettamente progettato la pianta e altri particolari architettonici di quella napoletana di santa Chiara, nella quale come a Venezia sarebbe trasfuso il suo pensiero teologico, visionario e apocalittico.

L’autore dimostra poi un’approfondita conoscenza non soltanto della bibliografia su Gioacchino, nel cui ambito si muove agevolmente, ma anche del vangelo e delle opere di pensiero che hanno costellato i vari secoli, fino ai nostri giorni. Inoltre ha un’eccellente padronanza della Divina Commedia, di cui spesso cita ampi passi (magari ripetendo parecchie volte gli stessi versi ai fini delle sue dimostrazioni), interpretandoli, commentandoli e accostandoli a libri e figure di Gioacchino. Ad esempio, originale è la sua tesi secondo cui la nostra effige vista da Dante in Dio (Par. XXXIII 133) non sarebbe più l’aspetto umano di Dio stesso (Incarnazione) come comunemente s’intende, ma la Croce indicata da Gioacchino nell’Expositio in Apocalipsim (f. 120vb) quale segno del Dio vivente e nostra effige: segno peraltro più volte riscontrato anche nella suddetta basilica napoletana. E riguardo a tale effige egli si sofferma anche sulle stimmate di S. Francesco d’Assisi, a cui alluse anche Dante in Par. XI 107.

Sempre restando nel campo figurativo, intelligenti e opportuni sono i collegamenti da lui operati fra Gioacchino, Dante e Michelangelo: il relativo libro s’apre riportando buona parte di Par. XXXIII e di fatto si configura come un lungo commento — certamente innovativo — al canto stesso. Inoltre di Michelangelo egli loda la sincera ammirazione per Dante e inquadra filosoficamente alcune sculture. In tale libro, però, a pag. 139, trattando del profetismo gioachimita accreditato da Dante in Par. XII 140-141, l’autore cita un’antifona di lode a Gioacchino contenente la frase “errore haeretico, dixit futura praesentia”, che in italiano suona “a causa dell’errore eretico, disse cose future come presenti”, con ciò attribuendo un’eresia all’abate. Se non è una svista, la frase priva dell’avverbio procul si trova già nel libro d’Edmond McGinn L’abate calabrese Gioacchino da Fiore nella storia del pensiero occidentale (traduz. di Paola e Elisabetta Di Giulio, Marietti, Genova, 1^ ediz. italiana 1990, pag. 55). In realtà la frase esatta, riportata dagli altri testi (compresi quelli di Francesco Russo e di Leone Tondelli dal Mattanò richiamati in nota), è “errore procul haeretico, dixit futura [ut] praesentia”, che significa “lontano dall'er­rore eretico, disse cose future come presenti”: ed è questa frase esatta che rende giustizia al nostro abate, allontanando da lui qualsiasi sospetto d’eresia.

Impressiona poi la vastità, profondità e puntualità dei riferimenti nelle citazioni, che dimostrano la certosina applicazione dell’autore e la sterminata cultura da lui acquisita, anche se la lunghezza delle enumerazioni, le frequenti interruzioni dell’esposizione dovute all’inserimento di note (talora lunghissime e in caratteri minimi), la minuzia dei dettagli e il tecnicismo espressivo, pur comprovando e avvalorando la scientificità di questi lavori, possono costituire una remora per lettori comuni. Infatti l’espressione linguistica di questi volumi risulta d’ardua comprensione perché intessuta di vocaboli e concetti appartenenti al linguaggio filosofico (oltre che tecnico-scientifico), in particolare dei pensatori tedeschi Edmund Husserl (1859-1938) e soprattutto Martin Heidegger (1889-1976), di cui egli riporta o riassume gran parte del pensiero, anche se scorrendo le pagine si notano i nomi d’altri numerosi filosofi: basta osservare l’imponente bibliografia finale, specialmente quella filosofica essenziale. I testi latini riportati, però, non sempre hanno la corrispondente traduzione in italiano.

A quanto sopra detto s’aggiunge il fatto che l’autore ha disegnato un ritratto di Gioacchino nell’atteggiamento cogitabondo di chi nutre elevati pensieri, profetici e apocalittici, allo scopo di procurare la salvezza eterna all’umanità: scopo che costituì l’essenza della sua vita e opera.

Infine dal punto di vista dell’arte figurativa c’è da dire che l’autore ha concepito e realizzato nel museo all’aperto di Paterno Calabro (CS), fondato e presieduto da Antonello Tucci, il monumento dei famosi tre cerchi trinitari di Gioacchino, alto m. 4 e lungo m. 10, con esso dando lustro anche a Dante, che in Par. XXXIII li aveva resi poeticamente.

E tutto ciò dimostra la forte inclinazione e passione di Vincenzo Maria Mattanò per Gioacchino da Fiore, la quale fa di lui non soltanto uno dei più importanti esegeti dell’abate calabrese, ma anche un considerevole filosofo lui stesso.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, febbr. 2020]


Gustavo Mattiuzzi, Esistenza e vita nella filosofia, con prefazione di Gian Mario Villalta, De Bastiani, Vittorio Veneto, 2019, pagg. 472, € 25.

Filosofia e religione, ragione e fede nel pensiero di Gustavo Mattiuzzi

Gustavo Mattiuzzi, laureato in filosofia e docente di lettere (Conegliano 1944-2016), collaborando con dipartimenti universitari e centri culturali di filosofia, durante la sua vita pubblicò saggi e recensioni in riviste specializzate (“Filosofia oggi” di Venezia, “Studi sciacchiani” di Genova, “Rivista rosminiana” di Stresa, ecc. ): testi che con le nuove tecnologie informatiche si possono leggere e scaricare dal sito http://www.pensieriesaggi.it; ma non pubblicò mai alcun libro. Ora, dopo la sua improvvisa scomparsa, è stato il fratello Mario a raccogliere numerosi suoi scritti inediti; e, organizzato il materiale in ordine cronologico, dato che tutti gli scritti stessi si concludono con le rispettive date, ha provveduto alla pubblicazione del libro Esistenza e vita nella filosofia, con prefazione di Gian Mario Villalta (De Bastiani, Vittorio Veneto, 2019). Fra l’altro il defunto aveva previsto — e si direbbe preconizzato — la sua morte improvvisa così come è avvenuta nel sonno.

Probabilmente alcuni lettori potrebbero avere delle difficoltà ad accostarsi a questo poderoso volume: non soltanto per il soggetto stesso (la filosofia), da molti ritenuto ostico, ma anche per la mole di pressoché 500 pagine e per la mancanza di titoli sopra i singoli scritti: i titoli opportunamente sono stati dati nell’indice iniziale. Altra difficoltà genera il fatto che rari sono i capoversi, che avrebbero potuto facilitare la lettura: praticamente ogni saggio o recensione scorre andando a capo raramente, senza alinea e con poco o nessuno spazio bianco fra uno scritto e l’altro. Inoltre spesso mancano corsivi, grassetti e virgolette ove necessario, i classici tre puntini di sospensione aumentano in numero variabile e ci sono parecchie sviste ed errori veri e propri. Ma questi scritti sono in realtà riflessioni e confessioni appena abbozzate e quindi non ancora pronte per la stampa: perciò la loro precarietà è giustificata dalla mancata revisione finale da parte dell’autore.

Eppure, affrontate e superate queste difficoltà, ci s’accorge subito della pregnanza di questo volume, il cui autore appare chiaramente come un pensatore di notevole spessore. In queste pagine si trovano non soltanto esistenza e vita (che poi possono anche essere sinonimi), ma tutti i concetti che per secoli hanno interessato e assillato filosofi, teologi e persone comuni: l’universo, Dio, l’uomo, il destino finale d’ognuno, la religione, la ragione, la fede, l’aldilà, l’anima, la morte, l’immortalità… In definitiva l’indagine verte sul senso della nostra vita, cioè sul nostro “esser-ci”, come l’autore ripetutamente scrive. E così s’incontrano diecine di nomi di filosofi, teologi e pensatori di tutti i tempi, dall’antichità ai nostri giorni.

Sulla scorta di chi (come Renato Souvarine) ha affermato che Cristo e il cristianesimo siano stati inventati dal predicatore Paolo, divenuto folle in seguito ad una caduta da cavallo e alla cui predicazione poi abbiano attinto gli evangelisti, l’autore si mostra particolarmente interessato all’assenza/impotenza di Dio di fronte ai mali che affliggono gli uomini e opprimono il mondo, alla storicità di Cristo, alla fondatezza della religione: temi spinosi che ritornano frequentemente, mentre egli va alla ricerca dei fondamenti storici mediante letture e analisi critiche, senza pervenire alle attese certezze. Infatti, pur cresciuto e formatosi in area cattolica, dopo lunghe investigazioni egli dichiara: “ sono giunto alla soglia della non esistenza di Dio […] senza approdare ad alcuna oasi” (pag. 379).

Oltre al cristianesimo egli considera varie religioni, come l’islamismo, il buddismo e altre religioni orientali; e ad un certo punto la sua speculazione lo porta a ipotizzare che, come circa duemila anni fa il cristianesimo soppiantò il paganesimo, fra un certo numero d’anni al posto del cristianesimo potrebbe sorgere e propagarsi una nuova religione ovvero gli uomini potrebbero non sentire più il bisogno d’alcuna religione, e quindi vivere senza religione, come già dimostrano gli atei e quelli che rifiutano i sacramenti.

La convinzione di fondo che si può ricavare da queste pagine è che certe credenze — verità o presunte tali — attengono non alla sfera della ragione ma a quella della fede. Dante stesso aveva dichiarato all’esaminatore S. Pietro che dei profondi misteri della fede “l’esser loro v’è in sola credenza” (Par. XXIV 73). E se la mente/ragione non è riuscita a risolvere i molti dubbi relativi alla dottrina cristiana che costellano queste pagine, ed in particolare quello relativo alla Resurrezione di Cristo, ad ammettere l’assurdo dovrebbe intervenire la coscienza/fede, della quale egli scrive: “Giustamente è stato detto che la fede è un dono” (pag. 252); e, non badando a ragione, raziocinio e razionalismo, “il credente preferisce starsene nella sua nicchia di fede. Assistere ad una sciagurata opera di demolizione della propria fortezza di fede, gli potrebbe procurare effetti disastrosamente traumatici dai quali difficilmente potrebbe riaversi” (pag. 346). Non per nulla Tertulliano (?) alcuni secoli fa aveva sentenziato: “Credo quia absurdum”, cioè “credo perché (è) assurdo”.

Il vero credente cerca nella fede la salvezza eterna per dopo la morte e sostegno e protezione per la vita e per la morte. E qui si può aggiungere che illustri clinici in ambito internazionale hanno dimostrato con statistiche alla mano che il paziente dotato di fede religiosa affronta meglio le malattie, in certi casi guarisce prima e in ogni caso muore meglio.

Tuttavia l’autore, pur avendo cercato e pregato fin dalla prima giovinezza, non ha avuto la fortuna di trovare Dio e d’avere il dono della fede; e dichiara: “Dio non mi ha mai cercato, né io mai l’ho incontrato. Non ho mai udito la sua voce, né appena intravisto il suo Volto, né percepito un qualche suo sussurro o grida” (pag. 449). E alla fine, quando gli scritti si risolvono in brevi appunti, egli sembra accostarsi allo Spinoza del Deus sive natura, ma non tanto per accettare l’identificazione fra Dio e Natura bensì per ammettere che “possiamo concepire Dio come Possibilità infinitamente diffusa nella sua inesauribile indeterminazione” (pag. 467).

A conclusione della lettura — che si consiglia d’effettuare a poco a poco per capire meglio e non farsi prendere dalla stanchezza e dallo scoraggiamento, anche perché lo stile è piano, scorrevole e accessibile a tutti — ci si rende conto che in queste pagine c’è la storia d’un’anima inquieta, tormentata dalla ricerca della verità; e non si può non sottolineare il merito del curatore Mario Mattiuzzi, teso a valorizzare da sempre l’arte del compianto padre Ernesto, rinomato pittore, e ora anche il pensiero del compianto fratello Gustavo, rispettabile pensatore.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr- 2019]


Gabriella Mauciere, La moneta delle Salinelle / Identità di Avola, Sicilia illustrata, Catania, 2007, pp. 128, € 10,00.

“La moneta delle Salinelle” / Un’antica moneta di Paternò ricostruisce l’identità di Avola

Gabriella Mauciere — laureata in discipline artistiche, musicali e spettacolo a Bologna — è critica teatrale e d’arte, narratrice, saggista e commediografa. Nel libro “La moneta delle Salinelle / Identità di Avola” (Sicilia illustrata, Catania, 2007, pp. 128, € 10,00), che oscilla fra la saggistica e la narrativa per le scuole, l’autrice prende lo spunto da una moneta d’Ibla, a suo tempo rinvenuta alle Salinelle di Paternò, per delineare l’identità della sua città, Avola (SR).

Nella parte prima l’autrice anzitutto dà per scontato che la città di Hybla Maior e il santuario della sua dea sorgessero alle Salinelle (e non sull’acropoli di Paternò come sostenuto da altri e come testimonia la statua quivi scoperta della Venere Iblese di cui più avanti) e avvalora l’opinione di studiosi locali circa un presunto insediamento degl’iblesi — tra l’XI e il X sec. a. C. — nel territorio d’Avola Antica (quella che fu distrutta dal terremoto del 1693, per essere poi ricostruita in pianura, dove ora si trova l’Avola Nuova). Esisterebbe quindi un filo conduttore tra Hybla Maior-Paternò e Hybla Maior-Avola. E da questa moneta lei ricava una serie di deduzioni-prove: l’ape della moneta, metafora di ricchezza, si ritrova triplicata nello stemma della sua città; la pianta esagonale della nuova Avola sarebbe stata ispirata dalle cellette delle arnie e dalla forma esagonale dell’ara su cui poggiava la statua della Venere Vincitrice Iblese scoperta sull’acropoli di Paternò nel 1759; e, poiché la dea Ibla poi fu assimilata a Venere, che ne assorbì il culto (cfr. il Pervigilium Veneris e la Primavera del Botticelli), ecco che in epoca cristiana questa dea si trasformò in Santa Venera, patrona d’Avola.

In questa parte appare suggestivo l’itinerario tracciato con fervida fantasia dalla Mauciere, ricco di riferimenti storico-mitologici, ma anche paesaggistici, antropologici, linguistici e folcloristici: ci sono notazioni sulla struttura orografica, ricca di grotte in cui avrebbero abitato gl’iblesi, sulla produzione agricola della zona (mandorle), sulle feste, sugli usi, costumi e modi di dire; mentre sembra fuori posto il capitolo (ultimo) sul comparatico, che avrebbe potuto trovar posto meglio successivamente.

La parte seconda, che si lega pochissimo alla moneta delle Salinelle, contiene sei racconti tratti da ricordi ed episodi del passato e del presente, a volte narrati in prima persona o desunti da lettere: e in questo caso alla fine l’autrice riporta dei brani di lettere in riproduzione anastatica. Oggetto è la vita d’Avola, con le sue tradizioni, la sua lingua, i suoi problemi (come l’emigrazione), le salde convinzioni dei vecchi e i sentimenti e le aspirazioni dei giovani. L’abbondante uso del dialetto in questa scrittura è non soltanto una documentazione ma anche un tentativo di difesa dello stesso: infatti sono scritti in dialetto non singoli termini ma interi dialoghi, anche se ciò comporta un frequente ricorso alle traduzioni e note esplicative.

A proposito di queste note si osserva che esse sono numerose e quasi tutte lunghe, nonché articolate e ricche di contenuti culturali, e che rivelano la grande preparazione dell’autrice in tutti i campi dello scibile. Francamente stupisce il fatto che una giovane dell’età di 29 anni si sia appassionata tanto a vicende e usanze molto anteriori alla sua nascita, per esempio dell’epoca fascista e prima, arrivando ad evocare personaggi fiabeschi (cfr. Pàulu pìulu caccaràzzu, cioè letteralmente “Paolo, barbagianni e gazza”), a nominare sindaci e podestà, a precisare la data di fondazione di scuole e di costruzione di strade e d’altre opere pubbliche. Si ha l’impressione che lei abbia attinto a parenti ed amici, i quali forse hanno fornito delle pagine per questo libro, in cui a volte si nota la nostalgia del tempo che fu: sembra che a scrivere siano degli anziani che facciano un bilancio della loro vita in una specie d’amarcord.

Certamente è lodevole l’intento dell’autrice d’erudire i giovani, con un libro di narrativa che così fatto rappresenta una novità. Tuttavia un affastellamento tanto massiccio di notizie e dati mitologici, storici, urbanistici, linguistici, letterari, folclorici, ecc., sia pure interessantissimi in sé e per sé, appesantisce le note stesse, specialmente se il libro — come risulta dalle ricerche didattiche proposte alla fine d’ogni capitolo — è rivolto alle scuole. In pratica quasi ogni nota è come una voce d’enciclopedia; e probabilmente sarebbe stato più opportuno destinare ad opere diverse la narrativa e la saggistica, separandole.

La forma dell’elaborato per lo più è corretta, pur non mancando refusi e sviste varie; e per rispetto della lingua italiana le parole straniere o dialettali sono quasi sempre messe in corsivo o tra virgolette. I periodi sono ben organizzati, scorrevoli e a volte briosi, facilitando la lettura; e le pagine sono inframmezzate da fotografie, rielaborate graficamente dalla stessa Mauciere.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2010]


Pavle Merkù, Slovenska Krajevna imena v Italiji: Prirocnik / Toponimi sloveni in Italia: Manuale, Mladica, Trieste, 1999, pagg. 126, s. p.

Le zone di confine, per la presenza di minoranze linguistiche, presentano dei toponimi in due o tre lingue. È il caso del Friuli-Venezia Giulia, dove sono presenti sloveni e tedeschi, con rispettivi toponimi. Perciò questo manuale bilingue sloveno-italiano è molto utile non solo agli sloveni, a cui è principalmente rivolto, ma anche agl’italiani, anche in considerazione del contributo che dà ai fini d’un’armonica convivenza dei due gruppi etnici.

Il manuale presenta anzitutto un’introduzione bilingue, in cui è esposto il metodo di lavoro e si biasima il fatto che, trattandosi per lo più di toponimi mai ufficializzati, ne risulta difficile la trascrizione, anche perché a volte essi sono stati deformati o per questioni nazionalistiche o per dilettantismo o per mistificazione, specialmente da parte giornalistica. Al riguardo l’autore lamenta il disinteresse della Slovenia e ad ogni modo dichiara d’attenersi a scopi esclusivamente scientifici e di preferire perciò trascrizioni storicamente plausibili.

Quindi nella prima parte, in sloveno, elenca i toponimi (con tra parentesi il corrispondente italiano), sempre accentandoli, specificandone il tipo (comune, frazione, idronimo, oronimo, ecc.) e aggiungendo il genitivo, l’etnico e altre indicazioni. A questo repertorio seguono l’indice alfabetico dei nomi italiani, quello dei nomi friulani e quello dei nomi tedeschi, sempre col rimando ai corrispondenti nomi sloveni, in modo da costituire un vademecum per i viaggiatori. La spiegazione dei simboli e delle abbreviazioni completa il lavoro.

Pavle Merkù è uno dei più attenti studiosi d’onomastica della zona e ha al suo attivo varie pubblicazioni e diversi interventi. Ed è per la serietà e competenza dell’autore, corroborata da intensi studi e osservazioni, che questo manuale, uscendo dai pur significativi limiti delle finalità immediate e potendo risultare molto utile a chiunque sia interessato non solo all’onomastica ma anche alle problematiche storiche ed etniche connesse alla zona in esame, merita apprezzamento anche dalla parte italiana e anche perché può arricchire culturalmente chiunque sia consapevole che ogni diversità è ricchezza.

Carmelo Ciccia

[“Il sodalizio letterario”, Rimini, nov. 2000]


Lucio Bartolotta Maria Messina, Il centro storico, Mistretta, 2009.

LA SCRITTRICE MARIA MESSINA SEGUACE DI GIOVANNI VERGA

Dapprima Giuseppe Antonio Borgese la definì “scolara del Verga”; dopo Giovanni Garra Agosta pubblicò il suo libro Un idillio letterario inedito verghiano: lettere inedite di Maria Messina a Giovanni Verga (Greco, Catania, 1979); dopo ancora, con la rivalutazione di Leonardo Sciascia, la casa editrice Sellerio di Palermo ha ripubblicato alcuni libri di lei; e infine a Mistretta (ME) l’associazione “Il centro storico” ha deciso d’intitolare a lei un premio letterario: ecco che a poco a poco sta avvenendo il risveglio d’interesse per questa scrittrice ingiustamente caduta in oblio, tanto che nessuna storia letteraria o antologia scolastica ne riporta il nome. Eppure ai suoi tempi lei pubblicava i suoi libri con importanti case editrici, anche dell’Italia Centro-settentrionale (Sandron di Palermo, Treves di Milano, Vallardi di Firenze, Le Monnier di Firenze, Giannini di Napoli, Ceschina di Milano, Bemborad di Firenze); scriveva in giornali e riviste popolari, come “Il corriere dei piccoli”, e veniva largamente apprezzata anche da tanti personaggi di primo piano, quali — oltre ai suddetti — Ruggero Bonghi e Ada Negri.

Maria Messina, figlia d’un maestro elementare poi divenuto ispettore scolastico e d’una nobile decaduta nativa di Mistretta, nacque ad Alimena (PA) nel 1887 ed ebbe un fratello. Poiché come per la Deledda i pregiudizi locali non permettevano che una fanciulla andasse a scuola, fu costretta a studiare da autodidatta, sia pure con l’aiuto dei genitori, e si formò una considerevole cultura, grazie alle sue intense letture. Le sue preferenze andavano ai veristi della sua terra ed in particolare al Verga, che per lei diventò un invisibile maestro. Così quando a 22 anni, su incoraggiamento del fratello, pubblicò la sua prima silloge di novelle Pettini fini ed altre novelle (1909) ne mandò una copia con dedica a lui e la stessa cosa fece con la seconda silloge, Piccoli gorghi (novelle, 1910), ricevendone apprezzamenti e consigli. Ne nacque una lunga corrispondenza — pur senza mai incontrarsi — protrattasi fino all’aggravarsi della malattia che poi la portò alla morte.

E nel frattempo lei continuava a pubblicare libri: I racconti di Cismè (per ragazzi, 1912), Pirichitto (per ragazzi, 1914), Le briciole del destino (novelle, con prefazione d’Ada Negri, 1918), Cenerella1 (per ragazzi, 1918), Alla deriva (romanzo, 1920), Primavera senza sole (romanzo, 1920), Personcine (novelle, 1921), Il guinzaglio (per ragazzi, 1921), Ragazze siciliane (per ragazzi, 1921), La casa nel vicolo (romanzo, 1921), Il galletto rosso e blu (per ragazzi, 1921), I racconti dell’Avemmaria (per ragazzi, 1922), Il giardino dei Grigoli (1922), Un fiore che non fiorì (romanzo, 1923), Le pause della vita (romanzo, 1926), Storia di buoni zoccoli (per ragazzi, 1926), L’amore negato (romanzo, 1928).

Le sue peripezie cominciarono ben presto. Prima per gli spostamenti del padre e poi per la propria malattia lei si trasferì da Alimena a Palermo (metropoli che rimpianse sempre), a Mistretta (dove non riuscì ad adattarsi a causa dell’arretratezza dell’epoca e dove ambientò quasi tutte le sue novelle), a Napoli, ad Ascoli Piceno, a Firenze, a Pistoia. La sclerosi multipla paralizzava progressivamente tutti i suoi muscoli, procurandole grandi sofferenze, facendola invecchiare anzitempo e togliendole la capacità di scrivere. Molto dolorosi furono quegli anni, che lei visse come un’immane tragedia, sorretta da una forte fede cristiana, fino a quando si spense a Pistoia nel 1944. Già sepolta a Pistoia, ora per interessamento della suddetta associazione riposa nel cimitero di Mistretta, comune di cui è stata dichiarata cittadina onoraria.

Tutto questo ed altro apprendiamo dalla rete telematica e dal recente volumetto di Lucio Bartolotta Maria Messina (Il centro storico, Mistretta, 2009), in cui l’autore si occupa della vita e della personalità di Maria Messina, del suo esordio letterario, dell’ambientazione a Mistretta delle novelle, della corrispondenza col Verga, del passaggio dalle novelle rusticane a quelle borghesi, della novella più riuscita Casa paterna, della dignitosa povertà della borghesia siciliana, dei giudizi del Borgese e dello Sciascia, dei romanzi, della narrativa per l’infanzia, del suo linguaggio e del passaggio dall’oblio alla nuova popolarità. In quest’opera sono riprodotti ritagli di giornali con recensioni e numerose fotografie (della scrittrice, di Mistretta, di copertine dei libri, ecc.) e illustrazioni varie tratte dai libri più fortunati. Quindi il volumetto si configura come un saggio attento e documentato, finalizzato alla giusta rivalutazione.

Il Bartolotta poi ha delineato il carattere della scrittrice, la quale — pur non avendo lasciato autobiografie — di fatto proiettava sé stessa in vari personaggi femminili: basti pensare all’allusione contenuta nel titolo Un fiore che non fiorì; e, se molte volte lo scenario della narrazione è Mistretta, pur non esplicitamente dichiarato (e il Bartolotta ha riscontrato uno per uno — a volte ponendovi a fianco la relativa fotografia — i luoghi della città in cui lei visse per un sessennio), nei personaggi femminili si scorge la scrittrice stessa: coi suoi crucci, le sue ansie, le sue speranze presto svanite. E — dopo il periodo del marcato verismo nelle sue novelle, tanto aderente ai temi, tipi e coloriture d’ascendenza verghiana che, ad esempio, nei personaggi della Messina si possono trovare figure come Nedda, Jeli il pastore, Mazzarò, Mastro-don Gesualdo, ecc. — la scrittrice passò ad un verismo tutto suo, permeato di psicologismo e teso a riferire le limitazioni e sofferenze della donna, anche se borghese, nella società maschilista del suo tempo, diventando così una bandiera del femminismo, a fianco della Negri, cui era tanto simile e che tanto ne condivideva gl’ideali e l’arte. E indirettamente le sue opere diventarono denunce di scottanti problemi sociali, come la povertà e l’emigrazione.

C’è poi la narrativa per l’infanzia, con la quale la Messina si pose sulla scia di Luigi Capuana, aggiungendo di suo un tratto tutto femminile. Al riguardo il libro più significativo è Cenerella, che si configura come opera patriottica (e del resto il patriottismo era insito nella visione politica e nell’arte di questa scrittrice): basta leggere il brano riportato dal Bartolotta. In tale brano l’eponima protagonista, che aspetta un suo fratello prigioniero degli austro-ungarici, si esalta al passaggio dei bersaglieri: “Sentiva di amarli tutti, quei bersaglieri che passavano, come amava Domenico. Essi offrivano la loro giovane vita, il forte cuore, alla Patria, per difenderla [...] C’erano dei garofani sulla tavola: quelli del venerdì che aspettavano di essere disposti nei vasi in salotto. Cenerella afferrò il mazzo e lo lanciò fuori; mentre i rossi fiori si sparpagliavano nell’aria, prima di cadere, mormorò piano, con le mani giunte, come se pregasse: O Italia! Italia bella! Evviva!”.

Questo brano ci ricorda ancora il Verga, il quale in tarda età si commosse vedendo sfilare a Catania alcuni soldati della prima guerra mondiale e li giudicò la migliore gioventù: “Avanti Savoja! Come dite voi. E avanti anche dove si combatte per l’onore e la fortuna d’Italia, che proprio ora ha preso il suo battesimo. Quando vedo quei giovinotti e quei più che maturi sfilare per la stazione col numero al braccio e la gamella in spalla li vorrei abbracciare... Lì è lo Stato.” 2

Infine un meritato successo postumo la scrittrice l’ha avuto in televisione, dove la sua più riuscita novella, Casa paterna, è stata sceneggiata e trasmessa. Se ne deduce che Maria Messina merita d’essere conosciuta, ammirata e onorata, non soltanto per la sua arte, ma anche per la sua penosa vicenda esistenziale che tanta commozione suscita tuttora.

Carmelo Ciccia

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1 Cenerella (e in dialetto siciliano Cinniredda) sta per Cenerentola.

2 Lettera del 27.3.1917 a Dina di Sordevolo, da Catania a Roma, in: Gino Raya, Bibliografia verghiana (1840-1971), Ciranna, Roma, 1972, p. 247, scheda 2685 .

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2010]


Adriana Michielin, Filo d’erba (liriche), Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2023, pagg. 72, € 8.

Prefazione

Questa silloge di liriche è accolta con soddisfazione da chi per anni ha seguito le sparse pubblicazioni d’Adriana Michielin, cultrice della poesia e animatrice culturale, e, considerandone il valore, auspicava una sollecita raccolta d’esse. Ecco, dunque, questo Filo d’erba, che nasce all’insegna del sentimento: un sentimento — si badi bene — che è non quel “sentimentalume” sdolcinato d’una volta, ma quel sereno sentire originato da grande sensibilità personale e salda formazione religiosa e civile.

Ovviamente il primo sentimento che s’incontra è l’amore, principe dei sentimenti, che l’autrice in una serie di liriche spiega cos’è: perla, spiraglio, scintilla, scalpello, sentiero, serpe, palpito, mano tesa, musica d’insieme, dolcezza, mistero, silenzio e frastuono. L’amore, quindi, coinvolge sé stessi, ma anche gli altri quando si trasforma in condivisione, solidarietà, carità, beneficenza, che si può fare a chi ne ha bisogno. Inoltre non soltanto è amore la carezza ad un nipotino, ma perfino la magia dell’arte può essere amore: un amore che si può esprimere anche disegnando per gioco un cuore sulla sabbia del mare.

Alla sequenza tematica dell’amore segue quella del paesaggio, perché flora e fauna sono parte del proprio universo, “in un abbraccio fecondo / dove il tempo si è perso”. Così qui troviamo Treviso, il suo fiume Sile, notti con luna e stelle, sere d’estate, tripudio primaverile, meriggio d’estate, foglie d’autunno, sere d’inverno, calar della sera. E l’autrice, mentre in “Note di poesia” delinea un paesaggio montaliano, in ”Vecchia soffitta” ci riporta alla gozzaniana “bellezza riposata dei solai”.

Altra sequenza tematica è quella del tempo: bello, rimanente, pasquale (accanto al quale c’è quello natalizio), scorrente. E altra ancora è quella della voce, che può essere voce del cuore o della coscienza, un’eco, una silente voce narrante.

Oltre a questi, l’autrice ci offre tanti altri spunti su cui riflettere: Karol Wojtyla, l’angelo custode, la martoriata Ucraina, per la quale invoca la pace, il disastro del Vajont, la natura da proteggere, gli eccidi delle foibe, le condizioni degli operai in fabbriche velenose, la Serao che sviscerò il ventre di Napoli, l’eroina nizzarda Caterina Segurana, detta Maufacchia… Secondo la Michielin, “Non conosce pietà / non ha leggi del cuore / chi fa guerra al fratello / in nome del potere” (“Foibe”). E per farci conoscere meglio sé stessa poi dichiara: “Ho un animo gentile / ed un cuore nel petto / che ama, soffre, gioisce / ed invoca il rispetto. / L’eco è la mia voce, / il mio canto sincero” (“L’essenza della montagna…”); mentre a conclusione avverte: “La felicità / è fatta di niente: / si rivela / nelle sfumature / della vita… / Basta saperle cogliere” (“Pensiero”).

Insieme col sentimento infuso nel contenuto c’è la semplicità espressiva: e l‘autrice, spiegando il titolo, nella sua nota finale lo desume proprio dalla semplicità delle sue liriche, semplici come fili d’erba.

Eppure, con un’attenta scelta dei vocaboli, una regolare costruzione dei periodi e un sapiente taglio dei versi, spesso non senza occasionali rime e conseguenti effetti melodici, lei presenta delicati stati d’animo, graziosi quadretti paesaggistici e sommessi ammonimenti che toccano il cuore e la mente dei lettori: perciò queste composizioni della Michielin sono liriche di nome e di fatto, nel senso che nascono da un profondo lirismo. Infatti la sua semplicità — anche qui si badi bene — è non semplicismo dovuto a poca perizia, ma rifiuto dei molti sperimentalismi contemporanei, limitandosi semmai a qualche omissione di punteggiatura e all’uso di qualche termine desueto. Per il resto la forma linguistica è chiara, corretta e accessibile a tutti, pur avendo alcune frasi nominali e assiomatiche riconducibili alla sentenziosità di chi molto ha imparato dalla vita e molto vuole trasmettere agli altri.

Conegliano, 7 Maggio 2023.

Carmelo Ciccia

[Adriana Michielin, Filo d’erba (liriche), Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2023, pagg. 72, € 8]


Edi Minguzzi, La struttura occulta della Divina Commedia, Scheiwiller, Milano, 2007, pagg. 240, € 16.

L’OCCULTO IN DANTE SECONDO EDI MINGUZZI

Era risaputo che Dante, uomo del Medioevo, in cui dominava il neoplatonismo di Plotino, conoscesse tutte le teorie di quel tempo e le utilizzasse nel suo poema, “al quale han posto mano e cielo e terra” (Par. XXV 1-2): cabala ed occultismo, ermetismo ed ermeneutica, astrologia ed alchimia… Ma nessuno studioso finora aveva saputo “aguzzar ben gli occhi al vero” e scandagliare così a fondo e compiutamente tale poema per cogliere “la dottrina che si asconde / sotto il velame delli versi strani” (Inf. IX 61-62), in modo da svelare “questo enigma forte” (Purg. XXXIII 50). Invece col volume La struttura occulta della Divina Commedia (Scheiwiller, Milano, 2007, pagg. 240, Euro 16) ora ha saputo farlo la studiosa Edi Minguzzi, docente di teoria dei linguaggi e di semeiotica nell’università statale di Milano, la quale ha alle spalle un’intensa attività di ricerca e pubblicistica in questo settore; e l’ha fatto coi risultati sorprendenti, anche se non sempre condivisibili, che vedremo qui di seguito.

La prima sorpresa l’abbiamo quando alle pagg. 13 e 20 lei definisce Gioacchino da Fiore “eresiarca”, cioè capo d’eretici, meravigliandosi che Dante l’abbia collocato nel cielo del Sole (Par. XII) e non nel cerchio degli eretici (Inf. XI). E ciò, secondo lei, è una delle numerose incoerenze riscontrate nella Divina Commedia: infatti in questo poema l’autrice trova tante illogicità, aporie, asimmetrie e sviste varie da dar ragione a Saverio Bettinelli, il quale nel Settecento lo aveva giudicato un “volume grosso” di cui salvare pochissimi canti. Evidentemente la Minguzzi da una parte non coglie l’eccezionalità della poesia dantesca, dall’altra aderisce a quei pregiudizi che in passato hanno emarginato la figura di Gioacchino e ignora al riguardo gli attuali orientamenti della critica e della Chiesa Cattolica, la quale nel 2001 ha avviato per lui la causa di canonizzazione; ma già egli era stato incluso come beato nel calendario dei bollandisti e la sua messa di commemorazione, fissata per il 30 marzo, figurava nel loro messale e in quello dei florensi.

L’autrice poi ignora che il Concilio Lateranense IV del 1215 condannò soltanto una proposizione di Gioacchino (anche S. Tommaso ebbe una proposizione condannata), ma non l’abate né la sua dottrina né l’ordine da lui fondato, e che nel 1220 il papa Onorio III emanò una bolla, da leggere nelle chiese, in cui dichiarò “lui Uomo cattolico e salutare l’istituzione religiosa da lui fondata”. È vero che a pag. 176 la Minguzzi attenua il suo giudizio, definendo l’abate calabrese “personaggio di dubbia ortodossia” e attribuisce la sua collocazione nel cielo del Sole al fatto che era stato “di spirito profetico dotato” (Par. XII 141) e quindi avente i caratteri della solarità, con l’occhio che vedeva troppo avanti; ma la sorpresa rimane ugualmente.

Altra sorpresa l’abbiamo nel fatto che la studiosa ritiene il conte Ugolino cannibale dei suoi figli e nipoti e per questo condannato in un cerchio con mangiatori di persone (pagg. 203 e 208). È vero che tale opinione è stata avanzata anche da alcuni critici; ma accettarla significa togliere drammaticità ed elevatezza poetica a tutto l’episodio (Inf. XXXII-XXXIII). D’altronde Ugolino è sì un divoratore, ma del cranio del suo rivale.

Per il resto, certamente stupisce la profondità della preparazione della Minguzzi, la quale spazia dalla Divina Commedia a vari campi dello scibile, fra cui religione, mitologia, storia, filosofia, lingua e cultura classica, cultura medio orientale, astronomia-astrologia, numerologia, tradizioni popolari, ecc. Nelle prime due delle tre parti del lavoro, fra l’altro, l’autrice tratta della lingua d’Adamo (Par. XXVI 133-136), del codice universale dell’alchimia e del simbolismo dei metalli, della natura iniziatica del viaggio di Dante, delle tre fiere e del Veltro d’Inf. I, delle “tre donne benedette” d’Inf. II, degli antichi significati di Mercurio e del suo caduceo, oggi emblema di medici e farmacisti.

E a proposito di questo dio non si può fare a meno di citare i numerosi raffronti sinottici (in parallelo) fra la Divina Commedia e il manuale neoplatonico De nuptiis Mercurii et Philologiae (“Sulle nozze di Mercurio e Filologia”) del retore africano Marziano Capella (sec. IV-V), che ebbe molta fortuna nel Medioevo. Tali raffronti, attinenti e dettagliati, riescono molto interessanti e fanno sì che per le affinità il De nuptiis possa essere incluso con certezza fra le fonti del poema dantesco.

Per inciso, qui ricordiamo che analogo giudizio non abbiamo potuto dare di una poco verosimile ipotesi avanzata da Claudia Villa, la quale aveva sostenuto che il De nuptiis fosse fonte del dipinto La Primavera di Sandro Botticelli (1444/1445-1510): a quella della Villa avevamo opposto una documentata tesi, secondo la quale fonte del suddetto dipinto è il poemetto Pervigilium Veneris d’autore ignoto (fra i secc. I e IV). I versi 49-56 di tale poemetto presentano Ibla vestita di fiori: ciò e tutto il contesto rinsaldano la tesi stessa, provando che quella figura detta “Primavera” altro non è che l’Ibla del Pervigilium. E la Villa non ha nemmeno risposto. (Cfr. il libro Il mito d’Ibla nella letteratura e nell’arte, con testo e traduzione del Pervigilum Veneris e nuova interpretazione della Primavera del Botticelli, Pellegrini, Cosenza, 1998.)

Tornando a Dante, accenniamo al fatto che poi la Minguzzi fa brevi raffronti anche fra la Divina Commedia e il poemetto ermetico Pimandro, una delle opere attribuite a Ermete Trismegisto e probabilmente redatte dallo storico greco Zosimo di Panopoli (sec. V). Tuttavia in questi altri raffronti le affinità sembrano scarse e deboli.

Ma è la terza parte del lavoro della Minguzzi la più pregnante: dopo aver trattato del sistema settenario di virtù, cieli e mondi inferiori, l’autrice passa al sistema astrologico delle tre cantiche e tratta capitolo per capitolo dei sette archetipi, attraverso una rassegna di quelli che allora erano detti “i sette pianeti”, indicando per ciascuno caratteristiche positive (quelle del Paradiso) e negative (quelle dell’Inferno e del Purgatorio).

La Luna, per la passività, misura e scienza del mondo materiale, in positivo corrisponde alla sottomissione degli spiriti che mancarono ai voti di Par. II-V, e in negativo all’ignavia degl’ignavi d’Inf. III, mentre in Purg. XXVIII-XXXIII la scienza appartiene a Matelda e la Sapienza a Beatrice.

Mercurio, per la mediazione tra mondo divino e mondo terrestre e per la sua ricerca d’immortalità attraverso la fama o l’iniziazione, in positivo corrisponde all’attività tesa a immortalare il proprio ricordo nel rispetto di Dio, tipica degli spiriti di Par. V-VI, e in negativo a quella tesa a immortalare il ricordo lontano di Dio, tipica degli spiriti magni del Limbo (Inf. IV), mentre l’iniziazione attraverso il fuoco è in Purg. XXVII.

Venere, per l’amore, l’armonia e l’arte, in positivo corrisponde all’amore per il bene degli spiriti amanti di Par. VIII-IX e in negativo alla lussuria degli spiriti lussuriosi d’Inf. V e di Purg. XXV-XXVI.

Il Sole, per l’incremento dell’Io, in positivo corrisponde alla fame di sapere degli spiriti sapienti di Par. X-XIV e in negativo alla golosità di cibi dei golosi d’Inf. VI e Purg. XXI-XXIV e alla fame di denaro degli avari e prodighi d’Inf. VII e Purg. XIX-XXI. Inoltre, essendo il suo simbolo un cerchio con un punto al centro, nelle figurazioni dantesche dà luogo a corone, cerchi e centri; ed, essendo tale simbolo anche immagine dell’occhio, sovrintende a tutto ciò che ha a che fare con la vista, come la profezia. E qui l’autrice poi tratta del famigerato verso “Pape Satàn, pape Satàn, aleppe” (Inf. VII 1), che correttamente scrive senza accentare pape, ma per il quale ricorre ad un’improbabile derivazione dal Peana apollineo.

Marte, per l’impulsività, l’aggressività, la violenza e la guerra, in positivo corrisponde alla lotta per il bene degli spiriti combattenti di Par. XIV-XVIII e in negativo all’ira e accidia degl’iracondi e accidiosi d’Inf. VIII-IX e Purg. XV-XVIII, nonché alla violenza dei violenti d’Inf. IX-XVII.

Giove, per la giustizia e la legge, in positivo corrisponde alla giustizia degli spiriti giusti di Par. XVIII-XX e in negativo all’invidia e frode degl’iracondi e accidiosi d’Inf. VIII-IX e Purg. XV-XVIII, nonché alla violenza dei violenti d’Inf. IX-XVII.

Saturno, per il rigore, la solitudine, il silenzio, la contemplazione, la lentezza, la freddezza e la glacialità, in positivo corrisponde all’ascetismo, alla solitudine e al silenzio degli spiriti romiti e contemplanti di Par. XXI-XXII e in negativo al tradimento, alla superbia, al ghiaccio e alla crudeltà dei traditori d’Inf. XXXII-XXXIV, dei superbi di Purg. X-XII e dei lenti di Purg. IX. E al cannibale Saturno-Crono (che mangiò i suoi figli) corrispondono i cannibali Ugolino e Lucifero.

Infine nella conclusione l’autrice, alla ricerca dell’“enigma forte”, si sofferma su numeri e sigle, sul “cinquecento diece e cinque” (Purg. XXXIII 43) e sul “Diligite iustitiam qui iudicatis terram” (Par. XVIII 91-93), facendo notare che il fatto stesso che le anime si fermino sulla M di “terram” per formare l’aquila, emblema di Monarchia-Impero, significa che quest’istituzione è voluta da Dio per la felicità terrena. Si ricorda che la distinzione dei due poteri (religioso e civile) in un dualismo non interdipendente (teoria dei due soli in Purg. XVI 106-108) era già nel DNA di Dante, nato sotto il segno dei gemelli, ed era presente perfino nel caduceo di Mercurio, che ha due serpenti attorcigliati. In sostanza l’“enigma forte” è visto dall’autrice come “segno paradisiaco” che va solo notato e non interpretato, come il trasumanar che “significar per verba / non si poria” (Par. I 70-71): cioè “molteplicità di numeri-nomi ricondotti all’unità enigmatica per conciliare gli opposti e narrare l’indicibile vero. La sua cifra ottunde, impietrisce, abbaglia la mente.” (pag. 219)

Molti altri significati occulti l’autrice ha scoperto nella Divina Commedia (a volte celati in singole parole), che qui per brevità non possono essere riportati. Perciò questo libro va letto con la massima attenzione al fine di poter meglio capire i ragionamenti, i riferimenti, le deduzioni e le conclusioni. Certamente non è un testo di facile lettura a causa dei temi affrontati e d’una terminologia tecnico-scientifica rivolta ad iniziati, ma per il resto la forma è chiara, scorrevole e corretta (sia pure con sporadici refusi), come elegante è l’aspetto grafico-editoriale. E a lettura finita si ha la convinzione d’essere in presenza d’un’opera del tutto particolare, anche se un’indagine strutturale di questo tipo trascura l’elevato contenuto poetico, che per la maggioranza dei lettori è essenziale.

Nell’immensa bibliografia dantesca, a cui incredibilmente si può sempre aggiungere qualcosa, La struttura occulta della Divina Commedia d’Edi Minguzzi è un lavoro originale, accurato e profondo, che reca nuova luce su Dante e sul suo poema; e come tale, pur con le riserve di cui sopra e anche se certe conclusioni sembrano forzate e quindi non condivisibili, s’impone per l’acutezza dell’indagine, la ricchezza delle argomentazioni e la verosimiglianza di varie opinioni espresse.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr. 2008]


Giuseppe Minneci, Echi del Veneto nella Divina Commedia, La Ragione, Treviso, 1987, pagg. 32, £ 5.000.

Idem, Dante e gli animali nella Divina Commedia, La Ragione, Treviso, 1996, pagg. 64, s.p.

In un’epoca in cui Dante — si può dire — è stato bandito anche dalle scuole italiane, è ammirevole trovare tuttora chi, anche se a livello dilettantistico, si occupa del divino Poeta e della Divina Commedia con libri, conferenze e altre iniziative tese a valorizzare tutto ciò che Dante rappresenta per la storia, la civiltà e la nazione italiana.

Appassionato di Dante e lettore instancabile delle sue opere, Giuseppe Minneci trova in esse sempre qualche spunto da poter trattare o approfondire. Nel far questo, però, non è mosso da semplice dilettantismo, perché in realtà egli spesso assume il ruolo di vero e proprio “esperto” della materia, dato che non gli mancano le qualità necessarie allo studioso e allo scrittore.

Scorrazzare nella Divina Commedia, in cui si muove agilmente, non solo è per lui un divertissement, ma gli dà la possibilità di mettere in luce la sua preparazione, il suo intuito, la sua vasta cultura e — non ultimo — il suo humor, quel simpatico aroma d’ironia con cui, fra una battuta e l’altra, sa condire e rendere più appetibili le sue portate.

I due libretti in argomento, probabilmente testi di conferenze, vengono ora a costituire due rassegne utili anche per gli studiosi, rassegne che non assumono mai un tono cattedratico e ostico, perché magari riservate agli addetti ai lavori, ma si configurano come opere di divulgazione, che fra l’altro stimolano e trasmettono quell’amore per Dante che in ogni cittadino italiano non dovrebbe mai venir meno. Quello che manca in esse è, però, un indice alfabetico rispettivamente degli echi del Veneto e degli animali citati, per una veloce ricerca e consultazione.

In questo contesto si fa perdonare qualche svista (a pag. 46 del secondo libretto è attribuito a Francesco di Bernardone il rimprovero fatto da san Tommaso d’Aquino ai suoi confratelli domenicani), che nulla comunque toglie all’importanza e al pregio del lavoro. Infine la forma chiara e corretta, la scorrevolezza e l’impaginazione nitida rendono attraenti questi libretti; come pure risulta particolarmente apprezzabile il fatto che il Minneci, non veneto di nascita ma residente nel Veneto, abbia rivolto il suo interesse a motivi veneti, in omaggio alla regione di adozione in cui vive.

Carmelo Ciccia

[“Il sodalizio letterario”, Rimini, sett. 1996)


Eugenio Morelli, Il Signor Nessuno, Noi e gli altri, Pellezzano, 1997, pagg. 44, s. p. (1)

Eugenio Morelli, medico-scrittore impegnato nella difesa dei valori umani, da anni presenta nei suoi interventi, frequentemente pubblicati anche in giornali e riviste, il personaggio del Signor Nessuno, da lui inventato per richiamare “attenzione ed interesse per le opinioni dei tanti Signor Nessuno, ossia di milioni di anonimi cittadini” (pag. 15) e per il rispetto della sacralità e dell’irripetibilità d’ogni singola persona; e per questo ha ricevuto numerosi premi, fra cui il 1° premio per questo libretto, il cui sottotitolo recita “considerazioni ed esperienze di una persona qualunque con la passione di scrivere” e i cui brevi saggi (solitamente d’una pagina o meno) contengono anche delle massime, frutto di profonda riflessione.

Il Signor Nessuno potrebbe anche chiamarsi Uomo Qualunque; ma, a parte la connessione col fortunato movimento politico degli anni ’40-50, “nessuno” è più forte di “qualunque”, ben esprimendo la nullità per cui non è tenuto in considerazione dagli altri, ed in particolare da chi gestisce il potere. Eppure, “un essere umano qualunque è unico e irripetibile” (pag. 9) e tale è anche la sua vita, il cui mistero il Morelli sa poeticamente cogliere, sottolineando “lo stupore quotidiano per quel mistero tanto antico quanto attuale della vita/morte dell’essere umano.” (pag. 36). Secondo l’autore, l’individuo dev’essere calcolato non come uomo-massa, da trascinare di qua e di là per spostamenti di denaro e di voti, ma in grazia delle sue peculiarità e delle sue esigenze: infatti “ogni individuo ha avuto, ha ed avrà un ruolo preciso nel prodigioso gioco d’incastro che chiamiamo vita. Ed è probabilmente questa la cosa che conta di più dall’inizio alla fine della vicenda umana.” (pag. 17).

Qui il discorso del Morelli si fa scottante: quante capacità e potenzialità sono ignorate o addirittura conculcate dai pontificanti di turno, che, magari organizzati in partiti, fazioni, camarille e vere e proprie cosche, violano pesantemente questa irripetibile sacralità individuale e se la mettono sotto i piedi! Il pensiero corre facilmente a quanti possiedono qualità creative, artistiche, letterarie o d’altro genere, e sono impediti d’esprimersi e di realizzarsi. Ed ecco allora che l’Io è trasformato da personaggio nel non-personaggio Nessuno.

Ovviamente nessun altro si degnerebbe di fare un’intervista al Signor Nessuno, fra l’altro frustrato dall’aver ottenuto zero preferenze nelle elezioni amministrative in cui era candidato per spirito idealistico in un partito di piccole dimensioni; e allora l’autore se la fa lui stesso, così concludendo con un’appropriata sentenza: “Se non saremo capaci ed orientati a costruire un nuovo umanesimo che superi la cultura del sospetto e dell’egoismo, l’unico elemento di ottimismo è la speranza in Dio.” (pag. 7). E nel suo sentenziare il Morelli tocca anche l’eroismo: “Quello dell’eroismo è però il ‘virus’ meno contagioso del mondo perché pochi, molto pochi, rinnegano il quieto vivere per scegliere una vita di guai e di batticuore.” (pag. 23).

Così il Signor Nessuno è costretto a vivere tra chi vince miliardi in continue e sempre più mirabolanti lotterie o semplicemente rispondendo a stupidi indovinelli alla televisione e chi vive in ristrettezze economiche o perde la vita per malattie o incidenti vari; e se non nuore anzitempo, egli è comunque afflitto da pensioni indecorose, costi edilizi esorbitanti e affitti esosi, imposte e tasse sempre più gravose e altre costrizioni irrazionali ed ingiustificate. Cosicché non c’è da meravigliarsi se poi qualcuno si toglie la vita: piuttosto sarebbe il caso d’indagarne le cause e perseguire chi induce al suicidio. E osservando il tecnologismo imperante, le gozzoviglie, l’edonismo e l’egoismo di molti, l’autore si chiede se Dio esista ancora e deduce che “soltanto la sofferenza di tante persone anonime mantiene in vita nell’intimo la ragione d’essere di un Dio provvidenziale emarginato tra gli emarginati.” (pag. 37).

Il Signor Nessuno è, dunque, un libretto carico di profonda amarezza e d’invincibile pessimismo, che certamente fa riflettere. Senza salire in cattedra, ma cogliendo le acquisizioni che la quotidiana esperienza gli ha fornito, Eugenio Morelli ha concepito queste considerazioni per sé stesso e per gli altri. Indubbiamente dobbiamo essergli grati, perché forse, grazie ad esse, gli uomini potranno ragionare e comportarsi meglio: almeno questo è il fine che l’autore esplicitamente si propone, nell’interesse della società tutta.

L’aspetto editoriale del libretto è molto modesto, ma il contenuto e il modo di porgere sono allettanti: in particolare piace la costruzione di questo Signor Nessuno che viene fuori pagina dopo pagina. E anche se la lingua usata, spesso sciolta e musicale, forse volendo essere semplice e popolare non sempre è grammaticalmente ortodossa e contiene a volte imprecisioni ed errori, tuttavia le tematiche e le problematiche, data la concettosità e stringatezza, si presterebbero bene ad essere presentate e dibattute nella scuola, per eccellenza luogo deputato alla formazione umana e sociale.

Carmelo Ciccia

[“Voci della montagna”, Cupone di Cerro al Volturno, agosto 1998]


Eugenio Morelli, Il Signor Nessuno, ediz. Noi e gli altri, Pellezzano, 1997. (2)

IL SIGNOR NESSUNO DI EUGENIO MORELLI

Eugenio Morelli, medico-scrittore coneglianese impegnato nella difesa dei valori umani, da anni presenta anche in giornali e riviste il personaggio del Signor Nessuno, da lui inventato per richiamare “attenzione ed interesse per le opinioni dei tanti Signor Nessuno, ossia di milioni di anonimi cittadini”. Perciò ha pubblicato questo libretto intitolato Il Signor Nessuno (ediz. Noi e gli altri, Pellezzano, 1997) il cui sottotitolo recita “considerazioni ed esperienze di una persona qualunque con la passione di scrivere” e i cui brevi saggi contengono anche delle massime, frutto di profonda riflessione.

Secondo l’autore, l’individuo dev’essere calcolato non come uomo-massa, da trascinare di qua e di là per spostamenti di denaro e di voti, ma in grazia delle sue peculiarità e delle sue esigenze: infatti “ogni individuo ha avuto, ha ed avrà un ruolo preciso nel prodigioso gioco d’incastro che chiamiamo vita. Ed è probabilmente questa la cosa che conta di più dall’inizio alla fine della vicenda umana.”

Il pensiero va facilmente a quanti possiedono qualità creative, artistiche, letterarie o d’altro genere, e sono impediti d’esprimersi e di realizzarsi. Ed ecco allora che l’Io è trasformato nel non-personaggio Nessuno.

Il Signor Nessuno è, dunque, un libretto carico di profonda amarezza, che certamente fa riflettere e che forse farà comportare meglio gli uomini: questo è almeno il fine che Eugenio Morelli esplicitamente si propone, nell’interesse della società tutta, magari suscitando un dibattito su queste tematiche e problematiche nella scuola.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 6.VIII.1998]


Eugenio Morelli, Un po’ per vivere / Un po’ per morire, Centro Studi “Eugenio Frate”, Cassino.

Questo elegante tascabile è nel suo piccolo un condensato di saggezza, di quella saggezza non esclusiva di Salomone, ma possibile ad ogni uomo di buon senso. Purtroppo oggi molta gente sembra aver ceduto il cervello all’ammasso, facendosi plagiare da persuasori più o meno occulti, specialmente da quelli che operano nel settore delle comunicazioni di massa e che hanno buon gioco delle prede.

Eugenio Morelli questa saggezza la esprime senza mai salire in cattedra, ma con quella dose d’umiltà che rende più gradevoli le iniziative: perciò l’opuscolo si configura come un breviario o vademecum; ma forse il termine più esatto è ricettario, dato che l’autore è un medico e conosce bene le medicine necessarie. Ricordiamo che egli in precedenti scritti ha inventato il personaggio del “Signor Nessuno”, cittadino non calcolato, ma che ci tiene a sottolineare la sua individualità e la sua irripetibilità nell’economia del creato.

In questo libretto l’autore si preoccupa di far capire il valore della vita: perciò lamenta che giornali e televisione non riportano mai esempi di quanti, aborrendo tentazioni suicide, resistono alle avversità per vivere comunque la propria vita, cercando di vincere ogni battaglia. L’idea della vita come lotta continua oggi è rifiutata, perché si vuole il divertimento continuo. E qui s’inserisce la questione delle lotterie: l’autore ricorda che giornali e televisione continuano a parlare della quantità di scommettitori e reclamizzano con insistenza le lotterie come unica panacea, mentre secondo lui sarebbe opportuno che parlassero anche di quanti non hanno mai comprato un biglietto e non intendono comprarlo, perché stanno facendo una scommessa più importante su sé stessi: quella di accettare la vita com’è.

Altra preoccupazione è quella ambientale: i vari mistificatori invitano a consumare sempre di più, magari col sistema “usa e getta”: poi ci si lagna che non si sa dove portare i rifiuti giornalmente accumulati, ma non si considera che essi sono provocati dalla corsa sfrenata ai consumi e che quindi è necessario non dare retta ai vari sponsores.

Ecco, dunque, l’importanza di questo libretto: stimolare utili riflessioni, che — come rileva Vincenzo Rossi nell’attenta introduzione — sono insieme scientifiche, sociali, filosofiche, storiche e geografiche. Per quanto riguarda lo stile, la lettura riesce facile: eccetto la poco chiara “nota dell’autore” iniziale, il testo risulta sempre chiaro, corretto e scorrevole, assumendo a volte un andamento lirico: segno distintivo d’un autore che è anche poeta.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 27.I.2000]


EUGENIO MORELLI ovvero IL SIGNOR NESSUNO

Il medico-scrittore coneglianese Eugenio Morelli da alcuni anni porta alla ribalta delle lettere un personaggio da lui denominato “Signor Nessuno”: il cittadino qualsiasi, calpestato o ignorato da enti, istituzioni e mezzi di comunicazione di massa. E con questo personaggio sta svolgendo una specie di “saga” in vari libri, in cui presenta casi si può dire quotidiani di maltrattamenti, specialmente burocratici.

Nel libro intitolato proprio Il Signor Nessuno (Noi e gli altri, Pellezzano, 1997), carico di profonda amarezza e d’invincibile pessimismo che certamente fanno riflettere, il Signor Nessuno è costretto a vivere tra chi vince miliardi in continue e sempre più mirabolanti lotterie o semplicemente rispondendo a stupidi indovinelli alla televisione e chi vive in ristrettezze economiche o perde la vita per malattie o incidenti vari; e se non nuore anzitempo, egli è comunque afflitto da pensioni indecorose, costi edilizi esorbitanti e affitti esosi, imposte e tasse sempre più gravose e altre costrizioni irrazionali ed ingiustificate. Cosicché non c’è da meravigliarsi se poi qualcuno si toglie la vita: piuttosto sarebbe il caso d’indagarne le cause e perseguire chi induce al suicidio. E osservando il tecnologismo imperante, le gozzoviglie, l’edonismo e l’egoismo di molti, l’autore si chiede se Dio esista ancora e deduce che “soltanto la sofferenza di tante persone anonime mantiene in vita nell’intimo la ragione d’essere di un Dio provvidenziale emarginato tra gli emarginati.”.

Nel libro Un po’ per vivere / Un po’ per morire (Centro Studi “Eugenio Frate”, Cassino, 2000) l’autore si preoccupa di far capire il valore della vita: perciò lamenta che giornali e televisione non riportano mai esempi di quanti, aborrendo tentazioni suicide, resistono alle avversità per vivere comunque la propria vita, cercando di vincere ogni battaglia. L’idea della vita come lotta continua oggi è rifiutata, perché si vuole il divertimento continuo. E qui ritorna la questione delle lotterie: l’autore ricorda che giornali e televisione continuano a parlare della quantità di scommettitori e reclamizzano con insistenza le lotterie come unica panacea, mentre secondo lui sarebbe opportuno che parlassero anche di quanti non hanno mai comprato un biglietto e non intendono comprarlo, perché stanno facendo una scommessa più importante su sé stessi: quella di accettare la vita com’è.

Nel libro Uno specchio di parole (Grafica Anselmi, Martigliano, 2000) l’autore riprende i temi precedentemente esposti e in una ventina di prose nate dall’esperienza di medico e dal buonsenso di cittadino presenta vari esempi attinti alla cronaca spicciola o al suo mondo personale e suggerisce di spendere la propria vita non meccanicamente, ma all’insegna della riflessione e della logica, sempre avendo un sacro rispetto per ogni essere umano, portatore d’identità e umanità irripetibili. Volentieri poi ricorda un suo incontro a Trieste con lo scrittore Fulvio Tomizza e l’impressione avutane

Questi libri, scritti in una forma generalmente chiara e scorrevole anche se non sempre corretta dal punto di vista grammaticale, si leggono con molto interesse.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, sett. 2001; Eugenio Morelli, Il Signor Nessuno “Cavaliere della Repubblica (Eugenio Morelli e la critica), Cronache italiane, Salerno, 2004]


Eugenio Morelli, Non solo parole, Cronache italiane, Salerno, 2002, pagg. 30, € 5.

In elegante veste editoriale, la nuova silloge poetica d’Eugenio Morelli Non solo parole è all’insegna della brevità: di versi, di liriche e di volume. Il che ha prodotto un grazioso libretto tascabile, all’occorrenza utilizzabile come un vademecum di osservazioni, riflessioni e massime, il quale richiama la nostra attenzione su tanti piccoli fatti che a volte sembrerebbero insignificanti, ma che ad un’attenta riflessione diventano pregni di significato cogente. È il caso del valore della vita, particolarmente di quella di chi comunemente “non conta”, cioè di chi il Morelli definisce “signor nessuno” e che invece è persona altrettanto importante e valente come ogni essere umano.

Così la felicità può essere trovata nel viso rugoso e nella bocca sdentata d’anziani ricoverati in ospizi o semplicemente nello svegliarsi dopo una notte d’insonnia e scoprirsi ancora vivi e pronti ad iniziare una nuova “battaglia” quotidiana o pure nel rifiutare i viaggi esotici di moda per cercare orizzonti più affascinanti in una pagina, su un foglio di carta: in ciò come l’Ariosto, il quale dichiarò di preferire di viaggiare sulle carte di Tolomeo piuttosto che finire in Ungheria e peggio in Garfagnana.

Perciò il libretto, pur con una venatura di malinconia dovuta alla limitatezza individuale (fragilità della vita, difficoltà esistenziali, ecc.), è improntato all’ottimismo, una condizione — questa — che l’autore vive con consapevolezza e responsabilità e che vuole inculcare negli altri, incitando ad accettare la vita come viene, a lottare per superare le difficoltà quotidiane e a fare del bene al prossimo, aiutando tutti nel migliore dei modi. Ad esempio, nella lirica “Giorno dopo giorno” (che ripete un titolo quasimodiano) l’autore fa propria la massima “Domani è un altro giorno” pronunciata dalla protagonista Rossella a conclusione del romanzo Via col vento: un concetto che egli chiarisce meglio nella lirica “Il miracolo di ogni giorno”, dove invita a vedere un po’ di luce anche dove non c’è, a destarsi sorridenti anche dopo una notte d’insonnia e a ritagliare un angolo di paradiso anche quando tutto va a rotoli, perché “la LUCE / dell’ALBA / è un’altra OCCASIONE”.

Per l’autore, quindi, le speranze e le conseguenti parole devono essere infinite, anche perché ad ognuno vengono offerti gratis azzurro, verde, sole, uccelli e altre bellezze.

Nonostante la serietà delle tematiche, questa silloge del Morelli, in cui si riscontrano anche echi leopardiani (“Infinito”) e pavesiani (“Verrà la notte”), è imperniata sulla leggerezza, la modestia e la discrezione: l’autore non vuole irrompere nelle coscienze, ma entrarvi in punta di piedi, con un linguaggio piano e suadente. Perciò, più che a complesse elucubrazioni, il ragionare e riflettere è affidato a versi d’una sola parola (isolata e risaltante), alle folgorazioni finali, come “In spazi immensi / e poche parole.” (pag. 10) o “Senza orari, / commedie, / vanità.” (pag. 26); ad anafore come “la Luce / dell’Alba” (pag. 23) e “la luce dell’alba” (pag. 26); a confessioni come “Tra preghiere e bestemmie, / urla e silenzi, / sogni e amarezze, / ti ho cercato, Signore. / E ti cerco.” E in definitiva il libretto risulta apprezzabile.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta di Bolzano”, Bolzano, dic. 2002]


Eugenio Morelli, Il gioco delle combinazioni - Nei dintorni della cronaca -, Cronache italiane, Salerno, 2003, pagg. 32, € 5.

La vita

istante improvviso

folgorazione stellare

bagliore notturno

assoluta ed infinita precarietà

La vita...

Daniela Bottega

classe 3^ media

1° premio “Arcobaleno” – Refrontolo

Viene spontaneo associare l’inquieta poesia d’una giovane d’oggi al nuovo libretto d’Eugenio Morelli, alias “Signor Nessuno”, perché identica ne è l’essenza: l’“assoluta ed infinita precarietà” della vita. Breve libretto, brevi pagine, brevi parole: eppure quali occasioni di riflessioni! Stavolta la prosa attinge alla cronaca e si scontra con l’aspetto idilliaco della vita: è prosa di quotidianità, sofferenza, morte, frustrazione, precarietà appunto.

La cronaca giornalistica è ricca d’episodi, e ad essa attinge l’autore; o meglio egli ogni giorno coglie occasioni per riflettere, partendo dalla sua stessa precarietà, originata dalla situazione personale, familiare, finanziaria, professionale. Allora nell’esercizio della sua funzione di medico, l’autore dalla propria passa all’altrui precarietà e ne ricava una precarietà generale: malattie, vecchiaia, solitudine, incidenti, suicidi, morti. A ciò s’aggiunge “il gioco delle combinazioni”, sorte o destino, che a volte sembra divertirsi con gli uomini e che ad ogni modo viene a completare quel fosco quadro d’intrigo e di mistero, in cui l’uomo è costretto a muoversi a tentoni.

Leggiamo la meditazione iniziale, perché questo è un vademecum di meditazioni: pur nel suo distacco religioso, ma con un profondo senso della religiosità fondamentale della vita, un giorno l’autore non solo decide di pregare l’angelo custode, ma di addentrarsi nell’analisi testuale della preghiera, ed in particolare dei quattro verbi che la costellano di martellanti imperativi, che egli fa suoi con tutta l’anima: eppure, proprio dopo aver fatto ciò, uscendo di casa egli subisce un incidente stradale e per poco non ci rimette la vita, come se avesse pregato il diavolo custode! Quando si dice il destino...

Ma occorre leggere e rileggere tutto il libretto per accorgersi di quante occasioni di riflessioni ci possono essere, magari fornite da apparenti banalità: differenza fra soldi e poesia, solitudine di forestieri, coincidenze mortali, sospensione nel vuoto, il riflesso d’una brocca, qualche granello di sabbia, un viaggio fantascientifico, rischi d’infanzia e di vita universitaria, casi di demenza senile, una vacanza sognata, la constatazione d’un decesso...

Perciò, nella sua semplicità, ma con chiarezza e scioltezza, questo lavoro sicuramente arricchisce i lettori; e dobbiamo esserne grati all’autore, il quale per la sua meritoria attività letteraria ha ottenuto il premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il titolo di cavaliere della Repubblica.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, sett. 2006]


Eugenio Morelli, Frammenti di un Mosaico, Menna, Avellino, 2006, pagg. 40, € 5.

Il medico-scrittore Eugenio Morelli da alcuni anni va pubblicando dei libretti tascabili, contenenti ora liriche ora riflessioni e pensieri, a volte mettendosi nei panni d’un Signor Nessuno da lui portato alla ribalta ed esaltato.

In questi Frammenti di un Mosaico le occasioni per riflettere sono varie e spesso fornite da situazioni in cui l’autore è venuto a trovarsi a causa della sua professione: la formula augurale “cento di questi giorni” pronunciata per i compleanni e non tenente conto del decadimento dei centenari, un Signor Nessuno che si confronta con sette potenti ai quali dimostra nonostante tutto d’essere un Qualcuno o che ogni mattina intraprende la difficile missione di portare a compimento una giornata o che deplora la carenza delle Istituzioni nei confronti della cultura, il dubbio se ci siano più stelle in cielo che croci in terra, il sollievo mattutino dopo un incubo notturno, la scelta di non intraprendere avventurosi viaggi esotici quando sono sufficienti le avventure da affrontare e superare nella quotidianità, una calca vista da chi prima ne faceva parte e poi se n’è allontanato, eccitazioni psichiche, la rinuncia all’automobile nel lavoro quotidiano, l’inutilità degli addobbi natalizi quando la festività non venga vissuta facendo del bene al prossimo, il rapido venir meno dell’aiuto materno e la necessità di saper arrabattarsi da soli nella vita, strane letture, un sorpasso azzardato, l’esiguità dei propri problemi rispetto alla gravità di certi eclatanti stati patologici.

Nelle sue riflessioni l’autore dimostra d’essere attento osservatore e di saper descrivere la realtà — esterna ed interna — con quella leggerezza necessaria a non stancare il lettore. Dunque, niente elucubrazioni o ragionamenti filosofici, ma quel pizzico di filosofia che basti a potersi definire saggezza: cioè la saggezza tipica d’ogni persona di buonsenso, a prescindere dalla sua professione di medico.

Perciò il libretto, grazie anche alla sua semplicità editoriale, si legge volentieri, sia perché le riflessioni sono brevi, e a volte tanto brevi da occupare soltanto una paginetta leggibile in qualche minuto, sia perché — tutto sommato — lo stile riesce brioso anche in circostanze serie, inframmezzato com’è da spirito ottimistico e da squarci lirici che rivelano l’animo poetico dell’autore e a volte trasformano i pensieri in vere e proprie liriche, in cui il lettore sensibile riesce a cogliere fra le righe la magia d’una notte stellata o il mistero d’un evento come il Natale di Cristo.

La forma linguistico-espressiva presenta dei periodi sintatticamente ben organizzati, chiari e scorrevoli. Qualche refuso tipografico e qualche svista di grammatica o d’interpunzione incidono poco sulla complessiva gradevolezza e utilità sociale del lavoro.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, ott. 2006]


Eugenio Morelli, L’acqua del ruscello, Menna, Avellino, 2006, pagg. 48, € 5.

Quest’elegante volumetto di liriche sembra confezionato in famiglia e per la famiglia: è dedicato alla moglie, che a sua volta è la presentatrice della silloge.

Il medico-scrittore Eugenio Morelli da anni sta combattendo una battaglia tendente alla valorizzazione del “Signor Nessuno”, scomodo personaggio da lui stesso impersonato anche come eponimo di suoi libri e che rappresenta quanti, pur avendo delle capacità, non ottengono dalle superiori istituzioni e autorità, proclivi ai soliti noti, quei riconoscimenti che meritano. E in apertura ribadisce la necessità d’una più oculata considerazione del soggetto.

A conferma della precedente produzione, queste composizioni, a volte integrate da introduzioni o note, oscillano fra la confessione e la riflessione, con esiti di fervido lirismo: i lettori da una parte possono godere di versi semplici ma ben costruiti e pieni di musicalità, dall’altra possono operare delle opportune riflessioni non solo sui grandi misteri (nascere, vivere, morire; fede, Dio, aldilà), ma anche su particolari apparentemente insignificanti dei meccanismi del creato e della vita di tutti i giorni, fatta ora di gioie e di speranze, ora di dolori e di disperazioni. D’altronde l’autore riconosce: “Contemplo / il mistero / della vita / e della morte / confuso con esso / e senza parole adatte” (pag. 31). Se ben disposti a riflettere, anche l’(apparentemente) insignificante può insegnarci qualcosa: è il caso delle ceneri della cremazione (qui auspicata per scopi ecologici), che possono toccare le stelle e “forse raggiungeranno / l’infinito” del mistero di Dio (pag. 9); o quello dell’albero, che non fa clamori né proteste per il suo destino d’immobilità: “Ha avuto assegnato / un posto per vivere. / L’accetterà / fino alla morte” (pag. 39).

Abituato — per la sua professione medica — a fare esperienza giornaliera di quello che il Montale definiva “il male di vivere”, il Morelli non solo osserva gli episodi di sofferenza, a volte al limite dell’insopportabilità, ma con notevole ottimismo sa anche cogliere all’esterno e soprattutto all’interno di sé “il miracolo di ogni giorno”: “Vedere nella tempesta / un po’ di luce / che non c’è, / destarsi al mattino / sorridenti / dopo una notte d’insonnia, / costruire un angolo / di paradiso / quando tutto / va a rotoli... / E la luce dell’alba è un’altra occasione” (pag. 19).

Ecco allora che questa silloge scorre fra godimento estetico e utilità sociale; e se da una parte l’autore dimostra d’essersi fatto le ossa come poeta, capace di forgiare i suoi versi in modo che abbiano quella levità che li rende gradevoli, dall’altra c’interpella su problemi che investono la nostra quotidianità e a cui è chiamata a dare risposte la nostra sensibilità individuale, dall’altra ancora c’infonde quel pizzico di speranza che ci aiuti a superare le immancabili difficoltà esistenziali, più o meno gravi che siano.

Perciò il volumetto è apprezzabile sotto vari punti di vista, anche se la forma presenta qualche refuso o svista e non si capisce perché quasi tutte le liriche siano tra virgolette, alcune sono senza virgolette e qualche altra le ha solo all’inizio.

Carmelo Ciccia[“Pomezia-notizie”, Pomezia, ag. 2007]


E u g e n i o M o r e l l i , L a s a l u t e i n I t a l i a / R i f l e s s i o n i d i u n med i c o , M e n n a , Avellino , 2 0 0 7 , p a g g . 4 8 , € 7 .

Il medico-scrittore Eugenio Morelli è noto per pubblicazioni in versi e in prosa in cui spesso espone delle considerazioni sociali tendenti a fare riflettere anche chi non è portato alla riflessione. In questo libretto egli ferma l’attenzione su un ventaglio di questioni, a volte apparentemente insignificanti, ma in realtà molto importanti. È il caso dell’imperversare dei calcolatori elettronici, i quali, nel loro scheletrico linguaggio, tolgono occasioni di comunicazione e confronto personale perfino in ospedale.

Secondo l’autore, la società odierna, tutta protesa ad una frenetica vita esageratamente comoda e quindi abbondante di sprechi consumistici, rifiuta l’idea della benché minima sofferenza, e non ha tempo né voglia d’occuparsi della problematica relativa alla natura del vivere, del soffrire e del morire. Ecco, dunque, che si va dal medico, al pronto soccorso e alla guardia medica, magari di notte, per mali che spesso sono solo dei semplici fastidi: si preferisce ricorrere a terapie farmacologiche piuttosto che accettare qualche sia pur lieve fastidio, negando così all’organismo la possibilità dell’autodifesa, cioè d’allenarsi alla resistenza e alla guarigione spontanea. Ed ecco anche perché non si vuole affrontare seriamente il problema dell’eutanasia e del testamento biologico e perché per le case di riposo vige il concetto del parcheggio, piuttosto che quello d’un’assistenza basata anzitutto sull’umanità degl’interventi.

Un tipo di società del genere, fortemente connotata dall’egoismo e dall’edonismo, favorisce episodi come quelli di chi ricorre alla guardia medica, magari di notte, per avere la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, ignorando le regole dell’autodisciplina sessuale e il disturbo che si può arrecare al medico, uomo egli stesso. E per quanto riguarda il viagra, dopo aver dichiarato d’averlo prescritto a richiesta, l’autore tuttavia invita a chiedersi se essere uomini voglia dire essere sessualmente attivi, con ciò riducendo la virilità ad un fatto puramente sessuale, o se invece vi siano altri elementi d’umanità che possano connotare la virilità stessa.

L’autore quindi vede in molti la voglia d’una società di sfrenati e perenni gaudenti, in cui trovano ampio spazio fenomeni come l’alcolismo e la droga; né gli sfugge il poco interesse per la vita propria e altrui, quando la si mette a repentaglio o addirittura la si toglie con eccessi di velocità sulle strade, magari seguiti da omissione di soccorso, o la si trascura nei disabili, lasciati con le loro famiglie in mezzo a serie difficoltà.

Molte altre sono le questioni che l’autore affronta, come la longevità non unita a sanità, l’insonnia, la depressione e disturbi psichici vari. Circa l’insonnia egli osserva ch’essa potrebbe essere utile per una lunga riflessione sul proprio essere, sull’aldilà e su Dio, in cui egli mostra di credere (e non è da escludere che fra tali riflessioni possa venire il sonno).

Ma ciò che conta in questo libretto è anche la chiarezza espressiva, la quale rifugge da termini tecnico-scientifici e fa sì ch’esso si legga facilmente, grazie anche alla brevità dei testi, i quali di solito s’aggirano su una paginetta o meno, rendendo ben comprensibile il dettato. Qualche sporadico refuso o svista grammaticale non incide sulla complessiva validità del lavoro, che opportunamente dovrebbe essere acquisito, letto e meditato dai pazienti e dalle famiglie.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag. 2008]


Eugenio Morelli, La solita vita, Publimedia, San Vendemiano, 2015, pp. 78, € 10.

“La solita vita” di Eugenio Morelli

Osservazioni e riflessioni sulla nostra quotidianità, magari ringraziando Dio

In una società frettolosa, distratta e indifferente come la nostra, certamente riescono utili i libretti in prosa e in poesia che il triestino Eugenio Morelli periodicamente propone: è il caso di La solita vita (Publimedia, San Vendemiano, 2015, pp. 78, € 10), una raccolta d’osservazioni e riflessioni sulla nostra quotidianità, spesso apparse come articoli in giornali e riviste.

Nella presentazione del volume l’autore ha scritto: “Si può raccontare la propria vita e quella degli altri mettendo in evidenza esperienze interessanti, capacità di osservazione, buoni spunti creativi ed intuizioni […] E rimanere comunque, alla fine, incollati alla… solita vita! E magari… ringraziare Dio!”

Perciò questo lavoro appare anzitutto come autobiografico. Il Morelli, che è medico e scrittore, per la sua attività lavorativa s’è trovato più volte a contatto con la sofferenza, l’angoscia e la morte, ricavandone profonde impressioni. Ma ha anche osservato l’umanità sana con le sue contraddizioni, le sue fissazioni e le sue futilità. Da ciò è nato in lui l’impulso a consigliare — talora con sottile ironia — suggerendo momenti di sosta e di riflessione per una considerazione o riconsiderazione di sé, degli altri e dell’universo, ma soprattutto dell’essenza della vita umana e del suo destino.

Così, ad esempio, la scoperta d’una lontanissima galassia da parte di scienziati gli fa pensare alla difficoltà d’identificare ed esplorare una galassia assai più vicina, qual è la propria realtà; l’improvvisa sparizione dei disturbi dovuti a foruncoli durante un corso d’aggiornamento lo porta a concludere che la medicina tradizionale non può guarire tutti i mali; un rosario stretto fra le mani d’un’ammalata gli dimostra che in certi casi la preghiera è l’unico riferimento ed appiglio che nessuno può togliere o negare; e una fotografia d’alpini in guerra l’aiuta a superare la paura d’agire in vista d’eventuali rogne.

Delineando poi il rapporto fra Divina Commedia e vita quotidiana, l’autore confessa d’aver preso il poema sacro — ai suoi tempi studiato a scuola più che altro per imposizione — come guida della sua vita per la pregnanza di casi, situazioni e massime che lo costellano; e ciò, nonostante qualche titubanza dovuta ad occasionali opportunismi: il che conferma la perennità del magistero civile e morale di Dante (cfr. fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza: Inf. XXVI 119-120).

Lo fa riflettere anche la vicenda accaduta ad un disabile morto a causa d’un incendio, patito senza potersi muovere e senza poter chiamare nessuno in soccorso: una tragedia di fronte alla quale sono pochissima cosa o nulla le nostre contrarietà quotidiane.

Nelle sue meditazioni laiche l’autore si spinge anche a considerare quale possa essere l’influenza dello Spirito Santo, spesso chiamato in causa quale determinante di scelte e azioni umane, quando s’ignora la facoltà del libero arbitrio presente nel nostro cervello.

Molti altri sono gli spunti di riflessione, fra cui ci sono anche le dipendenze psicologiche da droghe varie, compresi alcol e fumo, capaci di condizionare le relazioni sociali. Ma un’attenzione particolare l’autore rivolge al pensiero della morte: di fronte ad un famoso scrittore morente egli rinuncia alla prospettiva d’una vita da sogno per accettare l’idea della vanità della vita per tutti e dell’inevitabilità della morte uguagliatrice, il cui pensiero diviene fonte d’operosità costruttiva. Il motivo della morte ritorna in più pagine, specialmente alla fine, tanto che il vescovo diocesano, in una lettera riportata a conclusione del libro, gli ha scritto: “Penso di condividere sostanzialmente il suo pensiero. Il memento mori dell’antichità classica è stato assunto anche dalla spiritualità cristiana diventando il: memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris. Il pensiero della morte non genera automaticamente e soltanto disimpegno e rassegnazione, ma, molto più fruttuosamente, sentimenti nobili come quelli che lei stesso suggerisce nel breve articolo che mi ha inviato”.

Nel corso del lavoro s’incontra più volte il riferimento al Signor Nessuno, nome d’arte assunto dall’autore per sottolineare la sua pochezza personale e artistica: ma ciò non toglie che egli per le sue pubblicazioni e il suo attivismo culturale abbia ricevuto numerosi premi e altri riconoscimenti.

Le considerazioni sono brevi, le pagine non del tutto riempite, i pensieri veloci: e questi lasciano nei lettori ben predisposti proficui fermenti.

La forma linguistico-espressiva è corretta e la lettura scorre agevolmente, facilitata dall’evidenza dei caratteri tipografici. Copertina, impaginazione e qualità della carta, ovviamente insieme col contenuto (la cui valutazione è la principale), rendono questo libretto pregevole sotto ogni punto di vista e consigliabile a tutti per la sua utilità, specialmente se posto sul proprio comodino per essere consultato ogni tanto.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, mag. 2015]


Eugenio Morelli, Il buio e la luce, http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/, pp. 90, € 6.50.

Il buio e la luce d’Eugenio Morelli

La silloge di poesie in italiano e in inglese intitolata Il buio e la luce (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/, pp. 90, € 6.50) è una nuova pubblicazione del medico-scrittore triestino Eugenio Morelli, prolifico autore d’opere in versi e in prosa.

Oltre che per l’elegante aspetto grafico-editoriale, quest’opera si segnala anzitutto per il perfetto taglio dei versi. In un momento letterario in cui solitamente tale taglio è fatto a casaccio, spesso senza senso e con congiunzioni lasciate in asso alla fine, il Morelli ha dato alla divisione dei versi un senso logico, facendo sì che si creino pause di riflessione e che in ogni caso vengano a risaltare in giusta posizione e cornice determinate parole e concetti. In pratica un verso ha un sintagma compiuto e il successivo un altro sintagma o la sua espansione. Sicché, anche quando il contenuto e la musicalità mostrino qualche cedimento, è la forma che eccelle, proprio per la politezza del verso, oltre che per la correttezza linguistico-espressiva, salvo qualche imperfezione di punteggiatura.

Diciamo pure che per arrivare a questo risultato l’autore s’è fatto le ossa grazie alla sua tenacia e tenendo in buon conto certi giudizi ricevuti.

Si veda la poesia intitolata “L’Italia” (p. 38), già esposta con appropriato disegno nella vetrina d’una libreria: “Favolosa penisola / come magico scarpone / circondato da verdi acque / al centro di un cielo sereno / illuminato da un sole amico. / Sei ora tormentata / da venti di follia, solitudine / e voglia di morire / […]”. In questa composizione, che merita una nota particolare per la sua significatività nell’attuale fase politica, dopo aver descritto le bellezze naturali della nostra terra, l’autore paventa la possibilità della dissoluzione dello Stato italiano sotto le spinte centrifughe e quindi deplora i tentativi di secessione attuati da parte d’alcuni che con grande leggerezza ignorano quante sofferenze e sacrifici di vite umane sia costata la sua libertà, unità e indipendenza, in una plurisecolare aspirazione, prodigiosamente realizzata e oggi a rischio; e invita l’Italia a rialzare la testa e a fornire alle nuove generazioni modelli di vita e di lotta.

Le poesie del Morelli riportano esperienze dell’attività medica, osservazioni, riflessioni, impegno sociale. Ad esempio, in “Senza via d’uscita” egli esprime lo sgomento di trovarsi nella monotonia della solita vita, che però alla fine si colora di speranza; in “Il popolo italiano” si scaglia contro gl’infingardi che si nascondono dietro una religiosità di facciata, stupidaggini televisive, emozioni pornografiche, malattie immaginarie e baruffe ch’egli goldonianamente definisce “chiozzotte”; in “Solitudine di un poeta” osserva il cercarsi dei poeti l’un l’altro, vagando da una solitudine all’altra: una solitudine che, come precisa subito dopo, è sempre dentro; e in “Dialogo con la felicità” chiude con una nota d’ottimismo, convinto che dopo essersi affannato alla ricerca della felicità e averne ricevuto trattamenti poco lusinghieri, continuerà a cercarla fino a trovarla.

È vero che nella sua foga l’autore, oltre che all’ironia, a volte ricorre alla volgarità, ma questo lo fa per rendere più credibile la sua passione; e comunque le due parolacce da lui qui usate (pp. 48 e 76) sono state adoperate anche dal divino Dante nel suo Inferno, rispettivamente in XVIII 116 (a cui si collega il successivo 131), XXI 139 e XXVIII 27.

In conclusione, questo libretto si legge con piacere e va consigliato a quanti amano la buona poesia, anche perché, avendo l’autore nella postfazione lamentato che oggi i libri di poesia non si leggono più (se non quelli di rinomati scrittori) e con tutto ciò se ne pubblicano a iosa, egli stesso, che ne ha già pubblicati parecchi, potrebbe decidersi a non pubblicarne più.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, lug.-dic. 2015]


Fabio Muccin, Tutti in classe!, Alba, Meduna di Livenza, 2014, pp. 184, € 14.

“Tutti in classe!” di Fabio Muccin

La carriera d’insegnante dell’autore in un romanzo autobiografico

Il libro di Fabio Muccin Tutti in classe! (Alba, Meduna di Livenza, 2014, pp. 184, € 14) è non soltanto una silloge di racconti, qualcuno dei quali premiato, ma anche un romanzo autobiografico in vari capitoli, nel quale si narra la genesi e lo svolgimento della carriera d’insegnante dell’autore. Egli, infatti, laureato in lettere classiche con una tesi in archeologia ed abilitato all’insegnamento nei corsi regionali, all’inizio è fissato nell’idea di voler fare il giornalista: e in parte ci riesce, ottenendo per un breve periodo di fare il corrispondente per un quotidiano locale; ma poi la scarsità del compenso, sbilanciato dalle considerevoli spese d’esercizio, e soprattutto lo stillicidio d’incitamenti tesi a fargli fare l’insegnante da parte d’un certo numero di parenti che esercitavano tale professione (madre, zie, cugine) lo induce a far domanda al provveditorato e ad intraprendere quella carriera per la quale poi si dimostra tagliato.

Questa ha inizio con l’ordine “Tutti in classe!” impartito agli alunni in attesa d’entrare e si sviluppa con una serie di diversi episodi: le prime supplenze, la nomina a tempo indeterminato e il tardivo innamoramento della professione; l’arrivo d’un’alunna nera, d’uno meridionale e d’una marocchina che pongono problemi d’accoglienza e integrazione; il grado di confidenza e simpatia presso gli alunni, i quali ad un certo punto si dichiarano gelosi e riescono a scoprire la data di nascita del docente per festeggiarne il compleanno; certi temi affrontati con loro, quali la difesa del territorio e l’eco-compatibilità/sostenibilità, la riservatezza personale, la sessualità, la parità giuridica fra uomo e donna, il razzismo, l’antisemitismo e la persecuzione nazifascista degli ebrei, la religiosità; l’abuso e il sequestro dei bianchetti cancellanti; l’ultimo giorno del triennio scolastico, gli scrutini e gli esami; qualche significativa lettera ricevuta dagli alunni; la promessa di scrivere un libro per loro, il quale poi è davvero scritto e presentato, con dediche autografe delle copie che vanno a ruba fra gli alunni.

Nel libro ci sono varie considerazioni e massime che subito appaiono importanti, fra cui: “La scuola… permetterà loro, un giorno, di essere cittadini consapevoli e responsabili, se noi insegnanti saremo capaci di svolgere il nostro ruolo” (p. 146); e a proposito della bocciatura: “È dura da accettare, tuttavia un alunno ha diritto anche alla bocciatura, non solo alla promozione, che seppure piacevole e rassicurante, non è sempre il percorso migliore per maturare” (p. 168).

E alla fine del tredicesimo anno d’insegnamento l’autore benedice la sia pur travagliata scelta dell’insegnamento, esaltando il quotidiano prodigio d’incontrarsi cogli alunni, di specchiarsi nei loro occhi e di vivere in essi e per essi, dichiarando d’essere gratificato, non riuscendo ad immaginare la sua vita senza alunni e concludendo che sono questi ad insegnare a lui.

A questo punto si comprende che il libro è rivolto anzitutto agli alunni e ai docenti: ai docenti giovani, ai quali dà preziosi suggerimenti, e a quelli vecchi, magari quelli che sono già in pensione e ora possono avere l’occasione di rievocare con nostalgia la loro professione d’un tempo, dalle prime ansie per l’attesa delle nomine al passaggio in ruolo e allo svolgimento della loro attività quotidiana sulle cattedre e fra i banchi, con le innumerevoli vicende ed emozioni che l’hanno costellata.

L’edizione del libro è economica e modesta, ma complessivamente decorosa. La forma espressiva, però, nonostante l’evidente attenzione, talora contiene refusi, sviste ed errori veri e propri di vario genere, fra cui: mancata differenziazione tipografica dei termini stranieri, punteggiatura non sempre precisa, tautologie (“non ne volevo saperne” p. 22), enfatiche locuzioni di moda (“così tanto” p. 54 e “talmente tanto” p. 87 ), improprietà (“mi intavolerei in un ginepraio” p. 104), contraddizioni (“Vorrei… ma non ne ho voglia” p. 119).

Carmelo Ciccia

[ “L’alba”, Motta S. Anastasia (CT), febbr. 2015]


Nicola Napolitano, Disegnare il tuo nome, Eva, Venafro, 2004, pagg. 124, s. p.

LE PROSE POETICHE DI NICOLA NAPOLITANO

Nel numero di genn. 1973 della rivista romana “La sonda” lessi la bellissima prosa poetica intitolata “Nel cavo della mano”, preceduta nel numero d’ott. 1972 dalla lirica “Stanno a guardare”: d’entrambe era autore Nicola Napolitano (Casale di Carinola 1914 - Formia 2003), uno dei più significativi scrittori del nostro tempo, autore poi di numerose altre opere apprezzate e tradotte anche all’estero. Lo stile di questa prosa oscillava fra il decadentismo (D’Annunzio in particolare, come si vede dal titolo e da certe espressioni) e il crepuscolarismo, mentre la lirica richiamava poeti quali A. S. Novaro, D. Valeri e C. Pavese. La mia ammirazione mi spinse ad inviare, tramite il direttore della rivista, i miei complimenti all’autore, che ne rimase grato. Poi, cessata la pubblicazione di quella prestigiosa rivista, alla quale mi onoro di aver collaborato quasi in ogni numero, ogni tanto leggevo qualche sua prosa poetica o lirica in qualche altra rivista, non perdendolo quindi di vista. Ora, a distanza di più di 30 anni, ritrovo quelle prose poetiche — se non proprio le stesse, almeno il loro stile, fondato essenzialmente su un vibrante lirismo — nel volume Disegnare il tuo nome, che il figlio Giuseppe, altro benemerito della cultura, ha fatto pubblicare con l’inserimento in apertura d’una sua “giustificazione”, un’introduzione di Pasquale Maffeo e una nota di Renzo Ricchi (Eva, Venafro, 2004, pagg. 124, s. p.).

Prose poetiche, dunque, o poesie in prosa possono essere definite queste composizioni che — scoperte postume dallo stesso figlio — nella loro tessitura tratteggiano una vicenda ambientata al tempo della seconda guerra mondiale, quando l’autore era militare in provincia di Pavia; cosa per la quale esse potrebbero anche rientrare nella definizione di romanzo poetico. Ed è il lirismo che caratterizza il loro svolgersi, pagina per pagina.

Il lettore attento nota subito che oggi non si scrivono se non raramente prose come queste: belle, corrette, scorrevoli, piene di calore, tanto che potrebbero essere proposte come modelli di lingua italiana nelle scuole. Il sentimento espresso, però, non è mai di maniera, melenso e sdolcinato, ma forte e appassionato, corroborato spesso da intense osservazioni ed efficaci descrizioni paesaggistiche. La trama che si delinea nella narrazione è talmente delicata da sembrare irreale: eppure il curatore testimonia che essa è verosimile, anche se non totalmente vera. Certo, qui c’è un incontro d’amore impossibile, ma questo non si risolve nel solito “già visto”, perché la vicenda ha il crisma dell’originalità, almeno per come è presentata: tanto che in certi passaggi, quando la protagonista Mina (nome di fantasia d’una donna sempre detta sorella, anche se appartenente ad una fratellanza non familiare ma umana) assume i caratteri della Beatrice dantesca, l’intera narrazione viene a configurarsi come una visione dantesca per quell’eccesso di fantasticheria che la permea e che a volte sconfina in forme di delirio, pur conservando l’impronta della lucidità. Eppure, attraverso quel fantasticare l’autore ci apre il suo animo e da esso traspaiono sincerità e devozione, delicatezza e ansietà, preoccupazione per il futuro, che riguarda non solo la vicenda amorosa ma tutta la vita, sua e degli altri uomini. Perciò si può affermare che l’opera non tende a far piangere o compiangere, ma a far riflettere, grazie anche alle molte considerazioni, massime e sentenze di cui è punteggiata e che ad ogni modo non appesantiscono mai il lavoro, essendo espresse con modestia e umiltà.

Un discorso a parte va fatto per l’appendice di “Pensieri inutili” (una dozzina di pagine) che il curatore dice essere state scritte una quarantina d’anni dopo quelle relative alla vicenda dell’amore impossibile. Anzitutto dal punto di vista grafico editoriale è strano constatare che i refusi del libro si sono concentrati tutti in questa appendice. Ma c’è altro da rilevare. Qui il Napolitano appare scrittore quasi diverso, non più pacato come prima, ma più vigoroso, intento all’ironia e alla polemica, anche se fondamentalmente egli si ricollega a certi motivi conduttori della precedente narrazione, quali il pessimismo e il fatalismo. Esperto della vita, della quale ora traccia un bilancio (nascita, educazione, studi, guerra per la quale esprime un chiaro biasimo, prigionia, professione di preside, viaggi all’estero, ecc.), non solo attacca con veemenza dogmi, pregiudizi, formalismi, corruzioni e strapoteri vari, ma disserta su meccanismi genetici e fisiologici, che dimostra di conoscere ampiamente e scientificamente, per concludere con un laconico e amaro commiato: “Ti salutano i resti di un agglomerato di cellule che la gente chiamava Nicola Napolitano”.

E questa ferale ma realistica conclusione, leopardianamente scritta nell’“appressamento della morte”, sublima il rigoroso profilo umano, oltre che professionale e artistico, d’un considerevole personaggio del nostro tempo.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2005]


Immacolata Nespoli, Arte e Storia in Benedetto Croce, Centro Studi “Eugenio Frate”, Rionero Sannitico, 2002, pagg. 142, s. p.

A volte da alcuni è stato sostenuto che nulla o scarsa sarebbe stata, nei secoli, la quantità di donne che si sono dedicate allo studio e alla pratica della filosofia: e ciò per dimostrare una presunta negazione delle donne al raziocinio. Tale affermazione però è apparsa speciosa: e non soltanto ora, in un momento in cui si professa la parità fra uomini e donne, ma in tutti i tempi; basti pensare che nell’elenco o catalogo dei pitagorici distinti per città, composto dal neoplatonico siriano Giàmblico (sec. IV-III d. C.) e comprendente 235 nominativi, 218 sono maschi e 17 sono femmine: una cifra considerevole, quest’ultima, data l’epoca.

Immacolata Nespoli, laureata in sociologia e in filosofia, è una di tali donne: oltre a questo, ha pubblicato altri saggi. Già collabora con l’università di Cassino quale cultrice di propedeutica filosofica e di filosofia della storia e presto certamente salirà su una sua cattedra accademica. Infatti con questa pubblicazione lei penetra e si muove egregiamente nelle alte sfere del pensiero, dove per molti non è facile né penetrare né muoversi.

Trattare d’arte e storia in Benedetto Croce significa non semplicemente illustrare il rapporto tra queste due attività, ma praticamente trattare di tutto Croce, un pozzo di scienza con implicazioni a larghissimo raggio nello spazio e nel tempo, sussumendo la problematica particolare al più vasto quadro del pensiero crociano in generale. Così si va dalla didattica degli opposti alla teoria dei distinti, per soffermarsi sulla sintesi a priori estetica, su arte e linguaggio, sull’arte come totalità e liricità allo stesso tempo. Successivamente si va dalla critica della storiografia positivistica alla prima formulazione del concetto di storia; e si tratta di vita e pensiero nel giudizio storico, di soggettività e oggettività nella conoscenza storica, per concludere con il giudizio storico e la positività della storia.

Naturalmente questi sono solo assaggi degli argomenti sviluppati nel libro: leggendo il quale si viene a conoscenza di pensieri crociani che hanno la sublimità delle massime, come — ad esempio — “un sentimento gagliardo, che si è fatto tutta rappresentazione nitidissima; [...] un’aspirazione chiusa nel giro di una rappresentazione, ecco l’arte” o “non vi è libro di storia in cui non appaiono passioni e i sentimenti individuali del narratore”. E così si passa ad altri concetti elevati, come storia e storicismo, filosofia e filosofia della storia, sentimento e Spirito, spostando l’interesse dall’aspetto strettamente speculativo a quello morale.

La Nespoli non si limita a presentare delle tesi, ma le raffronta e reinterpreta, sulla scorta d’un’ampia preparazione di base, che attinge alla storia della filosofia antica, moderna e contemporanea, nonché al corredo bibliografico in suo possesso, particolarmente ferrato nel campo dei seguaci ed interpreti della dottrina crociana (vedere la nutrita bibliografia a pie’ di pagina e alla fine del libro); e nel far ciò contribuisce a gettare un ulteriore fascio di luce su un personaggio della cui grandezza tuttora non si dubita e non ci si stanca di parlare, scoprendo sempre insospettate pieghe di sapere.

Diciamo pure che attraverso le righe traspare il grande amore che lei nutre per quest’autore, il quale diventa per lei — come direbbe Dante — “lo mio maestro e lo mio autore”, quello su cui probabilmente lei fonderà lo svolgimento della sua carriera.

Alla riuscita del libro, che ha insieme il rigore scientifico e la chiarezza comunicativa, contribuiscono infine i mezzi espressivi (formali e contenutistici) della Nespoli perfettamente adeguati all’assunto, e le qualità tipografico-editoriali che ne favoriscono al massimo la fruizione.

Carmelo Ciccia

[“Percorsi d’oggi”, Torino, mag.-giu. 2003]

Pietro Nigro, Astronavi dell’anima, Helicon, Arezzo, 2003, pp. 48, € 10.

Pietro Nigro, già docente d’inglese a Noto (SR), ha alle spalle una lunga attività di poeta ed intellettuale: ha pubblicato parecchie sillogi poetiche, ottenendo notevoli riconoscimenti, e recentemente ha dato alle stampe anche drammi e altri suoi scritti giovanili, nonché un’importante monografia su Paul Valéry. Di lui ha trattato Fulvio Castellani, che nel relativo libro riporta i giudizi di molti critici e recensori, oltre che immagini della vita culturale del Nigro. Significativi sono poi i saggi sullo stesso Nigro inseriti in due volumi dell’editore milanese Miano.

Il suo elegante volumetto Astronavi dell’anima, assolutamente privo di refusi e sviste varie (l’unico rilievo negativo è che le parole latine o straniere non sono stampate in corsivo), gratifica il lettore anzitutto con una tecnica suadente e accattivante, sottesa da una serpeggiante musicalità; e, anche quando il dettato non sia perfettamente chiaro e comprensibile a tutti, è la melodia che attira e accarezza, lasciando al lettore una sua possibile interpretazione e quindi coinvolgendolo nella creazione artistica.

In tutta la silloge poetica l’autore esprime una sua grande ansia d’assoluto e d’infinito: e per lui i pensieri a ciò tesi altro non sono che astronavi lanciate al di là d’ogni confine visibile o semplicemente immaginabile. Così egli ritorna al leopardiano rapporto tempo-eternità, in cerca di conoscenza e verità, dato che “verità è luce che spande la sua potenza / [...] / Verità è questo andare avanti / estrema ricerca dell’eterna parola, / mistero che si fa vita.” (pp. 17-18); e spesso parla d’un “dio” (con iniziale minuscola, che soltanto a p. 20 diventa maiuscola) e qualche volta di “dii” (p. 37) con cui deve confrontarsi. E invita a superare la temporalità mediante la “memoria di momenti presenti”, arrivando con la frase “Cogli l’attimo” a riproporre l’oraziano carpe diem e a riporlo in un angolo dell’anima, per poi utilizzarlo a proprio vantaggio nella notte della malinconia.

Vi sono nella silloge — oltre a rime interne — varie anafore, che a volte sembrerebbero inutili e stancanti, ma che in realtà esternano la sua ansia: leggendo quel ripetuto ora della composizione “Ora che la luce del sole”, ci s’accorge che l’affanno delle ripetizioni, quasi ossessive, si scioglie nella parte finale, quando il respiro s’apre all’infinito. Qui l’ansietà prodotta dalle anafore cede alla tranquilla contemplazione della conquistata “eterna luce verso quel mondo / che non conosce confini di morte” (p. 16) e che potrebb’essere “un mondo dove i sogni s’acquietano” (p. 21).

La composizione “Parte del cielo” (p. 22) è formata d’un solo periodo e quasi come in un idillio coglie aspetti del paesaggio e dell’animo, permeandoli d’una corrente musicale. L’autore poi manifesta la sua nausea per certi spettacoli televisivi, pieni di dibattiti fatui, vanitosi e fraudolenti, notando come negli studi ci sia uno “zoo umano” fatto di bestie obbedienti agli ordini del conduttore; deplora l’uso della droga da parte dei giovani e condanna la politica “somma promessa” ma fatta “cloaca”, respingendo la “malefica pianta / di un potere perverso / [...] / dove primeggiare a costo degli altri / fa l’uomo inutile” (p. 33). Ma presto egli si rasserena, grazie ai lati positivi della vita, fra cui c’è il riflesso della nativa Sicilia “arsa di sole, / dal sapore di lava / e passioni mai sopite assolate di giallo / della sabbia del Sud” (p. 38).

Le ultime otto composizioni rievocano “brevi grandi storie d’amore” (p. 40) vissute a Parigi. Ciò dà l’occasione all’autore di richiamare, in un nostalgico abbraccio, vari luoghi di quella città: Pichet du Tertre, Montmartre, Bois de Boulogne, Boulevard Saint-Michel, Trianon, Etoile, Sacré-Coeur, Quartier latino, Cluny, Saint-Germain, Luxembourg...

Quanto sopra può dare un’idea, seppur approssimativa, del qualità della poesia di Pietro Nigro, da circa mezzo secolo in vista fra gli scrittori contemporanei.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 2/2010]


MARIO ANTON OREFICE, La storia della botte / Garbellotto dal 1775, Unione Italiana Vini, Milano, 2011, pagg. 118, € 15.

Nessuno avrebbe immaginato che una storia della botte potesse comportare tanti riferimenti letterari: è il caso del libro La storia della botte / Garbellotto dal 1775 scritto dal giornalista e scrittore Mario Anton Orefice. L’opera, che fa parte d’una trilogia di pregevoli volumi illustrativi dell’azienda, intende esaltare l’industria Garbellotto di Conegliano (TV), facente capo ad una dinastia di bottai che dal 1775 — quindi da quasi due secoli e mezzo e con otto generazioni in mezzo — produce botti (talora di dimensioni gigantesche), barili e tini, esportati in tutto il mondo: e non per nulla in apertura essa si fregia della prefazione di Luca Zaia, allora ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali e ora presidente della Regione del Veneto.

In quest’esaltazione un posto di riguardo ha il comm. Pietro Garbellotto (1923-2011), padre degli attuali titolari dell’azienda soprannominato “il re delle botti”, il quale, con la sua perspicacia e competenza in materia di qualità dei legnami, preferibilmente prelevati in Slavonia (tanto che egli aveva fatto istituire un’università del legno a Vittorio Veneto), con il suo attivismo pioneristico (qualche notte per mancanza d’alloggi dormiva in automobile nel cuore delle foreste), con la sua passione per la cultura (era amico di noti scrittori, fondatore e sostenitore di premi letterari e di circoli culturali, insignito del titolo d’ambasciatore della cultura e del territorio), aveva numerose relazioni internazionali e quindi era un personaggio di rilievo nei campi dell’industria e della cultura.

In effetti una storia della botte non sarebbe stata completa senza un panorama della presenza di questo contenitore e del suo contenuto nella letteratura. Perciò — mentre ricordiamo mitici episodi legati alla botte e al vino come quelli di Bacco e baccanti, Diogene, Attilio Regolo, Noè, nozze di Cana, ecc. — vediamo sfilare una serie di letterati e opere straniere e italiane, di cui l’autore riporta certi brani: Mauro Corona con Le voci del bosco (1998), Jonathan Swift con La favola della botte – scritta per l’universale progresso dell’umanità (1704), Giovanni Battista Gelli con I capricci del vinaio (1548), Ernst Theodor Hoffman con Mastro Martino bottaio (1812), Andreevič Krylov con Due botti (1768-1844), Hermann Melville con Moby Dick (1851), Alessandro Manzoni con I promessi sposi (1827), Giovanni Boccaccio con il Decamerone (1313-1375), Apuleio, Metamorfosi (sec. II a. C.), Giacomo Leopardi con un commento ad un verso di Saffo (1798-1837), Miguel de Cervantes col Don Chisciotte (1605), François Rabelais con Gargantua e Pantagruel (1483-1553), Massimo d’Azeglio con I miei ricordi (1798-1866), Gabriele D’Annunzio con Francesca da Rimini (1914), Giovanni Pascoli con Il vecchio castagno dei Primi poemetti (1907), Fratelli Grimm con le fiabe I dodici fratelli e I tre ometti nel bosco (1785-1863), Riccardo Arrigono con la fiaba Le botti e la luna (?), Edgar Lee Master con Griffy il bottaio nell’Antologia di Spoon River (1914-1915). Ma l’elenco potrebbe continuare ancora.

E così — soltanto per fare qualche esempio — abbiamo l’opportunità di rievocare il Giusto bottaio gelliano, la gran botte di Heidelberg melvilliana, la botte vecchia e mal cerchiata a cui è paragonata la Perpetua manzoniana, la botte dentro cui la boccaccesca Peronella fa entrare il marito per poter lei fare l’amore con l’amante Giannello, ecc.

La rassegna di letterati e opere finisce con tanti modi di dire collegati alla botte e al vino. Tuttavia, ad onor del vero bisogna dire che essa avrebbe dovuto comprendere anche il sommo poeta Dante Alighieri, che in Inf. XXVIII 22-24, descrivendo la bolgia IX dell’ottavo cerchio destinata ai seminatori di discordie mutilati da un diavolo, paragona un dannato ad una botte malconcia e scrive: “Già veggia, per mezzul perdere o lulla, / com’io vidi un, così non si pertugia”; cioè: “Già una botte, per aver perso la doga mediana del fondo o quella estrema del fondo stesso, non è squarciata come lo era un dannato ch’io vidi”. Ma la presenza di vocaboli inconsueti può aver fatto sfuggire il passo.

Il libro, in cui non manca la citazione d’artisti figurativi che hanno illustrato questo tema, si conclude con alcune dichiarazioni d’anziani dipendenti dell’azienda, fra cui il capufficio Mario Salvador, e dei tre fratelli Garbellotto, attuali titolari dell’azienda: Piero, Piergregorio e Pieremilio. Esso poi contiene numerose fotografie d’epoca, che ritraggono stabilimenti, locali, personaggi della dinastia, materiali, macchinari e fasi di lavorazione, maestranze, uomini politici, un tariffario della Repubblica Veneta del 1755, ecc.; e in chiusura c’è un utile glossario del bottaio.

Nonostante l’ovvia presenza d’elementi tecnici, il testo scorre con piacevole leggerezza, come se fosse un racconto: e questo è merito del raffinato stile di Mario Anton Orefice, il quale ha saputo imprimere ad esso un andamento da favola, scrivendo in forma chiara, scorrevole e corretta (pur con qualche rara svista). E anche la presentazione grafica del prodotto editoriale attira il lettore per la sua eleganza, impostazione ed impaginazione.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2019]


Franco Orlandini, Negli anni, Clua, Ancona, 2007, pp. 146, s. p.

Di questa corposa silloge poetica, che reca anche due liriche per pagina, colpiscono a prima vista l’elegante impaginazione, la frequente classicità della forma, l’assoluta correttezza espressiva e la quasi totale assenza di refusi: tanto che si resta sbalorditi nel notare l’incostanza le agili/l’agili (p. 95) e lo sbaglio fresci (p. 99). Ma tutto ciò non basterebbe a far qualificare come eccellente questo lavoro: c’è la rivalutazione di metri tradizionali, quali l’endecasillabo, che, in unione con il taglio dei versi e la scelta e collocazione dei vocaboli, imprime alle composizioni un’onda musicale, costituendo un ritrovato lirico che accompagna la lettura, rendendola gradevole, perché accarezza l’orecchio e rasserena l’animo.

Franco Orlandini ha scelto per questo libro il meglio della sua produzione in versi d’un arco di tempo di circa mezzo secolo, e l’ha distinta in quattro parti: “Verso il mare”, “Solitudine”, “Sulle colline” e “Negli anni”. È evidente che, essendo vari i periodi della stesura, vari sono i temi e gli esiti dei componimenti.

Nella prima parte l’autore non soltanto osserva e descrive quanto si trova al mare o con esso ha attinenza — acqua, vento, imbarcazioni e loro componenti, spiaggia, costa, roccia, sole, luci, suoni, colori, stelle, uccelli, bagnanti, ecc. — ma riporta una serie d’emozioni suscitate dallo spettacolo del mare stesso, che di fatto si sostanziano in una voglia d’infinito, alla ricerca di “lontananze mitiche che attraggono”, anche se “Non passa più la nave d’Argo, gonfia / la gran vela di vento / e di canti d’Orfeo spirituali, d’unanime ardimento.” (p. 12); e al crepuscolo coglie “un barlume lontano, voli liberi” (p. 31). Ma lui insegue un “porto senza venti / [...] / verso un’estensione / indistinta” (p. 34), invita ad ascoltare il mare, perché da esso sembra venire la voce d’innumerevoli creature di lontani evi, e confessa ad un viandante che “dentro il vapore saturo che volge / non sono che figura vanescente” (p. 38).

Nella seconda parte la scena si sposta sulle colline, ma non cambiano né lo spirito d’osservazione e descrizione né l’attitudine alla riflessione. Tornano vapori e viandante, il quale ha “sbiadite visioni / di quell’essenza che di là si cela” (p. 46), e guarda montaliani cocci di vetro tagliente sui muri. Il poeta si diletta nell’uso d’allitterazioni (fumana, fumoso, fumea) e domanda alla Morte se nell’aldilà cadrà il velame del mistero, dato che qui davanti ad esso “s’arresta / ogni nostra domanda / di verità supreme” (p. 49).

Nella terza parte domina la solitudine, che è la miglior condizione per osservare sé stessi e rivolgersi al trascendente con pensieri mirati e ricorrenti. Il poeta viaggia in collina tra farfalle, meriggio e ora ardente; sente il fascino di certi paesucci con le loro viuzze, dove i passi hanno un suono diverso che in città, e può ammirare la torre contornata da volatili, la fragranza del pane infornato e il familiare dialogo sulla soglia, mentre a sera la piazza s’anima e sopra vi sta “trasognata / [...] / la preziosa stella (p. 73): come nel palazzeschiano “Rio Bo”. Nella sosta, al viandante dei colli un ospite premuroso “dal volto arguto” porge del vino; e si chiacchiera amichevolmente, finché giunge la sera con “il suo fruscio arcano” (p. 78). E, vedendo abbattere un uccello, il poeta conclude: “Imprime più ferite su di noi / il transito terreno...” (p. 83).

Nella quarta parte l’andamento è vario e più che altro narrativo, con un certo calo dell’afflato lirico. Qui, oltre ai soliti paesaggi e pensieri, trovano posto le memorie della madre e del padre, i bombardamenti aerei, lo sbarco sulla luna, l’inquinamento ambientale, il sottosviluppo dell’Africa, lo sterminio degli ebrei, i sentimenti religiosi. Il poeta sottolinea che “Rimane il raccattare / lisi brandelli d’utopie perdute; / il dispiegarle a un’ironica brezza” (p. 99) e nella sua amarezza conclude che il grido di Cristo sulla croce è quello della straziata umanità lungo i millenni: “vero emblema della storia” (p. 135).

La bellezza di questa silloge è tale che diventa difficile citare soltanto qualche verso, essendo opportuno che essa si legga e rilegga più volte, per averne spunti di riflessione e un rinascente godimento estetico e spirituale.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2010]


Mariateresa Pagano, Col seno di poi ,Edizioni del Leone, Spinea, 2009, pp. 104, € 10,00.

Brillante esordio della narratrice Mariateresa Pagano

Leggendo il titolo del romanzo di Mariateresa Pagano Col seno di poi (Edizioni del Leone, Spinea, 2009, pp. 104, € 10,00), il quale per strana ma estranea coincidenza richiama quello di un film pornografico degli anni 2004/06, vietato ai minori di 18 anni, alcuni facilmente supporranno che ci sia un errore di stampa e penseranno al noto proverbio “Col senno di poi”. Invece non c’è alcun errore: il titolo è esatto, anche se nel corso del romanzo appaiono riferimenti allo stesso proverbio. Infatti la protagonista, che s’è rifatta il seno con un’operazione di mastoplastica perché prima non si piaceva com’era, considerando col senno di poi tutte le conseguenze sopraggiunte (fastidio per i due “pesi” materiali e psicologici, depressione, disturbi gastrici e d’altra natura, ricovero ospedaliero, ecc.), verso la fine del libro arriva a riconoscere che quella è stata “L’operazione più inutile del mondo!” (p. 91).

La vicenda del romanzo, narrata in prima persona, si snoda fra paure, angosce, dubbi, aspirazioni, speranze... Il ricovero ospedaliero, durante il quale emergono anche i freddi rapporti fra la protagonista Marinella — una gallerista d’arte — e i suoi genitori separati, è tuttavia occasione di frequenti riflessioni, che costituiscono una specie di percorso cognitivo entro sé stessa (auto-psicoanalitico), alla ricerca non soltanto dell’essenza della bellezza, ma anche del senso della vita e dei vari modi di subirla o viverla.

Durante quel ricovero un calcolatore elettronico fortunosamente giunto sul suo letto le permette di navigare nel mondo telematico e di stabilire contatti con uomini, uno dei quali l’aiuta a venir fuori dalla sua crisi. Ma è una suora-medica che offre alla paziente una lezione d’ottimismo con le sue riflessioni e massime, ben accolte dalla stessa Marinella, la quale d’acchito aveva provato un senso di ripulsa a causa non soltanto dello stato e della stazza di colei (“sagoma vestita da aliscafo”, “iena”, “specie di gabibbo bianco”), ma anche d’un innato disprezzo per chi sceglie la castità (che, secondo la protagonista, può invece essere subìta e non scelta, stante l’esaltazione fornita dalla passione erotica, di cui lei tesse l’elogio). Marinella dopo la conversazione non vorrebbe che quella suora — adesso vista come un angelo inviato dal cielo — se n’andasse più, tanto che la definisce “meravigliosa” perché ha provocato in lei “un terremoto esistenziale”. E parafrasando il titolo d’un famoso film la protagonista si chiede: “C’è qualcuno lassù che mi ama?”.

Una simile lezione d’ottimismo è offerta alla protagonista da un’ignota paziente, incontrata per caso: Gioia (di nome e di fatto), ignorando i suoi malanni, infonde a Marinella l’energia necessaria ad affrontare la vita con gioia, così come viene. È un altro angelo? Non si sa. Quello che si viene a sapere è che, appena dimessa dall’ospedale e andata a vivere da sola in un appartamento preso in affitto dal padre, Marinella va verso la vita con altro spirito; e, se pur incontra quel compagno d’infanzia che avrebbe potuto essere la sua anima gemella e smania per potere avere l’amore di lui — dato che per lei l’amore è una frenesia, una bramosia, una fame biologica, un mangiarsi a vicenda (pp. 69 e 89), come insegnava Gino Raya nei suoi trattati La fame (1961) e L’amore come antropofagia (1965) — alla fine dell’incontro non si deprime, non si dispera, non s’uccide, perché finalmente ha avuto l’illuminazione necessaria a capire il valore della vita e a viverla così come viene.

E, dopo aver detto a sé stessa per tre volte consecutive e con piena convinzione che “La vita è bella!”, dieci anni dopo il ricovero ospedaliero, quando ormai ha 39 anni, scrivendo l’”Epilogo (o prologo?!)”, che nella sua intitolazione ricorda l’“Epiprologo” del romanzo Tommaso e il fotografo cieco di Gesualdo Bufalino (1996), la protagonista (che qui sembra identificarsi con l’autrice e si dichiara “una testa un po’ matta e confusa”) impara a guardare fiduciosa al domani, ad ammirare il creato con occhi di bambina e a sbalordirsi per i miracoli della natura, fra cui ci sono anche la neve apportatrice di pace e la sua personale esistenza, riconoscendo alla fine che il corpo va accettato com’è e che la vita, comunque sia, è una meravigliosa avventura. E se prima “teneva il muso” a quel Dio che tanti anni fa aveva pregato (p. 33) e poi addirittura rifiutato, scrivendone il nome con iniziale minuscola (p. 25), ora non soltanto s’affida a lui, sia pure senza nominarlo, ma lo ringrazia, confessando candidamente: “ho ringraziato la sera a mani giunte qualcuno o qualcosa, non so dire, sopra di me, oltre il soffitto di casa mia”; e, pur senza essere diventata una baciapile, bacia il destino e abbraccia la sua volontà (p. 100).

A questo punto molti lettori, condizionati dall’io narrante, certamente si chiederanno se questo romanzo sia autobiografico. Probabilmente questa domanda è aleatoria, perché potrebbe sminuire l’arte della scrittrice. Ma è chiaro che per produrre un testo così avvincente — lucidamente ideato e armonicamente sviluppato — bisogna che, pur nella commistione di realtà e fantasia, certe tensioni, passioni, delusioni, attese e speranze siano state vissute veramente da chi le descrive.

Il testo è intriso di termini stranieri, particolarmente attinti dal linguaggio informatico e a volte ibridati con desinenze italiane, non messi né fra virgolette né in corsivo, e non sempre comprensibili per alcuni lettori. Inoltre l’uso delle virgolette stesse è ridotto anche in certi discorsi, la punteggiatura scarseggia specialmente nei vocativi e non mancano le parolacce, ancorché scritte parzialmente. Eppure esso risulta piano, scorrevole e d’una linearità impressionante. La Pagano ha voluto esprimersi col linguaggio della tecnologia e dei giovani, facendo un’opera consona al modo di sentire e d’esprimersi della gioventù d’oggi, che s’esprime proprio così. Perciò il suo è un romanzo realistico del nostro tempo, in cui però c’è anche una parte romantica, intimistica e riflessiva. Intere pagine espongono delle riflessioni, e l’autrice ha escogitato un sistema per evidenziarle: quel corsivo che non ha usato altrove lo usa per le sue riflessioni, quando esprime la parte più recondita del suo essere e del suo pensare, alternando così il carattere normale al corsivo.

Ne nasce un’opera letteraria variegata ma d’elevato tenore artistico, che quando si è finita di leggere si vuol ricominciare, anche per fissarne gli aforismi che la costellano e che potrebbero costituire un massimario: “la bellezza di una donna è... la sua luce! È la sua gioia, è il suo equilibrio, è l’armonia, cose che nessuna crema procura” (p. 14); “Chanel diceva che la bellezza serve alle donne per essere amate dagli uomini e la stupidità per amarli” (p. 18); “il dolore ci porta alle stelle. Mai una volta che per qualcosa di bello non ci sia una tassa da pagare!”(p. 21); la gioia è come “un ospite che ti entra in casa e accende le luci!” (p. 57); “Ogni parola che dici cambia il mondo” (p. 66); “il ballo è la manifestazione verticale di un desiderio orizzontale!!!” (p. 68); “Non esistono errori, diceva Foscolo, ma solo opportunità per capire le cose” (p. 71); “L’anima gemella è qualcosa di primordiale, è un concetto legato alla carne; è esattamente la metà del tuo cuore che il destino si è preso e ha gettato nel mondo nei panni di un uomo” (p. 84); “La bellezza è proprio una questione psicologica!” (p. 92), “Vivere è agli antipodi dell’interrogarsi. Vivere è prendere atto di ciò che accade. Vivere non è il luogo dei ragionamenti ma degli istinti... [...] Se devi fare una scelta e non la fai, quella è una scelta. [...] Shakespeare: Anche se falsa, una speranza è sempre bella” (p. 98); “comunque uno viva e chiunque sia, esserci è realmente un’inconcepibile... bellissima magia” (p.102).

Nella sua ricerca della bellezza e del conseguente benessere, praticamente in quest’opera l’autrice affronta e cerca di risolvere una serie di dicotomie: forma-contenuto, esteriore-interiore, materia-spirito. E lancia dei messaggi positivi, per la cui valenza merita un sincero apprezzamento.

È vero che nel libro ci sono refusi e sviste varie, ma ciononostante esso è assai pregevole, perché sapido, ironico, brioso, spiritoso e spigliato: indubbiamente porta una ventata di freschezza e soprattutto fa pensare. Anzi si può affermare che esso sia stato scritto principalmente per far pensare l’autrice stessa e i lettori. Si potrebbe definirlo un capolavoro, se non si temesse di cadere nell’iperbole. Ma ci si può lecitamente meravigliare del fatto che la Pagano, ancora al suo esordio, abbia raggiunto risultati tali che potrebbero procurarle qualcuno dei rinomati premi nazionali.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, lug. 2009]


Guido Pagliarino, La vita eterna / Saggio sull’immortalità tra Dio e l’uomo, Prospettiva, Civitavecchia, 2003, pagg. 129, euro 10.

Il proprio destino dopo la morte è stato sempre l’assillo degli uomini di tutti i tempi, almeno di quelli che hanno coscienza e sensibilità. Se a ciò s’aggiunga la definizione della Divinità, della/e sua/e persona/e, dei luoghi o stati di premio e castigo, degli obblighi del credente e d’altri aspetti della fede, allora ci si rende conto degl’interminabili dibattiti di saggi, teologi, teosofi, sinodi e concili, i quali, interpretando, definendo e proclamando, hanno per millenni costruito dottrine e apparati, spesso arrogandosi l’esclusività dell’interpretazione e della decisione, con conseguenze ben note.

Contemporaneamente nella gente comune s’è sviluppato — e dura tuttora — il bisogno d’aggiornarsi ed erudirsi sempre di più in una materia particolarmente delicata come la religione, sulla quale proliferano le pubblicazioni. E Guido Pagliarino, noto scrittore e critico, laureato in economia e commercio ma da sempre interessato alla teologia, col libro La vita eterna / Saggio sull’immortalità tra Dio e l’uomo ci offre l’occasione per un’utile riflessione, servendosi di parole suadenti, che, non provenendo da un’autorità e non implicando l’obbligo di credere pena la scomunica, risultano più accessibili e gradite.

Sia ben chiaro che nel far questo, sebbene si presenti come un fratello che parla a fratelli per il bene comune, il Pagliarino è non l’uomo della strada, bensì un credente dotato — oltre che di grande passione — d’una vasta preparazione storica, biblica e letteraria che lo abilita a porsi come ermeneuta, esegeta, teologo.

Sebbene egli dichiari espressamente d’esprimere libere opinioni nel campo dell’ortodossia cattolica, cioè senza mettere in discussione i dogmi, l’autore si muove in un terreno minato e sul filo del rasoio; e, se il suo libro fosse uscito alcuni secoli fa, qualche zelante cattolico lo avrebbe mandato davanti ad un tribunale ecclesiastico, che forse non gli avrebbe risparmiato qualcuna delle tristi misure restrittive che allora facilmente si propinavano e per le quali la Chiesa, sia pure molto tardivamente, ora ha chiesto perdono: inquisizione, carcerazione, tortura, rogo o altro patibolo, assurdamente inflitto in nome di Cristo che invece aveva predicato la comprensione, il perdono e l’amore.

In ogni caso il Pagliarino rivendica il diritto del popolo di Dio d’essere coinvolto nelle scelte, cioè di concorrere al dibattito teologico, liturgico e normativo, non solo senza essere punito come nei secoli bui, ma nemmeno senza essere tenuto in disparte dai suoi pastori come un gregge di pecore matte, perché — come scrisse il salmista — “Nos autem populus eius et oves pascuae eius”, cioè “Noi in verità siamo il suo popolo e le pecore del suo pascolo”: salmo 95 (94). Ad esempio, si pensi allo stravolgimento postconciliare con conseguente banalizzazione della liturgia fatto addirittura forzando e scavalcando i decreti del concilio Vaticano II, senza nemmeno interpellare i fedeli; e, sebbene il giudizio d’eresia competa alla Chiesa, alcuni hanno ritenuto eretica la nuova messa, perché — fra l’altro — il concilio di Trento (cost. “De S. Missae sacrificio” del 1562) aveva lanciato la scomunica contro chi dicesse che la messa potesse essere celebrata soltanto in lingua nazionale e contro chi dicesse che il canone potesse essere recitato a voce alta come oggi si fa, anziché sottovoce com’era obbligatorio; e a sua volta il concilio Vaticano II (cost. “De sacra liturgia - Sacrosanctum Concilium” del 1963) aveva stabilito che l’uso della lingua latina avrebbe dovuto essere conservato nei riti, pur concedendo un adeguato spazio alle lingue nazionali nelle parti riservate ai fedeli; inoltre attualmente nella consacrazione del vino si proclama che il sangue di Cristo è stato sparso “per tutti”, mentre il Vangelo afferma che Cristo ha detto “per molti”, tanto che il catechismo inviato ai parroci in seguito al Concilio di Trento dichiarava inammissibile la dizione “per tutti”.

Ora il Pagliarino avanza nuove ipotesi su natura, essenza e qualità di: Dio, Trinità, angeli, diavoli, corpo, anima/o, limbo, inferno, purgatorio, paradiso, peccato originale, resurrezione di Cristo e degli altri defunti.

Solo per fare qualche esempio, per lui l’angelo può essere non di natura spirituale, ma un’ispirazione proveniente direttamente da Dio (come nel caso dell’Annunciazione) o un essere umano recante un messaggio divino di bene o una personificazione del bene o, nel caso dell’angelo custode, Cristo stesso. Inoltre, sulla scorta del concilio Vaticano II l’autore ritiene inesistente il limbo (con buona pace di Dante, che ne aveva fatto un cerchio del suo Inferno, pur arrovellandosi sul perché un giusto non battezzato non potesse andare in paradiso); infine colloca il purgatorio totalmente o parzialmente durante la vita terrena e ipotizza come spirituale il corpo d’ogni defunto che risorgerà, cioè di natura non chimica (perché gli atomi del defunto stesso si disperdono in altri organismi) ma pneumatica. Perciò risultano interessanti non solo le pagine sulla resurrezione di Cristo, ma praticamente tutte: e ciò, nonostante che l’assunto e il dettato risultino complessi.

Per una migliore fruibilità dell’opera, forse sarebbe stato necessario un periodare meno espanso e sintatticamente più lineare, come sarebbe stata opportuna una più attenta revisione dei refusi. Tuttavia l’autore si sforza di rendere il lavoro accessibile a tutti, coniugando le esigenze della scientificità con quelle della libertà di pensiero e di divulgazione, tanto che per certe questioni ed approfondimenti rimanda alle corpose note finali. A volte il suo linguaggio sembra farsi mistico, sull’onda del Vangelo o dell’Imitazione di Cristo; e frequenti sono le citazioni di apostoli, padri della Chiesa, apologisti e riformatori.

Lodevole poi appare la conoscenza di nostri letterati come il Manzoni e particolarmente l’Alighieri, il quale ultimo egli riesce ad imitare in una gustosa parodia. Ma per coloro che amano e frequentano la Divina Commedia questo libro del Pagliarino sarà sommamente utile a causa dei continui riscontri tra concezioni dantesche, dottrina ufficiale della Chiesa e sue interpretazioni. Perciò in certe pagine finali l’opera si configura anche come un supporto allo studio di Dante.

Alla conclusione ci s’accorge che con questo volume il Pagliarino — scrittore di Dio non improvvisato, perché ha alle spalle una lunga esperienza di studi, conferenze e pubblicazioni al riguardo — ha reso meno rigido e più allettante il cristianesimo, facendone una religione più credibile (nonostante il motto del presunto Tertulliano “credo quia absurdum”) e più a misura d’uomo. In seguito alla lettura certi lettori potranno decidere d’accostarsi o riaccostarsi a tale religione, grazie da una parte alla convinzione che la fede aiuta a vivere meglio e dall’altra al tentativo dell’autore di prospettare non un Dio del terrore, ma un Dio della gioia e della pace, dando in più a ciascuno una speranza e a molti una certezza.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2003]


Marta Pagura, Elucubrazioni, Cultura 2000, Ragusa, 1994, pagg. 48, £ 10.000.

POESIE DI MARTA PAGURA

Marta Pagura, di Silea, ha pubblicato per le edizioni Cultura 2000 di Ragusa il libretto di versi Elucubrazioni, che non contiene un lavorio intellettuale e minuzioso, una meditazione profonda o una serie di pensieri contorti, ma prende titolo dall’ultima composizione. Questo libretto, oltre ad una piacevole brevità e ad una facile maneggevolezza, ha il pregio di presentare una poesia limpida, un pensiero cristallino, una forma espressiva molto chiara, che, al di là di qualche virgola che andava meglio sistemata, è anche corretta e perfettamente scorrevole. Ma quel che più conta è la discreta musicalità che si percepisce quasi in ogni composizione, specialmente in quelle in cui più in alto si libra l’anima della poetessa con il suo candore tutto giovanile.

Certo, nel libretto ci sono delle utili riflessioni, delle considerazioni, dei moralismi, ma queste cose non hanno mai la pesantezza del ragionamento filosofico, essendo spontaneo frutto di esperienze vissute quotidianamente, attorno alle quali magari si ricama qualche ricordo, qualche prospettiva, una maggiore attenzione a ciò che la vita ci può proporre, qualche massima.

L’ispirazione più frequente deriva dall’amore; ma questo non è mai travolgente né passionale, magari seguito da disgrazie e disperazione, bensì è l’espressione di delicati sentimenti, ansie, timori, o la constatazione di una conquista da difendere, proteggere, custodire. La poetessa vibra, osserva, scruta, scrive, dipinge; e a volte ne vengono fuori dei quadretti idilliaci, delle graziose miniature.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 9.IX.1998]


Anna Lisa Palazzo-Pippo Virgillito, La chiesa e l’arciconfraternita di San Giacomo Apostolo Maggiore a Paternò, Tipolito Ibla, Paternò, 2008, pagg. 208, s. p.

LA CHIESA E LA COMPAGNIA DI SAN GIACOMO A PATERNÒ

Pochi avrebbero immaginato che nella chiesa di San Giacomo Maggiore a Paternò — così piccola, malandata e in posizione isolata a ridosso del cimitero, ancorché in un punto panoramico sulle pendici della collina storica — potessero esservi tanti tesori di fede, storia, arte e documentazione, finché non è stato pubblicato l’interessante libro d’Anna Lisa Palazzo-Pippo Virgillito “La chiesa e l’arciconfraternita di San Giacomo Apostolo Maggiore a Paternò” (Tipolito Ibla, Paternò, 2008, pagg. 208, s. p.), uscito in occasione della riapertura al culto della medesima (dopo una trentina d’anni di chiusura), in seguito ai restauri curati dal governatore Giuseppe Frisenna e dal pittore-scultore Pietro Russo (donatore anche dell’artistica Via Crucis). Fra l’altro tale chiesa, sede dell’omonima “compagnia” (= confraternita), era oggetto della lugubre leggenda della messa dei Morti (cioè messa dei fantasmi), che si celebrava nella notte fra l’1 e il 2 Novembre.1

Il libro si compone di due distinte parti: la prima (quasi un terzo del libro) s’intitola “La chiesa di San Giacomo a Paternò / Inquadramento storico topografico e proposta di nuova lettura” ed è d’Anna Lisa Palazzo; la seconda (due terzi del libro) s’intitola “Il culto jacopeo a Paternò / Frammenti di vita di una comunità tra fede e tradizioni” ed è di Pippo Virgillito. Per curiosità notiamo che, per quanto riguarda l’aggettivo relativo al nome del Santo, la Palazzo ha scelto d’usare iacobeo (dal latino Iacobus) e il Virgillito jacopeo (dall’italiano medievale Jacopo).

Anna Lisa Palazzo esamina il contesto topografico e geomorfologico, le fonti d’archivio, i corpi di fabbrica e relativi stili, la nascita della compagnia e la tradizione costruttiva locale, facendo un elenco di preziosi documenti. Questa parte, sebbene non tanto lunga quanto la seconda, è fondamentale perché tratta temi più specificamente tecnici, soffermandosi su particolari che non sembrerebbero rilevanti, ma che — ad un attento esame — evidenziano la loro importanza: come, ad esempio, quelli relativi all’hospitale di Paternò e alla fondazione della chiesa di San Giacomo, che certamente esisteva alcuni secoli prima della data di questo statuto della compagnia, quale stazione del camino o pellegrinaggio verso Santiago di Compostella (in Galizia, regione della Spagna), che ha affascinato intere generazioni per parecchi secoli. Inoltre alcune notizie qui anticipate vengono poi riprese e a volte approfondite nella seconda parte.

Pippo Virgillito si sofferma sulla vita, morte e sepoltura del Santo, sul suo culto a Paternò (inquadrato nel culto europeo facente capo alla tomba-santuario di Santiago), su leggende e altre tradizioni popolari; tratta dello statuto della compagnia (interamente trascritto e poi riportato manoscritto, con la data del 1553, in riproduzione anastatica, insieme con qualche borderò d’ipoteca del 1820); tratta pure della vita socio-amministrativa d’essa, dei vari locali e delle statue facenti parte della chiesa, degli argenti, dei paramenti e delle processioni. Quindi egli estende lo sguardo alle chiese circostanti, fra cui il nuovo santuario della Madonna della Consolazione, inaugurato nel 1954 accanto all’antico santuario (subito dopo demolito) risalente ad alcuni secoli prima, e alle altre chiese di S. Giacomo esistenti in Sicilia, tutte stazioni del suddetto pellegrinaggio, fra cui quella monumentale di Caltagirone, di cui il Verga nella novella “Cos’è il Re” scrisse che, in occasione della visita del Re e della Regina, era “tutta illuminata che sputava fiamme”, tanto che sembrava che ci fosse la festa di S. Giacomo. Egli ricorda anche che la statua e la festosa processione di questo Santo nel 1939 furono inserite nel film “Cavalleria rusticana” e che davanti alla chiesa si svolgevano le orazioni funebri tenute dal fior fiore degli avvocati, in una sosta obbligata dei cortei. Altre notizie poi riguardano la visita d’un arcivescovo, un convegno a Messina, la riapertura della chiesa nel 2006 e l’elenco dei governatori; e non manca l’inventario dei beni mobili.

In questo libro si sottolinea anzitutto la fede profonda dei paternesi, espressa fin dalla notte dei tempi, unitamente alla secolare passione per i grandiosi festeggiamenti sacri. S’apprende quindi che la compagnia di questa chiesa era la più antica di Paternò, e perciò attualmente è detta arciconfraternita. Essa era sorta come comunità laica dedita alla pietà, all’assistenza e alla beneficenza: attività che ancor oggi esercita. Lo statuto fissa con puntigliosità gli adempimenti, oltre a tutte le altre incombenze dei confrati, fra cui quella dell’obbligo mensile della messa e della comunione, nonché quella della presenza a certe processioni. Importanti sono anche le norme relative alla buona condotta dei confrati, al loro vestiario, ai loro funerali e tumulazioni: a quest’ultimo riguardo è riportato tutto l’iter per la costruzione nel cimitero della monumentale cappella di proprietà.

Per quanto riguarda i documenti d’archivio, è palese la loro importanza dal punto di vista storico e devozionale, ma anche linguistico, paleografico e sociale, trovandovisi il particolare modo di scrivere e di firmare, parecchi cognomi e nomi dell’epoca, come pure parecchie croci d’analfabeti. Non mancano citazioni di sacerdoti, feste e chiese, chiuse e contrade, donazioni e censi, nonché di funzionari di Paternò e altrove.

Il libro è così interessante che si legge molto volentieri, anzitutto grazie ad uno stile che, pur nella tecnica della ricerca, risulta piano e scorrevole; e poi grazie anche alla forma grafico-editoriale (carta, impaginazione, caratteri, impostazione dei capoversi, distribuzione e nitidezza delle illustrazioni). Fra l’altro spicca la numerazione di tutte le pagine fatta sull’immagine della conchiglia, emblema del Santo e dell’arciconfraternita. Trascurabile è qualche svista o refuso.

Perciò lodevoli appaiono passione, pazienza, competenza e impegno d’Anna Lisa Palazzo e Pippo Virgillito; mentre non vanno dimenticati i contributi di don Salvatore Alì, Giuseppe Barbagiovanni, Roberto Fichera, Giuseppe ed Elisabetta Frisenna, Giuseppe Lo Porto, Pietro Russo, Damiano Spartà e Franco Uccellatore.

Carmelo Ciccia

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1 Cfr. C. Ciccia, “Notte dei Morti”, in “Storie paesane”, Pordenone 1976, “Storie paesane e altre novelle”, Pordenone 1977, “Il santuario di Maria SS. della Consolazione”, Paternò nov. 1978 e nov. 1981, “La brutta estate del ’43 e antologia di Storie paesane”, Catania 2004; traduz. in francese “Les cadeaux de la nuit des Morts”, in “Petites histoires siciliennes”, Parigi 1977: tale storia è inclusa anche nell’antologia scolastica “20 Racconti ed altro” curata da M. Chisari e A. Ciccia, Tringale, Catania, 1992. Cfr. anche M. Chisari, “Le leggende e i racconti popolari”, in “Roccanormanna”, Paternò, lug. 2000.

[“L’alba”, Belpasso, marzo-apr. 2009]


Franco Palmieri, Incantati dalla Commedia, introdotto da Matteo Renzi, edizioni della Meridiana, Firenze, 2013, pagg. 144, s. p.

La straordinaria esperienza delle recite dantesche per le strade

Nell’autunno del 2004, l’attore e regista Franco Palmieri (Forlì 1955), trovandosi a Nuova York per delle recite al teatro “Metropolitan”, nell’attesa d’una replica entra in un bar di fronte per un veloce spuntino (l’Harry’s New York Bar). Una signora americana, seduta vicino a lui, sentendolo parlare col cameriere, gli domanda se è italiano e alla risposta affermativa estrae dalla sua borsetta una Divina Commedia tascabile, chiedendogli di leggergliene un brano. Al che il Palmieri l’accontenta un po’ imbarazzato, perché del poema sacro ricordava soltanto il brano d’Ulisse: e questo le legge.

Quest’episodio lo fa riflettere a lungo sulla diffusione di Dante nel mondo e sulla capacità catartica della sua parola. Da quel momento egli viaggia sempre con una Divina Commedia in valigia o nel cruscotto e quindi decide di proporre l’ascolto di Dante per le strade, facendosi pioniere delle recite corali della Divina Commedia per le strade e le piazze di Firenze e d’altre città. Il suo progetto suscita subito entusiasmo fra personalità e cittadini qualsiasi; e dal 2006 annualmente a Firenze si svolge questa maratona dantesca di lettura/recita dei cento canti nello stesso giorno e in vari quartieri, spesso rivolgendosi ad ascoltatori occasionali, impreparati e frettolosi. Vengono coinvolti migliaia di cantori, alcuni dei quali anelano di potervi partecipare, e fra questi ci sono personaggi di rilievo come il sindaco-presidente Matteo Renzi, il cardinale Antonelli, il cantante Lucio Dalla (che chiede d’esibirsi con accompagnamento d’un flauto), l’attore Arnaldo Foà e tanti altri, fra cui la soprintendente al polo museale fiorentino Cristina Acidini, che con impressionante realismo legge il canto XI del Purgatorio nella Galleria degli Uffizi, proprio accanto a quadri di Cimabue e Giotto di cui si tratta nel canto stesso. Ci sono interi istituti scolastici che si esibiscono e semplici appassionati di Dante provenienti da tutt’Italia, i quali affrontano vari chilometri e sacrifici solo per avere una grande emozione, che spesso è commozione vera e propria: e fra questi si prestano anche agenti di polizia in divise storiche.

L’evento, che si conclude sempre con la recita corale del XXXIII canto del Paradiso sulla gradinata del duomo di Firenze (S. Maria del Fiore), ha una vasta risonanza grazie alle riprese e ai notiziari della RAI, non soltanto in Italia, ma anche all’estero, da cui vengono delegazioni di cantori dalle università di Parigi (Sorbona), Lubiana, Cracovia, ecc. E negli anni l’evento viene riproposto ad altre città, quali Bologna, Milano, Bellaria (RN), Forlì, Ravenna, emigrando poi negli Stati Uniti d’America.

Non mancano effetti scenografici, come maglie col numero dei canti trattati, musiche, luci, palloncini, schermi panoramici.

Quest’operazione evidentemente comporta un grande lavoro di direzione e organizzazione, che comprende anche la predisposizione e distribuzione fra i passanti di canti danteschi tradotti in inglese, e fa capo al Palmieri stesso, il quale ormai sembra essersi votato a Dante, portandolo perfino nelle carceri (Prato, Firenze-Sollicciano, ecc.), dove ha coinvolto diecine di detenuti, inizialmente riluttanti e impacciati, ma in prosieguo di tempo disinvolti ed entusiasti, alcuni dei quali, analfabeti, che sono stati indotti a tradurre Dante in dialetto, non soltanto contribuendo ad una messa in opera in varie lingue e dialetti (fra cui inglese, cinese, campano, ecc.), ma anche ritrovando un senso d’umanità e di socialità forse non facilmente immaginabile. Ad esempio, il canto I del Purgatorio è stato reso così in napoletano da un detenuto analfabeta: Pe’ gghi pe’ mare addò cchiù doce è ’o viento, / stu cunto e ll’atu munnu aiza vele / e s’alluntana da chillu turmiento...

Tutto questo ed altro è riferito nel libro del Palmieri intitolato Incantati dalla Commedia, introdotto da Matteo Renzi (edizioni della Meridiana, Firenze, 2013), il quale è un taccuino d’appunti e nel quale ci sono anche interpretazioni esegetiche, consigli di lettura, riassunti, richiami di figure, versi ed episodi, che ne fanno anche un testo di critica dantesca e un ripasso della Divina Commedia: un vademecum per chi — lontano dai ricordi scolastici — voglia accingersi alla lettura di Dante con animo disposto a farsi avvincere dalla spiritualità, dalla significazione e dalla musicalità del poema sacro. Al riguardo si può vedere in particolare l’esegesi del canto I dell’Inferno, che è un’analisi fonica, concettuale ed estetica (azione, stile, tonalità, velocità, figurazioni, significati). In varie pagine il Palmieri, tanto immedesimatosi, adopera egli stesso un tono poetico: e ciò avviene per l’imperitura potenza carismatica di Dante, che a distanza di sette secoli riesce tuttora ad affascinare, o meglio “incantare”, quanti a lui s’accostano. Infatti — come scrive il Palmieri a p. 24 — “Dante desidera che ognuno incontri verità profonde e personali, attraverso gli infiniti particolari della sua fantastica architettura sonora.”

Infine la simpatia con cui è seguito l’originale approccio dantesco del Palmieri è documentata dal fatto che anche in Vaticano quest’operatore culturale è ammirato: il 18 Novembre 2014 “L’osservatore romano” ha riservato a lui quasi un’intera pagina.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2014]


Pietro Panzarino, L' eredità politica di Aldo Moro: pensiero e azione di un uomo libero (1976-78), Marsilio, Venezia, 2011, pp. 164, € 16.

L' eredità politica di Aldo Moro” in un libro di Pietro Panzarino

Un’indagine che fa riflettere su una tragedia personale, familiare e nazionale

Pietro Panzarino, giornalista e politologo, nato a Grumo Appula (BA) e dirigente scolastico a Vittorio Veneto (TV), ha da sempre rivolto l’attenzione di studioso al partito democristiano e ai suoi esponenti, in particolare al proprio comprovinciale Aldo Moro. Egli aveva già pubblicato i libri Il movimento cattolico e la nascita della Democrazia cristiana nel Vittoriese (1943-1946) e Aldo Moro e le convergenze democratiche: il dialogo nel carteggio DC-PCI durante il governo delle astensioni (1976-1978); ora è uscito il libro L' eredità politica di Aldo Moro: pensiero e azione di un uomo libero (1976-78) (Marsilio, Venezia, 2011, pp. 164, € 16), che di fatto è una ripresa e un approfondimento del precedente.

In pratica questo libro è un intarsio fra il testo dell’autore e gli estratti di lettere, discorsi, resoconti parlamentari, articoli, interviste, appunti. Ciò dimostra che l’autore stesso s’è documentato in modo scrupoloso e dettagliato, frequentando archivi e spulciando atti e relazioni varie, alla ricerca di quella verità che lui voleva dimostrare: cioè che lo statista pugliese fece di tutto per portare il partito comunista ad una reale democrazia, da una parte costringendolo ad una pubblica abiura del sovietismo fatta personalmente dal segretario Berlinguer a Mosca e poi ripetuta da altri esponenti, dall’altra inducendolo al riconoscimento dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord e all’abbandono del pregiudiziale antiamericanismo.

L’avvicinamento della D. C. al P. C. I. inizialmente previde la cosiddetta “non sfiducia”, ma nell’intenzione d’Aldo Moro successivamente ci sarebbe stata una partecipazione comune al governo, per poi giungere — quando fossero maturi i tempi e il livello di democrazia raggiunto dal P. C. I. — ad un’alternanza D. C. – P. C. I., anche se con la prima all’opposizione. Purtroppo il progetto fu interrotto a causa della prigionia e della morte del Moro, il quale — secondo l’autore — in ogni caso contribuì a rendere più democratica la nazione italiana, cercando di convertire all’effettiva democrazia una parte cospicua delle forze politiche.

Nella descrizione degl’incontri segreti Moro-Berlinguer l’autore sottolinea il grado di sincera amicizia e stima instauratosi fra i due uomini politici, il quale portò a dei risultati positivi grazie anche alla disponibilità dei rispettivi collaboratori e alla franchezza con la quale i due si parlavano nella prospettiva del bene dell’Italia, pur non sottacendo i frequenti tranelli e sgambetti del P. C. I. alla D. C.: ma questo faceva parte del gioco politico.

Esaminando il personaggio in oggetto, vengono alla ribalta episodi che allora fecero epoca: varie elezioni (nazionali, regionali, presidenziali, ecc.), il movimento studentesco del 1968, il referendum sul divorzio del 1974, lo scandalo Lockheed del 1977, la nascita e l’affermazione del terrorismo, il rapimento e l’assassinio del protagonista del libro. A quest’ultimo riguardo l’autore mette in evidenza il vasto cordoglio, dovuto al pressoché unanime riconoscimento delle eccezionali qualità del rapito, considerato come dotto, bonario, discreto, lungimirante e pervaso da un sincero sentimento religioso. Così anche ritornano alla memoria frasi divenute celebri, quali “convergenze parallele”, “equilibri più avanzati”, “non ci faremo processare nelle piazze”, “linea della fermezza” e simili. Ed è significativo il fatto che l’autore poi abbia paragonato Aldo Moro alla mitica Antigone, suggerendo una rappresentazione teatrale intitolata “Dal buio al grido. Aldo Moro come Antigone”.

Come si vede, questo è un libro profondamente serio, il quale con la sua indagine accurata fa riflettere ancora su una tragedia personale, familiare e nazionale, che procurò anche lo sbandamento della D. C. E perciò notevole è il merito di Pietro Panzarino, che in questo lavoro ha confermato le sue doti di ricercatore e di gran conoscitore dei meccanismi della politica.

Per quanto riguarda la forma, il libro è semplice, chiaro e scorrevole. Pochissimi sono i refusi e i vocaboli estranei alla lingua italiana non messi in corsivo.

L’opera s’avvale anche della presentazione di Pier Luigi Castagnetti e d’interviste fatte a Giovanni Galloni e a Luciano Barca.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, dicembre 2011]


Gino Pastega, Navegar co le stele, Clessidra, Padova, 1995, pagg. 100, £ 20.000.

Prima di procedere alla lettura di questo nuovo libro di poesie di Gino Pastega bisogna chiarire perché l’autore, veneziano, scrive nel suo dialetto. Questo, che in passato ha espresso opere come quelle del Goldoni, non è un dialetto qualsiasi: è una lingua che ha una storia gloriosa alle spalle. Cionostante, l’autore non è e non vuole essere un laudator temporis acti: il suo è un legame fortissimo con la sua terra, legame che, come un cordone ombelicale, ogni buon veneziano si porta appresso per tutta la vita.

Venezia, il cui nome indica isolamento e lagunarità, incantesimo e follia, è capace di stregare i suoi abitanti, fino a quando il legame affettivo esplode in situazioni sentimentali inusitate, ora di giullaresca allegria ora di meditabonda malinconia. Forse in nessun altro luogo come a Venezia s’avverte da un lato l’esultanza di essere vivi e dall’altro la precarietà della vita stessa. Qui flussi e riflussi, maree, moto ondoso, risacche e acqua alta danno l’idea d’un perenne fluire, d’un divenire senza sosta, metafora d’instabilità e di transitorietà, ma anche d’infinito.

La venezianità è, dunque, una condizione umana e psicologica, più che un’attribuzione geografica: e per intendere appieno la poesia d’un veneziano come Gino Pastega bisogna entrare in quest’ordine d’idee, impadronirsi del mondo che la genera, entrare in sintonia con lui; altrimenti tutto pu” apparire strano, se non ridicolo.

Al riguardo consigliamo di leggere bene la sua “Barcarola per Venezia” — bellissima composizione per concetti, termini e movenze — in cui, oltre al solito motivo della ricerca di Dio (“par vardar se ghe xe Dio”), c’è l’essenza della venezianità: fascino, malia, magia di Venezia, vita e morte, migliaia d’anni e d’uomini che scivolano fra cupole, rii e canali. Venezia ammalia e incatena chi vi ha messo le radici, possiede e fa suo chi è nato veneziano, al punto tale che il poeta invoca di “perderse par sempre / par no andar più via / [...] / spetando prima che vegna la note / el montar de l’ultima marea”.

Navigare con le stelle significa avere il necessario orientamento tra i flutti della vita, viaggiare sicuri di non smarrirsi grazie alla guida delle stelle; ed è quello che desidera l’autore di questo libro, perché in effetti egli non si sente sicuro, non trova né una guida né uno scopo al suo viaggio terreno. Per capire ciò bisogna rifarsi al titolo della precedente raccolta di poesie L’impossibile bersaglio, chiarito dall’omonima composizione, in cui il poeta dubita dell’esistenza di un disegno divino nella vita umana. E questo tema viene ripreso nella nuova raccolta, in cui la terra gli appare come un’isola immersa in un mare infinito, in un giro misterioso d’albe e tramonti, con in mezzo noi uomini e la nostra vita senza sapere perché, in attesa d’un ultimo tramonto ancora più misterioso (“L’isola”).

Nel mare grande e profondo il poeta si ferma ad ascoltare se Dio gli parla (“La capa santa”); ma purtroppo egli non ne ode la voce e se ne rammarica. Osservando la natura come nel leopardiano “Infinito” (che alla fine ci ricorda anche il naufragar m’è dolce) Pastega si chiede: “El passà, el presente / la storia dei secoli, / i fati dei zorni? / [...] / E mi ... mi?... el me destin? / [...] / E Dio? Parché nol parla? / Chi xelo, dove xelo, cossa falo?” (“L’istadela de San Martin”). E del Leopardi, leggendo le poesie di Pastega, ci vengono in mente anche altri canti e le Operette morali.

Incertezza, tramonto, notte, freddo e — diciamolo pure — morte sono, dunque, gl’ingredienti di questa raccolta. L’accorata conclusione del poeta è che dopo la morte non resterà che una pietra scura e un po’ di terra fredda sotto il cielo azzurro, “e più in alto gnente” (“A l’amigo mio”); e continua: “Sempre me domando cossa ch’el serve / el repeterse ugual de la vita / ma da la me finestra posso solo / stare a vardar la terra e el çielo / zirotondo de omeni e de stele” (“Solo vardar”). La verità è solo un mistero che nessuno ha mai svelato, ed inutili appaiono al poeta le spiegazioni che finora sono state date in documenti antichi e nuovi (“Verità”); mentre lui si sente costretto a navigare fuori del Tempo, senza bussola e cannocchiali per tentare di arrivare “- Chissà dove e chissà dove! - / in un ‘Logo’ senza nome che nissun / ga mai visto nel nostro mondo” (“La nave de oro”): e chiede a tutti “Chi che so e dove che vado”.

A questo punto la situazione è disperata, ma “a iluminar i passi desperai” giunge opportuna in foscoliano soccorso la poesia, “gran ilusion del poeta”, e come nella raccolta precedente dà l’agognato scopo alla vita (“Poesia”). E con questa composizione si conclude la raccolta.

A lettura finita, quello che rimane impresso nel lettore è il drammatico travaglio dell’autore, che, originato da una generale inquietudine, a volte si trasforma in angoscia. Gino Pastega, a contatto giornaliero con la sofferenza umana nelle corsie quale primario ospedaliero, ha tratto da questa necessità professionale un impulso all’osservazione e alla ricerca escatologica, in cui la condivisione del bene e del male è andata ben al di là di una pura e semplice deontologia. La profonda sensibilità, l’animo poetico e gli adeguati mezzi espressivi conferiscono alla sua poesia i caratteri delle elevate creazioni artistiche.

Carmelo Ciccia

[“La procellaria”, Reggio di Calabria, lug.-dic. 1996]


Gino Pastega, La morte inesistente, Clessidra, Padova, 1995 e 1997, pagg. 44, £ 15.000.

Gino Pastega è un fecondo autore di liriche, con cui esprime la sua inquietudine esistenziale. Questa nuova raccolta dal titolo La morte inesistente è tutta pervasa da quell’”Eterno Domandare” che domina la vita del poeta e dovrebbe dominare anche quella d’ognuno. Esso riguarda ovviamente la vera identità dell’io e “del Dio”, la propria “nascita fortuita” e “morte sicura”, le proprie radici. Perciò la raccolta sembra attraversata da uno spirito leopardiano, specialmente quando la riflessione del poeta prorompe in massime d’angosciante convinzione: “Portiamo con noi / il male dell’Universo / il vuoto della grande notte / il dolore del fuoco / che diventa pietra”.

È chiaro che in una raccolta del genere i concetti più frequenti sono il male, la solitudine, la morte, l’ente supremo, il nulla. Ogni prospettiva non solo escatologica ma anche semplicemente dell’aldilà è spenta, perché “da troppo tempo, è già spento / il grido dei profeti” e “voragini crudeli / si aprono nel Nulla”. Qui ci viene in mente il Leopardi del “Canto notturno”: “abisso orrido, immenso, / ov’ei precipitando il tutto oblia”: ed è segno di sensibilità “filosofica”, che onora chi la dimostra, riprendere e riproporre idee e concetti che assillano e hanno assillato ogni uomo che abbia un minimo d’interiorità.

Il poeta non rifiuta aprioristicamente la ricerca dell’ente supremo, ma anzi si angustia nello scoprire che, dopo l’intensa ricerca, le sue orme portano al nulla eterno: e questa scoperta lo getta in una profonda depressione. Egli vorrebbe ingaggiare una sfida contro gli angeli invisibili della “Morte Assurda”, ma invano: “il Dio” rimane muto e la ignora. Il fatto poi che questo ente è detto alla maniera greca (ma anche del biblico Qohèlet) “il Dio” e non semplicemente “Dio” è segno, a sua volta, che l’adesione al concetto è prettamente intellettualistica e prescinde dai tradizionali e convenzionali insegnamenti catechistici.

Di fronte a tanto pessimismo al poeta non resta che andare “alla ricerca di Egeria / la fonte sacra / consolatrice”: ed egli si consola con l’amore e la contemplazione dell’universo. Nelle liriche amorose l’autore rivela una marcata sensualità, che — concreta e realistica certezza a cui egli s’aggrappa — è una vivace reazione all’incertezza che lo travaglia, anche perché nei riti erotici egli cerca smarrimento e lungo oblio. E dal sentimento d’amore è breve il passo alla contemplazione estatica dell’universo: “L’universo è fatto / dai tuoi occhi / e da fiumi di stelle / nella calda attesa”; contemplazione che sfocia in una constatazione riepilogativa della condizione umana: “Fiori e fragili foglie / viviamo con le stelle / il furore dell’Universo / il giorno misterioso / la breve Eternità”.

Ed è questa la sintesi di questo libretto, giustamente insignito del premio “Petrarca” nel 1995, nel quale l’alto e delicato sentire, l’affannosa indagine, la costante delusione, ma anche l’eccitazione amorosa, gli squarci di luce, la volontà di varcare gli angusti limiti del nostro orizzonte e raggiungere le vie del cosmo caratterizzano un autore come Gino Pastega, che, dotato dei necessari mezzi espressivi, dedica il tramonto della vita ad una poesia-filosofia degna della nostra migliore tradizione.

Carmelo Ciccia

[“La procellaria”, Reggio di Calabria, apr.-giu. 1998)


Gino Pastega, I miei occhi nel mare, Campanotto, Pasian di Prato, 2003, pagg. 160, Euro 10.

Nessuna città al mondo deve fare i conti col mare come Venezia. Ciò, se comporta vari problemi per la sua stessa sopravvivenza, comporta problemi seri per gli abitanti, i quali ogni giorno sono costretti a confrontarsi con una realtà particolare, che è non solo storico-geografica ma anche psicologica. E confrontarsi col mare significa percepire l’essenza profonda del fluire dell’acqua, che poi — come le grandi religioni orientali insegnano — è anche il fluire della vita, con la sua transitorietà e la sua precarietà.

Così si spiega il titolo della nuova raccolta di liriche I miei occhi nel mare del medico veneziano Gino Pastega: egli probabilmente deve a questa contingenza psico-fisica il suo esser poeta, un poeta che s’è conquistato un rispettabile posto nel panorama letterario contemporaneo e che reca nelle sue pagine le stimmate della fragilità. L’osservazione del mare e dei suoi colori-rumori-umori, il diuturno colloquio con esso e il ficcare gli occhi al di là della superficie più o meno agitata delle onde hanno portato il poeta ad un costante rovello, che investe non soltanto la consistenza e la sorte del mare (e della terra, del cielo e insomma del creato), ma anche quello dell’uomo stesso. Allora vengono a galla mille interrogativi senza risposta e si cerca insistentemente il dio o demiurgo dell’“impossibile bersaglio” d’una precedente silloge del Pastega. E il mare non è soltanto fuori, ma anche dentro, con la sua infinità: “L’oceano / non più davanti a me / ma dentro di me, / dentro m’invade / inarrestabile tumulto...” (pag. 132).

È chiaro che in un lavoro del genere molte sono le riflessioni, da cui scaturiscono le tante massime che costellano il libro, ora in epifonemi ora in epigrafi. E ciò evidenzia da una parte la maturità del poeta e dall’altra la sua vasta preparazione storico-letteraria. Infatti le liriche, per lo più brevi o brevissime, hanno un andamento apodittico o assiomatico, con preferenza per la frase nominale, che lascia intravedere la conclusione senza esprimerla compiutamente: si veda “Il nostro sguardo nell’abisso / Immergersi eterno / nell’indicibile acqua / dove s’accese disumana / la folgore creatrice” (pag. 25) oppure “Dal ventre della notte / nello squarcio del sole / un Dio nudo splendente” (pag. 38). La delicata scrittura del Pastega, il quale sa conformare certe liriche ad acquerelli tremuli come le onde del suo mare, ci fa poi immaginare una sommessa sinfonia in cui scorrono e s’incastonano le varie composizioni, che perciò si rivelano atte ad una simbiosi pittorico-musicale: “Nella limpida sera / le stelle sono perle / che salgono dal mare” (pag. 39).

Eppure in un contesto di solenni meditazioni c’è spazio per qualcosa che sembrerebbe frivolo e così non è: nell’immaginario collettivo il mare è anche occasione d’eros; e l’eros, su cui sembra insistere l’autore (pagg. 43, 46, 47, 67, 109, ecc.), diventa l’àncora di salvezza in un mare tempestoso, la cui navigazione appare di per sé ardua, perché la vita umana ondeggia fra Eros e Thanatos; mentre alla fine di tutto “Sta per giungere forse / il nuovo Dio / della Speranza”.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag. 2004]


Gino Pastega, Per strade sconosciute: Itinerario poetico / Pe drumuri nestiute: Itinerar poetic (IDC Press, Cluj-Napoca, 2007, pagg. 250.

Libri e Impressioni: IL POETA GINO PASTEGA TRADOTTO IN SLOVENO E RUMENO

Gino Pastega, medico e libero docente universitario, s’è dedicato alla poesia dopo un lungo studio di poeti italiani, latini, greci e stranieri, tanto da diventare poeta pure lui e presidente dell’associazione “Poesia a Venezia”. Ora l’antologia italo-rumena con traduzione a fronte intitolata Per strade sconosciute: Itinerario poetico / Pe drumuri nestiute: Itinerar poetic (IDC Press, Cluj-Napoca, 2007, pagg. 250) e relativa al decennio 1993-2003, è un importante documento della sua validità poetica, precedentemente evidenziata da un’altra traduzione in sloveno; e giustamente nel sottotitolo si legge “Itinerario poetico”, dato che essa rappresenta un percorso di sentimenti ed espressioni.

Anzitutto c’è la venezianità dell’autore, la quale si coglie non soltanto nelle liriche in dialetto, ma in tutta l’antologia. La venezianità è insita nel DNA d’ogni veneziano vero e in un poeta si manifesta con una forma mentis particolare e con una struttura formale quasi ondeggiante nel ritmo come il fluire e rifluire del mare, nel quale egli fissa i suoi occhi, derivandone instabilità, fugacità, incertezza: “El tempo xe aqua che passa” (pag. 72). Ecco, dunque, che la poesia di Gino Pastega si caratterizza per un rovello interiore sui grandi temi dell’uomo (nascita, vita, morte), del cosmo (confini, finalità) e di Dio, che l’autore chiama alla greca “il Dio” (segreto, lontananza, aldilà).

Da tutto ciò scaturisce per l’autore un senso di precarietà: egli si vede scagliato nell’universo come una freccia vagante in cerca d’un impossibile bersaglio o come un nocchiero costretto ad orientarsi con le stelle, quando siano visibili, perché non gli sono stati dati gli strumenti necessari alla navigazione: e “La nave sta affondando” (pag. 202). Egli non trova uno scopo alla sua esistenza quando il Dio che invoca è assente, remoto o silente. Soltanto nell’ultima lirica (“Il vento dei venti”), dopo le angosce espresse in molte liriche precedenti, fa capolino la speranza o meglio il Dio della speranza: “Senti... / Già il vento dei venti / trascina, solleva l’acqua del mare / oltre il cielo. / Sta per giungere forse / il nuovo Dio / della Speranza” (pag. 248).

In questo stato d’incertezza, l’autore sceglie di vivere alla giornata e s’affida alle consolazioni fornite dalle bellezze terrene e dall’amore. Il forte erotismo, che connota anch’esso l’antologia, rappresenta la via di fuga da una situazione quasi senza sbocchi: e così la vita personale è posta fra Eros e Thanatos, che sono i poli entro cui si svolge ogni umana esistenza. Ma l’unico sbocco il poeta lo trova nella poesia, ch’egli coltiva con passione, abbandonandosi ad essa, e che consiglia a tutti di coltivare, perché “La morte vera non viene / fin che non si spegne il canto / tra la terra e il cielo” (pag. 46).

Nonostante il tenue ottimismo finale, il libro appare come un manuale di profonda meditazione. L’autore, con una poesia raffinata nella forma e intrisa di mesta melodia, ci porta a riflettere su molti dei perché che affliggono la nostra quotidianità, magari invitandoci a dare quelle risposte che lui stesso non è riuscito a trovare. E i frequenti epifonemi sono aspetti della sentenziosità dovuta alla saggezza conquistata con l’età, l’osservazione e la sofferenza: “Nella limpida sera / le stelle sono perle / che salgono dal mare” (pag. 140); “Ora la vita sembra / come la morte, una / metamorfosi breve / che solo trascolora” (pag. 152); o “Si aprono i miei occhi nel cielo / i miei occhi nel mare” (pag. 174).

Infine, attento e dettagliato è il saggio introduttivo del romeno Stefan Damian, docente di letteratura italiana nell’università di Cluj-Napoca (Romania), traduttore e curatore dell’edizione, la quale si presenta ben organizzata e nitida anche dal punto di vista grafico-editoriale.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-giu. 2008]


Gino Pastega, La casa delle fiaccole, Marsilio, Venezia, 2008, pp. 128, € 11,50.

LA PAROLA POETICA DI GINO PASTEGA

“In principio c’era la Parola e la Parola era presso Dio e Dio era la Parola” (Giovanni, I 1): così esordisce il santo evangelista. Ma già nell’Antico Testamento la parola era stata personificata, tanto che nei Salmi si dice che il Signore “inviò la sua parola e li guarì” (109 [ex 108], 20), “In eterno, Signore, rimane la tua parola” (119 [ex 118], 89), e “Lampada per il mio piede è la tua parola” (119 [ex 118], 105). E da ciò sembra prendere l’avvio la silloge di Gino Pastega intitolata La casa delle fiaccole (Marsilio, Venezia, 2008, pp. 128, euro 11,50): solo che qui Dio è lontano, se non assente, anche se il poeta si sforza di dialogare con lui per conoscere il destino umano.

Il veneziano Gino Pastega, già primario ospedaliero e ora poeta a tempo pieno e presidente dell’associazione “Poesia a Venezia”, con le sue numerose pubblicazioni ha chiaramente dimostrato d’avere un animo particolarmente sensibile e una notevole attitudine alla poesia, tanto che è stato tradotto all’estero: in sloveno, rumeno, ecc. Ma in questa silloge ha superato sé stesso: qui egli si pone nelle alte sfere della versificazione di tutti i tempi, coniugando brillantemente poesia e filosofia e mettendo al centro dei suoi interessi la parola come essenza dell’uomo e della sua sopravvivenza.

E così non c’è sua composizione in cui la parola e il parlare non siano il tema trattato: ora con concisi enunciati, ora con ardite metafore, ora con succosi epifonemi, ora con elevati voli lirici. Per lui la parola è come la cometa che lascia scie e presagi, è quella che partorisce i significati e ci difende dal Mostro muto della Grande Paura; e, come il filo d’Arianna, indica e guida “il difficile cammino / tra il nulla e la morte” (p. 43): infatti essa dice, ride, piange, ama, desidera, odia, sogna, incanta e disincanta (p. 47). Allora sorge la voce del poeta, che come una Sfinge chiede una risposta al nostro “esserci” ignoto; perciò non si deve piangere per la morte d’un poeta, dato che — come affermava anche Orazio — rimane la parola del suo canto (p. 99); e non si spegne mai la luce della poesia, perché il poeta è un vate (p. 118).

Per quanto riguarda Dio, l’autore dapprima lo definisce “incestuoso” perché Dio creò l’uomo e gli diede questo nome, mentre a sua volta l’uomo concepì Dio e gli diede questo nome: e quindi Dio è nato dalla parola dell’uomo, il quale è insieme padre e figlio di Dio (p. 37). La parola è la sola che parla con Dio (p. 49), e sulle tombe la preghiera accende il lume “dell’impossibile speranza” dell’aldilà invisibile (p. 62). Gli Dei sono fuggiti dalla terra e ora anche Dio creatore ci abbandona (p. 69). Perfino le chiese sono deserte, abbandonate (p. 70); e i poeti cercano la parola scomparsa degli Dei, che ferma il tempo (p. 105), mentre l’autore aspetta “uno squarcio di luce, / un laser onnipotente / nel buco nero delle galassie. / La discesa e la resa del Dio.” (p. 110). Non manca poi il ricordo della confusione delle lingue operata da Dio a causa della torre di Babele (p. 59), da cui fuggì la parola “sì”, caratteristica della lingua italiana (p. 61).

E oltre agli Dei, in questa silloge ci sono le statue degli angeli che si staccano dai piedistalli. La bellissima composizione “Vengono gli angeli”, per l’impostazione e l’ambientazione in una magica notte di Venezia, oltre che per l’alto lirismo, ci ricorda il commosso affabulare del Rilke: “Mi parlano gli angeli / e le parole hanno / una voce senza più tempo: / è attesa e canto dell’ignoto / il destino dei poeti.” (p. 75).

Naturalmente il lettore troverà da sé tutte le altre definizioni e funzioni che il Pastega dà alla parola, la quale quando tradisce diventa puttana e ruffiana (p. 52) e quindi può essere benedetta o maledetta (p. 53). Ma per capire subito il titolo del libro basta andare all’omonima composizione, dove l’autore immagina che la casa dell’uomo sia fatta di parole, diventando “La casa delle fiaccole accese / nell’infinita notte.” (p. 117).

Questa è la poesia di Gino Pastega: e — come riconosce lui stesso — “dalla cosa chiamata Gino / volano i sogni e i fantasmi” (p. 97). È una poesia che fa profondamente riflettere; e non per nulla, ma per degnamente presentarla e commentarla, si sono impegnati nelle prime pagine due docenti universitari quali Giuseppe Goisis e Paolo Leoncini.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, lug.-dic. 2009]


Lucia Paternò, Un giornalista girovago, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2010, pagg. 100, s. p.

“Un giornalista girovago” di Lucia Paternò

Rivalutazione di Felice Cunsolo attraverso i documenti della famiglia

Nel 2002 così scrivevo del giornalista e scrittore Felice Cùnsolo a pag. 144 del mio libro Profili di letterati siciliani dei secoli XVIII-XX (Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2002): «Felice Cunsolo (Biancavilla 1917 - Milano 1979). Insegnante elementare trapiantato in Lombardia, fu anche giornalista e prolifico autore di guide turistiche, gastronomiche ed enologiche. Fra i suoi molti libri si ricordano: Il mondo in sei pagine (1952), La pubblicità italiana (1955), Sele pubblicità italiana (1958), Il potere d’acquisto del mercato italiano (1958), Gli italiani a tavola: il libro completo della cucina italiana: con 778 ricette in gran parte inedite (1959, 1965), Dizionario del gourmet (1961), La cucina lombarda (1963), Itinerari della Bassa Novarese (1963), Arte e gastronomia della "Bassa Novarese”: itinerari (1963), La cucina del Piemonte (1964), Viaggio in Tremezzina (1966), Vini del mondo (1968), Guida gastronomica d’Italia... (1969), La gastronomia nei proverbi (1970), Salse e sughi (1972), Ricette per salse e sughi (1974), Proverbi siciliani commentati (1977), Il libro dei maccheroni (1979)».

Su di lui successivamente sono stati pubblicati due articoli; e ora Lucia Paternò, laureata in filosofia e giornalista pubblicista, ritenendo che un personaggio del genere meritasse maggiore spazio ai fini d’una giusta rivalutazione, sulla base della documentazione fornita dalla famiglia del defunto ha scritto l’interessante libro dal titolo Un giornalista girovago (Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2010, pagg. 100, s. p.).

Premesso che il Cùnsolo (cognome da lui puntigliosamente accentato) s’occupò di giornalismo con famose inchieste, d’eno-gastronomia, di pubblicità, di compra-vendite, di tradizioni popolari e di turismo, la Paternò anzitutto va elogiata per la passione e la pazienza che ha messo nel suo lavoro, raccogliendo e ordinando una gran quantità di dati — personali, editoriali, giuridici e di costume — e facendo il riassunto di quasi tutte le opere del Cùnsolo stesso, da lei anche commentate con spirito critico e corredate degli opportuni riferimenti bibliografici.

Ne scaturisce un’articolata monografia che colloca il personaggio in una luce nuova o perlomeno inusitata. In Il mondo in sei pagine (allora i quotidiani erano costituiti di sei pagine) il Cùnsolo non si limitò a tracciare una storia del giornalismo, dagli antichi messaggeri cinesi e galli alle tabulae albae (= tavole bianche dei romani, da cui poi il nostro album), ai menanti (compilatori dei fogli pubblici), alle gazzette e ai mezzi di comunicazione del Novecento, di cui fornisce l’elenco dei giornali più letti; ma espresse anche severi giudizi sull’alterazione delle notizie e sulla censura, giudicando sacrosante la verità e la libertà di stampa. E questo ha spinto la Paternò ad aggiungere al tema una digressione di ben venti pagine su “Il giornalismo oggi” — forse fuori luogo nell’economia del libro — nella quale esprime le sue opinioni su giornali, intercettazioni telefoniche, politici e ministri, provocando il parziale dissenso del direttore editoriale Giancosimo Rizzo, il quale peraltro nella sua presentazione non le fa mancare i suoi apprezzamenti.

La maggior parte delle pagine, però, sono dedicate al Cùnsolo eno-gastronomo, il quale ci tenne ad esaltare la buona cucina, togliendo dal mangiar bene (che non è mangiar troppo e quindi abbuffarsi) ogni remora di natura moralistica. Dai simposi filosofici degli antichi greci il mangiare insieme produce aggregazione e socievolezza, specialmente se il buon pasto comprende un buon vino. Ecco, dunque, che l’autrice segue lo scrittore per le regioni italiane alla ricerca, descrizione e segnalazione di piatti e vini caratteristici: un po’ come aveva fatto Mario Soldati limitatamente alla Valle del Po.

Da questo libro emerge che il Cùnsolo aveva un’ammirevole cura nel riportare ricette e nel descrivere non soltanto vini e vitigni, ma anche la geografia delle varie regioni italiane (viste con atteggiamento quasi lirico) e la storia delle comunità visitate, inserendo anche aneddoti e storielle. Con ciò egli riuscì nell’intento di far assurgere l’eno-gastronomia a letteratura, venendo per la sua attività più volte premiato, e s’affermò come un insolito scrittore, forse unico, conteso da giornali, riviste e case editrici: infatti egli collaborò a vari giornali e riviste non soltanto del settore (per cui egli scrisse pure a puntate), ma anche d’alta cultura come la prestigiosa “Nuova antologia” di Firenze-Roma, e pubblicò libri con rinomate case editrici quali De Agostini, Gorlich, Mondadori, Mursia, ecc., ottenendo traduzioni all’estero.

L’autrice mette in rilievo che il Cùnsolo, sebbene residente in Lombardia ed esperto particolarmente di cucina lombarda e piemontese, tanto da essere definito principe dell’eno-gastronomia, non trascurò nessuna delle regioni italiane, fino alla più giovane d’esse (il Molise), pur avendo un occhio di riguardo per la natia Sicilia, di cui presentò e commentò i proverbi. Egli finì in bellezza la sua produzione con Il libro dei maccheroni, non senza raccomandare la moderazione, dato che in ogni caso è il troppo che fa male.

A questo punto ai lettori verrà l’acquolina in bocca e molti faranno di tutto per degustare le specialità presentate, possibilmente cercando di venire a contatto con le comunità visitate dal “giornalista girovago”. Così le pubblicazioni del Cùnsolo assumono anche un valore turistico e sociale, grazie al grandioso affresco dell’Italia eno-gastronomica da lui disegnato; e diversi lettori si rammaricheranno di non aver conosciuto personalmente questo intenditore e di non aver potuto avere fra le mani libri così allettanti come quelli del Cùnsolo stesso, il quale fra l’altro era dotato di buonumore e della capacità d’esprimersi con correttezza e chiarezza, tanto che a buon diritto dovrebbe figurare nei manuali di storia letteraria.

L’aspetto grafico-editoriale del libro della Paternò è elegante e gradevole, con bella copertina, buona impaginazione e capoversi bene scanditi. Ci sono anche diverse immagini di libri e d’eventi relativi al Cùnsolo. E quindi i complimenti vanno all’autrice e all'editore per aver contribuito a diffondere la conoscenza d’un singolare giornalista e scrittore. Purtroppo, però, al testo — probabilmente per la fretta — è mancata o è stata fatta male quella necessaria revisione finale atta ad eliminare i numerosi errori presenti (di punteggiatura, lessico, ortografia, morfologia, sintassi, parole straniere non messe in corsivo o tra virgolette), i quali disturbano la lettura.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, sett.-ott. 2011]


Cleto Pavanetto, Passione e studio a servizio della cultura classica / Scripta selecta, Libreria dell’Ateneo Salesiano, Roma 2013, pagg. 229, € 21

“Passione e studio a servizio della cultura classica / Scripta selecta”

Scritti scelti di Cleto Pavanetto che potrebbero essere definiti “Apophoreta”

Apophoreta potrebbero essere definiti questi scritti scelti che il veneto Cleto Pavanetto — già autore d’una storia della letteratura greca e d’una grammatica latina, entrambe in lingua latina, nonché di numerosi scritti e discorsi in lingua latina stessa — ha raccolto nel suo volume Passione e studio a servizio della cultura classica / Scripta selecta (Libreria dell’Ateneo Salesiano, Roma 2013, pp. 229, € 21), a conclusione d’una carriera che lo ha visto impegnato come docente prima in Africa ed Asia e poi in Italia, dove ha insegnato lingua e letteratura greca classica nell’Ateneo Salesiano di Roma, nonché in Vaticano dov’è stato capo-latinista della Segreteria di Stato, presidente della Fondazione “Latinitas“ e direttore dell’omonima rivista in lingua latina.

Dopo la concisa presentazione di Manlio Sodi, preside del Pontificium Institutun Altioris Latinitatis, e l’articolata introduzione di Mauro Pisini e Chiara Savini, un’accurata bio-bibliografia pone in luce il più che onorevole cursus honorum e l’imponente produzione letteraria, perlopiù in lingua latina, del Pavanetto.

La motivazione del libro, più volte ribadita, può essere desunta dalle seguenti parole: «In particolare il latino, ma anche il greco, non dev’essere considerato lingua utile per l’archeologia della cultura e nemmeno, come ritenevano non molto tempo fa vasti settori ideologici, ‘elemento reazionario’… Il latino e la cultura che esso veicola ci appartengono intimamente: segnano così profondamente l’animo e l’ethos dei popoli europei che privarsene equivarrebbe a diminuzione di identità e di senso.» (p. 177). Fra l’altro i classici latini e greci hanno prodotto il modo di pensare ed operare dello straordinario periodo detto Umanesimo.

Ed è questa la motivazione che ha permeato, oltre che questo libro, tutta la vita dell’autore: nell’insegnamento, nella scrittura, nell’oratoria, nei prestigiosi incarichi ricoperti, sempre convinto che l’antica civiltà greco-romana è stata il lievito di quella odierna, anche se laica.

Nella prima parte (letteratura greca), dopo un profilo di Sinesio, l’autore si diffonde su Euripide, il tragediografo da lui prediletto, e particolarmente sulle Baccanti; tratta della dignità della persona umana nei tragici greci, sempre con particolare attenzione allo stesso Euripide; presenta il mitografo Esiodo e una serie di scrittori della primitiva Chiesa Cattolica; illustra il modo di vedere la civiltà greca e romana (comprese le relative letterature) da parte degli scrittori cristiani (Tertulliano, Orosio, Agostino, ecc.), i quali la intendevano come una prefigurazione e anticipazione di quella cristiana; analizza la poesia d’Omero, sottolineandone l’arte, la religiosità, la psicologia, la funzione educativa.

Nella seconda parte (letteratura latina), l’autore esalta l’amore per la lingua e la letteratura latina — dallo stesso santo ferventemente praticata, insegnata e raccomandata — di san Giovanni Bosco, fondatore della congregazione di cui il Pavanetto fa parte; s’intrattiene sugli antichi romani a tavola, sui loro cibi e le loro bevande; descrive l’obelisco vaticano e le catacombe di S. Callisto, raccontandone le vicende; espone alcune norme di grammatica latina; passa in rassegna numerosi umanisti italiani ed esteri, sottolineando il fondamentale ruolo da loro svolto nella costituenda Europa Unita; elenca e commenta alcuni proverbi latini, evidenziandone l’importanza e l’attualità; analizza l’Inferno di Dante, mettendo in rilievo i numerosi passi di scrittori latini utilizzati dal divino poeta, specialmente in campo mitologico, con relative varianti e magari con miglior esito, come nel caso del Caronte dantesco rispetto a quello virgiliano; fa una rassegna degli antichi popoli che occuparono l’Italia e dei loro dialetti, rimarcando l’azione unificante della lingua latina.

Nella terza parte (studi umanistici) l’autore esordisce con un intervento sulle lingue classiche come patrimonio comune degli europei; fa una commemorazione del papa Paolo VI, di cui loda i meriti nel campo del latino e di cui cita i titoli di tutti i documenti dallo stesso scritti ed emanati; mette a confronto dapprima la cultura europea e quella latina, quest’ultima vista come fattore d’unità e di civiltà, tanto da fargli supporre un’Europa orfana senza il latino, e poi il Classicismo e il Cristianesimo, discutendo della paolina ‘pienezza dei tempi’, a cui contribuì il mondo classico, con la sua religiosità e con credenze come quella della nascita d’un dio pagano (Bacco) da una donna; compiange la morte del papa Giovanni Paolo II, fautore della lingua latina, e ricorda il primo incontro dei latinisti col papa Benedetto XVI, riportando il discorso rivoltogli; riferisce — a volte con gustosi particolari — le numerose visite ricevute da parte di studenti e docenti di latino provenienti da varie parti del mondo in spasmodica ricerca della culla della latinità; celebra i 50 anni del Certamen Vaticanum, tracciandone la storia anche con note curiose, rivedendone personaggi ed eventi, approfittando per adoperare una serie di vocaboli recenti tradotti in latino e aggiungendo una specie d’appendice informativa sulla direzione, redazione e amministrazione di “Latinitas”.

Dato l’impiego di tre lingue (latino, italiano e francese) il libro può essere letto, sia pure parzialmente, anche da chi conosce soltanto l’italiano. Però a chi conosce il latino esso consente d’ammirare anche la politezza espressiva, oltre che la passione per la vocazione classico-cristiana e la forza di convinzione nell’esporre il tema di fondo: cioè salvare le lingue classiche, con tutto il loro entroterra di civiltà, in un momento storico in cui sembra risvegliarsi il sopito interesse nei loro riguardi, grazie ad alcuni come il Pavanetto stesso che si battono per il loro uso e la loro difesa. In più, se è scontato il piacere che questo libro procura ai cultori del latino, a coloro che invece hanno soltanto reminiscenze scolastiche esso dà l’occasione per rievocare il periodo della scuola, di richiamare alla memoria scrittori latini, regole ed eccezioni, di tornare a sfogliare proficuamente grammatiche e dizionari.

Dal punto di vista grafico-editoriale, il libro è ben impaginato e facilmente leggibile, lineare, chiaro e scorrevole, mentre refusi e sviste sono sporadici (fra questi, a p. 231 il costo risulta di € 25, mentre in copertina esso è di € 21). Infine l’opera è fornita di due utili indici di nomi propri. E non resta che raccomandarla — oltre che ai lettori — a scuole, biblioteche ed altri istituti culturali.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, ag. 2013; “Talento”, Torino, n* 2/2013]


Cleto Pavanetto, Le leggi delle Dodici Tavole, Libreria dell’Ateneo Salesiano, Roma, 2014, pagg. 100, € 7.

Le leggi delle Dodici Tavole dell’antica Roma tradotte e commentate dal latinista Pavanetto

Il salesiano Cleto Pavanetto, già docente di greco e latino all’università salesiana di Roma e per molti anni capo-ufficio dei latinisti nella segreteria di Stato vaticana, direttore della rivista “Latinitas” e presidente dell’omonima fondazione nella Città del Vaticano, s’è reso benemerito con la pubblicazione d’alcuni libri in lingua latina, firmandosi Cletus Pavanetto. Con essi egli ha dato l’occasione per far capire e amare meglio il latino non soltanto agli studenti e ai cultori di tale lingua, ma anche a chi ne abbia delle lontane reminiscenze.

In passato ci siamo occupati dei seguenti suoi libri, tutti editi dalla Libreria dell’Ateneo Salesiano di Roma, che hanno avuto varie edizioni, anche precedenti o successive a quelle qui indicate: Elementa linguae et grammaticae Latinae, 1998, pp. 256, £ 30.000 (praticamente una grammatica latina); Graecarum litterarum institutiones, 1996-97, 2 voll., pp. 500, £ 60.000 (una storia della letteratura greca); Passione e studio a servizio della cultura classica / Scripta selecta, 2013, pp. 229, € 21 (scritti scelti); Romanorum litterae et opera aetatis nostrae gentes erudiunt, 2015, pp. 158, € 14.

Ora ci occupiamo d’un altro suo recente libro: Le leggi delle Dodici Tavole, Libreria dell’Ateneo Salesiano, Roma, 2014, pp. 100, € 7.

Questo libro del 2014, con testo delle Dodici Tavole in latino e traduzione italiana a fronte, potrà essere utile anzitutto ai giuristi, ma anche ai latinisti che vi potranno trovare un latino arcaico e solenne, caratterizzato da particolari espressioni idiomatiche, scambi di soggetto, forme contratte o espanse e una sintassi approssimativa, nonostante la lacunosità di certe parti. Il lettore comune vi può anche trovare delle norme che potrebbero essere attuali, come quelle che riguardano i ladri, i quali, se colti in flagrante di notte o se armati, possono essere legittimamente uccisi; i giudici e arbitri corrotti con denaro, i quali sono condannati a morte; i funerali, in cui sono vietati pianti esagerati, graffiamenti delle proprie guance da parte delle donne e corone lunghe: mentre spiccano altre norme in cui si stabilisce che il debitore insolvente di più creditori si faccia a pezzi e venga distribuito fra tutti loro, che il padre ha diritto di vita e di morte sui figli, che il figlio postumo di madre vedova sia considerato legittimo se nato entro dieci mesi, che il parricida venga imbavagliato e cucito in un sacco per essere annegato, che l’adultera venga uccisa, che i senatori non possono sposarsi coi plebei.

Preso atto che queste leggi furono scritte nel sec. V a. C. da un collegio di decemviri presieduto da Appio Claudio (poi imprigionato e costretto al suicidio per aver insidiato una vergine) e che alcuni frammenti sono stati tramandati da successivi scrittori o sono da loro riferiti, si tenga conto del fatto che con molte di queste e altre disposizioni di legge il diritto romano si diffuse nel mondo, diventando la base delle legislazioni di vari Stati, anche parecchi secoli dopo.

Gli argomenti delle prime dieci Tavole sono i seguenti:

I) Del chiamare in giudizio;

II) Delle cause di giudizio e dei furti;

III) Delle cose date a credito;

IV) Del diritto patrio e di connubio;

V) Delle eredità e delle tutele;

VI) Del dominio e del possesso;

VII) Dei delitti;

VIII) Dei diritti circa i poderi;

IX) Del diritto pubblico;

X) Del diritto sacro.

Seguono due tavole con norme varie, due appendici, delle considerazioni finali, la bibliografia e un pratico indice dei nomi e delle espressioni più caratteristiche. Apprezzabile è poi il ricco apparato di note, piene d’utili informazioni grammaticali, sintattiche, giuridiche, storiche, geografiche, astronomiche, ecc.

E, come corollario di quanto da lui esposto, la copertina posteriore di questo libro del Pavanetto reca l’ammonimento virgiliano Romane memento (Eneide VI 851-853) — poi diventato il titolo di testi scolastici — in base al quale il romano deve ricordare che è destinato a reggere col comando i popoli, imporre un sistema di pace, perdonare coloro che si sottomettono e debellare coloro che resistono.

Infine in questo lavoro si rileva che l’autore, mentre dei legislatori antecedenti non cita il babilonese Hammurabi (circa sec. XIX a. C.), invece cita i greci Licurgo (sec. VIII-VII) e Solone (sec. VII-VI); anzi riferisce che fu mandata un’ambasceria da Roma ad Atene per copiare le leggi di Solone e conoscere le istituzioni ateniesi, anche se di fatto poi la legislazione delle XII Tavole è tipicamente romana. Però non cita neanche l’antico legislatore siceliota Caronda (sec. VI a. C.), che fra l’altro diede leggi pure a Catania, Eubea, Imera, Callipoli, Lentini, Zancle, Milazzo, Nasso (Sicilia); Reggio, Turii, Sibari, Crotone (Magna Grecia); e Màzaca (Cappadocia). Eppure sarebbero stati opportuni non soltanto il riferimento a costui, ma anche un confronto fra le Dodici Tavole romane e le norme di Caronda: le quali fra l’altro stabilivano che i figli dei cittadini hanno il diritto di andare a scuola a spese dello Stato. Egli infatti fu il primo legislatore ad introdurre il principio del diritto allo studio gratuito per tutti; e sarebbe auspicabile che qualche studioso, magari giurista, intraprendesse un esame di comparazione fra le Dodici Tavole e le norme di Caronda. (Al riguardo si può vedere: C. Ciccia, Caronda: l’antico legislatore catanese, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2001).

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2015]


Cletus Pavanetto, Elementa linguae et grammaticae Latinae, 4^ ediz., Libreria dell’Ateneo Salesiano, Roma, 1998, pagg. 256, £ 30.000.

UNA GRAMMATICA LATINA IN LATINO

Una grammatica latina in latino, e per di più giunta alla quarta edizione, non è un libro frequente e quindi merita un’attenzione particolare, anche perché essa — proponendo l’uso vivo della lingua da insegnare — anzitutto rende viva la lingua stessa, comunemente considerata morta, e inoltre si adegua al metodo moderno d’insegnamento delle lingue. Ovviamente ciò, per quanti amano il latino, è motivo di soddisfazione, ma anche di grande amarezza e rimpianto, dato che questa lingua è negletta o ignorata non solo nelle scuole ma perfino nella Chiesa, la quale invece, per essere cattolica (cioè universale) e romana, avrebbe dovuto sentire maggiormente l’obbligo di conservare e trasmettere la lingua dell’identità.

La prima cosa che colpisce il lettore in questo libro di Cleto Pavanetto è l’uso dei segnaccenti su tutte le parole che non siano piane: ciò agevola la lettura e indirettamente la comprensione. È vero che i latini non avevano segnaccenti, affidandosi alla quantità delle sillabe; ma è anche vero che oggi, per evitare dubbi ed errori di pronuncia che a volte si trasmettono per generazioni, sarebbe opportuno che gli accenti venissero segnati in tutti i testi latini, almeno in quelli destinati alla scuola. E questa regola dovrebbe valere anche per la lingua italiana.

Questo libro segue la struttura tradizionale delle grammatiche latine: non vi sono né sconvolgimenti né illustrazioni né modernismi pacchiani. Le necessarie differenziazioni tipografiche, i prospetti, le spaziature e le tabelle rendono facile lo studio, la memorizzazione e la consultazione. Le regole sono esposte in modo chiaro e all’occorrenza sono anche richiamate. La carta è bianca, i caratteri e la stampa nitidi.

I numerosi esercizi sono attinti dal mondo classico e cristiano. Nel libro poi vi sono formule di conversazione e saluto, proverbi e massime, particolarità del latino biblico ed ecclesiastico, un florilegio di brani, modelli di lettere, telegrammi e documenti vari, il calendario romano, abbreviazioni e sigle.

L’opera si conclude con un dizionarietto di termini nuovi tradotti in latino e con un indice delle cose notevoli. Il dizionarietto, un anticipato estratto del poderoso Lexicon Recentis Latinitatis in preparazione, è forse quello che stuzzica la curiosità: fra l’altro vi troviamo voci come “albero di Natale” (arbor natalicia), “bar” (thermoplium), “discoteca” (taberna discothecaria), “mortadella” (murtatum), “scippo” (evulsio furtifica), “spaghetto” (pasta vermiculata), “spray” (liquor nubilogenus).

Questo libro, particolarmente utile nei licei e nelle università, è dunque un testo rigorosamente scientifico ma per qualche aspetto divertente. Esso — scritto in forma piana, scorrevole e accessibile — fa anche riflettere sull’opportunità dell’insegnamento in latino della lingua latina, non solo nelle università (dove sarebbe indispensabile una cattedra di grammatica latina in cui i docenti si esprimessero abitualmente in latino), ma anche nei ginnasi e un giorno forse anche nelle altre scuole. E di ciò sicuramente dobbiamo rendere merito a Cleto Pavanetto, docente universitario e autore di diverse opere riguardanti la classicità.

Carmelo Ciccia

[“La voce del CNADSI”, Milano, 1.III.1999]

Cletus Pavanetto, Graecarum litterarum institutiones, Libreria dell’Ateneo Salesiano, Roma, pagg. 500, £ 60.000.

Opera del latinista Cleto Pavanetto

UNA LETTERATURA GRECA IN LATINO

Non è di tutti i giorni una Storia della letteratura greca in latino, come non è di tutti i giorni, oggi, trovare un sacerdote latinista: si tratta dell’opera Graecarum litterarum institutiones di Cleto Pavanetto, edita dalla Libreria dell’Ateneo Salesiano di Roma (pagg. 500, £ 60.000). Il Pavanetto, salesiano e docente nella Pontificia Università Salesiana di Roma, è autore di parecchi libri in latino (recente è la sua grammatica latina in latino intitolata Elementa linguae et grammaticae Latinae), nonché presidente della fondazione vaticana “Latinitas” e direttore dell’omonima rivista trimestrale, palestra di latinisti di tutto il mondo. Insomma, in un tempo in cui anche la Chiesa ufficiale ha deciso d’abbandonare il latino, egli è uno dei pochi che portano alta la fiaccola della latinità, consapevole del grado di civiltà e di raziocinio che c’è dietro e dentro d’essa. E oltre al latino il Pavanetto ha in gran cura anche il greco, da lui pure insegnato, pubblicando interessanti studi anche su questa disciplina, come quelli su Euripide e questa Storia della letteratura greca. Perciò giustamente il TG 1 della RAI nell’ottobre 1999 gli ha dedicato un ampio servizio.

Ma a chi può servire oggi una Storia della letteratura greca in latino? Anzitutto alle università, soprattutto se sarà accolta la proposta da più parti avanzata che nelle università italiane, dopo secoli di vigenza del latino come lingua d’insegnamento anche delle discipline scientifiche, oggi ci sia almeno una cattedra in cui l’insegnamento, le interrogazioni e gli esami si svolgano interamente in lingua latina; poi agli appassionati di tale lingua, i quali, leggendo in latino, si sentono trasportati in un mondo ideale. Infine altra utilità è quella d’avere l’esatta grafia latina dei nomi degli scrittori greci: cosa quanto mai opportuna per chi deve fare delle ricerche in biblioteche, cataloghi e repertori informatici, che solitamente recano tali nomi in latino.

Quest’opera del Pavanetto, infatti, sebbene a trattazione rigorosamente scientifica, ha un andamento colloquiale: cosa per la quale riesce di facile approccio. La seconda edizione, ampliata e revisionata rispetto alla precedente, a prima vista appare come opera seria: impaginazione, carta e caratteri la rendono facilmente fruibile. Si aggiunga che non vi è né fotografia né illustrazione di qualsiasi tipo. L’unica illustrazione è quella della copertina.

La trattazione che il Pavanetto fa dei vari autori, periodi e correnti è sintetica, ma accurata e completa, contenendo più dell’essenziale ma col pregio della concisione. Apprezzabili sono, poi, i vari brani presentati in greco e in latino, che costituiscono insieme una scelta antologica, un utilissimo confronto ed un valido esempio di traduzione; le notazioni di metrica; l’indicazione di codici, edizioni e riedizioni delle opere trattate o citate, a volte con indicazioni d’ubicazione, commenti e traduzioni in lingue moderne; la bibliografia, fornita di volta in volta, a conclusione degli argomenti trattati. Non vanno sottovalutati, alla fine uno schema genealogico degli dei, l’indice dei nomi propri, le principali fonti su cui si basa il lavoro, un vasto e dettagliato prospetto comparativo storico-cronologico.

In sostanza quest’opera del Pavanetto non ha nulla della pesantezza e dell’osticità che purtroppo presentano certi “mattoni” confezionati da altri autori. Essa invece è molto maneggevole, di scorrevole lettura e di grande utilità, non solo agli addetti ai lavori, ma anche agli appassionati di cultura classica.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 15.XI.1999]

Cletus Pavanetto, Romanorum litterae et opera aetatis nostrae gentes erudiunt, Libreria Editrice Salesiana, Roma, 2015, pagg. 158, € 14.

“Romanorum litterae et opera aetatis nostrae gentes erudiunt” di Cletus Pavanetto

Un testo che non vuol far morire una cultura ed una lingua di un passato glorioso

Una considerazione particolareggiata merita il libro in latino Romanorum litterae et opera aetatis nostrae gentes erudiunt di Cletus Pavanetto (Libreria Editrice Salesiana, Roma, 2015, pp. 158, € 14), il cui titolo afferma assiomaticamente che la letteratura e le opere dei romani istruiscono le genti della nostra epoca. Esso, più che una guida turistica di Roma, è un testo che si connette a quell’idea di grandezza romana espressa da Virgilio nel citato brano. Non per nulla il lavoro s’apre con due notissimi epifonemi: quello contenuto nel Carme secolare d’Orazio, che augura all’almo Sole di non poter mai vedere alcunché più grande di Roma e che nella versione di Fausto Salvatori musicata da Giacomo Puccini è diventato il ritornello “Sole che sorgi libero e giocondo / sul colle nostro i tuoi cavalli doma; / tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggior di Roma”, e quello contenuto nel poema Del suo ritorno di Rutilio Namaziano che attribuisce a Roma il merito d’aver fatto di diverse genti una sola patria e del mondo intero una sola città.

Diciamo subito che per facilitare la lettura e la comprensione l’autore ha avuto l’originale e lodevole idea di: 1) fare interloquire alcuni giovani (recanti nomi talora classicheggianti); 2) porre su ogni parola il segnaccento (cosa non esistente nella lingua latina); 3) aggiungere fra parentesi la traduzione in italiano per quelle espressioni latine meno accessibili alla comprensione stessa.

La trattazione contiene due parti: la prima è una breve esposizione di norme grammaticali e la seconda una rassegna di colli, monumenti, chiese, obelischi e vie di Roma.

Nella prima parte — oltre all’esposizione delle principali norme grammaticali, compreso l’uso delle maiuscole, dell’ablativo del participio presente, dell’accentazione delle parole ed in particolare di quelle provenienti dal greco — gl’immaginari interlocutori impostano delle conversazioni pratiche per chiedere da mangiare in trattoria, per salutare, per chiedere informazioni, sottolineando che la lingua latina non è morta (basta vedere tantissime parole italiane d’oggi, fra cui molti neologismi specialmente onomastici e toponomastici) e sostenendo che l’insegnamento del latino dev’essere svolto in latino.

Nella seconda parte diversi interlocutori accompagnano i lettori in una passeggiata descrittiva attraverso la città di Roma. Così passano in rassegna colli, strade, monumenti, chiese, obelischi, pitture, sculture, ecc.; e per ogni cosa, di cui indicano la posizione e altri particolari, forniscono miriadi d’informazioni storiche, geografiche, artistiche e leggendarie. Si parte dal Colosseo, il monumento più emblematico, e poi fra l’altro s’incontrano: il Pantheon, piazza Navona (già stadio di Domiziano), il Circo Massimo (dove concorrevano fazioni di quattro colori diversi), l’Arco di Costantino Magno, la fontana di Trevi (che prende nome dall’esistente trivio) e altre fontane di Roma, il palazzo del Quirinale, le terme di Caracalla, l’Ara Pacis Augustae (con riferimento all’autobiografia dell’imperatore Augusto detta Monumento Ancyrano perché si trova nell’odierna città turca d’Ankara), il Pincio e Villa Borghese, Trinità dei Monti e piazza di Spagna, la basilica di S. Maria in Aracaeli (o Ara Coeli), Torre Argentina (per la quale lo Stato sud-americano non c’entra, dato che essa deve il suo nome alla città d’Argentorato, oggi Strasburgo, da cui proveniva il cerimoniere pontificio Burcardo Argentorantense, poi vescovo, che la fece costruire), il Campo Marzio, il Viminale (che prende nome dai vimini che vi crescevano), piazza dei Cinquecento (che, come ricorda un monumento eretto nei paraggi, deve il suo nome ai tanti caduti della battaglia di Dogali), la stazione Termini (dalle terme di Diocleziano), la basilica di S. Maria degli Angeli (ricavata nelle stesse terme), l’Esquilino (da excolo, cioè “coltivo con cura”), la Domus Aurea, la basilica di S. Maria Maggiore, la basilica di S. Pietro in Vincoli (che, oltre ai vincoli o catene del Santo, contiene la tomba di Giulio II col famoso Mosè michelangiolesco e quella di Nicolò Cusano), il Palatino (dal dio Pale), palazzo Venezia (dal veneziano Pietro Barbo, poi Paolo I, già sede dell’ambasciata della Serenissima), l’Altare della Patria, la Colonna Traiana e il Foro Traiano, la cosiddetta Bocca della Verità, il Mausoleo d’Adriano o Castel Sant’Angelo (in cui fu rinchiuso anche il Cagliostro), il Gianicolo con la chiesa di S. Onofrio (in cui c’è la tomba di Torquato Tasso, il quale spesso veniva a riposarsi ed ispirarsi sotto un’antica quercia esistente lì vicino), la tomba d’Anita Garibaldi, il monumento all’Eroe suo marito, i molti busti dedicati ai patrioti italiani caduti nella difesa della Repubblica Romana del 1848-49, il tempietto del Bramante (con la cripta in cui si diceva essere stata infissa la croce del martirio di S. Pietro) e l’attigua chiesa di S. Pietro in Montorio..

Per quanto riguarda gli obelischi, di cui vengono riportati storia, iconografia, epigrafi, ubicazione ed eventuali trasferimenti, particolare attenzione ha il trasferimento di quello vaticano (e qui c’è un fugace accenno alla basilica vaticana), del quale si narra che, avendo il papa Sisto V minacciato di morte chi avesse disturbato con una sola parola gli addetti a quel delicatissimo lavoro e avendo un cittadino ligure gridato “Acqua alle corde!” quando queste stridevano paurosamente e rischiavano di prender fuoco, il papa stesso non soltanto non gl’inflisse la pena minacciata ma lo premiò concedendogli il privilegio di fornire le palme della Liguria alla celebrazione della Domenica delle Palme in Vaticano.

Trattando poi delle vie consolari e d’altre antiche strade, vengono ricordati fra l’altro la cappella del “Quo vadis?” sita sulla via Appia, il tempio della Venere Ericina sulla via Salaria (ma c’erano altri due templi, rispettivamente presso il Campidoglio e presso il Quirinale, dedicati a questa dea originaria d’Erice, vicino a Trapani), la basilica di S. Lorenzo sulla via Tiburtina (del cui quartiere si ricorda il bombardamento alleato del 1943, dove poco dopo accorse il papa Pio XII, macchiando del sangue dei feriti la sua bianca veste, mentre non si dice che in tale basilica — oltre a quelle del santo titolare — si trovano le spoglie di cinque papi, fra cui quelle di Pio IX, e che nel suo atrio è sepolto lo statista Alcide De Gasperi), la galleria del monte Furlo sulla via Flaminia (fatta scavare dall’imperatore Vespasiano, come risulta da un’iscrizione ivi apposta), la porta Portese sulla via Portuense (col suo “mercato delle pulci” in cui si vende di tutto, per lo più roba rubata). E un’escursione di tal genere non può non concludersi coi biscotti e il vino di Frascati sulla via Tusculana.

Da tutto ciò emerge quanto lunga e illustre sia stata la storia e l’arte di Roma, una città che non si finisce mai d’ammirare, riservando essa ad ogni visita (ancorché ripetuta) infinite sorprese e profonde emozioni. Ma, a parte la grandezza di Roma, quello che conta nel libro del 2015 — che contiene non fotografie, ma soltanto due cartine topografiche e nel quale egli corregge certe notizie errate presenti in precedenti guide d’altri autori — è il latino di mons. Pavanetto, espresso con padronanza, eleganza e malleabilità; quello d’un cultore che l’ha esercitato e propagato nel mondo per un’intera vita, scrivendolo e parlandolo abitualmente come lingua corrente: un latino scorrevole, chiaro e facilmente comprensibile, praticamente alla portata di tutti, sia pure con l’occasionale ausilio d’un vocabolario.

Ed è per ciò che quest’ultimo libro, che fra l’altro ha una forma grafico-editoriale eccellente e in cui rare sono le sviste, è consigliabile a tutti coloro che, convinti che la lingua latina non sia morta e non debba morire, vogliono fare una piena immersione in un passato glorioso.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, ag. 2015]


Antonio Perin-Giuseppe Perin, I Perin / Le nostre radici tra Piave e Livenza, Cooperativa Servizi Sociali, Santa Lucia di Piave, 1997, pagg. 208.

ORIGINE E DIFFUSIONE DEI PERIN

Antonio Perin e Giuseppe Perin hanno recentemente pubblicato un poderoso volume d’oltre 200 pagine dal titolo I Perin / Le nostre radici tra Piave e Livenza (Cooperativa Servizi Sociali, Santa Lucia di Piave), che certamente può essere utile anche a chi non porta questo cognome.

Dopo cenni di storia paleoveneta, di dialetto locale e di formazione dei cognomi, gli autori presentano il passaggio di Perin da nome a cognome, le origini tra Piave e Livenza, i soprannomi di alcuni di loro, i rami più antichi, la diffusione, le migrazioni e i vari insediamenti, dal 1600 ai nostri giorni.

In questo lavoro gli autori hanno dovuto fare uso d’una pazienza certosina, girando per parrocchie, municipi, archivi, biblioteche e altre sedi al fine di raccogliere notizie e fotografare documenti. Ricchissima è infatti la documentazione fotografica, che presenta atti anagrafici e di compravendita, carte d’identità, passaporti, mappe catastali e altro. Dalle fotografie di persone e ambienti si rilevano non solo le fattezze ma anche usi e costumi.

Il libro è anche corredato di tutti gli alberi genealogici delle famiglie trattate, di carte geografiche, di schemi e schizzi, di fotografie di reperti archeologici, d’un indice alfabetico delle località in cui sono nati i Perin e infine di pagine rigate in cui ogni interessato può continuare la ricerca e completare il proprio ramo.

La chiarezza del discorso, la nitidezza delle fotografie e dei disegni, nonché tutto l’apparato documentario rendono il libro molto utile agl’interessati, ai curiosi e ovviamente agli appassionati di cultura locale.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 7.I.1999]


Giuseppe Perin, Refrontolo / volti e immagini del passato, De Bastiani, Vittorio Veneto, 1998, pagg. 139.

LE FOTO DI REFRONTOLO DI GIUSEPPE PERIN

L’opera di Giuseppe Perin Refrontolo / volti e immagini del passato, che l’editore De Bastiani di Vittorio Veneto ha recentemente stampato in elegante veste, è insieme un libro di memorie, di tradizioni, di cronaca, di storia, d’arte.

Dotato di grande passione e pazienza, l’autore ha raccolto oltre duecento fotografie, dai primi anni di questo secolo fino agli anni ’60, disponendole in modo da illustrare gli aspetti paesani, l’impegno sociale della parrocchia, personaggi e ritratti d’epoca, il fiume Lierza e la sua valle, momenti di vita nelle strade, nei cortili e nelle campagne.

Ogni fotografia, numerata, è accompagnata da una didascalia, spesso dettagliata e ricca di date, nominativi, indicazioni varie.

Ne emerge un affresco di vita paesana coi suoi personaggi, i suoi costumi, le sue tradizioni, le abitudini, i lavori agricoli e gli oggetti d’una volta. Ma soprattutto emergono la semplicità e la durezza di quella vita, i cui sacrifici sono ignorati o vilipesi dalla moderna gioventù.

Quest’opera risponde al bisogno di rivolgersi al passato per ritrovare radici e valori che oggi, in tempo d’imperante consumismo, sono scomparsi. Perciò essa viene ad assumere un carattere educativo che certo sfugge a chi la sfoglia superficialmente; e giustamente l’autore l’ha dedicata alla memoria della benemerita madre, che - com’è scritto in un’epigrafe collocata nel municipio di Refrontolo — “per lunga stagione con solerzia infaticabile ebbe amorevole cura delle genti di questo comune”.

Un lavoro del genere va a beneficio non solo della comunità di Refrontolo, che per prima dev’essere grata, ma anche d’ogni cittadino ancorché forestiero: perciò all’autore va la gratitudine di chiunque sappia comprendere e apprezzare la sua fatica.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 10.VI.1998]


Saria Pettorosso, Tre sguardi dentro il cerchio, Ente Premio “Carlo Goldoni”, Venezia, 1972.

DUE SILLOGI PREMIATE DI PETTOROSSO E MACCULI

Nella collana riservata ai primi classificati del premio di poesia “Goldoni” di Venezia e pubblicata dall’Ente organizzatore s’incontrano due sillogi — sia pure per motivi diversi — discutibili.

La silloge Tre sguardi dentro il cerchio dell’abruzzese Saria Pettorosso (1972), contiene una poesia molto elaborata, che però ha ceduto ingenuamente a certo ermetismo, pur senza la necessaria preparazione. È per questo che parecchie composizioni vivono soltanto per il gusto dell’essere difficili o addirittura incomprensibili, nel segno dell’equazione “incomprensibile = bravo”. Con ciò non è che si preferisca la sciatteria, ma nella poesia ermetica si richiede sempre una notevole preparazione a monte: e qui non ce n’è tanta.

Tuttavia non si può negare che in questa poetessa ci sia della buona stoffa, dato che lei sa imbastire un discorso unitario, a livello di temi e tecniche, e sa portarlo avanti per tutta la silloge: la quale — tutto sommato — appare dotata della necessaria unità, che è anche il tono dell’opera e lo stile della poetessa medesima, certamente non sprovveduta.

La nostra attenzione si è soffermata particolarmente su quelle composizioni dedicate a città, stagioni e giorni, e su certe filastrocche d’ascendenza nordico-preromantica che ci ricordano quella d’Arrigo Boito intitolata “Trol”, contenente il pauroso ritornello “Bimbi, copritevi / sotto il lenzuol, / ché viene Trol!”. In tali composizioni fiabesche l’autrice sembra recuperare nella semplicità la sua ispirazione più genuina e i suoi mezzi espressivi più spontanei, apparendo così più vera. Ad esempio, in “Filastrocca della paura” scrive: “Venne di notte con aghi d’argento / Venne coi brividi della paglia / Venne coi fragili demoni rosa / Scarabocchiati su fogli bianchi / Venne dai maghi di vento e di piombo / Venne dal regno della mandragola / Sul nido d’albero tu bimbo dormi / Con gli occhi chiusi tu non sai che...”. E ciò potrebbe bastare a farne una poetessa interessante…

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag- 2009]


Carmelo Pirrera, Le mosche, ediz. Il vertice, Palermo, 1986, cartoncino pieghevole.

FUCARINO E PIRRERA: DUE POETI SICILIANI

…Carmelo Pirrera, nato a Caltanissetta nel 1932 e residente a Palermo, ha animato il dibattito culturale mediante la direzione d’un periodico e d’una collana di poesia, attirando intorno a sé un certo numero di poeti. Ha pubblicato varie antologie e opere di narrativa e poesia, fra cui: Quartiere degli angeli ed altri scritti (1968), La ragazzata (1972), H: ospedale silenzio (1973), Quaranta sigarette (1974), Il Colonnello non vuole morire: racconti (1976), Quest’animale muore: poesie (1976), Con la banda in testa (1981), Dalla parte del Minotauro (1981), Ipotesi sul caso Majorana e altri racconti (1981), Giocando con la polvere: poesie 1976-1980 (1982), Le donne, i cavallier, l'arme e gli amori... : scritti medievaleggianti, cavallereschi, paracarolingi, ironici, patetici, fantastici e cortesi, scelti e annotati (1982), Il miele di maggio (1985), Pergamo la cenere: primavera 1985 (1986), Le mosche (1986), La farfalla di Brodskij (1989), Il regno (1992), Tradotta per Roncisvalle (1994), Luoghi del silenzio (1995), Il balcone dei pazzi (2007, narrativa), Cronaca (1998).

Il suo poemetto intitolato Le mosche (ediz. Il vertice, Palermo) appare subito originale non soltanto per la tematica, ma anche per la presentazione editoriale in riquadri d’un cartoncino tascabile.

È raro che un poeta si dedichi ad insetti così fastidiosi come le mosche, ma il Pirrera lo fa non soltanto per ammazzare il tempo in attesa che spiova, rivolgendosi ad una immaginaria “signora”, ma anche per creare un divertissement che — fra facezie ed ironia — non manca di serietà e di lirismo.

Le mosche sono l’occasione per un excursus storico che tocca i Montecchi e i Capuleti. Giulietta e Romeo, Elena e Menelao, Ettore e Paride, Marylin Monroe e i Kennedy, Carla Fracci, le rivoluzioni sudamericane, García Lorca... Da un invito all’immaginaria signora a chiudere la finestra per paura di ladri e di mosche, particolarmente presenti in novembre, scaturisce la considerazione che il mondo è sempre lo stesso; le mosche hanno assistito a tanti avvenimenti, l’autunno è sempre lo stesso, il mondo va avanti perennemente.

Le mosche sono anch’esse delle ladre: “rubano raggi al sole dell’autunno / se uno squarcio si apre tra le nuvole” e “una rubava sole, canti, melodie / e, ingorda, miele”. Il pensiero dei ladri ritorna più volte nel poemetto, in cui ci sono anche degli occhi ladri, come ladro è lo stesso mosca-poeta, “che a novembre / nella lira dei tarli cerchi accordi”.

Nel giuoco fra serio e faceto s’inseriscono brani lirici il cui ritmo melodico — grazie anche all’endecasillabo — contribuisce ad elevare il poemetto. Ne è esempio questa strofa che ci piace riportare: “Le mosche dell’amore e dell’oblio / avvizzite nell’umido novembre / forse inseguono un filo di memoria / e reinventano i cieli e le stagioni / coi colori del sogno: non sappiamo. / Ed il ronzìo forse intesse storie, / storie più lievi che i libri non dicono / le storie inutili del nostro disordine / le storie vane del nostro dolore.”

E che il fondo del poemetto sia di profonda serietà, nel contenuto e nella forma, si deduce dalla chiusa. Quando il poeta s’accorge che l’immaginaria signora non risponde al suo invito e che anzi gli rispondono i lamenti del vento autunnale, allora tronca il tentato dialogo e conclude col pensiero della mosca dalla veste bianca, “la mosca-cieca di scordati giuochi / la mosca morte, disillusa / e stanca”.

Questa è una conclusione che ci riporta al mai sanato dissidio vita-morte sempre presente nei poeti. E Carmelo Pirrera — per come lo ha introdotto, sviluppato e condotto, quasi ridendoci sopra nel suo finto giuoco, e per come lo ha seccamente e malinconicamente concluso — dimostra d’essere un poeta profondo.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, apr.-mag. 2009]


Vincenzo Pirrotta, Teatro, Editoria & Spettacolo, Spoleto, 2011.

“Teatro” di Vincenzo Pirrotta, attore e regista siciliano

Cattivo italiano, pornografia, dialetto e versi-epigrafe non invitano alla lettura

Il libro Teatro di Vincenzo Pirrotta, attore e regista siciliano che qui raccoglie cinque suoi lavori teatrali, ha almeno quattro motivi che non invogliano alla lettura: la scorrettezza morfo-sintattica, la pornografia, una gran parte di pagine in dialetto e l’allineamento centralizzato dei versi a mo’ d’epigrafe.

Premesso che per chi non sia di quella zona non è agevole leggere i moltissimi brani dialettali, data la varietà dei dialetti in ambito non soltanto nazionale ma anche regionale e provinciale, per i testi in cui essa esiste si può leggere la susseguente versione in lingua italiana. È vero poi che a volte l’autore fornisce in nota la traduzione in italiano di certi termini dialettali, ma ciò non avviene sempre (ad es. cuntista a p. 65 e altrove; ruttata a p. 135); e inoltre talora egli dichiara intraducibili termini come chiaccu (p. 126), che invece si traduce con “cappio” o “capestro”.

In All’ombra della collina un ragazzo, frequentatore dell’opera dei pupi, viene deriso perché vuol andare a fare l’attore, mentre la madre lo esorta ad andare a lavorare. Nutritosi della lettura dei libri di Pier Paolo Pasolini, che gli sono stati lasciati in eredità dal nonno comunista e in cui la madre vede il diavolo e l’inferno, il ragazzo incontra lo stesso Pasolini, che, invocando l’amato alunno Nisiuti, lo conduce in un inferno immaginario, dimostrandogli che questo non esiste se non nella fantasia di chi lo crea.

In Malaluna, dopo aver rievocato un omicidio di mafia alla cui preparazione era stato costretto un giovane ora carcerato, il protagonista ricorda la sua adolescenza inquieta in cerca di soddisfazioni sessuali, incappando prima in una donna che, come altre della marina, per soldi riceve ragazzini e poi in un avvocato lascivo che con pratiche immorali gli fornisce il denaro occorrente per entrare da quella donna.

In La ballata delle balate (e l’autore in nota chiarisce che queste in dialetto sono le pietre da lastrico) è presentato un mafioso latitante e falsamente devoto, il quale, conciato da confrate (cfr. l’emblematica illustrazione della copertina), il venerdì santo nel suo covo alterna professione di fede, memorie della solennità, gesti sacri e giaculatorie a rassegne d’omicidi e minacce, dichiarando che nel sentenziare la morte di qualcuno egli si sente come Dio, a cui s’avvicina.

In La grazia dell’angelo l’autore da una parte coglie particolari della tradizione della festa di S. Rosalia e dall’altra sottolinea la doppia faccia dei politici, anzi la loro velenosità come quella di vipere striscianti per la città, alla quale tuttavia augura un futuro migliore.

In Sacre-Stie l’autore presenta il drammatico caso d’un sacerdote vittima d’atti di pedofilia da parte d’un rettore di seminario, contro il quale, una volta che costui è divenuto cardinale, esercita la sua vendetta accecandolo, dopo avergli contestato la sua orribile colpa con una pesante requisitoria. Ma è evidente che, quando uno che si proclama sacerdote impugna la pistola, grida frasi oscene e compie gesti sanguinari, egli non è più credibile come sacerdote stesso.

A lettura finita, non senza fatica e a volte con notevole ripugnanza, si ha l’impressione che l’autore, per l’accurata conoscenza del rituale cattolico, di giaculatorie, passi biblici, arredi sacri, preghiere, rosari e litanie, possa essere stato un chierico, un sacrestano, un seminarista, un mancato sacerdote, eventualmente lui stesso vittima della pedofilia qui condannata con un atto d’accusa esteso a tutta la Chiesa cattolica, compreso l’attuale papa. In effetti parecchi elementi del libro denotano un forte autobiografismo, a cominciare dal nome Viciuzzu del protagonista del primo lavoro, nome che potrebbe essere un ipocoristico di Vincenzo, il Pirrotta stesso.

Certamente il crimine della pedofilia, nella lettera pastorale citata dall’autore definito Crimen sollicitationis, cioè delitto d’adescamento (dovuto al fatto che questa Chiesa, con un divieto non presente né nell’Antico né nel Nuovo Testamento, è l’unica fra le cristiane a non permettere il matrimonio dei sacerdoti che volessero sposarsi) sconvolge ad oltranza la vita delle vittime; ma ciò non giustifica l’atroce vendetta perpetrata nel quinto lavoro del libro. Inoltre si nota con meraviglia che a tale reazione non corrisponde analoga reazione nei confronti del Pasolini (introdotto nel primo lavoro), di cui è vista con tolleranza l’omosessualità esercitata nei confronti dei propri alunni, fra cui quel Nisiuti (del racconto pasoliniano Atti impuri), qui ripetutamente chiamato.

Importante è poi il discorso fatto a proposito della mafia, della falsa religiosità e della politica affaristica: tutte cose che pongono il Pirrotta come autore d’impegno sociale; ma risultano sgradevoli le rievocazioni di quelle esperienze sessuali dell’adolescenza che normalmente negli adulti vengono lasciate cadere nel dimenticatoio, mentre qui vengono propalate ai quattro venti con dettagli nauseanti, anche per la sistematica frequenza.

Quanto all’ordito linguistico di questo libro, chi pensa a Lo cunto de li cunti overo lo trattenimento de’ peccerille (= “Il racconto dei racconti ovvero l’intrattenimento dei bambini”) del napoletano Giambattista Basile (1575-1632) rammenta una prosa ariosa e armoniosa, con lunghi periodi ben articolati, tanto che l’opera fu anche denominata Pentamerone. Il cunto di questo libro, di tradizione palermitana, è scheletrico e viene gridato da un cuntista posto al centro della scena. Qui, oltre al miscuglio di dialetto, italiano e latino, si nota che l’autore non riesce — tranne che in poche pagine — ad impostare una consistente trama narrativa o dialogica, affidandosi per la maggioranza delle pagine a canti popolari, ballate, filastrocche, dicerie infantili e tiritere varie, con proposizioni nominali brevissime e assiomatiche. Inoltre quand’egli scrive in italiano la sua prosa contiene parecchie espressioni dialettali: nel lessico (es. buttana, una scanna, masculiata), nell’ortografia (es. cci dice, a diri), e nella sintassi (es. guardarla alla buttana, aspetta a me, inghiotte a S. Leonardo, quando uscivano il santissimo, lo uscivano dalla chiesa, io li vedevo a quelli, vi trovi a tutti, averci voluto prenderci, a uno monte alla luna); ed è improbabile la parola siciliana buttana fatta pronunciare perfino al friulano Pasolini.

La lingua del Pirrotta è priva d’ampio respiro e presenta vari errori morfo-sintattici e di punteggiatura, che ne compromettono anche il senso, mentre i termini non italiani non sono messi sempre in corsivo o tra virgolette. A parte altri refusi (ribbollio, libbri, peccatto, dive, Bulbii, rincipe, ecc.), soltanto per fare qualche esempio qui si riportano alcuni errori di lingua: Quello che è stato pensato […] potranno essere “ripensati” (p. 5), altri racconti di Palermo che è Luna e Malaluna (p. 7), nello Geenna (pp. 20, 21), vinniggna/vinniggni (anziché vinnigna/vinnigni: pp. 21, 41), Humnus (anziché Hymnus: p. 38), vanggiavi (anziché vagnavi: p. 50), da lì su (anziché da lassù: p. 67), le unghia (p. 78), il sangue che ha buttato dal cuore Impastato, Terranova e Boris Giuliano (p. 119), quella fine estate (anziché quella fine dell’estate: p. 120), San Giovanni e Giacomo (anziché Santi Giovanni e Giacomo: p. 123), Pange Lingue (anziché Pange lingua: p. 125), lumini davanti alla vergine (anziché lumini davanti alla Vergine: p. 159), fortier (anziché fortiter: p. 162), Milithia (anziché Militia: p. 163), i quis (anziché si quis: p. 163), Estore (anziché Estote: p. 163), Ricordo perfettamente è come (anziché Ricordo perfettamente come: p. 164), flenulo (p. 169), humilitates (anziché humilitatem: p. 173). Inoltre ora si parla di Partinicu e arrivi granni (p. 13) ora di Partinucuarrivigranni (pp. 14, 15, 21); e poi certe preposizioni articolate risultano staccate (a le, da i, de la: pp. 120, 138, 145) e il frutto fico risulta sempre di genere femminile e numero invariabile (queste fico, queste altre fico, le fico: pp. 73, 76).

Certamente sono interessanti le caratteristiche grida dialettali del mercato di Ballarò (anche se vi manca la traduzione), l’originale litania sacro-blasfema, la descrizione della processione del venerdì santo, l’icasticità di certi brani come quello in chiusura della festa di S. Rosalia (con i politici che succhiano chiocciole e cervelli), l’accostamento del registro aulico-solenne a quello plebeo-triviale. Ma complessivamente questo libro — per vicende, personaggi, ambientazione e frasario, nonché per la cruenta vendetta finale — è deprimente e diseducativo: sembra che l’autore, pur portando avanti tematiche meritevoli d’essere condivise e sostenute, insista con estremo realismo nella puntigliosa descrizione di vicende sozze e nell’uso di termini triviali soltanto per gusto personale, anziché per vere esigenze artistiche o sociali: e ciò squalifica l’intero libro, mancando in esso la serietà necessaria alla trattazione di certi problemi.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, dic. 2012]

Domitilla Pisani Giubilato, Poesie, Multimedia, [Montescaglioso, (MT) ?], 2006, pagg. non numerate, s. p.

Sapore d’altri tempi, di diversi costumi, di classi scolastiche piene di garruli bimbi, di poesia che sgorga dal cuore in onde musicali: è questa l’impressione immediata che si ha leggendo questa breve raccolta di liriche di Domitilla Pisani Giubilato, pubblicata postuma da una figlia, che vi ha apposto delle chiose a chiarimento di vicende umane. E per meglio fissarne la memoria il volumetto, che per il valore affettivo prescinde dalla sua modestia editoriale, presenta anche qualche fotografia dell’autrice.

Il poetare della Pisani Giubilato ha inizio nel 1942 a Venezia, dove lei è giovane maestrina e dove quattro anni dopo ha occasione di conoscere l’allora oscuro Goffredo Parise, il quale comincia a corteggiarla, senza però ottenere consensi e promesse da lei, che è già fidanzata col futuro marito, Piero: e lo scrittore per questa delusione diventa ironico con lei, adombrandone poi l’immagine in un suo romanzo. (Tra parentesi qui va osservato che il mese della morte dell’“intelligente vecchio amico-corteggiatore” in questo libretto risulta inesatto, in quanto che egli morì in agosto e non in maggio del 1986.)

Ecco dunque che in queste pagine sfilano ricordi, osservazioni, impressioni. Anzitutto c’è la scuola d’allora, ma traspare anche la figura del fidanzato, poi marito, con le sue traversie militari, l’angoscia per la guerra, e poi la serena vita familiare, l’assistenza ad un disabile in pellegrinaggio a Lourdes, il rimpianto per la fine della vita d’un tossicodipendente. L’autrice esprime il suo amore giovanile a volte con espressioni parossistiche che s’accostano al catulliano odi et amo. Qua e là ci sono pennellate di colore, scorci di paesaggi, aneliti dell’animo, espressioni di fede; e, se da una parte a volte il linguaggio è semplice e rispecchia un’innocenza nativa, dall’altra in molte composizioni, anch’esse ineccepibili dal punto di vista della correttezza linguistica, c’è una tecnica più elaborata e una musicalità sottesa, con versi che spesso trovano il loro fascino in rime e assonanze (anche interne), nella giusta misura e nell'opportuna collocazione delle parole.

Questo è un fascino che, coi suoi sogni e fantasticherie, ci riporta a certi poeti rimastici impressi dagli studi scolastici, quali Pascoli, Gozzano, Valeri, ecc.; e come loro l’autrice ama la natura, i paesaggi, le stelle, gli animali, gl’intimi sentimenti: tutte cose intrise di grandi significati. E a conclusione della sua parabola lei scrive: “Corolle improvvise sbocciate / infinite, danzanti, / sul piazzale d’asfalto / sorriso dal sole. / Ma la pioggia abbondante / di un incredibile rosa / non può rinverdire, qua dentro, / la mia rinsecchita mimosa.”

Notevole è infine il testamento poetico-biologico dell’autrice, scritto nel 1980 e collocato in apertura del volumetto, a mo’ d’epigrafe, quasi a condizionare la lettura dell’intero contesto, in un momento come il nostro in cui c’è un vivo dibattito al riguardo: “Quando verrà l’ora mia / lasciatemi morire, lasciatemi andar via. / Non prolungate il battito del cuore / ove non regna amore. / Se non c’è luce nel pensiero mio / lasciatemi volare in seno a Dio. // [...] / prego voi che mi amate: / non prolungate / la mia umana attesa. / Quando il giorno mio verrà, / voglio andarmene presto, / in dignità.” E a ciò poi aggiunse esplicitamente: “Non voglio assolutamente l’accanimento terapeutico... Lasciatemi morire in pace, con dignità, con naturalità.” Il che è avvenuto nel gennaio 2006, lasciando nei congiunti la foscoliana “eredità d’affetti” e in tutti i lettori la prova dell’afflato lirico e della competenza stilistica d’una fine poetessa.

Carmelo Ciccia

[“Il Cristallo”, Bolzano, lug. 2008]

Corrado Pittari, Pensieri / Universo • Dio • Anima • Felicità, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2008

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PREFAZIONE

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.

(Dante, Inf. XXVI 118-120)

Si può dire che questa famosa terzina dantesca abbia costituito un imperativo categorico per Corrado Pittari, quando s’è messo a scrivere questo libro, il quale sembra nato per caso da un pullulare di pensieri e non per nulla s’intitola Pensieri come quello di Blaise Pascal, a cui in passaggi decisivi s’appoggia. In realtà ciò che distingue l’uomo dagli animali (“bruti”) è la capacità di pensare, ragionare, parlare, nonché di scegliere con libero arbitrio; e l’autore sfrutta questa capacità per tentare di trovare la vera felicità e suggerire la via per raggiungerla a tutti coloro che vogliano vivere da uomini e non da animali intenti soltanto a seguire gl’istinti.

Del resto lo stesso Dante, per ribadire la non necessarietà delle azioni umane e la peculiarità del libero arbitrio, fa dire da Marco Lombardo: “Voi che vivete, ogni cagion recate / pur suso al ciel, così come se tutto / movesse seco di necessitate. / Se così fosse, in voi fora distrutto / libero arbitrio, e non fora giustizia / per ben letizia, e per male aver lutto. / Lo cielo i vostri movimenti inizia, / non dico tutti; ma posto ch’io il dica, / lume v’è dato a bene ed a malizia, / e libero voler...” (Purg. XVI 67-76); e poi fa dire a Beatrice: “Lo maggior don che Dio per sua larghezza / fesse creando, ed a la sua bontate / più conformato e quel ch’e’ più apprezza, / fu de la volontà la libertate; / di che le creature intelligenti, / e tutte e sole, fuoro e son dotate.” (Par. V 19-23).

Il libro del Pittari, quindi, ha anche carattere gnomico, pur senza pretendere di porsi in cattedra e senza rivelare accademismo: infatti l’autore scrive principalmente per sé stesso, cioè per dare delle risposte ai numerosi interrogativi che interpellano la sua coscienza e a volte l’assillano. E soprattutto intende far capire agli altri l’importanza della facoltà di pensare e la necessità d’utilizzarla appieno.

Da ciò si deduce che oggetto dell’investigazione del Pittari non è qualcosa che semplicemente possa appagare una banale curiosità, bensì tutto ciò che riguarda il come e il perché della nostra vita presente e futura: universo, Dio, peccato, felicità, anima, volontà, casualità, libero arbitrio, genesi biblica, popolo eletto, reincarnazione, immortalità, resurrezione della carne, salvezza eterna e Gesù Cristo, al quale infine approda la speranza dell’autore quand’egli dichiara di volere — come il Pascal — scommettere sull’esistenza di Dio e dell’Aldilà.

È evidente che un libro del genere per poter essere realizzato ha avuto bisogno del supporto d’un lungo e attento studio, di passione e di meditazione: uno studio incentrato su varie discipline, quali scienze naturali, filosofia, teologia, storia, geografia, ecc. Ed è per questo che qui vengono presentate ed esaminate teorie, proposizioni, dottrine, narrazioni e testimonianze di personaggi quali Pitagora, Eraclito, Aristotele, Platone, Gesù Cristo, gli evangelisti, S. Paolo, Giuseppe Flavio, Tacito, Tertulliano, S. Agostino, S. Anselmo d’Aosta, S. Tommaso d’Aquino, Galileo, Berkeley, Cartesio, Pascal, Spinoza, Kant, Hegel, C. R. Darwin, J. B. Watson, Einstein, Sathya Sai Baba, la mistica Maria Valtorta, il parroco Guido Bortoluzzi e altri.

D’acchito, tutto questo potrebbe dare l’impressione d’un libro pesante come un mattone, ma invece non c’è mai pesantezza, o quasi. L’autore sa esporre con semplicità e concisione, con chiarezza e leggerezza, a volte anche con ironia; e ad ogni modo il protagonista delle pagine resta sempre lui, che continuamente giudica le altrui affermazioni con sue personalissime valutazioni, giungendo anche a formulare ipotesi proprie, come nel caso dell’origine della stirpe umana. Con logica serrata, l’autore passa in rassegna varie ipotesi, ora rifiutando ora accettando, fino a pervenire a conclusioni per lui valide: e là dove la ragione non è sufficiente, perché non tutti i misteri possono essere risolti con la ragione (data la limitatezza dell’uomo), come Dante aveva fatto sentenziare da Virgilio, allora subentra la fede: “Matto è chi spera che la nostra ragione / possa trascorrer la infinita via, / che tiene una sustanza in tre persone.” (Purg. III 34-36).

Quest’operazione egli la fa non per esibire una sua superiore intelligenza, ma per trovare quelle soluzioni che più rispondano alle sue esigenze conoscitive e morali, dato che da tali soluzioni secondo lui dipende il suo benessere presente e futuro: presente, per una migliore qualità della vita nell’abbandono a Dio e nell’accettazione della sua volontà; futura, perché l’autore vuole decisamente la salvezza della sua anima e quindi la beatitudine eterna. Il che indirettamente egli propone anche agli altri.

Tanti cercano di divertirsi, cioè di sviare il loro pensiero da preoccupazioni etiche, escatologiche e teleologiche, ignorando Dio, l’anima e la possibilità di salvarsi: vivono con superficialità, come se queste cose non esistessero, accontentandosi di gioie effimere. L’autore, invece, vuol vivere dandosi da fare per guadagnarsi il vero bene. Infatti, seguire la dottrina cristiana significa metterne quotidianamente in pratica i dettami, fra cui anzitutto l’amore per Dio e quello per il prossimo, che in pratica sono un tutt’uno perché non si ama Dio se non si ama il prossimo e non si ama il prossimo se non si ama Dio; e l’autore, dopo lunga considerazione, dichiara di volerlo fare con convinzione perché ne ha trovato il motivo e il vantaggio, e anche perché è stato clinicamente provato che una fede sincera aiuta a vivere meglio (fra l’altro, si vedano le dimostrazioni d’Alexis Carrel, premio Nobel per la fisiologia nel 1912, e di William Parker, psicologo).

E allora è questo un libro di religione, d’apologia, di devozione? Contiene una lunga predica, magari farcita di frasi psicagogiche e capziose? Assolutamente no. L’autore porta avanti il suo discorso con serenità, convinto appunto che il primo beneficiario delle sue conclusioni dev’essere lui stesso. Del resto lo stile è pacato, disadorno, senza fronzoli né ricercatezze d’alcun genere. Anzi a volte certi periodi brevi mostrano il flusso e riflusso di questi Pensieri e offrono la possibilità di fare delle pause adatte alla riflessione. Ne consegue che l’opera si legge agevolmente.

Molti autori mettono la dedica dei loro libri in prima pagina; il Pittari, invece, la mette in ultima, a conclusione di tutto il suo ragionare: ed è una dedica insieme poetica e suggestiva, perché nasce dal rovello di chi riconosce la sua piccolezza di fronte alla bellezza e all’immensità dell’universo, le quali rivelano la sconfinata grandezza e potenza di quel Dio che l’autore umilmente accetta e in cui spera nel nome di Gesù Cristo.

Nel congratularci con Corrado Pittari per il coraggio dimostrato nell’esprimere posizioni che oggi — in tempi di grande materialità, vanità ed egoismo — vanno controcorrente, auspichiamo una larga diffusione dell’opera, particolarmente fra i giovani e i loro educatori.

Conegliano, 22 Novembre 2008.

Carmelo Ciccia

[Corrado Pittari, Pensieri / Universo • Dio • Anima • Felicità, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2008, pagg. 3-6]


Corrado Pittari, Il giardino incantato e altri racconti, Albatros, Roma, 2011, pp. 78, € 12,90.

Il giardino incantato e altri racconti di Corrado Pittari

Lettura sana del tempo libero, istruttiva e ricca di molteplici riflessioni

Il catanese Corrado Pittari, già docente d’inglese nelle scuole secondarie del Veneto, precedentemente aveva pubblicato un libro di saggistica dal titolo Pensieri (Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2008, pp. 120, € 12) in cui, con un linguaggio piano e accessibile a tutti, aveva trattato dal punto di vista filosofico-morale argomenti molto profondi, quali l’universo, Dio, l’anima e la felicità, che da sempre assillano ogni uomo dotato di sensibilità e responsabilità.

Ora in questo libretto di narrativa dal titolo Il giardino incantato e altri racconti (Albatros, Roma, 2011, pp. 78, € 12,90, distribuzione Mursia) egli ritorna sugli stessi argomenti, mettendoli in bocca ai suoi personaggi. Ad esempio, nell’ultimo racconto “Il pianeta biancazzurro”, un sognante astronauta guarda la terra dal cielo e considera gli eventi e la sorte degli uomini da quell’altezza, quasi come Dante e prima ancora Scipione l’Africano nel sogno descritto da Cicerone, soffermandosi sull’origine della vita, sulla sua transitorietà e sulla sua fine, ricordando che proprio dal terrore della morte sono nate quasi tutte le religioni — spesso in concorrenza e contrasto fra di loro — e concludendo che pace, equilibrio e gioia scaturiscono “dalla consapevolezza di aver fatto sempre il proprio dovere” (p. 73).

L’intento didascalico di questo libretto traspare anche dal racconto ”L’uomo al sole”, in cui il protagonista è incalzato da una successione di pensieri sulla conquista della felicità e conclude evangelicamente che essa consiste non nell’essere amati dagli altri ma nell’amarli: “Solamente chi sa donarsi completamente agli altri può essere veramente felice”. Ma purtroppo un uomo che nutre siffatti pensieri è giudicato dalla massa stupido e imbecille (p. 36).

Quindi il libretto oscilla fra pensosità, descrizione e lirismo; e l’autore — che è anche musicista — osserva, pensa e scrive a volte sull’onda melodica d’una sinfonia. Particolarmente belli sono quei brani di prosa poetica in cui l’autore si diffonde su paesaggi, ricordi, rimpianti, timori. Il mare e il fiume, come nelle grandi religioni orientali, a volte sono sede di sofferte meditazioni; ma c’è anche l’infanzia che s’affaccia all’orizzonte, portando con sé l’esaltante ricordo d’innocenti amori precocemente svaniti. Ecco perché il racconto d’esordio “Il giardino incantato” si configura come il ritorno ad una magica oasi di beatitudine ormai irrimediabilmente perduta: e qui l’autore dimostra tutta la finezza di sentimenti da lui avuta nell’infanzia e dopo. E non per nulla alcuni protagonisti sono bambini, da lui amorevolmente visti e ritratti.

Nei quattro racconti di guerra (seconda e prima guerra mondiale, Vietnam e Bosnia) il Pittari coglie l’occasione per sottolineare le assurde atrocità di questo deplorato fenomeno, auspicando una comprensione reciproca fra gli uomini e il ricorso ad altri mezzi per la risoluzione delle controversie. In particolare in “Profughi” egli mette in evidenza i disagi che sono costretti a subire inermi cittadini che si trovano in tale penosa situazione; e dai profughi bosniaci di questo racconto indirettamente i lettori passano a quelli nordafricani dei nostri giorni, i quali — miracolosamente scampati all’inferno dei loro territori e a perigliose peregrinazioni in cui molti altri hanno perso la vita — stentano a trovare accoglienza presso le popolazioni (sedicenti cattoliche) che più guazzano nell’opulenza e nello spreco e che invece si chiudono nell’egoistica difesa ad oltranza del proprio “particulare” (beni, alimenti, usanze, religione, lingua, cultura, ecc.): e ciò, in spregio della tradizione greco-antica che vedeva nello straniero un individuo sacro a Giove e di quella cristiana che tuttora vede in lui il volto di Cristo stesso. Ma cristianamente, dallo sconforto per la casuale morte d’un figlio, l’autore sa far nascere l’accettazione del mistero del male nel mondo con l’acquisizione del bene derivatone ad un ragazzo in cui è stato trapiantato il cuore del defunto.

Dal punto di vista grafico-editoriale il libro è allettante per la bella copertina, la scelta della carta e dei caratteri, la chiara e bene scandita impaginazione, in cui i brevi capoversi fanno risaltare i pensieri. Però, oltre ad alcune virgole mancanti o fuori posto, altri refusi e sviste sono: “della pareti” (p. 15), “sarebbe voluto essere” (p. 36), “gli asciugamano” (p. 39), “un antica” (p. 46), “così tanto” (p. 48), “una giardino” (p. 68, in cui questo primo capoverso doveva essere legato al precedente) e qualche dialettalismo come “carpetta” (p. 15) e “vecio” (p. 20) e qualche termine straniero come “college” (p. 49) non messi fra virgolette o in corsivo. Inoltre un libro non può essere aperto “alle pagine 3 e 4”, come scrive l’autore (p. 31), ma alle pagine 2 e 3 o 4 e 5.

Con tutto ciò Corrado Pittari si rivela scrittore robusto, capace di saper adeguatamente maneggiare penna e sentimenti. E per la forte carica di buoni insegnamenti — nonché per la valenza letteraria — il suo libretto Il giardino incantato e altri racconti è consigliato a tutti coloro che vogliono trascorrere utilmente il tempo libero, ad esempio al mare o in altra vacanza, in una lettura sana, istruttiva e ricca di molteplici riflessioni.

Carmelo Ciccia

[“L'alba”, Belpasso, giu.-lug. 2011]


Giorgio Pizzol, Pensiero del limite e limite del pensiero, Grafiche D.C.E., Lancenigo, 1998, pagg. 183.

RICERCA FILOSOFICA DI GIORGIO PIZZOL

Giorgio Pizzol, giudice di pace trevigiano, dopo aver pubblicato una raccolta di poesie, nel 1991 pubblicò il libro Uno e molteplice, in cui dava una prima sistemazione al suo pensiero. Ora per le grafiche D.C.E. di Lancenigo ha visto la luce il suo secondo libro filosofico, intitolato Pensiero del limite e limite del pensiero.

Quello che sembra un gioco di parole è in realtà una serrata discussione su concetti apparentemente banali eppur profondi; la quale tuttavia prende le mosse proprio dal gioco, avendo l’autore dichiarato che lo spunto è stato offerto da un gioco enigmistico che aveva inizio con la celebre frase di Socrate “So una cosa sola: che non so nulla”.

Ricollegandosi al titolo del precedente libro, aggiungendo ai due concetti in esso trattati il concetto di limite e basandosi sulla formula matematica A+B=C, l’autore, in una catena di passaggi logici che ricordano la maieutica socratiana, espone una serie di deduzioni che riguardano materia, spazio, movimento, tempo, causa, effetto, energia, essere-pensiero-discorso, minimo comune pensare, verità e bene. Questa ricerca dimostra che esiste in ogni essere umano un minimo comune pensare fondato su alcuni concetti-base, che sono identici in ciascuno di noi e che assicurano — o almeno dovrebbero assicurare — la civile convivenza: e ciò sembra lo scopo principale del libro.

Arrivare alla conclusione che la verità è l’insieme dei fatti che accadono, che il bene è ciò che è utile e che la conservazione e il mantenimento in efficienza della vita sono il fondamento necessario e unico del bene, potrebbe sembrare semplicistico e lapalissiano: però se si considerano tutti i necessari passaggi ci si rende conto che questa ricerca è seria e fondata.

Naturalmente un libro del genere richiede una lettura impegnativa, ma l’autore ha fatto di tutto per renderlo accessibile a quanti più possibile.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 29.XII.1998]


Salvatore Porcu, Per la creazione dell’indispensabile ordine mondiale, Unione di Convergenza Universale, ICA di Nettuno, 2000.

L’ORDINE MONDIALE SECONDO SALVATORE PORCU

Salvatore Porcu può vantare un’intensa attività letteraria e di pensiero che si è estrinsecata in articoli, saggi, poesie e recensioni, nonché nella creazione d’un movimento denominato “Unione di Convergenza universale”. Il suo recente libro intitolato Per la creazione dell’indispensabile ordine mondiale (Unione di Convergenza Universale, ICA di Nettuno, 2000) espone e fissa dettagliatamente ed in maniera chiara ed inequivocabile le proposte dell’autore in merito all’oggetto.

Premesso che pubblicazioni del genere ci fanno pensare a quelle di precedenti autori come — solo per fare qualche esempio concreto — alla Repubblica e alle Lettere di Platone e alla Monarchia e alla Commedia di Dante, va segnalata l’importanza che esse assumono ai fini d’un’ordinata convivenza civile. Il mondo non può andare avanti a caso, ma ha bisogno di linee-guida consapevoli, in vista non solo della felicità immediata, ma anche della sua migliore conservazione per i posteri.

Le linee-guida proposte dal Porcu nascono da profonda saggezza, da studi, da convinzioni religiose e soprattutto da un forte senso morale. L’autore dapprima fa una serie di riflessioni sui destini dell’umanità e del mondo e quindi passa alle esemplificazioni pratiche. Nella sua esposizione egli è estremamente chiaro (salvo qualche svista), in modo che tutti, e specialmente coloro che hanno in mano le sorti della collettività, riflettano e si regolino di conseguenza.

Anzitutto a tutti — secondo la carica occupata, la funzione, la professione o l’attività svolta — egli propone dei “pentaloghi dell’ordine e della giustizia”. Circa la pena capitale, sebbene ne riconosca l’utilità, tuttavia ne sostiene l’abolizione, optando per un isolamento di quei condannati che rappresentano un grave pericolo sociale. Quindi considera lo sfascio della famiglia, che egli attribuisce alla leggerezza e all’egoismo dei genitori, all’eccessivo benessere e alla permissività, soffermandosi anche sui pericoli derivanti dalla corruzione, dalla pornografia, dalla prostituzione, dalle continue esibizioni e perversioni sessuali. Punta l’indice sulle folli spese, sul consumismo parossistico responsabile dell’inquinamento ambientale, sul continuo cambio d’abiti e di mobili, sulle lotterie miliardarie come offesa del giusto lavoro e del meritato compenso. Difende le religioni umanitarie come il cristianesimo o l’induismo, la proprietà quando sia frutto di sacrifici personali e i rimboschimenti per evitare catastrofi ambientali, ma combatte le religioni fanatiche e sanguinarie, proponendo anche una regolamentazione delle immigrazioni.

Circa la scuola, ne sottolinea il progressivo degrado dovuto a leggi demagogiche e faziose, che hanno tolto ad essa la primaria funzione di fucina dell’uomo; e ne auspica il ritorno ai suoi scopi istituzionali, mediante la liberazione dalle pastoie della politicizzazione. In particolare condanna la scolarizzazione superiore forzata di giovani che non vogliono studiare e che meglio andrebbero a svolgere lavori manuali, piuttosto che restare nella prospettiva della disoccupazione e dello sbando sociale.

Naturalmente l’autore è per la pace universale e perciò proclama: “Niente più guerre, nemmeno col temperino”: e a tal fine propone un’unione di convergenza universale e un comitato di controllo dei pubblici poteri, di cui detta le norme regolamentari.

In conclusione, questo non è un libro di filosofia, ma uno che certamente fa riflettere. Perciò sarebbe indispensabile che esso venisse letto da tutti, ed in particolare da chi esercita o si avvia ad esercitare cariche pubbliche. Soprattutto sarebbe indispensabile che ne venissero seguiti suggerimenti e norme. E perciò diciamo grazie a Salvatore Porcu, augurandogli non solo una ancora lunga attività di pensiero, ma anche che possa vedere realizzati i suoi ideali: e ciò nell’interesse della collettività presente e futura.

Carmelo Ciccia

’[“Il corriere di Roma”, Roma, 30.I.2001]


Liliana Porro Andriuoli, L’itinerario poetico di Silvano Demarchi, Le Mani, Recco, 2005, pagg. 174, 11.

Nel corposo libro intitolato L’itinerario poetico di Silvano Demarchi e le sue tematiche fondamentali Liliana Porro Andriuoli, transitata dalla ricerca scientifica nel campo della fisica nucleare alla critica letteraria, offre una ricca e profonda analisi interpretativa della poesia di Silvano Demarchi e delle sue motivazioni. Il lavoro è condotto con serietà e scrupolo, nonché con dovizia di citazioni, tanto del Demarchi quanto d’alcuni dei molti critici che se ne sono occupati. Perciò si può affermare ch’esso s’appoggia notevolmente sulla critica altrui, anche se non si può definire un catalogo di recensioni, dato che non tutte vi sono riportate o indicate, e anzi si notano al riguardo certe assenze di significativi giudizi apparsi sulla stampa.

L’itinerario poetico di Silvano Demarchi è così delineato: nella prima parte sono analizzate e commentate una per una le quattordici sillogi poetiche finora edite; nella seconda parte l’attenzione si focalizza su alcune tematiche fondamentali, quali il vagheggiamento della natura, la filosofia esistenziale, la religione, l’ispirazione etico-sociale, il viaggio nello spazio e quello nel tempo alla ricerca della patria ideale, le reminiscenze di “vite trascorse” come indizi d’avvenuta reincarnazione.

Particolare importanza ci sembrano assumere le pagine relative alla religione del Demarchi desunta da varie liriche attentamente analizzate e quindi dettagliatamente motivate attraverso vari momenti (assenso e attesa, dubbio e dissenso sul cattolicesimo, religioni non cristiane); e un fondamento religioso viene ad assumere la conclusione del libro là dove si tratta delle sensazioni del già “visto”, delle precedenti “vite trascorse” e della reincarnazione, che colloca il Demarchi su un piano di simpatia per le religioni orientali (buddismo, induismo, ecc.).

In definitiva lo studio — che si conclude con un’intervista al poeta, una sua nota bio-bibliografica e una bibliografia critica essenziale — pone in giusta luce uno degl’intellettuali e autori più prestigiosi del nostro tempo

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, giu. 2006]


Liliana Porro Andriuoli, La narrativa di Silvano Demarchi (Le Mani, Recco-Genova, 2010, pp. 144, € 10.

Liliana Porro Andriuoli: “La narrativa di Silvano Demarchi”

Precisione documentaria del lungo e dettagliato profilo artistico e umano

Liliana Porro Andriuoli, che già nel 2005 aveva pubblicato L’itinerario poetico di Silvano Demarchi (Le Mani, Recco-Genova), ora continua il suo studio sullo stesso scrittore con La narrativa di Silvano Demarchi (Le Mani, Recco-Genova, 2010, pp. 144, € 10); ed è probabile che in seguito decida di continuare ancora, esaminando le opere di saggistica, traduzione e scuola che il prolifico autore ha prodotto in circa mezzo secolo d’attività letteraria.

Premesso che la narrativa del bolzanino Silvano Demarchi s’estende nell’arco d’un trentennio con la pubblicazione d’otto libri di racconti e romanzi, l’autrice li passa in rassegna tutti: Quasi una fiaba e altri racconti (1979), L’incanto del bosco (1981), Gli anni di Lucio (1981), I frutti dell’Eden (1982), Il richiamo della montagna (1983), Incomunicabilità (1989), Vocazioni (1999), Racconti e aneddoti burleschi (2009). In tale rassegna ciò che colpisce d’acchito è l’attenzione e la precisione documentaria dell’autrice, la quale, nonostante che provenga dal mondo scientifico, dimostra notevoli attitudini alla critica letteraria, fornendo di questo scrittore un lungo e dettagliato profilo artistico e umano.

Di tutte le opere, racconto per racconto e capitolo per capitolo, la Porro Andriuoli riporta un minuzioso riassunto, esamina vicende e personaggi, si sofferma su caratteristiche autobiografiche e psicopedagogiche, delinea l’itinerario formativo e ideologico del Demarchi. Così si vengono a sapere tanti particolari della vita di lui: figlio d’un maestro elementare, segue il padre nei suoi spostamenti di carriera, vive e studia in varie località (Bolzano, Como, Rovereto, Milano, Merano, ecc.), frequenta filosofia all’Università Cattolica, che abbandona a causa del tomismo in essa imperante e si laurea alla Statale di Milano, fa l’insegnante e il preside, ha una figlia suora presto ritornata allo stato laicale, ama la natura, la fratellanza, la pace, il messaggio di Gesù privo delle sovrastrutture ecclesiastiche, simpatizza per le religioni orientali e pratica la teosofia.

Riguardo alla religione l’autrice sottolinea la denuncia demarchiana della rigidità dogmatica e del terrorismo psicologico. Ad un seminarista “Certi dogmi, ancorché intelligibili, gli risultavano assurdi e irrazionali” (p. 114). E nel contesto della critica al formalismo religioso, l’autrice riferisce dell’ostilità del Demarchi ai plagi ecclesiastici e alle monacazioni incaute o forzate, con preferenza per il dialogo che abbia come centro la semplicità del messaggio evangelico; mentre lo stesso stigmatizza certe forme di superstizione, come l’affermare di vedere la Madonna nel globo del sole o staccata da un quadro e volante a mezz’aria.

L’autrice, che parla anche dei sogni e delle aspirazioni giovanili di lui, riferisce che il Demarchi in molti suoi scritti e attraverso i suoi personaggi, anche grazie alla botanica e all’ecologia, dimostra un intenso rapporto con la natura alpina e fiabesca, con cui si sente in sintonia o simbiosi in una forma di panismo che lo fa credere elemento come l’erba e la radice; egli esalta il mito, vede nella nudità la ricerca di libertà ed uguaglianza e nella vicenda d’una molecola d’acqua trova la metafora della vita umana. Perciò egli si dichiara contro la caccia; e, nel racconto dei piccoli pettirossi accuditi da una canarina perché la loro mamma è stata uccisa da un cacciatore e in quello della danza-lotta dell’amore del gallo forcello, esprime una grande ammirazione per gli animali, i quali secondo lui potrebbero insegnare tante cose agli uomini. E ammirando la natura lo scrittore spesso inserisce leggende, divagazioni storiche e apologhi.

Altro fascino che lo scrittore prova è per l’innocenza dell’infanzia, a cui fa riscontro la malafede degli adulti: perciò egli auspica un mondo d’uomini affratellati e senza guerre.

L’autrice mette in evidenza che come il Demarchi anche i suoi personaggi fanno meditazioni di carattere filosofico, credono nella rinascita o reincarnazione, rifiutano il dogmatismo, si sentono in comunione col creato, nel cui spettacolo e nei cui meccanismi vedono la Mente del Creatore e una fonte di gioia da non cercare altrove, tanto che un pastore preferisce la terra alle gerarchie angeliche dello Pseudo-Dionigi l’Areopagita e poi respinge anche le proposte di godimento in cielo fattegli da S. Tommaso d’Aquino e da S. Giovanni Evangelista, e un Aristarco crede solo a ciò che cade sotto i suoi sensi. Perciò nel libro si riportano i concetti demarchiani di vita precedente, epifania di Dio, ascensione mistica e teosofia, precisando che secondo l’evangelista Giovanni (3, 1-3) “nessuno può vedere il regno di Dio se non nasce nuovamente”: il che presuppone un riconoscimento della luce di Gesù e della redenzione da lui operata.

Un largo spazio ha la denuncia demarchiana dell’assurdità della scuola post-sessantotesca, con studenti contestatori sempre riuniti in poco utili assemblee e occupazioni degli edifici, docenti estremisti abbigliati in modo farsesco o spontaneisti produttori di caos e baldoria, materie stravolte e sempre più prive di seri contenuti, disprezzo dell’autorità scolastica.

L’autrice fa risaltare anche l’umorismo dello scrittore in una narrativa dell’assurdo di stampo esistenzialista o pirandelliano: e al riguardo ricorda alcune scenette, come quella d’un parroco paffuto, beone e rubizzo, che lava i suoi panni alla fontana pubblica e poi assume come perpetue due ventenni per raggiungere cumulativamente l’età canonica, o quella d’un predicatore apocalittico e prepotente che viene cacciato dai fedeli.

In questa sua disamina la Porro Andriuoli spesso fa ricorso a raffronti e citazioni, specialmente delle poesie del Demarchi contenenti gli stessi concetti o addirittura le stesse parole; e, nel far rilevare la personalità artistica dello scrittore, ne elogia la prosa limpida e sicura, lo stile vivace e fluido, la godibilità della lettura, non trascurando gl’impliciti intenti didascalici.

A sua volta questo libro della Porro Andriuoli, che — come il precedente — reca un contributo determinante alla conoscenza del Demarchi, è scritto in modo chiaro, scorrevole e corretto, salvo la mancanza di corsivi o virgolette nella maggior parte di parole latine o straniere e qualche svista come prende invece di prendere (p. 5) e 1982 anziché 1981 riferito al romanzo L’incanto… (p. 141). Anche l’aspetto grafico-editoriale è gradevole, con bella copertina, caratteri chiari e buona impaginazione.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, nov.-dic. 2010]


Gian Luca Potestà, Gioacchino da Fiore, invito alla lettura, San Paolo, Torino, 1999, pagg. 96, £ 12.000.

Gian Luca Potestà, dell’università Cattolica, ha curato quest’antologia di scritti di Gioacchino da Fiore, da lui stesso tradotta, presentata e annotata. Però egli non sembra aggiornato in materia di bibliografia gioachimita, dato che la breve nota finale fornisce pochissimi riferimenti, ignorando i fondamentali contributi di Foberti, Tondelli, Russo, Piromalli, D’Elia, Adorisio ed altri. Per esempio, il Potestà spiega alcune figure di Gioacchino senza mai citare il Tondelli che di quelle figure fu lo scopritore e il primo interprete; né mai accenna ai rapporti fra Dante e Gioacchino da Fiore, particolare oggetto d’indagine della recente critica. E tutto ciò è una grave mancanza.

Tuttavia questa pubblicazione è importante perché porta all’attenzione dei lettori il pensiero teologico e morale di Gioacchino da Fiore, un personaggio scomodo da Dante beatificato, ma in realtà sempre emarginato dalla gerarchia cattolica, forse perché egli, abbandonando l’ordine dei cistercensi, fondò quello dei florensi e perché proponeva con vigore il rinnovamento della Chiesa col ritorno alla povertà e semplicità delle origini: tema tanto caro a Dante, che da lui lo acquisì.

Ora, attraverso le pagine dello stesso Gioacchino, anche se non sempre rese in linguaggio scorrevole e chiaro e di cui alcune erano già state tradotte e pubblicate dal D’Elia, si può capire quale fosse il vero pensiero gioachimita; e, se da una parte si ridimensionano i rapporti col rivale Pietro Lombardo e vengono sfatate certe leggende di eresie e stregonerie, dall’altra si vede emergere in maniera inequivocabile la figura straordinaria di Gioacchino e se ne ammirano le doti di acutezza d’ingegno, dottrina, saggezza, principi morali, umiltà e santità, nonché la grande opera di edificazione dei fedeli da lui sempre portata avanti con piena sottomissione alla Chiesa. Perciò ci si stupisce per il fatto che un personaggio del genere — proclamato “uomo cattolico” dal papa Onorio III con un’apposita bolla del 1220 che praticamente annullava la precedente condanna ecclesiastica di qualche proposizione attribuita a Gioacchino — finora sia rimasto privo dell’aureola di Santo e del titolo di Dottore della Chiesa ed istintivamente si pensa che ciò sia dovuto ad intrighi e maneggi di curia.

Fortunatamente i tempi stanno cambiando e maturando a favore di una definizione ecclesiastica del caso: per Gioacchino si scrivono frequentemente libri e articoli, si svolgono convegni internazionali e si costituiscono comitati locali, mentre la Chiesa va chiedendo perdono per i suoi errori del passato.

In questo clima, questo libro, che presenta Gioacchino come “scrittore di Dio”, sicuramente contribuisce alla sua rivalutazione, ponendo in giusta luce l’abate calabrese “di spirito profetico dotato” (Par. XII). E questo è un indiscutibile merito del Potestà e dell’editrice, nonché del Progetto culturale promosso dalla Chiesa per il Giubileo.

Carmelo Ciccia

[“La voce del CNADSI”, Milano, 1.I.2000]


Reanna Pozzebon, Dietro la porta (poesie), Tipogr. Livotto, Nervesa della Battaglia, 1998, pagg. 48, s. p. (1)

PREFAZIONE

“La vita è come una chimera, / come una farfalla: ha ali fragili / come quel sogno lontano.” Basterebbero questi versi per farci capire l’essenza della poesia di Reanna Pozzebon, che debutta nel mondo editoriale con questa raccolta dal titolo Dietro la porta e che dimostra una buona formazione umanistica, se non riconducibile agli studi scolastici, frutto sicuramente d’una dote e d’una passione da lungo tempo coltivata. L’emblematico titolo trova spiegazione nell’omonima lirica: “quando una giungla di sentimenti / ti attanaglia il cuore / [...] / È difficile a volte... / chiudere la porta / e fingere di essere normale!”.

L’autrice esprime la sua inquietudine e il suo dolore, un dolore definito ora “senza ali” ora “antico”. Eppure esso si manifesta in modo pacato e si direbbe rassegnato, senza segni di disperazione, perché insito in una persona matura che la vita stessa, sebbene giovane, ha maturato. Il pessimismo della Pozzebon non scivola mai in atteggiamenti scomposti, ma si ferma alla soglia d’una consapevole accettazione della vita così com’è. Questo non esclude una ricerca sulla vita stessa, sull’Io e sull’Assoluto, la quale serpeggia per tutta la raccolta: d’altronde una ricerca del genere è tipica d’ogni essere umano che abbia un minimo di saggezza, anche se ha raggiunto punte d’interesse in personaggi come Socrate, Leopardi e Hesse, solo per fare alcuni nomi. Da ciò discende che la vita ha ali fragili come ogni sogno, vicino o lontano che sia: e all’illusione, che facilmente anela alla felicità, spesso segue la delusione.

Nel bailamme contemporaneo, fra assordanti richiami ed effimere distrazioni, l’autrice, pur accorgendosi che “non c’è tempo per pensare”, sa trovare l’occasione e il momento giusto per pensare e riflettere. In un clima di sfiducia e malinconia, lei confessa di non sapere nulla del mondo e osserva gli stormi di rondini armonicamente migranti, mentre un freddo vento spazza le foglie ed è tardi per tornare al nostalgico girotondo dell’infanzia. Anche i ricordi delle guerre contribuiscono a questa tristezza: e allora diventa facile “guardare l’immenso / per sentirne il vuoto”; ma per fortuna “il fiume della vita / continua a scorrere” e non mancano le opportunità di dare credito ai sogni e alle speranze, specialmente quando chi sogna è una giovane: “com’è bella la notte / con dorate lentiggini in volto”.

Così la raccolta si avvia alla conclusione con qualche nota d’ottimismo: in gioventù le risorse sono infinite; e, consentendo ad una naturale fantasticheria, ci si può fermare volentieri a guardare “nel cielo / ricami di nuvole, / tetti d’ambra” che di notte vegliano e danno quel gusto che — tutto sommato — ogni persona piena di serena vitalità prova in momenti del genere. La Pozzebon si sofferma a guardare le piccole cose, a dare ascolto ai piccoli sentimenti: e ne vengono dei quadretti in cui si capisce che la sua mente lavora e il suo animo palpita fino a registrare — per sé principalmente ma anche per gli altri — le sue vibrazioni.

In queste quaranta liriche, dunque, l’autrice ci svela il suo animo: e lo fa con delicatezza e garbo. Certo, quelle che lei ci offre non sono composizioni eccezionali: a volte si avverte che deve farsi le ossa. Però le premesse ci sono e sono buone: c’è una propensione ad osservare, intendere e soprattutto riflettere, che, unita a idonei mezzi espressivi, raggiunge effetti di gradevolezza nella tecnica, nella scelta di vocaboli, nella sistemazione di versi, nel ritmo e nella melodia. Il necessario affinamento certamente verrà col tempo, con le buone letture e con l’esercizio. Ed è con questa fiduciosa convinzione che diamo il benvenuto a Reanna Pozzebon e le auguriamo un lungo e fortunato viaggio nel mondo della poesia.

Carmelo Ciccia

[in Reanna Pozzebon, Dietro la porta (poesie), Tip. Livotto, Nervesa della Battaglia, 1998, pagg. 48]


Reanna Pozzebon, Dietro la porta (poesie), Tipogr. Livotto, Nervesa della Battaglia, 1998, pagg. 48, s. p. (2)

LE POESIE DI REANNA POZZEBON

“La vita è come una chimera, / come una farfalla: ha ali fragili / come quel sogno lontano.” Basterebbero questi versi per farci capire l’essenza della poesia di Reanna Pozzebon, che debutta nel mondo editoriale con questa raccolta dal titolo Dietro la porta (Tipogr. Livotto, Nervesa della Battaglia). Il titolo è spiegato nell’omonima lirica: “quando una giungla di sentimenti / ti attanaglia il cuore / [...] / È difficile a volte... / chiudere la porta / e fingere di essere normale!”.

L’autrice esprime la sua inquietudine e il suo dolore, un dolore definito ora “senza ali” ora “antico”. Eppure esso si manifesta in modo pacato e si direbbe rassegnato, senza segni di disperazione, perché insito in una persona matura che la vita stessa ha maturato. Il pessimismo della Pozzebon non scivola mai in atteggiamenti scomposti, ma si ferma alla soglia d’una consapevole accettazione della vita così com’è. Questo non esclude una ricerca sulla vita stessa, sull’Io e sull’Assoluto, la quale serpeggia per tutta la raccolta: d’altronde una ricerca del genere è tipica d’ogni essere umano che abbia un minimo di saggezza, anche se ha raggiunto punte d’interesse in personaggi come Socrate, Leopardi e Hesse, solo per fare alcuni nomi. Da ciò discende che la vita ha ali fragili come ogni sogno, vicino o lontano che sia: e all’illusione, che facilmente anela alla felicità, spesso segue la delusione.

La Pozzebon si sofferma a guardare le piccole cose, a dare ascolto ai piccoli sentimenti: e ne vengono dei quadretti in cui si capisce che la sua mente lavora e il suo animo palpita fino a registrare — per sé principalmente ma anche per gli altri — le sue vibrazioni.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 2.XII.1998]


Mario Puccini, Caporetto, FVG, Udine, 2008, pagg. 112, s. p.

“Caporetto” di Mario Puccini

Antidannunziano guardò al Verga e alla narrativa russa

Mario Puccini (Senigallia, AN, 1887 – Roma 1957) fu combattente nella prima guerra mondiale, collaboratore d’importanti giornali e riviste e raffinato scrittore, che, respingendo il dannunzianesimo in voga, guardò al Verga e alla narrativa russa. Dalla stessa guerra prende le mosse il suo romanzo più famoso, cioè (Il soldato) Cola, o ritratto dell’italiano, ricco di verità e umanità. Altre sue opere sono: Foville, Come ho visto il Friuli, Davanti a Trieste, Dov’è il peccato è Dio, Ebrei, La prigione, Comici, La terra è di tutti.

Il suo diario Caporetto, iniziato da ufficiale subalterno della brigata Veneto durante la suddetta guerra col titolo Dal Carso al Piave, più volte rimaneggiato e uscito postumo soltanto nel 1987, nel descrivere passo passo la ritirata italiana, da una parte esprime un grande patriottismo, sottolineando con sentito rimpianto la bellezza e feracità delle varie località dovute abbandonare a quelli che lui definisce barbari (nonostante la più volte ribadita appartenenza d’esse alla madrepatria Italia), dall’altra evidenzia le difficili condizioni di militari e civili, oscillanti fra pessimismo e ottimismo: il tutto in una prosa ricca di passione, di commozione e di poesia, in cui affiorano anche le eccellenti qualità dell’osservatore e del pittore.

Questo diario ora è tornato in libreria con un’intelligente introduzione di Francesco De Nicola, che ne illustra caratteristiche narrative ed umorali, nonché forma e stile: Mario Puccini, Caporetto, FVG, Udine, 2008, pp. 112, s. p. Qui le annotazioni sono poste in quadri bene scanditi, in modo che ognuno costituisca come la stazione d’una riflessione. D’acchito si nota che l’autore è un vero poeta, definitosi come il Pascoli “poeta fanciullo”, capace d’esprimere osservazioni e sentimenti con notevole perizia. Ci sono donne come bianche corolle, belle terre friulane sotto i barbari, campi coltivati con mano amorosa, castagni centenari e verde primaverile, con cui contrasta la “prepotente cupidigia del barbaro” (p. 60). E poi pianori, stoppie, foglie che cadono dagli alberi, paesi che coloro che si ritirano forse non rivedranno più e uccelli, tanti uccelli: passeri, merli, folaghe, fringuelli, pivieri, pettirossi... In questo contesto la pioggia “sui campi giallastri lasciava spesso miriadi di gocciole vive: che, riaffacciatosi il sole, tremolavano e scintillavano tra una croce e una zolla, tra una tomba e un cespuglio, come simboli delle giovinezze ivi interrate.” (p. 39).

C’è fresca poesia, ma c’è anche paura, compianto, lutto, rabbia: “Accidenti alla guerra, perché questa vita da cani?” (p. 41); “che triste e inutile fine!” (p. 58).

Le granate nemiche imperversano, i soldati morti in trincea sembrano dormire l’uno sull’altro, le difficoltà sono enormi e insopportabili (spossatezza, intemperie, fame, parassiti, ecc.). Eppure i soldati si sentono tutti fratelli, perché sanno di far parte d’una stessa razza e d’una stessa patria; e s’arriva al punto che un moribondo implora: “Non seppellitemi qui. Non mi lasciate agli austriaci.” (p. 53). E qualcuno spera che i bambini un giorno vendicheranno la barbarie, anche se gli austriaci (di cui l’autore sottolinea le violenze sulle case e famiglie italiane) hanno fatto propria una massima del Bismarck: “Bisogna che al popolo invaso non restino che gli occhi per piangere”. (p. 95)

È un viaggio interminabile quello che compiono questi soldati sbandati dal Carso al Piave: dopo essere sfuggiti alla morte lassù, forse vanno verso un altro appuntamento con la morte, fatale per molti. Sotto l’incubo degli aerei, delle mitragliatrici e delle cannonate dei nemici attraversano graziose località come Cervignano, Palmanova, Motta di Livenza, Maserada sul Piave; si beano di luci, colori e odori, e assaggiano il buon vino Raboso. Con loro innumerevoli profughi civili, fra cui una maestra pensionata che leggeva Dante ed esibiva la coccarda tricolore, sfollano tristemente verso impensate e a volte remote destinazioni (Campania, Sicilia, ecc.), dove però saranno accolti e accuditi amorevolmente, constatando di persona il vero volto di quest’altra Italia; e a Treviso un bimbo mutilato e orfano s’aggira sconsolato, mentre l’autore commenta: “Ecco un bimbo che non sarà mai uomo” (p. 100).

Dice l’autore che a Caporetto c’è stata una catastrofe “piena, irrimediabile, fatale” (p. 84): eppure lui e altri alla fine del diario esprimono il desiderio e la speranza di poter ritornare sul Carso a continuare e completare l’opera di redenzione di quelle terre naturalmente spettanti all’Italia. E questo si avvererà un anno dopo di quella terribile disfatta, grazie all’epica vittoria di Vittorio Veneto.

In conclusione il diario Caporetto di Mario Puccini è un libro che inculca pensieri che non dovrebbero mai dimenticarsi e fa lungamente riflettere non soltanto sulla imprescindibilità del principio dell’autodeterminazione dei popoli, ma anche sulla necessità di coltivare la pace.

La forma è curata (tranne “un bel zero” a p. 36): le parole straniere, compreso camion, sono sempre in carattere corsivo, quelle dialettali rendono il colore locale e lo stile (pur con qualche ellissi e con qualche termine aulico o inusitato) è piano e scorrevole.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, dic. 2010]


Edoardo Radaelli, La parola Amore, Terre sommerse, Roma, 2013, pp. 241, € 15.

“La parola Amore” di Edoardo Radaelli

Storie di giovani amici fatte di comprensione e solidarietà, anche verso l’omosessualità

Edoardo Radaelli, nato nel 1982 a Roma dove risiede, laureato in archeologia, specialista in beni archeologici e frequentante il dottorato di ricerca in Gran Bretagna, con il romanzo La parola Amore (Terre sommerse, Roma, 2013, pp. 241, € 15) è al suo esordio letterario.

Già nella massima posta all’inizio del libro l’autore chiarisce il senso e lo scopo di questa narrazione: “Gli amici che abbiamo nell’adolescenza sono sempre quelli che portiamo nel cuore perché rispecchiano un ideale che sboccia e fiorisce col tempo, a volte per tutta la vita” (p. 3). E da essa s’intuisce che questo lavoro nasce da una forte emozione personale: e quindi può definirsi autobiografico.

Qui i giovani amici sono una dozzina; e dalle loro storie, fatte di comprensione e solidarietà, anche se in essi sono assenti il sentimento e la pratica della religione, si capisce il significato della parola Amore, estrinsecato in varie occasioni e manifestazioni, come nell’assistere a turno uno di loro in coma all’ospedale e un neonato sballottolato di qua e di là, figlio d’un’altra del gruppo.

Anzitutto c’è il protagonista Paolo, un omosessuale che, casualmente lanciato nel mondo della musica, dopo una fallita relazione con Giacomo, non soltanto va a convivere con Fabio, ma diventa un cantautore apprezzato in Italia e all’estero, dov’è presente anche alla radio e alla televisione, nonché in interviste e servizi giornalistici vari; e col riconoscimento del piccolo Alessio, figlio di Veronica (che non può tenerlo studiando all’estero), costituisce col suo compagno una specie di famiglia. E dal titolo della sua prima canzone, seguita da album e video, prende il titolo questo libro, in cui lo stesso Paolo, che in duetto con Ilia vince un rinomato festival e vende milioni di dischi, spiega “quanto sia difficile pronunciare questa parola fatidica in un rapporto di coppia, sia per la semplice paura dell’impegno sia per un senso di insicurezza che porta ad avere timore di non sentirsela ripetere” (p. 152).

A lui fanno corona: l’omosessuale Fabio, suo pubblicitario e convivente, il quale viene investito sulle strisce pedonali e cade in coma, mentre l’addolorato Paolo si rende conto che nei confronti dell’infortunato egli non è nessuno per la legge e quindi chiama al capezzale la madre di lui, fino a quando il paziente si risveglia e dopo alcuni anni si riprende pressoché completamente; la propria sorella Francesca, piccola e comprensiva, ma che matura nel corso dei quasi sei anni di svolgimento del romanzo; Marta, che soffre per la lontananza del fidanzato Matteo, che lavora prima in Canadà e poi in Germania; Lucia e Claudio, poi sposi felici con la figlia Camilla; Sara, sempre depressa a causa del fidanzato Andrea, che è lontano (in Scozia) e che dopo sei anni la lascia per un’altra, mentre lei alla fine si lega felicemente con Giorgio; Veronica, che fa una gran festa per il suo 18° compleanno, ma fragile com’è, resta incinta d’un ubriaco, col quale ha avuto un rapporto senza neanche accorgersene a causa dell’ebbrezza, e dopo qualche incertezza decide di non abortire, dando il figlio Alessio a Paolo e andandosene a studiare a Ginevra, mentre in seguito si lega con Roberto, che presto la tradisce, e infine con Charles, incontrato in Svizzera; Ilia, cantautrice di grido, che prima si dà molte arie e guarda tutti con superiorità, ma poi s’innamora dell’addetto alle pulizie Vincenzo, che tenta di fare assumere come batterista, e infine fa coppia artistica con Paolo, che prima disprezzava; Daniel, altro omosessuale, che prima ha avuto a che fare con Paolo e che poi prova a mettersi con Giacomo, ma dopo un po’ lo lascia, facendolo ricadere nell’alcolismo e inducendolo a stabilirsi con lo psicologo Biagio.

Qui è opportuno chiarire che l’omosessualità in questo libro è vissuta e accettata con naturalezza e serenità da tutti, anche dai familiari. E nell’epilogo è Paolo che con un saggio discorso, in cui rievoca i tempi e le modalità della loro conoscenza, tira le somme, paragonando il loro vincolo affettivo a quello d’una famiglia: la sua.

In sostanza la narrazione, che si conclude con un brindisi, ruota attorno a questi amici; e le loro vicende s’alternano nei brevi paragrafi in cui è suddiviso ogni capitolo. Questa brevità favorisce la lettura e spinge il lettore a proseguire speditamente alla ricerca d’approfondimenti e sviluppi, grazie anche alla riuscita delineazione dei personaggi, alla scorrevolezza dei periodi e alla chiarezza d’impostazione e d’esposizione.

L’espressione linguistica è quella dei giovani d’oggi, con abuso di locuzioni di moda, quali “così tanto” e “talmente tanto” (e varianti), parole straniere senza corsivi o virgolette, punteggiatura carente. Ci sono poi altre forme non ortodosse, come “ne debba trarne” (p. 226) e la locuzione semplice “riguardo” al posto della locuzione prepositiva “riguardo a” (in varie pagine), nonché parecchi refusi tipografici, qualcuno dei quali altera il senso: ad es. a p. 184 “fitto” dovrebbe essere “fritto” (2 volte). Infine dal punto di vista grafico-editoriale il libro è ben impaginato e ha carta buona e caratteri nitidi, ma la copertina è opaca e confusa, con un titolo quasi impercettibile.

Complessivamente in questo suo esordio il giovane autore dimostra d’avere buone doti per la continuazione dell’attività letteraria, a cui sembra portato.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, dic. 2013]


Joseph Ratzinger, San Bonaventura. La teologia della storia, Nardini, Firenze, 1991; e Il Dio di Gesù Cristo / Meditazione sul Dio Uno e Trino, Queriniana, Brescia, 1978.

JOSEPH RATZINGER E GIOACCHINO DA FIORE

Nel 1959 Joseph Ratzinger, allora semplice sacerdote e dal 2005 papa Benedetto XVI, s’è occupato indirettamente del pensiero dell’abate e mistico calabrese Gioacchino da Fiore (1130-1202). Nel suo libro San Bonaventura. La teologia della storia (edito in italiano da Nardini, Firenze, 1991), che poi era un rifacimento della tesi d’abilitazione presentata nel 1955 per la cattedra di dogmatica e teologia fondamentale a Frisinga (Baviera), egli notava che la visione trinitaria dell’abate fu ripensata da S. Bonaventura, il quale passò da quella d’un Cristo “fine dei tempi” a quella d’un Cristo “centro dei tempi”. Secondo lui, non si può comprendere il pensiero di S. Bonaventura se non si tiene conto del dato di partenza fornito da Gioacchino, che — non condiviso neanche da S. Tommaso d’Aquino — nella sua discutibilità si rivela importante.

In quest’opera il Ratzinger accenna alle lotte tra francescani conventuali e francescani spirituali, i quali ultimi si rifacevano al pensiero di Gioacchino interpretato arbitrariamente e ai quali egli dà torto per il fatto che intendevano il francescanesimo come inizio della Chiesa dello Spirito prevista dallo stesso Gioacchino ed estranea alla struttura gerarchica, anche se precisa che la sua valutazione del calabrese è basata su una visione storica e non dogmatica. E proprio per questo il Ratzinger, che parla d’utopia spiritualistica, esalta S. Bonaventura per avere rifiutato la scansione trinitaria della storia, eliminato tutte le deformazioni del pensiero gioachimita, ancorché prodotte da successori dell’abate calabrese, ed evitato il pericolo che l’ordine francescano piombasse nell’anarchia.

Nel 1978 il Ratzinger, allora cardinale e teologo, tornò ad occuparsi di Gioacchino da Fiore nel suo libro Il Dio di Gesù Cristo / Meditazione sul Dio Uno e Trino (Queriniana, Brescia, 1978). Nel terzo ed ultimo capitolo, intitolato “lo Spirito santo”, dopo avere respinto le interpretazioni di questa Persona trinitaria che diedero nel sec. II i manichei (facenti capo a Mani) e i montanisti (facenti capo a Montano e in sua vece a Tertulliano), interpretazioni che sfociarono in arroganza e disprezzo per la Chiesa dei peccatori, oppone a costoro l’abate Gioacchino, che d’acchito definisce “pio” e al quale accredita il merito d’aver conferito alla nostalgia della stessa Persona la più affascinante immagine.

L’autore elenca i disagi della Chiesa di quel tempo vissuti anche da Gioacchino: l’odio fra ebrei e cristiani, l’ostilità fra Chiesa d’Oriente e Chiesa d’Occidente, la gelosia fra clero e laicato, la sete di potere degli ecclesiastici: secondo lui, da ciò derivò nel pio abate la convinzione che questa non fosse la Chiesa voluta da Cristo, dai profeti e dagli apostoli, e che prima della parusia ci fosse bisogno d’un nuovo intervento di Dio nella storia per una nuova Chiesa, nella quale gli uomini, di qualsiasi etnia e religione, convivessero nella verità e nella pace. E qui l’autore inserisce la visione trinitaria della storia postulata da Gioacchino, il cui terzo stadio era intitolato proprio allo Spirito Santo, “regno di libertà e pace universale”.

Dopo aver ricordato che la concezione gioachimita prevedeva corsi, ricorsi, corrispondenze, intersecazioni e sovrapposizioni, il Ratzinger loda questo modo d’intendere il nuovo come germinante dal vecchio e ad esso affiancato; e ne trova esempio nel monachesimo, che s’innestava nella Chiesa di quel tempo comunque fosse, aggiungendo che lo stesso Gioacchino fondò un ordine religioso “che prefigurasse i tempi nuovi”.

Il Ratzinger quindi s’occupa della questione del “vangelo eterno” annunciato da Gioacchino sulla base d’Apocalisse XIV 6, il quale secondo il futuro papa “non era altro che il vangelo di Gesù Cristo”, che nella visione dello stesso Gioacchino sarebbe stato applicato nella sua originalità ed interezza, dando luogo ad un cristianesimo “del tutto spirituale”.

A questo punto il teologo afferma che la speranza gioachimita dell’avvento definitivo dello Spirito Santo si concretizzò nel francescanesimo, il quale vide in sé la nascita d’una nuova Chiesa; ma osserva che tale speranza ben presto s’affievolì a causa delle divergenze tra le due correnti dell’ordine, trasformandosi presto in un “ideale di lotta”. E ricorda che al gioachimismo più avanti si sarebbero rifatte le espressioni “Terzo Regno” di A. Hitler e “Duce” di B. Mussolini, senza dimenticare che anche il marxismo attraverso G. Hegel ebbe l’idea d’una storia avanzante trionfalmente nei secoli e perciò d’una salvezza definitiva nella storia.

A questi riferimenti si potrebbe aggiungere che anche G. Mazzini, grande ammiratore di Gioacchino e a lui ispirandosi, parlò d’una Terza Italia come età dello Spirito.

Il Ratzinger apprezza la disponibilità gioachimita a dare avvio ad un cristianesimo “spirituale” già nel presente, cercato nell’intimità della parola e non all’esterno, e concorda coi primi francescani nell’intravedere nella dottrina dell’abate calabrese una specie di profezia del nuovo ordine francescano, asserendo che S. Francesco diede a Gioacchino la risposta più bella e più corretta: quella di distinguere ciò che nella propria vita proviene dallo Spirito da ciò che proviene da altra fonte, “anche se poi i successori non riusciranno a seguirlo su questa via”. In pratica il Santo voleva vivere la Scrittura, specialmente il discorso della Montagna, senza deviazioni e distinzioni, lasciandosi prendere dalla parola di Dio. Per il Ratzinger in S. Francesco appare nella sua vera luce ciò che nell’insegnamento gioachimita risulta deformato da una serie di speculazioni successive all’abate: e per questo motivo il Santo ha esercitato un’enorme influenza attraverso i secoli. Per lui il cristianesimo vero è quello della parola vissuta, quando la parola stessa è domicilio dello Spirito e Gesù ne è la sorgente: una convinzione — questa — che elimina gli “aspetti deformanti della dottrina di Gioacchino”, e cioè “l’utopia di una chiesa che si distanzia e s’eleva al di sopra del Figlio; ed un’aspettativa irrazionale che vorrebbe offrirsi come un programma reale e razionale”.

Infine il Ratzinger preferisce rispetto a quella di Gioacchino la logica trinitaria impostata da S. Ireneo (sec. II) per il governo della storia, logica che non risale dal Padre al Figlio per approdare allo Spirito, nella liberazione, ma fin dall’inizio è quest’ultima Persona a istruire e guidare l’uomo, conducendolo al Figlio e attraverso il figlio al Padre. E il capitolo si conclude con le citazioni di S. Giovanni e di S. Paolo, che concludono anche il libro.

Come si vede, dall’entusiasmo iniziale (pio abate, la più affascinante immagine dello Spirito, auspicio di Chiesa rispondente al Nuovo Testamento e ai profeti), che sembrava preludere a un diverso orientamento finale, il Ratzinger in questo libro è passato a dare la sua preferenza ad un altro pensatore, S. Ireneo, vedendo in Gioacchino qualcosa di deformato e deformante: l’assegnazione della 3^ Età allo Spirito e l’attesa irrazionale d’eventi apocalittici; ma con tutto ciò non ha espresso alcuna condanna nei confronti di Gioacchino, limitandosi a mettere in luce i diversi punti di vista.

Tuttavia, al riguardo si può chiarire che in realtà la deformazione del pensiero di Gioacchino avvenne per opera non soltanto d’avversari, quali i cistercensi (che ce l’avevano con l’abate per il fatto che costui aveva abbandonato il loro ordine e ne aveva fondato un altro), ma anche di seguaci troppo zelanti. Queste due parti attribuivano all’abate una serie di comportamenti strani, profezie e incredibili previsioni. Ad esempio, il seguace zelante Gerardo di Borgo San Donnino fece passare per “vangelo eterno” (quello rivelato in Apocalisse XIV 6 e ripreso da Gioacchino) alcuni scritti dello stesso Gioacchino, facendo iniziare la 3^ Età e il vangelo dello Spirito nel 1260: motivo per il quale fu condannato da una commissione presieduta da S. Bonaventura, allora generale dei francescani, e languì per 18 anni in carcere.

Dante Alighieri, che condannò entrambe le correnti dei francescani senza parteggiare per alcuna delle due, non tenne conto delle dispute teologiche, quando nel suo Paradiso collocò insieme vari spiriti sapienti di diverso ed opposto orientamento. Nelle tre corone danzanti e concordi nell’esprimere gioia e gratitudine a Dio ci sono — fra gli altri — Tommaso d’Aquino, Pietro Lombardo (avversato da Gioacchino), Bonaventura da Bagnoregio e Gioacchino da Fiore. Ed è significativo che l’elogio di Gioacchino (ultimo e più importante nella presentazione) sia fatto da Bonaventura, che in terra l’aveva avversato: segno che la poesia, quando si fa “divina”, supera e annulla i contrasti terreni, fra cui rivalità e avversioni.

Esaltando Gioacchino da Fiore con la celebre terzina dei versi 139-141 della terza cantica, il poeta dimostrò d’apprezzarne la dottrina e fece sue tutte le istanze gioachimite, ivi compresa l’aspettativa d’una Chiesa rinnovata, al di fuori delle esagerazioni e deformazioni operate dalla speculazione posteriore allo stesso Gioacchino.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-dic. 2010]


Virgilio Righetti, Per capire la natura umana / Saggi, Lorenzo, Torino, 2006, pagg. 112, euro 15.

Anzitutto bisogna fare un avviso importante: se la modestia dell’impaginazione, la piccolezza dei caratteri, l’ammassamento delle righe per l’interlinea minima e lo scarso uso in vari saggi dell’andare a capo e dei conseguenti capoversi rientranti possono indurre i lettori — specialmente quelli anziani che hanno problemi di vista — a non iniziare nemmeno la lettura di questo libro a causa della pesantezza di pagine pressoché interamente inchiostrate, si suggerisce d’avere un po’ di pazienza e cercare di leggere lo stesso, almeno i saggi più congeniali e quelli posti in pagine aventi degli spazi bianchi in righe interrotte, poiché il contenuto è d’alta qualità e sicuramente ne vale la pena. D’altronde si deve tener presente che in questo libro (il quale — se realizzato con diversi caratteri e spaziature — si sarebbe esteso più del doppio) l’autore ha condensato un’attività scrittoria esplicatasi per circa mezzo secolo, riportando suoi scritti già apparsi in numerosi giornali e riviste. E al riguardo risulta opportuno il dettagliato profilo critico di Vincenzo Bendinelli, che traccia ampiamente L’iter letterario di Virgilio Righetti.

“Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza”: e a questa celebre massima di Dante (Inf. XXVI 119-120) sembra essersi ispirata la vita di Virgilio Righetti, che in una vastissima produzione — poesia, narrativa e saggistica — s’è sempre posto i quesiti fondamentali dell’uomo (il nascere, il vivere, il morire, il bene, il male, l’aldilà) cercando di dare delle risposte più che altro a sé stesso, proprio — come recita il titolo — Per capire la natura umana.

E allora siamo in presenza di saggi filosofici? Certamente il Righetti, stando alla sua laurea, proviene da una formazione filosofica, ed esplicita un raziocinio profondo; ma in questo libro c’è l’estrinsecazione non d’un vero sistema filosofico, bensì d’una pensosità-saggezza, vieppiù consolidatasi e identificatasi con l’età. E non per nulla egli ha visitato in Spagna e qui ricorda le arabe “Case della saggezza”, un tempo popolate da poeti, artisti, astronomi, filosofi, ecc.

Ecco, dunque, che quando tratta di qualche scrittore (ad esempio, Dante, Boccaccio, Leopardi, Pirandello, Angiolieri, Verga, Vittorini, D’Arrigo, Bellow, Bernanos, Senghor, ecc.), l’autore, al di là di notazioni filologiche, storiche ed estetiche — che pure non mancano — con la sua introspezione dà rilievo al mondo interiore dei soggetti, ch’egli individua e scandaglia, rimarcandone comportamenti e intendimenti, nonché rapportando la problematica sociale ai nostri giorni: tanto che appaiono esemplari certe sue intuizioni sull’odierna scomodità di Dante, sul verghiano ideale dell’ostrica e sulla pazzia pirandelliana.

Ma gl’interessi del Righetti spaziano a largo raggio, affrontando più congruamente testi di filosofi e pensatori e soffermandosi anche su questioni contemporanee, quali le impennate degl’intellettuali, le difficoltà esistenziali, il suicidio, la “pseudopovertà”, l’essenza e il ruolo della poesia, ecc. Al riguardo ci sembra magistrale (almeno dal punto di vista contenutistico) la lezione finale — ché di vera e propria lezione si tratta, in quanto fatta da un vero maestro — “L’importanza della poesia nella vita contemporanea”: un testo che per l’acutezza, la lucidità e l’attendibilità, nonché per i riscontri basati su liriche dello stesso autore, è raccomandabile anzitutto ai poeti, quelli veri e quelli improvvisati, e poi anche ad ogni lettore, specialmente se intellettuale e operatore culturale. A conclusione l’autore invita il lettore, per superare i propri limiti, a cercare “anche nell’errore, in uno straccio appeso, a un volto, in una lacrima asciugata da mani pietose, ovvero nella solitudine d’un fiore, il soffio eterno della poesia”. E qui è il caso di ricordare che il Righetti è vincitore di prestigiosi premi di poesia e quindi parla da esperto.

Naturalmente un libro del genere non si può riassumere in una breve recensione, ma quanto detto sopra può bastare a dare una motivazione alla lettura del lavoro, anche se scaglionata nel tempo o parziale. È vero che il libro — oltre che refusi e anomalie tecno-grafiche — a volte presenta una punteggiatura imprecisa ed espressioni grammaticalmente e sintatticamente non ortodosse, le quali disturbano la chiarezza e la scorrevolezza; ma questo non è un fenomeno consistente e in ogni caso non impedisce la complessiva fruizione del contesto.

Infine non va trascurata la fotografia della copertina, riproducente l’autore e la moglie amorevolmente dialoganti dopo superate traversie (e probabilmente su argomenti di questo libro), in una cornice paesaggistica fiabesca, quasi ad infondere nei lettori — oltre che serenità e ottimismo — il senso e l’opportunità del dialogo e della reciproca comprensione.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, dic. 2006]


Virgilio Righetti, Parabola infinita, Helicon, Arezzo, 2007, pagg.150, Euro 11.

Questo nuovo libro di Virgilio Righetti è corposo non soltanto per la quantità delle pagine, ma anche per la lunghezza delle composizioni e soprattutto per le caratteristiche delle poesie (e d’alcune prose), in esso suddivise in due parti. Già ce ne danno un’idea piuttosto chiara il saggio introduttivo di Rodolfo Tommasi e quello dell’autore stesso, il quale aggiunge ad esso una nota e varie prose esplicative del suo pensiero, inframmezzate ai versi. Nel suo saggio il Righetti dichiara che a lui interessa “la poesia come esaltazione di valori, come forma che dalle radici dell’anima possa diradare le ombre quando queste pesano sul nostro destino” (pag. 11); e più avanti spiega come nasce una poesia lirica (pag. 86). È evidente che un lavoro del genere preferisce i contenuti morali e civili alla forma, alle correnti, al lirismo. Questa poesia potrebbe riuscire pesante ad alcuni, ma è ricca di valori, esposti e suggeriti in una forma colloquiale che spesso s’avvicina alla prosa, anche a causa dei frequenti punti interrogativi ed esclamativi.

Questa è una poesia che fa riflettere e insegna tante cose ai distratti e noncuranti. Il carattere riflessivo della silloge si nota anche dalle numerose massime estratte da opere di scrittori famosi e collocate con frequenza a mo’ d’epigrafi. Per questo quasi tutte le composizioni contengono il vocativo “amico mio”, con cui — per ogni composizione — l’autore si rivolge a qualcuno di coloro a cui è dedicato il libro (pag. 5); ed è per questo che la poesia del Righetti spesso assume un tono sentenzioso.

Così l’autore considera e fa considerare che la vita vera “è un salire continuo / nello scoprirne i colori / di un cosmo sempre aperto / alle altezze più sublimi” (pag. 17), che ad una Chiesa che cerchi il potere è preferibile “una Chiesa che voglia la Grazia [...] Una libera Chiesa” (pag. 26) e che il commercio di bambini venduti come schiavi al miglior offerente è segno d’inciviltà (pag. 36). E poi dichiara che “La Poesia è verità / rincorsa sempre / anche se frammista al dolore...” (pag. 44), mentre “La verità è l’opposto / dell’oscuro profondo / che s’affonda nel nulla” (pag. 60) e “Il dolore è umiliazione della mente” (pag. 67), per sentenziare che “Folle è colui / che intende di cambiare / il corso degli eventi / mossi dalla rigidità del sistema” (pag. 77).

L’autore aggiunge che oggi vengono propalate le notizie cattive, mentre vengono ignorate quelle buone, come i casi di “quelle persone / all’ombra del quotidiano / che leniscono i dolori del giorno / e sempre in silenzio / non aspettando mai i clamori / di quanto fanno sulle piaghe / seminate dall’ingiustizia” (pag. 95), che nella nostra epoca sofisticata e caotica il gallo non canta più, “quel canto non s’ode”, (pag. 96), che il perdono — per il quale egli formula una preghiera — è necessario da parte di tutti (pag. 110) e che il piacere egoistico sopraffà anche gl’innocenti, dato che “Quel fiore che al frutto s’avvia / il suo diritto mantiene, / il sole dall’alto lo vuole” (pag. 137).

A questi temi sociali s’affiancano quelli autobiografici: l’autore considera la tarda età in cui vive e si paragona ad un vecchio in panchina che “col capo chino / lentamente s’avviò / incontro al morir del sole” (pag. 83). Queste composizioni autobiografiche e intimistiche sono anche quelle piene di lirismo e perciò le più apprezzate da chi ha un animo proclive al sentimento. Sono parecchie tali composizioni, in cui spesso si parla di morti e di morte: ad esempio, “Tramonto” (pag. 83), “Presto un raggio” (pag. 91, “Fra queste due tensioni” (pag. 92), “Una sospensione fuggevole / ti sgorga nella notte di luna / a conforto estremo / con l’addio di un canto / dalle regioni alte dell’ignoto” (“Al crepitío costante”, pag. 112), “Nell’ora di un notturno cielo / su terrestre oceano / la nave se ne va del mio pensiero / in ogni stella puntando lo sguardo” (“Le fonti del vero”, pag. 115), “Nel sogno” (pag. 132). E, per restare fedele al suo impegno gnomico, l’autore conclude: “Eterno Autunno! / Per chi non sa consegnarsi / alla prossima luce del risveglio, / per chi non sa / a fantasia risorta / scorgere una Stella / nella notte che si aspetta” (pag. 142).

Ecco, questa è la poesia di Virgilio Righetti: dono certamente utile per quanti vogliono non soltanto gustare le vette dell’arte, che — come abbiamo visto — ci sono, ma anche per quanti vogliono trovare ammaestramenti e indicazioni di vita provenienti da chi ha fatto tesoro della sua esperienza, conseguendo una notevole saggezza.

Carmelo Ciccia

[“Talento, Torino, n° 1/2008]


Giuseppe Risica, Mare dentro Mare, Calabria, Patti, 1998, pagg. 64, £ 10.000; e Su nuove vie e antiche forme (Leone, Spinea, 2003, pagg. 80, € 8.

L’INQUIETA POESIA DI GIUSEPPE RISICA

Giuseppe Risica è un autore che pone l’inquietudine esistenziale alla base del suo poetare. Egli non solo ha pubblicato varie raccolte di liriche, ma anche insegna storia della poesia all’università per la terza età di Messina ed è consulente dell’amministrazione provinciale per la valorizzazione della letteratura. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti ed egli stesso è organizzatore o presidente d’alcuni premi letterari.

Leggendo la sua silloge Mare dentro Mare (Calabria, Patti, 1998, pagg. 64, £ 10.000), si ha l’impressione di trovarsi davanti a pagine del Verga o dell’Hesse in cui l’acqua, distesa o corrente, con la sua sacralità simboleggia l’immutabile fluire del tempo e di tutte le cose: un mare siciliano nel primo caso e un fiume indiano nel secondo assumono il ruolo di confidenti, ma anche di portatori d’un destino che trascende, eterno, immutabile, inciso in codici che rimangono oscuri e che tuttavia bisogna accettare, perché — come diceva padron ‘Ntoni — “questa è la volontà di Dio”. E qui d’acchito il mare non solo s’estende all’infinito, ma penetra “in crepe invisibili / oltre i confini del cuore, / tra frementi molecole / di cristallo immortale”; e poi va anche oltre, “oltre il confine dei sogni”, in un’altra infinità, in un altro mare, che è l’io, con una simbiosi tra mare esterno e mare interno.

Giuseppe Risica — residente accanto a quei borghi messinesi allineati sullo Stretto dai suggestivi nomi di Contemplazione, Paradiso, Pace — ha subìto il fascino del mare e n’è rimasto ammaliato, fino a trovare in esso non solo un oggetto da contemplare, ma anche un’occasione di sfogo. In questa temperie nascono queste liriche, impregnate ora dell’equorea superficie, ora della rumorosa marea, ora di luci e colori, ma soprattutto di riflessioni che il mare sa suscitare. E vengono alla ribalta calma e marea, tempeste e bonacce, pescatori e lampare, partenze con o senza ritorno, orizzonti lontani, donne del Sud, antichi miti come quelli di Nettuno, Ulisse, sirene e meduse.

È stato accanto al mare che il Risica, da buon cardiologo, ha auscultato il proprio cuore e ne ha percepito stupori e trepidazioni, facendosi portavoce delle sue emozioni, in una poesia ricca d’umanità, d’immensità e di sonorità, la quale risulta non solo gradevole ma anche proficua, in un altalenare di moto ondoso: “Lontano / dai miraggi della luce, dove la notte / è padrona del tempo, come un fiore / di corallo abbraccerò l’abisso”.

Nel comporre egli ha rivelato un’anima profondamente sensibile e apprezzabili capacità tecniche: scelta del lessico e taglio dei versi (tranne qualche discutibile caso d’avverbi e articoli in fin di verso) dimostrano una notevole padronanza degli strumenti espressivi. La sottile venatura d’ermetismo che serpeggia qua e là adombra il grande mistero sotteso all’intera silloge; alla quale peraltro giova la nota introduttiva del bravo e compianto poeta Felice Conti (autore fra l’altro d’un libro dal titolo L’armonia inquieta), che ci aiuta a penetrare nel gran mare di sentimenti che si trova dentro ognuno di noi e particolarmente d’un autentico poeta come Giuseppe Risica.

Perciò questa lettura comporta un vero bagno di mare, nel senso d’una piena immersione nel mare del nostro mistero esistenziale, grazie a liriche configurate e poste a mo’ di stazioni d’un inquieto itinerarium mentis, in cui accanto a zàgare e viti che danzano ci sono “scomposte solitudini” ed orizzonti ignoti, mentre fa capolino la morte. Il poeta vuole “ritrovare la via perduta / nei vortici dell’ultima verità, / fino al momento - atteso - del ricongiungimento. / Mare dentro Mare”, proponendosi di scandagliare astratte dottrine che adornano il cammino per inventarsi “nuove verità / lì dove nasce il mare”, perché “non è dato ai mortali imploranti / conoscere troppe risposte”. E la silloge assume i connotati del diario d’un’anima.

Nella successiva silloge Su nuove vie e antiche forme (Leone, Spinea, 2003, pagg. 80, E. 8), introdotta dalla prefazione dello scrittore Melo Freni, ritornano temi, sentimenti e ambienti che già conoscevamo, ma con un’accentuata maturazione lirica ed espressiva. Il motivo di fondo è sempre l’inquietudine d’un’anima che non si rassegna a non conoscere il perché delle cose ed in particolare della propria esistenza. Anche se a volte lo distrae da quest’assillo qualche occasionale e discreta presenza femminile, spie del disagio restano termini come “verità” e “rotta”, che ci riportano alla precedente raccolta Mare dentro Mare: da una parte la rotta è quella in cerca della verità, dall’altra il pensiero della morte qui è più pressante, non solo nell’evocazione di familiari scomparsi (madre, padre, fratello, amici), ma anche in immagini icastiche, come l’ippocampo mummificato dopo una vita di salti vigorosi, l’ippogrifo fiabesco e il sé stesso morto.

Anche il sonno è una spia di disagio: l’autore, dopo aver affermato che “chi conosce il sonno degli abissi / non cerca più la luce del sole”, ci confida che il suo è un sonno senza sogni, che egli muore e risorge in sogno, che a volte ci sono notti senza sonno; e perciò egli invoca il sonno come un oblioso Lete. Ancora mare e poi pietre, alghe e silenzio, pur tra il mediterraneo profumo di zàgara, arance e limoni, celano l’afrore della morte; perciò il poeta insegue il palpitare “assurdo” del suo cuore: ricordando il tempo trascorso (quando si recava dalla maga senza crederci, ma poi se ne allontanava con una fitta al cuore per l’oroscopo ricevuto, e quando studiava “l’arte dei sogni”) non può non evocare la figura della madre, canna spezzata e attraversata dal vento del maestrale, e quella del padre, che ora altro non è se non una scritta sbiadita sul portone di casa: targhetta o lutto “Per il mio caro Padre”.

Perciò queste liriche, tanto brevi che alcune si riducono a quadretti o ad epifonemi, nella loro essenzialità rivelano sentimenti profondi, ansie e angosce, orizzonti sconfinati e irraggiungibili che solo un’anima fortemente sensibile può nel suo rovello provare ed esprimere. Nello snodarsi dell’umana vicenda e in prospettiva d’un futuro incerto o addirittura minaccioso esse mostrano la delicatezza di tono e il tremolio degli acquerelli, tanto che spesso sembrano composte da un pittore.

La forma è chiara, scorrevole e corretta, sostenuta da mezzi ancor più esperti, fra cui una notevole affabulazione spesso affidata alla metrica e una mesta musicalità che fa da contrappunto all’intera silloge. Anche l’aspetto grafico-editoriale del volume facilita l’attenta lettura e la piena fruizione del messaggio poetico.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag. 2003; “Ricerche”, Catania, ag.-dic. 2003]


La narrativa d‘Agostino Rocco

di Carmelo Ciccia

Il giornalista e scrittore Agostino Rocco, nato a Napoli e residente in Molise, dov’è stato fondatore e direttore della biblioteca provinciale d’Isernia, ha dedicato la sua lunga vita non soltanto alla famiglia e alle funzioni pubbliche, ma anche alla narrativa, qualificandosi come prolifico autore di romanzi che possono definirsi di tipo “giallo-rosa” e che sono nell’insieme ricostruzioni storiche, invenzioni di vicende, caratterizzazioni d’ambienti e di personaggi, indagini poliziesche. Qui vengono esaminati soltanto i più recenti.

Il regime fascista nella sua arroganza aveva presunto d’instaurare un’era: quella fascista, che avrebbe dovuto affiancarsi all’era cristiana durata millenni, se non addirittura soppiantarla, ma che poi miseramente svanì nel nulla dopo un ventennio. Ecco perché nelle date era obbligatorio indicare l’anno dell’era fascista: e così avviene in un romanzo del Rocco.

In Anno XIII Era fascista (L’Erudita, Roma, 2020), la città d’Isernia è in subbuglio per l’annunciato arrivo del Duce, e fra i preparativi c’è anche l’incombenza di trovargli una donna per la notte. Infatti all’inizio della narrazione vengono elencate le sue principali amanti, oltre alla ben nota Claretta Petacci, e i relativi figli illegittimi da lui procreati, senza ovviamente poter elencare i suoi molti figli illegittimi sconosciuti, sparsi di qua e di là; e più avanti viene precisato ch’egli quotidianamente a Palazzo Venezia, intorno alle ore 11, lasciando i suoi gravi impegni di governo, aveva bisogno di qualche donna: e allora lì c’era un via vai di donne, o reperite dai gerarchi desiderosi di compiacerlo o volontarie che s’offrivano per ottenerne onori e favori. Naturalmente nello sfondo di questa visita immaginaria c’è la storia italiana ed europea: la brutale occupazione dell’Etiopia, l’avanzata del nazismo, le frizioni fra il Duce e il genero Ciano contrario ai tedeschi, la persecuzione degli ebrei e degli omosessuali, la fondazione dell’Impero, i prodromi della seconda guerra mondiale: E ad Isernia si verifica anche un omicidio, la ricerca del cui responsabile occupa buona parte del libro. Ma la narrazione poi continua con l’invio del maresciallo investigatore in missione a Roma, a Londra e poi ancora a Roma, dove egli scopre e uccide un altro attentatore.

Quest’opera mette in luce tutto il marciume del regime fascista, diretto e manovrato da gerarchi apparentemente eroici ma corrotti e depravati, a cominciare dal Duce stesso, megalomane e sessuomane, dove ci sono molte spie e contro-spie e dove fra l’altro la prostituzione è un’attività molto redditizia, tanto che un imprenditore di questo settore a Milano era proprietario di ben 12 di tali case. Ma anche la Chiesa Cattolica non ne esce bene, fra cardinali-spie e altri prelati carichi d’oro, argento e rubini, invischiati nella politica e frequentatori d’amanti fisse e/o prostitute occasionali; come non ne esce bene la Casa Savoia, qui per diversi motivi biasimata, mentre talvolta affiora un rimpianto per l’ex regno dei Borboni.

Durante il regime fascista gli oppositori e i dissidenti venivano confinati preferibilmente in alcune isole, tanto che comunemente si diceva “mandare all’isola” nel senso di mandare al confino. Una di tali isole era quella di Ventotene (LT), nel cui grande penitenziario d’epoca borbonica vennero confinati parecchi antifascisti (fra cui sono famosi Sandro Pertini, Ernesto Rossi, Mauro Scoccimarro, Altiero Spinelli, Umberto Terracini, Leo Valiani e altri): e questa fa da sfondo al successivo romanzo del Rocco.

In L’isola (L’erudita, Roma, 2020) s’intrecciano vari filoni, di cui i principali sono: la fanciulla Giulia stuprata, che poi, divenuta donna, va ad esercitare la professione medica nell’isola di Ventotene, il padre di lei Giovanni, che, nonostante la sua formazione cristiana e il suo giuramento d’Ippocrate fatto come medico, vuole andare ad uccidere lo stupratore, pedofilo seriale e assassino, a piede libero perché sempre assolto nei vari processi giudiziari per insufficienza di prove; il giornalista Giorgio, che denuncia sistematicamente le malefatte della camorra, per questo è intimidito e minacciato di morte dai camorristi e tentando di sfuggire a ciò si reca anche lui prima a Ventotene, dove s’innamora perdutamente della suddetta Giulia e, pur avendo moglie e figli (pp. 127 e 138), dopo varie peripezie dichiara che vuole sposarla addirittura in chiesa; l’anziano giornalista-scrittore Antonio, che da un lato partecipa con vivo interesse alle vicissitudini dei due protagonisti e dall’altro palpita di tardivo affetto per la propria moglie lontana e demente, mentre a sua volta si diffonde in disquisizioni storico-filosofiche riguardanti le guerre, la Francia e le violenze delle truppe nord-africane, il rapimento e l’uccisione del presidente Aldo Moro, la civiltà odierna, sulla quale esprime un pesante giudizio che come gli altri fa riflettere: “Ci hanno portato tette e culi in televisione a ora di cena, poi anche a pranzo. Ci hanno imbottiti di calcio, di falsi eroi del pallone. Ci inducono a comprare, cambiare, apparire. […] In Italia non amiamo i poeti, non conosciamo la musica classica, e ci crediamo anche colti. Siamo solo dei poveri illusi.” (p. 109).

Riguardo all’isola l’autore afferma che “Cerchiamo sempre un’isola nella propria vita, ma il più delle volte non ce ne accorgiamo” (p. 63). In questo romanzo emerge una Napoli — oltre che ammirata ed esaltata per i suoi ameni paesaggi (Posillipo, Marechiaro, Mergellina, Santa Lucia, Capri, ecc.), del resto ben noti all’autore, che lì è nato e cresciuto — dominata dalla camorra e condizionata dalle sue violenze quotidiane, che per quel giornalista costituiscono la “normalità” delle giornate. E c’è l’occasione per ricordare anche qualche illustre napoletano, come E. A. Mario (all’anagrafe Ermete Giovanni Gaeta), autore della celebre canzone La leggenda del Piave. Così parecchie pagine scorrono nell’incertezza: si sta in attesa di sapere se Giulia si concederà totalmente a Giorgio, dato che è ancora psichicamente inibita dallo stupro subito vent’anni prima, se Giovanni ucciderà lo stupratore di sua figlia e se Giorgio sarà ucciso dalla camorra, da cui ha ricevuto diverse minacce di morte, in conseguenza delle quali ha dovuto vagare da Napoli a Ventotene, a Roma, negli S. U. d’A., a Londra. Tuttavia quello che a p. 158 sembra un altro preannuncio di morte per lui (“Non pensava che gli avrebbero sparato in pieno centro…”) in realtà non è tale: basta spostare la negazione della frase, leggendo “Pensava che non gli avrebbero sparato in pieno centro…”.

In Il volo della fenice (L’erudita, Roma, 2021) l’autore riprende L’isola; anzi alcuni brani in corsivo sono copiati da tale romanzo, di cui è la continuazione. Anzitutto egli precisa che la suddetta Giulia, dopo la violenza sessuale di quando aveva tredici anni, violenza che aveva condizionato tutta la sua vita, ora ne subisce un’altra ancora più grave. Quindi riferisce che lei e il suo sposo Giorgio si sono sposati in chiesa, come preannunciato a conclusione del precedente romanzo. Dopo il viaggio di nozze in Scozia, dove la protagonista ritornerà più avanti da sola, prima per una fuga liberatoria e poi per esercitare la professione medica in un ospedale di quel luogo, gran parte di questo romanzo scorre fra l’impiego di Giorgio al Ministero della Difesa (motivo per il quale lui e la moglie si sono trasferiti a Roma) e l’affannosa ricerca di Giulia rapita, ricerca eseguita sia da parte delle varie forze dell’ordine impegnate anche con mezzi potenti (come elicotteri) sia da parte dello stesso Giorgio, timoroso d’eventi estremi. Poi c’è un attentato coi suoi effetti sconvolgenti e alla fine si vede chi è la fenice che risorge a nuova vita e spicca il volo, librandosi in un cielo finalmente sereno.

Anche la trama di questo romanzo è variegata e avvincente, grazie ai diversi colpi di scena, e si leggerebbe piacevolmente se non ci fossero tutte quelle sviste che ci sono: ad esempio, ora si parla di chiesa di San Candida e ora di chiesa di Santa Candida, ora di Giulia Romei e ora di Giulia Rinaldi; e, a proposito del matrimonio in chiesa, non è spiegato come un uomo che nel precedente romanzo risultava già sposato e con figli (cfr. sopra) abbia potuto risposarsi in chiesa con una donna con la quale aveva intrattenuto una lunga relazione, risultata adulterina alla luce del matrimonio già contratto. A parte i refusi, che possono capitare a qualsiasi scrittore, e gli altri gravi sbagli, la lettura è disturbata anche dalla mancata espressione di molti soggetti, che spesso il lettore deve faticare ad individuare, andando avanti e indietro per capire chi è che compie o riceve l’azione e a chi o che cosa si riferisce una data condizione; e perciò è possibile che qualche lettore attribuisca ad una proposizione un soggetto diverso da quello sottinteso dall’autore: con la confusione che ne deriva.

Come si vede, Agostino Rocco crea e svolge in capitoli brevi e succosi vicende complesse, i cui intrecci sanno avvincere i lettori, coinvolgendoli nell’ansia di scoprire come la faccenda va a finire. Certamente egli ha una buona conoscenza della storia del Novecento e della geografia dei luoghi descritti con minuzia di particolari e conduce con sé i lettori stessi nelle scorribande dei suoi personaggi, inebriandoli con vedute di paesaggi, monumenti, popoli, usi, costumi, vestiari, alimentazione, ecc. Contemporaneamente rivela una fantasia sbrigliata, capace d’inventare episodi e personaggi con un’attenta analisi psicologica, unita a facilità di scrittura, tanto da produrre due romanzi nello stesso anno e guadagnarsi da parte d’un’organizzazione telematica di vendita di libri una targa di riconoscimento quale autore più venduto.

Però, a parte un certo uso dell’affermazione anglo-americana OK invece dell’italiana e d’altri termini stranieri non messi in corsivo o tra virgolette, la forma linguistico-espressiva lascia a desiderare a causa delle numerose sviste, imprecisioni e irregolarità morfo-sintattiche che talora rendono i periodi involuti ed oscuri: cosa a cui contribuiscono la punteggiatura approssimativa, la struttura semplicistica dei periodi e la mancanza di linearità nello svolgimento, a causa del frequente intersecarsi e sovrapporsi dei vari filoni, magari nello stesso capitolo o nella stessa pagina.

Per tutto ciò, e anche per la mancata espressione del soggetto in molte proposizioni, specialmente ad inizio di capitolo e in quelle in cui il soggetto cambia rispetto alla frase precedente, la comprensione del testo non risulta d’immediata fruibilità.

Probabilmente sotto l’urgenza creativa di nuove opere l’autore ha tralasciato di rivedere e correggere le sviste e i gravi errori sfuggitigli in gran quantità, i quali avrebbero potuto essere eliminati con una buona revisione, che invece non c’è stata.

Infine l’insistenza dell’autore su episodi erotici o addirittura osceni, con descrizione di parti anatomiche e relativi atti sessuali, non soltanto denota un pruriginoso compiacimento nello scrivere tali cose, scivolando nella pornografia, ma toglie serietà e gravità all’assunto. E così il voler indicare puntualmente quando, dove e come due amanti vanno a “fare l’amore” (ritornello variamente coniugato, che si ripete in parecchie pagine), più che rappresentare la soddisfazione d’un impulso erotico naturale e scontato fra due giovani, non soltanto appaga l’autore nel divulgarlo, pur essendo noto che esso per generale costumanza è un atto intimo e assolutamente riservato, ma mette in ombra le varie vicende e problematiche esposte.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2023]


Italo Rocco, Canto dell’umanità, vol. II, Valsele, Materdomini, 1995, pagg. 112, s.p.

POESIA-UMANITÀ D’ITALO ROCCO

L’ora del giorno declina con il sole

ed arrubina il cielo ad occidente.

Muto rifletto su un altro tramonto

ora che la vita non ha più odore.

I. Rocco

La recente pubblicazione del secondo volume del Canto dell’umanità d’Italo Rocco (Valsele, Materdomini, 1995, pagg. 112, s.p.) ci spinge a fare tutta una serie di considerazioni non solo sulla qualità della poesia di questo autore, ma anche sul valore della sua presenza e della sua attività nel campo letterario e, più in generale, in quello culturale del nostro secolo.

Intendiamo riferirci non solo alla produzione letteraria del Rocco, ma anche al ruolo svolto in 33 anni dalla rivista “Silarus” a cui egli, quale fondatore e direttore, ha impresso una connotazione particolare. Sicché, se si vuole conoscere la personalità d’Italo Rocco basta seguire i suoi libri e la sua rivista; come pure, conoscendo la personalità del Rocco, si può intuire quali possano essere il contenuto, gli scopi ed il messaggio dei suoi libri e della sua rivista.

Italo Rocco, nato nel 1912 e residente a Battipaglia (SA), dove dirige la prestigiosa rivista “Silarus”, è autore, oltre che di scritti critici (Il sistema penale dantesco, 1942) e didattico (Spunti di didattica, 1965), di varie raccolte di poesia: Palpito della terra (1964), Segreto richiamo (1964), Ed aperte le braccia (1965), Quartiere di periferia (1965), Ascolto il palpitare della sera (1968), Il canto dell’umanità (1972 vol. I, 1995 vol. II).

Numerosi sono i suoi scritti sparsi in giornali e riviste, come pure i premi e riconoscimenti attribuiti alla persona e alla rivista da lui fondata e diretta. Qui basta dire che “Silarus” è costantemente seguita e citata dalla rivista edita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri “Libri e riviste d’Italia” (in cui spesso sono riassunti i saggi più interessanti), oltre che da varie altre riviste. Sarà interessante anche sapere che Italo Rocco è stato tradotto in numerose lingue estere (greco, francese, inglese, rumeno, tedesco, portoghese, turco, ecc.) e che alcune sue composizioni sono state musicate: ad esempio, “Il vento scuote il cespuglio in fiore” è stata musicata da Alfonso Lo Schiavo.

Italo Rocco è un uomo che ha posto al centro della sua vita il messaggio cristiano: basta questo per capire il resto. Profondamente religioso, egli è un costante testimone e diffusore dell’etica e della cultura cattolica. Il suo sapere umanistico è rivolto alla salvezza dell’uomo: e questo è il nuovo concetto di umanesimo. Perciò la cultura, ed in particolare la poesia, sono da lui fortemente coinvolte in questa operazione di miglioramento dell’uomo e della società.

Nella sua poesia il Rocco non si limita ad osservare e descrivere squarci di paesaggio, che spesso e felicemente egli osserva e descrive con pennellate coloristiche in agili e idilliaci quadretti, ma consiglia, indirizza, fa riflettere e meditare. La fragilità umana, l’attesa di una grande luce, la fiduciosa speranza nell’ aldilà sono altri temi ricorrenti in questo Canto dell’umanità; e con essi la difesa della donna e della vita, la deplorazione del consumismo e dell’arrivismo, la vanità dei beni terreni. Non mancano cenni di vita familiare, componimenti dedicati a persone care e soprattutto un senso di grande serenità.

Si capisce subito che l’autore è giunto al tramonto della sua lunga e operosa esistenza, si sofferma a contemplare compiaciuto piccole cose che magari un tempo guardava superficialmente, vuol trasmettere agli altri quella saggezza che gli deriva non solo dai suoi capelli bianchi, ma anche dalla sua rettitudine. Ed ora che è arrivato il momento di tracciare un bilancio, il poeta si prepara a tirare i remi in barca e a lasciarsi spingere dalla forza della fede verso l’infinito.

Il libro è perciò sereno e serenante; e a ciò concorre la pacatezza suasoria che rifugge dai toni delle prediche più o meno inutili e si affida al dolce ritmo dei versi: è importante a questo punto sottolineare che Italo Rocco è uno dei pochi poeti che ancora credono nella metrica tradizionale e di essa fanno uso, se non esclusivo, certamente significativo.

Belle poesie l’autore dedica alle donne. Per l’8 Maggio ricorda la parità uomo-donna, ma ammonisce: “Nell’umano mutuo completamento / delle personalità rispettive / e non nelle marce cittadine / e nelle sbornie urlate degli slogan / e nei miti dell’ideologia / è la frontiera del terreno viaggio. / Nella vicendevole donazione si sancisce l’umano contratto / dell’universale patto d’amore / non scritto nei codici della legge / ma nell’operoso prisma della vita / materiato di pene e di dolcezze / volto lo sguardo e il sorriso al cielo”. E alla donna del Mediterraneo, “impasto di terra e di sole” con un “corpo di antica dea”, dice: “La forza delle more pupille / dilunga la tua bellezza / ai confini dell’umano / e la poesia ne perpetua il mito”. A queste lodi segue l’invito a non privare “noi uomini della terza età / dell’innocente sorriso d’un bimbo”, perché “la vita è sacra e rigetta la legge positiva / non in sintonia con quella di natura. / L’aborto noto ed ignoto / privato o statizzato è infanticidio”.

Quanti quadretti paesaggistici! Ma sempre il poeta vi cerca l’infinito: “Eri in riva al Po / salice / ... / Il fiume cantava ai tuoi piedi / nel flessuoso scoprirti / e godeva della tua ombra / sotto il giuoco del sole. / Alla visione / attingevo immagini di cielo”; oppure: “Cielo e terra mostrano amico volto / nel vorticoso giro della vita. / Il negativo della vecchia pena / non facilita il viaggio verso il cielo, / ma fiorisce nel cuore la speranza / di vincere le lusinghe del male”; o ancora: “Nelle nere pupille della notte / si nascondono i segni della luce / all’inazzurrato volto del cielo. / Ascolto la voce dell’infinito / al sanguigno spaccato della luna...”

E qui ci accorgiamo che stiamo rischiando di citare buona parte d’un libro che va letto come breviario e viatico giornaliero: summa di vita, d’arte e di poesia-umanità.

Carmelo Ciccia

[“Il sodalizio letterario”, Rimini, dic. 1995; “Rassegna di cultura e vita scolastica”, Roma, mag.-giu. 1997)


Giorgio Ronconi (a cura di), Leopardi e la cultura veneta, Biblioteca universitaria, Padova, 1998, pagg.218, s. p.

Leopardi e la cultura veneta in un saggio di Giorgio Ronconi

In occasione del bicentenario della nascita del poeta recanatese, dal 7 al 31 Maggio 1998 a Padova è stata organizzata un’importante mostra bibliografica dal titolo “Leopardi e la cultura veneta”, che è stata affiancata da una serie di conferenze. La mostra — curata, come anche il catalogo, da Giorgio Ronconi, dell’università di Padova — ha presentato edizioni, autografi e fortuna, allo scopo di mettere in risalto la formazione e la temperie culturale in cui si trovò ad operare il Leopardi. Anzitutto dalla mostra emerge il ruolo svolto dai poli culturali ed editoriali di Venezia e Padova, considerando di quest’ultima città il seminario e l’università. Praticamente la cultura del Leopardi era attinta soprattutto a testi provenienti da queste due città, le quali sfornavano edizioni di classici, lessici, testi biblici, traduzioni di opere straniere. Oltre a ciò la mostra ha presentato una serie di lettere del Leopardi e al Leopardi, da cui si evincono momenti di vita del poeta, ansie e preoccupazioni anche finanziarie, valutazioni. In questo quadro appare importante la corrispondenza con l’editore Stella e figlio. Sono state presentate poi alcune prime edizioni a stampa, sempre in ambito veneto, di opere leopardiane, anche se di modesta estensione e poco note, e di scritti sul Leopardi.

Il catalogo, che ha lo stesso titolo della mostra ed è edito dalla biblioteca universitaria di Padova, si apre con alcuni saggi di Giorgio Ronconi (“Leopardi e il Veneto: un ‘dialogo’ che continua”), Oddone Longo (“La Tipografia del Seminario Patavino e le edizioni dei classici greci e latini”), Giulio Tamani (“Leopardi e l’ebraico”), Guido Baldassarri (“Letteratura italiana e letteratura veneta nelle Crestomazie del Leopardi”), Rolando Damiani (“L’editoria veneta nello Zibaldone”). Quindi ci sono — stese da uno stuolo di qualificati recensori — le recensioni di tutti i testi esposti, spesso corredate di elle fotografie di copertine e frontespizi. Fra queste ci sembrano rimarchevoli quelle delle edizioni di Omero, Esiodo, Teocrito e Mosco, Virgilio, Cicerone, Orazio, Plinio, Seneca, del Calepinus in sette lingue, del Totius Latinitatis Lexicon di Egidio Forcellini, delle grammatiche e orazioni di Jacopo Facciolati, della Bibbia poliglotta, del salterio e della grammatica ebraici. Seguono quelle relative a classici italiani, quali Dante commentato dal Landino, Petrarca, Bembo, Della Casa, Tasso, Guarini, Galileo, Algarotti, Zeno, Gozzi, Cesarotti, Pindemonte, Foscolo, de’ Carli, Tommaseo. Fra quelle relative agli stranieri: Le avventure di Robinson Crusoe di Defoe, Il paradiso perduto di Milton, Le poesie di Ossian di Macpherson, Le lamentazioni ossieno Le notti di Young, un Verter di Goethe e altre opere d’ispirazione cimiteriale e preromantica. Del Leopardi vanno segnalate le prime edizioni dell’Inno a Nettuno, del Martirio de’ Santi Padri, delle Operette morali, del commento alle Rime del Petrarca, della Crestomazia italiana poetica, della canzone Ad Angelo Mai. Fra gli autografi, oltre alle lettere, interessante è il quaderno delle Dissertazioni filosofiche da lui scritte a 13-14 anni; come pure è interessante un manifesto a stampa per la pubblicità dei Canti predisposto dallo stesso poeta.

Come si vede, il catalogo, che si conclude con le recensioni ad opere di critica leopardiana esposte alla mostra, è una preziosa fonte d’informazione e cultura; e di ciò siamo grati a Giorgio Ronconi e a tutti i collaboratori, di cui è molto apprezzabile l’intelligente e operosa fatica.

Carmelo Ciccia

[“Parallelo 38”, Reggio Calabria, nov.-dic. 1998]

Bruno Rosada, Foscolo a Venezia negli ultimi anni della Serenissima, Alcione, Venezia, 2006, pagg. 136.

FOSCOLO E SETTECENTO VENEZIANO NEGLI STUDI DI BRUNO ROSADA

Bruno Rosada, veneziano purosangue e studioso di lungo corso, sembra votato alla storia e cultura del Veneto, e particolarmente al Foscolo e al Settecento veneziano, su cui vertono varie sue opere, a cominciare da La giovinezza di Niccolò Ugo Foscolo (Antenore, Padova, 1992, pagg. 230). A questa ora seguono Foscolo a Venezia negli ultimi anni della Serenissima (Alcione, Venezia, 2006, pagg. 136) e Il Settecento veneziano / La letteratura (Corbo & Fiore, Venezia-Mestre, 2007, pagg. 322). Della prima di queste tre opere abbiamo dato conto nella rivista “La procellaria” (Reggio di Calabria, lug.-sett. 1994) e ora qui diamo conto delle altre due, senza ignorare che precedentemente egli aveva pubblicato anche Donne veneziane (Corbo & Fiore, Venezia-Mestre, 2005, pagg. 219).

L’opera Foscolo a Venezia negli ultimi anni della Serenissima evidentemente riprende e approfondisce La giovinezza di Niccolò Ugo Foscolo. L’autore esamina la vita del poeta fino alla fine del Settecento, quando si ebbe il crollo della Serenissima, la cui decadenza egli fa risalire ad alcuni secoli prima, nonché al non aver saputo il suo governo trasformarsi in espressione di tutto il Veneto (quindi, compresa la terraferma). Leggendo questo libro, non si può non considerare tutto il lavoro che c’è a monte, dalla ricerca e puntuale indicazione delle fonti, che spesso sono lettere e opere creative poco note, alla valutazione di comportamenti e vicende; cosicché il libro sta a cavallo fra la letteratura e la storia. Inoltre si resta stupiti dalla profonda conoscenza storica del Rosada e dalla sua capacità d’analizzare i fatti e di prevederne gli sviluppi.

Alcuni brani da mettere in evidenza sono quelli che riguardano i primi turbamenti amorosi del giovane Foscolo e la natura del rapporto con la celebre Elisabetta Teotochi Marin-Albrizzi, comunemente detta Isabella, la quale potrebbe essere adombrata nella figura d’una Laura/Lauretta di quel periodo; come pure è importante la ricostruzione che il Rosada fa d’un breve soggiorno foscoliano del 1796 a Ceriola di Teolo, sui Colli Euganei: questo non fu un esilio volontario per motivi politici, alla guisa di quello del 1815 verso la Svizzera e l’Inghilterra, come faceva supporre lo stesso poeta e come poi tramandò la letteratura risorgimentale. In realtà – a quanto dimostra il Rosada – tale soggiorno era dovuto ad un esaurimento nervoso: una specie di cambiamento d’aria per motivi di salute conseguenti ad una delusione amorosa.

C’è poi il carattere ribelle del giovane, il quale fu più volte punito a causa d’esso, come ad esempio quando – secondo una sua affermazione – ruppe la testa a due maestri. L’istruzione del Foscolo dà al Rosada l’occasione per portare alla ribalta la nascita delle scuole pubbliche a Venezia e i loro statuti, progettati per delega da Gasparo Gozzi, il quale propose d’abolire lo studio del latino (tranne che per ecclesiastici, legali e medici) e di rafforzare quello dell’italiano, esigendo dagli allievi una buona scrittura, sia epistolare sia narrativa, di cui lui stesso fornì i modelli. Inoltre, al posto della propedeutica grammaticale egli preferiva storia e geografia.

Esaminando le opere minori foscoliane, quali le odi politiche e le tragedie Edippo e Tieste, l’autore non si limita a riassumerne il contenuto, ma fa gli opportuni confronti con opere similari d’altri scrittori, ad esempio del Voltaire. Quindi l’autore, nel quadro letterario della Venezia di quel periodo, che vide anche scrittori come Giacomo Casanova e Lorenzo Da Ponte, rivolge una particolare attenzione alla peculiarità del teatro veneziano, non limitato soltanto al Carnevale, ma visto come espressione dell’anima veneziana.

Nel parlare poi del Foscolo politico, l’autore non soltanto fa una dettagliata ricostruzione storica degli ultimi mesi e giorni della Serenissima, analizzata pure sulla base dei comportamenti di singoli personaggi più o meno famosi, ma anche scandaglia l’animo del poeta, per capire se veramente egli fu contro i “tiranni” del governo oligarchico veneziano, se fu napoleonico o giacobino o più semplicemente filofrancese (nel senso di libertario). La prima ipotesi gli sembra inverosimile, stante la nota tolleranza del governo della Serenissima (tranne che in alcuni casi estremi). Tuttavia, al di là di ciò, egli mette in debita luce il fatto indubitabile che il Foscolo era per l’unità politica dell’Italia tutta, “fuori di ogni nostalgia per soluzioni locali e particolaristiche”, sulla scorta dell’idea del Machiavelli, e cioè “milizia nazionale, pacificazione all’interno e rifiuto dell’ingerenza ecclesiastica” (pag. 125).

L’opera Il Settecento veneziano / La letteratura a sua volta riprende e approfondisce le precedenti, non soltanto per il Foscolo, il cui capitolo qui è collocato alla fine, ma anche per altri autori, come Gasparo Gozzi. Perciò, a parte il fatto che molti sono gli scrittori e gli argomenti nuovi, questa ripresa non è semplice ripetizione, ma rifacimento, anche con l’apporto di concetti nuovi.

Nella lunga premessa l’autore traccia un quadro della Venezia del Settecento: per l’architettura e l’urbanistica cita celebri edifici e loro architetti e proprietari; per la pittura ricorda i grandi artisti che hanno reso la città famosa nel mondo, aggiungendo per ciascuno di loro note critiche; per la scultura elogia l’europeismo dell’arte del Canova; per la musica richiama la vocazione musicale della città, ricordando non soltanto i grandi musicisti, ma anche particolari curiosi, come quello poco noto che i conservatori musicali erano ubicati negli ospedali d’orfani e trovatelli, in quell’epoca ammontanti a circa 6.000; per l’istruzione riprende la notizia relativa all’istituzione delle scuole pubbliche, che sarà sviluppata dettagliatamente parlando di Gasparo Gozzi, non senza rilevare che esse, laiche ma moralmente formative, tendevano al negotium e non all’otium; per la lingua si sofferma sulla differenza fra questa e il dialetto, a suo parere ritenendo più nobile l’idioma nativo (istintivo e schietto) rispetto a quello posticcio (artificiale ed elaborato); e poi tratta di storia, giornalismo, teatro, editoria, ecc.

Seguono 15 capitoli dedicati a singoli scrittori, alcuni dei quali ben noti, altri da lui rivalutati: Apostolo Zeno (con la sua riforma del melodramma), Scipione Maffei (di cui rileva le qualità di tragediografo e l’orgoglio del sentimento nazionale italiano nel respingere i vocaboli francesi e nel fondare “Il giornale de’ letterati d’Italia”), Antonio Conti (“un grande dimenticato”), Giorgio Baffo (poeta vernacolo erotico, ma non osceno), Carlo Goldoni (di cui illustra e difende la grande riforma, non senza soffermarsi su vicende umane), Francesco Algarotti (a contatto con grandi personaggi europei e divulgatore della scienza anche fra le dame), Gasparo Gozzi (sposo della dotta e intraprendente Luisa Bergalli e difensore della lingua italiana pura e di Dante, di cui scrisse una Difesa e pubblicò una Divina Commedia con riassunti introduttivi), Carlo Gozzi (in lite col fratello Gasparo e avversario del Goldoni, come il Chiari), Giacomo Casanova (visto come eccellente scrittore, più che come seduttore e avventuriero spericolato e licenzioso, e ritenuto massone, eretico, mago, spiritista e ciarlatano, alla fine convertitosi), Melchiorre Cesarotti (il dotto preromantico, di cui sottolinea l’impegno per una lingua italiana moderna, con la consapevolezza della costante evoluzione linguistica e della necessità d’aprire ai vocaboli stranieri, che però allora venivano italianizzati), Francesco Gritti (poeta autoironico), Ippolito Pindemonte (che scrisse anche il poemetto poco noto La fata Morgana sul fenomeno ottico dello Stretto di Messina e per la sua dolce mestizia fu caro al Foscolo, col quale ebbe in comune il culto dei morti), Antonio Lamberti (poeta vernacolo, autore della celebre canzone “La biondina in gondoleta”, ma anche traduttore ed emulo del siciliano Giovanni Meli), Pietro Buratti (poeta vernacolo “osceno gratuito”, una specie di Domenico Tempio trasportato dalla Sicilia al Veneto) e Ugo Foscolo (di cui evidenzia ancora il carattere europeo e la convinta asserzione dell’unità e indipendenza d’Italia già nel 1802).

Nei suoi studi, Bruno Rosada si rivela di volta in volta attento osservatore, storiografo e interprete della storia, storico e critico della letteratura e dell’arte, grande affabulatore. Ed è quest’ultima qualità che fa di lui un abile espositore: i suoi capitoli, nonostante la cultura che li permea e l’abbondanza di nomi e di date, non hanno nulla di pesante; anzi sembrano affascinanti storie piene di fantastici intrecci che allettano il lettore. Perciò essi si leggono con piacere e con la massima facilità, grazie anche allo stile, il quale – al di là di refusi e sviste possibili in qualsiasi autore – è scorrevole, piano, discorsivo e a volte brioso. Ad esempio, l’autore ci fa divertire quando racconta come il Casanova si mise a spendere abbondantemente tempo e denaro per dimostrare di non essere figlio naturale di suo padre e quindi praticamente “di essere un autentico figlio di puttana” (pag. 228): cosa che nessun altro forse avrebbe fatto.

A conclusione, e per ulteriori approfondimenti, l’autore pone una specifica bibliografia, contenente anche varie sue pubblicazioni.

Infine non sono da trascurare le numerose illustrazioni, alcune delle quali costituiscono una galleria di ritratti dei personaggi trattati e rendono più interessanti ed agili i capitoli.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2008]


Sante Rossetto, Totila l’Immortale / Il re dei Goti che sfidò l’impero romano, Canova, Treviso, 1999, pagg. 184, £ 18.000.

TOTILA L’IMMORTALE

originale libro di Sante Rossetto

“Cesare fui e son Giustiniano, / che, per voler del primo amor ch’i’ sento, / d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.” Con queste solenni parole e con tutto il discorso relativo alla storia dell’impero romano e alla difesa della sua integrità, Dante nel canto VI del Paradiso, fra gli spiriti attivi e benefici del cielo di Mercurio, fa autopresentare Giustiniano come un ex imperatore onesto e saggio, dedito alla riforma della legislazione e alla pacificazione dei popoli, il quale — continua l’interessato — “al mio Belisar commendai l’armi, / cui la destra del ciel fu sì congiunta, / che segno fu ch’i’ dovesse posarmi”. Da questo contesto è derivato quel ricordo d’ammirazione e — si direbbe — di gratitudine per un “beato” che ha accompagnato nella vita molti ex studenti.

Ebbene, questo esaltante ricordo ora crolla leggendo il libro di Sante Rossetto Totila l’Immortale / Il re dei Goti che sfidò l’impero romano (Canova, Treviso, 1999, pagg. 184, £ 18.000), nel quale tale imperatore è presentato in tutt’altra veste: mediocre, villano e ipocrita, pusillanime e omuncolo invidioso, circondato d’adulatori, ciarlatani, malelingue, eunuchi e prostitute (prima delle quali sua moglie, l’augusta Teodora), guerrafondaio, avido, maniaco di dispute teologiche. E con lui questo giudizio travolge l’intero popolo dei Bizantini, ritenuti vigliacchi, mercenari, profittatori, pronti a brigare, ordire congiure, tradire e uccidere per denaro, capriccio, potere.

Soprattutto non si perdona a Giustiniano e ai suoi scherani la colpa di non aver capito le ragioni di popoli come quello dei Goti che andavano cercando un territorio per la loro sopravvivenza, magari vivendo pacificamente accanto ai Romani ed instaurando prima dei tempi un esempio di convivenza plurietnica, plurilinguistica, plurireligiosa; e si addebita all’imperatore, che prima era stato eretico lui stesso (“una natura in Cristo esser, non piùe / credea, e di tal fede era contento”: Dante, ibid.), pretendere di unificare il mondo sotto un’unica religione e per questo essere responsabile di stragi e massacri, fino a provocare la morte addirittura di cento milioni di persone.

Di fronte e contro di lui fin dalle prime pagine si staglia la figura del condottiero Baduila, dai Goti chiamato Totila, cioè l’Immortale, che il caso ha voluto che fosse eletto re proprio mentre era comandante del presidio goto di Treviso, città in cui lavora come giornalista il Rossetto e che non ha dimenticato questo personaggio intitolandogli il premio “Totila d’oro” annualmente conferito ai Trevigiani illustri.

Totila, che per l’autore ha magnificenza e grandezza anche nel nome, è tutto l’opposto dell’imperatore, del quale era sì avversario, ma voleva diventare leale dipendente se riconosciuto come re d’Italia. La sua figura è guardata e tratteggiata con gli occhi di chi n’è innamorato, avendo tutte le qualità positive possibili e immaginabili: egli è coraggioso, leale, fedele, coerente, nobile, savio, moralista, machiavellico. Ammira e rispetta la grandezza di Roma, che egli ha conquistato due volte e vuole mantenere grandiosa per i posteri, Tutto splende in lui, che è regale anche nell’aspetto fisico. D’altra parte per quanto riguarda la statura i Goti erano grandi e i Greci piccoli.

Come conseguenza di queste guerre c’è un quadro di desolazione e di morte: carneficine, massacri, supplizi, mutilazioni, stupri, devastazioni sono all’ordine del giorno. L’Italia è ridotta ad un ammasso di rovine, nelle cui campagne il continuo passaggio di fanterie e cavallerie dell’una e dell’altra parte provoca la perdita dei prodotti alimentari e quindi perenne carestia; e, mentre pochissimi potenti si sono arricchiti a dismisura, moltissimi popolani, miserabili e macilenti, per sopravvivere devono ricorrere a carne di cani, gatti e topi, o ad ortiche bollite, sempre che se ne trovino. E c’è anche qualche caso di cannibalismo.

In mezzo secolo (488-553) i Goti avevano quasi totalmente occupato l’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, alla Sardegna alla Corsica, ma il loro dominio finì con la morte di Totila e del successore Teia. Di tale dominio restano delle tracce in certe architetture e nella toponomastica (cfr. Godia e Godegaz in prov. d’Udine, Gòdega di Sant’Urbano e Castello di Gòdego in prov. di Treviso, Gòdeghe in prov. di Vicenza, Sant’Agata dei Goti in prov. di Benevento), nonché nella lingua italiana (cfr. il suddetto termine “scherani”).

Sante Rossetto è uno studioso preparato e serio, che svolge un’apprezzata attività culturale e ha già pubblicato varie opere impegnative. Questo libro su Totila, scritto sulle orme dello storico contemporaneo Procopio di Cesarea, è una biografia o narrazione romanzata che rivela un lungo lavoro di ricerca e d’organizzazione, rispetto della verità storica, capacità di cogliere i particolari interessanti e di ricrearli — ancorché freddi episodi storici — in una trama avvincente.

Lo stile è giornalistico: semplice, asciutto, chiaro e scorrevole, spesso basato su ellissi e paratassi. Lo scudiero Eurico, in cui si cala l’autore, narra l’essenziale senza aggiungere fronzoli, ma non senza nascondere la sua viva partecipazione e ammirazione per un personaggio che avrebbe potuto cambiare la storia e che poi, per una sfortuna finale, è stato dimenticato o vilipeso. Perciò è evidente lo scopo di riabilitarlo e additarlo come un esempio positivo. Particolarmente commovente è l’episodio della bella morte in battaglia di Totila (che regnò dal 541 al 552): lo scudiero-narratore sembra intonare un epicedio, in cui al sincero cordoglio si aggiungono il riconoscimento dell’eroismo e della sfortuna e la certezza che un uomo così straordinario avrebbe dovuto meritare qualcosa di meglio.

A volte la narrazione, fra concisione e concitazione, crea un’atmosfera da brivido come in un giallo e il periodare si snoda in sequenze da film. E veramente questo libro (che si conclude con un’utile cartina geografica e una dettagliata tavola cronologica) potrebbe essere trasposto in film: un bel film, originale e interessante, che il cinema o la televisione potrebbero utilizzare al posto di tanti polpettoni frequentemente propinati. Ciò è quanto sinceramente auguriamo.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 15.I.2000]


Sante Rossetto, L’ultimo pagano. Vita dell’imperatore Giuliano, Il cerchio, Rimini, 2013.

La vita di Giuliano l ’Apòstata raccontata da Sante Rossetto

L’imperatore Flavio Claudio Giuliano (Costantinopoli 331 – Maranga di Mesopotamia 363), nipote e successore di Costantino il Grande, è passato alla storia non tanto per un lungo impero — ché anzi questo fu uno dei più brevi — né per le sue imprese e conquiste militari né per le sue riforme (fra cui la moralizzazione dello Stato contro la dilagante corruzione), quanto per la sua formazione filosofica e per il tentativo di restaurare il paganesimo: motivo per il quale fu soprannominato l’Apòstata1. Ed è per questo che la sua figura, grazie anzitutto agli scritti da lui stesso lasciati, ha suscitato un’abbondante letteratura (biografie, saggi, romanzi), rendendo il personaggio di perenne attualità.

Ora Sante Rossetto, giornalista e scrittore di lungo corso che ha già pubblicato vari libri, ne ripercorre la vita, lo giustifica e praticamente lo riabilita nel volume L’ultimo pagano. Vita dell’imperatore Giuliano (Il cerchio, Rimini, 2013), un’affascinante opera che si legge agevolmente non soltanto per il contenuto intrigante ma anche per la forma colloquiale e scorrevole.

Anzitutto l’autore si sofferma sulle inclinazioni giovanili e sulla formazione culturale di Giuliano — fra l’altro scampato ad una strage di famiglia — rilevandone l’austerità e la pensosità che lo portavano ad interrogarsi continuamente sul suo rapporto col trascendente e a legarsi nelle sue prime residenze (Costantinopoli, Macello di Cappadocia, Nicomedia, Efeso, Atene) a precettori, maestri, filosofi e retori fra i più rinomati del tempo. E ad Atene egli ebbe occasione d’ammirare il culto rivolto perfino al dio Ignoto, nella consapevolezza che nell’Olimpo ci possa essere qualche altro dio oltre quelli noti.

Fra gli scrittori prediletti da Giuliano c’erano Omero, Esiodo e Platone. D’Omero egli conosceva interi brani a memoria e ogni tanto citava qualche verso. Il Rossetto ricorda che Giuliano quando fu nominato cesare esclamò: “Una morte purpurea e l’onnipossente destino lo tengono” (Iliade V 83, in riferimento alla morte del troiano Ipsénore ucciso dal greco Eurípilo), un verso che ripeté all’avvicinarsi della propria morte; e a questo si può aggiungere che quando fu acclamato augusto da parte delle sue legioni nelle Gallie, dopo le strepitose vittorie contro gli Alemanni presso Argentorato2 e lungo il Reno, egli nella sua epistola al senato e al popolo d’Atene scrisse: “Pregai Dio che dèssemi un segno. Ed ei tosto mel diede”3 (Odissea III 173-174, in riferimento ad Ulisse che nell’incertezza della rotta da seguire chiese un’indicazione a Nettuno).

Perciò Giuliano, impregnato di cultura greca ed ellenistica, riteneva che l’antica religione politeistica degli dei olimpici potesse e dovesse coesistere con le altre religioni, secondo l’editto di tolleranza promulgato nel 313 da suo zio Costantino il Grande (che poi di fatto privilegiò i cristiani) e dal collega Licinio. Formalmente cristiano anche lui, egli si fece iniziare al culto del dio Mitra e della dea Cibele e si mise a contestare tutta la dottrina cristiana, a praticare e difendere il paganesimo, a preferire consiglieri pagani nonostante gl’interventi degli apologisti in difesa del cristianesimo; e quando diventò imperatore — carica prima né cercata né immaginata da lui che aveva come modello l’imperatore filosofo Marc’Aurelio — cercò di restaurare il paganesimo, mettendosi a riaprire antichi templi, ricostruire are e statue e ripristinare sacrifici, convinto che questa religione, la quale aveva fatto nascere ed amalgamare l’impero romano, fosse la più consona al soddisfacimento dei bisogni spirituali dell’uomo e al mantenimento dell’impero stesso. Si persuase allora che gli dei lo avessero fatto giungere alla carica d’imperatore proprio perché restaurasse il loro culto e quindi si ritenne portatore d’una missione da compiere come apostolo degli dei: praticamente com’era successo allo stesso zio Costantino il Grande, il quale però all’insegna della croce col motto “In questo segno vincerai” favorì il cristianesimo fino a farlo diventare religione di Stato. Invece la missione di Giuliano tendeva all’opposto di quella di suo zio.

Tuttavia egli non mandò a morte i cristiani, consapevole che il martirio li aveva fatti proliferare, ma si limitò a radiarli dalla sua corte e dall’esercito (ordinando a tutti i soldati di sacrificare ogni giorno agli dei), ad estrometterli dai tribunali e dalle scuole (dando precise norme relative all’insegnamento e agl’insegnanti), a far allontanare vescovi e sacerdoti cristiani dalle città (ricevendo il biasimo specialmente da Gregorio Nazianzeno, che subito lo definì Apòstata) e a dare disposizioni sulla necessità della moralità e della beneficenza, tanto che il suo medico e consigliere Oribasio, il quale cercava di frenare l’entusiasmo dell’imperatore, riconosceva che Giuliano tutto sommato predicava le stesse virtù dei cristiani. Inoltre proibì il culto dei morti, consentendo i funerali soltanto col buio. Al contrario, nonostante che considerasse Jahvé uno dei tanti dei, ebbe simpatia per gli ebrei e tentò di ricostruire il tempio di Gerusalemme, ma non vi riuscì a causa di certi fenomeni soprannaturali che, quasi facendo seguito alle maledizioni cristiane, ne impedirono la costruzione.

L’autore spiega così questa decisione di Giuliano: cresciuto ed educato in una famiglia cristiana e lui stesso studioso anche della Bibbia e in chiesa partecipante a preghiere e cerimonie, presto s’accorse che i cristiani, i quali secondo lui predicavano bene e razzolavano male, erano per la maggior parte conformisti e opportunisti, a cominciare da vescovi e preti, che col nuovo andazzo riuscivano ad ottenere posti e prebende, quando poi non erano dilaniati da dispute e controversie varie di natura dottrinale, esprimentisi in un’accesa litigiosità. In sostanza i cristiani gli sembravano arroganti e intolleranti.

Ciò turbava Giuliano, che invece andava in cerca d’una religiosità personale ed intima, in cui ci fosse un vero dialogo con la divinità; in particolare lo turbava la violenza con la quale i cristiani, assertori della perfezione, verità ed unicità della loro religione, che ritenevano incompatibile con qualsiasi altra, cercavano d’imporla ai non cristiani, distruggendo o trasformando i templi pagani, perseguitando gli avversari e sostituendo feste pagane con altre cristiane, com’era avvenuto col Natale (25 Dicembre), che da Natale del Sole Invitto (dio Mitra) era diventato Natale di Gesù Cristo.

Eppure egli non si capacitava del fatto che la sua restaurazione del paganesimo, tranne che in alcune storiche località come Atene, fosse accolta con tiepidezza dai sudditi, se non addirittura con ostilità come nel caso d’Antiochia: non capiva quali fossero i motivi d’attrazione del cristianesimo, anche se in un’amichevole conversazione con amici filosofi uno di costoro, riferendosi al discorso della montagna o delle beatitudini contenuto nel Vangelo (Mt V 1-12 e Lc VI 17-49), gli aveva fatto notare che la religione di Gesù garantiva la felicità eterna nell’aldilà a poveri, disgraziati, derelitti, oppressi, reietti, disperati, e che era questo il vero motivo del suo strabiliante successo fra il popolo, nel quale anche inculcava il senso della carità.

La parte finale del volume, in cui l’autore diventa cronista o inviato di guerra, è dedicata alla spedizione che Giuliano, sempre più eccitato ed ostinato, intraprese contro i persiani confidando nell’assistenza dei suoi dei, ai quali come pontefice massimo sacrificava ogni giorno, ma non tenendo assolutamente conto del parere negativo di consiglieri, generali (come lo storiografo Ammiano Marcellino, che aveva combattuto con lui nelle Gallie e che pur lo ammirava tanto da tessere alla fine un breve panegirico dell’imperatore, e come Flavio Salustio o Sallustio, prefetto del pretorio delle Gallie stesse); non teneva conto neanche d’arùspici, d’àuguri e d’una lunga serie d’infausti presagi: e con tale impresa egli voleva uguagliare il macedone Alessandro Magno, ma vi trovò la morte a soli 32 anni d’età.

In chiusura ci sono una cronologia, un lessico e tre cartine storico-geografiche di pratica utilità.

Come si vede, questa biografia romanzata, che oscilla fra narrativa e saggistica e che si risolve quasi in un’apoteosi del personaggio, è densa, avvincente e ricca di suggestione: ragion per cui vale la pena di leggerla e rifletterci sopra, viste le precise informazioni e le interessanti considerazioni di natura storica, geografica, militare, religiosa, sociale, morale.

Carmelo Ciccia

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1 Colui che ha fatto apostasía, cioè abiura del proprio credo.

2 Argentorato — come spiega anche l’autore nel lessico finale — è l’odierna Strasburgo, capoluogo dell’Alsazia. Per curiosità si può aggiungere che da tale toponimo prendono nome la torre e il largo Argentina di Roma, i quali quindi nulla hanno a che vedere con l’omonimo Stato dell’America Meridionale, ma sono dovuti all’influente cerimoniere pontificio del sec. XV Giovanni Burcardo Argentoratense, originario d’Argentorato.

3 Giuliano, Messaggio al Senato e al Popolo di Atene, traduz. d’Augusto Rostagni, Bocca, Torino, 1920.

[ “Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2015]

Maria Stella Rossi-Olimpia Giancola, Il tombolo nel cuore di Isernia, Volturnia, Cerro al Volturno, 2008, pp. 114, € 26.

Questo bel volume di Maria Stella Rossi e Olimpia Giancola sta fra il saggio, il racconto e l’album fotografico, del quale ultimo — fra l’altro — ha la forma. La parte del titolo “nel cuore di Isernia” si può intendere non soltanto come “in pieno centro d’Isernia”, ma anche come “nell’anima d’Isernia e dei suoi abitanti”.

Dopo aver tracciato la storia del merletto in Europa, le autrici ne tracciano quella relativa ad Isernia; e qui tombolo e merletto s’intrecciano, perché vengono alla ribalta i luoghi delle merlettaie, i modi di lavorare, i corsi di lezioni specifiche, le occasioni d’aggregazione e di socializzazione delle lavoranti. E dalla lavorazione si passa alla vendita, che a volte può essere a porta a porta, all’allestimento delle vetrine, all’esportazione: tutte cose che fanno del merletto un simbolo identificativo della città nel mondo, anche perché in tutto il mondo sono sparsi parecchi molisani emigrati.

Tutto ciò inevitabilmente ci ricorda la secolare tradizione del tombolo e del merletto anche in provincia di Venezia, particolarmente a Burano, cui Isernia non ha nulla da invidiare, nonché la commedia goldoniana Le baruffe chiozzotte.

Il merletto è presentato dalle autrici come opera preziosa, poesia, capolavoro, ma anche dura fatica, in cui venivano impegnati pure ragazzette e bambine: e da ciò scaturisce la considerazione che esso era nel contempo fonte di guadagno ed espressione di vita d’una comunità. E l’esposizione si trasforma in racconto quando vengono presentate le vicende di personaggi (maschili e femminili) legati alla produzione e alla vendita del merletto.

Ovviamente è la parte iconografica che attrae subito i lettori: ci sono quadri, ritratti e fotografie (di prelati che indossano paramenti guarniti con fini merletti, di tovaglie per altari e d’ex-voto, essendo il merletto prodotto in certa quantità a fini ecclesiastici, ma anche di corredi di nozze, coperte, tende, scialli, centrini, indumenti, ecc.). Ci sono poi riproduzioni di disegni e di progetti di manufatti da elaborare, mentre altre immagini documentano particolari dell’edilizia urbana, sacra e civile, nonché di famiglie e personaggi rilevanti.

Dal complesso emerge la storia d’un’intera comunità, un caleidoscopio di feste, di costumi e d’usanze. Certe immagini in bianconero, poi, riportano alla luce e fissano per la posterità un passato remoto; e perciò un encomio va alle due autrici anche per l’attenta ricerca storico-iconografica.

Il dettato piano e scorrevole, la carta patinata e i caratteri nitidi fanno sì che l’opera sia fruita con grande facilità e piacevolezza. In sostanza si tratta d’uno dei pregevoli volumi d’arte che caratterizzano le Edizioni Volturnia.

Infine è originale la posizione delle note in apposite caselle laterali di colore differenziato, che risultano immediatamente consultabili e servono anche d’integrazione e richiamo, mentre inopportuna e non agevolmente fruibile appare la disposizione d’alcune pagine finali (Indice e Bibliografia) con testo centrato a mo’ d’epigrafe o d’albero di Natale.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2009]


Maria e Gigliola Rossi (a cura di), Vincenzo Rossi nella critica, Centro Studi “Eugenio Frate”, Cerro al Volturno, 2000, pagg. 488, s. p.

“Exegi monumentum aere perennius”. Così, con la massima franchezza, affermava Orazio di sé (Odi, III 30) e così può affermare Vincenzo Rossi dopo la pubblicazione di questo II volume di scritti critici sulla sua attività: quasi 500 pagine contenenti ben 182 fra recensioni, interviste, cronache, note, che le figlie Maria e Gigliola amorevolmente hanno raccolto e curato, da dopo l’uscita del I volume (1993) al 1999. Ed è veramente fortunato lo scrittore ad avere figlie che si occupano e vantano della sua arte: cosa che oggi non è facile trovare fra la nuova gioventù.

Il monumento che Vincenzo Rossi ha eretto è quello d’un’intera vita vissuta per la letteratura, oltre che per la famiglia e per il lavoro: 6 libri di poesia, 9 di narrativa, 7 di saggistica, 3 di traduzioni e una sterminata messe di articoli, saggi, traduzioni, racconti e scritti vari sparsi su diecine di giornali e riviste; una produzione su cui poi sono stati scritti 5 libri, fra cui una tesi di laurea; e poi ancora ci sono premi letterari, lezioni e interventi all’università.

Il segno che Vincenzo Rossi ha tracciato nel Novecento letterario è molto profondo: la sua parola è stata incisiva nella creazione artistica e autorevole nella critica. L’autorevolezza raggiunta ha fatto sì che autori anche ben noti hanno fatto di tutto per avere da lui una recensione, un suo giudizio: e tanti critici presenti in questo II volume, se hanno scritto di lui su giornali e riviste ora noti ora oscuri, lo hanno fatto non per piaggeria né per riempire alla meno peggio una pagina, ma con profonda convinzione, a volte sviscerando per pagine e pagine la sua arte, alla ricerca delle radici, dei significati, delle tecniche, delle valenze, convinti anche che una scrittura come la sua non può passare inosservata, anzi può servire, com’è servita, da modello, orientamento e guida per altri autori.

Grazie alla sua presenza così capillare e alla sua arte così significativa, dunque, Vincenzo Rossi appare come un punto di riferimento ineludibile. Certamente non è possibile riportare o riassumere qui i giudizi contenuti nel poderoso volume: bisogna leggerlo, non solo per capire gli umori dei molti critici, ma soprattutto per vedere la varietà e il contributo che gli scritti danno alla storia letteraria.

Il volume, che si presenta in elegante forma editoriale, si apre con una franca introduzione delle curatrici, peraltro doverosa dato il tipo di lavoro e il grado di parentela, e si conclude con un utile indice dei nomi. Mancano invece un indice alfabetico dei critici inclusi e uno dei giornali e riviste in cui sono apparsi gli scritti riportati, mentre sarebbe stato utile che anche nell’indice generale figurassero i nomi dei critici, intervento per intervento: ciò, affinché si avesse subito chiaro l’universo che grava intorno a Vincenzo Rossi e la rete di rapporti letterari e umani ch’egli aveva saputo instaurare.

Un volume del genere dovrebbe entrare nelle scuole, a dimostrazione che la grande letteratura non è morta e che anzi essa vive grazie a scrittori come Vincenzo Rossi.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, genn.-marzo 2000]


Vincenzio Rossi, I giorni dell’anima, Il ponte italo-americano, New York, 1995.

LA POESIA DI VINCENZO ROSSI

Vincenzo Rossi è una delle figure di primo piano della letteratura contemporanea. Poeta, narratore e critico letterario, egli ha sempre posto l’uomo e la natura al centro dei suoi interessi. Proveniente dalla cultura contadina e ad essa tuttora amorevolmente legato perché figlio di contadini, è stato pastore, coltivatore, soldato, autodidatta, insegnante e preside. Da quando è in pensione si è ritirato a Cerro al Volturno (IS), in una specie di osservatorio della natura e della poesia, alternando la sua attività fra campagna e letteratura e venendo ad assumere il ruolo di patriarca della poesia e della cultura. La sua produzione si può definire sterminata: non solo una ventina di libri, ma anche collaborazione a quotidiani e riviste, recensioni, prefazioni. Come critico letterario il Rossi è attento, preciso, dettagliato e soprattutto acuto. Gli autori trattati sono da lui sviscerati, magari negli aspetti che ad altri sembrerebbero secondari, in modo che il lettore possa farsene un’idea compiuta: e tutto ciò senza ripetere giudizi altrui, ma spesso contraddicendoli o integrandoli. Insomma, il Rossi, fornito degli strumenti idonei, sa esprimere idee e posizioni personali, che semmai arricchiscono il bagaglio bibliografico degli autori. Inoltre egli figura in numerose antologie ed è stato tradotto in varie lingue estere. È presidente d’un premio di poesia. Su di lui sono stati pubblicati frequenti giudizi critici in Italia e all’estero; qui ricordiamo il libro di Orazio Tanelli Vincenzo Rossi / Fedeltà alla terra, la poderosa antologia (400 pagg.) Vincenzo Rossi nella critica, la tesi di laurea di Enrica Panetta Regionalismo e visione cosmica nell’opera letteraria di Vincenzo Rossi, il libro di Rosalba Masone Beltrame Il grido della terra / Lola / Scritti vari di Vincenzo Rossi: tutte opere pubblicate dalle Edizioni Il ponte italo-americano di New York.

Per le stesse edizioni è uscito recentemente il suo libro di versi I giorni dell’anima, di cui per prima cosa non si può non notare la voluminosità (pagg. 534). In realtà il libro comprende tutte le raccolte poetiche del Rossi edite presso varie case editrici dal 1961 al 1995, con le relative prefazioni e introduzioni, le ultime poesie inedite, traduzioni in italiano di autori classici e stranieri da parte del Rossi, traduzioni di poesie del Rossi da parte di autori di varie lingue estere. Ciò non soltanto rende varia e piacevole la lettura, ma fa del presente volume una specie di testamento poetico e umano di Vincenzo Rossi: e proprio per ciò il volume diventa prezioso, consentendo di scandagliare l’anima e lo stile d’un autore che i futuri testi di storia letteraria non potranno ignorare.

L’amore per la terra e la campagna non si risolve in una idilliaca contemplazione del paesaggio molisano, che pur c’è (vedi i frequenti riferimenti al Volturno, alla Maiella, alle Mainardi e al Matese) e che certamente può essere occasione del ricordo d’un’infanzia felice, ma si sostanzia in una solenne religione della terra, dei suoi prodotti e della sua vita. In questo senso il Rossi è un poeta terragno, perché trasferisce nella sua poesia — anche a livello di lingua — i segni della sua prima formazione contadina e della sua fede nella natura. Tutto ciò comporta in lui una difesa ad oltranza della natura, della sua vita, della sua bellezza e dei suoi equilibri, dagli attacchi del progresso inteso come modernismo sfrenato, scientifismo, tecnologismo e consumismo: no allo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali, no alle abitudini egoistiche e no anche ai veleni che, in nome della scienza e d’un comodo “lavorare di meno”, inquinano e devastano la natura. Insomma, quella di Vincenzo Rossi non è tanto una poesia arcadica e bucolica, quanto una poesia di grande impegno sociale.

Se volessimo fare qualche citazione al riguardo rischieremmo di citare almeno metà di questo volume; ma ci bastano i titoli di alcune composizioni o d’intere raccolte: “Ginepri dei miei colli”, “Conosci quei boschi”, “Nella grigia valle”, “Dove i monti ascoltano”, “Verdi tappeti”, “Colline”, “Dove la capra”, “Verdi colline”, “Addio alla città”, “Odi dalle valli”, “Fiume amico”, “Clivi soavi”, “Verdi terre”, “Lungo il Volturno”, “Verdi chimere”, “Odore di pioppi”, “La quercia”, “Il fieno della valle”, “Il grido della terra”, All’uomo dell’atomo, “La potenza della foglia”, “Lasciami quieto sopra l’erba”, “Erbe fiori e acqua pura”, Erbe boschi e montagne, “Alma tellus”, “La montagna”, “Canneti”, “Il salice”, “Il pioppo”, “Sopra l’abetaia di Pescopennataro”, “Dalle Mainardi al Matese”, “Collina”, “Tornerò alla radice del grano”, “Il pane pentro”, “Sui colli delle ginestre”, “Miraggio nella pianura”...

La difesa ad oltranza della natura implica ecologismo, animalismo e vegetarianesimo. Il poeta si dichiara “perdutamente innamorato del tuo [dell’alma terra] fango e di quanto si racchiude nel termine terrestre” e rifiuta con vigore le “atomiche rivoluzioni”. Perciò molto opportunamente egli all’inizio della raccolta All’uomo dell’atomo fra le citazioni più significative mette anche un pensiero di Leonardo da Vinci: “Verrà tempo in cui gli uomini saranno contenti di una dieta vegetariana e giudicheranno l’uccisione di un animale come l’uccisione di un uomo.” Titoli di composizioni di questo genere sono “Non uccidere la chiocciola”, “Neppure stamani”, “Pietosa mano”, “Scivoli sulla terra il verme”, “La radice del dolore”, “ Umano putiferio” e “Agnus Dei / Agnello di Dio”. In queste ultime due composizioni, con stile elevato e tragico, il poeta porta all’attenzione la barbara usanza di fare strage degli agnelli per Pasqua, un’usanza che non può non far venire brividi di commozione ed indignazione nelle persone dotate di delicati sentimenti: “Agnello sgozzato / sul marmo del portone / singhiozzi mortali si propagano / nell’aria di Pasqua. / [...] / Uomini e donne / con rosse lame scintillanti / sul bianco marmo / scuoiano il tuo agnello / scuoiano te Cristo di pace / d’amore e di perdono.”

Anche la morte è un tema ricorrente nella poesia di Vincenzo Rossi e ad esso s’intreccia quello della solitudine in un quadro più vasto che coinvolge il destino delle creature viventi. Tuttavia ciò è visto non con atteggiamenti funerei ma con rassegnata consapevolezza. E l’amore, che pure occupa grande spazio in questa poesia, nella quale si esprime con vibrante passione, spesso si lega alla morte, collegando questo tema al classico intreccio Eros-Thànatos, che sembra un bisticcio, una contraddizione in termini quale giovinezza-vecchiaia, ma che pure è visto dal Rossi come ineludibile risvolto della vita umana. In sostanza la virilità-vitalità è essa stessa una potente forza della natura, che rientra negli equilibri dell’universo. Le composizioni erotiche del Rossi sono numerose nella raccolta I giardini di Venere, ma sono sparse un po’ in tutto il volume, specialmente verso la fine.

Questo modo di vivere e di cantare fra terra, campagna, paesaggio e costumi rurali — a volte istintivo, passionale e primigenio, ma ad ogni modo sincero — non può non portare alla ribalta il problema del Sud: il Sud è tutto questo e altro di positivo ancora, e perciò va non solo cantato ma anche tenacemente difeso nelle sue peculiarità e nei suoi diritti. In questo senso Vincenzo Rossi si qualifica come un grande poeta del Sud. Basta leggere le composizioni “Il Sud non chiede più nulla”, “Un canto per il Sud”, “Prima sinfonia per il Sud” e “Seconda sinfonia per il Sud”. Il poeta non ricorre né al narcisismo né all’epicedio, ma implora con pesanti parole che “i figli degli aranceti e del sole” siano restituiti alle loro terre d’origine: “Non sporcare, famelico Nord, il loro cuore / non sbiancare il bruno colore delle loro facce / con lo sguardo cadaverico dei tuoi occhi / non spegnere il violento nitore delle loro passioni / con i tuoi luridi venti che confondono le stagioni. / Restituite al Sud i suoi figli / non affondate più i vostri denti nelle sue carni / sciacalli al guinzaglio del Nord.” E al problema del Sud si riallaccia il destino dell’Italia: “Affonda le radici, Italia, / mantieni la tua alta sostanza / con i figli che morendo ti videro fiorire / e con altri figli ancora / innalza le tue laboriose mani / e ovunque un lembo di terra ti accolga / lascia l’impronta del tuo sangue vivo / rispondi a chiunque chieda libertà.”

Ma la poesia di Vincenzo Rossi non è solo contenuti, implorazioni, proteste, impegno sociale: essa è spesso sogno e sospensione, memoria e abbandono, musica sottesa che accarezza l’anima. Per coglierne i felici esiti consigliamo particolarmente la lettura di composizioni come “In viaggio”, “Conosci quei boschi” (“Tu conosci quei boschi quei monti / e percorri quei cieli. / Al faggio rapisci una foglia, / ai monti il grido del falco / al cielo la stella dell’alba. / Vieni vento di petali / e se un’ombra spaventa il mio sguardo / sollevami a gioia di canto.”), “Qui ti ricerco”, “Tenebra morte nulla”, “Dove i monti ascoltano”, “Non più le lunghe notti” (“Tu non sai se ricordi o speri / se reciti un tempo già vissuto / o se nella tua ora navighi / che alla sosta estrema ti conduce / dove cieche camere attendono / pazienti i tuoi vuoti bagagli.”), “Addio alla città”, “La rossa lampada”, “Il poeta”, “Io non canto chi domina”, “Vecchia porta”, “Casolare”, “Il primo scroscio” (“Tre volte scosse la capanna il cane / e correva alle colline il vento / tre volte squarciò la gola il gallo” / e scrosciò la pioggia nei canali.”), “Sono il vento”, “Il fico”, “Non abbiamo che parole” (“Noi non abbiamo che parole / di libertà e d’amore / per continuare a vedere fiorire / sulla terra i campi di grano.”), “Erba fiori e acqua pura”, “Come l’improvviso giungere di una vagante brezza” (“Ci eleveremo ancora insieme / immarcescibili forme d’Universo.”).

Infine un giudizio lusinghiero merita anche la forma editoriale del libro I giorni dell’anima, che si presenta ben fatto, come tutti quelli delle Edizioni Il ponte italo-americano di New York: copertina solida, carta non lucida e quindi non disturbante la vista, legatura col refe, impaginazione e caratteri gradevoli: insomma un bel libro d’una volta, di quelli che oggi purtroppo non si vedono più e attorno al quale si è lavorato seriamente, con passione e con gusto. Il grazioso disegno di copertina (opera di Giuseppina Galbiati) è poi l’efficace sintesi del contenuto: un gran libro aperto, con accanto frutta e fiori, l’anziano poeta e una nipotina, in una stanza che si apre su una stupenda vallata molisana, delimitata da monti e boschi e circonfusa da uno stormo d’uccelli. Questo basta per invitare non solo ad una lettura attenta e meditata di questo testamento d’amore per la terra, la natura e il Sud, ma anche a visitare quel paradiso terrestre per stringere la mano al suo poeta-patriarca.

Carmelo Ciccia

[“Il Ponte Italo-Americano”, New Jersey, nov.-dic. 1997; “Talento”, Torino, genn.-marzo 1998]


Vincenzo Rossi, Platone poeta, Centro Studi “Eugenio Frate”, Cerro al Volturno, 1998, pagg. 260, s. p.

L’inesauribile attività letteraria di Vincenzo Rossi (che è come un vulcano ad eruzione continua) ha prodotto questo suo nuovo libro, contenente una nota introduttiva e la traduzione di quattro opere di Platone: Simposio, Apologia, Critone, Fedone. Anzitutto ci colpisce il titolo del libro, che è una novità; ma esso è dovuto al fatto che Platone, sebbene non abbia lasciato versi, in realtà aveva un animo poetico. E il Rossi è andato in cerca degli elementi e brani che suffragano ampiamente quest’assunto: brani in cui lo scrittore-filosofo descrive paesaggi con boschetti e fiori, fresche fontane, delicati sentimenti, ma anche personaggi scultorei come Socrate e Alcibiade, miti (Cadmo, caverna, cicale, ecc.), tragiche vicende come il processo e la morte di Socrate. Secondo il Rossi il sistema politico vagheggiato da Platone era senza basi concrete e di fatto naufragò alla sua prima applicazione, proprio quand’egli aveva pensato di realizzare a Siracusa il governo dei filosofi (366 a. C.).; e anche la faccenda dell’Iperuranio era insostenibile. In sostanza, in Platone filosofo c’è molto idealismo.

È chiaro che la figura di Socrate ha assunto la statura umana e morale che tutti conosciamo grazie a Platone, il quale ha colto e descritto non solo la profondità del pensiero di lui, ma anche le delicate vibrazioni dell’anima, l’affetto e si direbbe la devozione sua e degli altri discepoli. Insomma, la poesia di Platone supera la filosofia o si coniuga con essa, avendo egli saputo “creare figure immortali, fatali e affascinanti, umanissime e drammatiche, a cominciare da quella di Socrate” (pag. 12). In particolare, è proprio dall’Apologia di Platone, dalla carica umana e sociale che ne promana, che emerge un Socrate destinato a sfidare i millenni: in confronto l’Apologia di Senofonte presenta un Socrate piuttosto mediocre e quasi meschino, principalmente preoccupato di respingere le accuse, e non soltanto essa non ha nulla di poetico, ma da parecchi critici è ritenuta apocrifa.

La traduzione di Vincenzo Rossi, che occupa la maggior parte del volume, è poi semplice, lineare, moderna. Non contorsioni logiche e linguistiche, a volte ricercate nel mondo dei pensatori, né auliche e altisonanti espressioni, ma frasi a portata di tutti, che invogliano a leggere, capire, riflettere. E questo è molto importante per un lavoro del genere. Perciò il merito di questo libro, consigliabile anche agli studenti, è nella sua semplicità, nel voler portare a disposizione di tutti argomenti e vicende intramontabili, che ogni persona ben pensante dovrebbe conoscere e approfondire.

L’aspetto esteriore del volume — elegante, solido, chiaro — contribuisce a rendere gradevole il lavoro.

Carmelo Ciccia

[“Cronache italiane”, Salerno, apr.1998; “Verso il Duemila”, Salerno, genn.-apr.1998; “Silarus”, Battipaglia, sett.-ott.1998; “La voce del CNADSI”, Milano, 1.II.1999 e 1.XI-1.XII.2008; “Il sodalizio letterario”, Rimini, dic. 1999]


Vincenzo Rossi, Il mondo lirico di Maffeo, Il ponte italo-americano, New York, 1995.

IL MONDO LIRICO DI MAFFEO IN UNO STUDIO DI VINCENZO ROSSI

Il libro Il mondo lirico di Maffeo di Vincenzo Rossi (ediz. Il ponte italo-americano, New York) è sicuramente nato non dall’esigenza di fare un piacere ad un amico, magari adulandolo, ma dall’opportunità di studiare un caso letterario qual è quello di Pasquale Maffeo e così aiutare il lettore a comprendere e apprezzare questo poeta. È chiaro, però, che se dal libro emerge la figura d’un autentico poeta — di cui si può ben dire che “nel nostro secolo pochi sono i poeti che come lui hanno consegnato alla pagina una misura melica e cromatica così limpida, così netta” — ciò va a tutto vantaggio del poeta stesso e della poesia in generale. Questo libro, dunque, è uno studio attento e spassionato, dovuto alla versatilità culturale del Rossi, e nell’insieme un vademecum per ogni lettore non superficiale.

Il molisano Vincenzo Rossi non finisce mai di stupire: il ventaglio dei suoi interessi è così vasto che spazia con grande competenza dalla poesia alla narrativa e alla critica. Per lui non c’è un settore singolo in cui inquadrarlo; mentre alcuni sono poeti e si dedicano anche alla saggistica oppure sono critici e si dedicano anche alla poesia o alla narrativa, il Rossi è tutt’insieme: la sua è una poliedrica personalità che domina in ogni aspetto l’attuale momento letterario.

Fare il critico non è facile: non basta avere intùito, ma ci vogliono anche attenzione, capacità di penetrazione e d’analisi, linguaggio specialistico. Fin dalle prime pagine di questo libro si percepisce che il Rossi, lui stesso poeta, possiede tutte queste doti e altro ancora: spesso il suo linguaggio è quello della poesia, critico-poetico insieme. E il libro si legge volentieri anche per questo.

Anzitutto abbiamo apprezzato il biasimo fatto dal Rossi a quelle che lui definisce “perturbazioni della lingua”, una lingua spesso resa arida, senza senso e infarcita di trattini, numeri, spirali e disegni vari: per lui questa è uccisione della poesia, come pure lo è la nuova mania di terminare i versi con congiunzioni, articoli e preposizioni, lasciandoli in sospeso e creando piuttosto prosa che poesia. Un’altra cosa biasimata è l’impegno politico, il prestarsi di certa poesia alla propaganda partitica. L’autore ha voluto avvertirci subito che nulla di ciò è presente nel Maffeo, anche se la sua poesia non è proprio tradizionale, presentando essa stessa delle sperimentazioni, ma solo qualche volta rivelandosi oscura e mettendo a dura prova la capacità del critico. Il Maffeo è invece un poeta impegnato umanamente, socialmente e culturalmente.

Questo libro del Rossi non è una biografia e nemmeno la solita monografia, ma un originale e vigoroso saggio sull’intera produzione poetica del Maffeo: pur contenendo qualche nota bio-bibliografica, esso segue passo passo l’evolversi e il maturare del poeta. Praticamente passa in rassegna e commenta con intelligenza tutte le liriche delle varie sillogi del Maffeo, una per una e spesso con ampie citazioni: e ciò certamente non è un lavoro di poco conto, trattandosi d’uno studio particolareggiato.

Così, man mano che si va avanti nella lettura del libro, si vede chiaramente delinearsi la figura d’un poeta pervaso da un possente afflato lirico: onesto, pulito, sincero. Pasquale Maffeo appare anzitutto come uno che ha posto al centro dei suoi interessi l’uomo e il mondo, di cui vuole scoprire finalità e misteri. Pensosità, tensione ideale e inquietudine sono i principali ingredienti della sua poesia, sostenuta da una rigorosa formazione sui classici. Il Maffeo vive la sua giornata terrena proteso fra cielo e terra, ma la sua inquietudine trova soluzione nella sincera adesione al credo religioso: nel suo cristianesimo confluiscono ansia, pietà, spiritualità ed eticità. Perciò la sua è una religiosità esente da convenzionalità, ma sofferta, conquistata e difesa.

Il Rossi, dopo aver notato che il mondo poetico del Maffeo, “pur presentando variazioni e innovazioni tematiche, si può considerare unitario”, mette in evidenza e illustra la raffinata tecnica, “la perfetta tenuta dell’orchestrazione strofica”, il linguaggio, gli aspetti idillici di certe liriche, il recupero della favolosa infanzia, i legami con l’ambiente meridionale (nei cui colori, climi e passioni è immerso) e con la sua ricchezza umana e poetica, la bellezza di certe liriche dedicate alla terra, ai genitori, alla vita agreste e animale.

Ovviamente nella sua meditazione un poeta profondamente serio come il Maffeo dedica ampio spazio alla transitorietà e all’ineludibile fine della vicenda terrena; e il Rossi al termine della sua indagine acutamente osserva: “Ora comprende che il silenzio spiritualmente attivo vince i frastuoni e i rumori del mondo, comprende che Dio incarnato è sceso a illuminare col sacrificio di Sé la via della salvazione: Sola in croce lassù / pende la voce di Gesù. Quando arriverà il momento di salpare, di lasciare (In exitu è l’ultima lirica del libro), l’angelo verrà a rammentare che al cospetto di Dio si uguagliano nell’assoluto silenzio la voce del poeta e quella dell’idiota: Stacca l’angelo il saluto. / Comprendo. Il cuore muto / al giro della ruota / avrà il poeta e l’idiota. Così si entra nel gaudium, nella rasserenante pace. Una lezione appresa dal Vangelo, sì, ma scontata nella profonda giornata del poeta, divenuta verità e bellezza della sua voce.”

Abbiamo voluto riportare per intero questo brano non solo perché conclude la rassegna, ma anche perché è un esempio del metodo critico e dello stile di Vincenzo Rossi: grazie alla cui opera — scrupolosa, serena e obiettiva — si evince che il Maffeo è un poeta che merita una grande considerazione. Ora comprendiamo che vale veramente la pena di leggere un poeta come questo (magari seguendo il dettagliato commento del Rossi) e di riscontrare nelle varie sillogi tutte le sfaccettature d’un’anima nobile, la capacità di plasmare il verso, la profonda serietà artistica, umana e professionale.

Il libro si conclude con un utile regesto bibliografico, importante documento della presenza attiva di Pasquale Maffeo nel panorama letterario e giornalistico nazionale, della vastità dei suoi interessi e della sua risonanza. Alcuni refusi e sviste non inficiano la preziosità del lavoro.

Carmelo Ciccia

[“Sicilia Sera”, Catania, 31.VII.1998; “Croce del Sud”, Milano, lug.-ag. 1998; “Cronache italiane”, Salerno, genn. 1999]


Vincenzo Rossi, Misura e destino la voce poetica di Paul Courget, Centro Studi “Eugenio Frate”, Cerro al Volturno, 1999, pagg. 80, s. p.

Poco dopo aver presentato e tradotto in italiano il poeta argentino Julio Bepré, Vincenzo Rossi fa ora la stessa cosa in questo libro francese-italiano col poeta francese Paul Courget. Sorvoliamo sulla personalità del Rossi (poeta, narratore, critico e traduttore noto in Italia e all’estero), di cui più volte ci siamo occupati, facendone rilevare la profonda cultura, il forte sentire e l’ecletticità, ben capace di dominare le lingue classiche come quelle moderne; ma ci soffermiamo un po’ su questo poeta francese.

Il Courget, nato in Francia nel 1918, è poeta d’ispirazione simbolista e intimista, romanziere, critico e giornalista, che ha pubblicato numerosi libri e figura in centinaia di giornali, riviste e antologie; inoltre è membro di varie accademie francesi ed estere e vincitore di prestigiosi riconoscimenti.

Questo libro si apre con una lunga introduzione bilingue (francese-italiano) del Rossi, a cui seguono le poesie del Courget in francese con traduzione italiana dello stesso Rossi a fronte e infine una silloge di giudizi critici in francese. Ad esempio, Michel Esserent in “Lettres et Poésie” scrive che questo poeta dà un soffio nuovo e molto personale alle tendenze parnassiane e simboliste.

Vincenzo Rossi nel suo saggio introduttivo afferma che è raro oggi incontrare un poeta che abbia come questo un sacro rispetto della metrica classica, tanto da poter essere definito moderno maestro del sonetto, al quale è tanto legato da riuscire a scherzarci sopra, raggiungendo validi risultati estetici. Inoltre il critico nota che il Courget è un cultore della rima, la quale nasce in lui spontaneamente dall’intimo “come voce dell’anima poetante”, e che la sua personalità è più mediterranea che nordica, richiamandosi il medesimo alla cultura greco-latina. Altro elemento che il critico nota è la forza del focolare domestico e del vincolo familiare che viene a costituire un apposito tema.

Nel Courget ci sono poi quattro egloghe di stampo virgiliano: la sua esaltazione della natura raggiunge l’apice nella lirica intitolata proprio “Nature”. Di essa il Rossi fa un’acuta analisi, mettendone in evidenza l’afflato religioso, la sottesa cultura, la “musicale luminosità”, la bellezza delle raffigurazioni e l’inevitabile malinconia, dovuta anche all’esplicita indicazione del futuro sepolcro. Infatti a conclusione della lirica il poeta scrive: Je voudrais, quand la mort aura fermé mes yeux, / Dormir en pleine terre, / Sous ta garde fidèle, a la face des cieux, / dans ton profond mystère, / Loin des bruits éternels du monde e de ses dieux. E il Rossi traduce: “Quando la morte avrà spento i miei occhi / vorrei dormire nella terra profonda / al tuo fedele sguardo / sotto la volta del cielo / nel tuo insondabile mistero / dagli interminabili fragori del mondo / e dai suoi padroni lontano!” Il critico mette in rilievo anche l’auspicio del poeta, precedentemente espresso, che sulla sua tomba, in mezzo alla foresta, ci sia sempre dell’erba fresca e che essa non sia strappata da qualche antico gregge.

Fra i temi di questo poeta infine il Rossi mette in evidenza l’amore per la donna amata, sempre improntato a purezza e a desiderio di donare, le atmosfere religiose emergenti da qualsiasi osservazione e descrizione del creato, la “storicità della cultura elevata a poesia” e l’attenzione agli avvenimenti quotidiani. Ad esempio, nella lirica “Aux poètes” il poeta scrive così: “Réveléz la splendeur qui vit en vous!” Chantez / La grandeur, la beauté, le bonheur et la joie, / Et, musique d’azur plus douce que la soie, / Tissez le don d’amour de vos vers enchantés. E il Rossi traduce: “‘Esprimete la luce che vive in voi!’ Cantate / la grandezza, la felicità, la gioia, la bellezza / e con musiche azzurre più tenere della seta / intessete il dono d’amore dei vostri magici versi.” Il che è un invito o un’esortazione, ma anche l’espressione d’una poetica.

Vincenzo Rossi con questo suo nuovo libro ci ha fatto un gran dono nel presentarci un poeta straniero che difficilmente avremmo conosciuto, ma che si rivela di sicuro valore. E questo poteva farlo benissimo lui che di poesia s’intende non solo perché esercita la critica, ma anche perché produce egli stesso varie raccolte di versi che abbiamo avuto modo di apprezzare largamente. È il caso di dire che davvero les poètes sont frères e che proprio da questa loro fratellanza nasce una profonda intesa reciproca, capace d’espandersi fino a coinvolgere l’intera umanità in una specie di girotondo di poesia e d’amore.

Carmelo Ciccia

[“Alla ribalta”, Bologna, marzo 2000; “Il faro”, Trapani, 15.V.2000]


Vincenzo Rossi, Respiro dell’erba / Voce delle Rocce, Centro Studi “Eugenio Frate”, Rionero Sannitico, 2001, pagg. 176, s. p.

VINCENZO ROSSI TRA THANATOS ED EROS

Non si ferma, perché umanamente inarrestabile, la produzione letteraria di Vincenzo Rossi, il quale col suo nome ha tracciato un profondo solco in due secoli: segno d’un’attività davvero eccezionale.

Il suo nuovo libro di versi intitolato Respiro dell’erba / Voce delle Rocce (Centro Studi “Eugenio Frate”, Rionero Sannitico, 2001, pagg. 176, s. p.) si divide in due parti. Nella prima domina l’idea della prossima fine e i concetti ricorrenti sono la malattia, la disgrazia, la morte (propria, ma anche d’amici, d’alunni e d’animaletti cari), il cimitero, l’aldilà, l’ignoto. Nella seconda, significativamente intitolata In Veneris umbra, cioè “nelle gioie di Venere” (titolo che ricorda Ovidio, Amores, II, 18, 3) domina un marcato erotismo, con tutto ciò ch’esso comporta: da una travolgente passione ad un’appropriata terminologia, che in particolare s’avvale della metafora della rosa come oggetto d’estremo desiderio e beatitudine, pur senza mai sfiorare la volgarità, da cui il poeta rimane lontano mille miglia.

Perciò nel libro s’incontrano o meglio si scontrano Thanatos ed Eros; ma — cosa sorprendente — questa volta è Eros che decisamente vince, forse come esorcismo o come simbolo d’una vitalità che non accetta la prospettiva d’essere minorata e addirittura soppressa: e in ogni caso... finché c’è vita c’è Eros.

Nella prima parte la morte è vista come un mostro, e la preoccupazione del poeta è quella di trovare le parole con le quali dire addio alla vita: “Ma l’uomo attende ancora il mostro / e sempre più lo tormenta il pensiero / con quali parole dire addio alla vita / che quantunque inesplicabile ama”. Il tempo incalza col “tic tac dell’ora” ed è “più forte del tempo e dell’amore / il bacio della morte”. L’anima s’avvia verso un “transito ignoto”; “la sera del vecchio” è triste; e, cercando “memorie di giorni perduti”, il poeta vorrebbe affidarsi ad un cuore prima di partire “per eterni lidi”. Il pensiero va anche al dopo, e il poeta immagina che “voci da una tomba” dicano al passante: “pensami lieve come il respiro dell’erba / all’ombra viola di tenera luna”. Ad ogni autunno che torna è spontaneo immaginare che sia “l’ultimo autunno” della vita, ed entrando nell’inverno il poeta sente dentro di sé “fantasmi d’illusioni che traballano”. Allora egli prova “sensazioni estreme” e affida all’“ultima onda” “l’estremo ricordo” di sé, preparandosi a dire addio alla vita con dignità, ma anche con poesia.

Di tutt’altro tono è la seconda parte del libro, che sicuramente raccoglie maggiori simpatie, non solo per il contenuto, ma anche per la forma che più felicemente vi s’estrinseca. In essa vi è un tripudio di corpi, di sensi, di colori, di materia che comunque filtra nell’anima, fino a dare una nuova identità all’individuo, trasformandosi in scopo e modalità di definire la propria esistenza. Allora la lettura si rivela allettante: la scelta dei vocaboli (che a volte sono desueti, quasi a conferire un’aura di nobiltà) e la struttura dei versi sembrano avere degli effetti magici che invitano il lettore a leggere e rileggere, per non distaccarsi mai dalla maggior parte di queste liriche. A volte da una breve composizione nasce e si sviluppa un’eco che penetra nell’anima, ripetendosi all’infinito con movenze di grazia e musicalità. E allora si capisce di più il valore d’un autore come Vincenzo Rossi, che è poeta nel senso etimologico del termine, cioè creatore d’immagini, di fantasie, di desideri, d’aspirazioni, di soddisfazioni, che sono le soddisfazioni dello spirito.

La rosa, poi, in tutte le sue varietà e accezioni (“rossa”, “di fiamma”, “pura”, “bruna”, “di carne e di fuoco”, “invisibile”, “fremente”, “smossa”, “immortale”, “che dà brividi”) ha in sé la forza prorompente della natura, perché è essa stessa emblema di Venere, di quella Venere genitrice e fecondatrice di tutte le cose, come giustamente hanno cantato Lucrezio (che qui Vincenzo Rossi traduce) e altri poeti classici, fra cui l’anonimo autore del celebre inno Pervigilium Veneris; e nella letteratura italiana la metafora della rosa è presente da Ciullo o Cielo d’Alcamo con la sua Rosa fresca aulentissima (che però secondo recenti interpretazioni vorrebbe indicare l’organo genitale maschile) a Guido Guinizelli e alla poesia d’amore in genere, fino al poeta del nostro tempo Benito Sablone, che vent’anni fa intitolò una sua raccolta di liriche La rosa alessandrina, in cui scrisse: “Afrodite infiora l’aria, / rosa celestiale, alessandrina”.

In apertura del libro alcune premesse, suffragate da opinioni del De Sanctis e del Leopardi, espongono la teorica di Vincenzo Rossi, che è anche esperto saggista e critico e che qui si sofferma sulla natura della poesia. Essa può nascere soltanto da un coacervo di “sentimenti, valutazioni, scelte nei confronti dell’esistenza: religione, politica, economia, arte, amicizia, natura, amore, dolore, vita”. Perciò per lui e per ogni persona di buon senso sono da respingere tutte le sperimentazioni con cui certi alchimisti manipolano, alterano e scompongono la lingua, come pure le liriche di certi poeti della domenica che credono di far poesia andando a capo secondo il ghiribizzo e lasciando in asso — in fin di verso — articoli, preposizioni, congiunzioni, suffissi e prefissi.

A conclusione di questa nota va ricordato che su Vincenzo Rossi sono state pubblicate numerosissime recensioni e vari volumi di critica: il più recente è un volumetto (e qui il diminutivo ha anche un valore affettivo) che raccoglie i discorsi pronunciati dagli scrittori Amerigo Iannacone e Ida Di Ianni in una serata in suo onore a Cerro al Volturno, il 10 Agosto 2000: Vincenzo Rossi e i canti della terra (Edizioni Eva, Venafro). In particolare la Di Ianni, già sua alunna, nel rievocare con affetto e delicata sensibilità la figura anche quotidiana del professore d’una volta, fa risalire a lui la sua formazione letteraria: il che non è un onore da poco per allieva e maestro.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, lug.-sett. 2001]


Vincenzo Rossi, Letture (Amore e Fedeltà alla Parola), vol. III, Centro Studi “Eugenio Frate”, Rionero Sannitico, 2002, pagg. 388, s. p.

LE LETTURE CRITICHE DI VINCENZO ROSSI

Vincenzo Rossi è un infaticabile scrittore, che non si sa se definire poeta, narratore, critico, traduttore, dato che egli in realtà è un insieme di tutto ciò, ed ogni singola definizione riesce molto limitata rispetto al prestigioso ruolo da lui svolto nella sua lunga attività letteraria. Il poderoso volume III di Letture (Amore e Fedeltà alla Parola) (Centro Studi “Eugenio Frate”, Rionero Sannitico, 2002, pagg. 388, s. p.) contiene ben 105 fra recensioni, prefazioni e relazioni, a cui s’aggiunge l’introduzione: quasi tutti interventi di ampio respiro; veri e propri saggi critici, che sono una testimonianza del suo impegno costante. Ora, se si considera che questo è il volume III di Letture e che ad esso s’affianca qualche altro libro similare, non si può non sottolineare la funzione storica che il Rossi è venuto a svolgere in un arco di tempo così vasto, costituendo un punto di riferimento per moltissimi autori, molto o poco noti che siano, i quali hanno ritenuto opportuno o necessario un suo giudizio, grazie alla sua competenza e obiettività, nonché al suo peso nell’ambiente letterario.

In pratica egli ha svolto un compito simile a quello del Minosse dantesco, che “giudica e manda secondo che avvinghia” (Inf. V, 6).

Già l’articolata introduzione chiarisce il perché del titolo Letture, ponendo l’autore nella posizione d’un lettore, ma un lettore particolare, dotato di notevole sensibilità estetica e critica. E a questo punto il Rossi ritiene necessario differenziarsi dal critico ufficiale, cioè da quel cattedratico che emana le sue sentenze per professione e compenso, magari per fare tendenza. Il nostro autore non s’identifica con tale critico: le sue sono Letture disinteressate, mosse soltanto dall’amore per la letteratura, dall’affinità intellettuale e (perché no?) dalla solidarietà per i colleghi autori. E perciò la maggiore o minore lunghezza dei suoi interventi dipende non soltanto dalla quantità degli elementi da tenere in considerazione, ma anche dalla congenialità con gli argomenti in esame.

Sullo stesso tema l’autore ritorna verso la fine del volume, quando riporta una relazione da lui tenuta in una scuola media e un’altra all’inaugurazione d’una mostra/fiera del libro. Da buon maestro, l’autore/oratore deplora la crisi della lettura, sottolinea l’importanza della diffusione del libro e dà tutta una serie di consigli circa un’efficace lettura, soffermandosi sulla sociologia della cultura: e per l’occasione non può non far rilevare la differenza abissale fra la cultura effimera fornita dalla televisione (quando c’è cultura e quando invece, come quasi sempre accade, la tv non trasmette pura e semplice incultura, volgarità e diseducazione) e la cultura profonda — vero e proprio solco nella coscienza — fornita dalla lettura d’un buon libro.

Ovviamente qui non si possono fare delle preferenze citando questo o quello dei tanti autori trattati. Essi sono praticamente quasi tutti quelli i cui nomi circolano con maggiore o minore presenza nei giornali letterari. Ma il lavoro del Rossi, più che come rassegna, si configura come opera d’elevata letteratura, anche perché vi figurano autori classici del calibro di Giacomo Leopardi, al quale il Rossi dedica una sua lirica, leopardiana essa stessa nel contenuto e nello stile.

Le valutazioni del Rossi non sono mai generiche e magari sbrigativamente laudative, tanto per accontentare gli autori che a lui si rivolgono, ma risultano da una consequenzialità logica, che pone alla base l’esame dell’opera trattata, spesso con dettagli (capitolo o paragrafo, verso, strofa, lessico, suoni, colori, ecc.) che potrebbero sfuggire al lettore comune: per la qual cosa indubbiamente tali valutazioni indirizzano alla sullodata lettura efficace e aiutano alla comprensione degli autori e alla migliore fruizione dei loro messaggi. Il Rossi stesso esemplifica il metodo del suo procedere, alle pagg. 103-104, dedicando un saggio ad una sola poesia e facendone l’analisi testuale.

Tutto ciò comporta non solo una grande capacità d’analisi, ma anche un vasto retroterra culturale. Infatti Vincenzo Rossi dimostra una cultura che non sembra esagerato definire immensa, data la profondità e la numerosità delle materie che coinvolge. Ed è grazie a tale cultura che egli può meglio capire la genesi e la struttura d’un’opera, facendo opportuni raffronti con i contenuti e i modi di cui si è sostanziata nei secoli la nostra letteratura.

Ovviamente ciò emerge meglio quando si tratta di valutare opere di saggistica e di critica letteraria: è proprio in queste occasioni che egli — in questo caso giudice di giudici — deve fare più ricorso al suo retroterra; e se la cava brillantemente, dimostrando di possedere già quasi tutti i contenuti (informazioni, dati, riferimenti, problematiche, critica, bibliografia, ecc.) degli argomenti che gli altri trattano e lui deve valutare. Qui egli rivela meglio il suo scrupoloso modo di leggere e giudicare: un modo che soltanto pochissimi critici hanno. Egli seziona i libri, non solo cogliendone gli aspetti più interessanti per il lettore e per lo studioso, ma anche delineando i tratti della personalità degli autori e all’occorrenza anche il ruolo svolto nella cultura contemporanea.

E poiché in calce ad ogni intervento critico del Rossi è citato il giornale o rivista in cui esso è apparso, dal contesto si evince la numerosità delle testate a cui il Rossi stesso ha collaborato e che costituiscono un più che ragguardevole ventaglio.

In conclusione, anche questo volume di Letture, integrato da un opportuno indice dei nomi, nonché da un indice degli argomenti per ordine alfabetico degli autori recensiti, si presenta come un’opera utile non solo per gli autori stessi, ma per tutti i lettori che per studio o informazione abbiano necessità d’acquisire dati, notizie, commenti. Da esso poi emerge in modo consistente la statura di critico ed intellettuale di Vincenzo Rossi, a cui molto deve la storia letteraria dei secc. XX e XXI.

La prima impressione positiva del volume si ha dall’impostazione della copertina, in cui attirano l’attenzione il disegno d’una rosa d’Albino Fattore e l’opportuna citazione dantesca (Par. XXIII, 88-90) riferita al nome di questo fiore. L’assoluta chiarezza e scorrevolezza del dettato, nonché l’elegante veste editoriale, già collaudata in varie precedenti opere, completano il quadro ampiamente positivo di questo lavoro, che non dovrebbe mancare nelle scuole, nelle università e nelle biblioteche.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 4/2002]


Vincenzo Rossi, Garibaldi, Centro Studi “Eugenio Frate”, Cassino, 2003, pagg. 94.

UN CANE-FILOSOFO PROTAGONISTA D’UN ROMANZO DI VINCENZO ROSSI

In letteratura abbondano le opere che hanno come protagonisti animali parlanti; a sua volta il cinema ci ha raccontato la deliziosa vicenda di “Francis, il mulo parlante”; e anche la televisione presenta degli eroi parlanti a due o quattro zampe.

Ecco ora di Vincenzo Rossi il romanzo intitolato Garibaldi (Centro Studi “Eugenio Frate”, Cassino, 2003, pagg. 94). Il protagonista, epigono dei consorti Ercole e Lola, non è l’Eroe dei due Mondi, ma un cagnetto che di quell’Eroe ha soltanto il colorito del pelame e qualche volta l’intraprendenza, come quando decide di piantare in asso il padrone e andare alla scoperta dell’altro mondo, quel mondo che sta alla fine del suo orizzonte, riuscendo ad attraversare per miracolo un’autostrada, che nella fattispecie era come un oceano, e così Eroe dei due Mondi lo diventa davvero, anche perché poi ritorna a casa ferito.

Il racconto è perfettamente in regola con la forma mentis di questo prolifico autore, che praticamente travasa nel cagnetto (elegantemente raffigurato in copertina) una parte — se non tutto — del suo io. Cosicché questo Garibaldi risulta un personaggio a misura di Vincenzo Rossi, insieme sdoppiamento, proiezione e completamento della sua personalità, al quale lo scrittore, come ad un alter ego, affida la trasmissione di messaggi pensosi.

Va rilevato che il libro si presenta come un mosaico di citazioni letterarie (Omero, Socrate, Platone e particolarmente Dante), che dimostrano come s’è sedimentata la cultura e quale uso se ne possa fare. Così risultano apprezzabili il recupero di certe espressioni linguistiche locali, incastonate nel contesto, e l’esaltazione del paesaggio molisano, con il suo verde, le sue vallate e le sue cime.

Perciò le scorribande di cane e padrone (fra l’altro un cane che non ha alcuna imponenza esteriore, essendo un bassotto, ma ha grande intelligenza e bontà) sono l’occasione tre volte al giorno per affettuose premure e per sapidi dialoghi, che, se da una parte evitano la monotonia dei monologhi, ravvivando la narrazione, dall’altra esplicitano meglio il rigoglio d’idee che c’è in Vincenzo Rossi: tanto che alla fine il libro, da quella allegra e spensierata favola che sembrava all’inizio, si trasforma in un testo d’alta meditazione consegnato alle generazioni, nel quale prevale l’aspetto gnomico che felicemente s’armonizza con gli altri aspetti del libro.

Diremo allora che si tratta d’un libro di filosofia? La definizione sarebbe troppo forte: è chiaro però che il Rossi esprime con maestria quel tanto di filosofico che c’è in ognuno di noi, e particolarmente in uno scrittore che per una vita intera s’è abbeverato alle fonti del sapere e della saggezza (che poi sono la stessa cosa), dimostrandolo egregiamente nelle sue molte pubblicazioni.

Quando alla fine, in un “Dialogo inconcluso” svoltosi alle sorgenti d’un gran fiume (e il fiume nelle religioni orientali è nel contempo simbolo dell’incessante fluire del tempo e sede deputata per meditazioni trascendentali), troviamo il testo intessuto d’espressioni in corsivo quali anima, immortale, verità, bellezza, Eternità, peso d’una foglia, Nulla, Essere, Mistero, Atropo... allora ci accorgiamo che la storia s’è fatta tremendamente seria e c’invita ad una riflessione che, se ancora non abbiamo fatto, ora è bene cominciare a fare. Nella finzione narrativa il piccolo “eroe fasullo” sa esprimere sentenze di valore universale, come quando afferma che “altro non siamo che il vibrare di una corda nel veloce passaggio dell’Eternità”. E allora il dialogo conduce il lettore ad opere come il Simposio o Convito di Platone, il filosofo già rivisitato e tradotto dallo stesso Rossi.

Nel libro c’è poi l’estrinsecazione di quel felice rapporto uomo-animale che ha caratterizzato tutta la produzione del Rossi per quel senso di francescano amore verso ogni essere vivente, ancorché animale, meglio ancora se debole e indifeso. E come ci sono spunti erotici nell’ansietà del cagnetto d’accoppiarsi, così ce ne sono di comici, come quando Garibaldi corre a dare una lezione alla donna ammazza-galline, azzannandola alle gambe e spingendosi col muso verso il boccaccesco “inferno”.

Infine, dal punto di vista strettamente formale, rilevata l’eleganza e la presentazione grafico-editoriale, bisogna dire che il libro si legge volentieri per la chiarezza e la scorrevolezza, e potrebbe entrare anche nelle scuole, nonostante qualche battuta un po’ forte. Semmai nel suddetto “Dialogo inconcluso”, essendo stati omessi i nomi (o le iniziali) dei personaggi per alleggerire il contesto, sarebbe stato opportuno premettere ad ogni capoverso le virgolette (come ci sono nel resto del libro) o una lineetta, ovvero usare caratteri e stili tipografici diversi, proprio per indicare l’alternarsi degl’interlocutori, consentirne l’identificazione e rendere più fruibile il dialogo, il quale per essere tale deve evidenziare la distinzione degl’interlocutori stessi. Ma probabilmente l’autore ha voluto evitare tale distinzione per il fatto che, alla resa dei conti, nella fattispecie i due interlocutori sono riconducibili ad un unico individuo che parla e risponde a sé stesso: e quindi il brano andrebbe letto in questa chiave.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 19.XI.2003; “Nuovo frontespizio”, Rimini, dic. 2004]


Vincenzo Rossi, Amore e guerra. Centro Studi Letterari “Eugenio Frate”, Cassino, 2004, pagg. 336, s. p.

L’EPICO ROMANZO DELLA GIOVINEZZA DI VINCENZO ROSSI

Dopo una vita dedicata alla letteratura, che ha fatto salire Vincenzo Rossi alla ribalta della notorietà per le sue numerose opere di poesia, narrativa, saggistica e traduzione, ecco ora di quest’autore quello che si può definire “il romanzo della sua giovinezza”: Amore e guerra (Centro Studi Letterari “Eugenio Frate”, Cassino, 2004, pagg. 336, s. p.). Però esso, per gli elementi dichiaratamente autobiografici, per la complessità della narrazione, per l’impegno della stesura e per la mole dell’opera, appare come il romanzo della sua vita. La narrazione è in prima persona, ed è da supporre che, anche se non tutto ciò che l’io narrante ci racconta appartenga effettivamente alla biografia del Rossi, una certa parte sicuramente sì.

Anzitutto, dato il frenetico succedersi delle vicende, troviamo molto utile sia la preventiva presentazione di luoghi e personaggi sia la premessa, le quali preannunciano e introducono, svolgendo la funzione dei prologhi degli antichi drammi. E del dramma questo romanzo ha le movenze, grazie anche alla consistente presenza di dialoghi, che a volte sono monologhi quando il protagonista pensa o parla con sé stesso: e al riguardo opportunamente l’autore usa due tipi di virgolette, uno per i dialoghi veri e propri e uno per i pensieri e i monologhi, facilitando così anche dal punto di vista grafico la fruizione del testo.

Il romanzo si snoda in un fittissimo intreccio: la passione amorosa s’affianca alla guerra, che si dimostra subito una catastrofe sociale e individuale. E poi ci sono situazioni sempre nuove e imprevedibili, che affiorano improvvise dalle precedenti, l’una dall’altra: insurrezione (4 giornate di Napoli), incredibili avventure risolte in modo — si direbbe — prodigioso, stupri, omicidi, furti, malaria; con un protagonista e suo padre entrambi dal sangue caldo, alcune donne fatali e uno stuolo d’altri icastici personaggi operanti in ambienti di pianura, di collina e di montagna (e qui notiamo che mai come in guerra la montagna diventa àncora di salvezza), dal Molise alla Campania, dalla Puglia alla Basilicata, dal Lazio all’Australia, nell’arco d’un quarto di secolo.

Il protagonista, con un nome e cognome (Peppino Russo) che fanno pensare alla solarità e al calore del nostro Meridione, ha una forte vitalità: la sua irruenza e le sue ribellioni sono frutto dell’ardore di libertà, oltre che di sete di giustizia e di difesa della propria dignità. Perciò accanto a quello della libertà domina un senso illuministico della natura, intesa cioè come fonte non solo d’alimentazione (agricoltura) e di godimento estetico (paesaggio), ma anche di diritti (giusnaturalismo); e l’istintività nel romanzo fa il paio con il naturalismo/naturalezza, uno stile di vita e d’arte che, per quanto spesso crudamente realistico per fattispecie e linguaggio, in certe pagine si sublima in poesia.

Come si legge nella premessa, il titolo farebbe pensare a Guerra e pace del maturo Tolstoj, ma l’accostamento è limitato al suo dualismo nominale; come pure al suo dualismo nominale può essere limitato un raffronto con Amore e patria dell’esordiente Verga, anche perché il protagonista di quest’Amore e guerra a pag. 231 precisa che in quelle condizioni la parola “patria” gli era rimasta difficile da intendere. In realtà in questo corposo volume di Vincenzo Rossi è forte l’odio contro la guerra e chi la determina, quale che possa esserne la motivazione, avendo essa sempre e comunque effetti devastanti.

Nella tessitura dei numerosi fili, dunque, il tema della guerra è importante come quello dell’amore: se quest’ultimo evidenzia delicate figure dagl’indimenticabili nomi di Lina, Margherita, Maria, Miranda, Filomena e Maddalena, il tema della guerra mette a fuoco una tragedia che — fra i tanti malanni provocati — scardina le coscienze e abbrutisce gli uomini, togliendo alle persone la dignità e la facoltà di disporre della propria vita.

Il cominciare la narrazione con gli anni ’60 per poi andare indietro agli anni ’40 non è solo per quella tecnica narrativa che in inglese viene detta flash-back, ma anche e soprattutto per un valore simbolico: il giorno della conquista della luna nel 1969 è una data che segna un avvenimento epocale per il progresso scientifico e tecnologico, progresso purtroppo fondato su lotte, lutti e sconvolgimenti, i quali in futuro non dovrebbero assolutamente verificarsi mai più.

E questo auspica il protagonista stesso, quando, dopo la giornata d’insurrezione popolare a Napoli, in un toccante brano che merita d’essere riportato annota: “Dove quel giorno lottammo con il sangue e la morte, per quei marciapiedi sui quali mi confusi con scugnizzi che gridavano rabbia e libertà, domani, rivisitando i luoghi della mia giovinezza, vedrò passeggiare donne e bambini, giovani e vecchi; davanti a quei caffè, allora sventrati, vedrò e ascolterò giovani in amore, all’ombra di ombrelloni; ascolterò la romanza dell’uomo con la chitarra, e sarà il mio inno di gloria e d’amore per Maddalena, anche se con tristezza penso che non la ritroverò più... perché quei giorni non possono e non devono ripetersi due volte nella mia vita.” (pag. 191).

Certamente questo romanzo si può definire epico: e ciò, non tanto perché vi siano cantate in alti versi le gesta d’eroi specialisti in ricorrenti duelli (ché anzi vi sono narrate in semplice prosa le umili fatiche di soldati-facchini, cioè italiani scaricatori di porto, e le prodezze erotiche di soldati-stalloni, cioè negri dai formidabili attributi e capacità virili), quanto per l’epica lotta che il protagonista conduce in difesa della vita, della libertà e della dignità d’ogni uomo: infatti non si possono ignorare i messaggi che l’autore lancia al riguardo. Ma l’attrattiva dell’opera non deriva solo dal contenuto, bensì anche da una forma chiara, scorrevole e robusta.

Perciò Amore e guerra, nonostante la lunghezza, non solo si legge volentieri, ma si legge velocemente, per il gusto d’una narrazione particolare. Tuttavia s’intuisce che un’opera del genere dopo la prima lettura sarà riletta più volte, almeno nelle pagine più significative (che sono tante), perché chi la leggerà con intelligenza sicuramente “ne farà sostanza della sua anima”. E di ciò — cioè del coinvolgimento emotivo, della commozione e delle riflessioni che sa infonderci — dobbiamo essere grati ad uno scrittore appassionato e competente come Vincenzo Rossi.

Carmelo Ciccia

["Talento", Torino, lug.-sett. 2004]


Vincenzo Rossi, Racconti: Una visita al cimitero / Il grillo, Cronache italiane, Salerno, 2004, pagg. 32; e Epitaffi, idem, 2004, pagg. 32

LETTERATURA CIMITERIALE DI VINCENZO ROSSI

Poetico realismo nei Racconti e negli Epitaffi

Nell’elegante collana di tascabili “Calliope” dell’editrice Cronache italiane di Salerno, contemporaneamente nel 2004, ciascuno di pagg. 32 e s. p., sono usciti due libretti di Vincenzo Rossi, che, dopo avere colpito i lettori con volumi poderosi, riesce a colpirli benissimo anche con questi volumetti di piccola mole: “Racconti: Una visita al cimitero / Il grillo” ed “Epitaffi”.

Estrapoliamo subito “Il grillo”, brioso racconto tra il serio e il faceto d’un immaginario malato di fissazione, che, dopo aver lasciato la residenza in città, torna al suo paesello, dove viene perseguitato da un grillo che gli sta... nel cervello. In questo breve racconto l’autore, con stile semplice e chiaro in cui la concitazione è resa dall’inconsueto alternarsi di presente e passato remoto, con chiaro intento ecologico fa ancora una volta l’elogio della vita rustica, come più salutare, anche se essa quando l’età è avanzata è capace di procurare qualche... grillo. Ma ci concentriamo sugli altri due scritti, che in realtà sono collegati l’uno all’altro.

A quanto si dice nel libretto dei racconti, tutto nasce da una visita al cimitero, che l’autore fa dopo un certo tempo, non solo per andare a trovare i suoi cari, ma soprattutto per cercare un surreale colloquio con tanti altri defunti, praticamente tutti suoi conoscenti del passato. Per questo egli si chiude nel cimitero per essere solo e indisturbato coi defunti stessi. Anche il tempo favorisce la scena, che si svolge fra pioggia, vento e fulmini. Allora l’autore può passare in rassegna diverse tombe, guardarne le epigrafi, conversare coi sepolti, accarezzarne le fattezze in fotografia.

In una successione di personaggi (ci sono anche eroi, furfanti, imbroglioni e donnine, ciascuno col suo nome o soprannome), fra domande e risposte, rimpianti e battute, apprezzamenti e inviti, ne nasce una riflessione che, anche se spigliata, è purtuttavia una solenne meditazione sulla vita e sulla morte, sull’inutilità dei beni terreni, sul destino umano.

Quando l’autore torna a casa propria, continua per alcune ore a meditare; ed è così che nasce il libretto degli “Epitaffi”, in cui il Rossi, attingendo al suo alto sentire e alla sua collaudata perizia poetica, presenta uno o più epitaffi per ogni personaggio che ha partecipato alla suddetta conversazione, a cominciare da sé stesso. Lungi dagli elogi sperticati e dalla retorica che hanno caratterizzato questo genere letterario, Vincenzo Rossi s’immedesima al punto che non si sa se sia davvero il morto-parlante ad aver dettato l’epitaffio che lo riguarda. Pur nel ricordo della vita trascorsa e senza calcare la mano sul lugubre, qui non ricorrono lodi, ma termini come tomba, fossa, ossa, teschi, vermi, putrefazione, polvere, fetore, annullamento, silenzio, vanità...

Eppure il lettore non è avvilito né nauseato, non storce il naso, non è tentato di cambiare argomento e fuggire lontano: tali sono la convinzione, la semplicità e la franchezza della trattazione, che egli ne è coinvolto e accetta di fare insieme con l’autore questo necessario viaggio alla ricerca del proprio essere e del proprio destino, anche perché leggendo i versi ne osserva l’abile struttura, ne percepisce la musicalità, insomma ci trova godimento estetico, sebbene ciò possa sembrare una contraddizione, considerando l’oggetto di questa poesia.

Per consolarsi, verrebbe la voglia almeno di pensare al “Carpe diem” d’Orazio e ai versi del Magnifico “Quant’è bella giovinezza, / che si fugge tuttavia! / Chi vuol essere lieto sia: / di doman non c’è certezza.”; ma qui non c’è spazio per sconfinamenti verso l’epicureismo, essendo l’autore tutto proteso alla lucida e fredda constatazione della contingenza umana.

Allora questi due libretti sono funerei? Certamente sì, ma la morte — tema pressoché costante nella produzione rossiana — è vista, se non con superiorità, quantomeno con serenità e a volte spregiudicatezza: quel tanto che serve a constatare obiettivamente che la vita presuppone la morte e che questa condizione va accettata e vissuta con la serena consapevolezza che la transitorietà dell’esistere impone.

Carmelo Ciccia

["Il corriere di Roma”, Roma, 19.X.2004; “Silarus”, Battipaglia, nov.-dic. 2004]


Vincenzo Rossi, Orazio Tanelli (Poesia ed esegesi), Il ponte italo-americano, New York, 2005, pagg. 168, s. p.

Una lunga e affettuosa amicizia — per comunanza di terra natia, d’ideali e d’attività — lega, quasi cordone ombelicale, Orazio Tanelli e Vincenzo Rossi, i quali vivono e operano in simbiosi, nonostante che li separi l’oceano Atlantico e mezza Europa. E, dopo la monografia del Tanelli intitolata Vincenzo Rossi / Fedeltà alla terra, pubblicata dall’editriceIl ponte italo-americano” di New York nel 1991, ora questo forte legame ha spinto il Rossi a trattare dell’amico e collega nella monografia Orazio Tanelli (Poesia ed esegesi), pubblicata dalla stessa editrice. Ricordiamo pure che il Tanelli ha tradotto e commentato anche varie poesie del Rossi.

Questo libro è uno studio che, anche raccogliendo e ordinando precedenti scritti del Rossi già pubblicati sul personaggio in oggetto (introduzioni, saggi, recensioni e articoli vari), delinea un quadro approfondito dell’attività del Tanelli, addentrandosi nell’analisi e nel commento delle singole opere, che certe volte, nel caso di brevi componimenti poetici, vengono integralmente riportati, mentre altre volte se ne citano significativi brani.

Dopo l’introduzione e le notizie biografiche, nella prima parte (“Poesia”) il Rossi commenta le sillogi poetiche del Tanelli, mentre nella seconda parte (“Esegesi”) scandaglia vari saggi esegetici di lui, fra cui particolare importanza per il contenuto e per l’esame fattone dal critico assume il corposo saggio tanelliano Miti nella Divina Commedia, che dal Rossi viene collocato nella giusta posizione di merito, facendone risaltare l’originalità e l’acutezza. A conclusione della seconda parte è riportata l’elegia scritta dal Rossi per la morte della madre del Tanelli, una toccante composizione nella quale ai sentimenti di personale commozione s’aggiungono echi e fermenti della classicità, che vengono meglio fatti apprezzare grazie al susseguente commento di Brandisio Andolfi. Il libro del Rossi si chiude con un’appendice contenente (oltre che le rispettive bibliografie, del Tanelli e del Rossi) un’interessante “Rapsodia dannunziana” del Tanelli, magistralmente commentata dal Rossi.

Perciò questo libro si configura come quell’investigazione — fra le altre sul Tanelli — che meglio sviscera e focalizza la proficua attività dello scrittore italo-americano, esplicatasi per circa mezzo secolo nei versanti della poesia, della saggistica e della storia locale, tenendo conto che il Tanelli è nato in Molise ed è emigrato negli Stati Uniti d’America (dove svolge la professione di docente universitario), ma con il cuore e con la mente è rimasto in Italia e alle cose italiane.

Infine, se notevoli sono l’eleganza dell’aspetto editoriale e la perfetta fruibilità dell’impaginazione, invece per quanto riguarda la forma linguistico-espressiva — a parte i vari refusi tipografici che purtroppo possono capitare a qualsiasi autore — in questo libro del Rossi non c’è quell’accuratezza d’altri suoi libri, che potevano essere considerati modelli di scrittura per le scuole e che anche per ciò sono stati apprezzati da chi scrive la presente nota: qui, in certe pagine che non sembrano scritte proprio da Vincenzo Rossi, ci sono alcuni errori di diverso tipo, che a volte rendono poco chiaro il senso. Ma nella maggioranza delle pagine il lavoro è svolto secondo il consueto stile del Rossi, con un linguaggio corretto e idoneo alla critica letteraria.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, genn. 2006]

Vincenzo Rossi, Il tarlo, Cronache italiane, Salerno, 2006, pagg. 32, s. p.

Il tarlo (Cronache italiane, Salerno, 2006, pagg. 32, s. p.) è il nuovo e gradevole scritto di Vincenzo Rossi, che ci attrae e appassiona. Si tratta d’un racconto redatto sulla scia del precedente Il grillo, ma con differenti esiti, poiché adesso sull’ironia prevale la pensosità. Con entrambi questi racconti, oltre che con altri suoi scritti, il Rossi dimostra di sapersi accostare al mondo degli esseri infimi, di saperlo captare e ascoltare, intendendone anche il linguaggio.

Nessuno forse penserebbe di rivolgere la sua attenzione, e per di più un’attenzione artistico-letteraria, ad una larva d’insetto minuscolo e invisibile come il tarlo: eppure il Rossi lo fa con disinvoltura, intavolando con esso addirittura dei dialoghi, in cui ovviamente la voce del tarlo scaturisce dall’elevata sensibilità dello stesso Rossi, che attinge alle problematiche universali riguardanti i concetti del nascere, vivere e morire.

Ciò deriva non soltanto dall’amore per gli animali e per la natura in generale, ma anche dagli studi, dalla formazione e dal genere di vita condotta dall’autore nel suo quasi eremo ai piedi del Cimerone e a diretto contatto con le creature anche più piccole. E, se nella simpatica storia del cane Garibaldi aveva dimostrato di saper dialogare con un cagnolino e quindi con sé stesso, egli ora riesce ad intessere una trama narrativo-dialogica su un misero tarlo, poi soffocato per altrui mano da un incosciente spruzzo di veleno.

In realtà questo tarlo, che per l’autore è anche occasione di gradita compagnia, è un rovello che corrode la sua mente, in quanto che gli porta insistentemente alla ribalta della coscienza le questioni esistenziali a cui ogni essere raziocinante tenta di dare una risposta. Ecco allora che qui i termini vita e morte s’intrecciano fino a confliggere: il verso del tarlo diventa paradigmatica ossessione, che esprime spasmodicamente l’ànsito di chi cerca di sfuggire — ancora un po’ — all’ineludibile annullamento. Inoltre nel racconto c’è anche un contrasto fra il protagonista e suo fratello: il primo serio, profondo e dotato d’un’umanità consapevole; il secondo superficiale, grezzo e sbruffone.

Insomma, il racconto Il tarlo, pur nella sua brevità, è portatore d’un’alta moralità: esempio di meditazione da proporre ai giovani nelle scuole e a quanti amano porsi quegl’interrogativi fondamentali che trovano riscontro nell’apodittico grido dell’Ulisse dantesco “fatti non foste a viver come bruti” (Inf. XXVI, 119).

Alla godibilità della lettura contribuiscono altresì la chiarezza del dettato, la scorrevolezza e perfino la grandezza e nitidezza dei caratteri tipografici, privi di refusi, nonché in notevole misura il lessico vivace e le immagini icastiche.

Infine, risulta in gran parte interessante l’ampio saggio d’apertura d’Antonio Crecchia, che in copertina/frontespizio è definito introduzione e al suo inizio prefazione: tuttavia, occupando quasi la metà dell’intero opuscolo, ancorché per impolparlo, appare sproporzionato rispetto alla brevità ed essenzialità del racconto in oggetto.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, mag.-ag. 2006]


Vincenzo Rossi, Il Fantasma e altre poesie, Volturnia, Cerro al Volturno, 2008, pagg. 48, s. p.

IL FANTASMA DI VINCENZO ROSSI

Il trascendente e il sentimento del cosmo fra echi classici e petrarcheschi

Fra i temi che si possono enucleare nel libretto Il Fantasma e altre poesie dello scrittore molisano Vincenzo Rossi (Volturnia, Cerro al Volturno, 2008, pagg. 48, s. p.) ci sono: l’affiorare del trascendente, il sentimento del cosmo, le citazioni e gli echi di scrittori classici, l’erotismo vano, il pentimento delle proprie colpe, con conseguente pubblica confessione e richiesta di perdono al Dio/mistero.

L’affiorare del trascendente, che per il poeta è ossessivo, è riconducibile a quell’inquietudine che spesso ha connotato l’intensa attività letteraria del Rossi e che ora, sia pure in maniera nebulosa, trova qualche referente sotto forma di — come scrive lui stesso, che in precedenza si era dichiarato agnostico — Fantasma, Ignoto Infinito, Silenzio, Idea dell’Eterno e infine Dio/mistero. La nebulosità è insita in certe espressioni adoperate nella prima composizione, intitolata “Il fantasma”, quali “catene di nebbia”, “scala di nebbia”, “folto di oscure nebbie”.

E a questo Dio/mistero, prendendo le mosse dal Proemio delle Rime sparse del Petrarca, apposto a mo’ di premessa all’inizio e da cui si dipana questa raccolta con situazioni affini, alla fine il Rossi manifesta il suo pentimento, il suo senso di vergogna per il male compiuto e la richiesta di perdono, che per la sua importanza il poeta chiama Perdono. In realtà questa confessione è fatta coram populo e per ciò stesso appare sincera, credibile e quindi apprezzabile, anche se nella composizione che la contiene (pag. 45), e che riecheggia la citata lirica petrarchesca, risulta poco chiara l’espressione “chiedo perdono se qualche bene / credi di aver compiuto”.

Il sentimento del cosmo va ricondotto al senso del mistero di cui si tratta: esso riguarda l’Universo creato dall’“Autore dell’Universo e d’ogni cosa”, a cui il poeta si rivolge nell’ultima composizione; e in ogni caso fa parte della lunga ricerca del Rossi, oppresso dal trascendente in tutte le definizioni da lui date, fra cui le spire del Silenzio che nascondono il Fantasma. E qui non possiamo non ricordare l’infinito e i sovrumani silenzi leopardiani.

Ma tutta la raccolta è una confessione, con alcune stazioni di meditazione: “nessuno di noi vede nell’altro l’uomo / che persistente continua a cercare (pag. 21), “l’enigma dell’essere e del NULLA / [...] / caduti che siamo nelle fauci del NULLA / mai più rivedremo gli orizzonti / con la rosea luce dell’aurora / né con i rossi tramonti di luglio” (pag. 22); e in questo finale si percepiscono echi catulliani, pascoliani e carducciani.

In una composizione (pag. 28) il poeta rievoca con toccanti parole il padre defunto e lo rivede, quando, salendo su una collina in compagnia del suo Garibaldi, lo riconosce nella propria ombra; ombra vagante il figlio, ombra misteriosa il padre. (E al riguardo osserviamo che in questo libretto sarebbe stata necessaria una nota che precisasse che questo Garibaldi non è l’eroe dei due mondi, ma il proprio fedele cagnolino, dato che non tutti i lettori possono saperlo, anche se il suo nome è stato divulgato in diverse opere del Rossi stesso, fra cui una omonima.) La somiglianza fra i due congiunti è dovuta più che altro al fatto che l’uno si trova già nel “sonno dell’Eternità” e l’altro, considerata la sua tarda età, ritiene d’essere prossimo allo stesso sonno.

A proposito di sonno, questa raccolta è costellata di parole come sonno, sogno/sogni, sognare. In un’altra composizione (pag. 29), in cui il poeta sembra giocare con questi termini ripetuti fino all’ossessione, egli dichiara d’aver sognato di sognare un incubo: “Sognai di sognare un sogno / e sognando mi svegliai nel vuoto: spaventato cercai di sfuggire / dall’immobile vuoto del pensiero / recuperando la nullità del sonno. / [...]”. Tale composizione non si può riportare per intero, ma quello che emerge da queste ripetizioni di parole e di concetti è la lotta fra l’essere e il non essere, altrimenti detto nulla. E in un’altra composizione ancora (pag. 38) il poeta parla di “sogno del mio sonno”

Qui ci viene in mente l’analoga descrizione di Dante, il quale in Inf. XXX 136-138 scrisse: “Qual è colui che suo dannaggio sogna, / che sognando desidera sognare, / sì che quel ch’è, come non fosse, agogna...”. E ci viene in mente che Pedro Calderón de la Barca intitolò una sua opera La vida es sueño, mentre a sua volta Salvatore Quasimodo ne intitolò una La vita non è sogno. L’accostamento di questi due titoli sembrerebbe costituire un ossimoro, eppure così non è se si considera che il primo accenna alla fugacità della vita e il secondo alle sue difficoltà, cioè a quella fatica di vivere che approda al nulla.

Ma soprattutto ci viene in mente che la produzione di Vincenzo Rossi comprende tre precedenti opuscoli che si riferiscono al tema della morte e dell’arrabattarsi per nulla: • Racconti: Una visita al cimitero / Il grillo (2004), • Epitaffi (2004), • Il tarlo (2006). E alla morte, descritta con apparente indifferenza, rimanda l’episodio dell’avaro oraziano, a cui il poeta fa notare l’inutilità del suo attaccamento al denaro, visto che deve stare disteso su un cataletto, col naso all’insù e aggredito dai mosconi.

Perfino l’ardente erotismo è rapportato alla morte e diventa vano: amore, sogno e nulla eterno. E siccome i sogni d’amore sono illusioni che svaniscono nel nulla, ci sono anche tentati amplessi d’ombre, che, sulla scorta dei brani di poeti quali Omero, Virgilio e Dante, sognano d’abbracciarsi senza potersi toccare, proprio perché sono ombre. In questo arrovellarsi sulla morte, il poeta arriva a chiedersi dove muoiano gli uccelli, senza saper fornire una risposta certa.

Nel commovente epicedio del soldato italiano morto nel mare di neve della Russia (pag. 42), che costituisce anche un sentito omaggio ai tanti caduti a causa dell’arroganza dell’altrui potere, il poeta fa risaltare la violenza e l’inutilità di questa morte e la solitudine del caduto, abbandonato dalla colonna d’altri prossimi morituri: “La vita e la morte del soldato italiano / un punto nero nel bianco mare / nell’urlo del vento straniero / un punto solo di pietà e di morte. / Poi più nulla, dalle fauci inghiottito / dell’urlo straniero di vento e di gelo.”

E allora, di fronte a questo lugubre panorama, che si potrebbe definire “il trionfo della morte”, prima di confessarsi pubblicamente nell’ultima composizione, il poeta sente di dover rivolgere prima di tutto a sé stesso e poi al lettore un monito edificante, lontano dal carpe diem oraziano (pag. 44): “Conta i tuoi giorni e confrontali / con la vita che ti sfugge; / fa buon uso del tempo che ti resta / prima che nei tuoi occhi / sul tuo capo si spengano le stelle / prima che notte infinita ti avvolga / e dentro insondabile buio ti sprofondi”.

Dunque, questo è il contenuto del pregevole libretto Il Fantasma e altre poesie di Vincenzo Rossi, che si potrebbe definire “aureo” (come quelli di certi classici) per la quantità di riflessioni proposte, oltre che per la passione dell’autore, per i suoi dubbi sinceramente esposti e per le sue finali speranze; le quali — tutto sommato — s’affidano ad un Ente soprannaturale, ancora non ben definito, ma che potrebb’essere il Demiurgo di Platone, il Deus sive natura di Spinoza, il Dio delle religioni monoteiste ovvero più specificamente il Dio della religione cristiana.

Sull’esistenza del Dio cristiano il francese Blaise Pascal (e sulle sue orme il siciliano Corrado Pittari) ha suggerito di scommettere, comportandosi in vita come se lui esistesse veramente, seguendo i suoi comandamenti e quindi compiendo buone azioni (perciò lo stesso Rossi poco prima ha consigliato “fa buon uso del tempo che ti resta”): perché così, con l’affidamento a Dio, nella vita terrena non si perderebbe nulla e anzi si starebbe in pace con sé stessi e con gli altri, mentre nell’aldilà, qualora esista effettivamente, si potrebbe ottenere la beatitudine eterna.

La forma del libretto dal punto di vista grafico-editoriale è limpida, senza refusi e gradevolmente fruibile. L’autore, in uno stile piano e scorrevole, alterna poesia narrativa (simile a quella di Cesare Pavese) a poesia altamente lirica, in cui musicalità e ritmo fanno vibrare il profondo sentimento del poeta. Può essere esempio di questo secondo tipo la composizione “Nel profumo dei tuoi fiori” (pag. 38), degna non soltanto d’essere letta e riletta, ma anche d’essere imparata a memoria. Inoltre le citazioni integrali e gli echi dei poeti classici (Orazio, Dante, Petrarca, Leopardi, D’Annunzio...) danno la possibilità di fare opportuni collegamenti e confronti, e in certi casi formano una corona che incastona i testi del Rossi.

Infine interessante risulta anche l’intervista rilasciata da Vincenzo Rossi a Fulvio Castellani, collocata nelle pagine iniziali del libretto quasi come un’introduzione alla raccolta.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, mag.-giu. 2009]


Federico Rossignoli, Ciò che chiamiamo fiore, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, pagg. 50, € 6.

PREFAZIONE

Il titolo Ciò che chiamiamo fiore mette in evidenza un motivo ricorrente di questa silloge di Federico Rossignoli, e cioè il fiore: infatti “fiore” è un termine che si trova in varie pagine, pur senza protagonismo in singole liriche. Ed accanto ai fiori — magnolie, rose ed altri — ci sono altre cose belle: affascinanti località turistiche come il Bosforo e Bisanzio, paesaggi agresti, colori, danze, oceani non soltanto d’acqua e di luce, ma anche d’immensità, i quali presto si trasformano in paradigmi di perigliosa “navigatio” preludente alle traversie della vita e alla sua ineludibile fine.

Così tra le cose belle s’insinua il male, che non è soltanto quello che “aleggia da foglie schiacciate” (pag. 8) o da piogge e “nebbie memori di luce” (pag. 35), ma anche e peggio quello che assale il corpo d’Eluana Englaro e quello che provoca guerre (ai giorni nostri basate sulla brama di denaro e potere) e addirittura minacce atomiche dalla base militare d’Aviano (PN), vicina alla residenza dell’autore. E fra le cose che destano preoccupazione c’è anche la brevità della vita: “poco, assai poco / viviamo” (pag. 11).

Nell’Idillio per Eluana il poeta esprime una sentita partecipazione al dramma, con squarci lirici in cui s’intrecciano commozione, classicità ed ermetismo, nel ricordo degl’idilli di Teocrito: “sonde e mani d’amido la tengono / come una bandiera o zuppo cencio // sopra il mare naufrago” (pag. 26). E poi, restando all’attualità, egli vede nella crisi finanziaria una deriva del mondo: “Al soldo delle banche / sbandano nazioni” (pag. 30). Perciò in questa silloge ci sono non soltanto sentimenti, ma anche intenti sociali.

La poesia di Federico Rossignoli scorre con una malinconia di fondo, che nel linguaggio dell’autore diventa “Malinconia”, ad indicare con la maiuscola iniziale la sua pregnanza e la sua costanza nel mondo lirico e umano. Ma si tratta di qualcosa non d'eclatante, bensì di soltanto accennato, perché in lui i sentimenti — amore, nostalgia, piacere, dispiacere — sembrano ovattati e ad ogni modo sono misurati. E alla fine l’autore manifesta un certo ottimismo, quando, dopo aver deplorato quella maniera di vivere “già molto squassata / da noie e banchetti”, conclude la silloge affermando che ormai è il tempo “del fare e di nuovo / dell’amare” (pag. 43).

Pur con certi passaggi ermetici, caratteristica della silloge è in ogni caso l’elevato lirismo, che si nota particolarmente in certe composizioni. Questo rende gradevole la silloge stessa, che s’avvale anche d’una sottesa musicalità (non per nulla l’autore è un musicista) e di varie figure, quali l’iperbato, allitterazioni, assonanze e rime anche interne. Della tecnica compositiva si può dire che il Rossignoli, essendo buon conoscitore della lingua e delle sue potenzialità espressive, sa organizzare bene la forma: in particolare mostra una cura attenta della posizione di versi, frasi e parole, costruendo a volte un reticolo grafico che dà alla sua poesia un carattere visivo. E in certe composizioni brevissime raggiunge suggestivi effetti nella concisione e nell’incisività dal folgorante tono epifonetico: “Più del fiore profuma / la sua attesa - / calicanto” (pag. 28). Il che riprende la tesi del leopardiano “Sabato del villaggio”.

L’espressione dell’autore è spesso intessuta d’arcaismi, grecismi, latinismi, medievalismi, forestierismi, i quali — pur costituendo un oggettivo limite alla comprensibilità da parte dei lettori non adeguatamente istruiti — rivelano la sua notevole cultura, a tempo e modo utilizzata. E a proposito di medievalismi, al Medio Evo ci rimandano nomi come Teodora, Eliodora, ecc.

L’ermetismo, per il quale il poeta demanda al lettore una sua interpretazione ad libitum, data la moderata presenza dello stesso non soffoca la silloge, ma s’affianca al lirismo, pur comportando una violazione delle regole di punteggiatura, morfologia e sintassi.

Per quanto riguarda la creazione artistica, non si può parlare d’imitazione in senso stretto: qui non ci sono poeti imitati, a parte qualche riecheggiamento del Leopardi, come anche nella frase “e il gocciolar / non m’è dolce” (pag. 36). Tuttavia nello sfondo s’intravede lo stile d’un altro poeta pordenonese, il più noto Francesco Maria Di Bernardo-Amato, e non soltanto per il termine “Lete” (pag. 33), che richiama il titolo d’una silloge di quest’ultimo, ma anche per l’ascendenza dibernardiana che si può percepire in certi costrutti.

In definitiva l’impianto stilistico della silloge Ciò che chiamiamo fiore è indubbiamente personale; e questo fa onore al giovane ed esordiente autore Federico Rossignoli, il quale meritamente può essere definito poeta e ci promette anche per il futuro una produzione valida e interessante.

Conegliano, 2.XII.2008.

Carmelo Ciccia

[Federico Rossignoli, Ciò che chiamiamo fiore, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, pagg. 50, € 6]


Francesco Rodolfo Russo, Eros è Thànatos, Arte viva, Torino, senza data.

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NOTE CRITICHE SU AUTORI E LIBRI: CORNADO, CUONO, GABRIELE, RUSSO

Francesco Rodolfo Russo è nato a Lecce nel 1951, ma poi s’è trasferito a Torino, dove svolge un notevole ruolo d’animazione culturale. Per la loro numerosità e varietà, è impossibile elencare in una breve nota le opere pubblicate e i riconoscimenti ottenuti da lui. Quindi ci limitiamo a soffermarci sulla sua silloge Eros è Thànatos (Arte viva, Torino, senza data).

Da un titolo così impegnativo come quello di tale silloge francamente ci saremmo aspettati una poesia altrettanto impegnativa. Invece, nulla di ciò. L’autore, che ha già dato buona prova di sé precedentemente, in questo lavoro ci offre una poesia semplice e tranquilla, lontana da acrobazie formali e disquisizioni parafilosofiche: però non tanto semplice da celare un messaggio recondito. Infatti l’autore, che nelle composizioni usa sempre la seconda persona come a dialogare con sé stesso ovvero a parlare di sé con un pudore che lo costringe ad evitare la prima persona, afferma che la poesia, per quanto semplice possa essere, deve avere un messaggio segreto, noto soltanto a lui o a qualche altro che lui vuole: così la poesia è diversa dalla prosa (che spiega tutto) e consiste anche nell’esprimere un modo d’essere del poeta o meglio il suo esserci.

Trapiantatosi al Nord, il Russo ha lasciato alle sue spalle un mondo ancestrale, un mondo di gioie e di paure, d’attese, di speranze, di prime esperienze. È il mondo dell’infanzia e della giovinezza, che ora gli torna alla memoria e si colora di poesia, complici la lontananza e la maturazione del soggetto. Perciò nelle composizioni i pensieri fluiscono in successione e sono brevi, come momenti di riflessione. Questa tecnica paratattica, però, finisce col produrre una certa prosasticità: “D’improvviso il tempo / frantuma zolle d’intelletto / Idee odorose di fogna esalano / Il sipario sventrato rivela / sogni disperati / illusioni pugnalate / Una moneta seduce / l’amore giace / La bocca si serra / spira un suono / triste / La sera cupa di nubi opprimenti / rovina in cerca della tragedia”.

Ecco: in quest’opera, che pure ha degli aspetti positivi, è questo il limite di Francesco Rodolfo Russo.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, genn.-giu. 2009]


SEBASTIANO SAGLIMBENI SCRITTORE E INTELLETTUALE

di Carmelo Ciccia

Sono ormai remoti i tempi in cui Sebastiano Saglimbeni, trapiantato nel Veneto dalla natia Sicilia, fondò e diresse la rivista “Mondo nuovissimo”, muovendo — col suo andare controcorrente e con le sue dissacrazioni — le acque chete d’uno stagnante ambiente culturale. Erano gl’inizi d’una straordinaria attività scrittoria, editoriale ed intellettuale che, dopo le parentesi di Treviso e Pordenone, per quasi mezzo secolo ha avuto come epicentro Verona, in cui il Saglimbeni, docente di materie letterarie negl’istituti di 2° grado e collaboratore universitario, ha costituito un circolo di scrittori ed intellettuali gravitanti intorno a lui e alla sua opera, corroborato da forti legami con esponenti del mondo accademico e comunque dell’alta cultura quali Norberto Bobbio, Luciano Canfora e altri.

Gl’interessi del Saglimbeni sono andati in varie direzioni: dalla poesia alla narrativa, alla critica, alle traduzioni dal mondo classico, alla riproposizione e valorizzazione di figure politico-storico-letterarie d’alto prestigio, quali quelle di Francesco Lo Sardo e Concetto Marchesi. E senza dubbio oggi il Saglimbeni appare come il più documentato e qualificato conoscitore della vita, delle opere, del pensiero e dell’attività politica del Marchesi, del quale ha pubblicato e commentato i discorsi e opere minori, impegnandosi anche in commemorazioni ufficiali e presentazioni di questo personaggio in varie località d’Italia, fra cui anzitutto la Camera dei Deputati alla presenza della presidente Nilde Iotti. Al riguardo è significativo il fatto ch’egli sia stato attivo collaboratore di Matteo Steri nella costituzione e gestione dell’archivio storico su Concetto Marchesi e della relativa rivista periodica intitolata “Concetto 2000”, in cui figurano anche altre firme di rilievo.

Perciò è difficile individuare e seguire tutti i fili della complessa e vulcanica attività di Sebastiano Saglimbeni, il quale è stato fra l’altro fondatore a Verona delle “Edizioni del paniere” (che hanno avuto il merito di raccogliere e lanciare giovani autori di valore) ed è tuttora collaboratore fisso d’importanti quotidiani e riviste. Quello che segue è un elenco cronologico che serve a dare un’idea della poliedrica personalità del Saglimbeni:

... E non ho pianto..., Ancona, Milano, 1961 (poesie, con prefazione di Maria Busillo);

Il decadentismo di tutto il mondo: dai poeti maledetti sino ai nostri giorni, Trevisini, Milano, 1966 (con un’antologia);

I domineddio / Il vino di padre don Mario / Gli accelerati del ‘64, Ponte nuovo, Bologna, 1967 e 1989 (narrativa);

La ferita nel Nord, Guanda, Parma, 1973 (narrativa);

Le vergini sono in vetrina, Universitaria, Verona, 1974 (teatro);

Catabasi e lezione d’umiltà, Guanda, Milano, 1977 (poesia);

Suono per la tenera fronda, Ediz. del paniere, Verona, 1979 (poesie, con nota di Giovanni Lombardo);

• cura del volume Per la Sicilia: scritti e discorsi di Palmiro Togliatti, Ediz. del paniere, Verona, 1984 (con introduzione di Francesco Renda e in appendice due testi di Concetto Marchesi);

• cura del volume Epistolario dal carcere di Francesco Lo Sardo, Ediz. del paniere, Verona, 1984 (con introduzione dello stesso Saglimbeni);

La volta del libro e dialisi, Guanda, Milano, 1984 (poesia);

Federico Garcia Lorca: itinerario d’una esistenza poetica / I temi dell’innocenza, dell’amore e della morte, Ediz. del paniere, Verona, 1986 (critica);

I discorsi di Concetto Marchesi 1948-1957, Ediz. del paniere, Verona, 1987;

• cura insieme con G. Giolo del volume Il cane di terracotta di Concetto Marchesi, Ediz. del paniere, Verona, 1989;

Operaie d’amore, Ediz. del paniere, Verona, 1989 e 1991 (con prefazione di Gualtiero De Santi ed interpretazioni grafiche d’Ernesto Treccani);

Chronicon, Ediz. del paniere, Verona, 1990 (poemetto, con prefazione di Giulio Galetto ed illustrazioni d’Ernesto Treccani);

Il fiore e l’intenso: Il Garofano di Elio Vittorini, Ediz. del paniere, Verona, 1990 (con disegni d’Ernesto Treccani);

• cura del volume Liberate l’Italia dall’ignominia di Concetto Marchesi, Ediz. del paniere, Verona, 1991-1992 (con una testimonianza di Norberto Bobbio);

• traduzione delle Bucoliche di Virgilio, Newton Compton, Roma, 1993 (con testo latino a fronte e illustrazioni d’Ernesto Treccani);

• traduzione delle Favole di Fedro, Newton Compton, Roma, 1995 (con introduzione d’Alberto Cavarzere e testo latino a fronte).

A quanto sopra vanno aggiunte le prefazioni e introduzioni a vari volumi e l’inclusione in antologie e opere collettive con poesie, racconti e critiche.

Docente, poeta, narratore, critico, traduttore dal latino, prefatore, editore, conferenziere: ciascuna di queste definizioni, indubbiamente vera in sé stessa, risulta molto riduttiva di fronte al complessivo ruolo d’intellettuale autorevole tenuto da Sebastiano Saglimbeni nel nostro tempo.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 15.X.2001]


Sebastiano Saglimbeni, Cronache del poeta, Bonaccorso, Verona, 2002.

LE “CRONACHE” DI SAGLIMBENI

Per uno scrittore ed un intellettuale impegnato qual è Sebastiano Saglimbeni queste Cronache del poeta (Bonaccorso, Verona, 2002) potrebbero essere considerate un divertissement: invece sono un’opera letteraria di serio impegno, come le precedenti. In pratica si tratta di cinque racconti che stanno fra il diario e la confessione, ma pregni d’un ricco humus, cioè d’un complesso d’elementi spirituali, linguistici e culturali che ne fanno un lavoro da tenere in considerazione.

Anzitutto colpisce in essi la scorrevolezza della narrazione, che agevola la lettura fin dalla protasi. Il termine “cronache” richiama non solo il diario, ma anche il Chronicon, titolo d’una precedente opera dello stesso Saglimbeni e d’un’altra ancora precedente d’un suo quasi omonimo, quel frate Salimbene Adami da Parma (sec. XIII) il cui nome fu variato nei registri anagrafici del comune di Lìmina (ME) quando nel 1932 vi fu registrato il Saglimbeni, come lui stesso lamenta.

Queste Cronache s’incentrano su alcuni viaggi compiuti dall’autore da Verona, città di residenza, a Praia a Mare (CS), località di villeggiatura, a Napoli, a Lìmina. Quel ch’è importante in esse non è tanto il “raccontaccio” d’avvenimenti fastidiosi, quali un furto d’auto e la sporcizia d’una spiaggia, o il riferimento a personaggi — parenti, amici, compagni di scuola — della vita quotidiana, o ancora i vivaci schizzi dei luoghi, delle colorite feste paesane, delle campagne ora abbandonate, quanto il porsi dell’autore nei confronti del suo passato; e anche del suo futuro, visto che ad un certo punto egli è stato minato da un brutto male e costretto in varie occasioni a fare un bilancio della sua vita (particolarmente durante l’esecuzione al pianoforte di musiche classiche da parte della figlia) e ad abbozzare un addio, raccomandando ai suoi concittadini di piantare un albero d’ulivo in sua memoria.

Il libro è dunque un ricorrente nòstos verso la terra natale, di cui — però senza patetiche nostalgie — s’esaltano i valori, pur nella convinzione che quanto attualmente conseguito (Verona, il Nord, il ruolo culturale) è irrinunciabile.

Ma importante è ancora l’impasto culturale che permea ogni pagina, ora consapevolmente ora inconsapevolmente: è il caso di Praia a Mare, che gli dà l’occasione di ricordare la Magna Grecia; di Napoli, in cui non può mancare il ricordo dell’amato Virgilio, ivi sepolto e poi tradotto dal Saglimbeni insieme a Fedro; di Sorrento, in cui è sempre presente Torquato Tasso, al quale la sorella lavò i piedi; della sua Lìmina, quasi ai confini del cielo (dal latino limen = “limite, confine”), che gli richiama Eschilo. E a questi personaggi se ne affiancano altri, tutti comunque vicini al suo spirito e che tanto gli dicono: Seneca, così caro a Concetto Marchesi, i cui scritti il Saglimbeni ha curato, gli onnipresenti Dante e Foscolo, il problematico Pirandello; al quale ultimo l’autore si riferisce, in giorni pieni di timorosi pensieri (per fortuna poi allontanati), quando definisce il suo male, cioè un cancro al rene, “la bella rosa”, che mutatis mutandis è simile al pirandelliano “fiore in bocca”.

Ed ecco allora che dal diario il Saglimbeni s’accosta alla confessione e al dialogo, non solo con questi “spiriti magni”, ma con tutti i personaggi incontrati, da quelli che hanno la sua caratura intellettuale ai semplici contadini e operai, i quali hanno comunque una grande umanità da offrire. E qui non possono mancare le classiche “passeggiate” che si fanno per le vie principali dei paesi siciliani, dove si passano ore e ore parlando del più e del meno, nella gioia di ritrovarsi, di manifestarsi, di comunicare, in un ambiente assai lontano e diverso da quello delle nebbiose vie e dei fumosi caffè del Nord.

Notevole è poi la lingua dall’autore: una lingua poetica (cioè forgiata da un poeta), soda, robusta, aspra e forte, che nel pensier rinnova l’istintività siciliana e la raffinatezza culturale, con un sapore di realismo meridionale, terragno, in cui non mancano espressioni del parlare dialettale che riportano indietro negli anni.

Il libro si completa con un’interessante nota bio-bibliografica da cui emerge il prestigioso ruolo svolto dal Saglimbeni nella cultura contemporanea, con una sua fotografia integrata da un ritratto di E. Dragutesco e con una serie d’originali disegni di Paolo De Pasquale.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 19.XII.2002 e 19.VI.2004]


Lamberto Salvador, Fra Dante e il Duemila, De Bastiani, Godega di Sant’Urbano, 2023.

Gli approfonditi studi di Lamberto Salvador sullo scrittore veneto-calabrese Giuseppe Berto

di Carmelo Ciccia

Dopo la tesi di laurea svolta su Giuseppe Berto (Mogliano Veneto 1914 – Roma 1978), Lamberto Salvador ha continuato ad interessarsi di questo scrittore, nato nel Veneto ma vissuto e operante per una ventina d’anni a Capo Vaticano (VV), dov’è sepolto; e prim’ancora di stabilirsi in Calabria lo scrittore aveva scelto questa regione per ambientarvi alcuni romanzi. La duplice appartenenza geografica del Berto, poi, è evidente anche dal fatto che due licei a lui intitolati si trovano rispettivamente uno a Mogliano Veneto e l’altro a Vibo Valentia.

Quasi votandosi a lui, l’autore ha continuato a sviscerarlo, approfondendone aspetti e caratteristiche, in un impegno si direbbe diuturno, teso ad illustrare, difendere e rivalutare questo personaggio. E, dopo il volume Giuseppe Berto scrittore politico (CLEUP, Padova, 2015), ora egli ha pubblicato la raccolta di saggi Fra Dante e il Duemila (De Bastiani, Godega di Sant’Urbano, 2023), che, pure spaziando in così vasto arco di tempo, riserva al Berto la più corposa sezione e qualche altro intervento.

I lettori di questo voluminoso libro Fra Dante e il Duemila, uscito nell’ottavo centenario dell’università di Padova, nella quale l’autore si laureò, vengono attratti anzitutto dall’eccellente forma grafico-editoriale: carta bianca, caratteri ben evidenti, accurata impaginazione, ordine: ma in una raccolta di saggi e interventi storico-letterari ovviamente non è soltanto la forma ad interessare, essendo invece prioritaria la pregnanza del contenuto.

L’autore da diversi anni s’è messo in luce non soltanto quale docente di liceo, ma soprattutto quale studioso, ricercatore e operatore culturale, con conferenze, articoli, saggi e libri, tenendosi in contatto e collaborando con atenei e altri centri di diffusione della cultura; e in questo libro ha raccolto alcuni dei suoi interventi.

L’opera si divide in tre sezioni, rispettivamente intitolate “Con Beatrice in Paradiso”, “Berto e il fascismo ‘immedicato’” e “Dal Veneto Orientale”. Come si vede, gli argomenti rientrano in vari campi e denotano la molteplicità degl’interessi dell’autore.

La prima sezione s’apre con una riflessione sul latino, una lingua oggi considerata morta, ma che per millenni è stata il nerbo della cultura europea e forse mondiale, grazie anche al ruolo avuto nella Chiesa Cattolica, che oggi invece l’ha ripudiata, vergognandosi d’essere cresciuta con essa e grazie ad essa. Seguono interventi su Dante, Petrarca e Boccaccio, sulla lectura Dantis del canto V dell’Inferno tenuta nel Texas dall’allora prigioniero di guerra Giuseppe Berto, sul rapporto fra Dante e Jung, sul canto XXVI del Paradiso, sull’Aldilà nella Commedia raffrontato con quello d’oggi, sull’Oltretomba dantesco nel penultimo canto del Paradiso, sull’ortodossia del cristianesimo di Dante, su Dante a Padova.

Fra i 17 argomenti su Giuseppe Berto della seconda sezione, tutta a lui dedicata, ci sono: aspetti psico-contabili del romanzo La cosa buffa, i 40 anni dalla morte, dal fascismo al disagio mentale, novità interpretative, il racconto Downward, Treviso e Venezia nella sua narrativa, il romanzo Le opere di Dio, i rapporti con Pavese e Pasolini, il meridionalismo calabrese del Berto, il revisionismo storico, la triplice produzione teatrale, la formazione giovanile dello scrittore, la rilevanza della svolta psicanalitica. E s’apprende anche che il Berto: passò dal neorealismo allo psicanalismo (p. 114); nel romanzo La gloria riabilitò il traditore Giuda, in quanto costretto a cooperare alla missione di salvezza dell’umanità operata da Gesù (pp. 121, 138 e segg., 214, 234, 247-249); quand’era giovane fu impiegato amministrativo al manicomio di Treviso (pp. 122, 158); fu uno scrittore controverso (p 126); nel racconto La colonna Feletti riferì d’essere stato salvato, insieme con gli altri, in Etiopia dal maggiore Edgardo Feletti, caduto in combattimento e insignito di medaglia d’oro alla memoria, motivo per il quale poi volle venire ad incontrarne la vedova (pp. 130, 136, 221 e segg., 235); in certe sue opere fece uso d’una “sregolatezza sintattica disinvoltamente adoperata” (p. 197); che la sua simpatia per l’Italia Meridionale, ed in particolare per la Calabria, poté derivargli sia dalla tradizione classica della Magna Grecia sia dalle suggestioni del clima patriottico-unitario favorito anche da libri come il deamicisiano Cuore (p. 204), senza sottovalutare il fatto che il padre era stato carabiniere in Sicilia (p. 239); la diffidenza, se non discredito generale, verso il Berto proveniva dalla sinistra imperante (p. 214); nel 1971 egli dichiarò che “il fascismo, non la resistenza, era stato l’unico fenomeno di base nazional-popolare che si fosse verificato in Italia dai tempi di Cesare Augusto in poi” (p. 220).

La terza sezione è varia: si va dal misconosciuto scienziato coneglianese-romano Ugo Cerletti, mancato premio “Nobel”, inventore della terapia con scosse elettriche per malati psichici (terapia elettroconvulsivante) e della spoletta a scoppio differito, alla difficile laicità in Italia, a Vittorio Veneto fra Risorgimento e Resistenza, al liceo vescovile “Cima-Toniolo” di Conegliano, con un’appendice sull’ultima sigaretta d’Italo Svevo.

In definitiva, pur senza sminuire l’importanza degli altri argomenti trattati, è evidente che l’opera si caratterizza per i nuovi contributi (notizie, raffronti, esegesi, valutazioni) relativi a Giuseppe Berto, al quale l’autore qui destina più della metà delle pagine. Questo personaggio, anche se non figura in copertina, di fatto domina tutto il volume: e perciò sarebbe stato opportuno che, per migliore rispondenza col contenuto, al titolo Fra Dante e il Duemila fosse stata aggiunta la precisazione con particolare riguardo a Giuseppe Berto. In questi approfondimenti Lamberto Salvador si dimostra critico attento e minuzioso: e probabilmente è l’unico che ha scandagliato così in profondità e in tutte le sfaccettature tale scrittore, cercando anche di riscattarlo dopo le controversie da lui subite non soltanto per aver combattuto nelle file delle “camicie nere” (oltre che nelle file del regio esercito), ma anche per certi aspetti della sua narrativa, che ad ogni modo gli consentì l’accesso alle più grosse case editrici, al cinema e a prestigiosi premi nazionali ed internazionali.

In questo lavoro risalta la sterminata cultura dell’autore, messa in luce anche dai molti elenchi bibliografici (fra cui quello completo del Berto a p. 170-171): elenchi ricchi e dettagliati, che corredano le note, i capitoli, le sezioni e l’intero libro, che rivelano un autore attento ad ogni novità editoriale e che costituiscono preziosi repertori, all’occorrenza consultabili da chicchessia.

Il libro, che s’apre con la prefazione di Sante Rossetto, giornalista e storiografo ben noto e apprezzato, contiene anche alcune fotografie; e ogni sezione si conclude con un utile indice dei nomi.

Per quanto riguarda la forma linguistico-espressiva, già l’autore nell’introduzione si scusa se il suo stile non è quello corrente ai nostri giorni, ma è rimasto ancorato ai moduli della tradizione. In effetti l’opera è di non facile lettura non soltanto per i numerosi vocaboli dotti, specialistici, desueti, inconsueti o da lui coniati, a cui se ne aggiungono alcuni spinti, ma anche per un periodare talvolta involuto. Certi periodi risultano complessi e troppo lunghi; e contengono degl’incisi (talora con incisi dentro gl’incisi) che tolgono linearità e scorrevolezza all’esposizione. Inoltre le parole non appartenenti alla lingua italiana quasi sempre non sono tipograficamente differenziate, mentre sono giustificabili le ripetizioni in una raccolta d’interventi svolti in diverse sedi e trascurabili alcune maiuscole enfatiche e le sporadiche sviste. Infine si nota un serpeggiante tono ironico-polemico.

Con tutto ciò appare chiaramente che questo è un lavoro serio e robusto, in cui sono oltremodo apprezzabili la preparazione, la passione e l’impegno dell’autore, il quale con i suoi studi, le sue ricerche e le sue interpretazioni da molti anni reca notevoli apporti al mondo della cultura.

Carmelo Ciccia

[“La Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2023]


Adele Salzano, Vite parallele / Due romanzi e un racconto, Pensa Multimedia, Lecce, 2012, pagg. 350, s. p.

“Vite parallele / Due romanzi e un racconto” di Adele Salzano

Un susseguirsi e accavallarsi di vicende, nomi e date che scorrono nitidamente

Il libro Vite parallele / Due romanzi e un racconto (Pensa Multimedia, Lecce, 2012, pp. 350, senza prezzo) della veneziana Adele Salzano — già nota per essersi intensamente dedicata, insieme con la sorella Teresa, al dialogo interreligioso, all’ecumenismo e alla cultura ebraica, facendo parte di specifici organismi — non ha nulla a che vedere con la celebre opera dell’autore greco Plutarco del sec. I-II, ma racconta episodi di vita dei nostri giorni.

Nel romanzo Una donna semplice, che con le sue oltre 200 pagine è il più consistente, la veneziana Matelda — il cui nome le era stato imposto in ricordo della Matelda dantesca (Purg. XXVIII e segg.) — ad imitazione della donna angelicata che aiutò Dante a passare dal purgatorio al paradiso vuole attuare nella sua vita l’insegnamento cristiano della carità, facendosi apostola di bene fra quanti hanno bisogno.

Avendo sposato un omosessuale, della cui condizione era ignara e da cui però riesce ad avere un figlio, viene brutalmente violentata dal compare soprannominato diavolo, padrino del bambino, nonostante una feroce resistenza che provoca ferite reciproche; ma poi, pur con la sua rigida formazione cattolica, che le fa rifiutare con decisione l’idea da alcuni prospettatale d’abortire, per cercare di fare del bene al suo violentatore s’adatta ad essere una delle concubine e procreatrici di figli di lui, da cui ne ha altri tre, e dopo chiede la separazione e il divorzio dal proprio marito nella speranza di sposare il concubino, che invece va a sposare la proprietaria della ditta per cui lavora, limitandosi a dare il proprio cognome a tutti i precedenti figli e a mandar a loro e alle loro madri un assegno o altro regalo di tanto in tanto.

Nella sua vita questa donna va incontro a ripetute preoccupazioni, disavventure e disgrazie, come la morte d’un professore che l’avrebbe sposata e che ad ogni modo le ha ceduto una consistente dote, quella d’un sacerdote che era sua guida spirituale e quella d’altre persone care, fra le quali il figlio nato dalla violenza sessuale, barbaramente assassinato da estremisti neonazisti. Ma essa riesce a vedere i matrimoni degli altri figli e a cullare i nipoti: e, dopo l’annullamento ecclesiastico del suo matrimonio, finalmente si sposa con un docente universitario, anche lui dedito a fare del bene. La mater dolorosa ai funerali del suo violentatore-concubino d’un tempo, che pur aveva sposato un’altra, è l’unica a salire sul podio vicino all’altare, da cui parla e prega per lui. Successivamente essa subisce il tradimento da parte del suo nuovo marito, che vive anche lui in concubinato e ha una figlia segreta, alla quale peraltro la moglie tradita s’affeziona.

Infine, nel morire lei stessa, come testamento lascia una lettera in cui espone tutte le sue perplessità sull’esistenza di Dio e quella del male da cui è stata tormentata negli ultimi anni, concludendo con un invito alla carità, che sulla scorta della prima lettera di S. Paolo ai Corinzi (13,13), citata nel romanzo, dev’essere fratellanza e amore, come la protagonista e la maggior parte degli altri personaggi ben dimostrano nel romanzo. Questo si proietta nel futuro, fino alla morte dell’infedele marito ultracentenario (nel frattempo sposato per la terza volta, con la concubina), prevista nel 2039, accennando anche a vari avvenimenti storici, politici e sociali, con precisa indicazione di nomi, date e altri dettagli.

Nel romanzo La mamma di Mauro, che con le sue 117 pagine è il meno consistente, di fatto c’è una continuazione del precedente, col ritorno di vari personaggi d’esso che magari fanno da cornice e con vicende e caratterizzazioni similari. La veneziana Giulia, riflesso di Matelda, avendo risposto ad un annuncio giornalistico, viene assunta in uno studio legale e poi sposa il titolare Raffaele, avendone il figlio Mauro. Ma il marito muore presto e la moglie va incontro ad una serie di traversie. Intanto è corteggiata pesantemente dal cognato Gabriele, che essa, sia pure renitente, sposa anche per imposizione della dispotica suocera Irene, senza averne figli. Ben presto Raffaele s’innamora della notaia Stefania e, accusando ingiustamente la moglie di tradimento, riesce ad averne la separazione e quindi il divorzio e l’annullamento del matrimonio. Gabriele ha due figli da Stefania, che presto muore in un incidente in lago, e Giulia s’unisce all’attore Ermete, che aveva già una figlia da un precedente matrimonio, e da costui mette al mondo due figli anche lei. Si seguono poi le vicende dei vari personaggi, fino alla sistemazione d’ognuno, in famiglie allargate che comprendono coniugi, concubini, figli, figliastri, parenti e amici. Alla fine Ermete e Giulia si sposano col rito concordatario.

Nel racconto A Cristina Sacher e Pier Paolo Manzini medaglia d’oro della Resistenza, di sole 18 pagine, c’è la narrazione d’un episodio della Resistenza, in cui la friulana Cristina e un suo figlioletto vengono assassinati dai fascisti in un agguato per essersi la donna rifiutata di rivelare dove fosse operante il marito partigiano Francesco: e ciò per vendetta d’uno spasimante respinto di nome Enzo, dirigente dei fascisti locali. L’episodio diede luogo alla consegna al vedovo della medaglia d’oro alla memoria e allo scoprimento d’una targa commemorativa. Poi Enzo fu fucilato per il collaborazionismo coi nazisti e per l’uccisione di Cristina e del figlioletto. La narrazione continua con la successiva attività di ricerca ecumenica di Francesco: e qui ritorna ancora qualche personaggio dei due romanzi precedenti.

Sebbene l’autrice dichiari nella prefazione di non aver mai avuto velleità letterarie e praticamente questa sia la sua opera prima, il libro ha un notevole valore non soltanto umano ma anche letterario. Nel libro c’è un susseguirsi e a volte accavallarsi di vicende, nomi e date, ma esso ha la necessaria linearità e scorre nitidamente e chiaramente, suscitando notevole interesse nei lettori, ansiosi di conoscere l’andamento e la conclusione. Personaggi e vicende sono ben approfonditi e caratterizzati, particolarmente per quanto riguarda gli aspetti psicologici e sociali: e si nota che spesso l’autrice partecipa alla narrazione, rivivendo in prima persona quanto narrato.

Nell’opera tornano più volte le idee interreligiose ed ecumeniste che hanno improntato la vita dell’autrice e di sua sorella. Essendo dotati di sensibilità fortemente religiosa (e talora interreligiosa ed ecumenista), quasi tutti i personaggi vivono la loro esistenza col sincero desiderio di fare del bene agli altri. Tuttavia in questo contesto sembra una contraddizione il fatto che costoro siano per decenni concubini, adulteri, separati o divorziati, vivendo tranquillamente in conflitto con le norme della religione cattolica e di quella ebraica: essi e i loro figli continuano pure a frequentare sacerdoti e rabbini, riti, catechesi, corsi ed altre iniziative e si battono per la Chiesa Cattolica, arrivando a diventare propagandisti delle prospettive conciliari perfino negli spettacoli organizzati durante la loro attività lavorativa, ma danno esempio d’incoerenza e scarsa credibilità del loro impegno con le loro convivenze extraconiugali, anche se alla fine rivolgono una preghiera di perdono — come più volte ripetuto — “a quei che volentier perdona”.

E poiché queste ultime parole virgolettate sono di Dante (Purg. III 120), è il caso di ricordare che più volte sono citati letterati italiani e stranieri, dimostrando la notevole preparazione culturale dell’autrice, particolarmente versata nel settore letterario, ma anche in quello storico, dato che il libro passa in rassegna quasi un secolo di storia civile italiana, con minuziosi riferimenti di fatti, date e personaggi che nel bene e nel male hanno contrassegnato l’Italia negli ultimi anni, qui intrecciandosi con le vicende fantastiche.

La forma espressiva complessivamente è corretta, pur con qualche rara svista e anche se la punteggiatura avrebbe dovuto essere meglio curata. Significativo per la lingua italiana è il fatto che l’autrice chiami avvocata (al femminile), anziché avvocato come oggi è irrazionalmente di moda, la donna che esercita l’avvocatura: ma non sempre l’autrice stessa rispetta questo criterio di razionalità, più avanti chiamando notaio (al maschile), anziché correttamente notaia, la donna che esercita il notariato. Anche la forma grafico-editoriale è buona, con caratteri nitidi ed efficace impaginazione.

In linea con la suddetta opera, contemporaneamente è uscito il libro Ascolta e ricorda / Sguardo sulla letteratura ebraica dell’Ottocento e Novecento (Pensa Multimedia, Lecce, 2012, pp. 260, senza prezzo) di Teresa e Adele Salzano, il quale conferma gl’interessi e gl’impegni interculturali e interreligiosi delle due benemerite sorelle, che si sono poste sulla scia delle risultanze del Concilio Vaticano II, ed in particolare della dichiarazione Nostra Aetate (“Nel nostro tempo”) del medesimo.

Carmelo Ciccia

[“L’alba“, Motta S. Anastasia, lug. 2013]


Teresa Salzano, Coloro che ti benediranno io benedirò (Gen 12, 3a) / L’ebraismo vivente visto da Teresa Salzano a cura di Maurizio Dal Maschio, Granviale, Venezia, 2009, pagg. 232, € 20.

L’ebraismo vivente visto da Teresa Salzano

Per quasi 2000 anni la Chiesa Cattolica ha alimentato disprezzo e persecuzione nei confronti del popolo ebreo, da essa ritenuto nella sua totalità colpevole di “deicidio” per l’atroce uccisione di Gesù Cristo, figlio di Dio e lui stesso Dio. Ad esempio, per non andare tanto lontano, basta ricordare lo spettacolo della “cacciata degli ebrei” annualmente svolto il venerdì santo a San Fratello (ME), in cui dei figuranti ebrei venivano insultati e linciati fino a qualche anno fa, quando un intervento dell’ambasciata d’Israele fece cessare tale violenza. E questo comportamento, diffuso in tutto il mondo, dovunque ci fossero ebrei, s’è espresso in violenze varie anche da parte delle autorità civili e di privati cittadini, raggiungendo il culmine dapprima nelle leggi razziali e dopo nello sterminio degli ebrei da parte del nazismo.

Ciò è successo fino a quando nel 1965 il Concilio Vaticano II approvò la dichiarazione Nostra aetate (“Nel nostro tempo”) favorevole agli ebrei e modificò la solenne e tremenda preghiera del venerdì santo Oremus et pro perfidis Judaeis (“Preghiamo anche per i perfidi Giudei”).

Teresa Salzano (Venezia 1930-2008) svolse una fervida e intensa attività a favore dell’ebraismo, che ottenne anche pubblici riconoscimenti e che dopo la sua morte viene continuata dalla sorella Adele. Ora Maurizio Dal Maschio, che ne traccia la presentazione, ha scelto e ordinato una serie di discorsi, scritti e interventi vari di Teresa Salzano; e così è nato il libro Coloro che ti benediranno io benedirò (Gen 12, 3a) / L’ebraismo vivente visto da Teresa Salzano a cura di Maurizio Dal Maschio (Granviale, Venezia, 2009, pp. 232, € 20) che s’avvale della prefazione d’Adolfo Aaron Locci e della postfazione d’Amos Luzzatto.

Dalla nota biografica scritta dal curatore e inserita nel libro s’apprende che Teresa Salzano fu una donna di grande spiritualità, sempre tesa a rivendicare dalla Chiesa Cattolica una migliore comprensione per i credenti incompresi o perseguitati, quali ebrei, valdesi, armeni, ecc. In particolare dedicò tutta la sua vita al dialogo con gli ebrei, di cui sottolineava pregi e carismi, cercando di valorizzare le radici del cristianesimo nell’ebraismo. Per molti anni partecipò ai lavori del Segretariato per le Attività Ecumeniche fondato da Maria Vingiani e ai Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli. Dopo la laurea in pedagogia a Padova, cominciò a collaborare con docenti, teologi ed esponenti dell’ebraismo, scrivendo articoli e saggi su riviste specializzate. Quindi si trasferì a Padova e qui fondò un Gruppo di studio e ricerca sull’ebraismo, sostenuto dalla curia diocesana, in occasione del cui decennale lei ricevette un riconoscimento dall’ambasciata d’Israele.

Di questo volume anzitutto è degna di nota l’illustrazione di copertina, che riproduce la “Crocifissione” dipinta dal pittore russo Marc Chagall (1887-1985): un’opera al di fuori della tradizionale iconografia cristiana, perché molto carica di motivi e simboli ebraici. In essa Gesù, per sottolineare la sua ebraicità, è coperto (dall’ombelico alle ginocchia) non dal solito perizoma ma dal tallit, il mantello ebraico per la preghiera, sotto cui sta il caratteristico candelabro monco d’un braccio. Nel quadro ci sono fra l’altro soldati in assalto, ebrei in fuga, villaggi incendiati, sinagoga e rotolo biblico in fiamme, gente piangente e altre scene di distruzione e di dolore. E se si considera che il quadro fu dipinto nel 1938, il contenuto non soltanto documenta quanto di male già stava avvenendo a danno degli ebrei, ma profetizza quanto di peggio sarebbe avvenuto da lì a qualche anno, quando dai nazisti fu attuata la cosiddetta “soluzione finale”.

Con frequenti riferimenti biblici, questo libro presenta Gesù ebreo e i movimenti della sua epoca; cenni di storia ebraica in Europa e in Italia; la vocazione perenne d’Israele e il modo di pregare degli ebrei in tutte le ore della giornata e prima d’iniziare un pasto o qualsiasi altra attività, così connaturando l’essere ebreo con l’essere orante; la spiritualità d’Israele espressa nella Cabala (dottrina tradizionale) e in altre forme di pensiero, ora speculativo ora mistico (in quest’ultimo caso vicino alla spiritualità del francescanesimo); Israele come radice della Chiesa cristiana, nonostante la conclamata superiorità e autosufficienza di quest’ultima; le fonti etico-religiose della pace presenti nella Bibbia e basate sul principio che ogni religione ha una sua indiscutibile verità e può offrire vie di salvezza eterna; la salvaguardia del creato secondo la Bibbia e l’ebraismo posteriore; il dialogo ebraico-cristiano dopo il Concilio Vaticano II; la tradizione e la cultura ebraica tra Ottocento e Novecento, con particolare riferimento alla scuola e all’amministrazione della giustizia. Il libro poi spiega e illustra le principali feste ebraiche, mettendole in relazione con gli eventi stagionali della natura e presenta alcune benedizioni ricorrenti; mentre le pagine finali presentano un romanzo ebraico ad imitazione del Cuore d’Edmondo De Amicis, il filosofo ebreo Martin Buber, lo scrittore Isaac Bashevis Singer (premio “Nobel” per la letteratura) e la particolare vicenda di Jules Isaac, l’iniziatore dell’amicizia ebraico-cristiana, il quale riuscì a farsi ricevere dal papa Giovanni XXIII e a suggerirgli un atteggiamento della Chiesa Cattolica favorevole agli ebrei sulla base d’una serie di valide motivazioni qui esposte. E infine il libro si conclude con un utile glossario ebraico-italiano e con un’ampia bibliografia.

Come si vede, si tratta d’un’opera profondamente seria e impegnata, capace di stimolare le necessarie riflessioni e i conseguenti comportamenti, specialmente in un tempo come il nostro caratterizzato da permanenti incomprensioni, rivalità e lotte, più o meno violente.

La forma grafico-editoriale è di grande dimensione, con bella copertina, carta opalina, buona impaginazione e caratteri nitidi. La lettura riesce facile e affascinante, nonostante i vari refusi tipografici presenti (in un capitolo parecchie l sono erroneamente sostituite da i); e il lavoro sicuramente contribuirà molto alla comprensione del mondo ebraico e dell’ebraismo vivente, sulla scorta dell’auspicio formulato da Maria Vingiani, Teresa Salzano e sua sorella Adele, nonché da altri fautori del dialogo interreligioso, dei quali qui vengono tracciati i profili.

E a Teresa Salzano è stato poi dedicato il libro di Francesco Capretti La chiesa italiana e gli ebrei / La recezione di Nostra Aetate 4 dal Vaticano II a oggi con prefazione di Paolo De Benedetti e postfazione di Piero Stefani (Emi-Sermis, Bologna, 2010, pp. 282, € 12). In esso si discute di come è stata accolta e attuata la suddetta dichiarazione conciliare, trattando del concetto teologico della ricezione, dell’ermeneutica del Vaticano II, di documenti conciliari ed altri vaticani, dell’impreparazione della Conferenza Episcopale Italiana al riguardo, della ricezione da parte delle diocesi e della fatica della ricezione stessa ad affermarsi, dell’editoria cattolica, della sostituzione del popolo ebreo con quello cristiano come popolo eletto, del concetto di mistero, dello sterminio degli ebrei, dello Stato d’Israele e d’altri temi connessi. Il che dimostra l’importanza del ruolo svolto dalla cattolica Teresa Salzano in materia di rivalutazione dell’ebraismo e della grande considerazione in cui lei tuttora è tenuta per l’appassionata opera sua e del suo gruppo.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2011]

Aurelio Sangiorgio, Sulle tracce di Dante, Il Minotauro, Roma, 2004, pagg. 250, € 13,50.

AURELIO SANGIORGIO, SULLE TRACCE DI DANTE

Il saggio d’Aurelio Sangiorgio “Sulle tracce di Dante” (Il Minotauro, Roma, 2004, pagg. 250, euro 13,50) si colloca su vari versanti: storico, letterario, artistico, turistico. Non sappiamo se sia per amore verso il divino poeta o per avventura che l’autore s’è messo a percorrere (anche a piedi) migliaia di chilometri alla ricerca e descrizione di luoghi, monumenti e quant’altro possa avere attinenza con Dante: o perché costui vi sia stato davvero o perché avrebbe potuto vederlo così.

Certo, il libro è pieno di notizie che interessano più il turista, quali le dimensioni di certi palazzi, la data d’una fondazione o quella d’un contratto, le opere d’arte del Louvre, ecc. A volte sembra che l’autore imbastisca dei capitoli intorno a fantascientifici viaggi di Dante solo per esporre l’oggetto delle sue peregrinazioni e quindi delle sue conoscenze; ma in realtà il soggetto dominante resta l’Alighieri, su cui viene fornita una miriade di notizie utili anche agli studiosi, oltre che ai turisti. E non si può negare che l’autore abbia una vasta e profonda conoscenza della vita, dell’opera e di tutta la problematica dantesca, nonché di documenti e altre fonti relative a tutto il periodo storico in esame, come decretali, bolle, ecc. Ad esempio sono eccellenti la ricostruzione e l’analisi di vicende storiche, di personaggi fondamentali, di contestate posizioni della Chiesa, quali quelle nei confronti delle eresie: al riguardo si potrebbero citare Farinata degli Uberti, Ugolino della Gherardesca, Celestino V, Bonifacio VIII, battaglie varie, la “cattività avignonese”, ecc.

Fra i documenti riportati, particolare importanza hanno il Dictatus Papae di Gregorio VII (oggi si direbbe diktat papale, cioè norme imposte dal papa) e le liste dei cibi serviti per certi banchetti pontifici ad Avignone. Ad esempio, per le nozze d’una nipote del discusso Giovanni XXII (fra l’altro, da una parte referente d’un’apparizione e del “privilegio sabatino” della Madonna del Carmelo/Carmine, dall’altra persecutore dei francescani spirituali e accusato di simonia da Dante in Par. XVIII 130 e segg.) sono stati serviti: 4.012 pani, 8 buoi, 55 montoni, 8 maiali, 4 cinghiali, 690 polli, 580 pernici, 3 quintali di formaggio, 3.000 uova, 2.000 frutti (mele, pere e altro); mentre per l’incoronazione di Clemente VI, che aveva un tesoro personale di 196 chilogrammi di vasellame d’oro e d’argento (non si sa se più o meno ricco del suddetto Giovanni XXII), sono stati serviti: 118 manzi, 1.023 pecore, 101 vitelli, 1.500 capponi, 1.043 galline, 7428 polli, 1.195 oche, 50.000 torte, 6 quintali di mandorle, 2 quintali di zucchero, 39.980 uova, 95.000 pagnotte. Insomma con quei papi si producevano dei veri e propri dissesti ambientali, oltre che economici. Alla faccia dell’amore per gli animali, per la natura e per la povertà evangelica! E poi venivano accusati d’eresia e mandati al rogo coloro che predicavano il ritorno allo spirito delle origini della Chiesa, come Arnaldo da Brescia e Girolamo Savonarola.

Fra le affermazioni dell’autore, il quale dichiara d’aver gareggiato col padre nell’imparare a memoria le terzine dantesche, notevoli appaiono quelle su Dante pre-umanista, sulla funzione catartica dell’esilio dantesco non solo per i suoi concittadini ma anche per i lettori qualsiasi, sull’ostracismo della Chiesa che mise la Divina Commedia all’Indice dei libri proibiti fino al 1908, sulla lingua volgare dantesca intesa come prima manifestazione della coscienza nazionale italiana; mentre discutibili sono l’identificazione del Veltro con Cangrande e di “colui che fece il gran rifiuto” con Celestino V.

In sostanza, pur se l’autore non si spinge nell’esegesi quando fa le numerose citazioni, “Sulle tracce di Dante” è un libro molto interessante, anche perché s’avvale d’uno stile giornalistico e colloquiale, spigliato e leggero, alieno dalla seriosità e reso sapido da una certa ironia e da disinvolte o pepate irruzioni personali. Inoltre la lettura è avvantaggiata da mappe, fotografie e molte altre illustrazioni. Esso sarebbe consigliabile anche alle scuole, per le quali potrebbe costituire una vera e propria miniera di dati utili (ad esempio la cronologia dantesca), oltre che d’aneddoti e curiosità. Tuttavia per quanto riguarda l’espressione linguistica, che in genere propende alla paratassi, a parte i refusi tipografici, esso contiene varie sviste grammaticali, un latino a volte maccheronico e un uso non sempre corretto della punteggiatura.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, lug.-dic. 2006]


Antonio Sartor, Mater semper certa est, AbiCiZeta, 2007.

IL MINIROMANZO D’ANTONIO SARTOR

di Carmelo Ciccia

Il lungo racconto “Mater semper certa est” (AbiCiZeta, 2007), dall’autore definito “miniromanzo”, si è classificato primo al concorso letterario dell’editrice che ora lo pubblica e prende il titolo dal noto adagio latino “Mater semper certa est, mater numquam” (= La madre è sempre certa, il padre mai); e, grazie alla chiarezza e scorrevolezza, nonché ad una certa ironia qua e là serpeggiante, esso si snoda con tale agilità che il lettore non vede l’ora di giungere alla fine per venire a capo dell’intrigo: il quale è come una matassa di cui il protagonista tenta di trovare il bandolo, ma senza raggiungere il fine che s’era proposto. In sostanza si tratta d’un quasi “giallo”, di cui, specialmente nella seconda parte, il racconto ha la tecnica e il tono.

Sembra incredibile che una secolare legatoria dismessa possa trasformarsi in archivio di segreti familiari a causa dei libri dimenticati o abbandonati in essa: eppure è così, perché dentro certi libri ci sono sì annotazioni e appunti, ma anche fiori, fotografie, biglietti e perfino una lettera-testamento autografa. Ed è partendo da questi elementi che Antonio Sartor costruisce il suo “miniromanzo”. Nella concisione del racconto egli evita ridondanze, divagazioni e fronzoli, pensando alla necessaria essenzialità.

Nell’invenzione artistica dell’autore, che dimostra di ben conoscere il periodo investigato (quello della seconda guerra mondiale), il protagonista, Paolo, in principio sembra avere per i libri giacenti nella legatoria di suo padre un interesse di pura e semplice curiosità o di bibliofilia finalizzata anche alla didattica (visto ch’egli era insegnante e giornalista): infatti per caso egli aveva trovato riportati una lettera d’Alessandro Manzoni a Emilio Broglio del 19.7.1868, un articolo con interviste di Luigi Barzini sul terremoto di Messina, apparso nel “Corriere della sera” del 15.1.1909, e uno scritto di Leonardo da Vinci su “Che cosa è l’arco”; quindi, andando al di là di ciò, egli diventa investigatore e s’assume l’onere di cercare e far conoscere il padre naturale d’un orfano di guerra che di fatto ne aveva uno solamente anagrafico; e sta per riuscirvi con l’aiuto d’un vecchio sacerdote e d’un’altra superstite di quella guerra, quando il suo intento fallisce per un colpo di scena finale.

Naturalmente, trattandosi d’un quasi “giallo”, qui non possiamo riferire la trama nei suoi dettagli, non volendo togliere al lettore il gusto di scoprire da sé lo sviluppo e la conclusione. È certo, però, che con questo lavoro l’autore dimostra d’avere le carte in regola quale narratore fluido e brioso, che sa gestire con padronanza tutte le mosse dell’azione. Il lettore è interessato e coinvolto fino ad essere avvinto, particolarmente nelle pagine in cui si fanno raffronti con vicende, costumi e tecnologie dei nostri giorni. Semmai qualche riserva si può avanzare circa la carenza di punteggiatura nei vocativi, di corsivi o virgolette nelle parole straniere e di stile nelle indicazioni bibliografiche; ma per il resto la forma è corretta ed elegante, e rari sono i refusi tipografici.

L’aspetto grafico-editoriale del libretto, pur nella sua modestia (tra l’altro alla fine mancano il “finito di stampare” e il nome della tipografia), appare complessivamente dignitoso, grazie anche ad un disegno di Franco Panzeri che ravviva la copertina. Alcuni difetti di legatura danno lo spunto all’autore per ipotizzare, mediante un apposito foglietto inserito successivamente, una rilegatura nella bottega riattivata di cui egli ha narrato le vicende, vedendo così trasformato il suo testo da strumento di lettura a surrealistico personaggio del racconto.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 28.11.2008]


Antonio Sartor, Mi chiamo Huca, Stravagario, Tremensuoli di Minturno, 2009, pp. 154, € 12.

RECENSIONI A LIBRI DI ANGELONE, LIUZZO, SARTOR

Coi precedenti suoi libri, Mater semper certa est (2007) e Briciole di fantasia (2008), lo scrittore veneto Antonio Sartor s’era rivelato un narratore interessante: e ora si conferma tale col suo romanzo Mi chiamo Huca, il cui titolo sembra dir poco o nulla fino a quando non si leggono le prime pagine e si chiarisce che vi si tratta la storia d’un bambino senza padre, di sua madre e del contorno d’amici e parenti.

Che una donna possa decidere di procreare un figlio per averlo tutto suo, non pensando minimamente di sposarsi e anzi addirittura stando alla larga dagli uomini, sembrerebbe una cosa impossibile o strana: eppure oggi succede, in tempo di facili separazioni e divorzi, con susseguenti litigi per l’affidamento dei figli, sballottolati di qua e di là, e di famiglie allargate. Eppure questo è successo a Chiara, la borghese indipendente ed emancipata che è protagonista di questo romanzo: la quale, però, grazie al bisogno di paternità del figlio riesce a conoscere Giorgio, a sua volta impegnato con un amico-fratello in un cosiddetto Progetto, escludente il metter su famiglia; ma grazie poi al complotto d’alcuni amici i due, dopo varie traversie del tipo “mordi e fuggi”, riescono a fare “centro”. E nei continui viaggi dei personaggi in varie parti del mondo probabilmente c’è l’eco del viaggiare dell’autore, teso alla conoscenza del mondo e degli uomini.

Nella narrazione anzitutto si coglie la simpatia suscitata dal bambino, che si rivolge ai lettori; e, se all’inizio si chiama Huca, alla fine si firma Luca, anche se sembra inverosimile che un bambino di quattr’anni s’esprima con un parlare incompiuto e balbettante. C’è poi Chiara e tutto il caleidoscopio che gira attorno a lei, a Giorgio e ai loro amici e conoscenti: qui il Sartor sa tratteggiare opportunamente caratteri e situazioni, spingendosi fino ad un’approfondita analisi psicologica che chiarisce tante scelte ed altri particolari ed esprimendosi a volte col linguaggio dei giovani d’oggi, intriso anche di locuzioni volgari. Ma c’è di più: nel descrivere il bisogno di paternità del bambino, l’autore si dimostra portatore di quella psicopedagogia che, anche quando non si siano fatti degli studi specifici, scaturisce dal buonsenso, quello che la madre, scottata dalle precedenti esperienze negative vissute nella sua famiglia d’origine, non ha oppure conculca nella sua visione egoistica.

Il romanzo si legge volentieri e agevolmente, grazie allo stile chiaro e scorrevole, ora giocoso e gioioso, ora complesso e avvincente come in un “giallo” (tecnica peraltro precedentemente sperimentata con effetto dal Sartor) che porta il lettore di corsa verso la conclusione. Si rileva inoltre la buona cultura dell’autore, che spazia dal suo specifico (la statistica) al greco, al latino, alla storia e alla geografia, a Dante e ad altri scrittori italiani e stranieri.

La forma espressiva, però, avrebbe richiesto un’attenzione maggiore di quella che pur si percepisce: premesso che nel libro ci sono pochi refusi tipografici (ad esempio Cecile invece di Cécile alle pp. 44 e seguenti, mai e mal invece di mai o mal a p. 51, svelagli invece di svelargli a p. 93, cultura invece di coltura a p. 140), la numerazione dei capitoli è fatta con uno dei sistemi solitamente usati per quella delle pagine e nelle note le indicazioni bibliografiche non seguono la prassi grafica; a volte i discorsi diretti sono spezzati e suddivisi fra vari capoversi, la punteggiatura non sempre è corretta, specialmente nei vocativi e negli incisi, alcune frasi sono ellittiche e altre ridondanti; ci sono poi delle improprietà lessicali, delle forzature grammaticali e sintattiche e delle maiuscole indebite (Capitale e Città a p. 117, Mail a p. 120 e seguenti, Cambiare a p. 146); numerosi termini latini o stranieri non sono messi in corsivo o fra virgolette, come avrebbero dovuto essere per rispetto della lingua italiana, e ci sono pure delle parole ibride (metà straniere e metà italiane) come zoomata a p. 86.

Tutto ciò, però, nulla toglie all’originalità della narrazione, alla conduzione dell’opera e alla sua capacità di coinvolgimento del lettore, il quale viene indotto a riflettere sui danni causati ai figli dalle coppie separate o divorziate, dagli uomini che abbandonano le donne sedotte e — come in questo caso — dalle madri che vogliono avere figli ma non marito.

Infine è vivace l’illustrazione di copertina, opera del pittore Gianni De Marchi.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, lug.-dic. 2009]


Antonio Sartor, Frammenti di fantasia, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2010.

PREFAZIONE

Coi racconti e romanzi già pubblicati Antonio Sartor in questi ultimi anni s’è qualificato come un narratore colto, sapido e accessibile a tutti i lettori. La sua cultura traspare dai temi affrontati e dalle frequenti citazioni e/o indicazioni bibliografiche, a volte in epigrafe o in nota, fra cui un posto di riguardo ha Dante, che particolarmente l’affascina. La sapidità è in lui pregnanza di contenuti, ma anche uso d’espressioni intrise di fine ironia. L’accessibilità consiste nel suo stile piano e scorrevole, a cui s’aggiunge l’icastica costruzione di personaggi e vicende che sanno coinvolgere i lettori, interessandoli fino a conclusione. E poi non è da sottovalutarsi il fatto che nella narrativa del Sartor confluiscono elementi dei suoi numerosi viaggi per il mondo.

Attraverso personaggi – animati o inanimati, ma che egli sa rendere umani, vivi e partecipi – l’autore approfitta per osservare fenomeni naturali e comportamentali, spesso introducendo la sua opinione: ed è qui che la sapidità diventa monito, dando un’impronta didascalica al tessuto narrativo.

Questa raccolta, che nel titolo riprende la precedente intitolata Briciole di fantasia del 2008, contiene dieci racconti, in parte già pubblicati e ora riproposti sia pure con qualche variante.

In “Acque senza tempo nel fiume della storia” e “Leggende tiberine” due molecole d’acqua nelle loro trasmigrazioni e conversazioni discutono di guerra e di storia; in “Dove il tempo sembra essersi fermato” è un passero d’ascendenza leopardiana che dà all’autore l’occasione per dissertare di sacro e profano, religione e superstizione; in “Il viaggio di ritorno” l’epoca delle crociate e delle pestilenze fornisce un personaggio che si trasforma in eroe fiabesco; in “Come in un teatro” e “La vendemmia” sono la vite e il vino a fare da tramite per vicende umane e sociali; in “Il sopravvissuto” è un proiettile della prima guerra mondiale a fare da guida e maestro contro le guerre; in “Sarò padre” l’autore affronta problemi d’ereditarietà; mentre in “L’ultimo gesto” egli preannuncia un suo nuovo romanzo, basato sulla lettera d’un malato terminale indirizzata alla donna da cui alcuni anni prima ha avuto un figlio, il quale – in assenza della madre – s’occuperà del padre moribondo. E in certi racconti a volte ritornano spunti presenti nel romanzo Mi chiamo Huca del 2009, mentre in tutta la raccolta sono presenti sottili analisi psicologiche.

Dopo questi racconti brevi l’autore ripropone quello lungo intitolato “Mater sempre certa est…”, già premiato e pubblicato nel 2007, il quale ora occupa la metà di questo libro e perciò merita una considerazione particolare.

Questo prende il titolo dal noto adagio latino “Mater semper certa est, pater nunquam” (= “La madre è sempre certa, il padre mai”); e, grazie alla chiarezza e scorrevolezza, nonostante qualche parola troppo cruda, nonché grazie ad una certa ironia qua e là serpeggiante, si snoda con tale agilità che il lettore non vede l’ora di giungere alla fine per venire a capo dell’intrigo. In sostanza si tratta d’un quasi “giallo”, di cui, specialmente nella seconda parte, il racconto ha la tecnica e il tono.

Sembra incredibile che una secolare legatoria dismessa possa trasformarsi in archivio di segreti familiari a causa dei libri dimenticati o abbandonati in essa: eppure è così, perché dentro certi libri ci sono sì annotazioni e appunti, ma anche fiori, fotografie, biglietti e perfino una lettera-testamento autografa. Ed è partendo da questi elementi che Antonio Sartor costruisce il suo “miniromanzo”. Nella concisione del racconto egli evita ridondanze, divagazioni e fronzoli, puntando alla necessaria essenzialità.

Nell’invenzione artistica dell’autore il protagonista, Paolo, in principio sembra avere per i libri giacenti nella legatoria di suo padre un interesse di pura e semplice curiosità o di bibliofilia finalizzata anche alla didattica (visto ch’egli era insegnante e giornalista): infatti per caso egli aveva trovato riportati una lettera d’Alessandro Manzoni a Emilio Broglio del 19.7.1868, un articolo con interviste di Luigi Barzini sul terremoto di Messina, apparso nel “Corriere della sera” del 15.1.1909, e uno scritto di Leonardo da Vinci su “Che cosa è l’arco”; quindi, andando al di là di ciò, egli diventa investigatore e s’assume l’onere di cercare e far conoscere il padre naturale d’un orfano di guerra che di fatto aveva un padre solamente anagrafico; e sta per riuscirvi con l’aiuto d’un vecchio sacerdote e d’un’altra superstite di quella guerra, quando il suo intento fallisce per un colpo di scena finale.

Carmelo Ciccia

[Antonio Sartor, Frammenti di fantasia, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2010]


Antonio Sartor Tre senza due, Stravagario, Minturno di Latina, 2011, pp. 292, € 12.

"Tre senza due" di Antonio Sartor

Un’indagine serrata alla ricerca della maternità e della paternità nello stile del "giallo"

La copertina di questo nuovo romanzo dello scrittore veneto Antonio Sartor Tre senza due (Stravagario, Minturno di Latina, 2011, pp. 292, € 12) ne sintetizza bene il contenuto: essa, abilmente disegnata da Claudia Piasentin, rappresenta ai lati un vecchio e un giovane (nonno e nipote) e al centro una rosa. In pratica si tratta di tre generazioni senza la seconda (la madre del giovane), precocemente mancata e qui simboleggiata dalla rosa che il vecchio (padre della defunta) reca ogni mattina alla tomba di lei. Le parentele sono tutte illegittime, quindi soltanto naturali e non registrate né in parrocchia né al municipio; e il loro riconoscimento non è né semplice né facile. Casualmente verso la fine si scopre anche il padre (sempre illegittimo) del giovane e s’apprendono nuovi particolari inquietanti.

Il giovane Diego fino alla soglia della laurea in medicina è vissuto senza genitori, accudito da un’anziana nonna che nulla gli ha mai detto di vero circa i genitori di lui, restando sempre nel vago. Dal primo tassello della ricerca, la casuale scoperta della tomba di sua madre in un cimitero di lusso, parte la febbrile ricerca di Diego, che lo porta a comporre il mosaico della sua parentela completa, con tutti i risvolti.

L’opera sembrerebbe una ripresa del precedente romanzo Mater semper certa est, il cui titolo peraltro è riportato come proverbio nel contesto di questo: c’è quindi un’indagine serrata alla ricerca di maternità e poi di paternità, ricerca che per pagine e pagine si snoda con le tonalità di quel “giallo” che è la specialità del Sartor e che a volte somiglia ad un’indagine poliziesca o commissariale. E c’è da ammirare il fatto che per pagine e pagine l’autore riesce a reggere con mano ferma e decisa le fila del suo racconto, le connessioni, le complicazioni, le soluzioni, avvincendo il lettore fino all’ultima pagina, quando ogni intrigo è dipanato e la verità quasi pirandelliana appare tutta intera, a volte assurda ma sempre reale.

Ma il romanzo è anche storico: in esso vengono trattati aspetti sociali, ecclesiastici, finanziari. Ci sono le smargiassate del Fascismo con la tipica arroganza dei personaggi implicati; c’è la seconda guerra mondiale, al cui scoppio vengono addirittura suonate a festa le campane delle chiese (una cosa che oggi sembra aberrante, ma che pure avvenne: e al riguardo si può vedere il saggio di C. Ciccia Il suono delle campane a Paternò intorno alla metà del sec. XX, in “Ricerche”, Catania, ag.-dic. 2003, p. 63); c’è la plurisecolare ostilità della Chiesa Cattolica contro gli ebrei, da cui poi derivarono le persecuzioni naziste e fasciste; ci sono molti insegnamenti etici e morali; ci sono sentimenti e passioni a volte dirompenti. E mentre genitori e nonna fanno di tutto per disfarsi del nascituro Diego, uno soltanto, il vecchio della copertina, si batte per far portare a termine la gravidanza e poi mantiene segretamente il giovane, assicurandogli un futuro più che dignitoso. Questo vecchio è Mario Francesco, detto semplicemente MF, il quale però non può rivelare al nipote che perfino la madre prima l’aveva rifiutato e poi aveva accettato di tenerlo con un ricatto ai propri genitori: e ciò, perché egli immagina lo sbandamento psicologico che tale rivelazione potrebbe arrecare nella vita del giovane rifiutato da entrambi i genitori. Perciò il vecchio, che non aveva potuto avere figli naturali e sentiva Diego come figlio suo, si tiene tutto per sé il segreto, limitandosi a fare apporre sulla propria tomba in preparazione un’epigrafe scritta da Gabriella Manin: “Figlio, / la vita che ti ho data / non è un ricatto: / era scritto / che tu nascessi, / qualunque grembo / ti avesse generato.”

E fra i vari personaggi (tutti miscredenti) l’ottantacinquenne MF è quello che risalta per il suo affetto, per il suo interessamento e per gl’insegnamenti di vita che dà al nipote, ricevendo per questo suo comportamento l’elogio che l’autore ne fa.

L’avversione alla Chiesa Cattolica s’esprime anche nel deplorare l’accordo col Fascismo, la definizione di “Uomo della Provvidenza” data a Mussolini, il mancato risarcimento dei danni provocati agli ebrei e il formalismo religioso di certi rampolli di gerarchi che la domenica andavano di mattina alla messa solenne e di pomeriggio a prostitute, coniando il motto “Chiesa e bordello cristiano modello”.

Il caso vuole che il concepimento di Diego sia avvenuto a Conegliano (TV), città di residenza dell’autore: e così questi coglie l’occasione per esaltare il clima di questa città, il sole, il verde, il paesaggio, le colline, i monumenti, le cantine e il buon vino Prosecco, narrando che il protagonista Diego — saputo ciò dal padre — un giorno ci vorrebbe andare con la sua fidanzata.

Vari sono nel romanzo gli episodi commoventi per Diego e per i lettori, anche se una cerimonia di sepoltura si conclude con un aperitivo e un pranzo al ristorante: la morte d’un compagno, la scoperta della tomba della madre, la conoscenza del padre negli ultimi giorni della sua vita, che il giovane — pur sapendo che il padre stesso lo aveva rifiutato, anche se dopo se n’era pentito — accudisce con sorprendente amore, dal silenzioso incontro con mano nella mano e occhi negli occhi fino all’addormentamento con la testa reclinata sul moribondo, quasi a mettergli a disposizione quella vita che colui — sia pur malvolentieri, e quindi contro la propria volontà — gli aveva dato: e, grato ad ogni modo per le emozioni che gli ha procurato la consapevolezza d’avere finalmente un padre e di potersi dedicare a lui, dopo la morte fa scrivere sulla sua anonima tomba “Grazie papà”.

Fra le svariate massime presenti nel libro, a volte espresse anche in epigrafe, significativa è la seguente: “un fiore reciso è già esso stesso un corpo morto e tentare di allungargli la vita che più non ha, mettendolo in acqua, altro non sarebbe che un accanimento terapeutico.” (p. 109)

Come si vede, Tre senza due d’Antonio Sartor è un romanzo molto coinvolgente e scritto con buona affabulazione, il quale — oltre a narrare una storia — inculca nei lettori sentimenti, emozioni, riflessioni; e perciò va consigliato a quanti amano le buone letture. Fra l’altro vi sono frequenti citazioni di Dante, Foscolo, Carducci, Pasolini, ecc.; come pure vi sono esortazioni alla difesa dell’ambiente, in un momento in cui l’autore stesso deplora l’inquinamento e l’inciviltà della spazzatura abbandonata, da lui definita “marciume di civiltà”. (p. 190)

Il formato grafico-editoriale del libro è economico, ma presentabile; e l’impaginazione è buona, anche se i caratteri delle parole sono piccoli, poco inchiostrati e di non agevole lettura nelle quasi trecento pagine fittissime. L’espressione linguistica presenta parecchie sviste ed errori veri e propri, non sempre facilmente correggibili; mentre alcune parole triviali, probabilmente inserite per rendere realistica la narrazione, disturbano un contesto complessivamente elevato.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, lug. 2012]


Antonio Sartor, Il doppio ritrovato, ed. Piazza, Silea, 2014, pp. 262, € 12.

Questo romanzo d’Antonio Sartor si snoda intorno a tre ritornelli che ritornano frequentemente e che ne costituiscono i motivi dominanti: “Ciao Gianni”, “Enrico non farlo!” e “Cosi di fimmini sunu”. Quest’ultimo, pronunciato da una siciliana, significa “Sono cose di donne”, cioè talmente intime da non potersene parlare.

Anzitutto si nota che in quest’opera ritornano temi e spunti già noti di questo scrittore: il fatto che “mater semper certa est, pater numquam” (la madre è sempre certa, il padre mai: proverbio latino), la seconda guerra mondiale, un soldato tedesco che ingravida un’italiana, la ricerca dei genitori e d’altri consanguinei, la scoperta d’una vecchia corrispondenza risolutrice, la vendemmia e il vino, le molecole d’acqua che parlano e raccontano storie… E nella narrazione c’è anche un certo Toni, scrittore di tali storie, che potrebbe essere benissimo il nostro autore, che non per caso si chiama Antonio. Il doppio ritrovato è quindi un gemello che, dopo serrate indagini, riesce a scoprire il padre naturale e trovare l’altro gemello, di cui ignorava l’esistenza.

L’intrigo parentale ha inizio dal ripetuto saluto “Ciao Gianni” con cui il veneto Roberto, recatosi in Calabria per affari, viene scambiato per un non ancora identificato Gianni; e, sospettando d’avere un fratello in quella regione, egli comincia una ricerca personale. Grazie alle scarne confidenze d’un anziano socio e alla vecchia corrispondenza epistolare tra il proprio padre ed un certo Enrico depositata in un granaio, egli scopre che durante la seconda guerra mondiale una giovane calabrese, per sfuggire all’avanzata degli alleati nel Sud, era sfollata verso il Nord, dove aveva trovato lavoro nella “Casa del soldato” di Conegliano (TV), a cui ricorrevano tanti sodati per avere pasti caldi. Qui essa venne ingravidata da un soldato tedesco, del quale alla nascita diede il nome al proprio figlio, Enrico. Questo da ragazzo, più per beneficenza che per effettiva esigenza, fu accolto a lavorare in una cantina e instaurò una duratura e fraterna amicizia con un figlio del titolare, Giacomo; e all’età della leva, per interessamento del potente zio Rocco, andò a svolgere il servizio militare in Calabria, fermandosi poi in questa regione, ma mantenendo stretti contatti con Giacomo. In Calabria egli faceva una vita misera, vivendo in un pollaio; e, messa incinta una ragazza e non sapendo come mantenere la famiglia a causa delle ristrettezze economiche, progettò un suicidio di gruppo; ma dal Veneto gli pervenne il severo monito di Giacomo: “Enrico non farlo!”. In pratica Giacomo, che non poteva avere figli, propose ad Enrico di cedere a lui il nascituro, in cambio d’una consistente somma di denaro che lo avrebbe aiutato economicamente. E così avvenne, quando nacque Roberto e dalla levatrice siciliana Nunzia, moglie di Rocco, fu fatto risultare anagraficamente figlio di Giacomo e di sua moglie, per l’occasione trasferitisi in Calabria. Ma oltre a Roberto nello stesso parto nacque anche Gianni, suo gemello, che Roberto riuscì a ritrovare dopo varie peripezie: e il resto della vicenda si può vedere nel romanzo.

La narrazione è avvincente e si legge quasi d’un fiato, almeno finché, colorandosi di “giallo”, c’è l’affannosa ricerca delle lontane origini, del fratello gemello, del padre naturale. Dopo, quando tutto è scontato, come il fidanzamento, la fuga d’amore e il matrimonio del protagonista, perde mordente e rientra in una consueta normalità, fino a quando càpita un altro motivo d’ansia per la sorte del gemello calabrese.

Nel libro c’è l’esaltazione del mondo della vite e del vino gravitante attorno alla città di Conegliano, al suo Prosecco e alla sua rinomata Scuola Enologica. E perfino il matrimonio finale sembra fatto — più che fra due esseri umani — fra due territori, due vitigni, due marchi DOC: Prosecco e Soave. Oltre al Veneto, però, è presente in certa misura la Calabria con le sue bellezze paesaggistiche e artistiche, anche se riguardo a questa regione s’accenna al degrado ambientale e a poco lusinghiere dicerie: addirittura il capostipite era stato predestinato a diventare “uomo d’onore”, ma si rifiutò e riuscì ad evitare tale incombenza.

Circa la bellezza statuaria dei due gemelli, per la quale opportunamente vengono citati capolavori come i Bronzi di Riace e artisti come Fidia, s’osserva che, oltre alla reminiscenza dell’arte greco-classica, qui sembra esserci una predilezione per la maggiorazione fisica, con quasi un’implicita preferenza per la razza maggiorata d’ascendenza nazista (e non per nulla il capostipite è una tedesco-ariano). Inoltre quella specie d’innamoramento dei due gemelli, che s’esprime con telefonate e messaggi continui e con frasi del tipo “mi manchi”, “baci”, “nostro amore” e simili), fa pensare ad un’omosessualità: infatti veramente qualcuno scambia i due gemelli per omosessuali.

Nella narrazione a volte è citato Dante. Però più interessanti sono certe affermazioni relative ai giovani d’oggi “ipervitaminizzati di cibo e di Televisione, di Internet e di Calcio”, ma “sofisticati e fragili”: “Condizionati dal benessere, crescono incapaci di vedere, di ascoltare, di amare, di adattarsi alla realtà…”; e sono dotati d’automobili veloci con cui spesso s’uccidono in incidenti stradali (p. 162). E sulla televisione l’autore ritorna più avanti, deplorandone la vacuità e nocività sociale di molte trasmissioni (tanto che qualche personaggio non la guarda mai), la spettacolarizzazione del dolore e l’invadenza di giornalisti e telecamere, “tutta gente che non mi va di vedere. Il dolore è mio, è nostro, ecco perché non mi va di farne cosa pubblica.” (p. 251)

L’opera si conclude con note finali del narratore, nelle quali — come in appendice — vengono precisate alcune vicende.

Anche se la forma espressiva contiene varie sviste, dal punto di vista grafico-editoriale il libro si presenta bene: è ben impaginato e facilmente leggibile grazie ai caratteri nitidi.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 2/2015]


Antonio Sartor, Feletto cielo e terra, Clan Verdurin, San Pietro di Feletto, 2015, pp. 45.

Il Feletto visto da Antonio Sartor

Nonostante la modestia grafico-editoriale e sporadiche imperfezioni linguistiche, il libretto Feletto cielo e terra d’Antonio Sartor (Clan Verdurin, San Pietro di Feletto, 2015, pp. 45) ha i requisiti per farsi apprezzare: le osservazioni fra cielo e terra, le descrizioni, la brevità, la chiarezza e la scorrevolezza.

Già la lode francescana Laudato si’… posta all’inizio c’immerge in un’atmosfera ecologica con l’intento di difendere il creato in tutti i suoi elementi, a partire dall’acqua. Anche papa Francesco recentemente ha iniziato una sua enciclica con queste due parole del santo suo omonimo. E, tanto per non cambiare, il Sartor, noto scrittore di Conegliano, ha ripreso come interlocutrici di questo racconto-saggio due personaggi ricorrenti nella sua produzione: due molecole d’acqua di nome Alla e Zalla, che chiacchierano d’un po’ di tutto: del Feletto e della sua etimologia dalla felce (latino filix), del clan Verdurin (che si rifà al clan Verdurin del romanzo Alla ricerca del tempo perduto di M. Proust, ma con pronuncia veneta), a partire dai responsabili d’esso Lia e Flaminio De Martin e dell’amico sacerdote Giuseppe Gregoletto, per passare poi ad altri personaggi legati alla zona, come don Nilo Faldon (di cui è ricordata la monografia sulla pieve rurale di San Pietro) e Giuseppe Mazzotti (di cui è presentato un profilo).

L’autore parla dell’incantevole paesaggio felettano, delle colture della vite e dell’ulivo (quest’ultimo scomparso per più di due secoli a causa d’una forte gelata nel 1709), del vino Prosecco al quale negli anni 60 dello scorso secolo è stata intitolata la “Strada del vino bianco” da Conegliano a Valdobbiadene, dell’antica pieve di San Pietro, oggetto di visite e studi per i suoi originali affreschi, d’altre chiese e dei capitelli, cioè edicole sacre di cui è costellato il territorio e che hanno attirato l’attenzione di pittori come Ottavio Curtolo, del passaggio di pellegrini che magari sostavano nei porticati delle chiese, della difficile vita dei contadini d’una volta angariati dai padroni, della povertà e delle malattie d’allora, di miti come quello del mazzariol, a cui con una punta d’ironia egli contrappone le fandonie dell’odierna televisione.

L’aver citato Cesare Marchi a proposito di quando eravamo poveri e di quando non lo siamo più gli richiama il dialetto d’una volta, con alcune sue tipiche espressioni che oggi sono scomparse o vanno scomparendo; e dal dialetto l’autore passa a considerare la lingua italiana d’oggi, svenduta dai troppi che preferiscono l’inglese: e al riguardo si può aggiungere che il problema della purezza della lingua italiana è stato presentato da Antonio Zappador all’assemblea straordinaria della Società Dante Alighieri il 22.3.2015 a Roma (cfr. “Pagine della Dante” di genn.-mar. 2015).

L’autore cita più volte il divino poeta, di cui si dimostra grande ammiratore, facendone quasi un nume tutelare.

Naturalmente un paesaggio del genere è stato ritratto da pittori come Cima da Conegliano, detto “il poeta del paesaggio”, Francesco Beccaruzzi e Tiziano stesso.

Dal Feletto l’autore allarga la sua osservazione ad altri centri di quella che definisce la “Piccola Atene” del Veneto per la presenza d’illustri personaggi fra Asolo e Vittorio Veneto: ad Asolo si ritirò la regina di Cipro Caterina Cornaro, riunendo in cenacolo rinomati artisti e letterati come Pietro Bembo, nella stessa Asolo è sepolta l’attrice Eleonora Duse, nell’abbazia di Nervesa mons. Giovanni Della Casa compose il celeberrimo “Galateo”, a San Pietro di Feletto veniva a villeggiare il cardinale Roncalli, poi papa Giovanni XXIII e santo, a Solighetto si ritirò la cantante Toti Dal Monte: senza dimenticare personaggi veneti come lo scrittore Giovanni Comisso, lo scultore Arturo Martini, il pittore Gino Rossi, il poeta Andrea Zanzotto, i pittori Gianna Buran e Gianni De Marchi, lo sceneggiatore Rodolfo Sonego che nel Feletto aveva casa e qui riceveva attori e registi. E ci sono stati premi letterari come il “Silver Caffè” di Conegliano (attorno al quale si ritrovarono scrittori del calibro d’Ungaretti, Chiara, Zanzotto, Calvino, Comisso) e quello di poesia religiosa “I versi di Dio” di San Pietro di Feletto, organizzato proprio dal Clan Verdurin.

L’autore, munito di macchina fotografica, fissa immagini e scene di vita del Feletto: i vari borghi che costituiscono il comune, l’ex eremo camaldolese di Rua e la lapide tuttora in bella vista che vietava alle donne il transito “sotto pena di scomunica”, l’affresco del “Cristo della Domenica” basato sul divieto di lavorare nei giorni festivi, i ricoveri agricoli ch’egli vede come musei della vita contadina, la lavorazione del baco da seta, l’abilità dei contadini d’una volta nel riparare da sé attrezzi e nel compiere altri servizi di manutenzione e restauro.

Il libretto, che contiene varie fotografie e disegni, si conclude con alcune testimonianze: due raccolte dallo stesso Sartor sul patriarca Roncalli (Vittorina Cesca riferisce sulla villeggiatura del futuro santo nel Feletto e la signora Lucia su una sosta con promessa d’aiuto fattale dallo stesso mentre si recava nella cappella delle suore di Paré, aiuto poi implorato e ottenuto in occasione d’una malattia risolta felicemente), e una di Giuseppe Liessi che delinea la storia del Prosecco.

Carmelo Ciccia

[“Dante sul ponte”, Treviso, dic. 2015]


Antonio Sartor, Il padre ritrovato, Piazza, Silea, 2018, pagg. 310, € 14.

In questi anni Antonio Sartor s’è specializzato nel “giallo”, pubblicando una serie d’opere di tale genere. Solo che il “giallo” del Sartor non è il classico poliziesco, in cui si va alla caccia spasmodica dell’assassino: qui non ci sono assassini. Le investigazioni di queste opere riguardano la ricerca di parenti, in particolare di padri e di fratelli.

Nel romanzo Il padre ritrovato l’investigazione riguarda non soltanto il padre — che fin dalle prime pagine è facilmente accertato anche grazie alle attuali tecnologie medico-scientifiche relative al DNA — ma anche diverse persone, vicende e ambienti coinvolti nelle conseguenze d’un errore giovanile, errore da cui scaturisce l’intera trama e che è giustificato sulla base d’una massima di Thomas Huxley: “Commettere qualche errore al principio della vita non è un male. Ne derivano anzi grandissimi benefici pratici”. Tale massima è posta in apertura del libro e nell’ultima di copertina, ed è ripetuta più volte nel corso della narrazione; e si può affermare che tutto il romanzo graviti su d’essa.

L’errore giovanile consiste nella consumazione d’un occasionale rapporto sessuale fra due liceali (in Italia), da cui poi (in Venezuela) nasce un figlio che, rimasto subito orfano della madre e presto anche dei genitori adottivi, più di vent’anni dopo — dietro precise indicazioni d’un suo protettore — viene in Italia e rintraccia il padre naturale, nel frattempo divenuto un affermato industriale con una duplice attività, sia nel settore dei giochi per l’infanzia sia in quello della vinificazione; e con lui, e poi anche con uno zio pur esso trovato, instaura una vita familiare che prima non aveva avuto e non poteva neanche immaginare, con comunanza di sentimenti e d’intenti.

Ora è chiaro che in questo romanzo ci sono molte cose su cui indagare: e stavolta viene introdotto un investigatore professionista, il quale s’assume l’incarico d’agire in Venezuela per far luce su ogni situazione che abbia determinato la precedente vita del figlio, anch’esso ritrovato. E la passione per l’investigazione è tale che non soltanto s’investiga su intere famiglie, o ciò che resta d’esse, ma ad un certo punto un investigato vuole investigare sul suo investigatore.

Tuttavia non c’è soltanto “giallo”: questo si vena di “rosa” quando ha inizio una delicata storia d’amore, poi felicemente conclusa (tanto che la narrazione termina con un matrimonio e la nascita di tre figli, a cui s’aggiungono il matrimonio del padre ritrovato e la nascita dei suoi due gemelli), così rendendo più articolata ed interessante la trama. A ciò concorre anche il filone viti-vinicolo, già presente in un precedente romanzo dello stesso autore, che sottende l’esaltazione della vocazione viti-vinicola del territorio di Conegliano (TV), luogo natio del Sartor dove si produce il rinomato vino Prosecco e dove si trova anche una storica scuola enologica: tutte cose espressamente citate in questo libro. E a tale filone si rifà l’inserimento del racconto che ha come protagoniste due molecole d’acqua chiacchierine che ogni tanto ritornano nella produzione del Sartor e che conversano graziosamente osservando una vendemmia: racconto scritto da un certo Toni (praticamente Antonio Sartor), amico del padre ritrovato, e letto alla festa della vendemmia qui riferita.

Oltre alle vicende, sono importanti anche la costruzione dei personaggi e la dinamica dei comportamenti umani, in cui l’autore rivela una buona conoscenza della psicologia, operando certi scavi psicologici. E non trascurabili sono i riferimenti ai nostri grandi scrittori ed in particolare le citazioni dantesche, presenti anche in questo lavoro, le quali attestano la conoscenza della nostra letteratura e la simpatia per la Divina Commedia. Addirittura un intero capitolo ha come sottofondo la famosa invettiva dantesca del canto VI del Purgatorio “Ahi serva Italia…”, quando il giovane venezuelano, interpellato su che opinione ha dell’Italia, si diffonde sul degrado umano, sociale, politico e culturale degl’italiani odierni, esprimendo una totale delusione per i tanti aspetti negativi dei comportamenti nostrani da lui notati.

In definitiva un libro siffatto — come i precedenti di quest’autore e pur con qualche pagina un po’ spinta — si legge molto volentieri proprio per la caratteristica del “giallo”, che è quella di coinvolgere il lettore fino a farlo quasi spasimare nel desiderio di conoscere quanto prima passaggi e conclusioni: una tecnica che il Sartor ha già dimostrato d’aver ben collaudata. Inoltre dal punto di vista grafico-editoriale il prodotto è allettante, perché si presenta in elegante forma, con solida carta, buona impaginazione e caratteri nitidi, che favoriscono la lettura. Ed è per questo che vanno giustificate le sviste di vario tipo, che ad ogni modo non incidono sul complessivo valore dell’opera.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2018]


Conclusa la parabola d’Antonio Sartor

di Carmelo Ciccia

La felicità di chi scrive

è il pensiero che riesce a diventare sentimento,

è il sentimento che riesce a diventare pensiero.

Thomas Mann

Questa sopra riportata è la massima stampata in apertura del libro Frammenti di fantasia d’Antonio Sartor, la quale può essere considerata il suo programma di riferimento.

Ora che s’è conclusa la parabola umana e letteraria d’Antonio Sartor (Conegliano 1932-2020) è giusto tracciarne un bilancio. Egli ebbe un’infanzia difficile per il fatto che perse la madre a tre anni d’età e che dovette affrontare e superare i pericoli e le ristrettezze della seconda guerra mondiale, riuscendo tuttavia a studiare economia e statistica pur senza arrivare alla laurea. Divenne quindi impiegato delle industrie Zanussi di Pordenone e Conegliano come analista di mercato; in tale veste compì delle missioni di lavoro in varie città, venendo a contatto con una moltitudine di persone, delle quali intimamente studiava caratteristiche, sentimenti, casi e situazioni: e questo gli giovò poi nell’attività di scrittore, avendo ben imparato a conoscere la psicologia della gente.

Andato in pensione e rimasto celibe, ebbe la passione della scrittura, alla quale pervenne con una buona formazione letteraria: spesso citava e recitava brani di celebri scrittori e particolarmente di Dante, del quale conosceva in modo apprezzabile la Divina Commedia. Il suo amore per la cultura, sempre perseguito, lo portò a far parte attivamente di diversi circoli culturali coneglianesi: l’associazione lirica “Pier Adolfo Tirindelli”, l’Officina dell’Arte, il comitato della Società Dante Alighieri e il susseguente Gruppo “Amici di Dante” - Associazione culturale di Conegliano, di cui divenne membro del consiglio direttivo e revisore dei conti.

Dopo aver pubblicato alcuni saggi relativi alle sue ricerche di settore, avendo partecipato ad alcuni concorsi letterari e ricevuto dei riconoscimenti si dedicò alla narrativa, pubblicando racconti in giornali e riviste. Quindi in una quindicina d’anni pubblicò dieci libri di narrativa, ottenendo lusinghiere recensioni, spesso apparse in importanti giornali e riviste come “Il corriere di Roma” di Roma, “Ricerche” di Catania, “Il convivio letterario” di Castiglione di Sicilia, “Talento” di Torino, “Le Muse” di Reggio di Calabria (alla quale ultima anche collaborò).

I libri di narrativa d’Antonio Sartor sono i seguenti: Appunti per un romanzo ovvero tutto fa idea (Ibiskos, Empoli, 2003), Mater semper certa est (ABiCiZeta, Tremensuoli di Minturno, 2007), Briciole di fantasia (Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2008), Mi chiamo Huca (Stravagario, Tremensuoli di Minturno, 2009), Frammenti di fantasia (Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2010), Tre senza due (Cooperativa Servizi Sociali, Santa Lucia di Piave, 2011), Dopo l’altra generazione (Stravagario, Tremensuoli di Minturno, 2013), Il doppio ritrovato (Piazza, Silea, 2014), Magica amicizia (Piazza, Silea, 2015), Il padre ritrovato (Piazza, Silea, 2018). Ad essi s’aggiunge il libretto di saggistica Feletto cielo e terra (Clan Verdurin, San Pietro di Feletto, 2015).

Il genere letterario seguito dall’autore è il “giallo”, ma non quello criminale e poliziesco, bensì quello semplicemente investigativo, con spasmodica ricerca e scoperta di qualcuno o qualcosa: un congiunto, una parentela, un episodio storico o familiare, un fondamento giuridico; e alle piccole e personali vicende s’associano avvenimenti e problematiche più consistenti, come guerra, razzismo, persecuzione, emigrazione, immigrazione. La tendenza per l’investigazione gli proveniva dal tipo di lavoro già svolto nella sua professione, basato proprio su ricerche e indagini.

Le trame sono ambientate in Italia o all’estero e possono essere reali, fantastiche o fiabesche, come ad esempio — fra queste ultime — il dialogo fra due molecole d’acqua più volte ripetuto. Talora titoli, temi e fatti narrati ritornano in opere successive; ma in ogni caso i personaggi hanno una grondante umanità, da cui traspirano rispetto reciproco, comprensione e solidarietà. E spesso viene alla ribalta il territorio settentrionale dell’autore, con le sue peculiarità: Veneto, Conegliano, Treviso, Feletto, scuola enologica, vendemmia, vino prosecco, clima, paesaggio patrimonio dell’UNESCO, di cui direttamente o indirettamente egli fa orgogliosa pubblicità; mentre a questo talora s’affianca e intreccia il territorio meridionale, particolarmente calabrese, con altri paesaggi, clima, peculiarità e occasioni di relazioni, scambi e amicizie. Anzi si può affermare che in tutta la sua produzione l’autore fa un’esaltazione dell’amicizia, la quale nel titolo d’un suo romanzo è espressamente definita “magica”. Né va sottaciuta la difesa dell’ambiente come prezioso dono della natura.

Antonio Sartor aveva effettuato diversi viaggi in Italia e all’estero, oltre che per lavoro anche per cultura e svago. È morto a Conegliano a causa d’un ictus cerebrale e complicazioni cardiache il 4 Luglio 2020, quando non aveva ancora compiuto 88 anni d’età. Negli ultimi tempi diceva d’essere diventato ateo e anche nei suoi libri difendeva l’ateismo, pronosticando l’imminente fine della religione cattolica a causa dello sbandamento di parecchi suoi ministri e della noncuranza o del formalismo imperante nelle nuove generazioni, ma aveva conservato il rispetto per i simboli e i riti della stessa Chiesa: e alla fine ha avuto un funerale cattolico.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2020]


Filippo Sava, L’altro Kipling, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2004, pagg. 106, s. p.

Il medico siciliano Filippo Sava ha raccolto in questo libro il succo delle discussioni svoltesi in seno all’associazione culturale “Opuntia” (nome scientifico del ficodindia), un sodalizio locale che ha voluto rinverdire la tradizione dei convivi o simposi risalenti a Platone, Ateneo, Dante e allo stesso Kipling come “ricerca intellettuale al solo fine della conoscenza”. È chiaro che negli intellettuali consapevoli la conoscenza deve mutarsi in coscienza: e quella che qui si porge è la ricerca dei simboli presenti nelle numerose opere del Kipling, in modo da costituire un mosaico riconducente al Simbolo in assoluto, che per l’autore “non è un’idea astratta, ma una realtà ed ha quindi una componente materiale”.

Rudyard Kipling (Bombay 1865 - Londra 1936) è stato considerato il cantore dell’Impero Britannico, tranquillo narratore e poeta che con le sue affascinanti opere ambientate nel caleidoscopico mondo indiano ha aiutato intere generazioni d’adolescenti a crescere all’insegna della fantasticheria e dello svago. Il libro della Jungla, Capitani coraggiosi, Kim, Racconti delle colline, I sette mari, ecc. sono suoi titoli tuttora conosciuti da molti ragazzi, anche quando divenuti adulti.

Tracciando la biografia di questo scrittore, Filippo Sava qui mette in luce che “per lui la qualità che più conta è il dominio, sia su se stessi sia su gli altri, e tale è la nota più spiccata dei suoi eroi e dei suoi animali preferiti”. Perciò, oltre il puro interesse letterario, il Sava e il suo gruppo con passione e pazienza hanno cercato ed esaminato i significati simbolici: e il risultato è questo libro, intitolato appunto L’altro Kipling, che s’apre con una breve ma concettosa presentazione di Giancosimo Rizzo.

Nella produzione kiplinghiana, qui passata in rassegna, attraverso i personaggi e gli episodi l’autore coglie i simboli celati, tutti riferibili alla militanza massonica dello scrittore indiano-inglese. Per questo il libro comincia con la poesia “La mia Loggia Madre” e si conclude con la poesia “Se”, la quale ultima costituisce il testamento dello scrittore stesso e meriterebbe d’essere incorniciata ed esposta in ogni casa per essere oggetto di meditazione continua, come si fa nelle case dei praticanti di yoga.

È così che i vari protagonisti (uomini e animali) vengono ad assumere ruoli da fratelli, apprendisti, compagni, maestri, secondo i simboli massonici di apprendistato, viaggio e maestranza; certi ambienti fungono da logge, certi discorsi e gesti diventano riti d’iniziazione: il tutto tendente all’ordine mondiale, basato su leggi biologiche, morali, civili e tecnologiche, in una visione generale d’uguaglianza, tolleranza, fratellanza e libertà. Ecco perché i racconti del Kipling vanno al di là delle favole d’Esopo e di Fedro e della Fattoria degli animali di George Orwell, a cui peraltro sono vicini.

In questo quadro l’autore difende la disciplina e il sacrificio, l’accettazione del proprio ruolo e lo svolgimento delle proprie mansioni, la subordinazione di ciascuno al suo superiore, nella consapevolezza che la diligenza e la fedeltà di tutti determinano l’ordine e il progresso della società, essendo ciascuno un ingranaggio di quel meraviglioso orologio che è o dovrebb’essere la società stessa. E l’opera si costella di massime massoniche, esaltanti la solidarietà.

La tolleranza ovviamente investe anche il problema religioso, una religiosità in senso lato, che, rifuggendo da fanatismo, superstizione ed ateismo, caldeggia un ecumenismo in cui convivano tranquillamente religioni diverse e in cui l’individuo lungo la stessa strada possa pregare ora ad un altare d’una religione ora ad un altro d’altra, e un matrimonio o funerale possa essere celebrato con riti di varie religioni senza suscitare scandalo o anatema. Nella sua concezione pluralistica, il Kipling immagina il viaggio dell’uomo come svolgentesi per varie strade e sentieri, tutti però confluenti in una strada maestra. E l’espressione kiplinghiana “le religioni sono come i cavalli, ciascuno è utile nel suo paese” viene assunta a massima universale, anche se il cappellano cattolico che l’ode pronunciare si mostra perplesso.

Dunque, quella che qui il Sava ci propone è un’esegesi nuova e perspicace, che potrebbe prendersi o come un’introduzione propedeutica alla lettura vera e propria o come un utile commento da allegare a posteriori ai volumi letti. In ogni caso è certo che il lavoro svolto dal Sava e dai suoi commensali (ché in verità le discussioni si sono svolte sempre intorno ad una tavola imbandita) ha il fascino dell’originalità e dell’iniziazione: l’autore ci guida per mano in un mondo oscuro e misterioso, che lui stesso va lumeggiando, fino ad approdare alla necessità del trascendente. In sostanza, simboli e miti appaiono indispensabili all’appropriazione d’una migliore qualità della vita, e come tali vengono proposti e caldeggiati. E, anche se a volte ci sembra d’imbatterci in forzature ermeneutiche, si finisce col dare ragione all’autore.

Il libro s’avvale d’una scrittura piana e scorrevole, nonostante la severità dell’assunto, la cui lettura è facilitata da una presentazione grafica che, pur con qualche svista di punteggiatura e qualche corsivo omesso, risulta apprezzabile perché fondata su capitoli brevi, caratteri evidenti e spazi bianchi, molto utili alla riflessione. Interessanti sono anche le dissertazioni giuridiche, in diritto privato e pubblico, che approfondiscono la ricerca, nonché i parallelismi col Goethe, nel commento del quale il Sava si dimostra buon traduttore e sensibile interprete, fornendo anche la simbologia universale di certi vegetali, quali arance e limoni, mirto e alloro.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2004]


Francesco Scattolin, Il fascio e la tiara / 1929: dal Concordato, il plebiscito, Istituto per la Storia della Resistenza, Treviso, 2002, pagg. 82, E. 8.

A breve distanza dal suo volume intitolato Assalto a Treviso. La spedizione fascista del 13 giugno 1921 (Cierre-Istresco-Canova, Verona, 2001), Francesco Scattolin ha pubblicato ora questo nuovo lavoro su Il fascio e la tiara / 1929: dal Concordato, il plebiscito, confermando il suo interesse di ricercatore concentrato sul periodo storico del fascismo, quasi a coronamento della propria lunga militanza antifascista e repubblicana.

In quest’opera egli delinea le fasi dell’avvicinamento fra Chiesa e Stato Italiano dopo la frattura risorgimentale, ma contemporaneamente traccia un quadro della progressiva occupazione dello Stato da parte del regime fascista. In sostanza egli dimostra che i Patti Lateranensi del 1929 furono il risultato d’un’alchimia diplomatica tendente ad ottenere reciproci vantaggi, a costo d’ignorare rispettivi principi e diffidenze. In particolare, Mussolini aveva bisogno del sostegno della Chiesa al suo programma occupazionale, che avrebbe dovuto essere (come poi fu) legittimato dal susseguente plebiscito dello stesso anno: pur con qualche riserva e tentennamento il clero gli diede quell’appoggio richiesto che col massiccio trionfo del SI alle elezioni spianò la strada alla dittatura. In questo trionfalismo, però, l’autore non trascura le note di dissenso serpeggianti più o meno visibilmente fra gli elettori delle città e delle campagne, nonché fra lo stesso clero, a volte anche alto, come nel caso di qualche vescovo.

La ricerca, preceduta da un’opportuna introduzione di Roberto Barontini, presenta una serie di documenti di notevole importanza, nazionali ma particolarmente relativi alla provincia di Treviso: telegrammi di Mussolini, di prefetti e d’altre autorità; ritagli di giornali, interessanti anche dal punto di vista strettamente linguistico, oltre che da quello storico; prospetti, schemi, statistiche. Ma ciò che la permea è ovviamente il pensiero dell’autore, che mira dritto alla dimostrazione della sua tesi, grazie appunto a questa inoppugnabile documentazione.

Certamente l’autore, non nuovo a tali studi, prima di scrivere, ha espletato tutta una serie d’indagini attente e scrupolose, dimostrando in modo evidente d’essere uno studioso serio, rigoroso e obiettivo: perciò è ammirevole il fatto che, pur essendo egli politicamente ben inquadrato, si astiene da posizioni faziose, lasciando invece parlare i fatti e i documenti.

Altra nota di merito va poi allo stile chiaro, scorrevole e corretto, col quale lo Scattolin pur trattando una materia a volte arida e ostica, riesce a dominarla e a coinvolgere e trattenere il lettore fino alla conclusione, offrendo molteplici spunti di riflessione. Il che non è cosa da poco, se si considera che lui è non uno storico militante, cioè un addetto ai lavori, bensì un medico-chirurgo, la cui passione per la politica e la storia, unita a solide basi culturali, ha prodotto un’opera come questa di tutto rispetto, consigliabile particolarmente alle scuole e alle biblioteche.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, genn.-giu. 2003]


Robert Schaub-Bonney Gulino Schaub, Il metodo Dante (traduz di Gianna Lonza), Piemme, Casale Monferrato, 2004.

R. e B. Schaub: Il metodo Dante

Molte sono state le chiavi di lettura della Divina Commedia attraverso i secoli, ma quella proposta da Roberto Assagioli ci sembra davvero originale. Essa ora è estrinsecata nel libro di Robert Schaub & Bonney Gulino Schaub tradotto da Gianna Lonza, intitolato Il metodo Dante e pubblicato da Piemme (Casale Monferrato, 2004). Gli autori sono tutti dei medici psichiatri, che per le loro terapie s’avvalgono appunto del “Metodo Dante”, ideato e sperimentato dall’Assagioli.

Roberto Assagioli (all’anagrafe Roberto Marco Greco) nacque nel ghetto di Venezia nel 1888 e morì a Capolona (AR) nel 1974 dopo alterne vicende che lo portarono dalla scuola viennese di Freud ad altra scuola svizzera, al carcere romano durante il fascismo, all’esercizio della sua professione in Firenze, con notorietà e pazienti curati in tutto il mondo. Egli s’allontanò presto dalla psicanalisi per fondare la sua “psicosintesi”, a cui poi s’attenne nella sua professione. Infatti delle sue opere si ricordano particolarmente Lo sviluppo transpersonale (Astrolabio Ubaldini, Roma, 1988) e Psicosintesi - Armonia della vita (Edizioni Mediterranee, Roma, 1981).

Nella sua teoria e pratica di cura egli riconosceva tre aspetti della personalità umana: quello biologico (teso alla sopravvivenza), quello sociale (teso ai rapporti col prossimo) e quello spirituale o superiore (teso alla consapevolezza e saggezza). In sostanza, il biologico si preoccupa di conservare la vita e cerca d’evitare per quanto possibile la morte, il sociale si preoccupa d’apparire meglio (vestiario, intelligenza, cultura, posto occupato, ricchezza, ecc.), quello spirituale rappresenta la risorsa interiore capace di riconoscere i nostri difetti e le nostre paure (ansie, depressioni, preoccupazioni e simili) e superarli grazie alla mente-saggezza che ci fa comprendere la nostra posizione nell’economia universale.

Ecco dunque che, seguendo verso per verso il viaggio del Pellegrino di Dante, l’Assagioli dà una spiegazione in chiave psicologica dei singoli passi: l’Inferno rappresenta la rassegna dei disagi e delle paure dell’uomo (derivanti da incontinenza, violenza e frode), il quale, anziché tentare la fuga, deve conoscerli espressamente e dettagliatamente per poi poterli superare; il Purgatorio, la lotta che ogni uomo deve fare per liberarsene e vincere; il Paradiso, il raggiungimento d’una vita totalmente appagante per la soddisfazione d’aver raggiunto la serenità superiore. Il tutto, appoggiandosi alla razionalità (Virgilio) e alla mente-saggezza (Beatrice), che danno un senso alla vita.

Nell’Inferno l’ignavia è un’indifferenza intesa come fuga dalla vulnerabilità umana, quella che ci fa o rifiutare una decisione o sottoporre noi stessi passivamente alle decisioni altrui, cercando l’oblio come fuga dalla realtà; l’incontinenza o ingordigia è una dipendenza ossessiva da sesso inteso anche come pornografia (lussuriosi), cibo inteso anche come alcolici, farmaci e droghe, televisione e videogiochi (golosi), denaro inteso anche come consumismo (acquisti inutili), lotterie e giochi d’azzardo (avari e prodighi), potere inteso anche come corruzione personale, sociale e politica (iracondi), la cui delusione porta ad una rabbia violenta e contagiosa. A sua volta, davanti alla città di Dite l’angelo rappresenta l’ingresso ad un livello superiore di coscienza. Proseguendo fra gli eretici, l’Assagioli esprime un giudizio sull’atteggiamento e il linguaggio di Farinata, nel quale vede un predicatore fanatico che ottiene obbedienza spaventando i seguaci, pur cogliendo il significato della predicazione di lui, che è quello d’indicare che un giorno il Pellegrino, a causa dell’esilio, entrerà in contatto con la propria forza interiore e conoscerà il vero scopo della sua vita. Note interessanti si hanno poi sulle categorie dei violenti distribuiti in tre gironi e dei fraudolenti distribuiti in due cerchi (dieci bolge e quattro zone). A questo punto seguono vari consigli sul come uscire dall’inferno delle proprie angustie.

Nel Purgatorio si riprendono le simbologie della cantica precedente relativamente ai vizi, alle paure e alle sofferenze, mentre si sottolinea che la progressiva agevolezza dell’ascesa del Pellegrino rappresenta l’acquisizione d’una maggiore consapevolezza del sé superiore e quindi un imporsi della mente-saggezza. La montagna perciò è simbolo della nostra trasformazione e crescita spirituale. E a proposito della sua spiaggia, in cui le anime indugiano ad ascoltare musica, si sottolinea come l’attuale civiltà proponga, specialmente ai giovani, il passatempo quale ideale di vita, e molti danno ascolto alle sue sirene. Quindi vengono dati vari suggerimenti per vincere le sofferenze indotte dai vizi, passioni e dipendenze varie. Potrebbe sembrare strano in un testo scientifico, ma uno di tali suggerimenti è la preghiera (ne sono accennati modalità e tempi), essendo dimostrato ch’essa concorre a rilassare, rasserenare, guarire. Inoltre si sottolinea l’importanza di dare uno scopo consapevole e spirituale alla propria vita, disponendoci ad affrontare le sue sfide senza rifiutarle, a cercare un giusto equilibrio fra superbia ed umiltà e ad accettare un ruolo nel piano divino, cioè nel destino dell’universo: in sostanza, a fare ciò ch’altrimenti si dice la volontà di Dio. E per quanto riguarda la lussuria — rilevato come la società odierna, piena d’“assatanati del sesso” (p. 164), inculca un’ossessione distorta e tormentosa della sessualità tramite televisione, cinema, stampa, pubblicità e Internet — gli autori ritengono che Dante con la sua allegoria del muro di fuoco e del benessere che l’attende al di là d’esso (Beatrice) voglia raccomandare di restringere i rapporti sessuali alle relazioni basate sull’amore per il/la compagno/a della vita, respingendo l’idea della “donna-oggetto”. E dall’incontro d‘anime prenderà le mosse un viaggio d’“educazione spirituale”.

Nel Paradiso si mette in evidenza la superiorità della mente-saggezza, che non esclude la mente razionale, ma la presuppone; e ad ogni modo ha bisogno d’una guida per la piena realizzazione della personalità, ad esempio una meditazione guidata che con la contemplazione porti all’acquisizione d’una coscienza superiore. In Dante, poi, gli autori notano l’importanza della luce o illuminazione, così pregnante in questa cantica e che rappresenta la metafora dell’ineffabile, cioè di ciò che sentiamo come mancante alla nostra vita e che — più o meno consapevolmente — vorremmo conseguire. In tutto ciò assume rilevanza il grande mistero dell’aldilà, e quindi il ruolo d’una religiosità non convenzionale, ma vivamente sentita e partecipata, con la quale orientarci “per lo gran mar dell’essere”, spinti dall’impeto della verità. E perciò qui si cerca di creare le condizioni per l’illuminazione, con l’aiuto dell’arte, della poesia e della musica, nonché della bellezza e del significato dei fiori (cfr. la rosa dei beati in Dante), del volontariato sociale (inteso come dono di bontà e carità, e quindi d’amore agli altri), degli esercizi spirituali in antichi monasteri in cui è immanente il senso del divino (e qui ritorna l’importanza della preghiera e dell’affidamento a Dio).

Da Dante a Firenze il passo è breve; e così il volume si conclude con un itinerario turistico-meditativo sull’arte sacra di Firenze, altamente capace — insieme con la musica — di produrre rilassamento, riflessioni ed estasi, cioè quegli stati di liberazione che qui vengono perseguiti.

Il volume è corredato degli esempi pratici di persone così trattate e dei loro positivi esiti, nonché — in mezzo o alla fine dei vari capitoli — di mappe, schede, quesiti e istruzioni per eseguire su sé stessi questo trattamento, praticamente basato su osservazioni, esercizi, meditazioni e riflessioni che lo avvicinano, anche se non identificano, allo yoga. In sostanza si tratta d’un’opera che non soltanto gli psichiatri ma anche i dantisti e i semplici lettori della Divina Commedia farebbero bene a leggere e possedere, per una nuova interpretazione dell’opera dantesca, ma anche per capire il senso profondo della propria esistenza e orientarla di conseguenza.

Peccato, però, che per una strana moda grafico-editoriale le terzine citate siano state stampate con allineamento al centro delle pagine, e non a sinistra, cioè non a bandiera, diventando perciò delle epigrafi che i cultori della poesia di Dante sono costretti a saltare per non confondere la poesia con l’epigrafia.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr. 2005]


Leonardo Selvaggi, L’indignazione poetica, “Pomezia-notizie”, Pomezia, pagg. 20, s. p.

Leonardo Selvaggi, che nella sua lunga attività culturale ha prodotto innumerevoli pubblicazioni, fra libri e articoli vari, in questo quaderno della collana “Il croco” si è lasciato prendere dall’“indignazione poetica” per manifestare le sue preoccupazioni circa il presente e il futuro, a fronte d’un passato certamente diverso. Nell’opportuna nota introduttiva Domenico Defelice avverte che il passato del Selvaggi è mitico, il presente caotico, il futuro apocalittico; e che questi versi possono riuscire sgraditi anche per lo stile.

Il titolo deriva da Giovenale I V 79, citato in epigrafe, dove il poeta latino afferma che, se la natura non dà l’ispirazione, è l’indignazione che fa il verso. Questo farebbe supporre che nella silloge ci siano versi veementi come i giambi d’Archiloco; ma ciò non avviene, perché l’espressione di Leonardo Selvaggi solitamente ha i caratteri della pacatezza.

Eppure si fa fatica a ritenere poesia questi versi, certo non per qualche anacoluto ivi presente, ma per il disordinato succedersi di frasi nominali, paratattiche, che hanno scarso respiro e si riducono a brevi o brevissimi lampi o pennellate. Soltanto quando i periodi si fanno chiari, completi e sintatticamente complessi, cioè in presenza d’un lessico accessibile e d’un’ordinata successione di frasi principali e secondarie, coordinate e subordinate, allora si può apprezzare la validità del dettato e l’elaborazione tecnica, sicuramente d’alto livello, frutto di profonda saggezza e cultura.

In riferimento al difficile periodo a cavallo della seconda guerra mondiale, che dal Salvaggi viene rimpianto nonostante le obiettive durezze d’allora (scarsezza di viveri, fioche lucerne, cappotti rivoltati, maglie di ruvidi filati, scarpe ricavate da borse e chiodate come zoccoli, ecc.), sono vari i motivi della preoccupazione del poeta: l’ossessione del sesso e l’imperversare del nudo, le droghe e le nuove malattie, il macchinismo, la metallica rumorosità, l’accumulo di rifiuti marcescenti in cui prosperano nugoli d’insetti fastidiosi e pericolosi, l’inquinamento, i dissesti ambientali e climatici, il declino della vera religiosità, il consumismo e gli sprechi; e poi i sempre più frequenti dissensi fra i coniugi, con troppe case trasformate in nidi di spine, la solitudine degli anziani vaganti nelle estati sempre più roventi di centri urbani degradati, le spiagge ridotte a carnai umani, le feste più sacre quali il Natale e la Pasqua svilite ad occasioni di consumismo e gozzoviglie, con truògoli traboccanti per ingozzarsi come maiali satolli e sciupare cibi che potrebbero servire ai veri affamati e bisognosi, mentre assenti rimangono lo spirito di Cristo e la voglia d’altruismo e di fare del bene. E se per il poeta il Messia è sprofondato “in lontananze abissali”, in una civiltà come questa Dio gli appare addirittura quale un gigante caduto.

Alla fine della lettura ci accorgiamo che quello che prevale in questi versi non è tanto l’indignazione archilochea, quanto un’amara riflessione. E se ne scaturisce una condivisione, allora ci accorgiamo pure che tale riflessione è utile, e anzi necessaria, nell’attuale momento e che Leonardo Selvaggi in qualche modo ha raggiunto un apprezzabile scopo.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia- notizie”, Pomezia, marzo 2006]


Leonardo Selvaggi, Vincenzo Rossi / Tra le voci più rappresentative della letteratura del Novecento, Centro Studi Letterari “Eugenio Frate”, Rionero Sannitico, pagg. 120, s. p.

Intraprendendo la lettura di questo libro, il lettore deve tener conto del particolare stile di Leonardo Selvaggi, per lo più fatto di frasette nominali, si direbbe di segmenti o pennellate, e dominato dalla paratassi, in un pullulare di parole e pensieri che non sempre hanno senso compiuto. Il lettore deve inoltre tener conto che in questo libro la virgola spesso — e magari nello stesso periodo — è chiamata a svolgere, oltre alle funzioni sue proprie, anche quelle d’altri segni di punteggiatura qualitativamente e quantitativamente diversi (due punti, punto e virgola, punto fermo).

Dopo questa necessaria premessa, non possiamo non rilevare l’importanza di questa monografia, che traccia con dovizia di notazioni il profilo di Vincenzo Rossi, uno scrittore al quale, per il fatto che ha dedicato la sua lunga vita ad un’elevata arte letteraria, il Selvaggi assegna un posto di rilievo. E dall’insieme delle pennellate più significative del Selvaggi si ricava il grandioso affresco dell’attività del Rossi e se ne percepiscono i pregi.

In quest’excursus critico-lirico l’autore concentra la sua attenzione particolarmente su tre opere, qui scandagliate in relativi capitoli o parti: il romanzo “Amore e guerra”, epopea della giovinezza del Rossi stesso, la raccolta di liriche “Respiro dell’erba / Voce delle rocce”, così piena di trasognante umanità, e il romanzo “Garibaldi”, che prende il titolo dal nome del suo cane-filosofo. Queste sono opere ben note, che hanno fatto il giro del mondo, ma l’autore accenna anche alle molte altre opere del Rossi. La relativa conclusione (capitolo o parte terminale del libro) è ovvia: Vincenzo Rossi è una voce rappresentativa del Novecento.

Molto efficace è il metodo d’analisi di Leonardo Selvaggi: l’autore alterna brani del Rossi (in corsivo) a propri commenti. In tal modo da una parte ripercorre o ricostruisce le vicende dei romanzi e l’essenza delle liriche, richiamandone i contenuti e la validità anche a chi li aveva già letti, dall’altra offre una lettura guidata delle opere del Rossi, favorendone la comprensione con le sue interpretazioni e considerazioni.

Certamente in una breve recensione non si possono riportare tutti i giudizi e le valutazioni di Leonardo Selvaggi su Vincenzo Rossi, molti dei quali sono così lapidari da rimanere impressi nella mente del lettore: “La grandezza del romanzo del Rossi consiste nella costante connessione tra la Natura e l’uomo” (p. 11). Infatti del Rossi l’autore indaga l’ambiente naturale, gli studi e la professione, il genere di vita condotto, il carattere, le privazioni, gl’ideali e le aspirazioni. Ne scaturisce il ritratto d’uno scrittore fortemente attaccato al suo Molise, ed in particolare alle Mainardi e al Cimerone, che con la loro asperità gli hanno fornito un carattere forte, aspro, irruente, ma sempre sincero e onesto: quello che si nota nei suoi personaggi, concreti, duri e istintivi, i quali lottano contro tutto ciò che è prodotto di falsità, d’inganno, d’odio, d’egoismo e d’avidità. Il Rossi è colto nei suoi ideali di giustizia e di pace, nel ripudio della guerra sotto qualsiasi forma presentata, nell’attrazione verso la bellezza umana e paesaggistica, nella contemplazione del mistero della vita e della morte, nella ricerca della poesia come fonte di benessere fisico, intellettuale e spirituale per sé stesso e per l’intera umanità.

Man mano che si legge questo libro, s’avvertono la convinzione e l’entusiasmo di Leonardo Selvaggi: egli crede fermamente in quello che scrive e che va delineando, tanto da immedesimarsi e coinvolgere i lettori. Ecco perché ad un certo punto il Selvaggi paragona la propria poesia a quella del Rossi, che ritiene di grande impatto sociale e che sente tanto vicino a sé e al suo mondo (p. 57); e, se da una parte definisce il secondo romanzo preso in esame “un testo pedagogico, letterario e didascalico” (p. 93), dall’altra conferisce un valore gnomico al suo lavoro, costellandolo di riflessioni e massime che alle pp. 55-56 sono espresse con un susseguirsi di metafore e che, pur parzialmente desunte dallo scrittore in esame, sottolineano l’elevatezza del pensare e dell’agire del Rossi, ma in definitiva scaturiscono dal medesimo mondo morale del Selvaggi e trasformano questo libro anche in un massimario utile particolarmente ai giovani. Perciò la sentenziosità del Selvaggi trova consonanza in certi epifonemi del fido cane Garibaldi, derivanti dalla saggezza dello scrittore Rossi: “... altro non siamo che il vibrare di una corda nel veloce passaggio dell’eternità” (p. 105).

Un posto di rilievo poi l’autore assegna alla cultura meridionale, che attinge ai grandi personaggi della Magna Grecia e che si manifesta nelle opere di Vincenzo Rossi — oltre che come cultura — anche come saggezza. Così pure mette in rilievo che il primo romanzo preso in esame esalta la storia risorgimentale, “che glorifica e costruisce la nostra coscienza nazionale” (p. 49). Tuttavia più avanti il Selvaggi si dimostra decisamente antirisorgimentale e antimonarchico (pp. 94-95), almeno per quanto riguarda le fallite aspettative di rinnovamento poste nello Stato unitario.

Infine si nota con piacere che la forma linguistico-espressiva, oltre a quanto rilevato in premessa, contiene soltanto qualche rara svista: il che, unitamente all’elegante aspetto grafico-editoriale del libro, invoglia alla lettura e contribuisce notevolmente alla conoscenza della personalità e delle varie opere di Vincenzo Rossi.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, lug. 2006]


Fortunato Seminara, L’Arca, Pellegrini, Cosenza, 1997, pagg. 200, £ 25.000.

Pubblicazione postuma dello scrittore calabrese: IL RITORNO DI SEMINARA

Lo scrittore calabrese Fortunato Seminara (1903-1984), oltre ad una serie di opere pubblicate con case editrici del Nord (quali Rizzoli, Einaudi, Garzanti) e altre del Sud (quali Sciascia e Pellegrini), ha lasciato una serie di opere inedite, il cui diritto di pubblicazione è stato ora acquistato dall’editore Pellegrini di Cosenza. La scelta di questo editore è certamente indovinata, non solo perché rende omaggio ad uno scrittore rappresentativo della Calabria, ma anche per la qualità dei suoi scritti e la sua rinomanza.

Il romanzo L’Arca (Pellegrini, Cosenza, 1997, pagg. 200, £ 25.000) è la storia d’un personaggio che dal nulla è venuto accumulando ricchezze sopra ricchezze, invischiandosi disinvoltamente in operazioni commerciali e finanziarie ardite e molto al di sopra delle sue possibilità, fra cui principalmente la costruzione d’una raffineria d’olio nella Piana di Gioia Tauro, chimera della sua vita. Accanto al protagonista si muovono diecine di altri personaggi di paese e di città, che sembrano marionette nelle mani d’un burattinaio.

L’ingenuo tentativo del protagonista, portato più alla fantasiosità che alla concretezza (si veda a pag. 179 quando vuole produrre liquori o riunire gruppi di scienziati per studiare nuove formule o punta sulla risorsa del petrolio), è l’antesignano del progetto d’industrializzazione della Calabria, poi fallito. Se ne rende conto lo stesso protagonista, che ad un certo punto afferma: “— È il primo tentativo serio d’industria in Calabria. Per adoperare qui la forza di lavoro, che è l’unica nostra ricchezza. Se non arrestiamo l’emigrazione, la Calabria si spopola, si dissangua e diventa un deserto; le nostre terre rigogliose, ora coperte di agrumeti e oliveti, si coprono di rovi —.” Parole sante, ma che scadono sulla bocca d’un personaggio siffatto, incolto e goffo, anche se non possono non far riflettere chi le legge. Perciò, accanto all’impreparazione, all’improvvisazione e spesso alla comicità del paesano affiorano la grettezza e l’incoscienza dei cittadini, professionisti e politicanti trafficoni, tutti tesi esclusivamente al proprio “particulare”.

La Calabria, regione aspra e dai difficili collegamenti, non è riuscita a tenere il passo con le altre regioni sia pure meridionali. Ciò ha causato una forte emigrazione, che ha tolto ad essa la necessaria linfa e di cui nel romanzo c’è traccia. In questo romanzo il Seminara, al di là della polemica, ha presentato una situazione così com’è o perlomeno com’era ai tempi della vicenda, dalla fine della prima guerra mondiale agli anni ’60. E anche se a volte invoca miracoli ciò avviene ironicamente in un contesto in cui i grandi personaggi del passato sembrano solo nomi per riempire la bocca: “— Questa volta deve compiere prodigi la patria di Gioacchino da Fiore e di S. Francesco di Paola.” (pag.154); come assume un sapore d’ironia anche l’appassionata descrizione del paesaggio calabrese con ripresa del concetto del prodigio: “— Meravigliosa questa nostra Calabria! Per la varietà della natura: monti, piano e mare, monti che si specchiano nel mare; delle piante, dei frutti, degli odori e dei sapori. Per la varietà della sua popolazione: contadini, poveri e ricchi feudatari, santi taumaturghi e scagnozzi licenziosi. Terra di prodigi!” (pag.165)

Per quest’opera indubbiamente si può parlare di verismo, ed il confronto col Verga viene spontaneo, non solo per la statuaria creazione d’un personaggio primitivo, tutto teso alla roba e impastato di materialità, ma anche per la tecnica narrativa. Si capisce subito che all’autore non interessano le grandi analisi psicologiche, bensì i fatti: il romanzo scorre velocemente con una serie di episodi che si sviluppano continuamente l’uno dall’altro e attanagliano il lettore.

Eppure la corrispondenza fra Mazzarò (personaggio del Verga) e Petullà (personag- gio del Seminara) non è proprio perfetta: per il primo, che mangiava solo pane e cipolla e di donne non aveva conosciuto altra che sua madre, la roba non era ricchezza né benessere, ma solo senso del possesso, un’astratta divinità da possedere, incrementare e adorare; mentre per il secondo essa è smania di grandezza e di comando, potenza, ricchezza, benessere, belle donne, mondanità, vita fatua. E se Mazzarò disprezzava decisamente blasone e nobiltà, altrettanto decisamente Petullà cerca l’onorificenza di commendatore e il passaggio alla nobiltà anche tramite l’inafferrabile titolo di studio d’un figlio. Soltanto verso la fine egli s’accorge che la sua costruenda raffineria poteva essere un fatto sociale, quando in essa — divenuta vera e propria arca di Noè — s’installano gli alluvionati, coi quali egli può far lega per tentare di evitare lo sfratto da parte della nuova ditta proprietaria.

Egli aveva difeso coi denti la sua proprietà e il suo sogno, diventando un prototipo di litigiosità: aveva bazzicato con vescovi e mezzane, con parroci e prostitute, con partiti di maggioranza ed altri d’opposizione, cercando di vendersi al migliore offerente, lui ch’era diventato sindaco per tentare ogni cosa pur di realizzare il suo sogno, arrivando perfino a non più disdegnare i contatti con l’Onorata Società. Il suo errore più grave è stato quello di confidare troppo nella sua furbizia e nelle sue doti di maneggione. E alla fine, indebitato fino al collo, muore prono e con la bocca piena di fango, quasi a voler dire come Mazzarò “roba mia, vientene con me!”, ma anche ad evidenziare il suo destino di vinto.

A questo punto resta da chiarire se L’Arca è un romanzo semplicemente veristico o anche sociale. Indubbiamente l’autore sembra più interessato a descrivere personaggi e fatti com’erano; però anche in questo caso è utile un riferimento al Verga, il quale nella premessa del romanzo Dal tuo al mio ammise di aver fatto opera sociale col descrivere la vita qual è. Peraltro quest’indirizzo era tipico di tutta la narrativa verista. Ed è per questo che L’Arca risulta un’opera altamente sociale, su cui dovrebbero riflettere quelli che avendo capacità e responsabilità per tanto tempo hanno trascurato di far imboccare alla Calabria la giusta strada del progresso.

Infine, qualche nota sullo stile. La scrittura di Fortunato Seminara rifugge da leziosaggini e ricercatezze varie: è semplice e stringata, pur non essendo mai sciatta. La lingua è quella corrente, con qualche termine tecnico e qualche altro attinto dal mondo contadino. L’opera, chiara e scorrevole, si legge con piacere, anche perché l’edizione è di prestigio.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 15.II.1999]


Luca Serianni (a cura di), Storia della lingua italiana per immagini, Edimond, Città di Castello, 2010-12, pagg. CXXI + 974 = pagg. 1095, € 39 x 6 = € 234.

“Storia della lingua italiana per immagini”, collana diretta da Luca Serianni

Un’Opera scientifica monumentale consigliata a studiosi, amatori della lingua e biblioteche

Nel 2003 la Società Dante Alighieri – Comitato Centrale di Roma organizzò la mostra itinerante intitolata “Dove il sì suona”, con inizio nella galleria degli Uffizi di Firenze e séguito in diverse città italiane e straniere. Nel 2010, in occasione del 150° dell’Unità Italiana, la Dante diede mandato a Luca Serianni, docente di storia della lingua italiana nell’università “La Sapienza” di Roma e vicepresidente della stessa Società, di raccogliere, incrementare e ordinare il materiale di quella mostra e con la collaborazione d’altri studiosi di ricavarne una collana di volumi. Ed è così che è nata la monumentale opera Storia della lingua italiana per immagini con direzione scientifica di Luca Serianni (Edimond, Città di Castello, 2010-12, pp. CXXI + 974 = pp. 1095, € 39 x 6 = € 234).

I sei volumi sono:

I. Dal latino all’italiano contemporaneo a cura di Stefano Telve (2010, pp. XX + 140);

II. L’italiano letterario: fondazione e modelli a cura di Matteo Motolese e Alessio Ricci (2011, pp. XXI + 142);

III. L'italiano letterario: poesia e prosa a cura di Giordano Meacci e Francesca Serafini (2011, pp. XX + 183);

IV. L'italiano nella società a cura di Giuseppe Antonelli e Danilo Poggiogalli (2011, pp. XX + 166);

V. L'italiano e le altre lingue a cura di Leonardo Rossi (2011, pp. XX + 185);

VI. L'italiano illustrato a cura di Lucilla Pizzoli (2012, pp. XX + 158).

D’acchito ci s’accorge che si tratta d’un’opera fondamentale per la conoscenza della lingua italiana, di cui si seguono gli aspetti e l’evoluzione dall’epoca del latino ai nostri giorni. L’uso di termini specialistici e d’altri esteri non sempre graficamente differenziati, che costringono il lettore a leggere tenendo accanto alcuni dizionari, fa supporre che essa sia destinata agli specialisti; ma con tutto ciò anche il lettore medio può giovarsene, una volta che riesca a superare il disagio provocato dall’insolita forma perfettamente quadrata dei volumi, che nelle pagine in cui non vi sono immagini e v’è soltanto scrittura rende difficile seguire fino in fondo righe così lunghe.

L’originalità del lavoro consiste nel fatto che come fonti della ricerca vengono assunte testimonianze scritte e orali, prodotte da potenti e umili, colti e incolti: non soltanto testi letterari, tanto che a volte sembra di trovarsi davanti ad una storia della letteratura italiana, ma anche rogiti notarili, diari di viaggio, lettere mercantili, lettere private, messaggi elettronici, appunti e note varie, anche di carattere burocratico, militare, religioso, professionale; e l’esame investe pure i dialetti, le lingue classiche e quelle estere.

In questo contesto, particolare importanza sembrano rivestire le pagine riservate all’onomastica (vol. IV), dato che questa branca di studi vien fatta giustamente rientrare — sia pure in appendice — nella linguistica, e quelle relative alla presenza delle lingue estere nell’italiano. In tali pagine si trovano anche numerose etimologie di nomi propri e comuni; e in più viene esaminata la diffusione dell’italiano all’estero, non soltanto con la traduzione e stampa di testi italiani, ma anche con l’uso della lingua italiana da parte di parecchi stranieri in corrispondenze epistolari (ad es. Rubens, Goethe padre e figlio, Mozart padre e figlio, Voltaire, Stendhal, Joyce, ecc.) e perfino nella stipula di trattati internazionali, sottolineando pure la presenza dell’italiano nelle lingue straniere in massima parte mediante adattamenti e calchi: a parte il fatto che l’italiano era lingua di corte a Dresda, Vienna e altrove.

Quanto alla diffusione attuale dell’italiano all’estero, relativamente alla quale non mancano statistiche e valutazioni, si mette in rilievo che essa è facilitata dalla nostra televisione, essendo tanti nostri programmi attraenti, anche per il fatto che inculcano l’idea d’un’Italia colta, moderna e benestante; mentre per quanto riguarda l’inglese si nota giustamente che la sua espansione è dovuta più che altro a motivi economici e politici.

A questo punto, però, si può obiettare che non viene lanciato un allarme circa la massiccia invasione degli anglo-americanismi nella nostra lingua. Se è vero che in passato l’egemonia linguistica era del francese, i termini provenienti da questa lingua venivano quasi tutti italianizzati, cioè adattati alla grafia e alla fonologia italiana, così contribuendo ad arricchire l’italiano (checché ne dicessero gli avversari puristi, così chiamati proprio con un francesismo), e pochissimi termini restavano in forma originale, come rendez-vous (per “appuntamento”) e altre espressioni della moda, della musica e della gastronomia. Invece ai nostri nostri giorni le valanghe di parole anglo-americane — frutto d’una morbosa passione degl’italiani verso tutto ciò ch’è anglo-americano (lingua e onomastica, letteratura e musica, cinema e modo di vivere in generale) — costituiscono un vero pericolo, perché stanno snaturando la lingua italiana.

In coerenza col titolo Storia della lingua italiana per immagini, di non secondaria importanza è poi l’amplissimo corredo iconografico, dal Serianni definito “ricostruzione visuale” della nostra lingua. Esso è non limitato all’ultimo volume (vol. VI), ma esteso a tutti i volumi, nei quali le fotografie — spesso a colori vivaci — ritraggono originali rarissimi e non facilmente accessibili: cosa che rende particolarmente plausibile il lavoro degli autori, che si rivelano esperti anche in paleografia e diplomatica. Le immagini poi assumono anche il compito d’alleggerire dei testi per loro stessa natura non sempre semplici e chiari; e l’alleggerimento prodotto è sicuramente tangibile, dato che esse in queste grandi pagine tolgono spazio alla scrittura e riducono le parti scritte, dando respiro e facendo divagare gli occhi e la mente. In particolare il vol. VI — vero e prezioso album fotografico a colori con ampie didascalie — è una ripresa, sintesi e spiegazione dei testi (oltre che delle illustrazioni) dei volumi precedenti, offrendo un ripasso e riepilogo dei dati forniti e cronologicamente scanditi; e per la sua struttura piace perch’è facile da scorrere e leggere.

Si nota poi che questa storia della lingua italiana s’intreccia con quella civile (sociale, religiosa, militare, economica, culturale…) d’altri popoli, quando descrive la loro espansione territoriale o parla di capi politici, militari e amministrativi: l’esempio tipico è quello degli arabi con la loro espansione ed infiltrazione presso parecchi popoli.

Ogni volume s’apre con presentazione e introduzione e si conclude con un’ampia bibliografia e indici. Infine l’aspetto grafico-editoriale — a parte quanto già detto a proposito della forma quadrata — è davvero eccellente: per l’impaginazione, per la qualità della carta e per l’uso dei caratteri. Perciò l’opera va consigliata agli studiosi, agli amatori della lingua e alle biblioteche.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Motta S. Anastasia, febbr.-marzo 2014]


Carlo Silvano, Voci villorbesi, YouCanPrint, Lecce, 2019, pagg. 130, € 10,00.

Carlo Silvano è un intellettuale campano che da parecchi anni vive e opera a Villorba (TV), dove presto è divenuto parte attiva della locale comunità, distinguendosi in campo culturale e sociale anche come autore di diversi libri: fra l’altro è difensore della lingua italiana e dei valori risorgimentali, oltre che del messaggio cristiano. Ora il suo libro Voci villorbesi vuol essere una testimonianza dell’operosità e dell’attivismo culturale che caratterizzano il comune di Villorba, presentando attraverso saggi e interviste alcuni dei personaggi di tale località, nella quale fra l’altro agiscono varie realtà associative, quali la sezione dell’associazione “Trevisani nel mondo” e i circoli “Matilde Serao” (affiliato all’associazione “Nizza italiana”, promossa dallo stesso Silvano) e “Lina Merlin”.

Dopo la nota introduttiva dell’autore, c’è un saggio del defunto Luigi Giovannini, che ricorda la figura del proprio padre, fabbro della locale cartiera, ma anche operaio e minatore all’estero (Francia, Belgio, Svizzera, Germania), dove con destrezza impara le varie lingue e si costruisce un avvenire. Il Giovannini ne segue gli spostamenti, ma soprattutto esalta l’abilità professionale del padre, di cui descrive con ammirazione le mani spellate e screpolate: segno della dedizione al lavoro e d’un’epoca ormai tramontata.

La prima intervista è fatta alla poetessa Adriana Michielin, già segretaria della sezione dei “Trevisani nel mondo” e presidente del circolo di lettura “Matilde Serao”. La Michielin non soltanto parla della sua infanzia e del suo impegno sociale e culturale, ma si sofferma sulla sua poesia, spiegando particolari relativi all’ispirazione e al significato. Inoltre inserisce alcune sue composizioni in cui si notano la delicatezza d’animo e la capacità compositiva: i sentimenti sono profondi, i versi ben tagliati, la punteggiatura in ordine. Perciò ci si rammarica per il fatto che il numero dei testi presentati, per ovvi motivi editoriali, sia così limitato, augurando che presto venga pubblicata una sua silloge.

L’intervista all’artista Renzo Fabris focalizza la sua personalità fin dalla sua formazione in collegio, soffermandosi poi sulle caratteristiche della sua arte, sulla sua attività e sulle sue preferenze. Egli preferisce l’arte figurativa e ammira soprattutto Raffaello, che cerca di seguire sempre perché di fronte alle opere di lui prova un senso di beatitudine. Certamente non apprezza e non segue artisti come Picasso. Accenna anche a questioni linguistiche: non capisce perché oggi si parli un miscuglio di dialetto, italiano e inglese, quando sarebbe logico che queste tre lingue all’occorrenza si parlassero separatamente. A corredo dell’intervista ci sono le riproduzioni d’alcune belle opere di questo artista.

L’intervista a Renato Perazzetta, già politico di rilievo e assessore ai servizi sociali, tratta della nascita della Casa per anziani – Centro diurno “Gino e Pierina Marani”, seguendone le vicende e mettendo in luce il suo costante impegno per essa, della cui realizzazione si sente orgoglioso, anche perché la stessa ora s’occupa anche del servizio di assistenza domiciliare integrata.

L’intervista a Massimo Valli, esponente della pastorale familiare oltre che maestro della corale parrocchiale, sulla base della sua esperienza di padre colpito dalla morte d’un figlio neonato, già compromesso durante la gestazione e pur voluto, porta alla ribalta tematiche relative alla genitorialià, all’accoglienza dei figli come dono di Dio, al rifiuto dell’aborto e dell’eutanasia, alla famiglia, al diritto alla vita, alla sofferenza e alla morte secondo il pensiero cristiano. L’intervista, piuttosto lunga e dettagliata, è in latino, con inserite anche frasi in caratteri greci (qualcuna anche in ebraico); e quindi documenta anche una forte passione per la cultura classica nonché una notevole abilità a comporre ed esporre agilmente in latino argomenti così complessi. Di questa intervista esiste anche una traduzione in italiano (non letterale) in appendice; ma è un peccato che questa in italiano, per l’importanza dei temi affrontati e delle opinioni espresse, non sia stata posta fra le altre in italiano, in modo che potesse avere una migliore visibilità e una più larga fruibilità; mentre sarebbe stato opportuno che in appendice fosse messa quella in latino, trattandosi d’una lingua diversa dall’italiana, lingua nella quale sono scritte tutte le altre interviste.

L’intervista a Rosi Mion è più che altro una testimonianza sul carattere e le altre doti del defunto don Franco Marton, esaltando un’amicizia durata trentacinque anni e foriera di notevoli apporti umani e religiosi; e dello stesso sacerdote nelle pagine successive si riporta un testo in difesa dei carcerati, denunciando le pessime condizioni di vita nelle carceri e il relativo disinteresse non soltanto delle autorità ma anche dei cittadini, ed in particolare dei cristiani, i quali così ignorano la catechetica opera di misericordia corporale che impone di “visitare i carcerati”.

In prosieguo, dello stesso don Franco Marton si riportano due relazioni da lui tenute in pubblico: una con la sintesi della testimonianza dell’arcivescovo Marcello Zago, superiore generale della congregazione del Missionari Oblati di Maria Immacolata (Villorba 1932 – Roma 2001), sulla genesi dell’enciclica Redemptoris missio, in gran parte redatta dallo stesso Zago, e un’altra sull’origine evangelica della dottrina sociale della Chiesa.

L’ultimo pezzo prima dell’appendice riguarda le sante Rita da Cascia e Giovanna d’Arco, il cui impegno a favore della collettività dovrebbe servire, secondo l’autore, da esempio per i villorbesi, presso cui è vivo il loro culto.

L’espressione in lingua italiana è chiara, scorrevole e accessibile a tutti, mentre la forma grafico-editoriale è ordinata ed elegante.

Carmelo Ciccia

[“Talento”, Torino, n° 1/2020]


Lorenzo Simeone, Forse poesia, L’Autore libri, Firenze, 2005, pagg. 80, € 9,40.

In questa silloge di versi l’autore propone ricordi, esperienze e riflessioni, costituendo in definitiva una rassegna d’illusioni e delusioni, di gioie e dolori, di speranze e ansie. Eppure, al di là del contenuto, quello che colpisce il lettore è il tono sommesso, si direbbe tenue, del suo poetare, che raramente usa espressioni forti e che s’affida per lo più ad una lene musicalità a volte fondata su rime (anche interne) e assonanze.

Il Simeone è giunto ad un’età in cui è facile esprimere saggezza, parlando quasi per proverbi. Ma egli ha al suo attivo una vita d’indagine e meditazione sul dolore, oltre che di peregrinazioni turistiche. E, se il suo cuore s’allarga fra incantevoli paesaggi o fra monumentali e storiche località, ecco allora che affiora in lui, insieme con il sentimento, anche il ragionamento, un parlare con sé stesso alla ricerca del perché delle cose e della sua stessa vita, in cui l’eros ha una parte rilevante.

È chiaro, però, che quando il ragionamento diventa assillante, magari se intriso di frequenti domande retoriche, allora il rischio è quello di produrre prosa, anziché poesia; e perciò l’autore avrebbe potuto fare una cernita più severa della sua produzione, anche se s’intuisce che egli ha voluto inserire nella silloge tutto ciò che esprimesse i suoi vari stati d’animo, in modo da costituire quasi un album di momenti di vita e di pensiero da presentare ad amici e conoscenti.

La prevalenza del raziocinio si verifica più facilmente nella descrizione delle varie città estere dall’autore visitate, dove egli non si limita a osservare e raccontare, ma interviene a valutare sé stesso e gli altri. Ciononostante in questa che si potrebbe definire poesia di viaggio si trovano degli squarci, a volte a carattere epifonetico, che, ancorché arditi, brillano e caratterizzano. Ad esempio, “Istanbul è / come l’espressione delle donne / dopo l’amore / dopo l’orgasmo, / prima della libidine”; in Marocco “Allah dovunque” fa sentire quasi un’ossessiva presenza; a Lisbona, come in altre città (Roma, Berlino, Rangoon, Casablanca...), c’è il trionfo dell’amore sensuale, cercato e vissuto in mille occasioni, dando all’autore il motivo per concludere coi versi “Amore che t’inseguo / perché io ti cerco / perché io vivo di te”; e, mentre al Cairo egli ha occasione d’esclamare iperbolicamente “Oh Egitto, nubifragio / di faraoniche voluttà / disteso per sempre / su stuoia di miseria / e ricchezze eterne”, a Madrid definisce questa città “arcobaleno di peccato, / treno di ingratitudine / paseo incolore”; e così via dicendo, per chiudere questa carrellata sul deserto dell’Afganistan, con un suggestivo pensiero che costituisce la conclusione dell’intera silloge: “Forse Dio affida / il mistero della vita all’uomo / perché sa che solo lui / potrà custodirlo / dentro l’anima / ma mai rivelarlo”.

Complessivamente, dunque, grazie anche all’eleganza grafico-editoriale, questa silloge risulta interessante, anche se a volte sarebbe stata opportuna una punteggiatura più coerente.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, sett.- dic. 2007]


Vito Sorrenti, Amebeo per Euridice, A.G.A.R., Reggio di Calabria, 2009, pagg. 112, € 20,00.

Questo poema o silloge poetica è un coacervo di cuore, mente e arte: il poeta presenta e lamenta varie violazioni dei diritti umani, dei quali esige dalla comunità internazionale il rigoroso rispetto. Il poeta ha scelto la forma dell’amebeo, componimento usato dai classici nel quale s’alternano due o più voci, qui confluendo anche in una corale, ma lo ha inframmezzato di normali liriche, che meglio esprimono sentimento e musicalità: infatti giocoforza l’amebeo — intriso com’è di narrazioni, asseverazioni, assiomi, domande retoriche, condanne, preghiere, implorazioni ed esclamazioni — spesso si rivela prosastico.

Eppure questo libro del Sorrenti è d’altissima valenza umana, morale e sociale, prima che poetica, e non per nulla ha ricevuto dei significati riconoscimenti, anche per singoli componimenti in esso inseriti: come nel caso di “Corale per i luoghi dolenti”, che nel 1963 ottenne il 2° posto al Premio “Città di Mestre” e un lusinghiero giudizio del presidente della giuria, Bruno Rosada. Esso è sommamente apprezzabile per il bene che si propone di fare al mondo, nell’auspicio che tutte le richieste vengano accolte dai responsabili.

Il poeta considera con profonda indignazione una serie di lutti che hanno funestato l’umanità per colpa di certi uomini: astio fra ebrei e palestinesi, deportazioni e campi di sterminio, strage di Racak, missioni pseudo-umanitarie con bombardamenti a tappeto, uccisioni a Kabul, distruzione delle Torri Gemelle di New York, strage dei bambini di Beslan; ma ci sono anche gli abbandoni dei vecchi, le violazioni dell’infanzia sfruttata e afflitta, le violenze contro le donne, lo sfruttamento delle prostitute lungo i viali, la fame e la miseria nei paesi africani, lo spaccio delle droghe, gl’incidenti stradali provocati dalle trasgressioni, il dissesto ambientale.

Egli nota che “l’inferno è in ogni angolo di mondo” (p. 25), “Ogni luogo è sconvolto / [...] / Ogni ora è funesta / [...] / Ogni luce s’oscura” (p. 26), “I poveri, i disoccupati, gli emarginati / hanno fame [...] / sono intristiti / [...] / sono gli esclusi senza voce” (p. 27), “il rombo del rambo / rimbomba sinistro”, per la qual cosa oggi si vive “verso l’inevitabile meta” (p. 35), che più avanti diventa una delle “mete / di effimera luce” (pp. 37 e 44), mentre noi siamo “viandanti di passaggio” (p. 37). Siccome “la linfa s’aggruma / in grumi di brace”, il poeta si chiede “dov’è la sacralità della vita?” e conclude: “Nessuna ragione, se vuole essere umana / può edificare sul sangue dell’uomo” (p. 43). E poi egli rivolge una preghiera a “Dio / Luce dell’esistenza / Nutrimento dell’anima / Domani quotidiana sofferenza / Essenza di trasmutazione / Della coscienza / Strumento di trascendenza.” (p. 48); mentre rileva che accanto alla gloria degli eroi bisogna cantare in poesia i non eroi che subiscono le “guerre giuste” (p. 50).

Perciò il Sorrenti canta “l’angoscia, lo sgomento, il lutto / di chi ha visto andare in pezzi / il suo pezzo di cielo” (p. 51); e, quando ad una madre si presenta un agente comunicante la morte d’un figlio, il poeta le dice: “il tuo sorriso di madre / sarà spento per sempre” (p. 52) a causa di “lacerti di giovinezza / disseminati sull’asfalto” (p. 53). Egli pena ancora “per la testa mozzata in presa diretta” e osserva un’infinità di “ferite [...] ferite [...] ferite ” (p. 57), mentre dichiara che “Mai vibreranno le corde della mia lira / per incielare statisti imbonitori / al servizio degli affari e del profitto” (p. 71). E perciò le parole più ricorrenti nel libro sono: astio, lutto, stirpe e razza (eletta o funesta), uncino e uncinare, grumo e aggrumare, rostro.

In apertura d’ogni amebeo il poeta ha posto un epigramma, suo o altrui; e a volte nei testi si trovano echi della Bibbia, di Simonide, Dante, Montale, Quasimodo... Ma il pregio di questo lavoro consiste particolarmente nella musicalità che spesso si percepisce, dovuta alla struttura dei versi, alle numerose rime e assonanze anche interne, ad allitterazioni, anafore, vocaboli arcaici e altri ritrovati tecnici, che fanno del Sorrenti un poeta provetto.

Il volume è arricchito dalla prefazione di Mauro Decastelli, dalla postfazione d’Antonietta Benagiano e da testimonianze e giudizi critici d’altri scrittori. Dal punto di vista grafico-editoriale esso si presenta elegante e ben curato, corredato com’è di belle illustrazioni a colori dei pittori Tintoretto, Caravaggio, Carracci, David, Moreau, Rubens e Van Dyck, e di quelle in bianconero degli scultori Oliveri, Anonimo e Grillos.

Tuttavia, in una successiva edizione bisognerà correggere i seguenti errori: bianchi lenzuola (p. 28), allesta (p. 30), inerme farfalle (p. 50), quel atroce (p. 63), scomparire (invece dell’imperativo scompari, p. 64), ali tarpati (84), adut (86). Inoltre il verbo accimare, usato più volte, è dialettale; mentre s’uno (invece di su uno, p. 84) è ambiguo, potendo essere inteso anche per se uno.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2010]


Alvise Spadaro, Caravaggio in Sicilia (Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2006, pagg. 188, s. p.

CARAVAGGIO IN SICILIA D’ALVISE SPADARO

Alvise Spadaro, laureato in architettura e ispettore onorario ai monumenti antichi, ha al suo attivo numerose pubblicazioni d’interesse artistico, nell’ambito delle quali ha rivolto la sua attenzione alla presenza del Caravaggio in Sicilia, procurando fra l’altro la salvaguardia nel museo catanese di castell’Ursino dell’unica copia d’una sua opera trafugata. Ora nel volume Caravaggio in Sicilia (Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2006, pagg. 188), un volume sotto ogni punto di vista rispettabile, egli delinea il probabile itinerario siciliano del grande pittore lombardo (Caltagirone, Siracusa, Messina, Palermo), dando rilievo ai sentimenti che accompagnarono il peregrinare dell’artista (in fuga da Roma perché condannato a morte per omicidio) e che poi furono espressi nelle opere siciliane. Perciò non ci si deve scandalizzare se spesso l’autore per pagine e pagine sembra perdere di vista l’artista stesso, soffermandosi invece su aspetti storici, geografici e paesaggistici degli ambienti visitati: in realtà egli tende a far capire meglio le opere d’arte ed i sottesi sentimenti.

Certo non fu lungo il periodo di permanenza in Sicilia (soltanto un anno) di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio dal comune (BG) in cui sarebbe nato nel 1573, mentre altri lo danno nato a Milano nel 1571; e non sono molte le opere a tale periodo riferibili (meno d’una diecina), come non sono molte le notizie e i documenti in merito. Quello che si sa con certezza è che l’artista morì sulla spiaggia di Porto Ercole (GR) nel 1610, in circostanze rocambolesche. Lo Spadaro, con pazienza certosina, ha saputo indagare e ipotizzare, a volte immaginando percorsi e vicende: e può anche darsi che questo libro venga letto ora come un trattato ora come un romanzo, in cui però l’autore ha l’onestà di riconoscere la mancanza di fonti sicure e quindi la verosimiglianza del racconto.

D’altra parte, si deve dare atto allo Spadaro d’un’icastica presentazione dell’artista, da alcuni ritenuto fuori di testa, alienato, pazzo, omosessuale, ma che ad ogni modo sicuramente era un istintivo, un violento, un rissoso, il quale dormiva con un pugnale sotto il cuscino e anche perché provocato passò la sua vita fra ferimenti e uccisioni, di cui però poi si pentiva, trasferendo in certe sue opere il suo tormento.

Questa monografia è dunque un excursus biografico (per lo più ipotetico, come si diceva), ma anche un’accurata analisi dell’arte del Caravaggio, ben inquadrata nel momento storico-artistico e personale dell’artista. Dal volume s’apprendono anche particolari siciliani relativi a costumi, riti, feste, processioni come quelle della “vara” di Messina, fiere, pesca del pescespada da parte degli “spadari” (da cui poi in quella zona derivò il cognome Spadaro), nonché a personaggi ed episodi storici, a opere stradali, urbanistiche ed architettoniche, a lingua e dialetto. Curiosa appare la leggenda d’un frat’Antonio da Lisbona che a Messina aveva l’abitudine di fare miracoli, magari trasgredendo ai suoi superiori, e perciò fu mandato a Padova, dove, morendo un anno dopo, divenne S. Antonio da Padova, mentre in Sicilia continua ad esser chiamato semplicemente sant’Antuninu.

Nel volume non manca l’interpretazione di posture, gesti, colori e tecniche d’arte. Non manca neanche l’indicazione di citazioni, come ad esempio quelle della “Resurrezione del bambino di Sessa Aurunca” di Giotto nella “Resurrezione di Lazzaro” di Caravaggio (e di questo quadro lo Spadaro racconta la genesi), della “Tempesta” di Giorgione nella “Natività con i santi Lorenzo e Francesco” dello stesso Caravaggio e della “Venere d’Urbino” di Tiziano nella “Madonna del Parto” sempre del Caravaggio, anche se il ricorso ad Afrodite per una Madonna può apparire improprio e profano a chi non conosce i risvolti del neo-platonismo, la dottrina diffusasi tra i poeti e gli artisti del Rinascimento per l’impulso di Marsilio Ficino. E così si spiegano anche certi atteggiamenti di personaggi caravaggeschi tormentati, come il San Francesco penitente e la testa mozza di Golia in cui c’è l’autoritratto del Caravaggio; si traccia poi la storia di benemeriti ordini, come quello dei cavalieri di Malta e quello dei Crociferi, e si raccontano certe leggende, come quella della palermitana Madonna della Catena o dei Marinai, di cui lo Spadaro presenta la statua d’Antonio Gagini venerata a Caltagirone, anche se ignora che analoga statua gaginiana e relativo culto si trovano pure a Paternò, nella chiesa del Carmine, mentre a Biancavilla si venera la Madonna della Mercede, che altro non è se non quella Madonna della Catena della chiesa dei marinai di Palermo, la quale — stando alla leggenda — nel secolo XIV sciolse miracolosamente le catene di tre ingiustamente condannati, poi graziati dalle autorità per tale miracolo, e per questo successivamente divenne patrona d’un ordine religioso difensore degli oppressi.

In definitiva, questo volume, che si conclude con la cronaca della personale ricerca e la puntuale trascrizione delle fonti, appare come un vero libro d’arte, per contenuto, corredo foto-iconografico e forma tipografico-editoriale su carta patinata, dove soltanto due o tre sono i refusi. E non resta che complimentarsi con Alvise Spadaro e con il C. R. E. S. per la riuscita pubblicazione.

Carmelo Ciccia

[“Il Salernitano”, Salerno, 16.VII.2006; “La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 29.XI.2006]


Antonio Staglianò, L’Abate Calabrese, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2013, pagg. 231, € 16.

L’ortodossia di Gioacchino da Fiore dimostrata dal teologo Antonio Staglianò

Venerdì 27 Marzo 2009, nella sua terza predica quaresimale (interamente leggibile in http://www.cantalamessa.org/?p=562 e ascoltabile in http://www.cantalamessa.org/multimedia/audio/3predica09.Mp3), davanti al Papa e ai cardinali il predicatore della Casa Pontificia padre Raniero Cantalamessa, riferendosi alle notizie relative alle ripetute citazioni del pensiero di Gioacchino da Fiore (circa 1130-1202), fatte nei suoi comizi da parte del presidente statunitense Obama, il quale lo avrebbe definito “maestro della civiltà contemporanea” e “ispiratore di un mondo più giusto”, giudicò senza mezzi termini “falsa ed eretica perché intacca il cuore stesso del dogma trinitario” l’idea della Terza Età detta dello Spirito Santo, successiva a quelle del Padre e del Figlio, formulata dall’Abate Calabrese. Al contrario il predicatore riconobbe ortodossa l’idea di S. Gregorio Nazianzeno (circa 329-390), che aveva parlato di tre fasi nella rivelazione della Trinità, nell’ultima delle quali, detta tempo della Chiesa, “si conosce finalmente appieno lo Spirito Santo e si gode della sua presenza”. Con ciò il Cantalamessa ha dimostrato di non aver visto le tavole del Liber figurarum né letto altre opere di Gioacchino dov’è espressa la sua idea ortodossa della Trinità.

Ora il volume L’Abate Calabrese del teologo Antonio Staglianò (Libreria Editrice Vaticana, 2013) — dedicato a papa Francesco e presentato dal card. Gianfranco Ravasi, che conclude il suo intervento con la citazione della terzina di Dante relativa al “calabrese abate Giovacchino” — è una risposta a quanti nel passato e nel presente hanno avanzato ipotesi d’eresia riguardo a Gioacchino da Fiore, peraltro già confutate solennemente dal papa Onorio III, il quale con una bolla del 1220 proclamò lo stesso Gioacchino uomo perfettamente cattolico e ordinò che questa dichiarazione fosse resa di pubblico dominio in tutte le chiese, dopo che nel 1215 il Concilio Lateranense IV, pur dichiarando errata una proposizione contenuta in un libello contro Pietro Lombardo attribuito a Gioacchino, aveva espressamente salvaguardato la persona di Gioacchino e dichiarato “salutare” l’ordine florense da lui fondato.

Lo Staglianò quindi si pone nel novero di coloro che difendono l’ortodossia di Gioacchino, compreso il sottoscritto, che dagli anni 70 dello scorso secolo in varie pubblicazioni non soltanto ha chiesto la riabilitazione dell’Abate, per diversi secoli emarginato e umiliato, ma per primo ha proposto che Gioacchino da Fiore — oltre che direttamente santo in considerazione dei numerosi miracoli già documentati dai florensi alla Santa Sede — venga proclamato Dottore della Chiesa. E fortunatamente hanno avuto effetto positivo i contatti del sottoscritto stesso, epistolari e personali, instaurati col compianto arcivescovo cosentino Giuseppe Agostino, il quale poi ha iniziato nel 2002 un nuovo processo di beatificazione, dopo quello avviato nel Trecento dai florensi.

In tutto il lavoro l’autore sostiene fortemente una riabilitazione del pensiero teologico trinitario di Gioacchino, qui accostato al Rosmini, dimostrando che egli fu obbediente alla Chiesa con un’indiscussa sottomissione teologica e speculativa alla Santa Sede (cfr. la sua Epistola Prologale in cui conferma la sua fedeltà presente e futura), che scrisse per mandato di tre papi, desiderando e accettando correzioni ai suoi scritti e che per quanto riguarda il presunto triteismo egli nella Terza Età non scinde lo Spirito Santo da Cristo, tanto che contesta Pietro Lombardo. Premesso che tutta la riflessione di Gioacchino sulla storia è animata dal tema trinitario, l’Età dello Spirito non supera quella del Figlio, né il “Vangelo eterno” s’oppone a quello di Cristo.

L’autore poi spiega dettagliatamente alcune figure di Gioacchino in cui è condensato il pensiero trinitario: in particolare in quella dei tre cerchi — oltre a chiarire il significato teologico del tetragramma IEUE col nome di Dio e dei simboli Alfa e Omega — egli nota che non c’è stacco fra una Persona e l’altra, e quindi fra un’Età e l’altra, ma ciascuna delle tre sconfina nelle altre e in ogni caso le comprende. I tre tempi si compenetrano l’uno con l’altro: ciascuno non cessa totalmente ed è non separato ma distinto dagli altri; e le Età del Padre, del Figlio e dello Spirito erano già state in qualche modo prefigurate da S. Gregorio Nazianzeno. In sostanza l’azione dello Spirito non esclude quella delle altre due Persone e quindi il tempo dello Spirito non è scisso e discontinuo rispetto a quello del Figlio: sicché non esiste in Gioacchino uno Spirito «oltre e senza Cristo» ed egli non è triteista e non rende provvisorio l’evento di Cristo.

L’autore osserva ancora che Gioacchino sogna una Chiesa non priva di gerarchia ma rinnovata senza dissoluzione dell’ordinamento ecclesiale e in ogni caso una Chiesa spirituale, con un papa ideale, spoglio del potere temporale. E perciò l’Abate, contrario anche alle crociate, s’infiamma quando vede la Chiesa trasformata in casa di traffici, in cerca non d’anime ma di rendite: e di fronte alle deviazioni ecclesiastiche, con il tradimento del Vangelo, egli annuncia un’imminente rinascita. Inoltre, dopo aver fatto vari riferimenti a molti studiosi che fuorviano il pensiero gioachimita, rispondendo loro e confutando una per una eventuali accuse d’eterodossia, egli dichiara infondate e fantasiose quelle interpretazioni che alla profezia della Terza Età hanno fatto risalire ora la Terza Internazionale socialista ora il Terzo Reich nazista ora il Dux e il Führer.

Avviandosi verso la conclusione l’autore afferma che la profezia del pastor angelicus si è realizzata col papa Giovanni XXIII (ora proclamato santo) e col Concilio Vaticano II dallo stesso intuito e indetto, che “è stato una vera e propria «nuova Pentecoste» nella Chiesa e nel mondo”, sviluppando un diffuso bisogno di spiritualità e quindi di religione fra la gente, in cui s’intrecciano pietà e religiosità popolare.

Dopo la postfazione di Piero Coda — il quale fra l’altro ribadisce che “il pensiero di Gioacchino è stato ostracizzato dalla lettura ufficiale della Chiesa” e che la sua teologia è “autenticamente cattolica” — nelle cinque appendici il volume presenta la biografia di Gioacchino scritta dall’allora arcivescovo cosentino Luca Campano, la cronologia della vita dello stesso Gioacchino, l’elenco completo delle sue opere, una pregevole iconografia con particolare attenzione alle figure del Liber figurarum, dall’autore egregiamente spiegate e commentate dal punto di vista esegetico, un’ampia illustrazione dello stemma episcopale dell’autore firmata da Antonio Pompili.

Per quanto riguarda la forma espressiva, questo volume sembra rivolto a qualsiasi lettore quando riporta in italiano i brani in latino, ma si rivela riservato agli specialisti quando adopera vocaboli tecnico-scientifici, desueti o da lui stesso coniati, che non si trovano nei comuni vocabolari e quando tratta ardui concetti quali il principio principiale, la Trinità economica e la teologia economica (= teologia immanente o storia della salvezza). In particolare non è chiaro perché egli scriva ripetutamente “dedacorde” o “dedacordo” in riferimento al salterio decacorde che Gioacchino in latino chiamava Psalterium decem chordarum: opera sul mistero trinitario alla quale lo Staglianò dedica pure notevole attenzione. Tuttavia questo lavoro rappresenta una chiave di volta nell’interpretazione trinitaria e nel processo di riabilitazione ecclesiale di Gioacchino, peraltro già dichiarato beato e incluso negli Acta Sanctorum e nel calendario dei gesuiti bollandisti, con due feste e un proprio rituale nel messale.

Semmai, poiché egli spesso cita Dante, desta perplessità il fatto che — anche se il volume non contiene bibliografia — l’autore non ha menzionato né nel testo né nelle numerose e ricche note gli autori italiani delle opere che trattano il rapporto fra Dante e Gioacchino, particolarmente di quelle che nel contesto presentano non soltanto questioni relative all’ortodossia di quest’ultimo, ma anche istanze d’una sua riabilitazione da parte della Chiesa (Francesco Foberti, Leone Tondelli, Antonio Piromalli, Carmelo Ciccia, ecc.), anticipando, sia pure senza la preparazione teologica e la capacità ermeneutica di quest’autore, alcune delle conclusioni a cui egli perviene adesso. Soprattutto egli trascura il fatto che è stato il Tondelli a scoprire, pubblicare e iniziare a divulgare dopo sette secoli il Liber figurarum; mentre fra coloro che addebitano a Gioacchino il triteismo non menziona Carmelo Ottaviano, il quale non conosceva tale Liber perché pubblicato dopo, ma che a sua volta nel 1934 aveva pubblicato l’apocrifo Joachimi abbatis Liber contra Lombardum attribuendolo alla scuola di Gioacchino da Fiore, anziché all’Abate stesso.

Infine va segnalato a suo merito che l’autore — calabrese nato a Isola Capo Rizzuto (KR) e vescovo di Noto (SR) — è talmente infervorato dal simbolismo trinitario di Gioacchino che, volendo porsi sotto l’egida della Trinità, ha assunto per il suo stemma episcopale la figura dei tre cerchi trinitari, traendola dal Liber figurarum dello stesso Abate, sul quale si è anche espresso in versi, invitando i fedeli a tornare ai suddetti tre cerchi.

Il volume L’Abate Calabrese d’Antonio Staglianò, in elegante forma tipografica e con pochi refusi, è stato pubblicato col contributo finanziario della Provincia di Cosenza, già resasi benemerita nel campo degli studi gioachimiti anche con la pubblicazione d’un volume speciale su Gioacchino nel 2011.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2014]


Mario Stefani, Una quieta disperazione, con postfazioni di Paolo Balboni e Bruno Rosada, Editoria Universitaria, Venezia, 2001.

A dieci anni dal suicidio

La quieta disperazione di Mario Stefani

Qualche mese fa al mercato di Conegliano un venditore ambulante espose un cartello con la seguente scritta: “solitudine / non è essere soli / è amare gli altri / inutilmente / mario stefani”. Da me richiesto sul perché di quel cartello, egli mi spiegò che lo esponeva per ricordare il decennale della morte del poeta veneziano Mario Stefani, da lui personalmente conosciuto. Allora la mia mente andò al 1989, quando lo Stefani era venuto al circolo “Leonardo” di Conegliano a presentare una poetessa sua concittadina; e in quell’occasione egli, saputo che io ero preside di liceo classico mentre lui era docente nello stesso tipo di scuola, ritenne incompatibile la professione di preside con l’attività di scrittore, perché secondo lui i presidi stavano tutto il giorno a metter timbri.

Mario Stefani (Venezia 1938-2001), autore d’una quarantina di libri principalmente di poesia ma anche di narrativa e tradotto in Inghilterra e negli Stati Uniti d’America, fu uno degl’intellettuali più vivaci e rappresentativi della cultura veneziana, apprezzato da grandi poeti quali Diego Valeri (suo maestro) ed Andrea Zanzotto, collaboratore di giornali e radio, più volte premiato e destinatario di riconoscimenti vari. Anche fisicamente egli era un personaggio tipico per la sua mole, la sua facilità di parola, il suo carattere spesso ilare, ironico, conviviale e ridanciano. Eppure certi amici sapevano che al di là di quest’apparenza egli era roso da un malessere esistenziale; e non per nulla un suo libro di liriche del 1968, pubblicato dopo un quasimodiano “Giorno dopo giorno”, s’intitolava esplicitamente “Il male di vivere”, ponendosi sulla scia del Leopardi e del Montale.

Il malessere, pur ramificandosi in varie cause più o meno evidenti, era dovuto anzitutto al fatto che, essendo egli omosessuale, per i condizionamenti sociali non riusciva a realizzare in pieno la sua diversità sessuale. E così, quando nel 2001 si diffuse la notizia che lo Stefani s’era ucciso, essa, per quanto suscitasse dolore, non riuscì imprevista, dato che in molte sue frasi, dette e scritte, si poteva cogliere il senso di quel malessere che prima o poi l’avrebbe condotto al suicidio. La spiegazione del gesto si trova chiaramente espressa nelle ultime poesie da lui lasciate e che subito dopo gli amici hanno pubblicato nel libretto “Una quieta disperazione”, con postfazioni di Paolo Balboni e Bruno Rosada (Editoria Universitaria, Venezia, 2001).

Già la lirica d’apertura di questo libretto è ben significativa della temperie dell’autore: “prenderò il treno e me ne andrò / sarò solo come sempre / qualche sorriso discreto un cenno di saluto / non mi aspetterà nessuno all’arrivo / tranne che l’abbraccio della morte” (p. 5). E su questa linea l’autore continua in “Una quieta disperazione”, che dà il titolo al libretto: “una quieta disperazione / mi possiede / quando penso ai giorni e agli anni trascorsi / […] / sono stanco di vivere e quanto è dura l’attesa di te!” (p. 6).

Più avanti egli canta la bellezza e la virilità di certi giovani, che non sempre si può conquistare e possedere; ricordando Saffo e Catullo, per lui essi sono pari a dei: e nel farne l’esaltazione si strugge per il suo erotismo non appagato come lui vorrebbe. Egli non ha che il dolore: “di certo non ho che lo stupito dolore / di vivere di essere al mondo / di attendere il suo bugiardo sorriso / […] / canto e mi dispero e non so più prendere il volo” (p. 10).

A volte canta Venezia (anche in dialetto), da lui vista come sfondo dell’assurdo teatro dei suoi affanni: in questa città “voci inquiete salgono dal selciato fantasmi” (p. 13), c’è “il peso insostenibile della vita / […] e il grido angosciato dei gabbiani / ” (p. 20), le pietre soffrono con lui e il respiro del canale sembra “un breve respiro d’amore” (p. 22). Egli passa fra la gente con “il volto ilare / e la morte nel cuore” (p. 24): domanda al dio della bellezza perché nasconde la verità (p. 25) e leopardianamente sentenzia che “la bellezza è data a noi mortali / per dimenticare l’inganno del vero / che si cela dietro l’apparenza delle cose” (p. 28).

Ad ogni modo egli cerca di sfuggire al male del mondo, pur morendo di desiderio (p. 31, soffrendo del suo “esilio continuo / in questa terra” e camminando “nel buio in cerca di speranza” (p. 32); e si consola ammirando la bellezza degli atleti: “amo la bellezza inespressiva degli atleti / la loro calma forza / il loro corpo armonioso d’ebano e di sale / per me rifugio al male del mondo / […] / ragazzo di beltà vestito io muoio ogni giorno / sul tuo corpo” (p. 35).

Infine appare premonitrice la composizione conclusiva: “invidio la pace dei morti / il loro sereno non vivere / il loro silenzio così carico di memorie / essi ci attendono quando arriviamo / ci fanno festa e ridono delle nostre passioni […]”

Come si nota d’acchito, queste di Mario Stefani sono composizioni stilisticamente scarne, senza (o quasi) punteggiatura e a volte prosastiche, basate soltanto sulla pregnanza d’apodittiche affermazioni, che si qualificano come pensieri, riflessioni, aforismi, massime. Quindi dal punto di vista tecnico-stilistico non hanno pregi: si valutano soltanto per i mesti messaggi lanciati. In particolare la massima esposta dal venditore ambulante, che fu inclusa nella silloge Poesie a un ragazzo (1974, con prefazione di Diego Valeri e un ritratto dell’autore dipinto da Giorgio De Chirico) si può considerare l’emblema del pensare dello Stefani e il motto della sua vita, tanto che alla morte del poeta essa fu tracciata da mano ignota su un tabellone collocato a Rialto ed è riprodotta in vari libri e siti telematici. E quest’amara testimonianza a futura memoria è una tardiva giustificazione d’un gesto disperato.

A dieci anni dal suicidio, ci auguriamo che dopo la tempesta egli possa aver trovato la quiete con una requie eterna.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, dic. 2011]


Ugo Stefanutti, Orizzonte degli eventi, La tipografica, Venezia, 1997, pagg. 80, £ 20.000.

STEFANUTTI / Una poetica originale nel firmamento di pulsioni e vita

Il comune di Canaro (RO) ha fatto stampare a sue spese questo libro a testimonianza del valore d’Ugo Stefanutti, fondatore e presidente del premio “Cosmo d’oro” che proprio a Canaro annualmente si assegna. Ed ovviamente questo libro contiene poesie “cosmiche”, oltre che “grafiche”.

Ugo Stefanutti, medico-umanista, docente universitario, poeta, saggista, direttore di collane editoriali per la casa editrice Forni di Bologna, dal 1960 ha costruito con varie opere la sua poetica: la medicina come studio dell’uomo e dell’umano, la storia come successione di momenti lirici, la poesia grafica (da lui ideata e realizzata) come fusione di parole e disegni nella stessa composizione, la poesia cosmica con l’uomo di fronte ai ritmi dell’universo, l’idea di Venezia con la passione storica e l’afflato lirico per la città lagunare.

A detta dello stesso Stefanutti, “la poesia cosmica individua e propone un nuovo sentire interiore e formale di fronte alla realtà immensa delle galassie che fuggono nello spazio, superando le precedenti istanze metafisiche”. Perciò la parola è intesa come linguaggio assoluto, capace di creare un universo originale, “la vetta più alta” che supera i limiti della scienza e della teoria.

In principio era il caos e poi venne il cosmo, “questo cosmo che respira l’umano, / quest’umano che coinvolge il cosmo”. Il libro Orizzonte degli eventi d’Ugo Stefanutti è una felice navigazione fra stelle e galassie, pulsar e quasar, atomi ed energia, protoni e neuroni, vicinanze e lontananze, mondi virtuali, alla ricerca di ritmi e regole, di trasparenze armoniche e soprattutto di luce, quella grande luce che ogni essere umano va inseguendo, “dai piccoli cieli / a misura d’uomo/ alla fuga delle galassie/ nell’immensità”.

Perciò il modo migliore per sintetizzare poeticamente questi concetti è l’epifonema: “Nulla / ai bordi dell’immensità”; “Noi uomini / zattere di atomi / nelle probabilità / degli universi”; “La terra non è che un falco / costretto in un’orbita rabbiosa / e noi voliamo nell’amorfo universo / per galassie disumane”; “noi spettatori dell’ultimo atto”; “ignoriamo l’essere / frantumiamo l’esistere”; “quell’iniziare che non inizia, / quel finire che non finisce”; “Sulla terra soltanto il denaro e le guerre. / Nelle praterie del cosmo / le spighe lussureggianti, / i pascoli della poesia”.

Quando sarà tracciato un bilancio della letteratura del Novecento sicuramente un posto di rilievo sarà assegnato a Ugo Stefanutti, che vola alto nei cieli della poesia e gode di notevolissimo prestigio.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 30.XI.1998)]


L’EREDITÀ DI UGO STEFANUTTI

di Carmelo Ciccia

Veneziano, medico e docente di storia della medicina nell’università di Ferrara, Ugo Stefanutti (1924-2004) alternò l’attività scientifica a quella artistica e letteraria. Queste ultime due trovarono espressione in due sue invenzioni: la “poesia grafica” (le parole dentro il disegno) e la “poesia cosmica” (l’uomo di fronte ai ritmi della natura, del mondo, dell’universo). Dei suoi molti libri (di storia, scienza, arte, ricerche su Venezia, poesia), notevoli appaiono alcuni di poesia: “Città dondolante” con illustrazioni di Virgilio Guidi (1969), “Neuroni della terra” (1978), “Negazione e possibilità” (1979), “Fiaccole abbacinanti” (1985), “Orizzonte degli eventi” (1997). Ma numerosi sono anche i suoi opuscoli ed estratti di saggistica varia.

Per la casa editrice Forni di Bologna dirigeva tre collane editoriali (Storia della medicina, Storia della scienza, Storia di Venezia). Inoltre era disinvolto traduttore dal greco, dal latino, dall’inglese, dal francese e dal tedesco. Collaborava a vari giornali e riviste ed era incluso in varie antologie. Era anche un valente pittore e incisore; e numerose furono le mostre d’arte in cui esponeva le sue poesie grafiche.

Naturalmente non si contano i premi e altri riconoscimenti da lui ottenuti in tutto il mondo, come pure i lusinghieri giudizi critici su di lui.

Era presidente per il Veneto dell’Associazione Scrittori Italiani e fondatore e presidente del premio “Venezia Serenissima”, assegnato annualmente a persone o enti benemeriti nell’opera di restauro e salvaguardia della città di Venezia. Per quanto riguarda la sua attività di componente di giuria, occorre ricordare anzitutto il premio di poesia “Cosmo d’oro” nel Rodigino, da lui fondato e presieduto, e il premio di poesia “Leonardo-Conegliano” nel Trevigiano, che lo ebbe presidente in un’edizione.

In pratica lo Stefanutti era una personalità di spicco e di riferimento nella vita culturale di Venezia e dell’intero Veneto. In lui risaltavano la signorilità, la distinzione e la forbitezza nel parlare. Era amante della lingua italiana nella sua più ricercata espressione: e, sebbene vivesse in una zona ad altissima dialettofonia, non parlava mai in dialetto.

Il manifesto della poesia grafica, e della sua missione intellettuale, si può sintetizzare in questa sua formula: “La medicina come studio dell’uomo → La storia come successione di momenti lirici → La poesia → La poesia incisa (un nuovo modo di far poesia) armonica fusione dei due mezzi espressivi, le parole e il disegno, nella stessa composizione → L’idea di Venezia.” E inoltre: “Una poesia che è pittura, una pittura che è poesia.”

Indubbiamente lo Stefanutti ha lasciato una grande eredità. A me personalmente, oltre al rimpianto per la scomparsa d’un sincero amico e la fine d’un proficuo rapporto culturale, restano due poesie grafiche, da lui stesso donatemi, che tengo incorniciate ed esposte accanto alla mia scrivania. La prima (1978) presenta alcune foglie con incastonate le seguenti parole: “Dissolvenza / Irruente la pianura / s’incunea fra i colli / Un ansimar di libellule / graffia la terra / Un biancore brinale / affloscia i virgulti / Amalgama di nubi e foglie / La nebulosa si espande / Ugo Stefanutti”; e la seconda (1981) sullo sfondo d’un ruggente leone di S. Marco proietta le seguenti parole: “Venezia / la forza / s’incarnò nella potenza / la palude / generò le pietre / Ugo Stefanutti”.

Ma sul tema di Venezia indimenticabile è la sua poesia “Città dondolante” (dall’omonima silloge), che sottolinea il suo forte legame con la città lagunare e che ora sembra divenuta quasi un testamento: “Portar via il mio corpo / da te / consunta città, / strapparlo / dalle pietre verdastre / dai tuoi palazzi in bilico, / marmi quasi liquidi / in una selva di palafitte / Ugo Stefanutti”.

In conclusione Ugo Stefanutti ha lasciato il ricordo della sua vastissima preparazione e del suo acume critico, nonché un nome che molto probabilmente non sarà ignorato dalla future generazioni.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 31.V.2004]


Orazio Tanelli, Miti nella Divina Commedia, Il ponte italo-americano, New York, 1999, pagg. 400, £ 55.000.

In questa poderosa opera, quello che prima di tutto colpisce il lettore è la versatilità dell’autore, il quale dimostra di possedere vaste e profonde conoscenze di dantistica, letterature classiche, antropologia, filosofia, teologia, biblistica, patristica, religioni e folclore. Perciò il libro è un intreccio di tutte queste cose, venendo ad assumere i connotati d’un lavoro enciclopedico, il quale dà un contributo nuovo ed originale alla comprensione della Divina Commedia ed è — come scrive il prefatore Vincenzo Rossi, il quale è anche il distributore del libro per l’Italia (86072 Cerro al Volturno, IS) — “meritevole di considerazione anche per le ricerche e le letture compiute prima di accingersi all’ardua fatica”.

Orazio Tanelli — da una quarantina d’anni emigrato in America, dove svolge un ruolo culturale di prim’ordine, pubblicando saggi e dirigendo riviste — in quest’opera fornisce un’indagine accurata in un settore dantesco finora poco indagato: quello del mito. È vero che tanti hanno parlato dei miti di Dante, ma nessuno finora ha affrontato e sviscerato l’argomento come il Tanelli. Egli, dopo aver definito il mito ed averne sottolineato la presenza presso tutti i popoli come un elemento indispensabile allo sviluppo, espone le differenze fra mito, rito, leggenda, allegoria, metafora e simbolo. Queste pagine iniziali sono propedeutiche e vanno lette pure con grande interesse. L’autore quindi passa a trattare specificamente del mito in Dante e successivamente di alcuni miti, quali quelli dell’età dell’oro, dei giganti, dell’Eroe Solare, d’Ulisse, della Madre Cosmica e dell’albero cosmico.

Continui sono i riferimenti alle varie civiltà e letterature, nonché alla Divina Commedia, che l’autore conosce molto bene. A volte egli non concorda con qualche critico, anche di grido, ma lo fa con semplicità ed onestà. Sicuramente egli scrive pagine nuove a proposito dell’Eroe Solare, identificato con Cristo, anche come Veltro, “Cinquecento diece e cinque”, DUX; della Madre Cosmica, identificata con la Vergine Maria, anche come “donna gentile”; dell’albero cosmico, identificato con la Croce; dell’età dell’oro, d’Ulisse: argomenti tutti ch’egli tratta con perizia e dovizia di documentazione. Ma non sono solo queste le cose importanti del libro, il quale — per la sua specificità — non può riassumersi in una breve recensione: si può dire che ad ogni pagina c’è una piacevole sorpresa, che non solo toglie curiosità, ma soprattutto arricchisce il lettore, anche il più esperto.

Dal libro emergono alcuni concetti fondamentali: che i miti, sorti con l’uomo migliaia d’anni fa per dare spiegazione ai fenomeni naturali ed esorcizzare certi timori come quello della morte, a volte sono passati da un popolo all’altro, cambiando qualche dato, magari il nome, ma mantenendo la configurazione e gli scopi di fondo; che i miti pagani non furono respinti dai Padri della Chiesa, ma spesso si trasformarono in miti cristiani; che il cristianesimo s’innestò sul paganesimo operando una fusione e assimilazione di miti, sia pure evoluti; che Dante, facendo frequente ricorso ai miti e fondendo elementi pagani e cristiani, sapeva di usare importanti motivi filosofici e culturali e di valorizzare il suo divino poema, oltre che la mitologia stessa. E alla fine l’insegnamento principale che si ricava è che anche una civiltà razionalistica e tecnologica ha bisogno di simboli e miti.

È bene precisare che il Tanelli fa delle analisi non soltanto storico-filosofiche, ma all’occorrenza anche filologiche ed estetiche. Ad esempio, le pagine relative al Veltro, ad Ulisse, a Lucifero, a Matelda e alla preghiera finale di san Bernardo possono essere considerate delle vere e proprie “lecturae Dantis”.

Perciò il libro Miti nella Divina Commedia d’Orazio Tanelli — di cui si consiglia l’acquisizione nelle università e negli istituti di cultura — diventa sempre più prezioso man mano che se ne scoprono la dottrina, l’erudizione, le intuizioni, le dimostrazioni, la passione per la ricerca, l’abilità espositiva e l’economia organizzativa: infatti esso si snoda in un dettato semplice e chiaro, pur nella profondità dei temi e delle argomentazioni, e si conclude con una nutrita bibliografia e con un utile indice dei nomi. Alcuni refusi e sviste non intaccano l’originalità e la validità d’un lavoro serio come questo.

Carmelo Ciccia

[“La ‘Dante’ a Padova”, Padova, apr. 2000; “Il sodalizio letterario”, Rimini, giu. 2000; “Il ponte italo-americano”, Verona, New Jersey, mag.-sett. 2000]


Piero Tarticchio, Nascinguerra, Baldini & Castoldi, Milano, 2001, pagg. 394, € 16,53.

“NASCINGUERRA” DI PIERO TARTICCHIO

La poliedrica personalità di Piero Tarticchio, esule istriano a Milano, si è estrinsecata nelle arti figurative e nella letteratura, anzitutto quale pittore e grafico che nella sua lunga e apprezzata attività ha toccato gallerie e musei di tutto il mondo (fra cui anche Albona) e poi quale scrittore che ha pubblicato parecchi saggi e ha vinto il premio “Istria Nobilissima” col libro “Le radici del vento” (1998).

Il suo recente romanzo “Nascinguerra” (Baldini & Castoldi, Milano, 2001, pagg. 394, E. 16,53) è un poderoso volume che unisce interessi letterari, storici e autobiografici con momenti di “giallo” e altri di polemica politica. Il protagonista è un pescatore istriano che comincia a raccontare la sua vita ad un giornalista inglese, il quale, dopo l’improvvisa morte del pescatore stesso, attraverso una serie d’indagini e interviste locali, continua il racconto di quelle esperienze, fino ad intrecciare la vita del pescatore con quella d’un soldato francese, che dopo la campagna di Russia si stabilisce in Istria, dov’è arrivato con l’armata napoleonica. Il romanzo, quindi, presenta due pagine di storia istriana con alcune analogie: una ottocentesca (occupazione francese) e una novecentesca (occupazione iugoslava).

Ma molto più dolorosa e sanguinante è per gl’istriani sparsi nel mondo quest’ultima pagina. E il Tarticchio, elevando un mesto inno alla sofferenza del suo popolo, la cui diaspora è simile a quella degli ebrei, ne fa scaturire un aspro rimprovero, se non alla madrepatria italiana, ai governanti italiani succedutisi nell’arco di mezzo secolo, i quali hanno permesso che la tragedia dell’esodo si consumasse fra tanta indifferenza. E quel che più addolora è forse il fatto che nell’opinione pubblica italiana ben poco si sa di tale tragedia, non conoscendosi e non indagandosi appieno sulla sua gravità.

Il racconto, dunque, si fa amaro e investe principalmente il presente, esigendo delle risposte che solo i nuovi orientamenti politici italiani possono dare a chi non si stanca di ribadire il diritto d’istriani, giuliani e dalmati alla propria terra. E al riguardo è importante la “Giornata della Memoria dell’Esodo” recentemente istituita dal governo italiano.

Nell’asetticità della scrittura l’autore sottende sentimenti forti e condivisibili, soprattutto la commozione di chi parla della sua patria da una residenza lontana nel tempo e nello spazio. E il lettore attento e sensibile, affascinato dalle vicende, a qualsiasi etnia appartenga, non può non penetrare nel senso dominante del racconto, riviverne le esperienze e condividerne le speranze.

Dal punto di vista strettamente letterario Piero Tarticchio in quest’opera dimostra d’avere tutte le carte in regola per poter essere definito grande scrittore. La narrazione è chiara, scorrevole e avvincente, punteggiata qua e là di ricordi e massime. Ovviamente i luoghi dell’infanzia istriana (nomi di per sé fascinosi) e certe espressioni dialettali si colorano di nostalgica poesia. Si capisce che il cuore dell’autore pulsa sempre per quei luoghi e per quei momenti della sua infanzia da sogno. E il dono più grande è nella dedica del libro: “...a tutti gl’istriani / che hanno la loro terra / nel cuore e nell’anima”.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona, lug.-dic. 2003; “Gente di Gallesano”, San Mauro Torinese, apr. 2004]


Giordano Tarticchio, Storia di un antico borgo dell’Istria / Ricordi di Gallesano rivisitati e ampliati da Piero Tarticchio, Fameia gallesanesa / Silvia, Cologno Monzese, 2004, pagg. 232, s. p.

Don Giordano Tarticchio, sacerdote nativo di Gallesano (Pola), come tanti istriani dovette affrontare la diaspora, esercitando in più luoghi il suo ministero. E fu dalla sua condizione d’esule che nacquero questi ricordi, specie di testamento rivolto a tutti i compaesani sparsi per il mondo.

A sua volta Piero Tarticchio, scrittore e pittore anch’egli di Gallesano, che altre opere ha dedicato alla sua terra e ai problemi dell’esodo, ha rivisitato e ampliato tali ricordi, facendo sì che in realtà gli autori di questo testo — si direbbe a quattro mani — siano due.

Questi ricordi si caratterizzano per la vastità della gamma, non sempre legata alla nostalgia: infatti ci sono anche note storiche e politiche, che investono il problema della giustizia mondiale. è chiaro che il libro anzitutto si rivela molto interessante per i gallesanesi, i quali ritrovano in esso la propria terra e la propria infanzia violata: geografia, storia, lingua, tradizioni, usanze e feste, proverbi e canti popolari, superstizioni e medicina popolare, agricoltura, economia, organizzazione sociale. L’opera poi s’arricchisce e completa con numerose fotografie d’epoca, di cui la qualità strutturale e il colore di per sé stessi sono fonte di nostalgia.

Ma questo lavoro sconfina al di là del semplice documentario, per addentrarsi nel vivo della ricerca storica e linguistica che sicuramente solleciterà l’interesse di studiosi e appassionati d’ogni etnia: al riguardo, rilevanti sono le pagine dedicate ai nomi, cognomi e soprannomi, in cui oltre alle elencazioni si trovano motivazioni, spiegazioni, ipotesi varie; come pure rilevanti sono le pagine finali dedicate all’italianità della regione, fortemente sentita e ampiamente documentata. Ad esempio, ad ogni italiano farà piacere apprendere che in questo lembo d’Italia coccarde e bandiere tricolori erano di casa e che l’immagine e il culto di Dante Alighieri furono assunti a denotare inequivocabilmente l’appartenenza alla nazione italiana, con orgoglio esibita nella Società “Pro Patria”, poi divenuta “Lega Nazionale”, a sua volta affiancata dalla Società “Dante Alighieri”.

Naturalmente le ultime pagine diventano le più drammatiche a causa dei patimenti e delle umiliazioni che quella popolazione dovette subire. Il ricordo più pungente va alle numerose vittime delle foibe, prima barbaramente assassinate e poi per lungo tempo ignorate insieme con le vittime di quell’esodo di popolazioni giuliane, istriane e dalmate che per la sua proporzione ha qualcosa di biblico. Ed ecco allora che da un libro del genere scaturisce ancora una volta l’esigenza d’una grande giustizia, d’una serie di atti in qualche modo riparatori, a cui non possono più sottrarsi gli Stati coinvolti nella vicenda: Italia, Slovenia, Croazia; perché solo con il reciproco riconoscimento delle colpe e con la riconciliazione storica si potranno mettere le premesse per un futuro veramente di fratellanza e di pace.

Carmelo Ciccia

[“Gente di Gallesano”, San Mauro Torinese, apr. 2004]


Piero Tarticchio, Storia di un gatto profugo, Silvia, Cologno Monzese, 2006, 2^ edizione, pagg. 254, euro 17.

Piero Tarticchio, scrittore, giornalista e grafico, aveva già dato prova delle sue elevate qualità narrative in precedenti opere, sempre ispirate al dramma dell’esodo: in febbraio 2006 ha approntato per la “Giornata del Ricordo” — com’è precisato in copertina — il romanzo Storia di un gatto profugo, che riprende la stessa tematica.

Diciamo subito che probabilmente la fretta per l’uscita dell’opera alla scadenza prestabilita ha fatto sì che nella prima edizione non ci sia stata la necessaria limatura linguistico-espressiva: infatti, oltre ad alcuni refusi tipografici, vi si riscontravano sviste diverse, carenze stilistiche e punteggiatura a volte approssimativa. Ora, invece, in questa seconda edizione di luglio 2006 c’è stata una doverosa revisione, che ha portato all’eliminazione di quasi tutte le sviste prima esistenti.

Detto questo, non si può non elogiare la solidità di questo corposo romanzo, in cui subito risaltano l’originalità d’invenzione e la capacità d’affabulazione: le quali, unitamente all’elegante veste editoriale, facilmente attirano il lettore fino alla fine del racconto. Ciò è favorito anche dal fatto che — a quanto ben s’intuisce — protagonista della vicenda è lo stesso Tarticchio, il quale tuttora porta in sé le stigmate di quella tremenda esperienza, non avendo mai potuto vivere la giovinezza a causa d’eventi più grandi di lui che l’hanno costretto a diventare subito adulto.

E se da una parte la sbrigliata fantasia dell’autore ci trasporta nell’ipotetica Villa Paradiso d’un aldilà fatto di mera luce, dove si trova un Padreterno che si compiace di provare sensazioni umane accarezzando un gatto su un rilassante divano e raccontandogli una storia, quella appunto del gatto profugo, dall’altra la sua memoria storica ci mette di fronte ad episodi d’orrenda realtà, in cui furono scardinati i valori d’umanità, giustizia e verità: quella realtà che dovettero subire migliaia d’innocenti — istriani, giuliani e dalmati — sterminati nel più barbaro dei modi o costretti all’esilio nell’indifferenza del mondo e purtroppo della stessa madrepatria.

Ecco dunque che un libro del genere serve non tanto a coloro che hanno vissuto quel dramma, e ne portano impressi i segni sulla propria pelle, quanto a coloro che per opportunistico silenzio delle autorità rimasero all’oscuro d’esso: in modo che sappiano e imparino ad evitare che si ripeta quanto è successo a cavallo della fine della seconda guerra mondiale in Istria e nella Dalmazia. In particolare le giovani generazioni devono sapersi costruire un futuro di pace, grazie anche ai numerosi insegnamenti contenuti in questo libro, il quale spesso assume il carattere della sentenziosità. Infatti, oltre alle epigrafi che caratterizzano l’incipit d’ogni capitolo e che sono costituite da pensieri di grandi autori, fanno riflettere certe considerazioni disseminate nel contesto, come ad esempio: “forse bisogna diventare vecchi per capire quanto siano importanti i ricordi e le memorie” (pag. 34); o “quando, in nome del popolo, il potere costituito veste i panni del boia compiendo massacri indiscriminati d’innocenti, la giustizia non può più definirsi tale, ma assume le connotazioni dell’infamia e della vendetta di stato” (pag. 183); o ancora “gli strali della storia colpiscono sempre i più deboli” (pag. 206).

Fra le indicazioni date Piero Tarticchio esprime il suo forte no alla pena di morte e a tutte le guerre, comprese quelle cosiddette “sante”; e con la sua determinazione espressiva trasforma il capitolo finale in un’orazione/perorazione.

Certamente le atrocità fatte raccontare dallo stesso Padreterno — includenti le foibe, l’esodo in massa e la balcanizzazione d’una regione di per sé latina, bizantina, veneziana e quindi italiana — pongono con urgenza l’interrogativo sul perché dei mali nel mondo e dell’assenza di Dio e/o del suo permesso al loro verificarsi: ma qui l’autore, dopo aver sollevato il problema, s’allinea alla teologia cattolica del libero arbitrio degli uomini e dell’accettazione della volontà di Dio da parte del credente.

Nonostante la solennità dell’assunto, tuttavia questo libro non ha nulla di pesante: anzi spesso vi si trovano leggerezza, giocondità, ironia e favola: è il caso di quei saggi animali che parlano tra di loro e con qualche uomo capace d’intenderne il linguaggio e anche di farsi intendere da loro. Statuaria è poi la costruzione dei personaggi, come affettuosamente nostalgico appare il paesaggio, con i suoi colori, i suoi profumi e le sue tradizioni; mentre utile e opportuna risulta la prefazione di Liana De Luca.

In conclusione, ora che sono state apportate le necessarie correzioni (anche se purtroppo qualche svista è rimasta), questa seconda edizione, che fin dall’aspetto grafico-editoriale si presenta come un’opera di prestigio, potrà essere consigliata pure alle scuole, oltre che ad ogni lettore amante della verità, della giustizia e della pace.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, sett.-dic. 2006]


Teresa Titomanlio, Vigilia d’arte, Miano, Milano, 2002, pagg. 36, s.p.

Dopo una ventina d’anni di dedizione alla poesia, Teresa Titomanlio, che ha già pubblicato varie raccolte di poesie nonché alcuni racconti, ci offre questa nuova pubblicazione di versi, che è un libriccino non solo per le piccole dimensioni ma anche per la finezza che lo rende gradevole.

Il critico Ferruccio Masci — che aveva già curato il volume La poesia di Teresa Titomanlio Barone (Miano, Milano, 2000) contenente un’accurata analisi di tale poesia e un corredo di recensioni sulla stampa e bibliografia — nella prefazione a queste nuove venti liriche (prefazione di quasi sette pagine, forse troppo lunga rispetto all’esiguità della silloge) ha giustamente messo in luce che la poetessa si è rifatta al poeta Vincenzo Cardarelli per motivare il titolo della silloge e i temi d’alcune sue composizioni. Queste in buona parte cercano di definire l’arte e la poesia, la loro origine, la loro sostanza: e lo fanno proprio sulla scorta del pensiero cardarelliano.

Dunque questo libriccino della Titomanlio si caratterizza per la pensosità della poetessa, la quale affronta temi e problemi che riguardano l’arte, la poesia, la necessità della spiritualità, la solitudine, i miracoli, il nuovo umanesimo, consumismo e banalità odierne, alluvioni e rivolta della natura, la scomparsa delle stagioni, paesaggi, ecc.

Con grazia si direbbe tutta femminile la poetessa c’induce alla considerazione di tali temi e problemi, e lo fa in punta di piedi e con delicatezza anche formale, dato che i suoi versi sembrano eterei per l’intrinseca leggerezza, privi come sono di difficoltà ed elucubrazioni come spesso capita d’incontrare. Il testo risulta corretto, chiaro e scorrevole, quanto basta a trasformare il libriccino in un vademecum da portare in tasca o da tenere sul comodino per rileggere ogni tanto qualche lirica o alcuni pensieri, ad esempio come i seguenti:

“Non da baldorie con amici / né da splendide vacanze in vivace / compagnia; non da applausi / per consegne di premi ma da solitudine / severa meditazione spesso / sofferenza nasce la poesia” (pag. 19); “Ogni giorno dovrebbe essere / una virtuale / vigilia d’arte per un poeta / ogni giorno un’attesa.” (pag. 20); “Le porte della cultura oggi / sono spalancate a tutti / quelle della poesia sembrano / dotate / di speciale serratura / a doppia mandata.” (pag. 22). E di fronte alle molte banalità odierne la poetessa auspica un ritorno del sacro e d’un’”insolita spiritualità”: “Schieriamoci con gli angeli / ora che la nostra città terrena / sta andando verso un lento / inesorabile declino.” (pag. 24)

È vero che alcune di queste venti composizioni tendono al raziocinio per attenuazione dell’afflato lirico, avvicinandosi piuttosto alla prosa anche a causa della non sempre efficace strutturazione dei versi e dell’uso d’un certo lessico quotidiano; ma è anche vero che questa silloge fa lungamente pensare e riflettere. Inoltre non mancano le immagini felici e il possesso di certi requisiti necessari al far poesia. Ed è per questo che la Titomanlio può essere giudicata non solo come una poetessa valida, ma anche una da cui ci si può attendere ancora di meglio. Carmelo Ciccia

[“Nuovo frontespizio”, Rimini, dic.2002; AA.VV., Appendice a “Vigilia d’arte” di Teresa Titomanlio, Noialtri, Pellegrino, 2005]

Teresa Titomanlio Nell’impeto del verso, Miano, Milano, 1993; e Misura come miseria, idem, 1995.

LIRICHE DI TERESA TITOMANLIO

Le due raccolte di liriche di Teresa Titomanlio Nell’impeto del verso (Miano, Milano, 1993) e Misura come miseria (idem, 1995), sono l’espressione d’una vivace personalità, che ha al suo attivo varie pubblicazioni ed una significativa presenza nel panorama culturale contemporaneo: fra l’altro la Titomanlio figura nella Storia della letteratura italiana, vol. I, dell’editore Miano (pag. 207), e in altri compendi e dizionari letterari.

Già si rivela interessante l’introduzione in versi, che è una denuncia ed una dichiarazione d’intenti: perché le pornodive hanno il diritto di denudarsi e addirittura di candidarsi al Parlamento, e i poeti non dovrebbero avere lo stesso diritto? Con la differenza, però, che le prime denudano e offrono il loro corpo e i secondi la loro anima, peraltro in ardite costruzioni formali. Ebbene, la Titomanlio ci tiene a far sapere che lei appartiene alla seconda categoria e che nei suoi versi vuole proprio mettere a nudo la sua sensibilità. Sul concetto delle parole nude ritorna ancora più avanti; ma precisa che nudità non vuol dire volgarità e perciò invita gli altri poeti ad astenersi da questa: “Ma per favore, non contaminate / la poesia con parole volgari / e talvolta scurrili. / Poesia inizia con la P / come purezza.”

Gran parte della liriche della Titomanlio scorrono limpide e piane, come acque chiare, dolcemente sussurranti osservazioni, considerazioni, riflessioni. A volte la poesia si concentra negli epifonemi dei versi finali: ed è come un’esplosione di bellezza. In questo contesto rientrano i quadretti paesaggistici con brandelli di cielo e sole di settembre, i ricordi familiari (come quello della madre morente), l’elogio dell’infanzia, la dolce ironia e i momenti magici delle pause di pensiero. Perciò sono parecchie le liriche che appaiono veramente belle per contenuti, lessico, struttura (in cui risaltano certe parole isolate nel verso) e metrica, che è come una colonna sonora in sottofondo. Si può anche dire che la poetessa riesce più efficace nelle molte liriche brevi, quando con poche pennellate l’espressione tende alla concisione, all’essenzialità folgorante.

La poetessa, la quale ha un debole per il Leopardi ed in particolare per lo Zibaldone, affronta anche temi sociali, come i maltrattamenti all’infanzia, i disastri ambientali, la mafia, la disoccupazione giovanile, lo smog, la maternità fabbrica-figli: in certi casi la poesia si fa gnomica, prevalendo l’andamento didascalico e raziocinante, se non la polemica. Ed è in questi casi, allora, che vengono meno i momenti di grazia: la struttura dei versi e tutto il modo d’esprimersi ne risentono, avvicinandosi alla prosa più che alla poesia; e ciò, specialmente quando la composizione è lunga. Ne è un esempio il lungo omaggio che la poetessa rende al suo editore, che lei ora trova comprensivo, mentre prima era “un’estraneo”: dove non solo abbonda la prosasticità, ma l’errato apostrofo viene a sminuire l’editore stesso che ha stampato il libro, anche se il rischio del refuso incombe su ogni autore ed editore.

Tuttavia dal complesso si rileva che, nonostante certe cadute di tono, la poesia della Titomanlio riesce a colpire positivamente il cuore (oltre che la mente) non solo del comune lettore, ma anche del critico più smaliziato: e ciò, nonostante che lei, pur dichiarando di perseguire tale obiettivo, abbia poi rilevato d’aver colpito semplicemente il proprio cuore.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, febbr. 2004]


AA. VV., Appendice a “Vigilia d’arte” di Teresa Titomanlio, NoialtriEdizioni, Pellegrino (ME), 2005, pagg. 60, Euro 5,00.

Nel 2002 avevamo letto la silloge poetica Vigilia d’arte di Teresa Titomanlio (edit. Miano, Milano) e avevamo fatto le nostre considerazioni. Ecco ora questo volumetto, che raccoglie venti recensioni dedicate a tale silloge (quasi tutte apparse sulla stampa periodica) e ci dà la possibilità non soltanto di notare la risonanza suscitata dalla silloge, ma anche di constatare l’importanza e la valentía dei critici, a cominciare da Giorgio Bàrberi Squarotti, il quale in una lettera ha giudicato queste liriche “suasive e vive”, dichiarando che alcune d’esse — come “Il respiro del fiume”, “Solitudine” e “Con gli occhi” — gli sono subito diventate “care”.

Perciò i lettori di questo volumetto possono mettere a confronto i vari giudizi espressi e loro stessi farsi un giudizio degli autori; e questa pubblicazione può risultare utile sí all’autrice, per la ricaduta d’apprezzamenti che a lei ne potrà derivare, ma anche ai singoli recensori, i quali, con obiettive valutazioni tendenti a presentare gli aspetti essenziali della poesia di Teresa Titomanlio, qui possono misurarsi fra di loro come in una palestra.

Il volumetto negli spazi liberi ripropone anche alcune di quelle liriche, che sull’onda del poeta Vincenzo Cardarelli vogliono dare un senso ed uno scopo alla vita umana, ed in particolare a quella dei poeti. E cosí dalla lettura del complesso ci tornano in mente le tematiche trattate dall’autrice (affetti, poesia, natura, ecologia, bisogno di spiritualità, ecc.), ben evidenziate in tutti gl’interventi; ma accanto alle tematiche evidentemente sono messe in luce le tecniche necessarie alla poesia: e si conferma l’immagine di profonda serietà-austerità della Titomanlio, che con questa ed altre sue raccolte di liriche e prose, cosí apprezzate da tanti critici, ha saputo ritagliarsi un rispettabile posto nel panorama letterario odierno.

La lettura del volumetto è facilitata da un’elegante forma editoriale, dalla scelta di caratteri nitidi e da un’adeguata impaginazione: tutte cose che, nonostante qualche refuso tipografico, favoriscono la fruizione dei vari messaggi.

Carmelo Ciccia

[“Noialtri”, Pellegrino (ME), genn.-febbr. 2006]


Teresa Titomanlio, Attesa per le risanate sponde, Genesi, Torino, 2009, pp. 256, € 20.

L’OPERA POETICA DI TERESA TITOMANLIO

Chi sfoglia per la prima volta il robusto volume di Teresa Titomanlio intitolato Attesa per le risanate sponde (Genesi, Torino, 2009, pp. 256, € 20) forse non può non esclamare: “Finalmente un bel libro di poesia!”; e ciò, grazie all’illustrazione di copertina, alla carta, ai caratteri, all’impaginazione e impostazione generale, nonché all’assenza di refusi. Infatti, di fronte alla sciatteria di tant’altre pubblicazioni del nostro tempo, questa fa onore all’editrice e d’acchito invita a leggere. Tuttavia in questo volume c’è non soltanto la forma, ma anche la sostanza: e questa è la poesia della Titomanlio.

Anzitutto risulta utile alla fruizione del testo la lunga e dotta presentazione di Sandro Gros-Pietro — vero e proprio saggio sull’opera e sull’autrice — anche se non esente da qualche svista e da certa ampollosità.

La poesia della Titomanlio è fatta di narrazioni o meglio di confidenze che la poetessa fa ai lettori e a sé stessa: confida le sue vicende, emozioni, paure, speranze, attese.... Fin dal titolo si riconosce che il volume è nato sotto il segno dell’attesa di qualcosa che, fugando errori, inganni e delusioni, porti a sognate mete: una luce abbagliante, un’emozione fortissima, un excessus mentis, un’estasi divina e magari un Adagio d’Albinoni che accompagni l’ingresso in paradiso.

Secondo lei, la creazione poetica assomiglia a quella divina, e sublima chi la fa, diventando quasi opera sovrumana, anche se il conforto che offre può essere un’illusione. Ecco perché “non chiede l’elemosina un poeta” (p. 26); e, se “quando muore un poeta non trema la terra / nessuna cosa cambia prospettiva”, tuttavia resta imperituro il suo canto (p. 28). La poetessa sarà ritenuta una passeggera provvisoria che cerca di lasciare una traccia non effimera e al riguardo afferma: “sono colei che guarda le stelle” (p. 74), una che trova un rifugio privilegiato nella poesia, dove realizza la propria liberazione (p. 81), anche se ha bevuto “frullati amari di solitudine” (p. 87). Lei prova sentimenti di vicinanza e affinità per autori come Leopardi, Campana, Gatto, Cardarelli, Penna, Emily Dickinson, Gabriela Mistral, Marina Cvetaeva... E, per quanto riguarda il Leopardi, immagina diversa la sorte di questo poeta, se ci fosse stata lei accanto a lui, a comprenderlo, ammirarlo, amarlo (p. 110).

Oltre a vicende, sentimenti ed emozioni, ricordi familiari e paesaggi ammirevoli, in questo volume ci sono messaggi sociali: dopo una Pasqua consumistica rimane “un mondo senza rami d’ulivo” (p. 32); ripugna l’uomo che senz’amore chiede ad una donna “il compenso in natura” (p. 34); e, per quanto riguarda l’invidia, “rode come cancro chi n’è affetto / il più offensivo dei vizi capitali” (p. 98). La poetessa biasima la volgarità: “Ma per favore, non contaminate / la poesia con parole volgari / e talvolta scurrili. / Poesia inizia con la P / come purezza.” (p. 129). C’è poi il senso di dolore, di pietà e di solidarietà per i terremotati (p. 199); e non si manca di biasimare i maltrattamenti all’infanzia, i disastri ambientali, la mafia, la disoccupazione giovanile, il valore umano collegato alla ricchezza e l’“onnipotente / informatica dei miti facili” (p. 188).

In questi casi la poesia si fa gnomica, specialmente quando s’esprime per massime ed epifonemi: “Le ore della notte / non bastano a cancellare l’oscurità dei giorni” (p. 45); “non aspettarti più di quanto / la vita non possa darti”, dove però il secondo non è inserito per una svista (p. 90); “La luce è sorella della vita / t’invita t’inonda t’avvolge” (p. 92); “Condanna l’oggi oscuro il domani / che attende impaziente” (p. 103); “Non è sogno la vita / e il sogno non è vero”, dove si ricordano i titoli delle opere La vida es sueño di Pedro Calderón de la Barca e La vita non è sogno di Salvatore Quasimodo (p. 189); “Guidare l’amore / verso sentieri di luce” (p. 239).

A p. 57 c’è una composizione appropriatamente intitolata “Racconto in versi”. Ebbene, questo non è l’unico racconto in versi, dato che nel volume ce ne sono svariati: cfr. ad esempio le pp. 58, 66, 100, 105, 173, 180, 196, 198, 233. Inoltre in qualche composizione un inesatto uso della virgola, costretta a svolgere le funzioni del punto fermo o del punto e virgola, appanna la chiarezza del testo. Tali ed altre simili composizioni, alla cui prosasticità concorrono anche le spezzature (cfr. a p. 191 i versi “Capire il senso della / vita è capire l’arte”, dove la preposizione della sta male lasciata in asso in fin di verso), avrebbero dovuto essere eliminate dalle rispettive raccolte e da questo volume, per una più elevata qualità del livello poetico, anche se, per chi produce versi, essi sono come dei figli, tutti amati. Ma nell’opera della Titomanlio ci sono parecchi momenti di grazia, in cui lei raggiunge esiti apprezzabili. In questi casi la creazione artistica è più consapevole, domina il lirismo, e qua e là spuntano rime e assonanze anche interne, ritmo, iperbati, riprese di pensieri e giochi di parole che abbelliscono l’elaborazione.

È difficile, per la loro numerosità, citare tutte le composizioni veramente riuscite, quali —soltanto per fare qualche esempio — “Amore proibito”: “Non conosco / il sapore della tua bocca, / il tuo calore nell’amplesso / d’un amore ricambiato, // eppure sono certa / che t’amo e m’accontento / d’immaginare tutto / con il pensiero intenso; // o forse che mi basta / sapere che esisti / e respiri l’aria / della stessa città” (p. 31); e “Nel sogno in fuga...”: “Percorreremo sentieri di luna / fasciati dalla luce delle stelle. / Dopo secoli e secoli ed anni-luce / ci troveranno in fuga abbracciati / con le stesse parole sulle labbra / con gli stessi brividi sulla pelle” (p. 88). E ci sono anche quelle delle pp. 29, 36, 38, 39, 53, 74, 110, 200, 239, 241, 243...

Queste ed altre bastano a far giudicare Teresa Titomanlio una delle voci più interessanti del nostro panorama letterario, come attestano anche i vari premi e altri riconoscimenti da lei ricevuti.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, sett.-dic. 2009]


Imperia Tognacci, Giovanni Pascoli / La strada della memoria, Centro Studi “Eugenio Frate”, Rionero Sannitico, 2002, pagg. 115.

IL PASCOLI D’IMPERIA TOGNACCI

La prefazione di Vincenzo Rossi, critico profondo e scrupoloso, è certamente garanzia della serietà del saggio d’Imperia Tognacci Giovanni Pascoli / La strada della memoria (Centro Studi “Eugenio Frate”, Rionero Sannitico, 2002, pagg. 115), che d’acchito si preannuncia interessante. E la buona impressione comincia dalla copertina e dalla veste grafico-editoriale, con ottima rilegatura, corredo di fotografie d’epoca, caratteri tipografici consistenti e scuri, impressi su carta dolcemente dorata, che favoriscono la lettura e quindi una migliore fruizione del messaggio dell’autrice: cosa a cui contribuisce anche il linguaggio chiaro, scorrevole e corretto, ma soprattutto piano e suadente.

È opportuno dire subito ciò, per sottolineare la soddisfazione, il rilassamento e il godimento spirituale ricavati dalla lettura del libro, vincitore del 2° premio “Città di Livorno” nel 2001 e consigliabile alle persone colte o che vogliono coltivarsi, agli studiosi e agli studenti. Già il nome del Pascoli è sinonimo di poesia riposante, ancorché intrisa d’un rassegnato dolore; e quindi il libro della Tognacci è in linea con le qualità del personaggio.

È stato l’amore — certamente un grande amore — quello che ha spinto la Tognacci (che ha già al suo attivo varie pubblicazioni e vari premi) a mettersi sulle orme del Pascoli: anzitutto l’amore di concittadina, essendo anche lei nata a S. Mauro Pascoli, quello stesso paese che quando vi nacque il poeta si chiamava solo S. Mauro. Ed è davvero commovente immaginare la piccola Imperia mentre viene indirizzata all’amore per il poeta concittadino dalla propria madre, che le legge e spiega le poesie di questo poeta caro ai fanciulli. Il libro è perciò anche l’esaltazione d’un sereno ambiente familiare ed educativo, dove una mamma del tempo che fu educava la figlia ai valori della concittadinanza e della poesia: e quindi, un libro di memoria.

Ecco dunque il sottotitolo La strada della memoria, tratto da una nota dell’antologia scolastica Sul limitare dello stesso Pascoli, indicante come la poesia, pur immersa nel presente, si sostanzia del passato, e quindi della memoria. E l’autrice nel lavoro ha ampiamente dimostrato come la poesia del Pascoli sia innervata sulla memoria, da quella dell’ambiente natio a quella delle tristi vicende personali e familiari, più che sulla cultura e la dottrina.

Perciò la Tognacci ha rivolto la sua attenzione proprio in direzione della memoria, dimostrando come abbia potuto influire sull’essere poeta di Giovanni Pascoli l’ambiente romagnolo, fatto di modi robusti ed essenziali, dove perfino la cucina locale ha il suo peso, in particolare con la classica piadina; ma soprattutto in che misura abbia influito l’impunita uccisione del padre, che in effetti ha condizionato la vita e conseguentemente la poesia del Pascoli, perché dal suo dolore egli trasse sentimenti d’universalità e di solidarietà, elevando a valore universale la sua esperienza personale ed accostandosi ad un socialismo cristiano. E se non si capisce la sua sofferenza, in cui rientra anche il mancato matrimonio, non si può capire la sua poesia.

L’analisi della Tognacci non indugia inutilmente su questi aspetti personali e familiari, perché le servono a ben dimostrare il suo assunto; sicché, quando — dopo i tre capitoli rispettivamente sull’ambiente, il dolore e l’uomo — l’autrice passa alla poesia, in pratica il terreno è arato per la semina e il raccolto: e veramente si capisce meglio la poesia di questo poeta sotto la guida della Tognacci. Così, ad esempio, si arriva ad una chiarificazione del concetto del “fanciullino”; ma altri chiarimenti si possono cogliere nelle dissertazioni sugli effetti d’alcuni “ismi”: romanticismo, positivismo, verismo, decadentismo, neo-idealismo, esistenzialismo, impressionismo, ermetismo... La Tognacci disserta con disinvoltura su tutto ciò, dimostrando che non è stato solo il grande amore per il poeta a spingerla a questo lavoro, ma anche la buona cultura, la capacità d’esprimersi egregiamente e di rifarsi a critici e studiosi che hanno dedicato la loro attenzione al poeta romagnolo e coi quali a volte essa si confronta.

E a questo proposito l’autrice ritiene opportuno dedicare il capitolo finale al Croce, il quale, pur essendo stato anche lui provato dalla disgrazia (nel terremoto del 1883 perse entrambi i genitori e una sorella) non seppe capire la disgrazia del Pascoli, che nel 1867 aveva perso il padre per un colpo di fucile a tradimento, con tutte le conseguenze possibili e immaginabili, come la morte per crepacuore d’altri congiunti. La disgrazia del Pascoli (dovuta a malvagità e ingiustizia umana) era più grave di quella del Croce (dovuta ad imprevedibilità della natura): e l’autrice rileva che purtuttavia, nella sua manichea distinzione fra poesia e non poesia, il Croce ha bollato il Pascoli come non poeta.

Questo libro è interessante poi per le continue citazioni di versi e pensieri pascoliani, che ne fanno un taccuino in cui si evidenzia l’animo delicato del poeta e che piacevolmente ci riporta agli anni delle letture scolastiche. Un meritato riconoscimento all’autrice va anche per aver messo nel giusto rilievo gli studi danteschi e la poesia in latino del Pascoli, non solo esaltando i valori d’una lingua e d’una civiltà di cui era sostanziata la cultura dello stesso poeta (il quale scriveva, pensava e prendeva appunti anche in latino), ma soprattutto spiegando la matrice e il significato di tale poesia, riconducibile allo spirito cristiano del poeta stesso. E infine appare significativa l’appendice contenente una nota personale del poeta, che aiuta a capire il suo animo e conseguentemente la sua poesia, sempre sulla scorta della memoria.

Concludo questa nota con un ricordo personale: dopo aver visitato due volte la casa natale del Pascoli, ebbi l’occasione di visitare altrettante volte quella di Castelvecchio di Barga (che egli s’era potuto comprare anche vendendo le medaglie d’oro conseguite ad Amsterdam come latinista). Nella prima di Castelvecchio (1993) rimasi tanto emozionato dalla lunga e meditabonda sosta accanto alla sua tomba che nella notte successiva sognai il poeta sul letto di morte, il quale, dopo aver lodato il mio animo pascoliano e il mio amore per lui, mi fece un lungo discorso sulla poesia, con una rassegna degli autori contemporanei, esprimendo (anche a mia richiesta) dei giudizi su alcuni di loro.

Ora, dopo aver letto questo libro della Tognacci, ho avuto l’impressione onirica di rivedere ancora il poeta, il quale, giustamente trascurando di ringraziare me stesso per una modesta ricerca sugli uccelli nella poesia pascoliana, m’ha detto d’aver apprezzato questo saggio della sua sensibile concittadina e mi ha incaricato di ringraziarla da parte sua per l’amore e lo studio rivoltogli, assicurandola che anche lui l’ama. Il che molto volentieri qui faccio, anche interpretando il pensiero degli altri estimatori di questo poeta, a cui si teneva di più in Italia quando era più vivo il senso dell’unità nazionale, basata pure sulla statura morale di certi cittadini e sull’uniformità degli studi scolastici in tutto lo Stato.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, genn. 2003]


Imperia Tognacci, Non dire mai cosa sarà domani, Laterza, Bari, 2002, pagg. 160, € 15.

NON DIRE MAI COSA SARÀ DOMANI

La silloge di racconti d’Imperia Tognacci, Laterza Ed. 2002

Il titolo di questo romanzo Non dire mai cosa sarà domani (che può anche essere considerato silloge di racconti) è attinto ad un pensiero del poeta greco Simonide e richiama le ultime parole (della protagonista Rossella) del fortunato romanzo e film Via col vento: “Domani è un altro giorno”. Sembra — questa — una frase banale: e invece contiene una profonda saggezza. La vita riserva anche delle cose spiacevoli (ad esempio, gravi malattie, ricoveri ospedalieri, morte di congiunti e la propria morte stessa), che però bisogna saper accettare “con filosofia”, perché... questa è la vita! Questo dunque è il nòcciolo della nuova opera d’Imperia Tognacci, una scrittrice emergente, già rivelatasi sensibile poetessa e saggista.

Nei suoi 25 capitoli, che per titoli hanno solo i relativi numeri e costituiscono quadri e stazioni d’una normale via vitae, il libro traccia una delicata vicenda di amicizie, nonché di relazioni sociali e ambientali, in cui agiscono varie donne. Maria, Paola, Rosa, Adele, Loretta, Letizia, Brunella, Ninetta e anzitutto l’autrice nella loro profonda umanità rappresentano un paradigma di sentimenti; ma nel mondo odierno — di cui si deplorano furbizia, egoismo, edonismo, consumismo e dissesto ambientale — esse indicano anche una linea di condotta affinché la vita venga accettata cos“ come viene, col bello e col brutto, poiché nel bene e nel male la vita è già di per sé stessa una meravigliosa avventura.

Perciò l’autrice tutto sommato esprime la gioia di vivere, compiacendosi di esaltare un paesaggio che quasi sa di favola e in cui è presente il grandioso mistero della creazione: quello che lei chiama “la grandezza di Dio nelle meraviglie della natura” (pag. 40), dato che anche lei “sente la gioia d’esistere nell’immenso” (pag. 154). Nella “casa verde” i personaggi e lei stessa trovano acquietamento alle loro passioni: una serenità e una rassegnazione che ben coinvolgono il lettore e che sono lo specchio dell’armonia interiore della Tognacci, magistralmente riflessa nella narrazione.

Nell’opera, in cui viene esaltata la poesia dei piccoli gesti quotidiani, apparentemente rituali ma indice di normalità, un posto di riguardo ha l’amicizia, coi suoi salutari effetti; ma non mancano interessanti discussioni su psicologia, astrologia, omeopatia e medicina soggettiva, e soprattutto non mancano le considerazioni, come quelle sul valore della maternità (mancata per una protagonista). Molte infatti sono le riflessioni e massime, che vengono offerte “in amicizia” e senza alcuna cattedraticità, a cominciare dal titolo del libro: “Non dire mai cosa sarà domani” (pag. 5); “Per essere veramente vivi, bisogna esistere per qualcuno” (pag. 48); “È bello essere accettati per quello che si è” (pag. 54); “Non si può dare sostegno a un altro se non si possiede una propria forza, un proprio equilibrio” (pag. 86); “La cosa migliore è godere del presente, di ogni attimo” (pag. 122); “Non è il bravo scacchista a vincere la partita della vita, ma chi ha sofferto, perché sa meglio comprendere” (pag. 129); “L’amicizia aiuta a chiarire angoli oscuri” (pag. 138); “Irrigidirsi nel dissenso non aiuta a costruire” (pag. 151)...

Il prevalere della prima persona nella narrazione sotto forma di discorso diretto, anche quando le vicende si riferiscono ad altre protagoniste, e la scelta della forma epistolare, che nell’economia generale del libro ha un ampio spazio quasi a voler esaltare la civiltà della lettera in un momento storico che la sta abolendo, significano che l’autrice si cala perfettamente nei suoi personaggi, condividendone vicende e sentimenti fino ad immedesimarsi in loro.

Al valore del libro contribuisce anche lo stile: calmo, pacato, chiaro e scorrevole, esso invoglia alla lettura, grazie anche all’aspetto grafico-editoriale, che presenta carta paglierina e caratteri nitidi. E già l’illustrazione della copertina focalizza una casa di montagna in mezzo al bosco, fra alberi e uccelli, la quale così viene sublimata come centro di gesti, azioni, piaceri, dispiaceri, affetti, passioni, ansie: cioè di quell’universo materiale e morale di cui è intessuta ogni vita umana. Inoltre vari riferimenti letterari diretti o indiretti (a Dante, all’amato Pascoli, ecc.) e la correttezza linguistica rivelano grande cultura e raffinata abilità.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 19.III.2003; “Pomezia-notizie”, Pomezia, apr. 2003]


Imperia Tognacci, Traiettoria di uno stelo, System Graphic, Roma, 2001, pagg. 58, € 7,75.

Le liriche di Imperia Tognacci: TRAIETTORIA DI UNO STELO

Questo volume di liriche vive nell’atmosfera pascoliana: non solo perché la poetessa è nativa di S. Mauro Pascoli (comune chiamato fino al 1863 semplicemente S. Mauro e da allora al 1923 S. Mauro di Romagna), ma soprattutto perché — grazie alla sua famiglia — essa ha assimilato la poesia, il clima e i sentimenti “di quel grande / che come noi si nutrì / alla terra di Romagna” e ora si muove nell’orbita da lui tracciata. Questo non significa però che essa non riesca a staccarsi da tale orbita e ad assumere una fisionomia personale: infatti, della poesia pascoliana in questa silloge troviamo paesaggi, lingua, costumi, tradizioni, animus, cioè quel senso doloroso della vita che è la caratteristica dominante del Pascoli; ma troviamo anche la capacità d’un avanzamento e d’un superamento, in una visione e tecnica propria che dal decadentismo simbolistico sembra sporgersi verso quello crepuscolare.

Già la dedica ai genitori e alla sorella è una dichiarazione d’intenti, ponendo il lavoro nell’alveo della familiarità, in cui la memoria va alla scoperta di “musiche lontane / che si perdono su percorse strade” e che presto si trasformano in echi, costituendo anche delle diafore. E sulla musicalità vale la pena di soffermarsi, perché c’è nella silloge una musica sottesa che la pervade e che ne costituisce un’incessante colonna sonora, percependosi ad ogni verso: sicché per la recitazione non ci sarebbe bisogno d’altri strumenti musicali se non dei soli versi.

Romagna vuol dire Pianura Padana: distese, prati, greggi, “filari di alberi in trine”, aratri, zappe, madie, telai, orci, focolari, infanzia, affetti e memorie familiari, fragranza del pane appena sfornato dal forno a legna, piadina, sangiovese, feste e preghiere d’una volta (come quelle della settimana santa), usanze tipiche (come il falò della vigilia di S. Giuseppe, le cui faville costringevano gli spettatori ad un inseguimento dei sogni suscitati): e la poetessa ci tiene ad esternare la sua “fedeltà a questa terra feconda”, nonostante il fascino della metropoli, che è una “medusa dagli occhi di cemento / cui, se t’abbandoni / diventi pietra”.

La poetessa sembra bearsi in quell’ambiente romagnolo, descritto in tutti i suoi dettagli, come ad esempio nelle ginestre di Zollara, il paese delle vacanze estive in casa dei nonni; e il ricordo è di per sé stesso fonte d’esaltazione ed eccitazione.

Ma Romagna vuol dire anche alluvioni (tremenda quella del 1951, detta “alluvione del Polesine”), povertà, sofferenza, treni come gabbiani che portano via le persone tra la nebbia: e, quando “rampicanti ricordi s’attorcigliano all’animo”, la poetessa, quasi al chiarore del lume a petrolio che richiama il pascoliano “piccoletto grande presepe”, rivede “volti che la sofferenza sublima”. E su tutto aleggia, cercato e gradito, il fantasma del Pascoli, la cui immanenza può scoprirsi già in certe parole-spie, con le ingiustizie che subì (uccisione del padre, povertà, carcere) e col suo dolore.

Ecco perché la poetessa, ora residente a Roma, dal grigiore metropolitano rivolge al Tevere questo mesto “canto dell’esule”, la cui fruibilità è agevolata dalla pertinente e compartecipe prefazione di Francesco Fiumara. Questo della Tognacci è un canto apprezzabile, oltre che per la musicalità, anche per la struttura dei versi, il lessico, la chiarezza e la correttezza linguistica. I vari refusi di stampa non ne inficiano il valore, che sicuramente s’attesta su un alto livello.

Carmelo Ciccia

[“Il convivio”, Castiglione di Sicilia, lug.-sett. 2003; “Il corriere di Roma”, Roma, 19.V.2004]


Imperia Tognacci, Natale a Zollara, Bastogi, Foggia, 2005, pagg. 106, € 11.

Imperia Tognacci in questi ultimi anni si è qualificata come una delle voci più ragguardevoli della poesia italiana e come l’erede spirituale del Pascoli, il poeta del paese di cui anche lei è nativa, cioè San Mauro Pascoli. Il suo libro Natale a Zollara, che può definirsi una silloge di poemetti o un poema esso stesso, vive delle suggestioni pascoliane, le quali non sono soltanto quelle paesaggistiche della Romagna, ma anche quelle interiori del poeta romagnolo. Affiorano anche in lei un senso di dolente umanità e una visione artistica permeata di quel decadentismo che ha reso apprezzabili certi poeti. La presenza del Pascoli si nota non tanto dalle esplicite citazioni, quanto dall’atmosfera generale del volume. Si può dire che egli sia presente in ogni pagina come un nume tutelare: e ciò, senza nulla togliere alla personalità e originalità della Tognacci, che di lui ha l’animo fanciullesco, il modo di porsi nei confronti della vita.

In questo libro c’è un ritorno a quell’infanzia fatta di consuetudine, di piccole cose, di piccoli ma significativi gesti, soprattutto di care presenze e di grandi speranze. La poetessa delinea quel mondo nei minimi particolari, ma è un mondo che — più che nella mente — lei ha nel cuore, anzi “nella geografia del cuore”. Ecco perché è bello per il lettore trovarvi le linee del paesaggio, il verde della natura, la polenta e la piadina, le giornate soleggiate e quelle nebbiose, il buon Sangiovese o Lambrusco, la religiosità, le tradizioni popolari, perfino le impronte del gatto sul cuscino e una tastiera di pianoforte: insomma la quotidianità d’un tempo che ora non c’è più. Ma è più bello trovarvi sentimenti ed emozioni in cui essere coinvolti, quasi madide acqueforti.

Certamente questo è un libro basato sulla nostalgia; ma sbaglierebbe chi pensasse ad una nostalgia tesa a commuovere. Più che altro, quello che la Tognacci presenta è una pacata e quasi timida considerazione sulla vita, sui suoi misteri, sulle sue finalità, specialmente quando col passar degli anni e le difficoltà esistenziali ci si può abbattere. Ma la poetessa ha delle inoppugnabili risorse: se “tutto transita” e anche noi siamo “di passaggio”, “ci stringiamo al calore / che l’anima sprigiona”; e se “la nebbia ha reso miope lo sguardo”, dopo “uno stormo d’uccelli, alzandosi, / da terra, volerà lontano, nell’azzurro leggero”. Perciò il sentimento prevalente è l’ottimismo, confortato dalla fede in Dio che la poetessa ha sempre dimostrato.

Se questi argomenti sono di per sé stessi poetici, la poetessa ha in più una grande capacità d’affascinare i lettori. E questa è la sua maestria, peraltro già collaudata, nel tagliare e forgiare i versi, nello scegliere e posizionare i singoli vocaboli, nell’infondere una sottesa ma intensa musicalità. Anacoluti in moderata quantità (che quindi non disturbano e anzi attraggono), lessico d’un certo livello e ritmo melodioso fanno sì che la voce del lettore si soffermi su particolari parole e concetti: e al riguardo notiamo che questo è un tipo di poesia che si presta moltissimo non solo ad essere letta e riletta, ma anche ad essere recitata in pubblico, avendo già implicita una forte dose di musica.

Infine all’alto valore del libro contribuiscono l’elegante aspetto grafico-editoriale e l’espressione linguistica sempre chiara, scorrevole e assolutamente corretta (anche nella punteggiatura), che potrebbe servire da modello per le scuole.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, nov. 2005]




Imperia Tognacci, La notte di Getsemani, Cannarsa, Vasto, 2004, pagg. 20, € 11.

Un opuscolo di venti pagine forse non meriterebbe alcuna recensione, se non fosse che esso è stato scritto da Imperia Tognacci, una delle voci più ragguardevoli della poesia italiana contemporanea, e che ha ottenuto il secondo premio in un importante concorso letterario.

La condanna a morte d’un innocente è sempre una grave ingiustizia, ma nel caso di Gesù è stata un evento che ha sconvolto la storia dell’umanità, perché si trattava del Salvatore, cioè dell’Uomo-Dio venuto in terra per salvare gli uomini.

Con le liriche del libro La notte di Getsemani, che costituiscono quasi un poemetto, la poetessa si è immedesimata nella mente del protagonista per coglierne lo straordinario travaglio nell’attesa del tradimento nell’orto degli ulivi; e ne sono nate osservazioni, premonizioni, ansie, speranze e certezze, in un coinvolgimento di tutta la natura chiamata a partecipare a quell’immane tragedia. Perciò c’è in questi versi come un dialogo fra Gesù, il Padre, la natura, gli uomini e gli animali. Ma nel riproporre il messaggio evangelico e il sacrificio di Gesù, la poetessa s’è accostata al sublime tema con viva partecipazione alla sofferenza, tanto da fare d’un’opera di poesia anche un’opera di devozione, utile per i credenti e per quanti apprezzano la spiritualità. Questi potrebbero tenere La notte di Getsemani come un vademecum ricco d’elevati pensieri e servirsene all’occorrenza, particolarmente nelle pie meditazioni quaresimali.

Tutto ciò ovviamente non riguarda solo la pietà individuale: infatti il lavoro è fatto e gestito con arte, cioè con quella tecnica più volte sperimentata dalla poetessa, la quale qui ancora una volta ci manifesta il suo animo fortemente sensibile e delicato. E questo giustifica a pieno il premio ricevuto.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, nov. 2005; “Il convivio 2006”, antologia, Castiglione di Sicilia, 2007]


Imperia Tognacci, Odissea pascoliana, Bastogi, Foggia, 2006, pagg. 74, € 9.

I lettori di questo libro anzitutto godranno d’avere fra le mani una pregevole edizione, la quale per tipo di copertina, carta, caratteri, impaginazione e illustrazioni (quasi miniature) si rivela non comune. C’è da aggiungere che in esso non ci sono refusi e altri errori: cosicché per quanto riguarda la forma esso è perfetto.

Ma anche per quanto riguarda il contenuto il libro è notevole. Imperia Tognacci, che in questi ultimi anni si è segnalata quale erede del mondo pascoliano, ha voluto qui ancora una volta rievocare atmosfere e umori del grande poeta: già il titolo, richiamandosi all’omerico Ulisse (del quale peraltro il Pascoli aveva trattato con vari spunti riconducibili al suo mito), vuol mettere in evidenza la solitudine, gl’ideali, le peregrinazioni e gli stati d’animo del poeta, conseguenti ad un destino avverso, che ebbe particolare incidenza su di lui a causa della sua grande sensibilità. Insomma l’autrice ha voluto andare alle radici della sofferenza del poeta e ripercorrerne momenti, espressioni e sviluppi, in un condiviso itinerario umano e poetico.

L’atmosfera pascoliana è data anzitutto dalle citazioni di brani del poeta, che all’inizio delle sezioni in cui è ripartito il lavoro sono poste a mo’ d’epigrafi non soltanto per rilevarne l’incisività, ma anche per farne scaturire le successive interpretazioni e considerazioni dell’autrice che ad esse s’agganciano. Ed è cosò che nasce questo commosso poemetto in forma allocutiva e monologante, in cui, per evocare più familiarmente la presenza del caro personaggio, l’autrice gli si rivolge chiamandolo ora “poeta” ora “poeta di Romagna” ora semplicemente “Zvan““. Nell’architettura poetica l’autrice costituisce delle tappe di riflessione, spesso intrise di sapienti epifonemi, facendosi insieme interprete e compartecipe protagonista, data l’empatia esistente fra lei e il poeta.

]È ovvio che un dettato del genere, oscillante fra l’elegia, il dialogo e l’orazione, non sempre può mantenere un afflato lirico di livello elevato; ma i cali si compensano con la sincerità dell’intendimento e con la grandiosità dell’affresco che ne deriva, anche perché il poemetto è seguito dall’ampio saggio della stessa Tognacci “Giovanni Pascoli e la ricerca del senso dell’essere”, scritto per il 150° anniversario della nascita del poeta, già pubblicato in una rivista e ora riproposto qui.

In questo saggio l’autrice, dopo aver accennato alla crisi di valori del ‘900, ed in particolare all’incomunicabilità e al carente rapporto parola-cosa, attribuisce l’attualità e modernità del Pascoli ad un nuovo uso della parola, basato su naturalezza e immediatezza. Inoltre si sofferma sul peso dell’antichità classica, sul simbolismo e sul socialismo umanitario, il quale per lei è un cristianesimo sostanziale più che dogmatico e ad ogni modo pieno d’una forte spinta al recupero del trascendente.

Perciò giustamente nella prefazione Giuseppe Anziano sottolinea che nessuno più della Tognacci ha saputo penetrare nel dramma del Pascoli, farlo suo e ricrearne i motivi nella propria poesia, anch’essa fatta di semplicità, malinconia e profondo sentire.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, ag. 2006]


Imperia Tognacci, La porta socchiusa, Bastogi, Foggia, pagg. 93, € 10.

D’Imperia Tognacci abbiamo letto qualche anno fa La notte di Getsemani (Cannarsa, Vasto, 2004), un poemetto che descrive l’angoscia del Salvatore nella notte precedente il suo sacrificio. E su questa linea di poesia religiosa si colloca la nuova raccolta di versi La porta socchiusa, che è insieme ragionamento, preghiera, meditazione. Certo un libro siffatto nasce con un notevole supporto alla base: sono le letture e gli studi su cui la poetessa a sua volta ha lungamente meditato e si è formata, facendone parte integrante del suo essere e del suo sentire. E di ciò avvertiamo gli echi nelle citazioni a mo’ d’epigrafe che precedono e scandiscono le varie parti del libro o nelle argomentazioni stesse che sostanziano le singole composizioni.

Tutto ciò rivela un animo poetico molto sensibile, suffragato da una fede profonda, che è insieme fiducia e abbandono alla volontà di quel Dio che la poetessa continuamente invoca e implora, con confidenza e si direbbe con disinvoltura, perché lo sente come un essere vicino a sé, col quale poter colloquiare con la massima libertà e franchezza. Ed ecco allora che nelle meditazioni della Tognacci affiorano certezze e dubbi, sicurezze e smarrimenti, debolezze e speranze. In pratica i vari episodi biblici, di cui dimostra perfetta conoscenza, sono assunti per fornire non tanto semplici rievocazioni, e magari reinterpretazioni, quanto una serie di riflessioni che, oltre all’aspetto puramente religioso, investono i problemi fondamentali dell’esistenza umana, con evidenti finalità escatologiche.

Soprattutto la poetessa denuncia la fragilità della nostra condizione, che non può fare a meno dell’aiuto di Dio se vuole conseguire serenità, protezione, salvezza.

È ovvio che un dettato del genere, anche se di tutto rispetto per l’elevatezza del contenuto, a volte può scadere nella discorsività e quindi nella prosasticità per la carenza di lirismo; ma, premesso che la poesia non consiste soltanto nel lirismo, quest’evenienza nella Tognacci è limitata. E in ogni caso, mentre in simili lavori è facile cedere alla tentazione della retorica, qui non soltanto la retorica è assente, ma la poetessa usa un tono dimesso: lei non sale in cattedra nemmeno quando la sua poesia diventa gnomica, ma esprime le sue considerazioni con una pacatezza così sommessa che alla fine risulta più convincente. Inoltre sa raggiungere alti traguardi con certi voli finali che hanno il carattere degli epifonemi: “Ogni umano vagito lacera / l’aleggiare infinito del nulla” (pag. 75).

Ed effettivamente c’è in questo libro un alito d’infinito verso il cielo, emblematicamente preannunciato dall’illustrazione della copertina: un significativo particolare dell’Ascesa all’Empireo del fiammingo Hieronymus Bosch (circa 1450-1516), che ben prepara alla lettura del testo, come fanno anche la prefazione di Mario Landolfi e l’introduzione di Vincenzo Rossi.

Il linguaggio della poetessa è chiaro, scorrevole e corretto, a tratti intriso di musicalità; mentre la forma grafico-editoriale è elegante, pur avendo qualche sporadico refuso.

Carmelo Ciccia

[“Ricerche”, Catania, giu.-dic. 2007]


Imperia Tognacci, L’ombra della madre, Laterza, Bari, 2009, pagg. 240, € 18.

L’OMBRA DELLA MADRE” D’IMPERIA TOGNACCI

Sulla cupa copertina di questo nuovo libro d’Imperia Tognacci (Laterza, Bari, 2009, pagg. 240, € 18) il titolo L’ombra della madre a lettura finita risulta ambiguo e ad ogni modo inefficace, perché non si capisce se l’ombra è quella che il giorno del matrimonio d’Alaìde appare sul volto di sua madre, e quindi nella seconda metà del libro (p. 148), o quella della malattia della stessa Alaìde che si proietta sulla vita della figlia Lidia II e la condiziona. Forse sarebbe stato meglio che il romanzo fosse intitolato Piccole donne crescono / 2, sulla scia di quello famoso dell’americana Louisa May Alcott (1832-1888): con la differenza che in questo della Tognacci le piccole donne sono sei in prima generazione e tre in seconda, delle quali ultime, a causa di morte precoce, due crebbero poco, anzi Lidia I (“riccioli d’oro”) pochissimo; e questo provocò nella madre una lunga depressione, con isolamento e gesti isterici anche nei confronti di Lidia II. Ma meglio ancora sarebbe stato che fosse intitolato Lo specchio, perché in realtà è questo il protagonista assoluto: questo è personificato e riflette non soltanto rimandando le immagini, ma anche pensando, ricordando, parlando, filosofando, strizzando l’occhio, consigliando, ammonendo. In sostanza esso è la coscienza critica della casata e agisce anche quando i personaggi si trasferiscono in altre residenze e si trovano a trattare con specchi diversi. E così le parole specchio, specchiarsi e rispecchiarsi sono ripetute innumerevoli volte, dalla prima all’ultima pagina, in maniera ossessiva o almeno invadente.

Dalla lettera a Lidia apposta dalla Tognacci a mo’ di premessa al romanzo sembrerebbe che il romanzo sia veritiero, almeno nella parte riguardante questa Lidia; ma al critico interessa non la corrispondenza della narrazione alla realtà dei fatti, bensì l’impostazione logica, la fantasia artistica, la costruzione dei personaggi. Ed in effetti in questo lavoro tutto ciò c’è ed è ben fatto: basta vedere la descrizione degl’interni domestici e degli esterni paesaggistici, certi caratteri come quello del padre-patriarca, della madre che l’appoggia e delle figlie; il che rivela un’attenta analisi psicologica.

C’è poi la partecipazione dell’autrice alle vicende delle ragazze: si capisce che lei è una madre, la quale gode, soffre e suggerisce come nei confronti di figli suoi. Ecco perché il romanzo è costellato di massime e insegnamenti vari: “L’adolescenza è una fioritura così breve che non ha neppure il tempo di rendersi consapevole di possedere un incanto così raro” (p. 41); “Il mare della vita credete davvero che sia sempre calmo? Il mare è anche tempestoso, pauroso, ma bisogna saper navigare in ogni situazione, bisogna, per saperlo affrontare, conoscerlo e diventare forti e abili naviganti.” (pp. 47-48); “Il distillato del ragionamento umano è la forma più alta del pensiero. Solo chi più sa e conosce è in grado di giudicare, di non essere colto alla sprovvista in certe situazioni e, quindi, di non doverle subire.” (p. 117). Ed è costellato anche di squarci lirici che rivelano l’animo poetico dell’autrice, la quale fra l’altro ha già pubblicato apprezzate sillogi di poesia: “In poco tempo la nave [degli emigranti] fu al largo, s’allontanava sempre più, poi fu solo un punto lontano, una lacrima galleggiante all’orizzonte.” (p. 106); “tra le foglie dell’orto le apparirono bagliori luccicanti in cui si smembrava la luce lunare; in lontananza, sulle colline di un colore indefinibile, una luce oscillava, forse un fuoco acceso su qualche aia sperduta.” (p. 172). Bello è anche il rapporto fra tutte le sorelle, ed in particolare fra Margherita e Alaìde: di queste due, la prima invidiosa e la seconda altruista nei suoi confronti, fino a quando l’invidia cessa e le due s’abbracciano in una scena di ritrovata intimità e intesa; e un tuono sancisce la liberazione di Margherita dall’invidia.

Nel romanzo, ambientato a cavallo fra Ottocento e Novecento, ci sono anche note d’epoca: il neonato regno d’Italia, il re al Quirinale, i cavalleggeri che hanno una ferma di ben quattro anni, l’emigrazione verso l’America, la seconda guerra mondiale, l’influenza “spagnola”, la famiglia d’una volta tenuta ad un’obbedienza assoluta al padre, le ore indicate non dagli orologi (che quasi nessuno possedeva) ma dal canto del gallo e dalla posizione del sole e delle ombre, il vestiario, la medicina popolare (che ha sfigurato il volto di Margherita), le pratiche religiose e familiari; e poi robuste balie che allattano contemporaneamente vari bambini, lavandaie col fazzoletto legato dietro la nuca che lavano lungo i fiumi, ecc.

Come si vede, dunque, si tratta d’un romanzo ben congegnato, interessante per la trama e per gl’intenti didascalici, oltre che per il frequente lirismo. Peccato, però, che esso si legga con certe difficoltà dovute alla forma. La punteggiatura è spesso approssimativa e imprecisa, ora carente ora sovrabbondante, tanto da spezzettare le frasi con varie virgole, talvolta tagliando il soggetto dal suo predicato per rimarcare frequenti incisi, talaltra riducendo le frasi stesse ad un susseguirsi di parole isolate; la virgola spesso è costretta a svolgere — oltre che le sue proprie — anche le funzioni d’altri segni di punteggiatura più consistenti, quali i due punti, il punto e virgola e il punto fermo, producendo una serie di coordinate (paratassi) laddove meglio starebbero le subordinate (ipotassi); e a volte il necessario punto interrogativo è erroneamente sostituito dall’esclamativo, corrompendo il significato dell’espressione. Inoltre l’uso di soggetti sottintesi in certi casi provoca incertezza, non essendo chiaro fra i precedenti nomi quale sia effettivamente il soggetto; il racconto del militare Giuseppe e quello del geometra Vito in Africa sembrano delle divagazioni o novelle innestate nel romanzo; i periodi spesso sono zoppicanti o affannosi a causa della coordinazione asindetica; certi capoversi risultano troppo lunghi, mentre altri periodi sono divisi in vari capoversi, quando avrebbero dovuto essere raggruppati in unico capoverso; ci sono frasi virgolettate che stanno dentro altre virgolettate e ripetizioni di parole o di concetti a volte nella stessa riga o in righe immediatamente successive; le parole straniere, quasi sempre non indispensabili, con scarso rispetto della lingua italiana non sono messe né tra virgolette né in corsivo (tranne qualcuna); e infine ci sono refusi tipografici, improprietà lessicali e sviste varie (anche grammaticali), fra cui la più eclatante è che l’amico del cuore di Lidia ora è chiamato Virgilio e ora Attilio. E ciò evidentemente riduce il valore del libro.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, nov.-dic. 2009]


Imperia Tognacci, Il richiamo di Orfeo, Laterza, Bari, 2011, pp. 64, € 8.

La poesia “È musica / che avvince”: così afferma Imperia Tognacci nella composizione finale di questa silloge. Ed in realtà ciò che a lettura finita resta più impresso nel lettore è la musicalità della stessa, tanto da sembrare che il libro sia scritto principalmente per cullare il lettore con la sua sottesa musicalità, praticamente affidando alla parola e ai suoi molteplici effetti formali — con l’ausilio del ritmo dei versi, d’allitterazioni e di rime anche a mezzo — l’essenza della poesia: “Amore è vino che invade avide vene, / e con i passi della primavera avanza.” (p. 34).

Così, come in Orfeo qui evocato, musica e poesia vengono a coincidere, in un excursus che porta alla ribalta personaggi e misteri del mito, quali — oltre allo stesso Orfeo — Euridice, Ade, Persefone, Cerbero, Caronte, le Parche...

Ed è al poeta che la poetessa spesso si rivolge, esprimendo giudizi e dando consigli, con proposizioni nominali di contenuto assiomatico o apodittico e con qualche sfumatura d’ermetismo, alla ricerca dell’originaria bellezza dell’universo, del suo creatore e del senso della vita. In questo contesto un termine frequente è infinito/infinita: “Della vita / il baratro oscuro ci ghermisce, / ma irrisolto il mistero, di noi, / in plaga infinita.” (p. 11); “Nell’onda cava dell’infinito / si ancora la vita.” (p. 12); “Meglio il tumulto di bufera / piuttosto che il tarlo del tedio” (p. 23); “Tutte le dita della vita / strette nel pugno dell’infinito.” (p. 51).

La poetessa osserva rocce silenziose e misteriose, una luna che “scioglie i suoi chiari / capelli nell’abbraccio del cielo” (p. 19), l’eco del vento fra le rocce e la solennità degli spazi, il volo d’una rondine che turba la fissità d’un cortile e quello d’un passero che s’impiglia nei lacci della Parca; ed evangelicamente conclude che “come seme bisogna morire / per rinascere” (p. 42) e che “Un grido nel vento è la vita, / un’acqua indifesa che scorre / impacciata da sassi, e salta / nell’ostile scarpata.” (p. 49).

Anche se nella silloge c’è qualche considerazione prosastica, come il gozzovigliare dei potenti, l’attenzione è concentrata sulla poesia, della quale nelle ultime pagine, partendo dal mito, si ricostruisce la nascita e si fa un’apoteosi. In queste pagine finali il pensiero più bello è forse il seguente: “Dà voce ai colori la poesia, / discioglie emozioni profonde, / addensa memorie, ascolta il mare / e nella sua canzone accoglie la voce / di relitti di ignoto passato, e vola / e plana vagheggiando armonia.” (p. 52). Ma molto significative sono certe altre frasi: “Poesia, finestra aperta sull’assoluto” (p. 58) e “Poesia aleggia nel viaggio / dove si ripete il canto dell’amore / che si tuffa nel cosmo dell’anima / e fili allentati riannoda.” (p. 59).

Infine, nell’era della meccanizzazione e dell’informatica, la poetessa affida alla poesia il compito di raddrizzare gli orgogliosi sentieri dell’“homo tecnosapiens”. E questo della poesia capace di migliorare l’uomo, e per ciò stesso bisognosa d’essere praticata e coltivata, è il messaggio più pregnante della silloge, al quale un altro fondamentale se n’affianca: cercare il valore dell’esistenza finché c’è luce. Questo messaggio è importante perché proviene da un’autrice di vari libri (di poesia, narrativa e saggistica) formatasi nel paese e alla scuola del Pascoli.

L’aspetto grafico-editoriale è dignitoso e la forma linguistica pressoché del tutto corretta: rilievi si possono fare soltanto su qualche virgola fuori posto (pp. 11, 12, 55), su una parola straniera non messa tra virgolette o in corsivo (p. 11) e sull’espressione “ellade sponda” usata per “elladica sponda”(p. 53).

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, ott. 2011; “Sentieri molisani”, Isernia, sett.-dic- 2011]

Roberto Tognoli, Pagine di Risorgimento Mantovano, Sometti, Mantova, 2002, pagg. 144.

PAGINE DI RISORGIMENTO

in un libro di Roberto Tognoli

Il titolo del libro Pagine di Risorgimento Mantovano di Roberto Tognoli (Sometti, Mantova, 2002, pagg. 144) potrebbe far pensare ad una ricerca d’interesse locale; e invece poi ci s’accorge che essa riguarda tutta l’Italia, configurandosi come rivisitazione d’un glorioso periodo della nostra storia e civiltà, quanto mai utile oggi, in un momento in cui l’amore della comune patria italiana e i sacrifici per essa compiuti sono denigrati e vilipesi per retrogradi campanilismi o semplicemente per frivola dissacrazione.

Anzitutto non si deve dimenticare che Mantova fu un punto nevralgico del potere asburgico nel Lombardo-Veneto, tanto da costituire una piazzaforte del cosiddetto Quadrilatero, che poggiava anche su Verona, Legnago e Peschiera; e che nel suo territorio si verificarono accese manifestazioni d’insofferenza contro quella tirannide, da parte di molti patrioti, poi divenuti martiri.

A parte alcuni episodi e figure strettamente locali, come la leggenda e le vicende del Preziosissimo Sangue di Gesù, le cui reliquie sono venerate in una chiesa mantovana (cose che comunque interessano il mondo cattolico, considerato che la Chiesa celebra il 1° luglio la festa desunta dalla leggenda mantovana), il libro passa in rassegna una serie di fatti e figure che hanno inciso profondamente la storia e la coscienza nazionale: le condanne alla scelta fra il carcere dello Spielberg e l’esilio a vita in America; particolari delle battaglie di Monzambano, Curtatone e Montanara, Solferino (coi prodromi della fondazione della Croce Rossa); la spedizione dei Mille nelle sue varie fasi (anche con particolari inediti e curiosi come le visite di Garibaldi ai monasteri siciliani); vicende e sacrifici del patriota Alberto Mario e dei martiri di Belfiore; il ruolo d’alcuni vescovi.

Ha fatto bene l’autore a ricordare tutto ciò, specialmente all’immemore ed ingrata cittadinanza odierna, la quale invece non dovrebbe ignorare l’italianismo, il coraggio e il sacrificio di personaggi come (fra gl’innumerevoli) don Giovanni Grioli, Giovanni Zambelli, Angelo Scarsellini, don Enrico Tazzoli, Bernardo De Canal, Carlo Poma, Carlo Montanari, don Bartolomeo Grazioli, Tito Speri, Pietro Frattini e Pier Fortunato Calvi. In contrasto col loro luminoso esempio, però, risalta la barbarie del regime austro-ungarico, che, pur essendo eccellente dal punto di vista strettamente burocratico-amministrativo, aveva dei metodi politici e polizieschi degni del futuro nazismo.

Scrive il Tognoli: “Per far confessare i prigionieri venivano usati sistemi che fanno pensare agli austriaci come antesignani della Gestapo” (pag. 99). Oltre a prigioni in umide stalle e con ferri ai piedi e ai polsi, agl’inquisiti (a volte scottati con fogli di carta accesa) venivano propinati cibi nauseabondi, medicinali repellenti che provocavano anche la pazzia e solenni bastonature: una delle molte fotografie del libro ritrae proprio l’indicazione murale “camera della bastonatura”. E ai giustiziati, con una vistosa ingerenza del potere politico in quello sacro, veniva vietata la sepoltura nei camposanti.

E giustamente la via sovrastante la valletta di Belfiore è stata intitolata a Silvio Pellico, altro patriota che tanto patì e che, poiché gli erano negati i mezzi per scrivere, nel fosco Spielberg cominciò a scrivere un’opera col suo sangue, fattosi sgorgare con punture.

Invano i vescovi si appellavano al papa-re perché intervenisse presso il re-imperatore per fare smettere persecuzioni, torture e pene capitali, dato che purtroppo anche Pio IX (ora inopinatamente proclamato beato) aveva introdotto nello Stato Pontificio tortura e ghigliottina contro i patrioti italiani. Francesco Giuseppe, forse per la giovane età, era in balia di generali arrivisti e donne intriganti. La moglie Elisabetta (Sissi), che sembra guardasse con tolleranza se non con simpatia all’indipendenza italiana, invece gli raccomandava di non farsi prendere la mano dai generali e di non firmare più condanne a morte; ma inutilmente, perché torture e pene capitali fioccavano (e dopo purtroppo fu lei a pagarne le conseguenze restando vittima d’un mortale attentato).

Così il regime austro-ungarico trascorreva da una parte fra spettacolari balli in fiabeschi ambienti, dall’altra fra crudeli torture, patiboli, forche e plotoni d’esecuzione. Per un qualsiasi nonnulla lombardi e veneti venivano inquisiti, torturati e spesso mandati a morte: a volte per una cartella del prestito mazziniano, a volte per un ritratto di Dante o del Foscolo, a volte per un’insinuazione o un semplice sospetto.

E questo dovrebbero ricordarlo sia quei cittadini italiani che propugnano la secessione delle loro regioni dallo Stato italiano, sia quelli che, esaltando il terribile regime austro-ungarico, ne auspicano il ritorno, anche se è ammissibile una simpatia per l’Austria in grazia dei suoi paesaggi, del suo ordinato vivere e del suo efficientismo burocratico-amministrativo. Essi vanificano il nostro Risorgimento, perché mostrano ignoranza storica e disprezzo per i sacrifici delle innumerevoli schiere di patrioti, eroi, martiri e caduti vari (compresi i militari e i partigiani della 2^ guerra mondiale), i quali si rivolteranno nelle tombe, dato che — come dice il Foscolo — “l’ossa fremono amor di patria”.

Anzi sarebbe opportuno che (e ciò valga per ogni martirio d’ogni luogo) accanto ai nomi dei martiri si scolpissero sulle lapidi i nomi dei responsabili diretti ed indiretti delle torture ed esecuzioni capitali: regnanti, ministri, governatori, legislatori, generali, commissari, giudici, spie e carnefici, i quali ricorsero ad ogni nefandezza per soffocare il libero pensiero e la naturale aspirazione umana all’indipendenza e scelta del potere politico. E l’esposizione dei loro nomi sia fatta in segno d’obbrobrio e a loro perenne infamia e ignominia.

Perciò è notevole il merito di Roberto Tognoli nel pubblicare questo libro, che, puntando alla divulgazione (ma non scevra di precisione storico-scientifica), fra l’altro si presenta chiaro e scorrevole. Tutti i cittadini onesti e responsabili gli rivolgono un profondo sentimento di gratitudine, dato che — come dicevano i latini — “meminisse iuvabit”: sarà utile ricordare.

Carmelo Ciccia

[“Panorama d’arte e di cultura”, Susegana, mag. 2003]


Marina Torossi Tevini, Il cielo della Provenza, Campanotto, Pasian di Prato (UD), 2004, pagg. 185, € 11.

In questo romanzo, il cui titolo non è del tutto attinente al contenuto e appare ingiustificato nonostante la fotografia di copertina, la scomparsa d’un pittore e i misteriosi messaggi di posta elettronica d’un assassino seriale sono deboli fili d’una trama che si disperde in mille rivoli, con personaggi e vicende che s’accavallano, intrecciandosi confusamente. Probabilmente sarebbe stato opportuno, all’inizio, un elenco dei personaggi con le loro specificazioni e attribuzioni, come nelle opere teatrali, per favorire la lettura: la quale è resa ardua anche da un linguaggio ibrido, che, senza neanche differenziazioni tipografiche, mescola continuamente termini italiani, inglesi, francesi, latini e dialettali, coniando anche parole con tema straniero e desinenza italiana; per non parlare dei termini triviali spesso in bocca anche a donne e di quelli specifici dell’informatica, che a volte caratterizzano la prolungata espressione gergale.

Il periodare, poi, spesso è costituito da proposizioni nominali, a volte di due-tre parole, con frequenti punti fermi, che sembrano dei singhiozzi rifiutanti l’armonica complessità delle proposizioni subordinate.

Da tutto ciò parrebbe dedursi che il libro sia scritto per i giovani, quasi un libro realistico essenzialmente d’evasione, perché in realtà questo è il linguaggio corrente dei giovani e questi sono i loro ambienti e i loro orizzonti. Eppure qualche pretesa in più c’è, se si considera che lo scopo più ambizioso di questo lavoro sarebbe quello d’indagare sulla psicologia femminile e sul senso della comunicazione nell’era della rete internazionale elettronica: intento che ad ogni modo rimane nebuloso.

Francamente, da un’autrice che svolge nel mondo della cultura un rilevante ruolo, ci saremmo aspettati di meglio. Il romanzo si trascina stancamente, come stanchi sono i suoi personaggi, uomini e donne, che all’occorrenza sanno solo realizzare un erotismo di maniera. In particolare le donne conducono una vita senza ideali e senza senso, arrabattandosi magari per concedere la propria sessualità al migliore offerente, tanto che sembra di ritrovarsi nel mondo descritto dal Pavese, scrittore a cui possono risalire certe pagine.

La stessa trovata dell’appendice finale di stampo pirandelliano, tipo Sei personaggi in cerca d’autore, in cui i personaggi si riuniscono in presenza dell’autrice a parlare fra sé stessi del romanzo e delle caratterizzazioni loro imposte, non riscatta la piattezza, dato che manca una reale motivazione all’opera d’arte.

Dal punto di vista strettamente editoriale si tratta d’una pubblicazione ben curata, in cui però la piccolezza dei caratteri rende interminabile il romanzo e più stancante la lettura di quasi 200 pagine così poco chiare.

Carmelo Ciccia

[“Pomezia-notizie”, Pomezia, giu. 2006]


Tomas Tranströmer, I ricordi mi guardano, traduz. d’Enrico Tiozzo, Iperborea, Milano, 2011, pagg. 90, € 10.

“I ricordi mi guardano” di Tomas Tranströmer

Dubbio, angoscia, senso del mistero e della morte, amore per la natura

Il poeta svedese Tomas Tranströmer (nato a Stoccolma nel 1931) coi suoi numerosi poemi e haiku è il vincitore del premio “Nobel” per la letteratura assegnato nel 2011. In patria ritenuto portatore di messaggi epifanici e all’estero tradotto in una cinquantina di Stati, per questo riconoscimento egli giocava in casa, dato che il “Nobel” è svedese, viene assegnato a Stoccolma e nel caso di questo premiato la giuria comprendeva anche compagni di gioventù e recensori dello stesso: e perciò è attraverso la lettura della quindicina di suoi libri di poesia, ed in particolare della silloge Il grande enigma del 2004, uscita nel 2004), che i lettori possono controllare l’imparzialità della scelta e l’obiettività della motivazione formulata dalla giuria, la quale gli ha conferito il premio "perché attraverso le sue immagini condensate e traslucide ci ha dato nuovo accesso alla realtà".

Ma chi vuole capire come nasce e si forma un poeta di livello mondiale può leggere l’unico libro in prosa scritto dal medesimo poeta, e cioè I ricordi mi guardano nella traduzione d’Enrico Tiozzo (Iperborea, Milano, 2011, pp. 90, € 10). Questo libro era stato pubblicato per la prima volta (col titolo originale Minnena ser mig) nel 1993, tre anni dopo che l’autore era stato colpito da un’emorragia cerebrale, poi per fortuna risoltasi positivamente.

Fondamentale è al riguardo la metafora della cometa a cui l’autore paragona la sua vita, una cometa che ha nel suo nucleo l’infanzia, nella quale per tanti particolari egli individua la sorgente della sua poesia. Così egli ci racconta subito la grande paura della morte vissuta a tre anni d’età, quando, uscendo da un concerto, perse la mano della mamma che lo teneva e si confuse tra la grande folla: dopo lo smarrimento iniziale e senza che nessuno dei passanti s’interessasse minimamente a lui, egli ebbe l’idea di costeggiare a ritroso la tortuosa linea del tram con cui la mamma e lui erano venuti, riuscendo dopo un certo tempo a ritornare a casa, con l’aiuto finale ad attraversare la strada da parte d’un passante a cui il piccino aveva farfugliato il suo timore per l’intenso traffico.

Quindi, attingendo ai suoi sempre vivi ricordi, con semplicità e chiarezza egli ci descrive la sua passione per i musei, da lui tutti visitati in quella fredda Stoccolma della sua infanzia, specialmente per quello di storia naturale da lui visitato due volte al mese: passione alla quale è seguita quella per la ricerca, cattura e collezione d’insetti e pesci (al riguardo è significativa l’illustrazione della copertina con farfalle pronte a finire in un barattolo, in cui ce n’è già una), che gli ha consentito d’organizzare un piccolo museo domestico. Il futuro poeta sognava l’Africa e il suo ambiente, all’inizio con l’appoggio d’un compagno che aveva un simile interesse ma che morì presto, lasciandogli un grande dispiacere e dandogli la sensazione che egli fosse la somma di tutte le persone conosciute.

Nella scuola elementare la sua sensibilità restava offesa dalle tirate di capelli e sberle che l’insegnante dava agli alunni, anche se risparmiava lui perché figlio di maestra. Altro disagio gli derivava dal fatto che lui, appartenente a famiglia medio-borghese, era considerato senza padre e perciò compianto, dato che era l’unico figlio di divorziati fra compagni appartenenti a famiglie operaie: il padre normalmente lo vedeva soltanto per Natale, tranne che in periodo di guerra. E se un compagno violento lo scaraventava a terra, egli, che era non violento, lo lasciava fare con rassegnazione.

L’autore ci racconta inoltre che a 9 anni d’età conobbe il nazismo e lo avversò con determinazione, intravedendo in esso il disumano nemico della civiltà. Contemporaneamente conobbe le differenze sociali, frequentando chi aveva giocattoli giganteschi e chi mancava perfino della latrina ad acqua. Egli ogni giorno si recava in biblioteca, a volte leggendo libri inadatti alla sua età, magari ottenuti con qualche stratagemma; e sceglieva la saggistica, con preferenza per la storia e la geografia.

Alla real scuola, corrispondente al ginnasio italiano ma esclusivamente maschile, s’accorse che parecchi insegnanti erano nazisti: una volta l’aver dimenticato un libro a casa fu giudicato uno scandalo e sanzionato con solenni schiaffi e una nota nel diario da portare a casa. Ma per fortuna egli rendeva bene ed era invidiato dai compagni per la rapidità con cui svolgeva i temi.

Una volta, in seguito alla visione d’un film terrorizzante, fu preso da un panico che gli durò parecchio tempo, infondendogli la convinzione di stare per diventare pazzo: sentiva continuamente scricchiolii e altri rumori strani, aveva visioni di spettri, sudava e rabbrividiva. Conobbe perciò il senso del mistero e della morte.

In 2^ liceale, una volta libero dalla crisi esistenziale, cominciò a scrivere poesie moderne ma d’ispirazione classica, in cui il suo modello era il poeta latino Orazio, da lui ammirato e imitato nell’uso delle strofe alcaica e saffica (pure scrivendo senza punteggiatura e senza maiuscole). Il latino era la materia in cui prendeva i voti più alti; e agli esami di maturità si classificò bene. E di ciò cha avvenne dopo sappiamo che l’autore divenne psicologo, impiegato prima nelle carceri e poi in un ufficio di collocamento statale.

In sostanza quest’opera, che contiene anche alcune fotografie e due saggi che aiutano a capire meglio l’autore (rispettivamente d’Enrico Tiozzo e Fulvio Ferrari), comprova che nell’infanzia e adolescenza di Tomas Tranströmer c’erano i germi delle caratteristiche della sua poesia: la pensosità, il dubbio, l’angoscia, il senso del mistero e della morte, l’improvvisa apparizione della luce nel buio, lo studio e la ricerca, l’antinazismo, il rifiuto della violenza, l’amore per la natura e l’ambiente, la tendenza alla classicità, la musicalità. Il che dimostra l’utilità di questo libro.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, mag.-giu. 2012]


Fabio Troncarelli, Gioacchino da Fiore, Città Nuova, Roma, 2002, pagg.108, € 7,50.

Fabio Troncarelli, ordinario di paleografia latina nell’università di Viterbo, ha già pubblicato una serie d’opere specialistiche sul Medio Evo e sullo stesso Gioacchino da Fiore, appoggiandosi al Centro internazionale di studi gioachimiti di San Giovanni in Fiore. Ora, in occasione dell’avvio delle fasi preliminari del processo di canonizzazione del “calabrese abate Gioacchino / di spirito profetico dotato” (Dante, Par. XII 140-41) ha scritto questa monografia che ha l’approvazione ecclesiastica e la prefazione di mons. Giuseppe Agostino, vescovo di Cosenza-Bisignano, il quale egregiamente ha preso a cuore il problema della mancata canonizzazione e ne ha smosso le acque stagnanti.

L’opera si presenta come un agile libretto, che, pur puntando alla divulgazione, non trascura la scientificità dell’indagine; e sicuramente avrà una larga diffusione popolare, facilitata anche dalla coincidenza con l’VIII centenario della morte del Servo di Dio e delle connesse iniziative storico-culturali in campo nazionale.

Nel libretto sono delineati con linguaggio chiaro e scorrevole la vita, il pensiero e le opere di Gioacchino da Fiore, con l’indicazione dei manoscritti e delle edizioni critiche. L’autore sottolinea in più d’un’occasione l’ortodossia e la fedeltà dell’abate alla Chiesa, cose che emergono chiaramente anche dai vari brani riportati dello stesso Gioacchino. Così vengono risolti e collocati in positiva luce episodi, atteggiamenti e passaggi già controversi. Giusto rilievo è dato al pensiero gioachimita relativo alla Trinità, come pure alle polemiche che ne scaturirono a causa di cattive interpretazioni. La figura del personaggio ne risulta nobilitata e ingigantita, degna cioè d’assurgere alla gloria degli altari e — si deve aggiungere — al titolo di “dottore della Chiesa”.

Ed è questo praticamente lo scopo definitivo della pubblicazione, fra l’altro arricchita da alcune figure a colori: recare un contributo determinante alla causa. Infatti il libro si conclude con un’appendice contenente il lungo e gratificante messaggio della S. Sede, fatto mandare dal papa alla diocesi cosentina in occasione del suddetto centenario.

Peccato però che in un lavoro siffatto i riferimenti e orientamenti bibliografici siano molto scarsi e per lo più limitati a testi della casa editrice con la quale pubblica l’autore stesso. Egli ignora o trascura la maggior parte dei numerosi cultori di Gioacchino da Fiore e in particolare chi magari ha dedicato un buon quarantennio al personaggio, postulandone a lungo la beatificazione e sgombrando prima al Troncarelli le vie del firmamento su cui ora egli con disinvoltura stende la tanta ala della sua mente.

Carmelo Ciccia

[“Sentieri molisani”, Isernia, sett.-dic. 2002]


Claudio Tugnoli-Pippo Virgillito, La passione di sapere / Angelo Ciravolo, uomo di scuola e di cultura, Del Faro, Trento, 2017.

La passione di sapere

Già Benedetto Croce, pur senza essere laureato, ha dimostrato a quale livello può giungere la passione di sapere; e tanti altri ancora ne hanno dato la prova.

Angelo Ciravolo (Paternò 1927 - 2015) — del quale si tratta nel volume La passione di sapere / Angelo Ciravolo, uomo di scuola e di cultura a cura di Claudio Tugnoli-Pippo Virgillito (Del Faro, Trento, 2017) — non era laureato, sebbene si fosse iscritto in due università, ma aveva conseguito una cultura enciclopedica, capace di produrre adeguati comportamenti esistenziali.

A quanto si può apprendere dalla biografia tracciata dal Virgillito nella prima parte e dalle successive testimonianze, il Ciravolo a sedici anni d’età sopravvisse ad un furioso bombardamento anglo-americano nel quale perirono il padre, la madre e l’unico fratello; e ciò impresse in lui, poi cresciuto ed educato da uno zio sacerdote, un’aria di mestizia e d’austerità che lo caratterizzò per tutta la sua vita, svoltasi fra Sicilia, Lombardia e Trentino (con puntate anche all’estero), tanto che egli rimase celibe forse per dedicarsi interamente alla passione di sapere.

Questa passione, rivolta in più direzioni, riguardò le lingue (italiano, latino, greco, inglese, francese, tedesco, ebraico, siriaco, ecc.), la storia specialmente ecclesiastica, la teologia, la filosofia, la geografia, la musica (egli fu un bravo pianista e organista), la danza, la regía teatrale, la scherma, gli scacchi… In questi campi egli fu maestro nel vero senso della parola, ottenendo diversi riconoscimenti, impartendo lezioni private con le quali si manteneva e rivestendo prestigiosi incarichi, quali quelli di giudice e arbitro, anche in spettacoli trasmessi dalla televisione nazionale. Soltanto dopo i cinquant’anni d’età egli cominciò la carriera di docente di musica e canto nelle scuole statali.

La biografia scritta con grande amore dal Virgillito — già avvocato e impiegato, cultore di tradizioni popolari e autore di varie pubblicazioni — è idealizzata e poetizzata, ampliata fino a diventare storia cittadina e basata su una ricca documentazione, comprendente numerose fotografie d’epoca. Queste pagine, oltre che fonte d’informazione per tutti i lettori appassionati di sapere, per quelli che conoscono personaggi, luoghi ed episodi qui ricordati costituiscono l’occasione per fare un tuffo nel passato e ritrovare lontani anni della propria vita.

La seconda parte, curata dal Tugnoli — filosofo e biblista, docente universitario e autore di varie pubblicazioni — contiene un catalogo ragionato del materiale rimasto nella casa del Ciravolo a Castello-Molina di Fiemme, per l’aspetto musicale eseguito da Edoardo Bruni e per quello letterario da Matteo Taufer. Quest’ultimo poi descrive la scoperta (eccezionale per un personaggio che non ha mai pubblicato alcunché) di tre pezzi per pianoforte musicati dal Ciravolo nel 1953, che qui vengono presentati prima riprodotti anastaticamente e poi riscritti tipograficamente con l’aggiunta di note critiche. In prosieguo il Virgillito riporta alcuni studi sul cognome Ciràvolo.

Il Tugnoli, poi, partendo dai Proverbi di Salomone, delinea la figura del Ciravolo come quella di chi ha trascorso la vita in cerca di sapere, fino ad acquisire una sapienza-saggezza utilissima per lui stesso e per chi gli stava vicino. Quindi in un’antologia di frammenti riporta in forma di dialogo una curiosa disputa avvenuta ai primi del 2000 fra il Tugnoli stesso e il Ciravolo sull’effettivo inizio del terzo millennio, che il primo pone al 2001 e il secondo al 2000. E qui si può aggiungere che poco dopo, a Pasqua del 2000, il Ciravolo ricevette in dono l’articolo in latino Initium tertii millennii fit anno MMI 1, che decisamente pone l’inizio del terzo millennio al 2001, e ne discusse con l’autore, ribadendo la sua convinzione contraria al 2001 con le stesse motivazioni qualche mese prima espresse al Tugnoli nel suddetto dialogo.

Molto interessanti si rivelano inoltre alcune ricognizioni bibliche e ricerche eseguite dal Tugnoli in collaborazione col Ciravolo o a sua conoscenza e qui presentate: sacrifici umani nella Bibbia ebraica, aspra gelosia di Saul per Davide, potere temporale e autorità spirituale (con un approfondimento sulla fondazione di Roma); e per congedo finale egli mette un saggio sull’atteggiamento del sapiente nei confronti della morte, il quale tende naturalmente alla preservazione del suo buon nome in una sopravvivenza fondata sul riconoscimento sociale delle virtù dimostrate in vita. Questi del Tugnoli sono dettagliati e puntigliosi saggi storico-filosofici intrisi di profonda cultura e umanità, corredati di spiegazioni e commenti vari: essi sono stesi con acribia, sulla scorta delle opere d’importanti studiosi e pensatori, quali René Guénon, Emanuele Severino, Andrea Carandini, Jan Assmann, René Girard e altri.

In definitiva, quella delineata in questo poderoso volume è la figura d’un uomo d’altri tempi, la cui passione di sapere s’è tradotta in sapienza-saggezza, capace d’illuminare e all’occorrenza guidare gli altri, anche se non alunni. Perciò notevole è il merito dei due curatori, i quali hanno pensato d’onorare la memoria d’Angelo Ciravolo con un’opera che, al di là della dimostrazione d’affetto, si configura come un testo di solenne meditazione e uno stimolo educativo, anche grazie ai riferimenti biblici.

Carmelo Ciccia

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1 C. Ciccia, Initium tertii millennii fit anno MMI, “Latinitas”, Città del Vaticano, dicembre 1999, poi inserito nel libro dello stesso autore Specimina Latinitatis, Gruppo “Amici di Dante”, Conegliano, 2010, pagg. 102.

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, apr.2017]


Enrico Vaglieri, Zio Tita, De Bastiani, Vittorio Veneto.

Uno zio tutto speciale in un libro d’Enrico Vaglieri

Il libro Zio Tita d’Enrico Vaglieri (De Bastiani, Vittorio Veneto), più che una biografia dell’ultracentenario prozio, è un exemplum di come si possa raggiungere la tarda età in salute e serenità quando si praticano rigide discipline fisiche e incrollabili principi morali.

L’ingegnere trevisano Giovambattista Schiratti, classe 1891, trapiantato a Torino, dove visse per molti anni, dal 1986 si trasferì al suo paese Pieve di Soligo, dove visse fino alla morte, avvenuta poco dopo la realizzazione della lunga intervista contenuta in questo libro, basato anche sul diario. E quando si parla di “classe di ferro” effettivamente bisognerebbe prendere come esempio questo personaggio eccezionale che temprò la sua vita fra una scalata e l’altra: il libro elenca circa 200 scalate solo dai 90 ai 97 anni, cioè in un’età in cui normalmente non si esiste ovvero si è decrepiti!

Ecco dunque la ricetta per raggiungere e superare bene il secolo di vita: non solo scalare cime più o meno note e diventare provetti alpinisti, ma mantenersi da celibi puri e casti, da coniugati fedeli al matrimonio e sempre riconoscenti a Dio, accettandone umilmente la volontà e dedicandosi ad opere caritative. E ciò lui fece sulla scia degl’insegnamenti materni e d’un altro zio speciale quale fu il beato Giuseppe Toniolo.

Enrico Vaglieri, insegnante a Oderzo, ha voluto esaltare un suo antenato, ma soprattutto lasciare una traccia di questa straordinaria personalità, di cui certamente ha condiviso l’entusiasmo e la fede. Perciò il suo libro — nitido, scorrevole e ricco di belle foto — oltre che letto potrebbe essere adottato nelle scuole.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino” (ediz. di Treviso), Venezia, 8.II.2000]


Mariangela Galatea Vaglio, L’italiano è bello / Una passeggiata tra storia, regole e bizzarrie, Sonzogno di Marsilio, Venezia, 2017, pagg. 217, € 16.

La grammatica italiana raccontata da Galatea Vaglio

Tutti ricordiamo sempre i talora noiosi tempi scolastici in cui ci si affannava a studiare la grammatica italiana su testi pieni di regole ed eccezioni, schemi e paradigmi, dovendo noi mandare a memoria anche i minimi particolari… Ora non è più così o non lo è almeno in parte. Il libro di Mariangela Galatea Vaglio L’italiano è bello / Una passeggiata tra storia, regole e bizzarrie (Sonzogno di Marsilio, Venezia, 2017, pagg. 217) è come una chiacchierata sulla lingua italiana, anzi proprio una passeggiata: in esso c’è sinteticamente storia della lingua e della letteratura italiana, grammatica, sintassi e retorica, con numerosi esempi tratti dai nostri scrittori.

Già nell’introduzione, quasi a fondamento di tutto il lavoro e per far riflettere i lettori, l’autrice inserisce una sua massima che esalta la nostra patria come sede di bellezza e cultura: «Per tutto il mondo l’Italia è arte, bellezza e cultura, e questa cultura è inscindibile dalla nostra lingua.» (pag. 13).

Certamente, dopo aver letto questo libro, si deve riprendere in mano una vecchia grammatica per riscontrare, ampliare e approfondire quanto letto qui e per richiamare e fissare nella memoria le molte regole che pur ci sono; ma qui c’è davvero tutto quello che c’era nelle vecchie grammatiche, con la differenza che si ha a che fare non con un pesante mattone ma con un leggero manuale, anzi con un vero racconto, scritto con un linguaggio giovanile e brioso, intriso d’ironia e a volte d’umorismo, non senza aneddoti e barzellette: tutte cose che rendono il dettato semplice, chiaro, scorrevole e in definitiva facile e piacevole. E ciò, pur nella rigorosa esposizione di notizie e regole tradizionali e col sostegno di spiegazioni etimologiche ove occorrenti.

L’autrice, dottoressa di ricerca in storia antica all’università “La sapienza” di Roma e ora docente nel Veneto, s’è quasi specializzata nella riproposizione in chiave narrativa di tematiche, vicende e personaggi della pedagogia, della filosofia e della storia: in passato aveva pubblicato Piccolo alfabeto della scuola moderna (40k Unofficial, 2012), Didone, per esempio. Nuove storie del passato (Ultra 2014), Socrate, per esempio. Altre storie del passato (Ultra 2015); e ha anche siti e referenze nelle reti sociali. Ora s’è cimentata a raccontare la grammatica italiana, oltre alla lingua e alla letteratura italiana.

Fra gli argomenti che meritano particolare attenzione specialmente ai nostri giorni ci sono: il passaggio dal latino all’italiano, le origini della lingua italiana e le sue prime attestazioni, la necessità d’usare il femminile nelle parole indicanti professioni esercitate dalle donne, la condanna dell’abuso delle parole anglo-americane nella lingua italiana d’oggi, le dettagliate spiegazioni sull’uso della punteggiatura che rendono ben chiara la differenza quantitativa e qualitativa esistente fra i vari segni. Interessanti sono anche le note sull’italiano regionale e su quello sregionalizzato (modello di lingua unitaria), nonché quelle sul linguaggio dei messaggi giovanili trasmessi tramite i telefoni cellulari.

Per quanto riguarda la storia della lingua e della letteratura italiana (dalla scuola poetica siciliana ai nostri giorni), nella quale l’autrice può maggiormente mettere in evidenza le sue opinioni, notiamo con vivo piacere l’ampio spazio riservato a Dante e l’apoteosi che lei fa del sommo poeta italiano e della Divina Commedia. E per quanto riguarda la questione della lingua, sviluppatasi dal Trecento ad oggi, è esatta la motivazione che lei dà della lingua usata dal Verga per i suoi capolavori come dovuta non ad ignoranza della corretta lingua italiana da parte di questo scrittore ma a deliberata scelta d’un linguaggio adeguato ai poveri. (Al riguardo si può vedere il capitolo La questione della lingua e la scarsa fortuna del Verga, in C. Ciccia, Il mondo popolare di Giovanni Verga, Gastaldi, Milano, 1967, pagg. 37-55, ora leggibile anche nella rete telematica.)

Tuttavia ci sono alcune osservazioni da fare, e cioè: che come femminile di il presidente non può essere proposto la presidenta (pag. 86) invece di la presidente; che, se è lodevole la condanna per l’abuso delle parole angloamericane nella lingua italiana d’oggi (pag. 92), non si giustifica l’abbondante uso che l’autrice stessa fa di tali parole nel corso di questo libro, forse sotto la spinta del linguaggio giornalistico e politico; che il perfetto del verbo latino legere è legi, e non lexi come dall’autrice scritto a pag. 138. (Per mostrare il passaggio dalla x latina alla ss italiana l’autrice avrebbe potuto scegliere il verbo latino dicere che al perfetto fa dixi, poi in italiano divenuto dissi).

Il libro contiene anche una postfazione di Giulio Mozzi, narratore e consulente editoriale, e un’opportuna bibliografia sotto il titolo di “Testi consultati”.

Nel complesso non si può non mettere in risalto l’originalità e l’utilità di questo libro di Mariangela Galatea Vaglio, che si legge quasi divertendosi e che ci riporta alla scuola intesa come maestra di vita, dato che insieme col divertimento della passeggiata c’è l’utilità della rinfrescata di notizie e concetti necessari all’espressione linguistica, alla cultura e alla civiltà.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, ott. 2018]

Il mondo al contrario per matrimonio e famiglia

di Carmelo Ciccia

Nel 2022 Enzo Capitanio — drammaturgo e narratore, attore e regista teatrale — ha pubblicato la raccolta di racconti Voli di liberi uccelli (De Bastiani, Godega di Sant’Urbano, 2022, pp. 234, € 10,00), in cui spicca per la sua originalità il racconto intitolato “2084”: un racconto fra fantascientifico e surreale che per la scelta dell’anno centenario sembra evocare il romanzo 1984 di George Orwell, uscito nel 1949. In questo racconto tutto ciò che oggi è considerato anomalo o addirittura aberrante e condannato dalla coscienza comune nel 2084 paradossalmente diventa normale, lecito e addirittura obbligatorio, con particolare riferimento a certe strane relazioni, unioni e predilezioni, chiamate matrimoni e fatte passare per tali mediante registrazione ufficiale all’anagrafe: “matrimoni” non soltanto fra persone omosessuali, ma anche di coppie incestuose (genitori-figli, fratelli-sorelle, nonni-nipoti ), fra persone e animali domestici (cani, gatti…) e fra persone e oggetti o accessori vari (piante, grattugie, mutandine…), per concludere coi matrimoni di gruppo fra tre-quattro persone. E, ad imitazione delle giornate dell’orgoglio omosessuale, ogni categoria ha la sua giornata dell’orgoglio con sfilate e cartelli: giornata dell’orgoglio incestuoso, giornata dell’orgoglio animale, giornata dell’orgoglio accessoriale, giornata per il matrimonio di gruppo.

Secondo questo racconto, nel 2084 la normalità di questi “matrimoni” e d’altre situazioni oggi ritenute anormali o irregolari (convivenza more uxorio, maternità surrogata, figli di coppie omosessuali con due padri o due madri…) è tale che chi pratica ancora gli usi e le norme tradizionali d’una volta è inquisito/a e sorvegliato/a da appositi ispettori che girano per le case, cercando d’obbligare tutti a vivere in un mondo al contrario.

È evidente che qui l’ironia dell’autore si trasforma in sarcasmo di fronte a certi casi che degradano la dignità, i valori della vita e la convivenza sociale. E “2084: il mondo al contrario” avrebbe potuto essere il titolo completo e più esplicito di questo racconto.

A sua volta nel 2023 Roberto Vannacci — generale dell’Esercito Italiano e ora parlamentare europeo — ha pubblicato il libro Il mondo al contrario (Amazon, Milano, 2023, pp. 373, € 21,85), che da subito ha suscitato tanto clamore e presto ha raggiunto la seconda edizione. Premesso che per normalità egli intende il costume o modo di sentire e agire della maggioranza delle persone, con l’inversione della parola contrario nel titolo l’autore vuol denunciare un complesso di situazioni d’anormalità, dal vigente andazzo fatte passare per normalità. In questo contesto egli tratta d’omosessualità e omofobia e tocca altri problemi delicati, come le società multietniche che si vanno costituendo, le pressioni dei gruppi di potere (politici ed economici) che vogliono guidare il mondo, la difesa dell’ambiente fatta a base di sceneggiate ed insozzamento di muri, fontane e monumenti, poi comportanti notevoli spese per ripulirli; e, deplorando l’idolatria di certi animali oggi di moda (praticamente i cani sostituiscono quasi sempre i bambini non voluti o non potuti avere), sottolinea il necessario ripristino della priorità degl’interessi, delle relazioni e delle attenzioni dell’uomo per l’uomo, pur nel rispetto per tutti gli esseri viventi. E fra le cose “al contrario” egli vede anche certe famiglie d’oggi: per lui la famiglia normale è quella tradizionale, prima cellula costitutiva della società, basata sui vincoli di sangue fra genitori e figli, così voluta dalla natura; mentre famiglie diversamente assemblate non sono né naturali né normali.

Di recente, poi, l’autore è stato uno dei primi — fra politici, intellettuali, autorità e gente comune — a condannare energicamente, perché esempio di mondo al contrario, il fatto che in una scuola di Treviso due alunni immigrati di religione diversa dalla cristiana, per non essere turbati nella loro sensibilità, sono stati esonerati dallo studio della Divina Commedia, fondamento della nostra lingua, cultura e identità.

Ora i suddetti libri di questi due autori offrono l’occasione per fare alcune riflessioni, particolarmente sul matrimonio, l’unione civile e la famiglia. L’errore di fondo della questione sta tutto nello scambiare per matrimonio l’unione civile prevista dalla nostra legislazione, anche se ora le coppie di persone dello stesso sesso possono ricevere una benedizione ecclesiastica. Quindi in questi casi erroneamente ed abusivamente si parla di nozze, celebrazioni e sposi/e, perché si vuole dimenticare che il matrimonio etimologicamente presuppone un’unione fra un uomo e una donna, quest’ultima destinata — se l’età e la salute lo consentono — a diventare madre, oltre che a dare e ricevere mutua assistenza. Ora si pretende che due persone dello stesso sesso costituenti una coppia in unione civile possano essere entrambe dichiarate contemporaneamente padri o madri d’uno/a stesso/a figlio/a, in famiglie assurdamente aventi o due padri o due madri di bambini fatti passare per loro figli. Il che è una cosa innaturale, e quindi anormale, avendo la natura disposto che sono un solo padre e una sola madre a procreare un figlio; e pretendere che lo/a stesso/a figlio/a sia registrato all’anagrafe con due padri o due madri appartiene al “mondo alla rovescia” deplorato. Così è assurdo anche chiamare marito una donna compagna d’un’altra donna e moglie un uomo compagno d’un altro uomo, nonché chiamare marito il compagno d’un altro uomo e moglie la compagna d’un’altra donna. E mentre qualche politico propone la privatizzazione del matrimonio, togliendolo dalle dipendenze e regolamentazioni delle autorità e degli uffici pubblici, è strano il fatto che alle coppie di militari dello stesso sesso che s’accompagnano in unione civile si concede l’onore dell’arco trionfale sotto spade sguainate, come se fosse un matrimonio.

Insomma questi due libri ci ricordano che non si devono confondere due diverse istituzioni come il matrimonio e l’unione civile. In pratica due persone dello stesso sesso che vogliono unirsi civilmente per accompagnarsi e per acquistare diritti e doveri nei confronti di sé stessi e degli altri dovrebbero recarsi al municipio ed espletare la pratica burocratica con dichiarazione, atto amministrativo, firme e timbri, ma senza squilli di trombe o parate varie.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, giu. 2024]

P. S. Qui si ricorda che il cantante, paroliere e musicista Italo Juli (Catanzaro 1922 – Roma 2000) nella sua canzone “Un mondo alla rovescia” fra l’altro parlava del sole che sorgeva a mezzanotte, del gallo che covava le uova, della gallina che faceva chicchirichì, dell’orologio che girava all’incontrario, dei giorni che andavano a rovescio in calendario, dei figli comprati al supermercato surgelati in provetta: e alla fine si chiedeva ansioso fino a quando. (Italo Juli Jonico, Il fiore rosso del poeta, Gesualdi, Roma, 2002, p. 40)


Andrea Vatta, Il tricolore sul tetto del mondo, edizioni Goliardiche, Trieste, 1998, pagg. 120, £ 25.000.

IL TRICOLORE SUL TETTO DEL MONDO

Il recente libro “Il tricolore sul tetto del mondo” (edizioni Goliardiche, Trieste, 1998, pagg. 120, £ 25.000) è un resoconto tra scienza e giornalismo scritto da Andrea Vatta, geologo e preside triestino, che, dopo essersi specializzato in comunicazione della scienza, vuole trasmettere agli altri la sua passione per la divulgazione. Questo libro, dedicato ad un campione straordinario dalla statura d’Ardito Desio, accanto al quale comunque si ricordano con ammirazione parecchi altri esploratori, è corredato d’un ricco apparato di fotografie ed è frutto di due anni di documentazione sulla storia della ricerca italiana in Asia e del costante aggiornamento sui risultati raggiunti in Himalaya e Karakoram dai nostri ricercatori per conto del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il quale arrivò ad installare sull’Everest una piramide-laboratorio, poi rivelatasi felice connubio tra scienza e natura .

Ne vengono alla ribalta non solo passioni alpinistiche e geologiche, ma anche documenti geografici, storici, archeologici, etnici, folcloristici, umani. Sono esaltati scenari fiabeschi e personaggi leggendari con l’emozione di chi a lungo li ha visti, avuti familiari e ammirati. Everest e K 2, Ardito Desio e Giuseppe Tucci — solo per fare degli esempi — sembrano a portata di mano. Ma quello che all’autore appare più importante è l’esaltazione del genio e dell’ardimento italiano, che hanno vinto difficoltà d’ogni genere: in quelle avventure, che poi sono delle imprese storiche, si realizza giorno per giorno l’assunto della poesia pascoliana “La piccozza”: sempre più in alto! Perciò fin dalla copertina risalta ed è esaltata la bandiera italiana; ed anche questo è amor di patria.

Grazie ad uno stile chiaro e avvincente, il libro diventa interessante anche per chi non è versato nella materia. Molto apprezzabili si rivelano la documentazione scientifico-iconografica, attinta a vari archivi e musei, e l’appropriata bibliografia. E tutte queste cose rendono meritevole d’elogio l’impegno del giovane ma esperto autore Andrea Vatta.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 30.V.2002]


Antonio Venturin, Manca Lorenzo Buffon / Istria, Arsia e altre tragedie dimenticate, New print, Fossalta di Portogruaro, 2014, pp. 236.

Un romanzo veneto-istriano d’Antonio Venturin

Il libro Manca Lorenzo Buffon / Istria, Arsia e altre tragedie dimenticate d’Antonio Venturin (New print, Fossalta di Portogruaro, 2014, pp. 236) oscilla fra narrativa e saggistica, alternando vicende fantastiche ad altre storiche, nonché regioni diverse quali il Veneto e l’Istria, dalla quale ultima provengono come esuli i personaggi Ettore, detto “l’istrian”, e Mayer, nativo di Cittanova, mentre Marietta si trasferisce nel Veneto successivamente.

Premesso che la narrazione si svolge dal Febbraio all’Agosto del 1956, nel libro si parla spesso dell’Istria, territorio da poco amministrato dalla Jugoslavia, e delle difficoltà di vita dovute al regime comunista. Si ricordano da una parte i combattimenti e i lutti della prima guerra mondiale e le stragi d’innocenti compiute durante la seconda, dall’altra le due tragedie minerarie d’Arsia (nel 1940 con 185 morti e nel 1948 con 92 morti), a cui la stampa — nonostante la gravità — non diede alcun rilievo.

Anzitutto l’autore, che ha già pubblicato vari libri a carattere memorialistico e storiografico locale, vuole rendere omaggio ad Oderzo, comune del Trevigiano in cui egli è nato e di cui ricorda la vita degli anni ’50 dello scorso secolo con tanti particolari dell’epoca: bar e osterie, frequentatori, feste (Carnevale, San Valentino, Pasqua), biciclette (Bianchi, Atala, Legnano), motociclette (Vespa, Lambretta), automobili (Topolino, Giardinetta, Seicento), ciclisti, canzoni, cantanti e attori, spettacoli televisivi (“Lascia o raddoppia?”) col presentatore Mike Bongiorno e la campionessa Paola Bolognani, calcio e Totocalcio, giornalini (“Corriere dei piccoli”, “Il vittorioso”, “Il monello”), gioco e collezione di figurine; ed è proprio una figurina scomparsa, quella di Lorenzo Buffon, che risolve un intrigo poliziesco, dando anche titolo al libro.

Il “giallo” si è verificato in seguito al furto d’importanti documenti relativi alla prima sciagura d’Arsia, trafugati dalla casa d’un giornalista, che a sua volta li aveva ricevuti dallo scrittore e regista Elio Bartolini. Le carte poi verranno ritrovate in casa d’un anziano geometra, già impiegato in quella miniera, che però nel frattempo è morto avvelenato da uno che voleva vendicare la fucilazione del proprio padre e d’altri sei commilitoni con l’accusa di diserzione da parte dello stesso geometra quando era ufficiale: una tentata fuga dovuta alla paura d’un imminente assalto alla baionetta e al rifiuto d’uccidere o essere ucciso.

Ed è un attivo maresciallo dei carabinieri che riesce a risolvere l’intrigo. Egli conduce serrate indagini anche in locali pubblici, bar e osterie; e in una di queste, presso Codroipo (UD), s’incontra anche col Bartolini, grazie ad informazioni avute dalla padrona Ippolita, una donna di straordinaria bellezza, la quale — anche se questo non è citato — indirettamente richiama il famoso romanzo La bellezza d’Ippolita dello stesso Bartolini, poi divenuto film.

L’autore, dotato di buona memoria storica, rievoca personaggi ed eventi locali, nazionali ed internazionali: stragi d’italiani nelle foibe, perdita per l’Italia dell’Istria e della Dalmazia, Territorio Libero di Trieste e sua successiva ricongiunzione all’Italia, dittatura di Tito, slavizzazione d’Istria e Dalmazia con abolizione delle scuole italiane e cambiamento dei nomi, stella rossa ossessionante e prepotenze della polizia locale, diaspora degl’istriani e dalmati in Italia e nel mondo, disperazione dei partenti per l’esodo e difficoltà d’essere ben accolti in Italia, elezioni amministrative e politiche italiane, contrapposizione D.C. (con De Gasperi) - P.C.I. (con Togliatti), guerra fredda nel mondo, demolizione del mito di Stalin da parte di Kruscev, matrimonio del principe di Monaco, rivolta di Poznań (Polonia), naufragio dell’“Andrea Doria”; e nel corso della narrazione egli fa rilevare l’irrazionalità del confine fra Zona A (Italia) e Zona B (Jugoslavia) che talora ha diviso città, cimiteri, orti.

Nel caleidoscopio delle notizie ce ne sono diverse relative all’Istria di particolare importanza: la nascita del comune d’Arsia, nell’allora provincia di Pola, le sue due sciagure minerarie dovute ad insufficienti condizioni di sicurezza e l’ordine superiore — prima italiano e poi jugoslavo — di tenere sotto silenzio questi disastri per evitare che i minatori si rifiutassero di continuare a lavorare colà; e fra le nefandezze del suddetto geometra c’è anche quella d’aver fatto inviare al fronte della guerra nei Balcani il medico della miniera, perché non rivelasse che la miniera stessa non era stata monitorata cime da lui richiesto. Perciò nelle pagine finali del libro l’autore riporta l’elenco completo dei 185 minatori morti nella sciagura mineraria del 1940 e degli altri scaraventati nelle foibe, mentre nella copertina posteriore riporta la fotografia della prima pagina del quotidiano “Il gazzettino” del 9 Agosto1956 con l’annuncio in tutta evidenza della sciagura mineraria di Marcinelle (Belgio), che ebbe 262 vittime, di cui oltre la metà italiane: e nel sottostante elenco delle principali sciagure minerarie del mondo si nota incredibilmente che mancano le due d’Arsia.

Come si vede, il libro — che si presenta in buona veste tipografica — è molto interessante per svariati motivi, avendo degli aspetti indubbiamente positivi: e bisogna render merito all’autore per aver portato alla ribalta avvenimenti così significativi. Peccato, però, che la forma linguistico-espressiva lasci a desiderare: il tessuto narrativo si disperde in tanti rivoli, con una successione d’episodi quasi sempre non immediatamente connessi l’uno all’altro. Inoltre la lettura è resa difficile da una punteggiatura difettosa che spesso non soltanto conferisce alla prosa un andamento paratattico, ma genera periodi poco chiari. Ci sono poi parecchi altri errori di vario tipo.

Forse per la drammaticità degli argomenti trattati sarebbe stato meglio che l’autore avesse prodotto a parte un saggio intitolato semplicemente Istria, Arsia e altre tragedie dimenticate, dato che alla resa dei conti il titolo Manca Lorenzo Buffon si rivela inappropriato e fuorviante, facendo pensare che il libro tratti principalmente d’una partita di calcio.

Carmelo Ciccia

[“Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin (Croazia), genn.-giu. 2015]


CARMELO ROSARIO VIOLA PENSATORE DEL NOSTRO TEMPO

di Carmelo Ciccia

Nato a Milazzo (ME) nel 1928, Carmelo R. Viola svolge da circa mezzo secolo un importante ruolo culturale, mediante un intenso attivismo e una martellante presenza sulla stampa periodica di tutt’Italia e dell’estero. Fra l’altro, è stato anche fondatore, direttore e diffusore di vari fogli ideologici.

Pensatore, saggista e polemista, egli ha preso le mosse dalla “biologia culturale” di Gino Raya, ma poi se n’è distaccato, fondando la sua “biologia sociale”, un movimento di pensiero a cui ha dedicato innumerevoli pubblicazioni e un centro culturale ad Acireale (CT), città in cui vive.

Egli ha combattuto con determinazione varie battaglie per ideali libertari, tesi prima al comunismo e poi all’anarchismo e al pacifismo. Non-violenza, laicismo, libertà religiosa, diritti civili, emancipazione della donna, divorzio, aborto, abolizione della caccia e della vivisezione, obiezione di coscienza e servizio civile, ecologia e difesa della natura: ecco alcuni temi e campi di battaglia di questo scrittore lucido e profondo, che ha scritto anche delle poesie improntate alla sua dottrina. Questa riguarda psicogenetica, esistenzialismo estetico, socioanalisi, biodinamica della storia, sociocrazia (democrazia libertaria), consumismo, difesa delle minoranze etniche e religiose, ecc.

Naturalmente chi tratta temi del genere non può non essere polemico; e il Viola sa esserlo tanto da assumere a volte un tono tribunizio. La sua scrittura è nervosa e denota il travaglio della passione, in una forma che — oltre ad esprimere un acre sarcasmo — spesso è costellata di parentesi, virgolette, incisi, sottolineature, corsivi e maiuscole, con cui l’autore vuole rimarcare, evidenziare, convincere.

Fra i libri di Carmelo R. Viola vanno citati almeno:

Perché non puoi non essere anarchico: 1) La schiavitù dell’ambiente; 2) La conquista della libertà (La fiaccola, Ragusa, 1966, voll. 2)

Perché sei naturalmente anarchico (Edigraf, Catania, 1967)

No alle armi nucleari (FAI, Genova, 1968)

Referendum contro il divorzio, premeditato vilipendio all’uomo (La fiaccola, Ragusa, 1973)

Aborto: perché deve decidere la donna: con saggi sulla pornografia, sulla prostituzione e sul femminismo (Pellegrini, Cosenza, 1977)

Perestrojka: ricostruzione o capitolazione? (Nova cultura, San Bellino, 1991)

La quarta dimensione biosociale ovvero cenni di fisiologia dell’identità secondo la biologia sociale (Marra, Salerno, 1996).

Infine un cenno va alle varie prefazioni, presentazioni, recensioni e traduzioni da lui fatte, nonché al suo inserimento in antologie e opere collettive.

In conclusione, anche se non si concorda su tutte le tesi e posizioni del Viola, perché in certi casi subentra la questione di coscienza, non si può non riconoscerne la sincerità, l’impegno sociale, la forza espressiva, la lunga preparazione e la vasta cultura, che ne fanno uno dei pensatori e dei polemisti più notevoli del nostro tempo.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 23.VII.2002; “Il corriere di Roma”, Roma, 30.VII.2002]


Pippo Virgillito, La nuova chiesa dello Spirito Santo nella zona Ardizzone di Paternò... Occhio vigile ed eterno di Dio, Fondazione Opera “Michelangelo Virgillito”, Milano-Paternò, 2000, pagg. 136, s. p.

Numerose sono le benemerenze di Pippo Virgillito in campo culturale e sociale: dalla fondazione (con altri) del circolo “Benedetto Croce” negli anni ’50 dello scorso secolo, alla promozione d’iniziative come “Arte Natale”, al culto delle tradizioni popolari che lo ha portato alla costituzione d’un museo della civiltà contadina, alla pubblicazione di vari articoli, racconti, saggi e libri. Non si deve dimenticare inoltre che egli è stato assessore alla pubblica istruzione e si dedica con passione all’archeologia come presidente del locale Archeoclub e dirigente di “SiciliAntica”.

Di questo nuovo libro anzitutto ci colpisce la forma esteriore. Copertina, fotografie, carta lucida, caratteri tipografici e impaginazione sono d’alta qualità e quindi rendono la pubblicazione allettante d’acchito. Ma ovviamente quello che vale di più è il suo contenuto, basato su una serie di documenti a volte inediti, ignorati, dimenticati. Diciamo subito che questo libro non è solo la storia e la descrizione (anche con particolari tecnici) della nuova nuova chiesa dello Spirito Santo, ma anche — e forse soprattutto — la storia e la vicenda umana d’un uomo straordinario quale fu Michelangelo Virgillito, il quale volle la costruzione di questa chiesa come pure la costruzione o il restauro di molte altre chiese, asili, conventi, ospedali e altre opere sociali: e ciò non solo a Paternò, sua città natale, ma anche in altre parti d’Italia e del mondo. E il caso vuole che il progetto e la realizzazione tecnica della nuova chiesa dello Spirito Santo siano del giovane ing. Michelangelo Virgillito, omonimo del grande predecessore.

In questo contesto s’inseriscono: 1) la ricerca e individuazione dell’antica chiesa dello Spirito Santo (prima sulla collina di S. Giacomo, poi nel Conservatorio delle Vergini della Badiella presso la chiesa di S. Gaetano, poi nel collegio “Spirito Santo” delle Orsoline presso la Villa Moncada e infine in un prefabbricato della zona Ardizzone); 2) una cronistoria della nascita dell’opera più prestigiosa di Michelangelo Virgillito, e cioè del nuovo santuario della Madonna della Consolazione in Paternò; 3) un profilo del finanziere-benefattore, del quale si esalta l’amore per Paternò, per i poveri, per la Chiesa, per la religione cattolica ed in particolare per la Madonna, alla quale inoltre volle donare una inusitata corona d’oro miliardaria, facendosi poi seppellire nel piccolissimo cimitero dell’eremo di Fonte Avellana (PS), eremo in cui spesso si recava per dare quiete al suo corpo e al suo spirito tormentato.

Questo libro è dunque da una parte un atto di profonda ammirazione per quest’uomo, che tanto bene ha fatto da vivo e continua a fare da morto tramite la Fondazione da lui voluta, dall’altra un mezzo per additarlo quale apprezzabile esempio da imitare. E sarebbe opportuno che la Fondazione, che così egregiamente tuttora agisce, chiedesse alle competenti autorità d’intitolare a Michelangelo Virgillito una via o piazza di Paternò.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 29.III.2001]


Pippo Virgillito, L’edicola votiva della Madonna delle Grazie sulla scalea monumentale di Paternò, Broker services, Piano Tavola, 2003, pagg. 47, s. p.

Questo libretto, che potrebb’essere definito aureo nonostante alcuni spiacevoli refusi tipografici, nelle intenzioni di chi l’ha commissionato forse avrebbe dovuto essere soltanto il resoconto cronachistico delle varie fasi d’un evento; ed in effetti lo è, perché in esso c’è l’evento del restauro d’un’opera di pietà e d’arte, dall’ideazione alla progettazione, alla lavorazione, all’inaugurazione. E ci sono i nominativi di tanti personaggi che vi hanno contribuito, dal sac. Giuseppe Di Giovanni, prevosto emerito che lanciò l’appello, al prof. Salvatore Randazzo, presidente della benemerita associazione milanese “Hybla” che finanziò il restauro con autotassazione di tutti i soci (i quali poi sono concittadini residenti a Milano), al geom. Sebastiano Garigoli che con squisita competenza stese il progetto tecnico dell’intervento, al maestro Barbaro Messina, inventore della pietra lavica ceramizzata noto in tutto il mondo, grazie alle mostre e ai relativi servizi televisivi della RAI, il quale insieme con gli allievi del suo studio-laboratorio artigianale “Le nid” e della “Scuolarte” ha con somma perizia eseguito il restauro.

Ci sono questi e altri nominativi, come quelli dei cultori di tradizioni locali quali Giuseppe Barbagiovanni, Luigi Spoto e Franco Uccellatore, quelli dei sovrintendenti artistici, di uomini politici e di presenti all’inaugurazione; e ci sono testi di relazioni tecniche, d’interviste, di strumenti operativi... Ma soprattutto c’è quell’alone di poesia che soltanto un animo ardente come quello di Pippo Virgillito ha saputo imprimere.

Ecco dunque che, partendo dal paesaggio, l’autore ci riporta indietro nei secoli, dando pennellate di storia cittadina, una storia in cui s’è formata ed è cresciuta Paternò fino ai nostri giorni, ma con un’attenzione particolare a ciò che va conservato e consegnato alle nuove generazioni, affinché il patrimonio d’ideali e d’operosità non sia disperso: come, ad esempio, le manifestazioni svolte sulla scalinata, fra cui la favolosa “Arte Natale” allora organizzata dallo stesso Virgillito. Ecco perché, salendo le numerose diecine di gradini che costituiscono la scalinata monumentale, la mente va alle miriadi di persone che nei secoli hanno fatto lo stesso percorso, sia pure con finalità diverse, ma per lo più ispirate alla pietà, dato che la collina storica è venuta configurandosi come la quintessenza delle nostre tradizioni locali, familiari e religiose.

Allora Pippo Virgillito, con la passione che ha messo in tutte le altre sue simili opere, ritorna al mondo dell’infanzia e lo colora di poesia, perché dove c’è innocenza c’è poesia. E quello che poteva essere un freddo, anche se documentato, resoconto d’un atto di devozione e munificenza, è diventato una narrazione vera e propria, in cui si fondono e sfumano i vari elementi storici, tecnici e cronachistici, ma in cui l’affabulazione è capace d’avvincere il lettore e di condurlo piacevolmente fino alle ultime pagine, magari infondendogli catartici sentimenti di nostalgia e di rinnovato amore per la città, per la sua religiosità e per le sue tradizioni, specialmente se il lettore stesso ha un notevole numero d’anni sulle spalle.

Il libretto poi si scorre come un album, considerato l’elevato numero di fotografie (esse pure artistiche), nelle quali ogni scatto è insieme documento di cronaca e momento di riflessione.

Perciò, se è grande il merito dei benefattori, grande è anche quello d’un cultore di memorie cittadine quale Pippo Virgillito, che alla competenza unisce la sensibilità dei poeti.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 30.I.2004]

Pippo Virgillito, C’erano una volta a Paternò... i Bastonieri, SiciliAntica, Paternò, 2005, pagg. 80, s. p.

Il titolo di questo libro ci trasporta subito in un’atmosfera fiabesca, che è non solo quella dei “bastonieri” di Paternò, ma anche quella d’un’età trascorsa, ormai irripetibile. E ben ha fatto Pippo Virgillito, instancabile cultore di tradizioni locali, ad indagare sul mondo di quelli che avevano fatto del bastone uno strumento di prestigiosa autorità e un’arma per la difesa del proprio onore, ivi inclusa la difesa dei deboli e degli oppressi insita nel proprio onore stesso. Oggi sono diffuse le scuole d’arti marziali, ma negli anni lontani chi voleva difendere sé stesso e gli altri ricorreva al bastone, che in certi casi veniva tenuto come una reliquia e addirittura incluso nella bara del suo padrone.

Così il libro passa in rassegna i vari tipi di bastone, i modi di rotearlo e comunque d’adoperarlo, le “scuole di paranza” e i loro proprietari più famosi, cioè quelli che a Paternò hanno fatto epoca; ma insieme con loro rievoca un lungo periodo a cavallo dei secoli XIX e XX, ricavandone un grandioso affresco di memorie storiche, feste, poesia popolare, personaggi (come i medici-filantropi d’altri tempi), usi, costumi, giochi e giocattoli: in sostanza uno spaccato della vita paternese di quel tempo, in cui le denominazioni dialettali conferiscono realismo e concretezza a ciò che adesso reale e concreto non è più. E su tutto aleggia un sentimento nostalgico, il rimpianto d’una parte notevole della propria vita che inesorabilmente non torna più. Ecco dunque che il libro si colloca su un piano elegiaco, oltre che documentario, e come tale va doppiamente apprezzato.

Grazie ad esso si rivivono squarci di storia cittadina e nazionale: guerre mondiali, fascismo, bombardamenti e ricostruzione, fino alla medaglia d’oro conferita alla città. È chiaro che in queste vicende molti lettori anziani ritrovano momenti della vita d’una volta: personalmente, grazie anche a qualche fotografia storica, col pensiero sono riandato al 4 Dicembre 1942 quando davanti alla chiesa di S. Barbara anch’io aspettai il passaggio del re, il quale giunse dopo ore d’attesa nel freddo, o all’anno dopo quando aspettai davanti al balcone degli Strano da cui s’affacciò (timidamente per paura d’attentati) il principe ereditario, e infine mi rividi sotto i terribili bombardamenti aerei del ’43.

A questo punto la storia sembra favola; e favolistico è il modo di raccontare del Virgillito, il quale sa avvincere i lettori così bene che non si vorrebbe che il libro finisse. La scorrevolezza è dovuta anche al fatto che i periodi sono semplici e chiari, i capitoli brevi e integrati da numerose fotografie (a volte preziose cartoline degli anni lontani) e da altre illustrazioni. Le fotografie, oltre che da fotografi professionisti come Barbagiovanni, Oliveri e Uccellatore, a volte provengono dalle famiglie dei “bastonieri” stessi (ad esempio i Gagliardi), e costituiscono un vero e proprio album; ma oltre ad esse c’è una copiosa presenza di riproduzioni d’opere d’arte dovute a maestri come D’Inessa, Navarria, Palumbo, Sciavarrello e Spoto, a volte appositamente eseguite per questa pubblicazione.

Il libro, che si apre con un interessante “avvio alla lettura” dello scrittore Francesco Alberto Giunta e con il primo capitolo d’Alessandro Aiello e Giuseppe Di Maio dell’associazione Documenta di Catania, si conclude con una nota biografica dell’autore, del quale si traccia la considerevole attività, e con una ricca e dettagliata bibliografia.

In conclusione, pur rilevando un paio di sviste grammaticali, non resta che elogiare l’associazione SiciliAntica per la pubblicazione e la tipografia Ibla per la dignitosa veste editoriale, dovuta anche all’impaginazione e alla scelta di carta e caratteri, che ne fanno un’edizione degna d’importanti case editrici. Nel complesso il lavoro appare meritevole d’essere adottato nelle scuole per la sua pregnanza storico-letteraria che va al di là dei confini locali.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 24.VI.2005]


Pippo Virgillito, Le Edicole Votive di Paternò, Ibla, Paternò, 2006, pagg. 96, s. p.

Le edicole votive sono espressione di religiosità presso tutti i popoli e in tutti i tempi: in Sicilia sono dette atareddi, mentre nel Veneto sono dette capitelli dato che solitamente vengono erette a capo, cioè all’inizio (e tutela) d’una proprietà fondiaria. Nella fattispecie si tratta di cappelline, altarini e nicchie contenenti tele per lo più zincate, statue o semplici figure di santi, ora di fattura elementare ora di complessa elaborazione stilistica.

Pippo Virgillito, benemerito autore di ricerche locali estrinsecate con passione e competenza in numerose pubblicazioni giornalistiche o librarie, dopo aver dedicato un intero volumetto all’edicola votiva della scalea settecentesca di Paternò, stavolta ne dedica un altro a tutte le edicole votive della stessa città, che un tempo erano oltre un migliaio e di cui qui viene presentata la documentazione fotografica per quanto riguarda il dieci per cento, con la collaborazione di provetti fotografi quali Giuseppe Barbagiovanni e Roberto Fichera. (Alcune foto, però, sono anche di Luigi Fallica.)

Dopo le interessanti note introduttive d’Angelo Sambataro e Angelino Cunsolo, l’autore fornisce varie indicazioni circa tali edicole: origini, quantità, ubicazione, proprietà, caratteristiche architettoniche, culto, stato di conservazione, trasformazioni, ecc. In un prezioso panorama religioso, storico-artistico, folcloristico, insieme con la diffusa pietà popolare e i riferimenti alla toponomastica e alle usanze locali, emergono anche notizie su artigiani e artisti a volte di grido, vicende storiche, quali terremoti ed altre calamità, devozione, indulgenze, grazie ricevute, morti violente e altri commoventi episodi, ornamenti, onoranze e festeggiamenti, specialmente durante la novena di Natale, quando si trasformano in presepi. A quest’ultimo riguardo, visto che nel libro sono citate delle testimonianze letterarie, si può anche vedere di C. Ciccia Il mondo popolare di Giovanni Verga (Milano, 1967, pag. 92) e Barbarella la tedesca, in Storie paesane e altre novelle (Pordenone, 1977, pagg. 111-113) e in La brutta estate del ’43 e antologia di storie paesane (Catania, 2004, pagg. 40-43), storia tradotta in francese col titolo Barbarella, l’allemande e inclusa in Petites histoires siciliennes, Paris, 1977, pagg. 30-32.

È evidente l’importanza di questo lavoro per chi consideri la sua potenziale utilità nei confronti delle nuove generazioni, tenute a conoscere il passato per poter capire il presente e progettare il futuro. Ricerche del genere, che già stanno fiorendo in certe parti d’Italia, tendono anche ad auspicare dalle pubbliche amministrazioni interventi di censimento, recupero e salvaguardia. Perciò non resta che ringraziare l’autore, i collaboratori e coloro che hanno finanziato quest’opera, che chi vive lontano dalla città può sfogliare anche come un album fotografico, foriero di piacevoli ricordi. Alla quale opera, poi, è doveroso augurare una capillare diffusione, in modo particolare nelle scuole, affinché i cittadini s’abituino ad apprezzare ciò che gli antenati — a volte con innocente ingenuità, ma sempre con tanto amore — ci hanno trasmesso, specialmente in materia di sentimenti e valori, fra cui appunto la religiosità.

Carmelo Ciccia

[“La gazzetta dell’Etna”, Paternò, 27.VI.2006]


Tullio Vorano (a cura di), La comunità italiana di Albona

Un libro, una storia, una vicenda umana e politica: LA COMUNITÀ ITALIANA DI ALBONA

Nel 1947 il trattato di Pace di Parigi assegnò definitivamente l’Istria alla Jugoslavia. Gl’italiani colà nati e residenti furono sopraffatti dai croati e costretti ad esulare o a rimanervi in posizione d’inferiorità, vedendo conculcati i loro diritti a causa di scuole italiane soppresse, lingua italiana non riconosciuta, segnaletica bilingue abolita, ecc. Forte fu perciò il loro bisogno d’aggregarsi, per cercare di conservare quanto più possibile la propria identità: e da ciò nacquero le varie comunità italiane dell’Istria, che iniziarono l’attività come circoli italiani di cultura.

A cinquant’anni di distanza, la comunità italiana d’Albona, odierna Labin (in Croazia), ha pubblicato un volume commemorativo, curato da Tullio Vorano e intitolato appunto La Comunità Italiana di Albona (Papergraf, Padova, 1999, pagg. 144, s. p.), il quale si presenta in elegante veste editoriale e documenta la storia della comunità stessa anche con l’ausilio di numerose fotografie.

Il volume si apre con il resoconto dell’assemblea celebrativa del cinquantenario, svoltasi ad Albona il 28 novembre 1997. Segue il dettagliato saggio di Tullio Vorano “La comunità italiana di Albona / mezzo secolo di attività”, che in una ventina di pagine traccia e documenta la storia della comunità, fra passato, presente e futuro. A questo saggio segue “Un po’ di statistica” dello stesso Vorano. Il ricchissimo album fotografico, corredato d’ampie didascalie, riguarda celebrazioni, ricorrenze, vita sociale, incontri di fine d’anno e veglioni, balli mascherati, gite, scuole, arte e spettacoli, attività sportive e ricreative, delegazioni. Seguono le biografie dei presidenti della comunità. Infine Federico Palisca fornisce i dati statistici dell’attività, elencando conferenze, fiere, spettacoli e concerti, ospiti, presenze all’Opera di Trieste e in altri teatri, attività sportive e manifestazioni varie.

Ed è ammirevole il fatto che, in una realtà storico-geografica in cui la lingua italiana è stata così malvagiamente soppressa o emarginata, questo libro presenti un’espressione linguistica italiana chiara, scorrevole e con una quantità d’errori praticamente trascurabile.

Leggere o semplicemente sfogliare questo documento significa per gli albonesi ritrovare la propria infanzia, rivivere amare esperienze, risentire il peso del gravissimo torto subìto, alimentare il sentimento della nostalgia. Quella comunità ha saputo resistere, fronteggiare le indicibili difficoltà e ingiustizie, organizzare una lunga serie d’iniziative in cui ha fortemente espresso la sua identità e vitalità. Ne è ulteriore prova, con la sua ben avviata attività di alto profilo culturale, la recente costituzione della Società “Dante Alighieri”, collegata alla sede centrale di Roma e presieduta dallo stesso Vorano.

Fortunatamente oggi le cose sono cambiate: al dispotico regime comunista della Jugoslavia è subentrato il nuovo Stato della Croazia, che sembra dimostrare più rispetto e comprensione per le esigenze della comunità italiana, anche perché vari italiani occupano importanti posti nel tessuto sociale e politico della città. L’attuale sindaco Marin Bkraric´ non solo ha presenziato alle celebrazioni, facendo dei discorsi, ma ha fatto pervenire agli albonesi convenuti a Verona un messaggio in italiano, auspicando che si metta una pietra sul passato e invitando tutti i profughi a venire ad Albona, per rivisitarla e magari tenere in essa i convegni annuali. Questo è certamente un encomiabile gesto che fa bene sperare, a cui però devono seguire dei fatti concreti di riparazione: quantomeno la rivalutazione della lingua e della cultura italiana, la riapertura delle scuole italiane, il bilinguismo nella toponomastica e negli uffici. Naturalmente pressante e incisiva dev’essere anche l’azione del governo italiano nei confronti di quello croato, fino ad ottenere la dovuta giustizia: cosa per la quale anche i parlamentari italiani devono mobilitarsi al riguardo.

Perciò questo libro ha il merito di risollevare urgenti problemi che coinvolgono l’intera nazione italiana e alla cui soluzione ciascuno deve dare il suo contributo. Certamente i lettori d’Italia si sentono vicini e si stringono in solidarietà a questi connazionali separati, che vivono in un territorio affascinante, ricco di storia, di tradizioni, di monumenti e di stupende bellezze paesaggistiche; e, nel congratularsi vivamente per quanto realizzato, augurano altri successi alla comunità italiana di Albona (oggi presieduta da Dino Persi e annoverante nella sua storia personaggi come Giuseppina Martinuzzi, a cui la stessa è intitolata), nell’armonica convivenza delle etnie locali.

Carmelo Ciccia

[“Il corriere di Roma”, Roma, 30.VI.2000; “Il gazzettino della ‘Dante’ albonese”, Albona-Labin, dic. 2000 (estratto)]


Daniela Zamburlin Descovich. Le fate son tornate / Fiabe e storie del Nordest, Matteo, Treviso, pagg. 132, € 15.

Libri & Impressioni

«LE FATE SON TORNATE» a cura di Daniela Zamburlin Descovich

Nel mio saggio Allegorie e simboli nel Purgatorio (Pellegrini, Cosenza, 2002) intitolavo la conclusione “Necessità di simboli e miti” e così scrivevo (pagg. 64-65): «È da chiarire se in un’epoca come la nostra, figlia del razionalismo, del materialismo e del consumismo più sfrenato, abbia un senso parlare ancora di simboli e miti. La risposta può essere sicuramente positiva, considerando che anche oggi, sia pure in maniera incerta e confusa, anche se antitradizionalista e contraddittoria, si va in cerca di qualcosa che appartenga “al di là” del meramente naturale. A prescindere dalle superstizioni, che tuttora prosperano, la maggioranza delle persone continua a sentire il bisogno di questo qualcosa. Diciamo pure che, dopo un periodo di rifiuto categorico, oggi si sta tornando pienamente al simbolo e al mito, per cui si può parlare d’una riscoperta d’essi, non solo istintiva ma anche motivata... Il perpetuarsi ancor oggi di simboli e miti, facendo bene sperare del futuro dell’umanità e dei rapporti sociali, arricchiti d’un così alto valore, ci sembra una degna conclusione per questa ricerca.»

Dunque, se “le fate son tornate”, si può facilmente esclamare: «Siano le benvenute!». E ciò per tutta la messe di fantasie, magie e sogni che esse son capaci di suscitare, non soltanto nei bambini, ma anche negli adulti.

Il titolo di questo splendido libro di Daniela Zamburlin Descovich è appunto Le fate son tornate e il sottotitolo Fiabe e storie del Nordest (Matteo, Treviso, pagg. 132, euro 15). Nella formulazione del sottotitolo la fiaba o favola — dal latino fabula, a sua volta derivante dal verbo fari = “parlare” — s’associa alla storia, che in questo caso viene ad assumere il significato di “racconto, narrazione popolare”, collegandosi così a quello che per i greci era mythos = “discorso o racconto favoloso e popolare” e per i latini legenda = “cose che si devono leggere”. Tuttavia, è chiaro che un racconto per essere fiaba o favola deve avere alcuni elementi tipici, come i fatti soprannaturali, e fra questi l’umanizzazione d’animali e vegetali.

A questo punto viene spontaneo pensare alla modalità e alla tempistica di creazione d’un mito, alla sua diffusione e alla sua durata. Giustamente nell’introduzione di questo libro si chiarisce che non esiste un autore dei testi: infatti il mito è un racconto che passa da una bocca all’altra (e oggi si direbbe da una penna all’altra) sempre antico e nuovo nello stesso tempo; e le aree geografiche dei racconti non sono neanche circoscrivibili, perché i miti, pur con varianti, circolano da una regione all’altra, da una nazione all’altra e da un continente all’altro. E può capitare che anche la storia vera e propria diventi favola, come avveniva alle donne fiorentine d’una volta, quando — come scrive Dante in Par. XVII 124 e segg. — «l’altra, traendo a la rocca la chioma / favoleggiava con la sua famiglia / de’ Troiani, di Fiesole e di Roma»; così in tempi più recenti è avvenuto che la figura e la vita da favola della principessa/imperatrice Sissi (Elisabetta) — purtroppo interrotta tanto bruscamente e conclusa nel modo peggiore, certamente non fiabesco — sia diventata il mito principale di quello che era l’impero d’Austria-Ungheria.

Coloro che tramandano i miti per iscritto sono praticamente dei trascrittori e degl’interpreti. E una di questi è la veneziana Zamburlin Descovich, giornalista del quotidiano “Il gazzettino” di Belluno e scrittrice. Essa ha trascritto le fiabe di questo volume, ma al riguardo ha una lunga esperienza come appassionata di folclore e curatrice di vari volumi di fiabe attinte alla tradizione popolare triveneta. Di questa tradizione nella fiaba “La matassina fatata” la stessa rievoca la diffusissima usanza veneto-friulana del filò, durante il quale familiari e vicini, riuniti nella stalla al tepore delle bestie — i maschi per governare le bestie stesse e badare agli attrezzi agricoli, le femmine per filare o per fare altri lavori donneschi — passavano le serate raccontando delle storie.

Quando parliamo di fiabe, non possono non venirci in mente altri scrittori del settore: si potrebbero citare Esopo, Fedro, Petronio (che nel Satyricon inserisce il racconto delle streghe) e poi le Mille e una notte, il Novellino, Basile, Perrault, La Fontaine, Carlo Gozzi (la cui opera L’amore delle tre melarance qui è ripresa nella fiaba “La fanciulla dell’arancia”), i Grimm, Ardersen, Capuana (i cui libri di fiabe C’era una volta, Re Tuono e Scurpiddu, presi in prestito alla biblioteca itinerante, furono le prime eccitanti letture di narrativa della mia adolescenza 1) e altri, fino ad arrivare alla Da Re. E il genere è tuttora così fiorente che s’indicono degli appositi concorsi letterari, come quello annualmente indetto dal settimanale “L’azione” di Vittorio Veneto.

Anche i grandi poeti classici (come Omero, Virgilio e soprattutto Ovidio) raccontavano fiabe: ad esempio, è una fiaba il mito del ramo d’oro contenente il seme del raggio di sole (praticamente il ramo di vischio oggi regalato per Natale) quale lasciapassare da consegnare a Proserpina nell’Ade, di cui parla Virgilio ai versi 136 e segg. del libro VI dell’Eneide, poi ripreso da Dante nell’episodio del giunco schietto di Purg. I 93 e segg., che io ho illustrato nello stesso saggio (pagg. 21-22); ed è una fiaba il mito di Fetonte a cui Dante mostra tanto attaccamento da citarlo varie volte: in Inf. XVII 107-109 («Maggior paura non cred’io che fosse / quando Fetòn abbandonò li freni, per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse»), in Purg. IV 71-72 («la strada / che mal non seppe carreggiar Fetonte»), in Purg. XXIX 118-120 («quel del Sol che, sviando, fu combusto / per l’orazion de la Terra devota, / quando fu Giove arcanamente giusto»), in Par. XVII 1-3 («Qual venne a Climenè per accertarsi / di ciò ch’avea incontro a sé udito, / quei ch’ancor fa li padri a’ figli scarsi») e ancora in Par. XXXI 124-125 («il temo / che mal guidò Fetonte»).

Ebbene, questi due ultimi miti sono presenti nel volume curato dalla Zamburlin Descovich, e precisamente il primo nella fiaba “Giovannino e il drago”, il secondo in quella dal titolo esplicito “Fetonte figlio del Sole”. Inoltre nella fiaba “Bonaldo e il Drago” affiora — mutatis mutandis — il mito del Minotauro, trattato da molti scrittori (compreso Dante) e artisti; mentre il drago a sette teste ci fa pensare a quello d’Apocalisse XII 3 e alla conseguente figura di Gioacchino da Fiore, con cui forse l’illustratore non sapeva di misurarsi. E infine il mito delle anime racchiuse negli alberi, di cui alla fiaba “Gli alberi che cantano”, era presente in Virgilio (Eneide, III 22 e segg.) e in Dante (Inf. XIII 33 e segg.).

In effetti, in certe fiabe si mescolano elementi di vari miti presenti anche in lontane aree geografiche e culture. Ad esempio, la fiaba pugliese in cui un folletto-serpentello fa trovare delle palle d’oro ad una brava bambina è stata da Alberto Borghini collegata a quella veneto-friulana dei tre folletti-basilischi che giocano con le palle d’oro, a quella laziale del serpentello-basilisco che sembra minacciare un bambino in fasce, ma in realtà è un folletto beneaugurante, e a quella tosco-emiliana in cui il basilisco-régolo prende esso stesso le parvenze d’un bambino-folletto in fasce 2.

Ovviamente in questo volume ci sono tutti gl’ingredienti delle fiabe: re e regine, principi e principesse, valletti e paggi, capitani e pirati, folletti e anguane, maghi e streghe, fate e sirene, orchi e mostri, angeli e diavoli, matrigne e figliastre, fanciulle bellissime ma povere che diventano principesse, incantesimi, tradimenti, maledizioni, malefici, sortilegi, amuleti, magie e fatti mirabolanti d’ogni genere, buoni e cattivi, bellezze e ricchezze strabilianti, nozze fastose e banchetti luculliani; c’è inoltre la classica formula finale «e vissero felici e contenti», sia pure espressa con parole diverse; ma soprattutto c’è il trionfo della gentilezza, dell’amore, della bontà, della verità e della giustizia. In sostanza il male (inganno, tradimento, odio, perfidia) viene sempre sconfitto e i colpevoli vengono sempre esemplarmente puniti: e questo c’infonde una nota d’ottimismo, facendoci credere che in ogni caso, anche se dopo sofferenze indicibili e peripezie varie, la giustizia arriva e implacabilmente fa il suo corso (almeno nelle favole).

Anche se Franz Kafka nelle Conversazioni con Gustav Janouch affermava che «Tutte le fiabe sono uscite dalle profondità del sangue e della paura», la fiaba nel tempo si è consolidata come portatrice d’insegnamento, oltre che di divertimento, assumendo sempre più un aspetto didascalico, magari condensato nella “morale della favola”. Ad esempio, per quanto riguarda la favola del suddetto Fetonte è lo stesso Dante che esprime la morale, in tale circostanza rivolta agli adulti, col citato verso «quei ch’ancor fa li padri a’ figli scarsi». Colui che — secondo Dante — rende (o dovrebbe rendere) in ogni tempo i padri poco accondiscendenti ai figli è Fetonte (figlio del dio Elios, cioè Sole), il quale, dopo aver chiesto inutilmente alla madre Climene l’assicurazione d’essere veramente figlio di quel dio (a causa delle contrarie dicerie), chiese al padre, quale conferma e prova d’essere suo figlio, il permesso di poter guidare il carro del sole; e, dopo molte insistenze accontentato, combinò seri disastri, per la gravità dei quali Giove, supplicato dalla Terra, intervenne con un fulmine e fece precipitare il baldanzoso ragazzo nel fiume Po, allora detto Eridano. In parole povere, la morale dantesca è che, per il bene di loro stessi e degli altri, soltanto poche volte si deve cedere alle richieste dei figli. E anche questa favola è magistralmente trascritta dalla Zamburlin Descovich.

Perciò in questo genere di narrativa non possono mancare i buoni sentimenti: e anche nelle fiabe raccolte in questo libro s’insegna a fare del bene al prossimo (con l’altruismo, la beneficenza e la solidarietà), ad essere riconoscenti a chi ha fatto il bene, a non mentire, a non uccidere gli animali per divertimento, a rispettare la natura, a lasciar liberi uccelli e pesci. E al riguardo si nota che spesso gli animali possono parlare e compiere altri atti propriamente umani. Però qui ci sono anche pagine realistiche, come quelle che descrivono la dura vita dei minatori o l’avverarsi del proverbio amoroso «lontan dagli occhi, lontan dal cuore». Inoltre risulta interessante la frequente proiezione finale dell’evento prodigioso nell’attualità del lettore.

Ecco, dunque, che un libro siffatto si raccomanda non soltanto come strenna per i ragazzi, ma anche come testo d’evasione e riflessione per gli adulti. La lettura è facilitata da caratteri tipografici adeguati e da uno stile semplice, chiaro e scorrevole, che di volta in volta sa opportunamente assumere gli aspetti della popolarità, della sentenziosità e della filastrocca, rendendo convincente l’affabulazione. Come in quasi tutti i libri, però, neanche in questo mancano refusi e sviste varie, che il lettore troverà da sé, tuttavia senza doversi scandalizzare, dato anche l’esiguo numero d’essi; ma, a parte ciò, quello che invece ci sarebbe voluto sempre nei periodi — pur nel rispetto dei canoni di semplificazione infantile e/o popolaresca — è forse una punteggiatura più attenta, capace di suggerire meglio a chi legge (magari ad alta voce) la presenza delle pause, indicandone con precisione la qualità e la durata per mezzo degli specifici segni grafici, particolarmente nei vocativi e prima della congiunzione avversativa; mentre a volte — per evitare equivoci derivanti dalla presenza nel contesto d’una pluralità d’attori e interlocutori — sarebbe stata opportuna l’espressione dei soggetti sottintesi.

La forma editoriale, che a volte presenta dei paginoni doppi, è davvero pregevole, anche perché corroborata dalle illustrazioni di Davide Bressan, evidentemente basate su uno stile naïf, con colori squillanti e tratti adeguati al mondo dell’infanzia. Il formato del volume è consistente, la carta patinata, i caratteri tipografici grandi.

In sostanza questo libro si configura come uno strumento utile anche agli adulti, non soltanto per ritrovare la propria innocenza smarrita o confusa, ma anche per poter riflettere, sognare e sperare in un mondo migliore. Ed è anche per questo che si deve rivolgere un vivo apprezzamento alla curatrice, all’illustratore e all’editore.

Carmelo Ciccia

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1 Nella mia adolescenza ogni tanto passava per le strade un furgone con dentro dei libri che venivano dati in prestito gratuitamente ai richiedenti per un periodo predeterminato.

2 Alberto Borghini, Antropologia culturale / Folletto e sfera del basilisco / A proposito di una fiaba pugliese, in “Le colline di Pavese”, S. Stefano Belbo (CN), luglio 2006.

[“Il Cristallo”, Bolzano, ott. 2006]


Nerita Zanetti, www.com / L’amore del duemila, Edizioni del Leone, Spinea, 2000, pagg. 312, £ 35.000.

UN ORIGINALE ROMANZO EMAIL DI NERITA ZANETTI

Nel campo letterario non sono infrequenti le novità: significativo è il romanzo sperimentale della coneglianese Nerita Zanetti www.com / L’amore del duemila (Edizioni del Leone, Spinea, 2000, pagg. 312, £ 35.000). L’originalità consiste nel fatto che si tratta non d’un qualsiasi romanzo epistolare, ma d’uno di posta elettronica, con tutto ciò che comporta questa impostazione in fatto di contenuto e forma.

Internet ha prodotto una rivoluzione nel campo delle comunicazioni: essa ora consente anche di navigare, giocare, innamorarsi. E s’innamorano veramente i due protagonisti, dopo aver pensato solo di giocare; ma la loro relationship, pur raggiungendo imprevedibilmente momenti d’elevata passionalità e perfino sensualità, rimane caparbiamente “virtuale”, tanto che i due non si svelano mai né identità né residenza, facendo una specie d’esperimento sulla propria pelle meticolosamente codificato in romanzo.

Circa la forma, l’opera è un documento di scrittura al computer: vi si notano frettolosità, essenzialità, trascuratezze, sviste, refusi, termini tecnici e tecnologici e ovviamente molte espressioni anglo-americane. Insomma, un linguaggio reale dei nostri giorni, con cui, per forza di cose, dovranno fare i conti i puristi della lingua italiana.

Ma ciononostante il lavoro della Zanetti va preso con la massima considerazione: c’è in esso un vasto e consapevole dispiego di tecniche e sentimenti che lo rendono apprezzabile, facendo presagire per quest’esordiente scrittrice ulteriori affermazioni nella narrativa.

Carmelo Ciccia

[ “Il corriere di Roma”, Roma, 30.III.2002]


Paolo Ziino, I due Zoppo di Gangi, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2009, pagg. 80, s. p. (1)

“I due Zoppo di Gangi” di Paolo Ziino

Usarono forse lo stesso soprannome per favorire la loro notorietà

Che due pittori della stessa località vengano soprannominati con lo stesso appellativo sembrerebbe impossibile; eppure è successo. Si tratta di Gaspare Bazzano o Vazzano (Gangi, PA, 1565 – ivi 1630) e di Giuseppe Salerno (Gangi, PA, 1570 – ivi 1633), i quali non erano nemmeno parenti, ma entrambi furono detti “lo Zoppo di Gangi”. Ce lo racconta Paolo Ziino nel suo gradevole volumetto I due Zoppo di Gangi (Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2009, pp. 80, s. p.), nel quale egli si chiede il perché di tale denominazione e al riguardo avanza anche una sua plausibile ipotesi: quella che i due artisti stessi intendessero favorire la notorietà della firma e avere più ordinazioni; tant’è vero che le loro opere si contano a centinaia e hanno invaso mezza Sicilia.

Circa la disabilità fisica d’uno dei due, l’autore ci dice che la questione è controversa. Sembra che nessuno sia stato zoppo, anche se del Salerno qualcuno ha affermato che fosse claudicante a causa d’una gamba più corta dell’altra, non tenendo però conto che egli aveva prestato servizio militare come fante, quindi aduso alle marce. Si può aggiungere che questo pittore probabilmente nel 1586-93 studiò a Roma da Guido Reni e lì potrebbe aver sentito parlare del pittore Marco Zoppo (Cento, FE, 1433 – Venezia 1478), influenzato da Piero della Francesca e da Andrea Mantegna, e potrebbe essere stato affascinato dall’appellativo Zoppo.

L’autore riferisce anche che, nonostante l’identità del soprannome, i due pittori operarono disgiuntamente in sedi diverse, ora a Gangi ora a Palermo; e che i loro soggetti furono tutti sacri, commissionati da religiosi. Poiché un figlio del Bazzano lasciò anche un “quatro di verdura”, alias “natura morta” (per quell’epoca una novità), e poiché altri pittori della maniera degli Zoppo trattarono anche questo soggetto, lo Ziino suppone che anche gli Zoppo avessero dipinto delle nature morte e che queste siano state smarrite.

Il volumetto contiene un’ampia introduzione con le notizie biografiche dei due artisti, nove belle tavole a colori fuori testo, un indice topografico (20 pagg.) dei 38 comuni in cui si trovano opere di questi pittori, con indicazione anche dei vari edifici in cui sono contenute, un elenco di titoli o temi delle opere col luogo di conservazione d’esse (15 pagg.), un altro elenco delle opere smarrite con indicazione dei siti in cui si trovavano (12 pagg.) e alcuni allegati da cui s’evince l’interessamento dello stesso Ziino, il quale s’è rivolto ad enti e persone per chiedere rettifiche o chiarimenti.

Infatti, per quanto riguarda una scritta inserita nel quadro della Presentazione di Gesù Bambino da parte di Maria Vergine alla madre Sant’ Anna del Salerno, che si trova nella chiesa della Madonna del Carmelo di Bivona (AG), l’autore ha rilevato l’incompatibilità di datazione al 1561 per il fatto che Alessandro VI, il quale concesse l’indulgenza di tremila anni a chi vi recita un’Ave Maria davanti, fu papa dal 1492 al 1503: e quindi, o è sbagliata la datazione o si trattava d’Alessandro VII. Inoltre l’autore chiarisce che per un quadro definito “di Giuseppe Salerno”, si deve intendere che l’omonimo zio sacerdote (il quale aveva lasciato in eredità questo quadro del nipote pittore) ne era il proprietario e non l’esecutore.

Osservando i quadri dall’autore proposti ai lettori, si nota d’acchito la bravura dei due artisti, grazie alla ricchezza e vivacità scenografica, alla classicità delle forme e alla robustezza dei colori. Un tema iterato dai due pittori è la patrona della Sicilia Madonna dell’Itria/Odigitria (dal greco odû eghéteira, contratto in odeghétria = “conduttrice del cammino”), un cui esemplare fa bella mostra di sé in copertina, ricordandoci — fra le opere dei tantissimi artisti di questo soggetto — l’omonimo quadro del 1579 dipinto dalla cremonese Sofonisba Anguissola (allora vedova d’uno sfortunato Moncada, governatore di Paternò) e ora collocato nell’atrio della chiesa dell’ex monastero di Paternò.

E del Salerno non manca un Giudizio universale (Gangi, chiesa madre di S. Niccolò), permeato di reminiscenze dantesche e contenente i tre regni dell’aldilà: fra l’altro, in inferno ci sono i morti che risorgono, Caronte con la barca piena di dannati (fra cui un vescovo), diversi impiccati in varie posizioni e un dannato capofitto in un pozzetto di fuoco; in purgatorio le anime — suddivise in sette schiere, custodite e guidate ciascuna da un angelo — salgono pregando verso la porta del paradiso, su cui spicca una scritta con l’invito evangelico Venite, benedicti Patris mei, cioè al completo “Venite, o benedetti del Padre mio; prendete possesso del Regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Matteo XXV 34 e Purg. XXVII 58); e in paradiso ci sono la gloria di Cristo Giudice, la Rosa dei beati e l’autoritratto del pittore nel volto di S. Pietro.

Il Salerno è sepolto nella chiesa della Madonna della Catena di Gangi, comune che per questa straordinaria opera è detto “il paese del Giudizio universale”.

Come si vede, dunque, nonostante la brevità, questo lavoro si dimostra succoso e significativo. L’autore — il quale ha portato alla ribalta due artisti che sicuramente onorano la Sicilia, della quale sono considerati fra i migliori e più rappresentativi — ha trasfuso nella sua ricerca la sua lunga passione per l’arte figurativa e l’archeologia, che a questo scopo lo ha indotto a percorrere mezza Sicilia, visitando innumerevoli chiese, musei ed altri siti; e alla fine, con lodevole competenza, ha fornito uno strumento indispensabile per la consultazione e lo studio, grazie agli organici regesti. Inoltre, non limitandosi a ciò, vi ha inserito note storico-artistiche, dubbi d’attribuzione e altri elementi utili alla migliore comprensione e interpretazione delle opere. Infine non va trascurata l’attenta e bene strutturata bibliografia.

L’aspetto grafico-editoriale del volumetto è elegante ed accattivante, grazie anche all’ordinata disposizione dei capoversi e al preciso uso dei corsivi; e la forma linguistico-espressiva è pressoché perfetta, essendo del tutto trascurabile qualche rarissima e lievissima imperfezione. In particolare vanno ammirate la corretta espressione morfologico-sintattica, la chiarezza e la scorrevolezza del linguaggio, scevro di pesanti termini tecnico-scientifici. In sostanza il testo è accessibile a tutti e si qualifica come uno dei più riusciti del nostro tempo.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, apr.-mag. 2010]


Paolo Ziino, I due Zoppo di Gangi, Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2009, pagg. 80, s. p. (2)

I due pittori detti “Zoppo di Gangi” in una ricerca di Paolo Ziino

Che due pittori della stessa località vengano soprannominati con lo stesso appellativo sembrerebbe impossibile; eppure è successo. Si tratta di Gaspare Bazzano o Vazzano (Gangi, PA, 1565 – ivi 1630) e di Giuseppe Salerno (Gangi, PA, 1570 – ivi 1633), i quali non erano nemmeno parenti, ma entrambi furono detti “lo Zoppo di Gangi”. Ce lo racconta Paolo Ziino nel suo gradevole volumetto I due Zoppo di Gangi (Centro di Ricerca Economica e Scientifica, Catania, 2009, pp. 80, s. p.), nel quale egli si chiede il perché di tale denominazione e al riguardo avanza anche una sua plausibile ipotesi: quella che i due artisti stessi intendessero favorire la notorietà della firma e avere più ordinazioni; tant’è vero che le loro opere si contano a centinaia e hanno invaso mezza Sicilia.

Circa la disabilità fisica d’uno dei due, l’autore ci dice che la questione è controversa. Sembra che nessuno sia stato zoppo, anche se del Salerno qualcuno ha affermato che fosse claudicante a causa d’una gamba più corta dell’altra, non tenendo però conto che egli aveva prestato servizio militare come fante, quindi aduso alle marce. Si può aggiungere che questo pittore probabilmente nel 1586-93 studiò a Roma e lì potrebbe aver sentito parlare del pittore Marco Zoppo (Cento, FE, 1433 – Venezia 1478), influenzato da Piero della Francesca e da Andrea Mantegna, e potrebbe essere stato affascinato dall’appellativo Zoppo.

L’autore riferisce anche che, nonostante l’identità del soprannome, i due pittori operarono disgiuntamente in sedi diverse, ora a Gangi ora a Palermo; e che i loro soggetti furono tutti sacri, commissionati da religiosi. Poiché un figlio del Bazzano lasciò anche un “quatro di verdura”, alias “natura morta” (per quell’epoca una novità), e poiché altri pittori della maniera degli Zoppo trattarono anche questo soggetto, lo Ziino suppone che anche gli Zoppo avessero dipinto delle nature morte e che queste siano state smarrite.

Il volumetto contiene un’ampia introduzione con le notizie biografiche dei due artisti, nove belle tavole a colori fuori testo, un indice topografico (20 pagg.) dei 38 comuni in cui si trovano opere di questi pittori, con indicazione anche dei vari edifici in cui sono contenute, un elenco di titoli o temi delle opere col luogo di conservazione d’esse (15 pagg.), un altro elenco delle opere smarrite con indicazione dei siti in cui si trovavano (12 pagg.) e alcuni allegati da cui s’evince l’interessamento dello stesso Ziino, il quale s’è rivolto ad enti e persone per chiedere rettifiche o chiarimenti.

Infatti, per quanto riguarda una scritta inserita nel quadro della Presentazione di Gesù Bambino da parte di Maria Vergine alla madre Sant’ Anna del Salerno, che si trova nella chiesa della Madonna del Carmelo di Bivona (AG), l’autore ha rilevato l’incompatibilità di datazione per il fatto che Alessandro VI, il quale concesse l’indulgenza di tremila anni a chi vi recita un’Ave Maria davanti, fu papa dal 1492 al 1503: e quindi, o è sbagliata la datazione o si trattava d’Alessandro VII. Inoltre l’autore chiarisce che per i quadri definiti “di Giuseppe Salerno”, si deve intendere che l’omonimo zio sacerdote (il quale aveva lasciato in eredità questi quadri del nipote pittore) ne era il proprietario e non l’esecutore.

Osservando i quadri dall’autore proposti ai lettori, si nota d’acchito la bravura dei due artisti, grazie alla ricchezza e vivacità scenografica, alla classicità delle forme e alla robustezza dei colori. Un tema iterato dai due pittori è la patrona della Sicilia Madonna dell’Itria/Odigitria (dal greco odû eghéteira, contratto in odeghétria = “conduttrice del cammino”), un cui esemplare fa bella mostra di sé in copertina, ricordandoci — fra le opere dei tantissimi artisti di questo soggetto — l’omonimo quadro del 1579 dipinto dalla cremonese Sofonisba Anguissola (allora vedova d’uno sfortunato Moncada, governatore di Paternò) e ora collocato nell’atrio della chiesa dell’ex monastero di Paternò.

Del Bazzano è notevole una Madonna degli Angeli e i Santi Giovanni Battista, Placido, Benedetto, Mauro e Caterina d’Alessandria (Calatafimi, chiesa di S. Caterina): e ciò, non soltanto per l’affollamento della scena, ma anche per il manierismo che traspare da certe figure, caratteristica peraltro presente in entrambi gli artisti.

E del Salerno non manca un Giudizio universale (Gangi, chiesa madre di S. Niccolò), permeato di reminiscenze dantesche e contenente i tre regni dell’aldilà: fra l’altro, in inferno ci sono i morti che risorgono, Caronte con la barca piena di dannati (fra cui un vescovo), diversi impiccati in varie posizioni e un dannato capofitto in un pozzetto di fuoco; in purgatorio le anime — suddivise in sette schiere, custodite e guidate ciascuna da un angelo — salgono pregando verso la porta del paradiso, su cui spicca una scritta con l’invito evangelico Venite, benedicti Patris mei, cioè al completo “Venite, o benedetti del Padre mio; prendete possesso del Regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Matteo XXV 34 e Purg. XXVII 58); e in paradiso ci sono la gloria di Cristo Giudice, la Rosa dei beati e l’autoritratto del pittore nel volto di S. Pietro.

Il Salerno è sepolto nella chiesa della Madonna della Catena di Gangi, comune che per questa straordinaria opera è detto “il paese del Giudizio universale”.

Come si vede, dunque, nonostante la brevità, questo lavoro si dimostra succoso e significativo. L’autore — il quale ha portato alla ribalta due artisti che sicuramente onorano la Sicilia, della quale sono considerati fra i migliori e più rappresentativi — ha trasfuso nella sua ricerca la sua lunga passione per l’arte figurativa e l’archeologia, che a questo scopo lo ha indotto a percorrere mezza Sicilia, visitando innumerevoli chiese, musei ed altri siti; e alla fine, con lodevole competenza, ha fornito uno strumento indispensabile per la consultazione e lo studio, grazie agli organici regesti. Inoltre, non limitandosi a ciò, vi ha inserito note storico-artistiche, dubbi d’attribuzione e altri elementi utili alla migliore comprensione e interpretazione delle opere. Infine non va trascurata l’attenta e bene strutturata bibliografia.

L’aspetto grafico-editoriale del volumetto è elegante ed accattivante, grazie anche all’ordinata disposizione dei capoversi e al preciso uso dei corsivi; e la forma linguistico-espressiva è pressoché perfetta, essendo del tutto trascurabile qualche rarissima e lievissima imperfezione. In particolare vanno ammirate la corretta espressione morfologico-sintattica, la chiarezza e la scorrevolezza del linguaggio, scevro di pesanti termini tecnico-scientifici. In sostanza il testo è accessibile a tutti e si qualifica come uno dei più riusciti del nostro tempo.

Carmelo Ciccia

[“Le Muse”, Reggio di Calabria, febbr. 2011]


Paolo Ziino, I racconti della memoria, CRES, Catania, 2010, pagg. 80, s. p.

“I racconti della memoria” di Paolo Ziino

La storia umana, culturale e professionale dell’Autore e di un'intera comunità

Il paternese Paolo Ziino aveva già pubblicato un interessante saggio storico-artistico su I due Zoppo di Gangi (CRES, Catania, 2010, pp. 80, s. p.): ora giunge in libreria col libro autobiografico I racconti della memoria (Il convivio, Castiglione di Sicilia, 2013, pp. 168, € 15), i quali in realtà sono racconti della sua vita, compresi anche i tre racconti finali posti in appendice.

La narrazione ha inizio da prima ancora della nascita dell’autore, quando egli parla della famiglia, dell’infanzia, della via d’abitazione e delle case della famiglia stessa, cospicua per quei tempi; e al riguardo egli inserisce l’episodio d’uno dei badanti d’uno zio paralitico che, in una stanza attigua, si camuffa d’ammalato e fingendosi il paralitico detta al notaio un testamento favorevole ai badanti stessi, i quali così diventano padroni: un episodio — questo — che richiama il caso del duecentesco Gianni Schicchi di cui parlò Dante in Inf. XXX 32-45, facendone derivare un melodramma di Forzano-Puccini.

Nella sua infanzia e adolescenza l’autore ebbe modo di frequentare il negozio di biciclette del padre, con annessa officina di riparazione, ma non seguì le orme di lui, studiando da ragioniere a Catania e in seguito ottenendo il posto di lavoro in una banca di Paternò, fino alla pensione. Nel frattempo egli si sposò, andò ad abitare a Catania ed ebbe tre figli.

Una narrazione siffatta sembrerebbe scheletrica se non vi fossero, come ci sono, le occasioni di formazione, riflessione e cultura, che poi caratterizzarono tutta la vita: l’incontro con autori di grosso calibro come Ignazio Silone, la collaborazione al quotidiano milanese “Il giorno” e ad altri giornali e riviste, la frequenza dell’università della terza età (o meglio delle tre età) e soprattutto la co-fondazione a Paternò del circolo di cultura “Benedetto Croce”, che durò con prestigio alcuni decenni e nel quale l’autore occupò cariche di rilievo, fra cui quella di presidente.

Questo dà lo spunto per parlare dell’ambiente paternese, di tradizioni come la fuga d’amore dei fidanzati, di medicina popolare come la consumazione del brodo delle rane per ottenere una sicura guarigione da molte malattie (non per nulla Paternò era ritenuto il paese delle rane) e di feste come Carnevale e Pasqua. E, se del Carnevale egli ricorda il particolare fascino delle serate danzanti all’aperto e al coperto (e al riguardo fa notare che lui stesso suggerì il nome tedesco Tanztube imposto ad un rinomato locale da ballo), della Pasqua rammenta l’emozionante scioglimento simultaneo delle campane di tutte le chiese che avveniva il sabato santo verso mezzogiorno: rito oggi purtroppo inesistente.

La denominazione in tedesco porta a sottolineare la lunga simpatia avuta dall’autore per i tedeschi, per la lingua e la cultura germanica e per tutto ciò che appartiene al mondo tedesco: una simpatia che ha dato luogo a numerosi viaggi e amicizie, anche se la passione per i viaggi s’è estrinsecata anche verso altre destinazioni, come la Francia, l’Inghilterra e l’Italia stessa. Nel corso di questi viaggi non sono mancati momenti d’incanto, come quello notturno nel mare fra Vulcano e Lipari, che rivela un’altra passione dell’autore: quella per il mare. E, anche se nel corso della sua vita egli ha dovuto subire ben quattro rapine e qualche scippo, con conseguenti paure e disagi, l’autore è rimasto legato a ciò che di bello la vita gli ha offerto, come quei momenti d’incanto.

Questi momenti hanno sviluppato in lui l’amore per la poesia, anche se egli allontana da sé la definizione di poeta. Eppure la lirica da lui composta per un’esercitazione universitaria, unica da lui scritta (p. 148), si rivela una bellissima poesia, molto efficace per i concetti pregnanti, la musicalità, il taglio dei versi e delle strofe.

Altro ricordo importante è quello dello sfollamento in campagna all’epoca degli eventi bellici del 1943 e il rifugio in una grotta, mentre i bombardamenti aerei anglo-americani su Paternò provocarono alcune migliaia di morti.

In sostanza questo libro è utile per conoscere non soltanto la storia umana, culturale e professionale dell’autore, ma anche quella d’un’intera comunità: infatti della città di Paternò sono ricordati quartieri, vie e piazze, chiese e altri monumenti, nonché tanti personaggi impegnati nei campi della cultura e delle professioni, qualcuno dei quali come il finanziere-benefattore Michelangelo Virgillito (di cui egli traccia un profilo) è noto in tutt’Italia. E in connessione a quest’ultimo, interessanti risultano anche le notizie relative al nuovo santuario della Madonna della Consolazione.

Nonostante qualche rara svista, l’espressione linguistica è complessivamente corretta, chiara e scorrevole, con periodi armoniosi e di facile comprensione, pur contenendo dei termini stranieri non in corsivo o non fra virgolette e qualche ibridismo che avrebbero potuto essere evitati. In particolare è apprezzabile l’uso del termine avvocata riferito alle donne che esercitano l’avvocatura (e ciò contro l’attuale abitudine di chi le chiama o si fa chiamare avvocato al maschile). Numerose sono poi le citazioni di pensieri e massime di svariati scrittori italiani e stranieri: cosa che rivela la vasta cultura dell’autore e qualifica il libro anche come un’occasione di meditazione. E non mancano le regole di certi giochi di società; mentre rendono il colore locale varie espressioni dialettali, non sempre tradotte in italiano.

Infine dal punto di vista grafico-editoriale, il libro presenta una bella copertina, caratteri nitidi e buona impaginazione, anche se le note sono stampate con caratteri identici a quelli del testo e non in dimensioni più piccole come nella prassi. E ad esso è stato assegnato nel 2013 il premio speciale "Giovanni Verga" nell'ambito del "Premio Filoteo Omodei e Pensieri in versi" istituito dall’editrice dello stesso libro.

Carmelo Ciccia

[“L’alba”, Belpasso, giu- 2013]


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